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SOLIDARIETÀ OPERAIA E MILITANTE A3 LAVORATOR3 DELLA FILIERA GRUPPO 8

 


SOLO LA LOTTA OPERAIA ABBATTE LO SFRUTTAMENTO

La sezione Romagna del Partito Comunista dei Lavoratori aderisce alla manifestazione del 6 settembre a Forlì, indetta da SUDD Cobas.

La vicenda dei lavoratori della filiera Gruppo 8 è così platealmente vergognosa che per ampi settori della società civile (e persino per alcuni partiti alla guida di varie autorità locali, che finora hanno tenuto gli occhi ben chiusi) non è possibile non schierarsi dalla parte degli operai. Da dicembre dell’anno scorso i lavoratori si sono ribellati alle condizioni inumane di sfruttamento a cui venivano sottoposti, un regime di semi-schiavitù in cui dormivano in un capannone fatiscente lavorando 12 ore al giorno, 7 giorni su 7. Sono queste, infatti, le condizioni che come un cancro infestano il comparto del mobile imbottito, quel famoso Made In Italy che la destra postfascista erge a feticcio. È una malattia di lunga data che prevede sostanzialmente il subappalto non solo delle fasi produttive quanto del caporalato, aprendo e chiudendo del giro di poco aziende fittizie, che hanno come unico scopo quello di applicare condizioni di lavoro “cinesi”. Sono zavorre vuote, pronte per essere abbandonate alla prima protesta dei lavoratori o a qualche ispezione o indagine. Una delocalizzazione dietro casa. La giustizia borghese si è dimostrata clamorosamente inefficace, proprio in una provincia in cui il Sindaco ha cavalcato il tema della “sicurezza” in campagna elettorale. L’unica sicurezza che viene garantita è il profitto del padronato, tutelato proprio dagli elementi della destra cittadina che – in una corrispondenza di amorosi sensi – difendono fattivamente e politicamente lo sfruttamento e l’insicurezza creata dal sistema criminale emerso nella vertenza. Contro i lavoratori che scioperano, gli avvocati-politici dell’azienda invocano continuamente l’applicazione del DL 1660, rendendo chiaro (se ancora ce ne fosse bisogno) che questa norma repressiva serve solo a manganellare e incarcerare chi lotta per il posto di lavoro e un tipo di società diverso. Come Partito Comunista dei Lavoratori siamo al fianco degli operai della filiera Gruppo 8 e sosteniamo la piattaforma rivendicativa di Sudd Cobas, che altro non è che il ripristino delle condizioni minime e dovute. La tenacia di questi lavoratori ha scoperchiato un vaso di Pandora che rende questa vertenza molto di più di una diatriba sindacale, come qualcuno vorrebbe. I lavoratori di un intero comparto, a volte distanti solo pochi metri o chilometri, nell’ennesimo capannone fatiscente, guardano a questi colleghi che hanno alzato la testa. È dovere di tutta la classe operaia muoversi compatti nella lotta, a prescindere dalla provenienza o dall’appartenenza sindacale. Occorre unire le vertenze del territorio e colpire il padronato dove fa più male, il portafoglio, con scioperi, picchetti e la ripresa di un’incisiva azione sindacaleal di là delle sigle.  Il padronato tenta di dividere i lavoratori per provenienza geografica, settore, contratto, azienda; soffia sul razzismo per usare i pregiudizi come leva salariale, per fare in modo che chi lavora non si riconosca più come classe. Occorre una vertenza generale, che rimetta al centro la classe operaia: serve un fronte unico di classe! Come dimostra in modo esemplare questa vertenza, è la classe lavoratrice l’unica che ha la capacità di rovesciare i rapporti di sfruttamento: occorre dare vita a una nuova stagione di mobilitazione e strappare di nuovo quei diritti che sembravano acquisiti ma che il padronato ci ha tolto, con il silenzio e la connivenza delle burocrazie sindacali. Chiediamo:

  • La nazionalizzazione sotto il controllo operaio, senza indennizzo, di tutte le aziende che delocalizzano, anche dietro casa, basta con il sistema di subappalto, basta con il caporalato
  • Per una cassa nazionale di resistenza a sostegno degli scioperi
  • Per l’abolizione di tutte le leggi repressive finalizzate a colpire i lavoratori in lotta per il posto di lavoro. No al DL 1660.
  • Salari dignitosi! I salari sono fermi da vent’anni, è un’emergenza non più rinviabile. Reintroduzione della scala mobile e abolizione di sfruttamento e precarietà!
  • Per un’indennità di disoccupazione dignitosa per i giovani e le persone in cerca di lavoro

PER LA RIPRESA DI UNA MOBILITAZIONE OPERAIA GENERALE, UNIRE LE LOTTE, ABBATTERE LO SFRUTTAMENTO!

PER UN’ALTERNATIVA DI SOCIETÀ! PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI!

Il protocollo sul caldo fra governo, padroni e sindacati

 


La logica di un'intesa colabrodo

8 Luglio 2025

Nella primavera del 2020 l'accordo fra governo Conte, Confindustria e sindacati per gestire l'irruzione travolgente della pandemia nei luoghi di lavoro non prevedeva sanzioni per chi lo avesse violato. La sua unica funzione fu quella di stoppare l'onda di scioperi dal basso di centinaia di migliaia di lavoratori (marzo 2020) che chiedevano misure di sicurezza sanitaria nelle fabbriche contro il cinismo padronale. Quel cinismo capitalista che poco prima in Val Brembana aveva posto il veto su misure di recinzione sanitaria, come a Codogno, per consentire la continuità di produzione e profitti (“Bergamo is running”), col risultato di moltiplicare le morti per Covid a livelli di record (mondiale).

Il protocollo di accordo fra governo, sindacati, organizzazioni padronali, dei primi di luglio 2025 sulla gestione del lavoro durante l'ondata di caldo – in un quadro certo meno drammatico ma non meno serio – ricalca, in forma diversa, la stessa logica del 2020. Una somma di buoni proponimenti: l'invito ai padroni a consultare il bollettino meteo, il suggerimento di eventuali flessibilizzazioni concordate degli orari, la disponibilità del governo a coprire con la cassa integrazione eventuali sospensioni del lavoro imposte dal caldo, l'appello alle parti sociali a contemperare la tutela dei lavoratori con la continuità del lavoro a partire dai “lavori di pubblica utilità”, l'invito alle Regioni a predisporre apposite ordinanze dentro lo spirito dell'accordo, l'immancabile retorica sulla collaborazione fra le parti.
L'elemento centrale del protocollo siglato è l'assenza di ogni impegno vincolante per i padroni, e dunque la sostanziale assenza di misure sanzionatorie. Nella sostanza, un liberi tutti.

Il governo Meloni ha naturalmente esultato presentando l'accordo come proprio successo politico (“avete visto, anche Landini ha firmato, altro che governo antioperaio”); Confindustria e tutte le organizzazioni padronali hanno applaudito il governo e la “responsabilità” sindacale (anche a futura memoria, in vista dei contratti); le burocrazie sindacali CGIL-CISL-UIL, unite, hanno esaltato la collaborazione fra le parti come paradigma di nuove possibili relazioni con padronato e governo, nel segno di quel riconoscimento di ruolo che è l'unica vera aspirazione delle burocrazie.

Ma il risultato per i lavoratori? È quello documentato dalla cronaca delle giornate successive: nessuna reale garanzia di protezione del lavoro. Le ordinanze regionali, quando vi sono state, sono state non solo le più diverse – sancendo la disparità dei diritti a parità di condizioni – ma anche per lo più inosservate. Nei cantieri edili la “salvaguardia delle opere di pubblica utilità” ha significato quasi ovunque continuità di lavori massacranti nelle fasce orarie più torride, spesso nelle regioni più calde, come la Sicilia. Nelle campagne, come nell'Agro Pontino, il lavoro è continuato come sempre nelle ore di punta, condannando in particolare i lavoratori immigrati a condizioni insostenibili. La logistica (trasporti, magazzini, rider) è stata a volte persino ignorata dalle ordinanze, come in Veneto e Toscana, mentre altre volte le relative ordinanze sono state inevase dai padroni. Altrettanto può dirsi per l'industria, in particolare per la piccola e media impresa: gli scioperi operai in Elettrolux di Forlì, e in alcune aziende del milanese e del mantovano, hanno denunciato le condizioni del lavoro in fabbrica, ed anche, di fatto, la natura truffaldina dell'intesa nazionale fra le parti.

Sulla base di un elementare criterio classista, la rivendicazione sindacale unificante avrebbe dovuto e dovrebbe concentrarsi su una misura semplice di valenza generale: una legge che dica che in presenza di temperature superiori a 30 gradi e con un tasso di umidità superiore al 70% il lavoro viene interrotto. Ovunque e senza deroghe (se non quelle legate a prestazioni sanitarie urgenti), con un potere di controllo e di veto degli RSL, e con piena garanzia di salario. Punto. Ma una rivendicazione così chiara richiede una logica opposta a quella delle burocrazie. Una logica che contrapponga le ragioni del lavoro a quelle del capitale. Una logica da vertenza generale e di reale mobilitazione.
È la logica con cui il PCL si batte in ogni luogo di lavoro e in ogni sindacato di classe.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una prima lettura del risultato referendario


 Il risultato referendario, pur nella sua parzialità, è una cartina di tornasole dello scenario italiano. Di valenza politica e sindacale. Su questo esprimiamo una primissima valutazione di carattere generale, che segnala gli aspetti contraddittori del risultato ma soprattutto pone l'esigenza di una svolta generale di linea politica e sindacale del movimento operaio italiano. Lo facciamo con tanta più determinazione avendo partecipato, con una nostra autonoma impostazione, alla campagna referendaria per i cinque "sì".



LE CONTRADDIZIONI DI UN RISULTATO

1) Dodici milioni di voti a sostegno del "sì" sui temi del lavoro non sono in sé un dato irrilevante. Né lo è il 30% di partecipazione complessiva al voto. Tanto più considerando il fatto che il calcolo percentuale è fatto comprendendo tra gli aventi diritto gli italiani all'estero, spesso ignari dell'esistenza stessa del referendum. Una autentica truffa dal punto di vista democratico, taciuta e rimossa paradossalmente dagli stessi promotori del referendum, e non solo. Inoltre l'esclusione dalla partita referendaria, per decisione della Consulta, dell'Autonomia differenziata ha sicuramente ridimensionato l'afflusso al voto, com'era prevedibile, in particolare nel Sud (ma non solo). Così a loro volta i primi dati di domenica sull'affluenza hanno contribuito a ridurre ulteriormente la partecipazione.

2) Il voto raccoglie il grosso dell'elettorato di sinistra e di centrosinistra, senza scalfire la massa abnorme dell'astensione (secondo i sondaggi, il 58% dei lavoratori salariati alle ultime elezioni europee), e senza incidere sul blocco sociale ed elettorale della destra (tra cui un 39% di voto operaio sull'elettorato attivo per Fratelli d'Italia, sempre secondo i sondaggi). Nel complesso, i blocchi elettorali e i relativi rapporti di forza appaiono sostanzialmente intatti. Dopo due anni e mezzo di governo Meloni, la destra tiene la propria base sociale. Ma la pretesa della destra di intestarsi l'astensione come proprio consenso politico è abusivo. La destra tiene ma non è maggioranza nella società italiana. Se ha il 59% dei parlamentari a fronte del 44% dei voti (elezioni politiche del 2022) è grazie ad una legge elettorale varata dal PD, il "Rosatellum". Ciò che nessuno ricorda.

3) La distribuzione geografica e territoriale del voto ricalca l'articolazione interna dei due principali blocchi elettorali. I fenomeni di passivizzazione conoscono un'espressione particolarmente concentrata nel Meridione, nei piccoli centri, nella provincia profonda. Che sono anche, in linea generale, il principale bacino della destra. Mentre le grandi città nel loro complesso rivelano una maggiore sensibilità sociale e democratica. Significa che la città non egemonizza la provincia, e che quest'ultima continua a fare da zavorra.

4) Mentre il voto sui quesiti del lavoro raccoglie al proprio interno oltre un 80% di consenso al "sì" (attorno ai 12 milioni di voti), il 35% per il "no" sul quesito della cittadinanza (quasi 5 milioni di voti) riflette la perdurante influenza di posizioni e pregiudizi reazionari sul tema dell'immigrazione all'interno della stessa base elettorale del centrosinistra. Un fatto eloquente. Un riflesso della presa della destra sul senso comune di ampi settori popolari. Ma anche delle politiche del centrosinistra.


UN BILANCIO DI VERITÀ. L'ESIGENZA CENTRALE DI UNA SVOLTA

Questi primi elementi di osservazione richiamano l'esigenza di un bilancio, e soprattutto di un cambio radicale di prospettiva.

La gestione della campagna referendaria da parte dei suoi promotori è stata un riflesso della loro natura. Il PD liberalprogressista ha dovuto contorcersi per motivare la richiesta di abrogazione di misure come il Jobs act, che aveva votato e varato. Il M5S contiano ha pensato bene di dissociarsi sul quesito relativo alla cittadinanza, avendo coltivato nel tempo politiche anti-immigrazione (la denuncia dei «taxi del mare»). Senza potersi ancorare per loro natura a contenuti di classe, PD e M5S hanno condotto essenzialmente una campagna referendaria “contro la destra”, incapace di incunearsi nel suo blocco sociale.
La burocrazia CGIL, con Maurizio Landini, ha fatto in un certo senso l'opposto: si è richiamato giustamente alla centralità dei contenuti sociali dei quesiti ma dicendo che non erano contro il governo e la destra, con l'idea che spoliticizzare la campagna potesse allargare la sua presa.
Il risultato smentisce il combinato disposto di entrambe le impostazionien; mentre le contraddizioni passate e presenti del campo referendario hanno fornito armi preziose alla speculazione delle destre («il referendum è una lotta interna alla sinistra pagata dagli italiani»). La loro volontà di intestarsi politicamente l'astensione, per quanto abusiva, è stata parte di questa operazione.

Detto questo, il risultato non riflette tanto la gestione della campagna referendaria quanto i processi di più lungo corso. Processi inseparabili dalla linea generale delle direzioni del movimento operaio e sindacale.
La passivizzazione della maggioranza dei salariati, combinata con l'influenza delle destre nelle loro file, è il prodotto di una lunga stagione di subalternità e di compromissione, per responsabilità della sinistra politica sindacale. È il deposito di mezzo secolo. Non puoi pensare di dissolverlo e neppure di scuoterlo con una pura iniziativa di carattere referendario nei fatti concepita come surrogato della mobilitazione.
La stessa storia delle campagne referendarie dimostra che i risultati vincenti sono sempre stati un sottoprodotto, diretto o indiretto, di grandi mobilitazioni. Così fu per il divorzio (1974) e l'aborto (1981), così fu in un contesto diverso per la stessa vittoria referendaria sull'acqua pubblica nel 2011, sullo sfondo di un'ampia mobilitazione contro il governo Berlusconi. I referendum dell'8 e 9 giugno, invece, nonostante il loro carattere progressivo, avevano al piede la zavorra di una prolungata passività dell'azione sindacale, più che decennale, sul terreno della lotta di classe: nessuna piattaforma generale riconoscibile, nessuna unificazione di lotta delle centinaia di vertenze delle aziende in crisi, nessuna unificazione sul terreno delle vertenze contrattuali di categoria, nessuna azione di sciopero vero mirata ad incidere realmente sui rapporti di forza. Il fatto che la destra e/o i fautori del "no" abbiano contrapposto ai referendum il tema del salario («il problema oggi non è il Jobs act ma il fatto che i lavoratori non arrivano a fine mese...») non misura solamente la loro sconfinata ipocrisia, ma anche la mancanza di una battaglia salariale unificante, e di una piattaforma generale che la comprenda.

Tutto ciò ha conseguenze anche sul piano democratico. È vero, la CGIL si è pronunciata contro l'infame decreto sicurezza anche con manifestazioni e presidi. Ma senza legare la sacrosanta battaglia democratica alle ragioni di uno scontro sociale vero, nelle sue ragioni di classe riconoscibili e nelle sue forme d'azione, la stessa battaglia democratica non riesce ad incidere sul senso comune di massa. Il fatto che oggi i sondaggi ci dicano che il decreto sicurezza ha un consenso del 70% (!) nonostante il suo contenuto arcireazionario lo dimostra in modo drammatico.
Così la stessa ricomposizione di un blocco sociale alternativo, che recuperi le grandi masse del Mezzogiorno, è impensabile senza una piattaforma sociale unificante che connetta la classe operaia con la più larga massa della popolazione povera: il fatto che i sindacati abbiano subito senza una reale azione di lotta la cancellazione del reddito di cittadinanza (al di là della rituale critica nei talk show) è corresponsabile della passivizzazione nel Sud.
Lo stesso vale, infine, sul tema cruciale dell'immigrazione: senza un approccio di classe alla questione, che parta dall'organizzazione diretta dei salariati immigrati, e che comprenda i diritti dei migranti dentro una piattaforma di lotta unificante, il richiamo democratico resta più debole della semplificazione reazionaria, anche all'interno della classe lavoratrice («arrivano in massa, ci tolgono il lavoro, ci comprimono i salari...»).


“RIPARTIRE”: IN CHE MODO E PER ANDARE DOVE?

Landini ora dice che occorre ripartire dai milioni di "sì". Ma in che modo, e per andare dove? L'idea di recuperare l'esperienza della cosiddetta “coalizione sociale” di sette anni fa, cioè una rete di rapporti di vertice con diverse associazioni laiche e cattoliche progressiste, può forse servire alla burocrazia CGIL e al suo peso negoziale nel rapporto col centrosinistra, ma non serve al movimento operaio e sindacale. Ciò che serve è l'apertura di una vertenza generale vera, che rompa gli argini della pace sociale, e punti ad unificare realmente sul terreno della lotta i 18 milioni di salariati, e attorno a essi un più vasto blocco sociale alternativo. Senza lavorare a questa svolta generale non si sviluppa la coscienza della classe, non si scuote l'indifferenza, la passività, la demoralizzazione. Tanto meno si disgrega il blocco sociale della destra.

Solo una rivolta sociale vera, non solo declamata, può aprire dal basso una pagina nuova, ed anche strappare risultati parziali. È con questa linea di intervento che il PCL ha partecipato alla campagna dei cinque "sì", fuori da ogni illusione istituzionale. È con questa proposta che daremo battaglia nei sindacati di classe, tra i lavoratori e le lavoratrici, nella giovane generazione proletaria.

Ma battersi per questa svolta significa battersi per un'altra direzione del movimento operaio sul piano sia sindacale che politico. Milioni di lavoratori e lavoratrici sono senza una propria rappresentanza politica autonoma. Il rifiuto di Landini di rompere coi partiti borghesi di centrosinistra e di costruire un autonomo partito del lavoro concorre a questa privazione di rappresentanza. Occorre battersi per svilupparla.

Va costruito un partito indipendente della classe lavoratrice tanto radicale quanto sanno essere i partiti padronali a difesa della loro classe. Un partito che riconduca ogni battaglia immediata alla prospettiva di un'alternativa di società, nella quale a comandare siano i lavoratori e non i capitalisti. Un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, unica vera alternativa.

Il PCL si batte ogni giorno per la costruzione di questo partito, assieme ai marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori

SINISTRA UNITA PER BOLOGNA: OVVERO IL SOCIALISMO IN UN SOLO QUARTIERE

 


Sinistra Unita a Bologna è nata per apporre, accanto all’opposizione al governo centrale (sic!) … una serie di rivendicazioni sociali di declinazione locale.

Così recita l’articolo a firma Michele Terra e Agostino Giordano comparso sull’edizione de il Manifesto il 9 settembre 2021.

Insomma, uno dei punti fermi, pare di capire, sia l’opposizione al governo centrale.

Ora accade che, in uno dei momenti più drammatici della vicenda politica e sociale del paese, che ha portato alla schiacciante vittoria delle destre e del partito post fascista di Giorgia Meloni, SU non riesca a proferire parola riguardo alla propria proposta e posizionamento politico in merito.

Questa afasia è clamorosa ma non sorprendente. Come si sarebbe dovuta schierare SU in queste elezioni?

La domanda è semplice. Purtroppo non lo è altrettanto la risposta.

I due maggiori azionisti di questa operazione politica, limitata al territorio bolognese, sono il Partito della Rifondazione Comunista e Partito Comunista Italiano.

Quando nacque SU in vista delle elezioni comunali di Bologna, vide la concorrenza all’ultimo voto di Potere al Popolo in un gioco al massacro che impedì ad entrambe le liste di ottenere un rappresentante nel consiglio comunale di Bologna. Non male per la sinistra “radicale” (ma non rivoluzionaria) che si professa un giorno si e l’altro pure unitaria e tesa solamente alla tutela delle istanzi sociali dei movimenti e delle masse popolari.

Possiamo dire che un certo vizio settario fu galeotto?

Com’è ben risaputo la realtà ha più fantasia dell’immaginazione e si diverte continuamente a scherzare con i destini delle imprese umane e a rimescolarne le carte.

Oggi infatti PRC e PaP, allora impegnate in singolar tenzone, si ritrovano a promuovere insieme Unione Popolare di De Magistris, mentre il PCI ha presentato una propria lista alle elezioni politiche.

Si può ben capire come sia difficile per SU rispondere alla domanda di cui sopra e contribuire alla costruzione di una forza che abbia una qualche base politica.

Il lavoro svolto dalle compagne e compagni eletti da SU nei quartieri è indubbiamente utile a portare alla attenzione della cittadinanza alcune questioni di carattere locale che coinvolgano gli interessi degli strati popolari di quelle zone.

A volte, occorre dirlo, queste rivendicazioni hanno un ambito estremamente limitato al territorio e a nostro parere quasi marginali nell’ordine degli interessi della popolazione. In ogni caso si tratta di un lavoro che dimostra un impegno profuso all’insegna di un onesto civismo.

Si, ma che fine fa la lotta di classe? Carovita, vertenze, licenziamenti, repressione, colpiscono duramente la classe lavoratrice. Anche quella che abita i quartieri così ben presidiati, per altro, dalle suddette compagne e compagni. Tuttavia, proprio nel momento in cui lavoratrici e lavoratori sono disposti a prestare attenzione ad argomenti che riguardino da vicino le loro condizioni di vita, SU perde la parola, non sa che dire!

Ciò che fa difetto a SU non è l’abnegazione delle e dei propri militanti, ma la base politica stessa su cui si sono aggregati, la chiarezza di posizioni, i principi che li tengono uniti: il progressismo civico riformista di De Magistris, o il riformismo nostalgico dei simboli del vecchio PCI stalinista? O cosa?

Il 9 aprile 2021 alcune compagne e compagni di diversa provenienza partitica e politica firmano un appello comune per fare “qualcosa di sinistra” per Bologna. Potremmo oggi ribadire loro la stessa richiesta, dite qualcosa di sinistra (!), rispetto all’avvento delle destre al governo ed il magro risultato delle liste di sinistra che si sono presentare alle elezioni.

Ma non sentiamo nulla. In attesa di qualche parola aggiungiamo noi una domanda. Qual è la base politica di questo appello? Le parole dell’appello erano piene di buona volontà: “Non bastano le belle parole vuote dei nuovisti di turno, che comunque non muovono masse di voti (al massimo di preferenze), e un linguaggio da slang post moderno (dalla rivoluzione e transizione green alla resilienza), mentre si dimentica ogni discorso politico che abbia come perno il mondo del lavoro, gli studenti, i pensionati, l'ambiente sottratto alla speculazione, i diritti sociali e civili; quelli che una volta erano i temi centrali del popolo della sinistra, ovvero del blocco sociale che si era costruito nei decenni del secondo dopoguerra.

In altro punto leggiamo: “…sarebbe positivo il rilancio di una politica larga di unità d’azione, come è stata la manifestazione del 18 febbraio 2021), a Roma, in occasione della fiducia al governo e che ha visto insieme Prc, Pap, Pcl, Pci e tanti altri ancora.”

I propositi sono condivisibili, ancora oggi. Tuttavia non ci pare che a queste intenzioni abbiano seguito fatti conseguenti.

Infatti attendiamo dalle compagne e compagni di SU, e anche da quelli di PaP, una risposta alla nostra lettera aperta del 26 ottobre 2022 significativamente intitolata: LETTERA APERTA ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI DI SINISTRA UNITA E POTERE AL POPOLO COSTRUIAMO L’UNITA D’AZIONE DELLE ORGANIZZAZIONI CHE FANNO RIFERIMENTO ALLA CLASSE LAVORATRICE (https://pcl-bologna.blogspot.com/2021/10/lettera-aperta-alle-compagne-e-ai.html),

L’abbiamo spedita loro all’indomani delle elezioni comunali che non hanno visto purtroppo nessun eletto nel consiglio di Bologna da parte di entrambe le forze politiche (che hanno finito inspiegabilmente per sottrarsi reciprocamente i voti).

Questo silenzio, questa mancata risposta, allora era sconcertante, oggi è assordante.

Possiamo fare delle ipotesi sui motivi sperando di essere clamorosamente smentiti: distrazione, supponenza, gelosia di organizzazione che sconfina nel settarismo? Soprattutto SU non si proponeva, fin dal nome di essere una forza che almeno sul territorio bolognese, era capace di aggregare attivisti e simpatizzanti di diversa esperienza?

Se andiamo a guardare i firmatari dell’appello notiamo che tra di essi figurano compagni attivi oggi nel PCL, compagni che hanno scelto di militare solo in ambito sindacale e compagni che sono per così dire “tornati a casa”. Proprio sul terreno su cui si è costruita SU c’è stato lo smottamento!

Questo esito, tuttavia non è casuale.

Quell’esperienza è stata costruita da compagne e compagni che in una campagna elettorale (quella per le comunali) hanno combattuto l’altra lista della sinistra all’opposizione al PD, e nella successiva, le elezioni politiche del 25 settembre 2022, si sono divisi per allearsi una parte con i vecchi concorrenti (PRC e PaP insieme in Unione Popolare) e l’altra parte nella presentazione di una lista loro concorrente a livello nazionale, il PCI.

Questi continui sbandamenti, queste vertiginose oscillazioni che costringono al silenzio imbarazzato, sono proprio ciò è quello che succede a organizzazioni che si formano senza basi politiche reali.

Da parte nostra rilanciamo come sempre la necessità della massima unità d’azione tra le forze che si richiamano al movimento operaio, nella prospettiva della costruzione del fronte unico della classe lavoratrice sulla base di una vertenza generale unificante, l’unico in grado di fronteggiare l’attacco di destre e padronato, la crisi del capitalismo, l’economia di guerra e aprire la possibilità dell’alternativa anticapitalista.

Aspettiamo fiduciosi una risposta, sulle stesse basi politiche che esprimemmo un anno fa nella nostra lettere aperta.

Arrivederci a presto compagne e compagni

Partito comunista dei Lavoratori

Sez. di Bologna

Occupare la Whirlpool! - Marco Ferrando (31/10/20)


Intervento del Partito Comunista dei Lavoratori all'assemblea operaia alla #Whirlpool di Napoli del 31 ottobre 2020. Il PCL ha sostenuto, sostiene e sosterrà ogni iniziativa di lotta che le lavoratrici e i lavoratori della Whirlpool metteranno in campo.



Per quanto ci riguarda, il tempo è ora. Occupare la fabbrica! Costruire una mobilitazione unitaria del movimento operaio! Per una vertenza generale del mondo del #lavoro! Per la #nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio della fabbrica! "Ma voi proponete l'#esproprio!?" La risposta è: SI. Se i padroni licenziano gli operai, gli operai hanno il diritto di rivendicare il licenziamento dei padroni! Leggi qui le nostre posizioni 👉 https://bit.ly/2Jo08d7

Partito Comunista dei Lavoratori

Licenziare i padroni Whirlpool!

Occupare la fabbrica, per la sua nazionalizzazione a garanzia del lavoro - 

Lavoratori, lavoratrici, 

il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene apertamente la vostra lotta, e sosterrà tutte le azioni di lotta che vorrete intraprendere contro i padroni della Whirlpool.

La Whirlpool si comporta come centinaia di aziende. Prima intasca 27 milioni di risorse pubbliche, pagate dai lavoratori, poi straccia gli accordi pattuiti e mette sulla strada 400 famiglie. La vendita e riconversione dell'azienda è il massacro dei posti di lavoro. Vogliono rifare l'operazione fatta a Carinaro (Caserta) nel 2015. Prima annunciarono la chiusura per creare il panico, poi negoziarono la “riconversione” dell'azienda in piattaforma logistica. Risultato: da 900 operai a 200, di cui 100 in contratti di solidarietà. Una decimazione.

A Napoli non può e non deve finire così. Il piano del padrone non va “negoziato”, ma respinto. Di Maio è venuto a farsi bello per recuperare voti minacciando di ritirare i fondi concessi all'azienda. Ma Di Maio aveva annunciato che avrebbe impedito le delocalizzazioni. E invece continuano come prima in tutta Italia, gli accordi sindacali vengono stracciati (Ilva, Mercatone Uno, Knorr, Almaviva...), i padroni fanno ciò che vogliono, e il governo regala loro un altro taglio alle tasse sui profitti. Dov'è il “governo del cambiamento”? La stessa minaccia di ritirare i fondi a Whirlpool può rivelarsi un'arma spuntata se l'azienda pensa di guadagnare di più con la chiusura.

Noi pensiamo che la risposta migliore, in ogni caso, sia l'occupazione dell'azienda da parte degli operai, e la richiesta della sua nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti, e sotto il controllo dei lavoratori. Se i padroni vogliono disfarsi degli operai, gli operai possono disfarsi dei loro padroni. Non sta scritto da nessuna parte che è impossibile. Tutto dipende dai rapporti di forza, cioè dalla forza degli operai. Solo la forza degli operai può far paura all'azienda e strappare risultati.

L'unità fa la forza. Invece che inseguire un negoziato a perdere in ordine sparso con governo e padroni, i sindacati dovrebbero unire le centinaia di vertenze a difesa del lavoro che attraversano l'Italia, per trasformarle in un’unica grande vertenza: per ripartire fra tutti il lavoro che c'è attraverso la riduzione generale dell'orario, a parità di paga. Una vertenza sostenuta dall'occupazione di tutte le aziende che licenziano, e dalla rivendicazione del loro esproprio. Solo così si può rovesciare l'arma padronale del ricatto, della divisione e frammentazione degli operai. Solo così si può ricostruire tra gli operai la fiducia nella propria forza.

Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà in ogni caso al vostro fianco, fino in fondo, a sostegno di tutte le forme di lotta che sceglierete.
Il posto di lavoro non si tocca!
Partito Comunista dei Lavoratori