Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Whirpool. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Whirpool. Mostra tutti i post

Occupare la Whirlpool! - Marco Ferrando (31/10/20)


Intervento del Partito Comunista dei Lavoratori all'assemblea operaia alla #Whirlpool di Napoli del 31 ottobre 2020. Il PCL ha sostenuto, sostiene e sosterrà ogni iniziativa di lotta che le lavoratrici e i lavoratori della Whirlpool metteranno in campo.



Per quanto ci riguarda, il tempo è ora. Occupare la fabbrica! Costruire una mobilitazione unitaria del movimento operaio! Per una vertenza generale del mondo del #lavoro! Per la #nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio della fabbrica! "Ma voi proponete l'#esproprio!?" La risposta è: SI. Se i padroni licenziano gli operai, gli operai hanno il diritto di rivendicare il licenziamento dei padroni! Leggi qui le nostre posizioni 👉 https://bit.ly/2Jo08d7

Partito Comunista dei Lavoratori

I fatti di Napoli

 


La crisi congiunta della borghesia e del movimento operaio

26 Ottobre 2020

I fatti di Napoli di venerdì 23 ottobre sono al centro di un vasto commentario politico.
Non ci interessano in questa sede le grida scandalizzate dei tutori padronali dell’ordine pubblico: sono gli stessi partiti di governo di ieri e di oggi che hanno tagliato 37 miliardi alla sanità pubblica mentre ingrassavano i profitti delle banche e dell’industria militare. Il loro “ordine” criminale è il primo responsabile dell’emergenza attuale. Men che meno ci interessano le posture teatrali del governatore De Luca che ha spolpato la sanità campana anche per finanziare le proprie clientele elettorali, combinando il sottobosco democristiano con il bonapartismo populista, sempre sondaggi alla mano.

Ci interessa invece il confronto apertosi sulla vicenda all’interno della sinistra, anche di quella classista e antagonista. Due sono le letture specularmente opposte dei fatti di Napoli che si alimentano reciprocamente sui social.
La prima vede i fatti di Napoli come una rivolta “guidata dai fascisti” e dominata da posizioni negazioniste. Una lettura variamente appoggiata dagli ambienti borghesi liberali per motivare il riflesso d’ordine e l’appello al pugno di ferro. E anche alimentata per interesse proprio dagli stessi ambienti dell’estrema destra, che provano a intestarsi la ribellione sui media non potendosela intestare sulla piazza. Il tentativo di Forza Nuova di mimare il giorno dopo a Roma la rivolta di Napoli, attraverso un po’ di fuochi artificiali e qualche sparuta decina di fascisti, ha misurato il patetico fallimento dell’operazione.
La seconda è quella che rappresenta i cortei di venerdì notte come una rivolta sociale progressista, espressione del proletariato napoletano o di suoi settori colpiti dalla crisi e minacciati dal lockdown. Una lettura sostenuta o corteggiata da alcuni circuiti di estrema sinistra che tendono a vedere in ogni dinamica di piazza in quanto tale un antagonismo salutare e progressivo. È il caso ad esempio dei CARC, che passano con disinvoltura dalla partecipazione alle peggiori manifestazioni nazionaliste, reazionarie, negazioniste ("Liberiamo l'Italia", Roma 10 ottobre) all'esaltazione dei fatti di Napoli come «resistenza spontanea delle masse popolari».
Ciò che accomuna le due opposte letture è l’assenza di un’analisi di classe, rimpiazzata da schemi ideologici che confondono la realtà con l’immaginario.


UNA PIAZZA COMPOSITA

Va intanto premesso che la piazza di Napoli ha avuto dimensioni obiettivamente contenute, nell’ordine di uno o due migliaia di partecipanti, secondo le stime più ottimistiche fornite dagli stessi promotori. Chi confonde queste dimensioni con quelle di una sollevazione popolare non sa cosa cos’è quest’ultima, forse perché non gli interessa. È in effetti più facile salutare ovunque una rivoluzione immaginaria che lavorare per una rivoluzione reale.

Lo spaccato sociale delle manifestazioni di venerdì rivela al tempo stesso un quadro composito.
Un ruolo centrale l’ha avuto la piccola borghesia della città, a sua volta impasto di ingredienti diversi. Ne fanno parte innanzitutto i piccoli padroni evasori del fisco che tengono in nero i lavoratori che sfruttano, nei retrobottega, nelle cucine, ai banchi dei bar, nei servizi di pulizia, negli studi professionali. Le loro associazioni cittadine (commercio, alberghiero, ristorazione) sono state in prima fila nella convocazione della piazza, e ora fanno leva sulla minaccia dell’ordine pubblico per battere cassa presso lo Stato e la giunta regionale. Il loro obiettivo è la salvaguardia di un privilegio sociale oggi minacciato dalla crisi.
Al loro fianco sono scesi in piazza lavoratori autonomi realmente proletarizzati, piccole partite IVA che non sfruttano lavoro salariato, che hanno già chiuso o che stanno per chiudere, che cercano la tutela sociale da un declassamento già di fatto operante. Sono i percettori annunciati prima dei 600 euro, poi dei 1000, spesso oltretutto arrivati – quando sono arrivati – a rovina già consumata.

Alla piccola borghesia si è aggiunto un settore di lavoro dipendente direttamente coinvolto dalla crisi degli esercizi presso cui lavora, per lo più in nero o con contratti usa e getta. Salariati minacciati dalla disoccupazione, che spesso non potrebbero accedere per via dei mille paletti neppure alla miseria del reddito di cittadinanza o di emergenza, e che dunque vedono nella salvezza dei propri padroni la difesa di qualche forma di reddito.

In entrambi i cortei si è fatto vivo un pezzo del mondo calcistico delle curve, che soffre oggi la privazione dello stadio e riproduce nello scontro con la polizia il proprio codice paramilitare.

Un settore di sottoproletariato, prevalentemente disoccupato, componente stabile del tessuto sociale napoletano, che ha visto oggi ulteriormente immiserita la propria condizione e allargate le proprie dimensioni.

Infine era certamente presente un settore criminale di basso profilo, colpito in primis dal coprifuoco notturno, che rende più complicate alcune attività criminali (spaccio), e poi dalle maggiori difficoltà di raccogliere il pizzo da attività colpite dal lockdown parziale. Anche se altri settori della malavita si sono ingrassati col lockdown grazie alla pratica dell’usura e dell’acquisto a prezzi stracciati.

Questo magma sociale contraddittorio si è espresso in due cortei diversamente convocati: uno organizzato da giorni dalle corporazioni cittadine delle classi medie, un altro improvvisato venerdì stesso da ambienti antagonisti e partito dal piazzale antistante l'Università Orientale. L’annuncio perentorio di De Luca di un immediato lockdown regionale – senza alcuna copertura economica per nessuno degli interessi colpiti – ha irrobustito entrambi i cortei, popolandoli di altre centinaia di persone, che hanno espresso per questa via la propria protesta.
La composizione dei cortei, entrambi diretti verso i palazzi della Regione, ha così travalicato la diversità delle piattaforme iniziali. Durante la prima ondata della pandemia, che solo marginalmente ha toccato la Campania, De Luca aveva potuto finanziare il proprio blocco clientelare con sussidi varia natura, ottenendo anche per questa via la rielezione. Ora che la seconda ondata travolge Napoli, il Presidente eletto entra in rotta di collisione con gli interessi che aveva foraggiato. Le manifestazioni di venerdì sono anche la crisi di una parte del suo blocco sociale di riferimento.


LA CRISI CONGIUNTA DELLA BORGHESIA E DEL MOVIMENTO OPERAIO

Più in generale, i fatti di Napoli sono il riflesso – in ultima analisi e al di là delle loro modeste dimensioni – della crisi congiunta della borghesia e del movimento operaio. La profondità della crisi capitalista erode l’egemonia borghese su ampi settori di classe media, mentre la crisi del movimento operaio porta tra le braccia della classe media settori di salariati e disoccupati. La risultante d’insieme è un blocco sociale spurio e instabile.
Nell’ultimo decennio abbiamo visto diverse espressioni di questo fenomeno. Ne è stata un'espressione il fenomeno dei "forconi" nel 2010-2011, con un marcato profilo reazionario. Ne è stata un'espressione in Francia il fenomeno dei gilet gialli, con un profilo molto più indefinito e poliedrico. A Napoli non è nato un movimento, si è trattato ad oggi di una manifestazione. Ma nella manifestazione si sono espressi a livello embrionale gli ingredienti potenziali della stessa miscela.
Questa miscela non è stata diretta o ispirata dai fascisti e/o dalla camorra, come vorrebbero quegli ambienti liberali che invocano il pugno di ferro della polizia, ma certo non è diretta né può esserlo, per la sua stessa natura, dalla classe lavoratrice e dalle sue ragioni sociali.

Il tema strategico per la sinistra di classe non è allora l’impossibile egemonia su questo blocco, ma la sua rottura e scomposizione lungo una linea di classe. Una linea che punti a sottrarre salariati, precari, disoccupati all’egemonia piccolo-borghese per ricomporli attorno a una piattaforma di classe unificante e a una mobilitazione generale.

Le misure di emergenza sanitaria le paghino i padroni, non i proletari e nemmeno la piccola borghesia!

- 100% di copertura salariale per tutti i cassaintegrati.
- Blocco generale dei licenziamenti, contro ogni minaccia di sblocco
- Nazionalizzazione delle aziende che licenziano, senza indennizzo e sotto controllo operaio, a partire oggi da Whirlpool.
- Regolarizzazione dei precari: a pari lavoro, pari diritti. Nella sanità, nella scuola, nelle fabbriche, nel terziario, nei campi. Ovunque.
- Abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro, e la giungla delle cooperative e degli appalti.
- Salario dignitoso ai disoccupati.
- Copertura delle perdite di esercizi commerciali ed artigiani, sulla base del reddito (dichiarato) del 2019.
- Un grande piano di nuovo lavoro nel trasporto pubblico, nella bonifica da amianto, nel risanamento del territorio, nella messa in sicurezza delle abitazioni.
- Riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga, 30 ore pagate 40. Il lavoro che c’è sia ripartito fra tutti.
- Raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica e requisizione di quella privata, con l’assunzione a tempo indeterminato di 100000 medici e infermieri e la riapertura dei duecento ospedali soppressi.
- Patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco e abbattimento delle spese militari. Paghi chi non ha mai pagato.


Sono rivendicazioni che non si limitano a difendere l’immediato interesse della nostra classe, ma puntano alla ricomposizione attorno ad essa di un più vasto blocco sociale anticapitalista.
Solo un'irruzione sul campo della nostra classe, attorno a un proprio programma unificante, può consentirle di polarizzare l’enorme malcontento sociale che monta anche tra le fila dei settori declassati della piccola borghesia, incorporandoli alle ragioni del proletariato e a una prospettiva di governo dei lavoratori.
Il rischio altrimenti è muoversi a rimorchio di altre classi, fosse pure nel nome dell’antagonismo o, addirittura, della rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Luoghi di lavoro o di contagio?

Cosa ci dice lo sciopero di Pomigliano

12 Marzo 2020
La vera notizia delle ultime misure del governo non è il fatto che chiudono i bar e i ristoranti, ma che restano aperte le fabbriche, la logistica, i trasporti, le banche, oltre naturalmente ai servizi alimentari e sanitari. Dopo tante chiacchiere sulla fine della classe operaia, emerge una verità incontestabile: la produzione e circolazione delle merci resta la base materiale della società, quella di cui non si può fare a meno. L'unico piccolo dettaglio è che proprietà e controllo del lavoro restano nelle mani dei padroni. E lo si vede anche ai tempi del coronovirus.


LA CONFINDUSTRIA VUOLE MANO LIBERA

La Confindustria ha ottenuto dal governo mano libera nella gestione del lavoro. Le “raccomandazioni” sull'igiene nelle fabbriche non contano nulla. Conta il cosiddetto principio di autodeterminazione, già sancito, guarda caso, da un accordo interno a Confindustria lombarda e oggi esteso a livello nazionale. Quello per cui in buona sostanza è il padrone che decide, fabbrica per fabbrica, cosa tenere aperto e cosa chiudere, e soprattutto quali sono le condizioni del lavoro. Questo principio è inaccettabile e va respinto. Sono i lavoratori e le lavoratrici che producono le merci, che le trasportano, che le distribuiscono. Devono poterlo fare in sicurezza. E la sicurezza non può essere affidata ai capitalisti, dev'essere sotto il controllo dei lavoratori.

Il diario della crisi è eloquente. Nella manifattura, nella logistica, nei trasporti, ovunque. Gli stessi padroni che ostentano gesti umanitari di beneficenza sono quelli che calpestano la sicurezza di chi lavora.

Padroni che rifiutano di fornire le mascherine protettive “perché l'OMS ha detto che non servono”. Che raccolgono a sera le mascherine dei dipendenti per rifilarle il giorno dopo. Che rifiutano di sanificare le postazioni di lavoro. Che mantengono la produzione di reparto dopo casi accertati di positività, ignorando la richiesta di estendere accertamento medico. Che inviano i dipendenti a consegnare pacchi anche a persone in quarantena senza strumenti di protezione. Che privano di protezione macchinisti e ferrovieri. Che non dispongono i distanziamenti in mensa, o che semplicemente non assicurano il servizio mensa perché “alle 18 la ristorazione chiude” e ai dipendenti si dice "arrangiatevi"...

Da tutta Italia centinaia di testimonianze raccontano di angherie e soprusi dei padroni, fregandosene delle stesse “raccomandazioni” del governo. Perché il vero governo sono loro, in situazione normale e in emergenza.


MA SI SCIOPERA ANCHE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Ma non sempre i lavoratori subiscono. In molti luoghi di lavoro iniziano a reagire. In diversi magazzini della logistica in Lombardia e in Emilia, nei porti di Genova e di Napoli, negli stabilimenti Whirlpool... Ovunque la rivendicazione è una sola: pretendiamo sicurezza. È il terreno su cui tutti i sindacati di massa e di classe dovrebbero unire la propria azione per unificare un fronte di lotta su scala generale, senza alcuna subordinazione ai padroni e al governo. Altro che comunicati congiunti tra sindacati e Confindustria, o il timido sussurro di qualche distinguo! È il momento di rivendicare un controllo sindacale indipendente sulle condizioni del lavoro. Anche perché la sicurezza sul lavoro è decisiva nella guerra contro il virus.

Certo, la situazione è difficile in questo scenario cupo di emergenza, ma vi sono episodi che gettano un fascio di luce. In particolare ne sottolineiamo uno.
In FCA di Pomigliano martedì scorso gli operai hanno fatto sciopero spontaneamente contro l'assenza delle mascherine, costringendo la FIOM a coprire lo sciopero. È avvenuto non in una fabbrica qualunque, ma nel regno della ex FIAT, dove la voce del padrone è formalmente legge dal 2010. Dove ricatto, intimidazione, reparti confino sono pane quotidiano. E deve esservi stata sorpresa e spavento ai piani alti se il giorno dopo, la direzione FCA annuncia di voler mettere in regola le condizioni sanitarie delle proprie aziende sospendendo la produzione. L'allargamento dello sciopero è in fondo l'unico contagio che li preoccupa.


IL SEME E IL GERMOGLIO

Certo, è un episodio piccolo, sullo sfondo di un clima generale di paura e dopo una lunga stagione di passività. Ma è un episodio significativo.
Ci dice che che sotto la coltre di una lunga gelata il braciere della ribellione non è mai spento. E le stagioni passano, anche quando sembrano interminabili.
All'inizio le guerre sono sempre subite, con un carico di sofferenze, umiliazioni, paura. Ma la paura prima o poi svanisce, e può risolversi in ribellione. E la ribellione si vendica delle umiliazioni subite. Non a caso i dopoguerra sono spesso rivoluzionari.

Naturalmente l'emergenza straordinaria del coronavirus è ben diversa da una guerra vera. Ma così è vissuta da milioni di lavoratori e lavoratrici in un'esperienza drammatica e nuova. E quando finirà – magari dopo un lungo tunnel – non tutto tornerà necessariamente come prima.
Ciò che si semina oggi può germogliare domani. Questo è il lavoro dei rivoluzionari.
Partito Comunista dei Lavoratori

Assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione







Dopo le importanti adesioni, nei giorni scorsi, di Potere al Popolo!, Fronte Popolare, La Città Futura, Democrazia Atea, Laboratorio Politico Iskra, e l'annuncio della partecipazione del Partito della Rifondazione Comunista, hanno comunicato la loro adesione all'iniziativa del 7 dicembre a Roma anche le seguenti organizzazioni:

Resistenze Internazionali

Collettivo Guevara

Collettivo marxista rivoluzionario “Assalto al cielo”

Risorgimento Socialista-Lega dei Socialisti

Associazione culturale Casa Rossa - Spoleto

Collettivo Syntagma - Milano

Circolo ARCI Interzona Fuori Luogo - Torino

Cobas Pubblico Impiego - Comune di Cologno Monzese



Per adesioni: assemblea7dicembre2019@gmail.com

Unire le lotte! Contro un governo padronale! Contro le destre reazionarie!

10 Novembre 2019
Roma, 7 dicembre, ore 10:00, Teatro de' Servi
Il governo Conte bis è un governo dei poteri forti, nazionali ed europei, col sostegno del capitale finanziario e del Vaticano. Il PD è il loro punto di riferimento organico, il M5S un utile comprimario, per di più capace di assumere su alcune tematiche posizioni ancor più di destra. La legge di stabilità è il loro manifesto: riduzione del cuneo fiscale senza che i padroni paghino un euro, e dunque a carico dei lavoratori; ripristino e allargamento delle agevolazioni fiscali a vantaggio dei profitti; rispetto ossequioso del Patto di stabilità concordato con la UE. Nel mentre resta intatto tutto il lavoro sporco dei governi precedenti: Jobs Act, Legge Fornero, decreti sicurezza contro i migranti e le lotte dei lavoratori, accordi con la Libia, autonomia differenziata.

Se la soddisfazione per la caduta del governo M5S-Lega, un governo reazionario e liberticida, è ben comprensibile, non c’è davvero alcuna ragione (un vero paradosso) per esultare a sinistra, come pure è avvenuto da parte di alcune organizzazioni, per la nascita di questo nuovo governo padronale. Ma paradosso ancora più tragico è che il governo si regge sul sostegno diretto delle direzioni sindacali e sul coinvolgimento della sinistra parlamentare. Ciò che regala alle destre peggiori, Salvini e Meloni, un ampio spazio di demagogia reazionaria presso gli strati popolari in funzione della propria rivincita. Come sempre, il “meno peggio” spiana la strada al peggio. Lo stesso risultato delle elezioni regionali in Umbria conferma questa verità.

C'è allora urgente bisogno di ricostruire un'opposizione di massa al governo Conte dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici. Un'opposizione radicale e senza equivoci. Un'opposizione che punti a unire tutto ciò che padroni e governo vogliono dividere, a partire dalle lotte di resistenza a difesa del lavoro (ex Ilva, Whirlpool...) per contrastare i nuovi grandi processi di ristrutturazione capitalista. Una opposizione che si raccolga attorno ad una piattaforma generale indipendente, in una prospettiva di alternativa anticapitalista. Una opposizione che possa diventare riferimento utile per connettere i movimenti sociali, ambientalisti, femministi, contro la repressione e la reazione, a partire dal movimento contro il cambiamento climatico e di quello delle donne, dando continuità alle mobilitazioni di novembre. Una opposizione che possa saldare attorno alla classe lavoratrice la più vasta insoddisfazione popolare sbarrando la strada alla destra.

In funzione di questa prospettiva, e su queste basi di chiarezza, riteniamo necessaria la più vasta unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, sociali e politiche (comuniste, socialiste, anticapitaliste, libertarie). Per coordinare l'azione nelle lotte e unire nelle lotte il nostro campo sociale.


Per questo promuoviamo un'ASSEMBLEA UNITARIA DELLE SINISTRE DI OPPOSIZIONE, per affermare questo impegno unitario e quale occasione di confronto, iniziativa, mobilitazione.

Roma, 7 dicembre, presso il Teatro de' Servi (Via del Mortaro 22), dalle ore 10:00



Promotori:

Partito Comunista dei Lavoratori
Partito Comunista Italiano
Sinistra Anticapitalista