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25 aprile. Unire la lotta di classe alla lotta contro il governo a guida postfascista

 


24 Aprile 2023

Testo del volantino del PCL

Ogni 25 aprile è una giornata che non si può abbandonare alla ritualità dell’antifascismo istituzionale, paludato e inconcludente. Tanto più il 25 aprile del 2023. La classe lavoratrice italiana e tutti i settori oppressi della società, a partire dal contingente proletario immigrato, si trovano a dover fronteggiare il governo più reazionario del dopoguerra.

Un governo che, pur non ricalcando un regime fascista, ne eredita lo scopo sociale, di classe. Nel 1922 il fascismo italiano andò al potere sovvenzionato dal padronato per spezzare gli scioperi e distruggere l’esperienza rivoluzionaria del biennio rosso. Nel 1933 il nazismo salì al potere in Germania per condurre in porto il riarmo imperialista tedesco basato sul grande monopolio industriale e finanziario. Tra il 1937 e il 1939 il generale Franco condusse una sollevazione militare in Spagna per annientare la rivoluzione spagnola, instaurare un regime totalitario clerico-fascista e restituire terreni e fabbriche ai padroni. L’invariante è chiara: fascisti e nazisti, camice nere, brune o azzurre che siano, distrussero le organizzazioni del movimento operaio per curare gli interessi padronali, capitalisti e imperialisti.

Tra il 1943-’45 la resistenza partigiana e la rivolta operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. In quella rivolta non viveva però solamente un’aspirazione democratica. Viveva la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo. Viveva la volontà di rovesciare il capitalismo e di imporre il potere delle lavoratrici e dei lavoratori. Quella rivolta e il suo carattere rivoluzionario furono traditi da Stalin e dal PCI che subordinarono la Resistenza alla collaborazione di governo con la DC, fino ad una totale prostrazione esemplificata dall’amnistia ai fascisti (e la persecuzione giudiziaria dei partigiani) e il rinnovo del Concordato con la Chiesa. La politica di collaborazione di classe affossò ancora la rivoluzione sociale e le ragioni dei proletari quando, vent’anni dopo la Resistenza, una nuova generazione operaia rialzò la testa con la grande ascesa dell’autunno caldo e le sue conquiste sociali e democratiche (1969-’76). Fu nuovamente il PCI a sbarrarle la via con una seconda edizione del compromesso storico governativo con la DC (1976-’78)

Oggi il fascismo non è alle porte. Ma il riflusso della lotta di classe, favorito ancora una volta dal tradimento delle sinistre riformiste e poststaliniste implicate nei governi di centro sinistra con le loro politiche antioperaie, e dalla burocrazia sindacale che con Landini è arrivata addirittura ad offrire il proprio palco congressuale al capo dei postfascisti, Giorgia Meloni, ha consentito ai suoi eredi di andare al governo. Costoro non si propongono più di abolire formalmente la democrazia, ma perseguono ugualmente lo scopo di rilanciare il capitalismo (attacco al reddito di cittadinanza, alle pensioni, defiscalizzazioni) e l’imperialismo italiano (in Libia, in Tunisia) non senza un ulteriore aumento delle spese militari. Ed è pronto anche lo strumento per sviare l’attenzione delle masse: il falso bersaglio costituito dalle e dai migranti che cercano di sfuggire alle tragiche conseguenze della nuova spartizione imperialista del mondo (guerre, devastazione ambientale, crolli economici, con il loro portato di disoccupazione, povertà e fame) a cui partecipano l’imperialismo italiano, gli imperialismi “occidentali” e i nuovi imperialismi di Russia e Cina. Fino a volere togliere loro le misere protezioni ancora consentite dalla legge.

Perciò il carattere della Resistenza che dobbiamo opporre oggi è chiaro: salariati e capitalisti, padroni e operai, sfruttati e sfruttatori. O si sta da una parte o si sta dall’altra. Ridisegnare questa linea di confine è centrale per lo sviluppo della coscienza, e lo sviluppo della coscienza è inseparabile dalla lotta, a partire dall’opposizione alla classe capitalista e ai suoi governi. È necessario costruire un’opposizione vera al governo delle destre dal versante del movimento dei lavoratori e dei giovani: un grande fronte unico di lotta. Si combatte davvero la reazione se si recupera e si infonde tra gli sfruttati la fiducia nella propria forza, se si avanza una piattaforma di lotta capace di unire le loro forze nella ribellione. Che ciò sia possibile lo dimostrano le giornate di lotta in Francia che si stanno susseguendo incessantemente, ma anche gli scioperi inediti per ampiezza, partecipazione e settori coinvolti, di Gran Bretagna e Germania.

Ma c’è un’altra necessità fondamentale per costruire una prospettiva di progresso, e non compiere gli errori del passato: costruire un partito indipendente della classe lavoratrice, anticapitalista e rivoluzionario. Un partito che stia sempre e solo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori e di tutti i settori oppressi della società. Un partito che riconduca ogni lotta e rivendicazione immediata alla prospettiva della distruzione dello Stato borghese e della creazione di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza ed autorganizzazione. Perché, oggi come nel 1945, l’unica vera alternativa alla barbarie del sistema capitalista è una alternativa rivoluzionaria e socialista.

Il Partito Comunista dei Lavoratori è impegnato ogni giorno in questa impresa. Per questo noi oggi, nel ricordare la Resistenza partigiana ed il suo carattere rivoluzionario, rivendichiamo la costruzione di ciò che allora mancò: il partito della rivoluzione socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori

A ottant'anni dall'insurrezione del ghetto di Varsavia

 


Ricordiamo gli eroici combattenti ebrei socialisti rivoluzionari del ghetto di Varsavia, in maggioranza bundisti e antisionisti

24 Aprile 2023

«I bundisti [membri del Bund, partito socialista ebraico cui appartenevano la maggioranza dei combattenti dell’insurrezione del ghetto] non aspettavano il Messia, né pensavano di emigrare in Palestina. Pensavano che la Polonia fosse il loro paese e combattevano per una Polonia giusta e socialista, in cui ogni nazionalità avrebbe avuto la propria autonomia culturale, e in cui i diritti delle minoranze sarebbero stati garantiti.»

(Marek Edelman, comandante militare del ghetto di Varsavia. Socialista antisionista. Sostenitore dei diritti del popolo palestinese)



Quindici anni fa, nel 2008, a Varsavia si commemorava il sessantacinquesimo anniversario dell'insurrezione del ghetto di Varsavia. Uno degli invitati alla cerimonia ufficiale, un anziano signore di 89 anni, rifiutò di prendervi parte. Il motivo di questo rifiuto era la presenza alla cerimonia di una delegazione ufficiale israeliana.
Quello stesso pomeriggio andò invece all'ambasciata francese, dove, in una cerimonia speciale per lui, il ministro degli esteri francese gli consegnò la Legion d'Onore, la massima onorificenza dello stato transalpino.

Ma chi era dunque questo signore, così importante da essere decorato al massimo livello e così ostile a Israele da rifiutare di partecipare ad una importante commemorazione?
Si chiamava Marek Edelman; il suo nome figurava sulle liste dei "nemici di Israele" elaborate dai sionisti di destra negli USA. Al contempo la sua foto appariva nei musei dedicati al genocidio degli ebrei e addirittura nella “galleria degli eroi” dello Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme.
Marek Edelman era stato il comandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia del 1943, in coppia col socialista rivoluzionario sionista di estrema sinistra (di Hashomer Hatzair) Mordechai Anielewicz, e unico dopo la morte nella lotta di quest’ultimo.

Dopo settimane di eroica lotta, gli ultimi sopravvissuti, guidati da Edelman, lasciarono il ghetto attraverso le fogne raggiungendo la componente di sinistra della resistenza polacca, continuando poi la lotta armata fino alla liberazione dal nazismo e, in particolare, partecipando all'insurrezione generale di Varsavia dell'estate 1944.
Edelman era un militante del Bund (Unione Generale dei Lavoratori Ebrei), un’organizzazione socialista di sinistra fortemente contraria al sionismo, a cui apparteneva la maggioranza dei combattenti dell'insurrezione del ghetto di Varsavia e che alle elezioni interne ai quartieri ebraici del 1939 prese ben il 62% dei voti, mentre l’insieme delle forze sioniste solo il 20% (il resto andò a partiti borghesi non sionisti).
La maggioranza del popolo ebraico in Polonia (che fu la principale vittima del genocidio) dimostrava di respingere la soluzione sionista. (Il Bund nel suo programma definiva il sionismo “un movimento reazionario capitalista e colonialista al servizio dell’Imperialismo”).

Nulla di tutto ciò viene oggi narrato da borghesi, riformisti, e sionisti, in particolare in Italia. Fu il mostruoso genocidio da parte del nazismo e dei suoi complici di 6 milioni di ebrei (insieme a cui non si devono dimenticare gli altri 5 milioni di morti dei massacri e dei campi di sterminio: rom e sinti, omosessuali, antifascisti, prigionieri sovietici) che ha creato un argomento cinicamente usato dai sionisti per portare una maggioranza degli ebrei del mondo a sostenere lo stato sionista, nonostante la sua criminale e razzista oppressione degli arabi di Palestina.

L'eroico Marek Edelman, rifiutò di emigrare in Israele e restò in Polonia, lottando contro il regime stalinista, come dirigente della sinistra laica di Solidarnosc, e per questo fu incarcerato per anni. Nel 2002 Edelman scrisse una lettera aperta indirizzata “ai comandanti delle organizzazioni armate e partigiane palestinesi e ai soldati delle organizzazioni armate palestinesi”. Ciò fece letteralmente infuriare i sionisti. La lettera aperta invitava giustamente le organizzazioni palestinesi a non compiere attentati suicidi contro i civili israeliani, ma il fatto che parlasse di partigiani palestinesi e li invitasse implicitamente ad attaccare solo le forze militari israeliane «come noi abbiamo fatto con i tedeschi» non poteva che essere visto come una netta e radicale presa di posizione antisionista.

L'antisionismo di Marek Edelman non costituisce un fatto isolato. Nel mondo, nonostante l'orrendo massacro nazista che distrusse l’ebraismo yiddish dell’Europa centro-orientale e le conseguenze dell’antisemitismo staliniano – che si coniugava col sostegno al sionismo; il governo dell’URSS nel 1948 fu il primo a riconoscere lo stato di Israele, e lo fece armare dalla Cecoslovacchia – centinaia di migliaia di ebrei nel mondo restano ostili al sionismo. Tra i primi, le migliaia di ebrei che militano, spesso con prioritari ruoli dirigenti, nelle organizzazioni trotskiste, seguendo la grande tradizione marxista rivoluzionaria di figure come Rosa Luxemburg, Trotsky, Zinoviev, Kamenev, Piatakov, Radek, e migliaia di altri quadri comunisti (il governo bolscevico nel 1918 aveva oltre un terzo di membri ebrei, mentre la percentuale di ebrei nel territorio della futura URSS era il 3%), la maggior parte dei quali finirono vittime del massacro dei comunisti leninisti (centinaia di migliaia di vittime) della controrivoluzione staliniana negli anni ’30.

Perché se il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti resta il maggiore e impareggiabile crimine storico, almeno della storia moderna, altri due “genocidi” antisemiti, certo di un livello di mostruosità inferiore e difforme tra loro, ma pur tuttavia gravissimi, si sono sviluppati nel nostro secolo.
Il primo è il già ricordato “genocidio” anticomunista ad opera di Stalin e del suo regime. Il secondo è il genocidio della memoria attuato da borghesi conservatori e liberali, socialdemocratici, stalinisti e, ovviamente in primo luogo sionisti. Quello che ha voluto utilizzare il genocidio nazista e i massacri stalinisti per cancellare la memoria dello Yiddishland di prima della Seconda guerra mondiale, in cui la maggioranza del popolo ebraico era antisionista e in cui i marxisti rivoluzionari furono parte importante.

Ricordare Marek Edelman e i rivoluzionari ebrei antisionisti dell’insurrezione del ‘43 significa per noi combattere anche questo terzo “genocidio” antisemita.
L’antisionismo non è antisemitismo, ma doveroso antimperialismo, anticolonialismo e antirazzismo. I sionisti e lo stato dell’apartheid antiarabo di Israele non sono, oggi, meno che mai gli eredi degli eroici combattenti del ghetto e della maggioranza del popolo ebraico dell’Europa dell’Est e della sua grande tradizione rivoluzionaria per una Palestina unita, laica e socialista, nella quale sulla base dell’autodeterminazione del popolo arabo possano vivere insieme in pace arabi ed ebrei.

Partito Comunista dei Lavoratori

Antifascismo ieri e oggi

Una robusta riflessione sulle lezioni dell'antifascismo nel 75° anniversario della Liberazione

24 Aprile 2020
Il 25 aprile, quest’anno, anticipa di una settimana l’inizio della fase 2 dell’emergenza coronavirus. E per la fase 2, magari a settembre, in vista di un autunno caldo, la borghesia invoca “l’unità nazionale” dietro Mario Draghi, il più adatto per far pagare ai lavoratori i pesanti esborsi a fondo perduto che il governo è in procinto di regalare a banche e padroni per ripianare le loro perdite.

Storicamente la borghesia invoca l’unità nazionale quando si sente debole e smarrita. Non è quindi un esercizio puramente retorico riesaminare la più celebre delle “unità nazionali” di questo paese, quell’unità antifascista che portò alla nascita della Repubblica. E quale momento migliore per farlo se non questo 75° anniversario della Liberazione?

L’antifascismo storico resistenziale fu un fronte popolare interclassista. Chi c’era nel fronte? C’erano i liberali migliori, quelli del Partito d’Azione, gli stalinisti del PCI, i riformisti socialisti, alcuni esponenti cattolici della futura democrazia cristiana, i preti “rossi”, alcuni intellettuali, persino qualche piccolo padrone “illuminato”. Ed infine, e furono la maggior parte, tantissimi proletari partigiani, il vero e proprio nerbo della Resistenza.

L’idea che l’unità antifascista abbia messo tutti d’accordo dietro a un unico scopo è vera solo in parte, ed esalta solo le menti più superficiali e meno inclini alla riflessione. Primo, perché l’unità non è mai una semplice media di interessi tra le forze che si sono raggruppate; secondo, perché anche quando è un compromesso, come fu dal 1944 al 1947, bisogna sempre chiedersi quale linea programmatica sia stata egemone al suo interno. L’unità, infatti, non è mai un raggruppamento tra parti uguali.

L’unità antifascista raggruppò tutti i componenti dietro il programma sostanziale della grande borghesia finanziaria: sbarazzarsi del fascismo politico per conservare il potere economico mascherandolo dietro una nuova facciata politico-democratica. L’antifascismo liberal-stalinista-socialista-cattolico era cioè un antifascismo capitalista, quindi nella migliore delle ipotesi riformista. L’antifascismo operaio rivoluzionario, purtroppo, non era affatto sullo stesso piano, ma subordinato, nonostante fosse numericamente prevalente.

Già solo per questo dovrebbe venire spontanea una domanda: dobbiamo ripeterlo paro paro l’antifascismo storico? Come è finito l’antifascismo storico resistenziale? Ha vinto o ha perso?
Se stiamo allo scopo che si dettero i dirigenti del fronte antifascista possiamo ben dire con loro “missione compiuta!”. Ma noi non stiamo con loro, bensì con il resto degli antifascisti, composto per oltre due terzi dai partigiani senza particolari ruoli da dirigenti. Questi partigiani altro non erano che gli operai fedeli al PCI, erano il cuore rosso e pulsante della Resistenza. E gli operai, diciamolo pure a malincuore, hanno purtroppo perso, almeno nella loro più intima aspirazione, per la semplice ragione che non avevano soltanto gli stessi intenti politici del fronte antifascista. Avevano anche e soprattutto intenti economici propri: rovesciare il sistema capitalistico e sostituirlo con un regime socialista.

Vedere l’unità di intenti dove c’era una frattura evidente come la Rift Valley vuol dire che non si è guardato con sufficiente attenzione l’antifascismo, e sopratutto lo si è osservato solo dall’alto delle direzioni dei partiti, sprezzanti di chi stava più in basso in prima linea con aspirazioni ben diverse, più alte e nobili. L’ha ricordato, non a noi che l’abbiamo sempre saputo ma agli smemorati che facevano finta di non saperlo, Claudio Pavone nel suo libro epocale Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (Bollati Boringhieri, 1991).

Pochi hanno letto quel saggio denso e corposo, che comprova ampiamente quanto andiamo dicendo. Ma anche curiosando, per esempio, tra le carte dei tanti archivi della Resistenza sparsi per il web, ci si imbatte facilmente in memorie, come ad esempio queste di Domenico Facelli, il quale ricorda come alla caduta del fascismo si perse ancora un sacco di tempo prima di mettere d’accordo gli antifascisti, perché a differenza degli altri gli operai non si accontentavano della caduta del Duce, perché non ne volevano sapere di «ridare il potere alla classe che per vent’anni aveva dominato attraverso il fascismo».

Tale consapevolezza, più o meno profonda, pervade l’intera vicenda resistenziale e si protrae in maniera decisa almeno fino all’attentato a Togliatti del 1948, per poi scemare a poco a poco negli anni successivi. Anzi, la Resistenza, almeno per i dirigenti, fu anche e sopratutto questo, la guerra più o meno aperta e ai fianchi agli operai, per disorientarli, illuderli e infine disarmarli, sconfiggerli e ricacciarli indietro insieme con i loro desideri più intimi e rivoluzionari.

Durante il periodo della Resistenza gli operai avevano in mano le fabbriche. Al contrario, le colonne d’ercole della Costituzione “antifascista” sono appunto rappresentate dalla proprietà privata delle fabbriche. La Costituzione non prevede di darle in mano agli operai, nega la possibilità che possano occuparle, ha messo l’articolo 42 e la polizia armata a presidiarle: «La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti».

Questo articolo è il vero e proprio perno della Costituzione borghese “antifascista”. Per tutta la durata della Resistenza, gli operai sono al di là e molto più avanti dell’architrave della Costituzione “antifascista”, che deve ancora arrivare e arriverà per ultima. Il movimento della Resistenza che va dalla caduta del fascismo alla Costituzione del gennaio del 1948, è appunto specialmente ai piani alti il movimento all’indietro per ricacciarli al di qua. I vari accordi tra padronato e CGIL sullo sblocco dei licenziamenti che rimasero lettera morta per anni per la resistenza operaia ne sono la più plastica dimostrazione. Ecco perché il dato oggettivo dice inequivocabilmente che gli operai in quel ciclo di lotte hanno perso. Non si può infatti perdere le fabbriche, cioè tutto, dicendo che comunque si è ottenuto qualcosa. Le fabbriche nel 1943 (come oggi del resto) sono praticamente l’intera ricchezza del paese, lo strumento che "la produce". Nel 1948 la borghesia le ha già soffiate da sotto il naso agli operai in cambio della carta costituzionale. Solo il compagno Pirro può chiamare tutto questo vittoria. Le riconquistate libertà politiche e sindacali, la scala mobile, il diritto di voto per la prima volta alle donne e tante altre "piccole" riforme, non possono ripagare minimamente gli operai di una perdita tanto enorme sul piano storico come quella del controllo delle fabbriche. Di qui la delusione con la conseguente sconfitta delle sinistre, immediatamente successiva al varo della carta, alle politiche del luglio del 1948, e l’inevitabile riflusso nel decennio successivo.

La guerra più o meno velata per strappare le fabbriche agli operai fu combattuta da tutte le forze dell’antifascismo storico resistenziale, ma non sarebbe stata vinta senza il concorso decisivo del PCI, il quale dopo la svolta di Salerno del 1944 fu in prima linea per ricacciarli fuori. In cambio di questo straordinario servizio reso ai padroni, il PCI poté ottenere che su quel pezzo di carta da sventolare il 25 aprile insieme con la bandiera rossa fosse incisa una promessa di rivoluzione a venire, in cambio di una rinuncia a una rivoluzione immediata (Calamandrei, il corsivo è nostro).

L’obiezione che molti fanno, arrivati a questo punto, è che se gli operai erano fedeli al partito, erano evidentemente fedeli anche all’unità antifascista da fronte popolare. Tale obiezione viene dalle stesse menti superficiali e poco inclini allo studio e alla riflessione di prima. Come il fronte popolare antifascista non mette semplicemente tutti concordi dietro un unico scopo, così la fedeltà sostanziale a un partito non si manifesta come il seguito di un cagnolino.

Come ha ben ricostruito Liliana Lanzardo: «la strategia della via democratica al socialismo passa, nei primi anni del dopoguerra, attraverso la collaborazione governativa tra borghesia progressista e movimento operaio […] mentre la classe operaia nella fabbrica si muove in direzione del tutto opposta a quella dell’alleanza col capitale».

Naturalmente a noi non interessa il velato cinismo con cui la studiosa prende per buone le definizioni che i politici danno di sé e dei loro alleati, per cui in primo luogo è dato per scontato che una parte della borghesia sia progressista, quando è almeno dal 1917 che nessuna sua parte ha mai dimostrato storicamente di esserlo, ma soprattutto, in secondo luogo, il Partito Comunista diventa “il movimento operaio”, mentre il vero movimento operaio, la classe operaia medesima, resta semplicemente “la classe operaia”, quasi la sua azione non contasse nulla per farne parte davvero.
A noi, qui, interessa soltanto mostrare inequivocabilmente come gli operai avessero idee diametralmente opposte a quelle del loro partito. Ci volle tutta la doppiezza togliattiana, la chiusura di sedi, numerose esautorazioni d’ufficio ed espulsioni, per riuscire a tirarsi dietro il grosso della classe senza giungere a una vera e propria frattura con la base. Il che però non vuole dire che la classe seguì il partito come chi è convinto che la linea sia giusta. La classe sentì puzza di bruciato ad ogni passo, ma seguì il partito come lo segue chi lo riconosce come qualcosa comunque di suo. Dopo vent'anni di fascismo, gli operai ignoravano gran parte delle vicende, non potevano chiarirsi tutto in un colpo cosa fossero lo stalinismo e i suoi partiti. In breve, non riuscirono a liberarsi in tempo delle loro illusioni in Stalin e nel PCI, ma non furono comunque fedeli come marionette. Al contrario, seguirono obtorto collo il partito, e questa contraddittoria fedeltà fu fatale per i loro sogni di gloria.

La sconfitta dell’antifascismo operaio classista pregiudica pesantemente anche la presunta vittoria storica interclassista del suo partito di riferimento, il PCI. Forse hanno vinto gli altri partiti, che non avevano ufficialmente lo stesso programma, ma non certo il PCI. Non tanto perché alla fine del ciclo, tolta la forza economica alla sua base, il PCI è espulso dal governo borghese da De Gasperi e battuto alle elezioni, ma perché ricacciare indietro gli operai all’apice della mobilitazione, per poi sperare di farli avanzare successivamente, per via parlamentare, smobilitati e delusi, appare subito come un assurdo controsenso. Infatti, per un robusto marxista come Bordiga (qualcuno legge ancora i suoi vivacissimi scritti?), era chiarissimo già allora come fosse impossibile, quando commentava sarcastico Togliatti che presentava la Costituzione come chissà quale trofeo e come inizio di chissà quale avvenire di sicuro progresso.

Dal punto di vista programmatico, però, per la sconfitta definitiva dell’antifascismo "comunista" costituzionale bisogna aspettare il 2007, anno della nascita del PD, con cui si chiude la parabola del PCI-PDS-DS. Nella Costituzione, infatti, il famoso testo della stucchevole promessa di rivoluzione per il povero PCI che ci aveva rinunciato recitava così: «È compito dello Stato rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale… che impediscono il pieno sviluppo della persona umana...». Tecnicamente, se la frase ha un senso, significava che era compito dello Stato ridare le fabbriche agli operai, di quello stesso Stato borghese che si era appena ricostruito facendosele riconsegnare da Togliatti. Prosaicamente, era la famosa “via italiana al socialismo”, il vecchio programma socialdemocratico del “partito nuovo”, come si definiva il PCI repubblicano. La Costituzione diventava, nella narrazione degli stalinisti italiani, il perno dell’ennesima variante del socialismo per via di riforma.
Nel 2007, per i San Tommaso a cui il Bordiga del 1947 non basta, anche questo capitolo si chiude per sempre: attraverso la svolta della Bolognina del 1989-’91, la via italiana al socialismo si rivela per quello che è: la via italiana dal PCI al PD. Dalla promessa immaginaria di una trasformazione di uno Stato borghese in uno socialista alla trasformazione opposta di un partito operaio (stalinista) in un partito pienamente borghese. Game over!

Riproporre ancora, tredici anni dopo, un antifascismo sconfitto subito nella sua classe portante, quella operaia, e definitivamente negli intenti programmatici del suo principale partito nel 2007, significa preparare nuove sconfitte senza aver neanche speranza di mezze vittorie politiche come quelle della Resistenza.

Infatti, la vittoria politica dei partiti antifascisti è stata oltretutto ottenuta nell’epoca del crollo dello Stato borghese e del disfacimento del fascismo. La borghesia oggi ha ben saldo nelle mani il suo Stato, non deve ricostruirlo. Gli operai, pur con la bella prova degli scioperi di marzo per difendersi dall’emergenza coronavirus, non hanno in mano le fabbriche. Se la borghesia chiama all’unità nazionale – contro il movimento operaio, anche se questo non lo dice – è perché sa che alla ripresa, per tenerlo buono, non ha alcuna riforma da offrirgli, ma solo l’accelerazione e il raddoppio delle misure lacrime e sangue che abbiamo già visto e sperimentato nell’ultimo decennio abbondante di crisi. Il rischio quindi di una ribellione furiosa e di uno scontro frontale col movimento operaio esiste, e per quanto noi marxisti, prudenti, non lo diamo per scontato, è indubbiamente sentito dalla borghesia.

Perciò mettiamo in guardia i compagni che come noi stanno lavorando per la mobilitazione più ampia e radicale che si sia mai vista in questo paese, perché qualora la rabbia operaia scoppiasse davvero, mettendo all’angolo la borghesia, il fascismo che ci ritroveremo davanti non sarà certo quello alla frutta e moribondo del 1945, ma un fascismo molto più simile a quello in ascesa, giovane e forte, della marcia su Roma del 1922. Quello che i fronti popolari interclassisti se li mangiava in un boccone. Non tanto in Italia, dove Stalin non aveva ancora avuto il tempo di prepararli, ma in Spagna, nel 1936, dove dettero dimostrazione imperitura e storica di tutta la loro impotenza di fronte alla versione spagnola del fascismo in ascesa: il franchismo.

L’antifascismo da fronte popolare interclassista, dunque, non si può dire abbia fatto il suo tempo, come tutte le cose venute male e storicamente sbagliate, perché sostanzialmente riformiste. È proprio che è tanto più retorico e acritico perché fondamentalmente inattuale.

Quello che va ricostruito non è l’antifascismo di Stalin, ma quello di Lenin, l’antifascismo del fronte unico interamente classista, cioè l’antifascismo proletario e rivoluzionario, l’unico in grado di battere il fascismo controrivoluzionario in ascesa. Ai tempi del Duce questo tipo di antifascismo si manifestò in Italia non nella forma piccolo-borghese del fronte popolare, ma in quella sostanzialmente genuina degli arditi del popolo, fondati nel giugno del 1921.

È, quella degli arditi del popolo, la forma più attuale per l’antifascismo di oggi.
Anche gli arditi del popolo allora furono sconfitti, nonostante alcune iniziali e brillanti vittorie, ma ciò non fu a causa di una formula sbagliata di antifascismo, ma degli errori del PCd'I appena nato, che non comprese le direttive di Lenin. Lenin, di cui non onoreremo mai abbastanza i 150 anni dalla nascita della sua grandezza, voleva che il PCd'I si unisse agli arditi del popolo per esserne alla testa contro il fascismo. Il settarismo estremista di Bordiga lo impedì per purezza di partito. Così gli arditi del popolo, privati del partito rivoluzionario e quindi di una fetta importante della classe operaia, coi socialisti che tenevano con le mani legate l’altra fetta, furono lasciati soli e condannati alla sconfitta.

Oggi, alla vigilia di un nuovo possibile ciclo di lotte, nel parziale stand-by del momento, il fascismo non è ancora in ascesa come allora, perciò i nuovi arditi del popolo non si sono ancora formati. Però, sapendo che senza comunisti e classe operaia saranno destinati di nuovo alla sconfitta, possiamo imparare dalla Storia preparando i più arditi tra gli arditi del popolo: gli arditi del partito militante e rivoluzionario; perché senza la ricostruzione del suo insostituibile ruolo di guida dell’antifascismo tutto, l’antifascismo non sarà mai vittorioso.

Viva il 25 aprile!
Viva i partigiani!
Viva la Resistenza!




Approfondimenti:

Per il rapporto tra classe operaia e PCI, si legga di Liliana Lanzardo “Classe operaia e Partito Comunista alla Fiat – la strategia della collaborazione 1945-1949” (Einaudi, 1971).

Per la forte opposizione che la linea del PCI incontrò, si legga del grande Arturo Peregalli: “L’altra Resistenza – Il PCI e le opposizioni di sinistra 1943-1945” (Graphos 1991) e “Togliatti guardasigilli 1945-1946”, (Colibrì 1998, quest’ultimo scritto con Mirella Mingardo).

Per i commenti sarcastici e in presa diretta di Bordiga sulla Costituzione, consigliamo questi due scritti: “Abbasso la Repubblica borghese, abbasso la sua Costituzione”, del 1947, e “I socialisti e le costituzioni”, del 1949.

Sugli Arditi del popolo e le loro prime formazioni armate, da leggere è senz’altro “Dal nulla sorgemmo” di Valerio Gentile (Red Star Press, 2012).

Infine, sull’impietoso bilancio dell’unità nazionale antifascista, molto preciso e sintetico è il capitolo: “Il PCI al governo nel ’44-47” di Antonio Moscato, contenuto in “Sinistra e potere” (Sapere, 2003)
Lorenzo Mortara

Pulp history: a proposito di foibe e infoibatori della verità

Puntualmente ogni anno, attorno al 10 febbraio, eletto dal 2004 “Giorno del ricordo”, si scatena la canea mediatica e istituzionale che da qualche anno ha raggiunto anche i più alti vertici delle istituzioni, come la presidenza della Repubblica, prima con Napolitano e oggi con Mattarella, che per l'occasione ha aggiunto una chiosa contro le “sacche di negazionismo militante”. Anche se non ci è dato conoscere quali, visto che ormai esiste una vasta produzione storiografica che contesta la narrazione unilateralmente falsa e priva di riscontri, mitopoietica di un senso comune fascistoide.
A dispetto di serie ricerche sull'argomento, si vuole affermare una “verità di Stato”, priva di qualsiasi fondamento storico, con la convinzione che “una menzogna ripetuta diventa verità”, soprattutto se ripetuta da pulpiti rispettabili. Qualsiasi ricercatore, che si occupi seriamente della questione, viene tacciato di “negazionismo”: l'ultimo caso, per ora, è rappresentato da Eric Gobetti, oggetto di attacchi da parte dell'organizzazione fascista Aliud e di associazioni di esuli giuliano-dalmati, interessati ad un uso politico delle vicende del confine orientale. La “questione delle foibe” è diventata così uno strumento dell'estrema destra per tentare di costruire un'egemonia culturale a scopi politici. Rincorrendola su questa questione, il centro liberale le ha spianato la strada, e oggi la rincorre sullo stesso terreno. Infatti, solo Rifondazione Comunista si oppose nel 2004 all'istituzione del cosiddetto “giorno del ricordo”. Ma perché il 10 febbraio?


10 FEBBRAIO: UNA DATA REVANSCISTA

Nel 1941 l'Italia, senza neppure una dichiarazione di guerra, insieme con i suoi alleati tedeschi, iniziò l'occupazione della Jugoslavia. La Jugoslavia venne spartita tra Germania, Bulgaria, Ungheria e Italia, alla quale toccarono Montenegro, parte del Kosovo e della Macedonia, parte della Dalmazia e la Slovenia. Il 3 maggio iniziò la fascistizzazione e l'italianizzazione della zone occupate, che consistette in trasferimenti forzati di popolazioni, ripopolamento con i coloni italiani delle zone così svuotate, eliminazione delle tradizioni e della lingua nazionale, eliminazione delle scuole in lingue slave, forzata italianizzazione di cognomi. A eseguire queste misure è chiamato il generale Emilio Grazioli. La stessa Lubiana, divenuta italiana, fu interamente circondata da filo spinato per la repressione antislava.
Nel 1942-'43 si organizzò la resistenza: il fronte di liberazione slavo univa comunisti, cristiano-sociali e liberali. L’Italia promosse così lo stato di “guerra totale”. Il generale Mario Roatta, al comando della II armata, assunse il controllo politico della regione. Centinaia di processi sommari, con decine di condanne a morte e migliaia di condannati all’ergastolo o a pene di 30 anni. È molto difficile un censimento preciso. Tone Ferenc, storico sloveno, ha registrato 1569 esecuzioni capitali; 1376 decessi nei campi di concentramento italiani, dove furono deportate 25 mila persone, pari grosso modo all’8% della popolazione slovena (336 mila abitanti), ma a questo dato minimo va aggiunto un gran numero, nell’ordine delle molte migliaia, di vittime della guerra antipartigiana, che consisteva in rastrellamenti, incendi di villaggi ed esecuzioni sommarie che non risparmiavano donne, vecchi e bambini. Il generale Robotti nel 1942 scriveva alle truppe, lamentandosi che «si ammazza troppo poco», e lo stesso capo del fascismo, in un discorso alle truppe della seconda armata in Dalmazia scriveva: «So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori». Dopo l'8 settembre, scoppiarono insurrezioni contadine in Slovenia e Istria, a carattere sociale, contro l'élite economica, in particolare per la riappropriazione dei campi concessi dal fascismo a nuovi proprietari italiani. Nel tipico stile delle jacqueries vennero incendiati i catasti e distrutti documenti che riconoscevano i privilegi dell'élite coloniale italiana sulla popolazione slava. In quest'occasione circa 400 persone sono state gettate nelle foibe, tra tedeschi, italiani, sloveni e altri.
La seconda ondata di “infoibamenti” avvenne nel maggio del 1945, dopo la liberazione di Trieste da parte dell'Esercito Popolare di Liberazione (EPL) jugoslavo. Nei giorni confusi che seguirono la liberazione di Trieste si verificarono processi sommari, vendette personali, rastrellamenti “privati” che talvolta si conclusero con l'occultamento dei cadaveri nelle foibe del Carso. Ma qui occorre una precisazione; a questi episodi l'EPL jugoslavo tentò di porre un freno, e spesso condannò a pene severissime, talvolta alla pena capitale, chi si rendeva colpevole di questi crimini. Per due fondamentali ragioni storiche: da una parte l'Esercito Popolare era parte integrante degli eserciti alleati, anch'essi presenti in città; in secondo luogo, aveva tutto l'interesse a presentarsi come garante della sicurezza e della pace di Trieste, città di cui cercava l'annessione alla Jugoslavia.

Dunque, se le “foibe” si sono verificate in settembre (1943) e maggio (1945), perché il 10 febbraio è stato scelto come data simbolo?
Il 10 febbraio 1947 venne firmato il trattato di pace che frustrava le aspirazioni italiane sull'Istria e la Dalmazia, oltre che su una parte dell'entroterra triestino, passate alla nuova Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Non è un caso che questa data sia stata rispolverata in seguito al crollo dell'URSS e dello smembramento dell'ex Jugoslavia, al quale l'imperialismo italiano ha contribuito in maniera determinante. La data scelta nascondeva le aspirazioni ritrovate dell'imperialismo di casa nostra di ridiventare l'unica potenza adriatica. Ma il senso della scelta della data è anche un altro: il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di Auschwitz da parte dell'Armata rossa, si celebra il Giorno della memoria. La data del 10 febbraio, posta così vicina, ha due scopi: da una parte far passare in secondo piano la tragedia della Shoah, nella quale circa sei milioni di ebrei, rom, comunisti, omosessuali, oppositori politici e altre minoranze furono sterminate dai nazisti e dai loro alleati fascisti italiani; in secondo luogo alimentare la falsa equipollenza della Shoah e delle foibe, come dichiarava nel 2002 l'allora ministro della cultura Gasparri.

Tuttavia il “giorno del ricordo” ha radici più lontane nel tempo. Subentrato l'esercito tedesco all'esercito italiano in disfatta, nel 1943 i nazisti, insieme con i servizi della Repubblica Sociale Italiana, cominciarono a orchestrare una campagna propagandistica antislava per dimostrare che le foibe fossero state uno strumento della pulizia etnica slavo-comunista ai danni degli italiani. Tutta la retorica odierna sulle “foibe” e la “pulizia etnica” non è altro che una riproposizione dell'opuscolo nazista "Ecco il conto!", diffuso in Istria e a Trieste dopo il 1943. Persino le foto, che accompagnano l'opuscolo, sono le stesse che corredano le varie mostre in giro per l'Italia.
Nell'immediato dopoguerra i servizi segreti collegati alla Decima Mas continuarono ad alimentare presso gli alleati la mitologia anticomunista delle migliaia di morti, innocenti, nelle “foibe”. Ed è questa retorica che viene riproposta ogni 10 febbraio: “negazionismo” è diventata non solo la parola in codice per tentare di mettere a tacere ogni ricerca storica, con l'utilizzare in maniera oscena lo stesso termine che si usa per chi nega la Shoah, ma un vero e proprio appello all'aggressione fisica contro gli studiosi che si oppongono alla menzogna di Stato.
Il metodo dei falsificazionisti, nel '43-'45 come oggi, consiste nel decontestualizzare gli avvenimenti storici, soffermandosi sugli aspetti raccapriccianti, sui morti, gli stupri, condendo il tutto con qualche particolare scabroso, e, se non ci sono, li si inventa.
Si inventano cifre ed episodi, foto e testimonianze. I numeri lievitano, fino a cifre inverosimili, le fonti si ignorano o si creano. Il meccanismo probatorio, tipico di ogni indagine storica, è ignorato. Si mette in moto un rovesciamento metodologico: invece di partire dalle ricerche per giungere a delle conclusioni, si afferma una menzogna che poi la storiografia deve avallare.


L'ABUSO POLITICO DI UNA TRAGEDIA

Significativamente l'attenzione sulla questione delle foibe si è moltiplicata dopo il crollo dell'Unione Sovietica e la disgregazione della Jugoslavia, che in Italia ha avuto come effetto l'autoscioglimento del PCI e l'abbandono di qualsiasi riferimento al comunismo dei suoi eredi, fino alla formazione di un partito dichiaratamente appartenente al centro liberale, come il PD.
Per l'estrema destra, e in particolare gli eredi del MSI, rientrata in pieno nel gioco parlamentare grazie ai governi Berlusconi, è stata l'occasione per tentare di imporre un rovesciamento ideologico nella lettura del dopoguerra. L'istituzione della “giornata del ricordo” nel 2004 ha avuto questo scopo: sostituire i miti fondanti della Repubblica italiana, dal 25 aprile e 2 giugno al 4 novembre e 10 febbraio. In questo modo si tenta di ristabilire la continuità dello Stato dal liberalismo al fascismo alla cosiddetta seconda Repubblica, condannando qualsiasi tentativo di ribellione che provenga dalla classe operaia e dai settori subalterni, individuata nella Resistenza e nella liberazione della Jugoslavia di Tito dal nazifascismo.
Negli anni Duemila appaiono vari sceneggiati e programmi radio che puntano sulla banalizzazione del fascismo, concentrandosi su aspetti personali della vita dei gerarchi, oppure sulla retorica dei “vinti”. Il culmine della delegittimazione della Resistenza è stato raggiunto con i romanzi del giornalista appena scomparso Giampaolo Pansa. La questione quindi è passata dal campo storiografico al campo politico, mediante l'affermazione di una verità accertata e, come si è detto, il linciaggio mediatico degli storici che si sono occupati della questione. Oggi, scomparsa Alleanza Nazionale, con il riposizionamento dell'estrema destra tra Fratelli d'Italia e Lega, con le loro appendici neofasciste, e l'adesione ai miti fondanti patriottici da parte della sinistra post-sovietica, si è realizzato un consenso generalizzato in funzione anticomunista e antislava.
La ricerca dell'egemonia in questo campo ha però anche un'implicazione più direttamente politica: è funzionale alle politiche razziste securitarie, che uniscono l'estrema destra e il centro rappresentato da PD e 5 stelle. In questo senso, l'”antifascismo” del PD appare strumentalmente orientato ai suoi interessi elettorali, e a far dimenticare le politiche antioperaie di questo partito. Ristabilire la verità storica significa anche ristabilire il diritto delle classi subalterne alla resistenza all'oppressione.




Per chi voglia saperne di più:

Circolari del generale Robotti

Dossier sulle foibe e il confine orientale

Sulla falsificazione delle foto
Gino Candreva

Partigiani vil razza dannata! In morte di Giampaolo Pansa

Giampaolo Pansa, il più celebrato cantore dell'odio antipartigiano, è morto il 12 gennaio scorso, tra il cordoglio generalizzato della stampa mainstream che ha ricordato “il giornalista di razza”, “il bastian contrario” della stampa libera e via osannando. Pansa si presentava come un giornalista “controcorrente” ed è stato omaggiato come un libero pensatore osteggiato dal potere, mentre si è trattato del tipico giornalista di regime. In particolare ha dedicato gli ultimi vent'anni della sua vita a denigrare la Resistenza, facendosi megafono di una pubblicistica neofascista che fino ad allora non trovava sbocco nel pubblico per il suo carattere inconsistente sul piano storiografico e decisamente schierata, parziale e falsa. I vari Giorgio Pisanò e Antonio Serena, le fonti principali di Pansa, dichiaravano infatti apertamente la loro appartenenza all'estrema destra neofascista, tanto che il secondo era stato perfino espulso da Alleanza Nazionale per le sue aperte simpatie per Priebke, il boia delle Fosse ardeatine.

Pansa ha invece utilizzato le sue possibilità di accesso alla grande editoria per spacciare in centinaia di migliaia di copie le menzogne neofasciste sulla guerra partigiana, tese ad equiparare la ribellione di uomini e donne, operai, contadini e intellettuali ai crimini del ventennio fascista e del periodo dell'occupazione nazista in Italia, dopo l'8 settembre 1943, contribuendo così a creare un senso comune anticomunista, in particolare addossando a un presunto piano del PCI di “assalto al potere” la responsabilità degli omicidi commessi nel dopoguerra in Italia.
L'opera di Pansa non è il frutto di una ricerca storica – a questa avevano già provveduto altri e più attrezzati storici – ma il risultato di un lavoro giornalistico ideologico. Pansa non indica le sue fonti, e quando le indica si limitano a meno di una decina di testi dichiaratamente fascisti (i già ricordati Pisanò e Serena, oppure Zelmira Marazio) o qualche romanzo (Marcello Randaccio). Nessuna ricerca, nessuna prova documentaria. L'intento è quello di costruire un antiromanzo della Resistenza, laddove le prove sono sostituite dai “si dice”, “sono convinto”, dove il contesto storico è sostituito dalla personalizzazione e dai sentimenti del boia fascista di turno di fronte alla giustizia partigiana (come nel caso di Giuseppe Solaro) e le convinzioni del giornalista si sostituiscono alla ricostruzione rigorosa, come nel caso dell'idea che il PCI togliattiano (lo stesso, ricordiamo, che ha emanato l'amnistia per migliaia di assassini del regime) volesse liberarsi della borghesia attraverso l'assassinio sistematico dei suoi esponenti per “prendere il potere”.
Naturalmente, chiunque si occupi seriamente di storia del secondo dopoguerra trova quantomeno ridicolo pensare che il PCI staliniano riformista fosse seriamente impegnato in un assalto al potere borghese. Anzi, fu soprattutto il PCI ad agire da pompiere delle istanze di lotta di classe che emergevano dalla lotta antifascista, tanto da reprimere duramente, fino all'assassinio, le tendenze che si opponevano, da sinistra, alla politica collaborazionista di Togliatti e del gruppo dirigente stalinista.
La Resistenza ha costituito un fenomeno contraddittorio e complesso, e non è questo il luogo per analizzarla, ma sicuramente nessuno dei partiti del CLN era interessato ad andare al di là del semplice ripristino delle libertà democratiche in un contesto borghese. La narrazione del PCI come partito rivoluzionario che agiva al soldo di una potenza straniera nemica è funzionale alla demonizzazione del comunismo tout court e, in particolare dopo il crollo dell'URSS, alla ricomposizione di un pensiero unico anticomunista che aspira a espellere dall'orizzonte della lotta politica ogni tentativo di rovesciamento dello stato di cose esistente, come se il regime attuale fosse l'unico possibile.

L’intera operazione di demonizzazione della Resistenza mira a rimuovere dalla storia del Novecento italiano quell’ingombrante biennio della lotta di liberazione, che vide protagoniste le classi subalterne. E molti sperarono che fosse l'inizio del loro riscatto sociale. Per Pansa invece il risultato dell’iniziativa proletaria è, in definitiva, una scia di morti, e ogni volta che le masse proletarie e contadine assumono l’iniziativa politica il risultato è sempre nefasto.
L’omaggio reso ai nazifascisti oggetto di giustizia e vendetta proletaria, la commovente fiducia nella pubblicistica e memorialistica neofascista del dopoguerra, il ricorso a concetti come “fedeltà”, “onore”, “padre di famiglia” ridanno senso in realtà a un sistema di valori che ha condotto, come osservava Santo Peli, «a massacrare civili, a guidare e favorire le stragi tedesche, a torturare, a collaborare alla caccia agli ebrei, a impiccare e esporre i cadaveri dei renitenti». E lo si fa con una cosciente manipolazione degli avvenimenti e dei documenti.
Oggi Pansa non c'è più; restano i suoi epigoni e l'intossicazione ideologica che i suoi scritti hanno lasciato come un ulteriore, ingombrante macigno, per la ricostruzione di un pensiero marxista rivoluzionario.




Per approfondimenti:

Gino Candreva: La storiografia à la carte di Giampaolo Pansa

Ilenia Rossini: L'uso pubblico delle Resistenza: il “caso Pansa” tra vecchie e nuove polemiche

I siti Wu Ming Foundation e il collettivo Nicoletta Bourbaki hanno trattato ampiamente il caso Pansa.
Gino Candreva

7 NOVEMBRE 1944: PORTA LAME. LA BATTAGLIA DI IERI PER UNA LOTTA CHE CONTINUA OGGI


Il 7 novembre celebriamo a Bologna la battaglia di Porta Lame, una delle più grandi battaglie partigiane in una città europea durante la II guerra mondiale.
 Il 7 novembre è anche la ricorrenza storica della Rivoluzione d’ ottobre a cui guardavano i partigiani rossi che componevano la 7 G.A.P. e le Brigate Garibaldi, le formazioni che diedero battaglia quel giorno nella speranza di far insorgere tutta Bologna contro fascisti e nazisti.
Nell’immediato era necessario sconfiggere militarmente le forze fasciste repubblichine e i nazisti, ma i partigiani di estrazione proletaria non volevano limitarsi a questo. Non volevano il ritorno del vecchio regime monarchico liberale, nel cui alveo e con la cui complicità era nata la violenza fascista finanziata dal grande padronato industriale  e dalla grande proprietà terriera. Insomma volevano farla finita per sempre allora e per il futuro con ogni forma di fascismo e con la dittatura dei padroni.
La storia purtroppo ci ha consegnato un esito diverso: al riparo di una costituzione “antifascista” lo stato borghese ha realizzato la propria continuità nelle istituzioni, nelle leggi e perfino nelle persone del regime fascista. E’ stato riedificato il capitalismo che con le sue smanie imperialiste aveva aizzato il fascismo, le conquiste coloniali fino alla guerra mondiale. Il sogno socialista dei partigiani rossi si è infranto perché è stato tradito dalle direzioni opportuniste dei principali partiti della sinistra, il PCI e il PSI, interessati a garantire il potere dei capitalisti pur di avere un giorno la speranza di andare al governo.
Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti i sinceri antifascisti: il governo Lega-Cinquestelle riecheggia nei proclami xenofobi e nei provvedimenti di stampo nazionalista e “sovranista” (“prima gli italiani”) i grandi proclami del ventennio fascista. Nel Paese, le sparate di Salvini spandono i mefitici miasmi razzisti tra le classi popolari, come allora contro le popolazioni africane (guerra in Libia e in Etiopia) e gli ebrei (leggi razziali). I diritti dei lavoratori sono compressi, i salari impoveriti, mentre la borghesia possidente continua a godere di sgravi fiscali e condoni. Infine questo terreno è fertile per la crescita militante delle formazioni neofasciste e neonaziste come Casapound e Forza Nuova impegnate nel sviluppo di una violenta campagna contro i migranti, i centri sociali e gli attivisti della sinistra.
La lotta, dunque, deve continuare.
La lotta deve continuare dal versante della classe lavoratrice e dei ceti popolari, gli unici interessati a cambiare l’ordine sociale da cui continuamente scaturiscono le organizzazioni fasciste.
La lotta partigiana di ieri si ricollega alla necessità della lotta antifascista e antirazzista di oggi. 

Tutti a Roma sabato 10 novembre!

MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA
SABATO 10 NOVEMBRE ORE 14 – ROMA
Info.: 3391636764


FB Antifascismo di classe


PIC-NIC ANTIFASCISTA: Per un antifascismo di classe

PROGRAMMA DELLE INIZIATIVE:

- ORE 11 – CIMITERO DI SPERTICANO: COMMEMORAZIONE DI MARIO ROVINETTI, COMANDANTE DEL BATTAGLIONE GAP DELLA MONTAGNA

- ORE 12,15 C/O IL PRATO DAVANTI AL POGGIOLO, VIA S.MARTINO 25 – MARZABOTTO: PIC-NIC E INTERVENTI

Come arrivare:
dalla strada statale Porrettana sud, dopo Marzabotto, alla fine del rettilineo di Pian di Venola prendere a sinistra via P.Togliatti, proseguire per via gen. Dalla Chiesa, poi via Sperticano; il cimitero è a 50 metri dal circolo etrusco; per il Poggiolo, da via Sperticano una volta passato il ponte sul Reno prendere via S.Martino in direzione della Scuola di Pace di Montesole. Dopo 5 minuti sulla sinistra troverete un ampio parcheggio.

Per info. : pclavoratoribologna@gmail.com
 
Sono ormai anni che in Italia si assiste ad una ripresa impetuosa di manifestazioni politiche e organizzazioni fasciste.
Razzismo e una cultura di destra radicale hanno fatto una breccia enorme nelle classi lavoratrici
Il governo del “cambiamento” di Salvini e 5 Stelle ha fatto sue le parole d’ordine dell’estrema destra, dal razzismo istituzionale contro i migranti, all’omofobia integralista del ministro Fontana, alla sempreverde campagna antizingaro.
Ancora una volta razzismo e fascismo vengono utilizzati dalle destre per dividere la classe lavoratrice, ponendo da una parte i c.d. lavoratori autoctoni e dall’altra i migranti.
Sono superflue le richieste di applicazione delle leggi Scelba e Mancino contro le organizzazioni neofasciste, che oggi come ieri godono di sostegni e coperture a livello istituzionale.
Lo stesso Movimento 5 Stelle si è definito sempre in maniera ambigua rispetto ai temi dell’antifascismo e dell’antirazzismo, definendosi sempre come né di destra né di sinistra. Emblematica la dichiarazione di Grillo nel 2013: “l’antifascismo non mi compete”.
E’ necessario e urgente riprendere il filo dell’antifascismo come lotta di classe del mondo del lavoro contro il padronato. In primo luogo recuperandone storia e coscienza.
Per questo proponiamo un appuntamento per il 22 settembre a Marzabotto, un momento di incontro e riflessione, aperto a tutti e tutte coloro si vogliano ancora porre sul terreno di un antifascismo di classe.

ORGANIZZANO:
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI – SEZ. DI BOLOGNA
PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA – DIPARTIMENTO ANTIFASCISMO

Volentieri diffondiamo: LA GUERRA NON ERA FINITA

Volentieri diffondiamo la seguente comunicazione.

L'Associazione culturale Victor Serge

 ( http://associazionevictorserge.blogspot.it/) organizza:


MARTEDI’ 25 APRILE 2017

ALLE ORE 11

Presso il locale

AL PRADEL Via del Pratello 96/a - BOLOGNA

PRESENTAZIONE DEL LIBRO


LA GUERRA NON ERA FINITA
I partigiani della Volante Rossa
“Milano, estate 1945.
In una città annichilita dai bombardamenti e dalla fame, un gruppo di partigiani riprende le armi. Sono giovani, giovanissimi: la maggior parte non ha nemmeno vent’anni. E sono pochi, non più di cinquanta. In meno di tre anni, tutti conosceranno il loro nome”

Sarà presente l’autore FRANCESCO TRENTO

Festival di Unità di Classe


Dall'1 al 4 settembre festa del PCL a Firenze: dibattiti, assemblee, gazebo informativi, musica, bar e ristorante.
Quattro giorni di aggregazione, socialità, organizzazione contro il capitalismo e i suoi rappresentanti, in una bellissima cornice con teatro e 200 posti a sedere, e con di fronte un parco dove allestiremo stand con materiale informativo. Tutte le sere ci saranno feste, concerti, spettacoli e sarà possibile usufruire di un bar a prezzi popolari.

Di seguito, il programma della festa.









GIOVEDÌ 1 SETTEMBRE
ORE 17 - Apertura festa
ORE 18 - Dibattito
"Tante case senza gente, tanta gente senza casa. Firenze, Genova, Bologna, Brescia: esperienze di lotta a confronto"
Coordina:
Cristian Briozzo - PCL Genova
Intervengono:
Lorenzo Bargellini - Movimento di lotta per la casa, Firenze
Luca Toscano - Iniziativa Antagonista Metropolitana, Firenze
Associazione Pugno Chiuso, Bologna


ORE 21 - Dibattito
"Per la ricomposizione di un fronte unitario di lotta"
Coordina:
Francesco Doro - PCL
Intervengono:
Nabil - S.I. Cobas
Massimo Betti - Sindacato Generale di Base
Luca Scacchi - Il sindacato è un'altra cosa-opposizione CGIL
Matteo Moretti - RSU GKN Firenze
Ivan Maddaluni - CUB Firenze
Alessandro Nannini - Confederazione Cobas Ataf

Sono invitate tutte le realtà di lotta del territorio a partecipare


ORE 22 - Spettacolo teatrale (in terrazza)
Passaggi Partigiani - Uno spaccato della resistenza al nazifascismo visto attraverso gli occhi di una giovane donna. Dalla Jugoslavia libera e multietnica dell'infanzia fino all'occupazione, la deportazione nel campo di concentramento, la fuga, l'esperienza nella lotta partigiana. Frammenti di una vita divengono parabola della storia di una generazione e di un popolo.
Tratto da “Darinka - una staffetta partigiana” di Daniele Civolani e Darinka Joijc
regia Alessia Passarelli
musiche Giovanni Tufano
con Alessia Passarelli e Giovanni Tufano


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VENERDÌ 2 SETTEMBRE
ORE 18 - Dibattito
"Sessismo e maschilismo nel movimento operaio e studentesco"
Coordina:
Chiara Pannullo - PCL Firenze
Intervengono:
Assia Lazzerini - PCL Firenze
Chiara Mazzanti - PCL Pisa


ORE 22 - Concerto
Alessio Lega
(https://www.facebook.com/AlessioLegaFanPage/?fref=ts)


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SABATO 3 SETTEMBRE

Meeting nazionale del PCL
A dieci anni dalla nascita del PCL, la grande crisi del capitalismo e del riformismo conferma le ragioni della costruzione di un partito rivoluzionario in Italia e nel mondo. Di un partito schierato dalla parte dei lavoratori contro il capitalismo. Di un partito che porti in ogni lotta la prospettiva di un governo dei lavoratori, quale unica vera alternativa. Il PCL è stato ed è al servizio di questa prospettiva. Perché solo la rivoluzione può cambiare le cose.
ORE 12 - Accoglienza
ORE 13 - Pranzo
ORE 14 - Conferenza
Introduce:
Michele Terra - Segreteria PCL
Intervengono:
Scilla Di Pietro - PCL Napoli
Francesco Doro - PCL, Comitato Centrale FIOM
Francesco Durante - PCL Pescara
Ermanno Lorenzoni - PCL Bologna
Tiziana Mantovani - PCL Milano
Conclude:
Marco Ferrando - portavoce PCL


ORE 18 - Workshop
"Femminismo e lotta di classe
Intervengono:
Chiara Pannullo - PCL Firenze
Serena Ganzarolli - traduttrice e curatrice del libro "Il pane e le rose. Femminismo e lotta di classe"
Marinella - Fondo comunista, Firenze


ORE 22 - Concerto
I Matti delle giuncaie - hard folk
(https://www.facebook.com/mattidellegiuncaie/?fref=ts)


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DOMENICA 4 SETTEMBRE
Ore 15 - Conferenza internazionale
"Contro la fortezza di Schengen, abbattere le frontiere. Per la libertà di circolazione di tutti e di tutte, per un'Europa e un Mediterraneo socialisti"
Coordina:
Simone Faini - PCL Firenze
Intervengono:
Franco Grisolia - Segreteria PCL
Ciro Tappeste - Courant Communiste Révolutionnaire (NPA, Francia)
Sungur Savran - Partito Rivoluzionario dei Lavoratori - Devrimci Isci Partisi (DIP, Turchia)
Tomas Martinez Peña - Izquierda Anticapitalista Revolucionaria (IZAR, Spagna)


ORE 22 - Concerto
The Alano & Garrapateros
(https://www.facebook.com/GarrapataSoundSystem/?fref=ts)


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INFO:
Teatro Nuovo Circolo Arci Lippi, Via Pietro Fanfani 16


Come Arrivare:
Firenze zona nord
vicino a: Aeroporto Vespucci, stazione FFSS Rifredi
Uscite Autostrada: Firenze Nord - Sesto Fiorentino


(in aggiornamento)