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25 aprile. Unire la lotta di classe alla lotta contro il governo a guida postfascista

 


24 Aprile 2023

Testo del volantino del PCL

Ogni 25 aprile è una giornata che non si può abbandonare alla ritualità dell’antifascismo istituzionale, paludato e inconcludente. Tanto più il 25 aprile del 2023. La classe lavoratrice italiana e tutti i settori oppressi della società, a partire dal contingente proletario immigrato, si trovano a dover fronteggiare il governo più reazionario del dopoguerra.

Un governo che, pur non ricalcando un regime fascista, ne eredita lo scopo sociale, di classe. Nel 1922 il fascismo italiano andò al potere sovvenzionato dal padronato per spezzare gli scioperi e distruggere l’esperienza rivoluzionaria del biennio rosso. Nel 1933 il nazismo salì al potere in Germania per condurre in porto il riarmo imperialista tedesco basato sul grande monopolio industriale e finanziario. Tra il 1937 e il 1939 il generale Franco condusse una sollevazione militare in Spagna per annientare la rivoluzione spagnola, instaurare un regime totalitario clerico-fascista e restituire terreni e fabbriche ai padroni. L’invariante è chiara: fascisti e nazisti, camice nere, brune o azzurre che siano, distrussero le organizzazioni del movimento operaio per curare gli interessi padronali, capitalisti e imperialisti.

Tra il 1943-’45 la resistenza partigiana e la rivolta operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. In quella rivolta non viveva però solamente un’aspirazione democratica. Viveva la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo. Viveva la volontà di rovesciare il capitalismo e di imporre il potere delle lavoratrici e dei lavoratori. Quella rivolta e il suo carattere rivoluzionario furono traditi da Stalin e dal PCI che subordinarono la Resistenza alla collaborazione di governo con la DC, fino ad una totale prostrazione esemplificata dall’amnistia ai fascisti (e la persecuzione giudiziaria dei partigiani) e il rinnovo del Concordato con la Chiesa. La politica di collaborazione di classe affossò ancora la rivoluzione sociale e le ragioni dei proletari quando, vent’anni dopo la Resistenza, una nuova generazione operaia rialzò la testa con la grande ascesa dell’autunno caldo e le sue conquiste sociali e democratiche (1969-’76). Fu nuovamente il PCI a sbarrarle la via con una seconda edizione del compromesso storico governativo con la DC (1976-’78)

Oggi il fascismo non è alle porte. Ma il riflusso della lotta di classe, favorito ancora una volta dal tradimento delle sinistre riformiste e poststaliniste implicate nei governi di centro sinistra con le loro politiche antioperaie, e dalla burocrazia sindacale che con Landini è arrivata addirittura ad offrire il proprio palco congressuale al capo dei postfascisti, Giorgia Meloni, ha consentito ai suoi eredi di andare al governo. Costoro non si propongono più di abolire formalmente la democrazia, ma perseguono ugualmente lo scopo di rilanciare il capitalismo (attacco al reddito di cittadinanza, alle pensioni, defiscalizzazioni) e l’imperialismo italiano (in Libia, in Tunisia) non senza un ulteriore aumento delle spese militari. Ed è pronto anche lo strumento per sviare l’attenzione delle masse: il falso bersaglio costituito dalle e dai migranti che cercano di sfuggire alle tragiche conseguenze della nuova spartizione imperialista del mondo (guerre, devastazione ambientale, crolli economici, con il loro portato di disoccupazione, povertà e fame) a cui partecipano l’imperialismo italiano, gli imperialismi “occidentali” e i nuovi imperialismi di Russia e Cina. Fino a volere togliere loro le misere protezioni ancora consentite dalla legge.

Perciò il carattere della Resistenza che dobbiamo opporre oggi è chiaro: salariati e capitalisti, padroni e operai, sfruttati e sfruttatori. O si sta da una parte o si sta dall’altra. Ridisegnare questa linea di confine è centrale per lo sviluppo della coscienza, e lo sviluppo della coscienza è inseparabile dalla lotta, a partire dall’opposizione alla classe capitalista e ai suoi governi. È necessario costruire un’opposizione vera al governo delle destre dal versante del movimento dei lavoratori e dei giovani: un grande fronte unico di lotta. Si combatte davvero la reazione se si recupera e si infonde tra gli sfruttati la fiducia nella propria forza, se si avanza una piattaforma di lotta capace di unire le loro forze nella ribellione. Che ciò sia possibile lo dimostrano le giornate di lotta in Francia che si stanno susseguendo incessantemente, ma anche gli scioperi inediti per ampiezza, partecipazione e settori coinvolti, di Gran Bretagna e Germania.

Ma c’è un’altra necessità fondamentale per costruire una prospettiva di progresso, e non compiere gli errori del passato: costruire un partito indipendente della classe lavoratrice, anticapitalista e rivoluzionario. Un partito che stia sempre e solo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori e di tutti i settori oppressi della società. Un partito che riconduca ogni lotta e rivendicazione immediata alla prospettiva della distruzione dello Stato borghese e della creazione di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza ed autorganizzazione. Perché, oggi come nel 1945, l’unica vera alternativa alla barbarie del sistema capitalista è una alternativa rivoluzionaria e socialista.

Il Partito Comunista dei Lavoratori è impegnato ogni giorno in questa impresa. Per questo noi oggi, nel ricordare la Resistenza partigiana ed il suo carattere rivoluzionario, rivendichiamo la costruzione di ciò che allora mancò: il partito della rivoluzione socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori

La casa e l'incendio

 


L'emergenza delle bollette e il balbettio delle sinistre

22 Settembre 2022

“Fuori la casa brucia, e nessuno riesce a spegnere l'incendio” (Il Sole 24 Ore). È una descrizione esatta dell'impasse borghese sul fronte bollette

LA RISSA IN EUROPA TRA I DIVERSI INTERESSI NAZIONALI

I governi capitalistici dell'Unione Europea si azzuffano a difesa dei rispettivi interessi nazionali. L'esatto opposto della rappresentazione sovranista di una UE onnipotente e compatta. Il famoso prezzo massimo del gas, imprudentemente annunciato con squilli di tromba, si arena sulla paura tedesca di una completa cessazione del rifornimento russo, sull'interesse della Norvegia a massimizzare l'incasso delle proprie forniture sempre più determinanti, sulla volontà dell'Olanda di preservare la centralità del mercato finanziario e della libertà di speculazione. Né si capisce a chi verrebbe applicato il tetto, se solo al gas russo o all'insieme dei fornitori. Nel primo caso, una nuova sanzione che può bloccare totalmente l'importazione dalla Russia, con grande scorno di Bonn. Nel secondo, l'incognita delle reazioni sul mercato globale dell'energia, col rischio di compromissione di tanti accordi nazionali di rifornimento sostitutivo, in Nord Africa e in Medio Oriente.

La risultante europea del braccio di ferro che si va profilando è al tempo stesso fumosa e indicativa. Sembra che i produttori di elettricità con altre fonti rispetto al gas avranno la possibilità di incassare sino alla quota di 200 euro a megawatt, devolvendo il resto a un fondo comune di “solidarietà”, non si capisce ancora da chi controllato e amministrato e con quale meccanismo di funzionamento. Fermo restando che i consumatori continueranno a pagare il prezzo pieno. I produttori gas oil (gas, carbone, petrolio, raffinerie) dovranno pagare solamente il 33% della quota dei loro profitti che eccede del 20% il tasso di profitto medio dell'ultimo triennio, quale “contributo temporaneo”.
In altri termini, i sovraprofitti giganteschi delle compagnie resteranno intatti almeno per due terzi, nel momento in cui precipita la crisi sociale e s'alza il vento di una recessione annunciata (senza contare il fatto che persino questa minimisura potrebbe saltare per via del principio dell'unanimità decisionale al posto della cosiddetta maggioranza qualificata).

In compenso gli stessi governi che non riescono a imporre un tetto ai prezzi prospettano misure concordate di razionamento. I lavoratori e le lavoratrici del continente pagheranno dunque due volte: con la perdita secca e ulteriore del proprio salario, e con la nuova austerità dei consumi. Nei fatti vengono chiamati a pagare l'intreccio inestricabile della dipendenza capitalistica dalle energie fossili; degli effetti della guerra economica tra imperialismi NATO e imperialismo russo, con l'inevitabile trascinamento delle controsanzioni; della speculazione del capitale finanziario sulle fonti energetiche liberalizzata dalle nuove regole del 2013 (che allineano al prezzo più alto le altre fonti). È il cappio che l'Unione dei capitalismi europei stringe al collo dei proletari del continente.


IL FRONTE INTERNO DELLE BOLLETTE. CHI PAGA?

L'impasse della “soluzione europea” si riverbera sul fronte interno italiano, con le complicazioni aggiuntive della crisi politica e della campagna elettorale.

Tutti gli attori politici evocano oggi un blocco nazionale delle bollette, ma si guardano dal dire a chi presentano il conto dell'operazione.

La tassa del 25% sugli extraprofitti è stata semplicemente respinta dalle grandi compagnie. Persino sul terreno legale. I dieci miliardi contabilizzati per finanziare la miseria della riduzione di 30 centesimi sulla benzina e l'elemosina dei 200 euro una tantum si sono ridotti a un miliardo. Nel migliore dei casi potranno raddoppiare o forse triplicare. Ma almeno due terzi del gettito verranno mancati.
Un alto funzionario dello Stato, naturalmente anonimo, confida a La Stampa (14 settembre) che le imprese in questione «hanno pagato un prezzo in Borsa» per questa vicenda e che dunque non si può torchiarle ulteriormente, se si vuole tutelare la libertà del mercato e della concorrenza. Un dolore davvero commovente per chi ha intascato 40 miliardi di extraprofitti in sei mesi.
Quanto all'indagine della Procura di Roma a seguito dell'esposto (elettorale) di Sinistra Italiana, l'unica cosa certa è... la richiesta di informativa rivolta alla Guardia di Finanza. «Non ci sono indagati e il procedimento non prevede un reato», precisa La Stampa. L'evasione fiscale dichiarata dei grandi gruppi capitalistici resterà dunque impunita, a differenza di quella dei poveracci. Oltre al fatto che l'accordo di Sinistra Italiana col PD (che Bonelli chiarisce “è di governo”) condanna al binario morto l'operazione pubblicitaria.

Dunque? Se bisogna bloccare le bollette, e gli extraprofitti sono di fatto risparmiati, la coperta davvero si fa corta. E investe la natura stessa dell'operazione.
Le organizzazioni padronali chiedono al governo di provvedere a coprire i propri costi energetici: se le risorse sono poche siano destinate alle imprese, in particolare del settore energivoro. Alle famiglie si penserà in futuro. Confindustria si è coperta su quel fronte con la proposta dell'abbattimento del cuneo fiscale, subito recepita da tutti i partiti borghesi (e non solo). Una mensilità in più in busta paga attraverso il taglio dei contributi previdenziali... scaricata sulla fiscalità generale o sul taglio delle spese sociali. In entrambi i casi sui lavoratori. È il modo con cui i padroni vogliono scongiurare le rivendicazioni salariali trascinate dal caro bollette. Il fatto che tutti a sinistra convergano sul “taglio del cuneo”, rimuovendo la battaglia salariale, misura la loro subalternità non solo al sistema capitalista ma all'operazione truffaldina del padronato. Oltre che alla burocrazia sindacale.

Detto questo, i partiti borghesi non sanno come conciliare la propria fedeltà al padronato con la logica delle promesse elettorali, e le proprie promesse elettorali con lo scenario drammatico d'autunno. Tutti propongono un'ulteriore detassazione dei redditi da capitale. Le destre annunciano la flat tax (al 15%, al 23%, sul reddito incrementale...), il M5S l'abolizione totale dell'Irap (che finanzia la sanità pubblica), il PD la continuità delle decontribuzioni per i nuovi assunti... Con quali risorse allora finanziare il blocco bollette?


LA TRUFFA DELLO SCOSTAMENTO DI BILANCIO O DELL'EXTRAGETTITO IVA

La Lega e il M5S propongono uno scostamento di bilancio, cioè un nuovo indebitamento pubblico col capitale finanziario da ripagare alle banche con tanto di interessi (oggi assai maggiorati). Si tratta non di una misura sociale, come provano a rappresentarla, ma di un nuovo carico sul lavoro salariato, su pensioni, sanità, istruzione, lavoro. Il fatto che Sinistra Italiana e persino Unione Popolare aprano allo scostamento di bilancio dimostra la loro incapacità di uscire da una logica di governo borghese dell'economia capitalista.

Ma fare oggi nuovo debito pubblico è un problema paradossalmente per lo stesso Stato borghese. Nel momento del rialzo dei tassi, di un arresto dell'acquisto titoli da parte della BCE, del negoziato sul nuovo Patto di stabilità, del minacciato tetto massimo di titoli di Stato nel portafoglio delle banche, dell'annunciato rientro dall'enorme indebitamento aggiuntivo accumulato a partire dalla pandemia, fare nuovo debito rappresenta obiettivamente un'incognita per il capitalismo italiano. Se i creditori, non sentendosi garantiti, cominciassero a disfarsi dei titoli italiani o semplicemente cessassero di acquistarli, lo Stato dovrebbe offrire alle banche interessi sempre più alti alimentando una spirale rischiosa. Da qui la ritrosia di Draghi e, a rimorchio, della stessa Meloni, a imboccare questa strada. Chi governa oggi, chi probabilmente domani, non vuole avventurarsi in un mare ignoto.
Peraltro Meloni sa bene che fare uno scostamento di bilancio al piede di partenza della legislatura significherebbe bruciare ogni spazio residuale di manovra per finanziare le promesse elettorali. Meglio non sparare tutte le cartucce al primo colpo. Il nuovo debito resta dunque l'ultima ratio in caso di necessità. La conclusione cui pervengono non a caso PD, Calenda e... De Magistris.

Ma allora chi paga? Due sono le voci reclamizzate.

La prima è il cosiddetto extragettito fiscale, cioè i maggiori incassi dell'IVA grazie all'inflazione. Che è come dire che l'inflazione ammazzasalari diventa la fonte di finanziamento del blocco tariffe. Una sorta di partita di giro. E siccome il blocco riguarderà soprattutto i costi energetici delle imprese, si tratterà di un nuovo trasferimento di ricchezza a vantaggio dei profitti e a spese dei salariati, mentre le imposte indirette, per loro natura regressive (paga di più chi ha di meno) resteranno intatte e semmai verranno accresciute.

La seconda è inevitabilmente la spesa sociale. Lo è ovunque. In Francia Macron finanzia le misure anti-inflazione col rilancio dell'attacco alle pensioni. In Gran Bretagna il grande investimento sul fronte bollette (per un valore di 180 miliardi di euro) è finanziato sia col nuovo indebitamento pubblico sia col taglio verticale delle protezioni ambientali. In Italia? Entrano nel mirino il misero reddito di cittadinanza, la spesa sanitaria (che cala da qui al 2026 in relazione al PIL), il sistema pensionistico (dove nessun partito borghese mette in discussione il ritorno secco alla legge Fornero, salvo forse definire una finestra di uscita anticipata con la pensione tagliata). Mentre si riapre la stagione della spending review a caccia di detrazioni e deduzioni da eliminare, non a caso falcidiate da tutte le ipotesi di flat tax.


PER UN PROGRAMMA D'EMERGENZA DELLA CLASSE OPERAIA

È necessario allora contrapporre alle “soluzioni” borghesi una soluzione proletaria del problema. Inevitabilmente anticapitalista e basata sulla mobilitazione.

Il blocco delle tariffe di gas luce benzina dev'essere immediato, ed esteso ai beni alimentari.
Va finanziato con la requisizione forzosa, immediata, integrale, dei 40 miliardi degli extraprofitti delle compagnie energetiche, che vanno nazionalizzate senza indennizzo e poste sotto controllo sociale; con la requisizione degli extraprofitti non meno sostanziosi accumulati dalle banche, dalle assicurazioni, dall'industria farmaceutica, dall'industria militare, dalla stessa industria alimentare; con una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco (quattromila grandi patrimoni finanziari sopra il milione di euro) che procurerebbe 400 miliardi, il doppio di quanto offerto a debito dal Recovery plan.

Va aperta una grande battaglia per l'aumento dei salari, che si metta sulla scia delle lotte salariali emergenti in Gran Bretagna, in Francia, negli Stati Uniti, con la richiesta di un aumento netto di 300 euro, e la riconquista della scala mobile dei salari. Oggi siamo in presenza della rincorsa tra prezzi e profitti: va spezzata col recupero dei salari.

Va sviluppato un grande piano di investimento nelle energie rinnovabili, non affidato al libero gioco degli incentivi di mercato ai privati ma programmato dallo Stato. L'investimento pubblico concentrato nell'enorme potenziale dell'eolico e del solare garantirebbe oltretutto tempi più brevi e certi di qualsiasi alternativa fossile, e contrasterebbe la logica suicida del puro rimpiazzo del fossile col fossile, lungo una china distruttiva. La cancellazione del debito pubblico verso le banche, con la loro relativa nazionalizzazione, assieme all'abbattimento delle spese militari, darebbe alla svolta ecologica il necessario sostegno finanziario. Altro che scostamento di bilancio.

Queste misure non sono compatibili con l'attuale ordine borghese. Ma sono al tempo stesso necessarie se si vuole realizzare una svolta vera. Per questo vanno incorporate alla battaglia d'autunno che si prepara. All'emergenza invocata dal padronato va contrapposto un programma di emergenza della classe operaia.

La lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici è l'unica vera risposta alla crisi delle bollette. Oltretutto l'unica via per strappare, cammin facendo, risultati parziali. Rinunciare a questa prospettiva anticapitalista significa rassegnarsi alla logica dei rattoppi, che serve solo a preservare il vecchio mondo proprio nel momento della sua rovina.

Partito Comunista dei Lavoratori

La dislocazione dei partiti borghesi nella campagna elettorale

 


Il vuoto di rappresentanza autonoma dei salariati

I partiti e gli schieramenti borghesi si scontrano all'arma bianca solo per contendersi la rappresentanza della stessa classe. La classe che hanno servito negli ultimi trent'anni, in alternanza o in collaborazione. Perché hanno governato tutti. Senza eccezioni.


“DONNA, MADRE, CRISTIANA”: LA PATRIOTA DELL'INDUSTRIA MILITARE

Il centrodestra, grande favorito del 25 settembre, ha governato per più di undici anni, con tutti i suoi partiti.

Ha governato naturalmente Berlusconi in primis, che oggi sogna una riforma presidenziale che possa portarlo al Colle. Ha governato più a lungo la Lega, anche a braccetto del M5S, sotto la guida di un Matteo Salvini che cerca di nuovo riparo nel futuro ministero degli interni per recuperare consenso elettorale sulla pelle dei poveracci. Ma ha governato anche la patriota Giorgia Meloni, ministra per la gioventù nell'ultimo esecutivo Berlusconi (2008-2011), quello che ha tagliato 8 miliardi alla scuola pubblica (Gelmini), e più di 10 miliardi al sistema sanitario, per ingrassare sanità privata e pagare il debito alle banche.
Non solo. Meloni ha votato sotto il successivo governo Monti la famigerata riforma Fornero e il pareggio di bilancio in Costituzione (Art 81) dietro indicazione dell'Unione Europea, per garantire il soccorso europeo alle banche italiane. Altro che “amica del popolo”! Peraltro la stessa Giorgia nazionale (“Donna, Madre, Cristiana”) che nel suo recente best seller rivendica «la responsabilità di una storia lunga 70 anni, ereditata da Almirante, Rauti e Fini» (altro che abiure) cerca oggi di rassicurare il capitale finanziario internazionale e professa un inossidabile atlantismo. Il suo patriottismo non è solo ideologia da comizio per la platea di Vox, ma anche difesa dell'industria militare tricolore (di cui l'amico Crosetto è illustre esponente), nella spartizione dei fondi europei e degli equilibri del Mediterraneo. Così il blocco navale anti-immigrati e le pose forcaiole in fatto di ordine pubblico non servono solo a dirottare verso falsi bersagli e nelle forme più odiose la rabbia sociale di ampi strati popolari, raggranellando il consenso da portare in dote alla borghesia, ma anche a lustrare le proprie mostrine agli occhi della Polizia e dei Carabinieri, oggi contesi alla Lega.

Resta un paradosso di fondo: il centrodestra gode del consenso maggioritario dei salariati nel momento stesso in cui annuncia un'incredibile flat tax a vantaggio dei capitalisti (sia essa al 15% o al 23%), messa a carico dei salariati stessi, con l'aumento delle tasse per i lavoratori in caso di flat tax al 23%, e/o col taglio ulteriore delle spese sociali e/o con nuovo indebitamento pubblico. Il paradosso misura il disastro compiuto a sinistra nell'arco di trent'anni.


Il PD DRAGHIANO E LA SUA CRISI. L'IMPOSSIBILE DC DELLA SECONDA REPUBBLICA

Il PD ha ostentato l'identificazione con il draghismo. Cioè con il governo del capitale finanziario nazionale ed europeo al massimo livello di rappresentatività. L'accordo con Calenda, poi disdetto da Calenda, e la successiva candidatura di Carlo Cottarelli, sono la carta identitaria del PD: un partito da sempre candidato a svolgere il ruolo della Democrazia Cristiana nella Seconda Repubblica, senza mai disporre della forza della DC e del contesto d'epoca che la rese possibile. Più precisamente, il ruolo di un partito borghese liberale con influenza di massa quale garante della stabilità. Il PD ha governato sempre negli ultimi dodici anni, con l'unica parentesi del primo governo Conte. Ha avuto tre presidenti del Consiglio (Letta, Renzi, Gentiloni) e le presidenze della Repubblica (Napolitano e Mattarella). Ha fornito un sostegno determinante a Monti e Draghi. È stato a tutti gli effetti il partito del potere, un architrave di sistema.

Il suo programma elettorale rivendica una dopo l'altra le “riforme” raccomandate da Confindustria: ulteriori privatizzazioni (ex Alitalia) sulla pelle dei lavoratori, liberalizzazioni di mercato nei servizi pubblici a vantaggio del capitale (Uber), controllo e gestione dei fondi europei a favore delle imprese, contenimento del debito pubblico a salvaguardia degli equilibri politici nella UE, difesa dei grandi monopoli energetici.
Le pose ambientaliste e sociali mimate da alcuni settori del PD, e dallo stesso Letta dopo la rottura di Calenda, sono solo una cartina fumogena. Basti pensare all'aumento delle spese militari del ministro della difesa Guerini, o alla rivendicazione dell'abolizione dell'IRAP, 13 miliardi sottratti in piena pandemia al finanziamento della sanità pubblica. Mentre persino la minitassa timidamente ventilata sulle successioni superiori ai 5 milioni – in sé assolutamente irrisoria – batte rapidamente in ritirata sotto il fuoco propagandistico della destra.

La verità è che nella storia degli ultimi trent'anni il PDS, poi i DS, infine il PD, è stato l'ariete di sfondamento delle politiche antioperaie. La precarizzazione del lavoro, a partire dal lavoro interinale, ha avuto quella matrice, nel 1997. Lo stesso vale per la deregolamentazione contrattuale, la distruzione dei diritti (prima della scala mobile, poi dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), l'equiparazione tra scuola pubblica e privata, la privatizzazione dell'acqua pubblica, il taglio a sanità e pensioni, le politiche di guerra, a partire dall'aggressione NATO alla Serbia. Sullo stesso terreno democratico vanta gli accordi infami con la Guardia libica per il sequestro e le torture dei migranti (Minniti), su cui oggi si limita a sospendere il giudizio, ed anche le riforme reazionarie della legge elettorale in senso maggioritario.

Se oggi il centrodestra minaccia di conquistare la maggioranza assoluta del Parlamento senza avere la maggioranza assoluta dei voti è grazie alla legge elettorale voluta dal PD. Che poi si presenta come... “barriera” contro la destra. Dopo aver governato con Berlusconi e Salvini e aver spianato la strada a Meloni.


IL MOVIMENTO 5 STELLE. UNO, NESSUNO, CENTOMILA, MA SEMPRE AL SERVIZIO DEL PADRONATO

Il Movimento 5 Stelle cerca di sopravvivere al proprio collasso mimando lo scavalcamento del PD sul terreno sociale. È un'operazione consentita dal profilo draghiano del PD, ma è un'operazione penosa.

Il M5S è stato il principale partito di governo della legislatura uscente, l'unico che ha governato sempre e con tutti. Ha preservato tutte le leggi antioperaie dei governi precedenti, a partire dalla distruzione dell'articolo 18. Ha siglato con Salvini i famigerati decreti sicurezza contro gli immigrati e i diritti di lotta dei lavoratori (criminalizzazione di blocchi stradali, picchetti, occupazioni...). Ha gestito col PD le politiche della pandemia, abbandonando al disastro un servizio sanitario immutato, obbedendo ai diktat criminali di Confindustria contro l'applicazione della zona rossa in Val Brembana, concertando con padronato e burocrazie sindacali la pace sociale nelle fabbriche contro le dinamiche di sciopero (marzo 2020) e in cambio di garanzie finte sulla sicurezza sanitaria nei luoghi di lavoro, aggirate da padroni e prefetture e prive di conseguenze in caso di inosservanza. Infine ha preso parte al governo Draghi e all'enorme operazione a debito, nazionale ed europeo, verso il capitale finanziario. In tutti e tre i governi ha sostenuto l'aumento progressivo delle spese in armamenti.

Le pose dell'ultima ora sul piano sociale non possono ingannare nessuno: la richiesta del salario minimo è stata disattesa in primo luogo dai governi Conte sotto il veto di Confindustria e burocrazia sindacale. Quanto al reddito di cittadinanza, già in partenza assolutamente insufficiente, discriminatorio verso gli immigrati non residenti da almeno dieci anni e penalizzante verso i nuclei familiari più numerosi, è stato ulteriormente riformato in senso peggiorativo dai governi Conte due e Draghi, sotto la pressione delle organizzazioni padronali che vogliono mano libera per sotto salari e sfruttamento.


SINISTRE CORRESPONSABILI E (DIVERSAMENTE) SUBALTERNE.
COSTRUIRE LA RAPPRESENTANZA AUTONOMA DEI SALARIATI


Questo panorama generale non si è affermato per un destino cinico e baro. Vi hanno concorso le responsabilità dei gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale dell'ultimo trentennio. Inclusi i quattro anni di corresponsabilità di governo sotto i due governi Prodi (PRC), e i tre anni aggiuntivi sotto i governi D'Alema e Amato, nel caso di Rizzo. Esperienze che hanno non solo contribuito a colpire la classe operaia ma hanno demolito perciò stesso la credibilità della sinistra come riferimento del lavoro. Acqua passata, si dirà, e invece no. Ciò che oggi accomuna le diverse sinistre che si affacciano al voto è la loro subordinazione diretta o indiretta ai poli borghesi e la rimozione della rappresentanza autonoma dei lavoratori.

Sinistra Italiana si è mostrata disposta a tutto pur di subordinarsi al PD. Persino a subire il suo accordo con Calenda, poi naufragato, e la candidatura di Cottarelli. La difesa ambientale e sociale a braccetto col PD è una contraddizione in termini e la misura dell'ipocrisia. L'argomento di un accordo necessario per battere la destra è risibile persino sul terreno strettamente elettorale, come tutti possono intendere. L'accordo ha invece una valenza tutta politica: Sinistra Italiana si riduce a una corrente esterna del PD, con diritti di libera uscita, come verso il governo Draghi, ma senza alcuna autonomia strategica. E la subordinazione strategica al PD significa subordinazione strategica al grande capitale, italiano ed europeo. Perciò stesso un aiuto alla reazione.

Il Partito Comunista di Rizzo ha portato a conclusione il proprio corso politico rossobruno, a rimorchio di culture reazionarie: in particolare dell'impasto no vax, complottista, putiniano. Difensore della “tradizione”, dei “valori nazionali”, del principio comunitarista, della sacra icona della famiglia. Se Sinistra Italiana si è ridotta a corrente esterna del PD, il PC si è ridotto a corrente esterna del campo reazionario e della sua periferia. Se il gruppo dirigente di Sinistra Italiana ha precipitato la crisi di SI pur di accordarsi col PD, Marco Rizzo non ha esitato a distruggere ciò che resta del suo partito pur di accordarsi alla reazione come ultima ruota del carro. Nel suo caso, il fascino irresistibile dell'avventura personale al di là di ogni barriera di classe ha avuto la meglio su ogni altra considerazione.

Unione Popolare rimpiazza la centralità di classe con le istanze interclassiste della cittadinanza democratica e progressista, lungo il terreno già battuto degli accordi con Di Pietro, Ingroia, Spinelli. La figura centrale e preponderante di De Magistris riassume la fisionomia dell'Unione, non meno dell'insistita proposta di un accordo col M5S. In questa operazione i partiti della sinistra svolgono il ruolo di portatori d'acqua. Il PRC, a dire il vero, con vocazione più sacrificale e subalterna di PaP, ma dentro la comune rimozione della rappresentanza centrale del lavoro e all'inseguimento di un grillismo perduto.

Il vuoto di rappresentanza politica indipendente di diciotto milioni di salariati resta dunque al centro dello scenario politico. Non è certo il PCL che può oggi colmare questo vuoto, e neppure l'alleanza elettorale delle sinistre classiste che pure abbiamo avanzato nel presente contesto e che altri hanno purtroppo declinato. Ma sicuramente il nostro partito porrà al centro della propria azione e proposta questo tema essenziale. In tutte le forme possibili, in ogni sede possibile.

Partito Comunista dei Lavoratori

VIDEO: Contro il governo Draghi! - Marco Ferrando (18 febbraio 2021) - Piazza S.Silvestro - Roma

 


Contro il governo Draghi, per il più ampio fronte unico delle lavoratrici e dei lavoratori!














Intervento del compagno Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, alla manifestazione unitaria contro il governo Draghi, tenutasi a Roma il 18 febbraio 2021. L’unità nazionale attorno a Draghi richiede la costruzione del fronte unitario più ampio dell’opposizione di classe. I padroni e il governo hanno paura di una sola cosa: la lotta di classe. Al fronte unico di padroni e governo opponiamo il fronte unico delle lavoratrici e dei lavoratori! L'alternativa vera è tra capitale e lavoro. Lottare coerentemente contro il capitalismo e i suoi governi significa battersi per un'alternativa politica anticapitalista e rivoluzionaria. Significa ricondurre ogni lotta alla prospettiva generale di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione! Avanti!


Partito Comunista dei Lavoratori


Per il più ampio fronte unitario di opposizione al governo Draghi

 


Lettera aperta rivolta a tutte le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe a seguito della formazione del governo Draghi

Care compagne e cari compagni,

è sicuramente evidente a tutti noi la rilevanza del cambio politico intervenuto con la formazione del governo Draghi. Un governo che è diretta espressione del capitalismo e della grande finanza, italiani ed europei. L’ampia unità nazionale che si è raccolta attorno al nuovo esecutivo non è solamente un episodio di clamoroso trasformismo, ma la misura della comune subordinazione al capitale finanziario di tutti i partiti di governo. Dai partiti europeisti liberali sino ai partiti di cosiddetta marca sovranista.

L’enfatica celebrazione mediatica di Mario Draghi indica l’investimento centrale della classe dominante nel nuovo esecutivo, come strumento di riorganizzazione del capitalismo italiano e del suo rilancio. Sul piano dei rapporti di classe, a partire dallo sblocco dei licenziamenti, sotto la pressione diretta di Confindustria; ma anche sul piano europeo e internazionale, nel segno di una forte sottolineatura atlantista.

Ogni sostegno accordato al nuovo governo da parte di forze della sinistra politica come da parte delle direzioni sindacali ci pare in profonda contraddizione con tutte le ragioni del lavoro. E viceversa tutte le rivendicazioni più elementari dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire dalla difesa della salute e del lavoro, militano contro il governo Draghi.

Per questo crediamo importante che fuori e contro l’unità nazionale attorno a Draghi prenda forma il più vasto fronte unitario di azione di tutte le sinistre di opposizione e di classe, sociali, politiche e sindacali, estranee al campo liberale come alla “galassia sovranista”. Superando ogni logica di primogenitura, di autosufficienza, di autocentratura, ci pare sia il momento di costruire gli “Stati Generali” dell’opposizione di classe.

Non è in discussione naturalmente la piena autonomia politica e organizzativa di ogni soggetto, nella consapevolezza delle diversità esistenti. L’esigenza che qui vogliamo sottolineare è un’altra: quella di fare fronte comune contro il governo dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici; quella di una unità d’azione delle nostre organizzazioni che si ponga al servizio della ricostruzione di una opposizione di massa. L’unica in grado di alzare un argine e di incidere sui rapporti di forza, tanto più a fronte del nuovo scenario politico.

Ci rivolgiamo dunque a tutte le organizzazioni della sinistra di classe, e a tutti i circuiti dell’avanguardia che già si pongono sul terreno dell’opposizione e già sollevano con diverse modalità il tema dell’unità delle lotte, per discutere insieme su come fare fronte comune. Per quel che ci riguarda siamo pienamente disponibili a superare la nostra stessa esperienza di coordinamento dentro un fronte d’azione più largo.

La preparazione comune di una manifestazione nazionale unitaria contro il governo di tutta l’opposizione di classe – da discutere e definire congiuntamente – ci pare possa essere un banco di prova importante dell’unità d’azione.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione
(Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Bergoglio val pure una messa

Il Papa apre le chiese nei giorni del contagio. Un crimine

16 Marzo 2020
Appena giovedì scorso la Conferenza Episcopale Italiana aveva suggerito la serrata ai 260 vescovi delle 260 diocesi. Pareva semplicemente l'applicazione sensata delle disposizioni imposte dal contenimento del coronavirus. Ma la stampa cattolico-reazionaria ha subito sollevato scandalo, rivendicando il primato dell'anima sulle misere preoccupazioni del corpo. E Papa Bergoglio, venerdì mattina, è intervenuto per dare il contrordine: le chiese vanno aperte! La Conferenza Episcopale ha dovuto smentire se stessa in meno di 24 ore.

Padre Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, molto vicino a Papa Francesco, ed anzi considerato tra i suoi portavoce informali, ha sentito il bisogno di spiegare il dietrofront di Bergoglio attraverso un'intervista al Fatto Quotidiano. La chiusura delle chiese era a suo dire «una misura... poco meditata. C'era l'esigenza di dare un segnale di disciplina e di sostegno al governo, ma ribadendo il ruolo primario della Chiesa: far sentire la sua presenza lì dove ci sono gli infermi, gli anziani, gli ultimi... Siamo sicuri che sbarrando l'ingresso in chiesa e cessando l'eucarestia si testimoni l'obbedienza al Vangelo che ci chiede un amore concreto verso il prossimo? No, era un errore. Altro che vicinanza al prossimo: il prossimo sarebbe morto. Per fortuna il Papa ha interrotto una grave sonnolenza spirituale».

Avete letto bene. Il “prossimo” muore se non riceve l'eucarestia, per sonnolenza dello spirito. Invece vive se per “amore”, in piena epidemia, si aprono le chiese, si promuovono aggregazioni collettive, si favorisce il contagio, per di più in aperta violazione di disposizioni pubbliche da cui il Papa evidentemente si ritiene dispensato.
Ecco, se uno voleva farsi un'idea del regime concordatario, è servito. La stessa Chiesa foraggiata per sei miliardi l'anno con sovvenzioni pubbliche pagate da tutti si sente in diritto di ignorare le leggi dello Stato persino in fatto di salute pubblica. E si rende così corresponsabile obiettivamente di un crimine. Perché di questo si tratta. Gli infermi, gli anziani, gli ultimi di cui parla Bianchi sono e saranno le prime vittime del contagio cui la Chiesa, per volontà di Bergoglio, concorre. Il fatto che questo avvenga per mano di un Papa che liberali e sinistre si affannano a presentare come progressista la dice lunga sulla deriva culturale della borghesia laica e delle sinistre sue succubi. Che infatti stanno in (religioso?) silenzio di fronte all'ennesimo crimine ecclesiastico.

È la riprova, se ve n'era bisogno, che solo una prospettiva anticapitalista può alzare il coperchio sulla natura reazionaria della Chiesa, sul suo passato e sul suo presente. Immutabile ed eterno, quale che sia il Papa di turno.
Partito Comunista dei Lavoratori

Partono le campagne nazionali del coordinamento unitario delle sinistre d'opposizione!

Qui trovi, in allegato i volantini delle campagne nazionali promosse dal coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione.

Il testo che qui pubblichiamo informa l'iniziativa e le campagne del coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione emerso dall'assemblea del 7 dicembre a Roma. In coda al testo si fa riferimento ai volantini specifici delle singole campagne.

Il coordinamento è e resta aperto, nazionalmente e localmente, all'adesione ulteriore di soggetti politici e sindacali.

Il PCL, con la propria autonomia politica, ha dato e dà un contributo determinante all'unità d'azione e all'iniziativa del coordinamento
.




UNIRE LE LOTTE
CONTRO UN GOVERNO PADRONALE
CONTRO LE DESTRE REAZIONARIE
PER UNA ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA



Il secondo governo Conte si era presentato a settembre come un governo di svolta. Si è rivelato invece, come era facile prevedere, un governo di continuità. Basta guardare i fatti.

Salvaguardia di tutte le misure degli ultimi decenni (Jobs Acts e precarizzazione del lavoro, Legge Fornero). Salvaguardia e consolidamento del patto di stabilità dell'Unione Europea attorno al debito pubblico, con la conseguente continuità delle politiche di austerità. Salvaguardia dei decreti sicurezza di Salvini e degli accordi infami con la Libia, veri accordi criminali finanziati con risorse pubbliche. Salvaguardia e anzi sviluppo del progetto di “Autonomia differenziata”, che accresce le disuguaglianze sociali e territoriali, attacca i contratti nazionali di lavoro, sospinge la privatizzazione ulteriore di servizi e patrimonio pubblico. Salvaguardia delle politiche internazionali militariste, nel quadro della Nato, a partire dalle missioni militari, incrementando persino l'acquisto degli F35, e sottraendo così risorse a beneficio dei settori più deboli della società.

La logica d'insieme resta la stessa dei precedenti governi: la dominazione del profitto a scapito della società, dell'ambiente, dei diritti sociali e democratici.

Ci pare scandaloso che questo governo e questa politica riceva il sostegno di tutta la sinistra parlamentare e della burocrazia sindacale. È un sostegno disastroso, per ragioni sociali e politiche.
Per ragioni sociali, perché protegge gli interessi dei capitalisti a spese dei lavoratori e delle lavoratrici, dei giovani, e di tutti gli sfruttati, isolando e frantumando le lotte di resistenza, bloccando ogni loro estensione, impedendo la loro unificazione.
Per ragioni politiche, perché questa condotta subalterna e complice getta milioni di lavoratori e lavoratrici tra le braccia della destra più reazionaria: una destra nazionalista, militarista, misogina, che dirotta la rabbia sociale verso i migranti per impedire che si rivolga contro i capitalisti.

A tutto questo noi vogliamo opporci. Non per custodire una piccola nicchia, ma per costruire e rilanciare politicamente una grande opposizione di massa e di classe.
Una opposizione che metta al centro della scena politica le ragioni del lavoro. Che punti a unire le tante lotte di resistenza. Che punti a ribaltare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro e nella società. Che assuma sino in fondo le ragioni del movimento ecologista per la salvezza del pianeta e del movimento femminista per la propria liberazione, movimenti di portata mondiale che investono il futuro stesso dell'umanità. Che sappia costruire una relazione viva con quei movimenti democratici che oggi positivamente occupano le piazze contro la destra ma che rimuovono tra gli altri i temi del lavoro, col rischio molto concreto di venire subordinati al sistema capitalista dal PD e dai suoi satelliti.

Il grande sciopero che ha percorso la Francia contro l'aumento dell'età pensionabile dimostra che solo la forza di massa di lavoratori e lavoratrici, continuativa e radicale, può impaurire le classi dominanti, incrinare il blocco sociale reazionario, unificare un blocco sociale alternativo. Solo un movimento di questa portata può fare argine contro le destre.

Vogliamo dunque contribuire ad una piattaforma di lotta generale e unificante del mondo del lavoro.

Sono 30 anni che il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori è privo di una propria piattaforma di lotta indipendente. Per contribuire a ricostruirla intendiamo promuovere una campagna unitaria attorno ad alcune rivendicazioni centrali.


1) RIDUZIONE GENERALE DELL'ORARIO DI LAVORO A TRENTA ORE A PARITÀ DI RETRIBUZIONE

Le controriforme degli ultimi trent'anni (dal pacchetto Treu del 1997 al Jobs Act e alla riforma Fornero) vanno tutte cancellate: hanno aumentato la disoccupazione, l'orario di lavoro complessivo e la sottrazione del tempo di vita.

Ora basta!

Vogliamo lavorare per vivere, non vivere per lavorare a beneficio dell'arricchimento di un pugno di sfruttatori! Ridurre l'orario di lavoro senza ridurre salari e stipendi permette di redistribuire il lavoro fra tutte e tutti, difendere i posti di lavoro attuali, aumentare l'occupazione, unire occupati e disoccupati, dare la nostra risposta allo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche e migliorare drasticamente la qualità della vita e la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Vanno ripristinati i diritti del lavoro, a partire dall'abrogazione delle leggi che lo hanno precarizzato. Il lavoro che c'è va ripartito fra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro. 30 ore settimanali a parità di retribuzione corrispondono a tale scopo. L'alternativa, come i fatti dimostrano, è l'aumento dei disoccupati e dello sfruttamento


2) ABOLIZIONE VERA DELLA LEGGE FORNERO, PER UN SISTEMA PREVIDENZIALE PUBBLICO A RIPARTIZIONE E RETRIBUTIVO, CON IL DIRITTO DI ANDARE IN PENSIONE A 60 ANNI O CON 35 ANNI DI LAVORO, CON LA CERTEZZA DI UNA PENSIONE FUTURA DIGNITOSA PER I GIOVANI

Non vogliamo vivere di più per lavorare di più, e sempre più duramente. Vogliamo avere pensioni che ci consentano di vivere dignitosamente, non pensioni integrative private buone solo per chi se le può permettere, rischiose per il futuro, e utili solo per arricchire la grande finanza. Le nostre pensioni devono pagarle quelli che si arricchiscono con il nostro sudore e i nostri affanni. Le paghino i grandi profitti, le rendite, i grandi patrimoni!

Solo un sistema previdenziale pubblico a ripartizione con calcolo retributivo può garantire la solidarietà tra generazioni. Solo un lavoro liberato dalle leggi di precarizzazione degli ultimi decenni, ed esteso a tutti attraverso la riduzione dell'orario, può sostenere il sistema previdenziale pubblico e assicurare ai giovani una pensione futura certa e dignitosa.


3) NAZIONALIZZAZIONE DEI SETTORI STRATEGICI DELL'ECONOMIA
E DELLE AZIENDE CHE LICENZIANO, CHE DELOCALIZZANO, CHE INQUINANO


È disumano che centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori siano trattate/i come limoni da spremere e poi gettar via per fare più profitti! È inaccettabile che le aziende possano devastare l'ambiente e poi cavarsela come nulla fosse!

I casi Whirpool, Ilva, Embraco, Bekaert, Mercatone Uno, Conad, Unicredit, Alitalia e tanti altri sono tutti scandali sociali inaccettabili. È necessaria una svolta radicale e veramente risolutiva. Solo la nazionalizzazione, sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori e senza alcun indennizzo alle aziende dopo tutti i miliardi a perdere che hanno ricevuto dallo Stato, è possibile salvaguardare l'occupazione e la salute pubblica. Se un azienda licenzia va nazionalizzata a tutela del lavoro. Se inquina la nazionalizzazione è la premessa di una riconversione della produzione e del risanamento dell'ambiente a tutela sia del lavoro che della salute. In entrambi i casi la nazionalizzazione deve avvenire sotto il controllo dei lavoratori stessi.


4) ABROGAZIONE, SENZA SE E SENZA MA, DEI DECRETI SICUREZZA DI MATTEO SALVINI E DEGLI ACCORDI CRIMINALI CON LA LIBIA

I decreti sicurezza sono un’infamia: negano i diritti di protezione umanitaria, colpiscono i salvataggi in mare di chi fugge da fame, guerre, devastazioni ambientali, criminalizzano forme di lotta più determinate e quindi più efficaci della classe lavoratrice (picchetti, blocchi stradali, occupazioni aziendali).

Il settore più colpito è quello dei lavoratrici e dei lavoratori immigrate/i, perché spesso e volentieri prive/i di diritti a causa di una precisa volontà politica: senza riconoscere pieni diritti a questo settore della nostra classe è più facile dividere le lotte e mettere lavoratrici e lavoratori le une contro le/gli altre/i, alimentare il razzismo e indebolire il conflitto. La classe lavoratrice è una: tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dalla cultura di provenienza, condividono gli stessi interessi e hanno lo stesso nemico. Colpire una parte della classe lavoratrice significa colpire e indebolire tutte e tutti, ed essere così più sole e soli di fronte a chi vuole sfruttarci e opprimerci per il profitto.
Invece lottare fianco a fianco per la ripartizione del lavoro, per un grande piano di opere sociali (a partire dal riassetto del territorio), per la requisizione di grandi patrimoni immobiliari sfitti, significa battersi di fatto per dare a tutti/e il diritto al lavoro e alla casa, che sono diritti inseparabili, rafforzando tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, anche quelle e quelli autoctoni.


5) NO ALLA GUERRA, USCITA DELL'ITALIA DALLA NATO, PER LA DRASTICA RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI (F35), PER IL RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE DALLE MISSIONI

L'attacco terroristico dell'imperialismo Usa in Iraq riporta in primo piano il tema dell'imperialismo e della guerra. La Nato è uno strumento di guerra e di oppressione dei popoli, come da ultimo dimostra la copertura offerta al terrorismo Usa e alle operazioni turche in Kurdistan e in Libia.
L'oppressione dei popoli parte “in casa propria” con l'oppressione delle lavoratrici e dei lavoratori. È inconcepibile che ogni anno quasi trenta miliardi siano destinati alle spese militari mentre si tagliano pensioni, sanità, istruzione. Le spese militari servono solo a garantire alle potenze imperialiste, Italia inclusa, strumenti utili per una competizione globale sempre più disumana, feroce e pericolosa.
Nessun essere umano deve soffrire e morire per le loro sporche guerre!
È necessario rompere con la Nato e difendere i diritti dei popoli oppressi contro ogni imperialismo a partire da quello di casa nostra, destinando le risorse pubbliche così liberate alla scuola, alla sanità, alla previdenza, al lavoro.

Ci dicono che queste rivendicazioni sono incompatibili con l'Unione Europea e le leggi del “mercato”. È vero. Ma solo perché l'Unione Europea e il capitalismo su cui si fonda sono una macchina da guerra contro i diritti dei lavoratori, delle lavoratrici, dei giovani, delle donne, della larga maggioranza della società.

Per questo non serve questo o quel governo di gestione di interessi che non siano quelli della grande maggioranza della società. Come dimostra il fallimento di tutti i governi di sinistra e di centrosinistra in Europa.

Serve un governo che, fondato sulla più ampia democrazia delle lavoratrici e dei lavoratori sui luoghi di lavoro e nella società, dunque sul loro potere, rompa del tutto con il sistema capitalistico e i suoi difensori! Per una alternativa anticapitalista e socialista in Italia e in Europa.

Si obietta che tutto questo è impossibile perché “le lavoratrici e i lavoratori non hanno più la forza di un tempo”. Ma è falso. Diciassette milioni di lavoratrici e lavoratori in Italia sono una forza enorme. Se questa forza si motiva e si organizza attorno a un proprio programma di lotta indipendente tutto diventa possibile. Come ha dimostrato lo stesso movimento di lotta che si è sviluppato in Francia.

Attorno alla mobilitazione di massa delle lavoratrici e dei lavoratori, l'unica in grado di ribaltare i rapporti di forza sociali, è possibile saldare tutte le rivendicazioni che danno un senso al cambiamento radicale della società: quelle ecologiste, di genere, democratiche.

Il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione vuole dare un contributo in questa direzione. Siamo organizzazioni diverse, con una propria autonoma identità, ma vogliamo unire le nostre forze in una battaglia comune, e coinvolgere nel modo più aperto ogni altro soggetto disponibile (politico, sindacale, associativo, di movimento).

Non abbiamo un recinto da difendere ma tanti steccati da abbattere! Gli steccati che per tanti anni hanno diviso le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, degli sfruttati, degli oppressi. Sono le lotte che è necessario unire.

Contro il governo, contro la destra, contro il capitalismo che entrambi difendono.

PER UN’ALTERNATIVA DI SOCIETÀ!
Coordinamento unitario delle sinistre di opposizione

Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista, La Città Futura,
Fronte Popolare, Partito del Sud, Partito Marxista-Leninista Italiano

Grande successo dell'assemblea unitaria delle sinistre di opposizione

L'assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione, tenutasi a Roma il 7 dicembre al Teatro de' Servi, è stata un vero successo.
Lo è stata innanzitutto in termini di partecipazione. Un teatro stracolmo, un centinaio di compagni e compagne che non sono riusciti fisicamente ad entrare in teatro per le disposizioni di sicurezza dei gestori del teatro stesso. Complessivamente oltre quattrocento compagni e compagne, quasi il doppio delle previsioni migliori.

La composizione dei presenti ha visto, oltre ai militanti delle tre organizzazioni promotrici, un settore significativo di compagni e compagne senza partito, attivisti sindacali e di movimento, compagni della diaspora della sinistra politica e segnatamente di provenienza Rifondazione. Una discreta presenza di giovani, una (purtroppo) limitata presenza femminile (ma non negli interventi).

La presidenza dell'assemblea è stata composta dalle tre organizzazioni promotrici (Marco Ferrando per il PCL, Mauro Alboresi per il PCI, Franco Turigliatto per SA) e dalla compagna Imma Barbarossa (in rappresentanza della minoranza del PRC che si è impegnata per la promozione dell'assemblea). Dopo la relazione introduttiva unitaria tenuta dal nostro portavoce nazionale Marco Ferrando, tredici sono stati gli interventi delle organizzazioni politiche nazionali promotrici (PCL, PCI, SA) e aderenti (Democrazia Atea con Carla Corsetti, Potere al Popolo con Giorgio Cremaschi, il PRC con Maurizio Acerbo, poi Fronte Popolare, Città Futura, Partito del Risorgimento Socialista, CARC, PMLI, Partito del Sud, Resistenze Internazionali). È intervenuta autonomamente in rappresentanza della minoranza di sinistra del PRC Eleonora Forenza. Erano presenti e sono intervenute organizzazioni interlocutrici sul fronte sindacale (l'area di opposizione CGIL "Riconquistiamo tutto" con Eliana Como e il SiCobas). Non ha potuto intervenire il segretario nazionale di SGB, Massimo Betti, perché purtroppo non è riuscito a entrare in teatro. È intervenuta una compagna del movimento di lotta contro l'autonomia differenziata. Sono intervenuti un operaio delegato della Whirlpool, una lavoratrice di Unicredit e il nostro compagno del PCL, operaio della FCA di Cassino, Luigi Sorge. Nel complesso ventuno interventi intensi e partecipati dal pubblico, in un clima di generale entusiasmo. Un clima condiviso innanzitutto dalle organizzazioni promotrici.

Non solo. L'assemblea ha registrato un crescendo di adesioni locali di organizzazioni, collettivi, strutture politiche, associative, di movimento che misura la domanda di unità d'azione che l'iniziativa ha polarizzato e tradotto. Per i limiti orari imposti dal teatro ospitante, non hanno potuto intervenire direttamente i collettivi locali che avevano fatto richiesta, che avranno però la possibilità di pubblicare sugli spazi social del fronte unitario i loro contributi, osservazioni, proposte. Tutte le energie ad ogni livello dovranno essere raccolte ed investite nell'azione comune.


IL PERCORSO CHE HA PORTATO AL 7 DICEMBRE

L'assemblea del 7 dicembre è lo sbocco di un percorso tenacemente perseguito.
Il Partito Comunista dei Lavoratori si è speso dai primi di settembre per costruire un fronte d'azione unitario di opposizione al nuovo governo e alla destra.
Nel momento stesso in cui Sinistra Italiana si coinvolgeva nel governo in cambio di un sottosegretariato, la burocrazia CGIL si comprometteva direttamente col nuovo esecutivo nel nome della ritrovata concertazione, il PRC si attestava inizialmente su una posizione di “né aderire né sabotare”, il nostro partito ha proposto pubblicamente la linea dell'opposizione di classe al nuovo governo come linea discriminante di raggruppamento a sinistra sul terreno dell'unità d'azione. (vedi l'appello "Per un'iniziativa unitaria di mobilitazione contro il governo Conte di tutte le sinistre di opposizione").

L'appello nostro era rivolto sia alle organizzazioni politiche della sinistra di opposizione sia alle organizzazioni o tendenze sindacali classiste. Sul versante sindacale alcune organizzazioni classiste si sono rese subito disponibili alla interlocuzione (come l'area di opposizione CGIL, il SGB, il SiCobas) e infatti sono intervenute il 7 dicembre. Sul versante politico, hanno opposto il proprio no il PC di Rizzo, con motivazioni autocentrate e settarie, e Sinistra Classe Rivoluzione. Si sono invece aperte al confronto Sinistra Anticapitalista, che già aveva ipotizzato un'assemblea comune autunnale, il Partito Comunista Italiano (PCI), Potere al Popolo, Democrazia Atea, la minoranza di sinistra del PRC. Con queste organizzazioni si è sviluppato un quadro di riflessione, prima con incontri bilaterali e poi con una discussione comune, per la definizione delle basi politiche e delle forme organizzative dell'azione unitaria. Numerosi i problemi incontrati: (legittime) discussioni e divergenze interne ad alcuni partiti coinvolti, differenze di opinioni sulle forme di convocazione dell'iniziativa unitaria (il ruolo maggiore o minore dei partiti nella sua promozione), le finalità del fronte comune (proiezione elettorale o unità di lotta), e soprattutto il nodo del rapporto con Rifondazione Comunista (tra rifiuti pregiudiziali di un suo coinvolgimento e un'assoluzione politica preventiva delle sue contraddizioni verso il governo).


L'IMPOSTAZIONE DEL PCL

In tutte queste discussioni preparatorie il PCL ha sostenuto una posizione netta: definizione del terreno di iniziativa unitaria come terreno di unità d'azione nella lotta di classe e nei movimenti sociali, fuori da ogni logica elettorale o di proposizione di nuovi soggetti politici; rifiuto di ogni pregiudiziale verso il PRC sul terreno dell'unità d'azione ma anche contro una frettolosa rimozione della sua prolungata ambiguità politica verso il governo Conte due e verso Sinistra Italiana (tema oltretutto oggetto per una fase di un'importante battaglia politica interna al PRC da parte della sua minoranza di sinistra); una chiara assunzione di responsabilità delle organizzazioni politiche di opposizione nella promozione della iniziativa comune, fuori da ogni finzione scenica “sociale e movimentista”.

L'assemblea nazionale del 7 dicembre, la sua promozione, la sua discussione, i suoi sbocchi, ci paiono in piena sintonia con questa impostazione. La relazione di apertura di Marco Ferrando e le conclusioni di Mauro Alboresi, così come l'intervento di Franco Turigliatto di Sinistra Anticapitalista, hanno definito quattro campagne unitarie nazionali a favore di rivendicazioni caratterizzanti: riduzione progressiva dell'orario a parità di paga, la vera nazionalizzazione delle aziende che licenziano e inquinano, la cancellazione dei decreti sicurezza, il ritiro delle truppe da tutte le missioni militari. A questo fine è stata promossa la costituzione di un coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione come strumento di gestione dell'unità d'azione. Un coordinamento aperto a tutte le organizzazioni disponibili a una battaglia comune di opposizione dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici, con una proiezione attiva sui territori. Da qui un percorso di assemblee aperte su scala locale sino a una giornata di mobilitazione nazionale comune a fine gennaio.


AUTONOMIA POLITICA E UNITÀ D'AZIONE

Torneremo più ampiamente sulle prospettive del 7 dicembre. Ma alcune prime considerazioni si impongono.

Il successo di partecipazione e di entusiasmo registrati dall'assemblea nazionale danno slancio alla iniziativa unitaria e mettono alla prova le organizzazioni promotrici e coinvolte.
Il PCL sarà impegnato da ora a costruire il fronte unitario d'azione a partire dai territori, fuori da ogni logica di primogenitura, di preclusioni, di veti, e con l'unica preoccupazione di costruire il fronte più ampio possibile sul terreno dell'opposizione sociale di classe. Una unità d'azione tra organizzazioni diverse dell'avanguardia in funzione del rilancio di un fronte di massa: l'unica via per alzare un argine contro la destra, ribaltare i rapporti di forza, aprire il varco di un'alternativa anticapitalista.

Nessuno si nasconde le difficoltà. Difficoltà legate all'arretramento profondo del movimento operaio, al crollo della sinistra politica, alla sproporzione tra i mezzi disponibili e gli scopi ambiziosi che ci poniamo. Ma tanto più per queste ragioni, l'assemblea del 7 dicembre ha un significato importante: rappresenta un elemento di controtendenza rispetto alla dinamiche di frammentazione dell'iniziativa di lotta, e a volte di incomunicabilità tra organizzazioni all'interno stesso dell'avanguardia; consente a organizzazioni diverse ma anche a tanti compagni e compagne senza partito di trovare una comune trincea di lotta e di iniziativa.

Il rispetto dell'autonomia politica di ogni soggetto e al tempo stesso la ricerca della battaglia comune contro un avversario comune non debbono essere messi in contrapposizione tra loro, ma semmai in relazione feconda. “Marciare separati, colpire insieme” ha detto il compagno Marco Ferrando nel riassumere in termini leninisti il significato che ha per noi questa esperienza di fronte unico. È il criterio cui ci atterremo.
Partito Comunista dei Lavoratori

Assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione







Dopo le importanti adesioni, nei giorni scorsi, di Potere al Popolo!, Fronte Popolare, La Città Futura, Democrazia Atea, Laboratorio Politico Iskra, e l'annuncio della partecipazione del Partito della Rifondazione Comunista, hanno comunicato la loro adesione all'iniziativa del 7 dicembre a Roma anche le seguenti organizzazioni:

Resistenze Internazionali

Collettivo Guevara

Collettivo marxista rivoluzionario “Assalto al cielo”

Risorgimento Socialista-Lega dei Socialisti

Associazione culturale Casa Rossa - Spoleto

Collettivo Syntagma - Milano

Circolo ARCI Interzona Fuori Luogo - Torino

Cobas Pubblico Impiego - Comune di Cologno Monzese



Per adesioni: assemblea7dicembre2019@gmail.com

Unire le lotte! Contro un governo padronale! Contro le destre reazionarie!

10 Novembre 2019
Roma, 7 dicembre, ore 10:00, Teatro de' Servi
Il governo Conte bis è un governo dei poteri forti, nazionali ed europei, col sostegno del capitale finanziario e del Vaticano. Il PD è il loro punto di riferimento organico, il M5S un utile comprimario, per di più capace di assumere su alcune tematiche posizioni ancor più di destra. La legge di stabilità è il loro manifesto: riduzione del cuneo fiscale senza che i padroni paghino un euro, e dunque a carico dei lavoratori; ripristino e allargamento delle agevolazioni fiscali a vantaggio dei profitti; rispetto ossequioso del Patto di stabilità concordato con la UE. Nel mentre resta intatto tutto il lavoro sporco dei governi precedenti: Jobs Act, Legge Fornero, decreti sicurezza contro i migranti e le lotte dei lavoratori, accordi con la Libia, autonomia differenziata.

Se la soddisfazione per la caduta del governo M5S-Lega, un governo reazionario e liberticida, è ben comprensibile, non c’è davvero alcuna ragione (un vero paradosso) per esultare a sinistra, come pure è avvenuto da parte di alcune organizzazioni, per la nascita di questo nuovo governo padronale. Ma paradosso ancora più tragico è che il governo si regge sul sostegno diretto delle direzioni sindacali e sul coinvolgimento della sinistra parlamentare. Ciò che regala alle destre peggiori, Salvini e Meloni, un ampio spazio di demagogia reazionaria presso gli strati popolari in funzione della propria rivincita. Come sempre, il “meno peggio” spiana la strada al peggio. Lo stesso risultato delle elezioni regionali in Umbria conferma questa verità.

C'è allora urgente bisogno di ricostruire un'opposizione di massa al governo Conte dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici. Un'opposizione radicale e senza equivoci. Un'opposizione che punti a unire tutto ciò che padroni e governo vogliono dividere, a partire dalle lotte di resistenza a difesa del lavoro (ex Ilva, Whirlpool...) per contrastare i nuovi grandi processi di ristrutturazione capitalista. Una opposizione che si raccolga attorno ad una piattaforma generale indipendente, in una prospettiva di alternativa anticapitalista. Una opposizione che possa diventare riferimento utile per connettere i movimenti sociali, ambientalisti, femministi, contro la repressione e la reazione, a partire dal movimento contro il cambiamento climatico e di quello delle donne, dando continuità alle mobilitazioni di novembre. Una opposizione che possa saldare attorno alla classe lavoratrice la più vasta insoddisfazione popolare sbarrando la strada alla destra.

In funzione di questa prospettiva, e su queste basi di chiarezza, riteniamo necessaria la più vasta unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, sociali e politiche (comuniste, socialiste, anticapitaliste, libertarie). Per coordinare l'azione nelle lotte e unire nelle lotte il nostro campo sociale.


Per questo promuoviamo un'ASSEMBLEA UNITARIA DELLE SINISTRE DI OPPOSIZIONE, per affermare questo impegno unitario e quale occasione di confronto, iniziativa, mobilitazione.

Roma, 7 dicembre, presso il Teatro de' Servi (Via del Mortaro 22), dalle ore 10:00



Promotori:

Partito Comunista dei Lavoratori
Partito Comunista Italiano
Sinistra Anticapitalista






Le ragioni di una opposizione a sinistra

Articolo pubblicato il 27 settembre su il Manifesto - La soddisfazione per la caduta agostana di Matteo Salvini, il ministro più reazionario del dopoguerra, è comprensibile. Chiunque abbia lottato per i diritti degli sfruttati non può che condividerla. Meno comprensibile a sinistra è l'apertura di credito al nuovo governo Conte. Il PD è stato negli anni un partito contrapposto al lavoro. Il voto determinante alla Legge Fornero, che ha spianato la strada a Salvini, lo diede il PD di Bersani. Renzi ha aggiunto al carnet la distruzione dell'articolo 18, ciò che neppure Berlusconi era riuscito a fare. Peraltro proprio Renzi è stato l'attore decisivo della formazione del nuovo governo, e la formalizzazione oggi di Italia Viva ne accresce ulteriormente il peso. Ora, un governo “di svolta” che si regge su Renzi non è già in sé una contraddizione in termini?

Il punto non è la legittimità parlamentare del nuovo governo, ma la sua natura di classe. Il primo voto di fiducia al Conte due non l'ha dato il Parlamento, ma il capitale finanziario, la Borsa, il Vaticano, le cancellerie dell'Unione Europea, il Presidente più reazionario della storia americana. Significa che i poteri forti, nazionali e internazionali, si sentono rassicurati dal ritorno al governo del PD quale partito organico di sistema. Di più: sperano che il PD possa “normalizzare” definitivamente il M5S, ripulirlo delle residue scorie, assimilarlo a un polo liberale stabile. Il voto del M5S a favore di Ursula von der Leyen in sede europea è un passo in questa direzione, come lo sono i negoziati in corso tra M5S e PD nelle regioni.

Peraltro il programma del nuovo governo, al netto di ogni retorica, riflette la sua natura: riduzione del cuneo fiscale con costo zero per i padroni; infrastrutture a tutto spiano; centralità del sostegno, fiscale e finanziario, al made in Italy. Mentre resta il Jobs Act, resta la Buona Scuola, resta la legge Fornero, restano nella loro “ratio” gli stessi decreti sicurezza, già peraltro sulla scia di Minniti. Resta insomma il lavoro sporco condotto dai precedenti governi. L'austerità non è rilanciata solo perché è ereditata. Le direzioni sindacali guadagnano il tavolo di concertazione, ma le ragioni del lavoro stanno dall'altra parte della barricata.

Il sostegno da sinistra al governo Conte, oltre che socialmente immotivato, è disastroso politicamente. Lasciare a Salvini e Meloni il monopolio dell'opposizione significa concimare la loro rivincita. È già avvenuto negli anni '90 e 2000, quando governi di centrosinistra nati “contro la destra”, e sostenuti dalla sinistra “radicale” (da Bertinotti a Rizzo), spianarono la strada due volte al ritorno di Berlusconi, oltre che al suicidio di Rifondazione. Sinistra Italiana pare ripetere, in peggio, la stessa esperienza, per di più con forze assai più marginali.

Credo che l'opposizione al nuovo governo sia l'unica scelta coerente di una sinistra classista. Una opposizione senza ambiguità: non basta dire che il Conte due “non è il nostro governo”, va detto che è un governo del capitale. Su questo terreno credo necessaria la più ampia unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, politiche e sindacali, in funzione della ripresa delle lotte sociali. Non c'è bisogno di (legittime) manifestazioni di partito camuffate da manifestazioni unitarie. C'è bisogno di costruire un'unità d'azione vera, che nel rispetto dell'autonomia di ogni soggetto – politico, sindacale, di movimento – muova dalla chiarezza di una scelta di campo: quello del lavoro, non del capitale.

Marco Ferrando

O si sostiene il governo del capitale o si fa opposizione di classe

O di qua o di là, non si può stare in mezzo al guado

Con la nomina di viceministri e sottosegretari, il governo Conte ha completato i suoi assetti. Anche la sinistra ha definito i propri.

Sinistra Italiana ha strappato un sottosegretario. Si era presentata con il PRC alle elezioni europee nel nome della autonomia dal PD e della rottura col centrosinistra. Entra tre mesi dopo in un governo PD-M5S applaudito dalla Borsa e da Trump. Nel grande trasformismo della politica borghese anche Sinistra Italiana ha offerto il suo contributo.

Il PRC si era presentato con Sinistra Italiana alle elezioni annunciando che “questa volta si fa davvero la sinistra di alternativa”. Oggi, dopo aver rivendicato ai quattro venti un governo PD-M5S, si dissocia da SI che ci è entrata, perché il governo «non ha un programma di svolta» e bisogna «incalzarlo» affinché la svolta ci sia. Che è chiedere a un governo del capitale di fare una politica per i lavoratori. Una posizione che alimenta illusioni invece di fare chiarezza. Una posizione di pressione critica, non di opposizione aperta.

Invece proprio di opposizione c'è bisogno. Non si può stare in mezzo al guado: o si sostiene il governo del (grande) capitale o si fa opposizione di classe. O di qua o di là.
IL PCL conferma a maggior ragione la propria proposta di unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione. Ognuna col proprio profilo, insieme nella contrapposizione al governo. È l'ora dell'unità, nella chiarezza della scelta di campo.
Partito Comunista dei Lavoratori

Per un'iniziativa unitaria di mobilitazione contro il governti,o Conte di tutte le sinistre di opposizione

A Potere al Popolo, Sinistra Anticapitalista, Lotta Comunista, Partito Comunista, Sinistra Classe Rivoluzione, Partito Comunista Italiano

A Il sindacato è un'altra cosa-opposizione CGIL, Confederazione Unitaria di Base, Sindacato Generale di Base, Sindacato Intercategoriale Cobas, Unione Sindacale di Base, Confederazione Cobas, Unione Sindacale Italiana



Il governo Conte bis nasce sotto il segno poteri forti, nazionali e internazionali. Un governo salutato dall'entusiasmo della Borsa e del capitale finanziario, e al tempo stesso sostenuto dai principali sindacati, dalla sinistra parlamentare (Sinistra Italiana), e in parte, seppur criticamente, dal PRC. Tutto ciò designa uno scenario politico nuovo.

Il programma reale del governo PD-M5S è il riflesso della sua natura sociale: privilegiamento degli interessi europeisti della grande impresa, concertazione con la burocrazia sindacale, consolidamento dell'asse atlantista in politica estera, sostegno attivo agli interessi specifici dell'imperialismo italiano, innanzitutto in Africa. Le stesse rivendicazioni democratiche dei movimenti di opposizione a Salvini (sociali, antirazzisti, femministi, ambientalisti) sono destinate ad essere cestinate, mentre la compromissione nel governo o attorno al governo della sinistra politica e sindacale (CGIL) lascerà a Salvini il monopolio dell'opposizione e uno spazio obiettivo di rivincita.

Il nostro partito si colloca senza riserve all'opposizione del nuovo governo. Per questo sosterremo ogni iniziativa di lotta del movimento operaio e dei movimenti sociali e democratici, a difesa della loro autonomia, contro ogni logica di subordinazione all'esecutivo. In questo quadro appoggiamo l'azione di sciopero generale promosso da CUB, SGB, SI Cobas, USI per il 25 ottobre, e riteniamo sarebbe importante la massima convergenza unitaria di tutto il sindacalismo di classe attorno a questa iniziativa, contro ogni logica di frammentazione e concorrenza tra sigle.


Più in generale consideriamo importante la più ampia unità d'azione delle sinistre di opposizione sul terreno dell'opposizione al governo. Abbiamo bisogno di costruire una vera unità d'azione dell'opposizione di classe. Per questo proponiamo, in tempi brevi, un incontro nazionale delle sinistre di opposizione che discuta e definisca l'agenda comune delle iniziative di mobilitazione e di lotta contro il governo.

Non si tratta ovviamente di risolvere divergenze di impostazione strategica che hanno una radice nella storia del movimento operaio e che si sono in questi anni consolidate, né dunque si tratta per parte nostra di perseguire aggregazioni politiche confuse basate sulla rimozione di tali divergenze. Rivendichiamo la nostra autonomia quanto rispettiamo l'autonomia altrui. Ciò che proponiamo invece è combinare la massima chiarezza del confronto con la massima unità sul piano dell'azione comune contro il governo e il padronato, facendo dell'opposizione di classe e di massa al governo il terreno centrale di unità d'azione, fuori e contro ogni logica settaria.

Pensiamo che un coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione potrebbe rappresentare un punto di riferimento comune per migliaia di militanti e attivisti di diversa collocazione, ed anche un fattore di incoraggiamento e valorizzazione delle loro disponibilità di lotta.

Su questa proposta contatteremo direttamente le vostre organizzazioni per verificare le concrete disponibilità. Per parte nostra siamo naturalmente disponibili a convergere su iniziative da altri proposte che abbiano la stessa logica e finalità unitaria.

Partito Comunista dei Lavoratori