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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Appello. No alla deportazione del popolo palestinese! No al genocidio!


 NO ALLA DEPORTAZIONE DEL POPOLO! PALESTINESE

NO AL GENOCIDIO!
PER UN CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO E DURATURO!
PER LA RICOSTRUZIONE DI GAZA E L’INVIO DI AIUTI UMANITARI!
CONTRO IL GOVERNO ITALIANO E LE SUE POLITICHE DI SOSTEGNO A ISRAELE
FERMIAMO LA CORSA AL RIARMO E ALLE POLITICHE SICURITARIE!
A FIANCO DEL POPOLO PALESTINESE E DELLA SUA RESISTENZA



Il genocidio del popolo Palestinese e l’attacco ai diritti dei lavoratori in Italia sono due facce della stessa medaglia: un sistema economico che affama i popoli e saccheggia il pianeta per finanziare guerre e armamenti. Mentre il governo italiano taglia salari, sanità e istruzione, investe invece miliardi nell’industria bellica, e alimenta il genocidio in Palestina. La lotta del popolo Palestinese è la lotta di tutte e tutti noi contro lo sfruttamento, contro la guerra, per un mondo di giustizia e libertà.
Le associazioni palestinesi, le realtà sindacali di base, i centri sociali, le realtà dell’associazionismo, movimenti, i partiti e le migliaia di donne, uomini, ragazze e ragazzi solidali che hanno attraversato le strade di Milano per oltre 70 sabati consecutivi senza mai fermarsi, lanciano un appello per una grande mobilitazione nazionale. Invitiamo lavoratrici e lavoratori, precarie e precari, migranti, studentesse e studenti e tutte le persone solidali a partecipare numerose. La partecipazione di tutte e tutti è essenziale per dimostrare la più ampia solidarietà al popolo palestinese e opporci alle politiche di guerra e oppressione.

CORTEO NAZIONALE A MILANO 12 aprile 2025 – Piazza Duca D’Aosta ore 14:30

PERCHÉ SCENDIAMO IN PIAZZA

• NO ALLA DEPORTAZIONE E AL GENOCIDIO: Esprimiamo la nostra ferma opposizione alle politiche che minacciano l’esistenza e la sicurezza del popolo palestinese.

• CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO E DURATURO: Chiediamo la fine immediata delle ostilità e la protezione dei civili.

• AIUTI UMANITARI E RICOSTRUZIONE DI GAZA: Sosteniamo l’accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari e la ricostruzione delle infrastrutture distrutte.

• DIRITTO AL RITORNO DEI PROFUGHI: Ribadiamo il diritto inalienabile dei profughi palestinesi a tornare alle loro terre d’origine.

• CONTRO IL SOSTEGNO DEL GOVERNO ITALIANO A ISRAELE E ALLE POLITICHE BELLICISTE: Ci opponiamo alle scelte del governo italiano che supportano attivamente le azioni militari israeliane e alimentano la militarizzazione.

• FERMIAMO LA CORSA AL RIARMO: Mentre l’Europa si prepara, con il piano “Rearm Europe”, a investire miliardi nell’industria bellica, il governo italiano taglia fondi alla sanità, alla scuola e al welfare, riducendo il potere d’acquisto dei salari. Rifiutiamo questa logica di guerra che ci impoverisce per arricchire le industrie delle armi e alimentare conflitti globali.

• CONTRO LA REPRESSIONE E IL DDL “SICUREZZA”: Denunciamo il clima repressivo che vuole criminalizzare il dissenso e colpire chi lotta per la giustizia e la libertà. L’ex DDL 1660 è un attacco diretto alle mobilitazioni sociali, ai movimenti sindacali e alle manifestazioni di solidarietà con la Palestina e rappresenta un ulteriore segnale di involuzione in senso autoritario della società. Difendiamo il diritto a protestare e a esprimere la nostra opposizione alle politiche di guerra e sfruttamento.

• LIBERTÀ PER ANAN, ALI E MANSOUR: Chiediamo l’immediata liberazione di Anan, Ali e Mansour, così come di tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri sioniste e in Europa. L’Italia non solo finanzia il genocidio in Palestina, ma perseguita anche i palestinesi sul proprio territorio, criminalizzandoli per la loro resistenza all’occupazione coloniale.

• Pretendiamo la fine della repressione e della criminalizzazione nei confronti dei palestinesi e delle organizzazioni umanitarie che operano in Italia per sostenere il popolo palestinese. La libertà di espressione, di movimento e di solidarietà sono diritti fondamentali che devono essere garantiti a tutti.

• È urgente che l’Italia, così come la comunità internazionale, smetta di sostenere l’occupazione israeliana e inizi a promuovere una politica di pace, giustizia e diritti umani per il popolo palestinese.


Dettagli logistici.

Ritrovo: 12 aprile 2025, ore 14:30, Piazza Duca D’Aosta (Stazione Centrale) Milano.
Trasporti: Per chi arriva da fuori Milano, sono previsti pullman organizzati.
Contattateci per prenotare il vostro posto.
Materiale informativo: Presso il nostro stand in Piazza Duca D’Aosta (dalle 13:30)
saranno disponibili volantini e bandiere palestinesi.

UNISCITI A NOI!
Questa è una lotta per la giustizia, la pace e i diritti umani. Una partecipazione di massa è fondamentale per amplificare il nostro messaggio e contribuire a un cambiamento reale.
Il 29 marzo è prevista un’assemblea a Milano a partire dalle 10 fino alle 15. Luogo da definire.

Contatti per informazioni: manifestazionepalestina@gmail.com


PRIME ADESIONI:

Associazione dei Palestinesi in Italia (API)
Associazione Donne Palestinesi in Italia
Comunità Palestinesi d’Italia
Giovani Palestinesi d’Italia (GPI)
Unione Democratica Arabo-Palestinese (UDAP)
ADL Cobas
CUB
Confederazione Cobas Lombardia
SGB
SIAL Cobas
SI Cobas
ADL Varese
Usi Cit Milano
CSOA Vittoria
Spazio Micene
San Siro Città Pubblica
No ddl Milano liberi/e di lottare
Partito Comunista dei Lavoratori
Opposizione classista della minoranza CGIL

Il PCL aderisce all'appello per il diritto alla residenza


 Il Partito Comunista dei Lavoratori risponde all'appello per il diritto alla residenza e l’abrogazione dell’articolo 5 del decreto Renzi-Lupi (1), che prevede che «chiunque occupi abusivamente un immobile senza titolo non possa chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi» e vieta per cinque anni agli occupanti di immobili pubblici la partecipazione all’assegnazione di alloggi. L’articolo 5, come viene correttamente evidenziato nel documento dell’appello, colpisce decine di migliaia di persone ed esclude dall’anagrafe chi è costretto dalle sue condizioni materiali a occupare immobili o ad accettare affitti in nero, non potendo ottenere la residenza.


L’articolo 5 nega i diritti fondamentali della persona, tra cui rientra ovviamente il diritto alla casa. Sembra paradossale che una legge di uno stato di diritto impedisca alle persone di garantirsi l’igiene, il caldo d’inverno e il fresco d’estate, la cucina, il riposo, il luogo di crescita per i propri figli. Sembra, ma non è paradossale: tutto ciò si inserisce nelle logiche di tutela dei grandi patrimoni immobiliari, dei ricatti perpetuati dalle banche e dai loro mutui, dalla logica tutta liberale per cui per poter garantirsi un tetto si è costretti ad accettare le condizioni di lavoro più meschine.
In poche parole, è coerente con gli interessi della borghesia e del suo comitato d'affari: lo stato borghese.

Il Partito Comunista dei Lavoratori sottoscrive l’appello inserendolo entro il suo programma più ampio per il diritto alla casa, e rivendica:

- il blocco a tempo indeterminato degli sfratti: nessuno deve essere più gettato per strada dalla violenza borghese;
- l'esproprio senza indennizzo dei grandi patrimoni immobiliari di banche e clero. Le case per tutti ci sono, vanno espropriate a chi le tiene vuote per non fare abbassare il prezzo degli affitti.
- l'introduzione di una legge per calmierare il mercato dei fitti. Il guadagno sui fitti si aggirava, nel 2019, intorno al 4% medio annuo (al netto di tasse e spese). Senza nulla fare, solo per essere proprietari. Spesso un affitto supera il 40% dei guadagni di una persona.
- un programma di edilizia popolare. Lo Stato deve mettere in campo un vasto piano di edilizia popolare, in modo da dare un tetto alle famiglie che da anni attendono in graduatoria.

Siamo convinti che questa vertenza debba unirsi a quella più ampia dei salariati nella prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, l'unico che può rispondere ai bisogni degli sfruttati.



(1) "Diritti, libertà, uguaglianza: appello per la cancellazione dell’articolo 5", https://www.cnca.it/wp-content/uploads/2024/06/Appello-art-5_19-giugno-2024_con-firme.pdf

Partito Comunista dei Lavoratori

Per la liberazione di Kagarlitsky

 


Il 28 settembre presidio all'ambasciata russa

Il 25 luglio scorso è stato arrestato in Russia Boris Kagarlitsky, intellettuale noto e stimato a livello internazionale. L’accusa è quella di “giustificazione del terrorismo”, ma la verità è che Boris è semplicemente uno dei tanti che si oppongono alla guerra scatenata da Vladimir Putin con l’invasione dell’Ucraina. Pochi giorni fa, Boris si è vista prorogata per altri due mesi la carcerazione preventiva.

In tutto il mondo si sono levate voci per la liberazione di Kagarlitsky e di tutti i Russi imprigionati per aver espresso la loro contrarietà alla guerra. Jean-Luc Melenchon, Jeremy Corbyn, Ken Loach, Naomi Klein, Etienne Balibar e Walden Bello sono solo alcuni degli oltre duemila firmatari di un appello per la liberazione di Boris Kagarlitsky e degli altri prigionieri politici russi e nei giorni scorsi si sono tenute manifestazioni a Parigi, Berlino, Monaco, Varsavia, Buenos Aires e in molte altre città.

Vogliamo manifestare anche qui la solidarietà con Boris e tutti i Russi che si oppongono alla guerra.
Invitiamo tutte e tutti a partecipare alla manifestazione che si terrà giovedì 28 settembre, alle 17.30, vicino all’ambasciata russa a Roma, alla fermata della metropolitana B Castro Pretorio.

Comitato Stop alla Guerra in Ucraina

SINISTRA UNITA PER BOLOGNA: OVVERO IL SOCIALISMO IN UN SOLO QUARTIERE

 


Sinistra Unita a Bologna è nata per apporre, accanto all’opposizione al governo centrale (sic!) … una serie di rivendicazioni sociali di declinazione locale.

Così recita l’articolo a firma Michele Terra e Agostino Giordano comparso sull’edizione de il Manifesto il 9 settembre 2021.

Insomma, uno dei punti fermi, pare di capire, sia l’opposizione al governo centrale.

Ora accade che, in uno dei momenti più drammatici della vicenda politica e sociale del paese, che ha portato alla schiacciante vittoria delle destre e del partito post fascista di Giorgia Meloni, SU non riesca a proferire parola riguardo alla propria proposta e posizionamento politico in merito.

Questa afasia è clamorosa ma non sorprendente. Come si sarebbe dovuta schierare SU in queste elezioni?

La domanda è semplice. Purtroppo non lo è altrettanto la risposta.

I due maggiori azionisti di questa operazione politica, limitata al territorio bolognese, sono il Partito della Rifondazione Comunista e Partito Comunista Italiano.

Quando nacque SU in vista delle elezioni comunali di Bologna, vide la concorrenza all’ultimo voto di Potere al Popolo in un gioco al massacro che impedì ad entrambe le liste di ottenere un rappresentante nel consiglio comunale di Bologna. Non male per la sinistra “radicale” (ma non rivoluzionaria) che si professa un giorno si e l’altro pure unitaria e tesa solamente alla tutela delle istanzi sociali dei movimenti e delle masse popolari.

Possiamo dire che un certo vizio settario fu galeotto?

Com’è ben risaputo la realtà ha più fantasia dell’immaginazione e si diverte continuamente a scherzare con i destini delle imprese umane e a rimescolarne le carte.

Oggi infatti PRC e PaP, allora impegnate in singolar tenzone, si ritrovano a promuovere insieme Unione Popolare di De Magistris, mentre il PCI ha presentato una propria lista alle elezioni politiche.

Si può ben capire come sia difficile per SU rispondere alla domanda di cui sopra e contribuire alla costruzione di una forza che abbia una qualche base politica.

Il lavoro svolto dalle compagne e compagni eletti da SU nei quartieri è indubbiamente utile a portare alla attenzione della cittadinanza alcune questioni di carattere locale che coinvolgano gli interessi degli strati popolari di quelle zone.

A volte, occorre dirlo, queste rivendicazioni hanno un ambito estremamente limitato al territorio e a nostro parere quasi marginali nell’ordine degli interessi della popolazione. In ogni caso si tratta di un lavoro che dimostra un impegno profuso all’insegna di un onesto civismo.

Si, ma che fine fa la lotta di classe? Carovita, vertenze, licenziamenti, repressione, colpiscono duramente la classe lavoratrice. Anche quella che abita i quartieri così ben presidiati, per altro, dalle suddette compagne e compagni. Tuttavia, proprio nel momento in cui lavoratrici e lavoratori sono disposti a prestare attenzione ad argomenti che riguardino da vicino le loro condizioni di vita, SU perde la parola, non sa che dire!

Ciò che fa difetto a SU non è l’abnegazione delle e dei propri militanti, ma la base politica stessa su cui si sono aggregati, la chiarezza di posizioni, i principi che li tengono uniti: il progressismo civico riformista di De Magistris, o il riformismo nostalgico dei simboli del vecchio PCI stalinista? O cosa?

Il 9 aprile 2021 alcune compagne e compagni di diversa provenienza partitica e politica firmano un appello comune per fare “qualcosa di sinistra” per Bologna. Potremmo oggi ribadire loro la stessa richiesta, dite qualcosa di sinistra (!), rispetto all’avvento delle destre al governo ed il magro risultato delle liste di sinistra che si sono presentare alle elezioni.

Ma non sentiamo nulla. In attesa di qualche parola aggiungiamo noi una domanda. Qual è la base politica di questo appello? Le parole dell’appello erano piene di buona volontà: “Non bastano le belle parole vuote dei nuovisti di turno, che comunque non muovono masse di voti (al massimo di preferenze), e un linguaggio da slang post moderno (dalla rivoluzione e transizione green alla resilienza), mentre si dimentica ogni discorso politico che abbia come perno il mondo del lavoro, gli studenti, i pensionati, l'ambiente sottratto alla speculazione, i diritti sociali e civili; quelli che una volta erano i temi centrali del popolo della sinistra, ovvero del blocco sociale che si era costruito nei decenni del secondo dopoguerra.

In altro punto leggiamo: “…sarebbe positivo il rilancio di una politica larga di unità d’azione, come è stata la manifestazione del 18 febbraio 2021), a Roma, in occasione della fiducia al governo e che ha visto insieme Prc, Pap, Pcl, Pci e tanti altri ancora.”

I propositi sono condivisibili, ancora oggi. Tuttavia non ci pare che a queste intenzioni abbiano seguito fatti conseguenti.

Infatti attendiamo dalle compagne e compagni di SU, e anche da quelli di PaP, una risposta alla nostra lettera aperta del 26 ottobre 2022 significativamente intitolata: LETTERA APERTA ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI DI SINISTRA UNITA E POTERE AL POPOLO COSTRUIAMO L’UNITA D’AZIONE DELLE ORGANIZZAZIONI CHE FANNO RIFERIMENTO ALLA CLASSE LAVORATRICE (https://pcl-bologna.blogspot.com/2021/10/lettera-aperta-alle-compagne-e-ai.html),

L’abbiamo spedita loro all’indomani delle elezioni comunali che non hanno visto purtroppo nessun eletto nel consiglio di Bologna da parte di entrambe le forze politiche (che hanno finito inspiegabilmente per sottrarsi reciprocamente i voti).

Questo silenzio, questa mancata risposta, allora era sconcertante, oggi è assordante.

Possiamo fare delle ipotesi sui motivi sperando di essere clamorosamente smentiti: distrazione, supponenza, gelosia di organizzazione che sconfina nel settarismo? Soprattutto SU non si proponeva, fin dal nome di essere una forza che almeno sul territorio bolognese, era capace di aggregare attivisti e simpatizzanti di diversa esperienza?

Se andiamo a guardare i firmatari dell’appello notiamo che tra di essi figurano compagni attivi oggi nel PCL, compagni che hanno scelto di militare solo in ambito sindacale e compagni che sono per così dire “tornati a casa”. Proprio sul terreno su cui si è costruita SU c’è stato lo smottamento!

Questo esito, tuttavia non è casuale.

Quell’esperienza è stata costruita da compagne e compagni che in una campagna elettorale (quella per le comunali) hanno combattuto l’altra lista della sinistra all’opposizione al PD, e nella successiva, le elezioni politiche del 25 settembre 2022, si sono divisi per allearsi una parte con i vecchi concorrenti (PRC e PaP insieme in Unione Popolare) e l’altra parte nella presentazione di una lista loro concorrente a livello nazionale, il PCI.

Questi continui sbandamenti, queste vertiginose oscillazioni che costringono al silenzio imbarazzato, sono proprio ciò è quello che succede a organizzazioni che si formano senza basi politiche reali.

Da parte nostra rilanciamo come sempre la necessità della massima unità d’azione tra le forze che si richiamano al movimento operaio, nella prospettiva della costruzione del fronte unico della classe lavoratrice sulla base di una vertenza generale unificante, l’unico in grado di fronteggiare l’attacco di destre e padronato, la crisi del capitalismo, l’economia di guerra e aprire la possibilità dell’alternativa anticapitalista.

Aspettiamo fiduciosi una risposta, sulle stesse basi politiche che esprimemmo un anno fa nella nostra lettere aperta.

Arrivederci a presto compagne e compagni

Partito comunista dei Lavoratori

Sez. di Bologna

Tutti a Firenze il 26 marzo

 


Con i lavoratori GKN, contro tutti gli imperialismi

Il 26 marzo i lavoratori GKN hanno convocato a Firenze una manifestazione nazionale a sostegno delle ragioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Il PCL sarà presente a questa manifestazione e invita a parteciparvi tutte le avanguardie di classe e di lotta, e tutte le organizzazioni del movimento operaio.

I lavoratori di GKN di Campo Bisenzio hanno condotto una lotta di valore esemplare a difesa del lavoro e della propria dignità. Questa lotta non è conclusa con l'annunciato cambio di proprietà aziendale. Ma a differenza che altrove i licenziamenti sono stati respinti, i lavoratori hanno preservato la propria unità e combattività, tenendo alto il proprio morale. Se questo è accaduto è perché a differenza che altrove il collettivo di fabbrica non ha seguito il rituale delle burocrazie sindacali durante le crisi (affidamento al buon cuore del padrone, preghiere al governo, meline istituzionali, benedizione dei parroci...), ma ha diretto la lotta su una linea di fatto alternativa: occupazione immediata della fabbrica, creazione immediata di una cassa di resistenza, e infine la richiesta della sua nazionalizzazione sotto controllo operaio. È grazie a questa azione di lotta che è stato possibile creare attorno alla vertenza una vasta campagna di solidarietà e di sostegno. È grazie a questa azione che il governo si è visto costretto a intercedere sulla proprietà per il ritiro dei licenziamenti. È la prova che solo quando metti paura all'avversario è possibile strappare un risultato.

Ma allora questi metodi di lotta e queste rivendicazioni esemplari vanno messi al servizio di tutto il movimento dei lavoratori. Per questo come partito non ci siamo limitati alla solidarietà e al plauso, ma abbiamo posto l'esigenza di una generalizzazione nazionale dell'esperienza della GKN per una svolta radicale di indirizzo del movimento operaio italiano. Per questo sosteniamo convintamente l'appello "Unire la lotta contro i licenziamenti" promosso in questo senso da centinaia di delegati sindacali e di avanguardie di diversa collocazione politica e sindacale.

Una svolta del movimento operaio è imposta anche dai drammatici fatti di guerra in Ucraina. La guerra imperialista della Russia contro l'Ucraina è la misura non solo della barbarie del capitalismo ma anche dei nuovi tempi di ferro e di fuoco che si preparano su scala mondiale. Il riarmo generale degli imperialismi ne è un tragico riflesso. Il riarmo degli imperialismi europei, sotto l'egida della NATO, sarà finanziato una volta di più dal taglio delle spese sociali e da nuovo indebitamento pubblico a carico dei proletari, mentre i venti dell'inflazione e del protezionismo taglieggiano i salari a favore dei profitti. Lavoro e ambiente saranno le prime vittime dei grandi piani di riarmo. Guerra e sfruttamento crescono insieme.

Tanto più scandaloso in questo quadro è il balbettio delle burocrazie sindacali. Come balbettano di fronte allo sfruttamento così balbettano di fronte al riarmo. È la misura della comune subalternità al proprio imperialismo, quello pronto ad arruolare un domani i salariati che oggi sfrutta per farne carne da cannone contro i salariati degli imperialismi rivali.

Per questa ragione, nel mentre da comunisti rivoluzionari sosteniamo il diritto della resistenza ucraina contro la criminale guerra d'invasione dell'imperialismo russo, ci contrapponiamo con tutte le nostre forze all'imperialismo di casa nostra, che è sempre il nemico principale. Non riconosciamo al “nostro” imperialismo alcun diritto di sanzione contro gli imperialismi rivali. Non partecipiamo in alcun modo alla sua guerra, ma rivendichiamo la nostra guerra. Che è la guerra dei lavoratori e delle lavoratrici di ogni paese per rovesciare la borghesia, distruggere l'imperialismo, imporre il proprio potere sulle rovine di questa società. Una guerra di classe, capace di candidarsi all'egemonia di tutte le lotte delle nazioni oppresse contro tutti gli imperialismi.

Per questo parteciperemo come PCL a quello specifico spezzone del corteo del 26 marzo che sarà caratterizzato da posizioni internazionaliste: né atlantiste né putiniane né pacifiste.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'operazione truffa di Rizzo e Giannini


 L'appello “Ora l'unità. Per il partito comunista in Italia” è una truffa. Lo è sia dal punto di vista dell'evocazione unitaria che dei contenuti di merito. Infatti non è né unitario né comunista.


Innanzitutto non è unitario, se non nella finzione retorica. Da un lato liscia il pelo alla domanda di un'indistinta unità comunista di tanti compagni e compagne indirizzandola verso i partiti comunisti italiani, i loro gruppi dirigenti, i loro segretari. Come dire “noi siamo per l'unificazione di tutti, chi non ci sta ne risponda”. Dall'altro lato lo stesso appello afferma giustamente che l'unificazione «può verosimilmente avvenire solo sulla base prioritaria ed essenziale di una forte affinità ideologica e politico-teorica tra le parti». Un concetto ribadito in modo insistente nella lettera aperta di accompagnamento dell'appello, e nell'immediato commento di plauso di Marco Rizzo.
Bene. Noi siamo d'accordo con questo concetto. Una unificazione senza una base programmatica comune sarebbe un pasticcio senza futuro. È fallita con Rifondazione nonostante disponesse di un bacino di massa, a maggior ragione fallirebbe come operazione a freddo tra piccoli partiti. Ma se gli stessi primi firmatari dell'appello pongono come condizione dell'unificazione la «forte affinità ideologica e politico-teorica» sono loro stessi a confessare che l'unificazione generale evocata dall'appello con toni retorici, solenni e struggenti, è solo una finzione penosa. L'unificazione proposta è, legittimamente, quella tra chi condivide le posizioni di Marco Rizzo e Fosco Giannini. Un'unificazione in casa propria. Auguri, ma cosa c'entrano gli altri?

Ma soprattutto le posizioni di merito di Marco Rizzo e Fosco Giannini, poste a condizione dell'unità dei comunisti, non hanno nulla a che vedere col comunismo.
La sostanza dell'appello è la seguente: siccome il mondo cammina verso la guerra, occorre stringersi attorno alla Cina di Xi Jinping quale «cardine del fronte antimperialista in progress», e attorno alla Russia di Putin «avversario politicamente indomabile» dell'imperialismo. Bisogna che si «osteggi ogni equidistanza tra l'imperialismo USA e dei suoi alleati e la Repubblica Popolare Cinese». Va rivendicata l'uscita dell'Italia dalla NATO, dalla Unione Europea, dall'euro, per recuperare la sovranità nazionale dell'Italia, oggi svenduta a Bruxelles e ridotta a un paese Quisling.

È una legittima posizione sciovinista. Quella contro cui nacque la Terza Internazionale comunista.

1) Se il mondo cammina verso una possibile guerra occorre contrapporsi a tutti gli imperialismi nel nome della fraternizzazione internazionale degli operai. “Il nemico è in casa nostra” è la parola d'ordine essenziale. In casa nostra il nemico è innanzitutto l'imperialismo USA, gli imperialismi europei, e l'imperialismo italiano. Imperialismi dei quali vanno denunciati e sbugiardati gli interessi economici, militari, diplomatici, fautori di guerra, a partire dalla NATO. Ma la contrapposizione al nemico di casa nostra va fatta dall'angolo di visuale della nostra classe e di una prospettiva di rivoluzione, non dal versante degli imperialismi rivali e dei loro interessi.
La Cina è oggi una potenza imperialista che saccheggia buona parte dell'Africa, usa l'arma del debito come strumento di dominio su altre nazioni, contende palmo a palmo all'imperialismo d'occidente il controllo delle zone di influenza, esercita sfruttamento sui salariati di casa propria cui nega spesso i diritti sindacali più elementari. Lo stesso vale, in forma diversa e più limitata, per la Russia. Perché allora i lavoratori italiani, europei, americani, che giustamente vanno chiamati a denunciare i propri governi e i propri sfruttatori, dovrebbero sostenere l'imperialismo cinese? E perché dovremmo chiamare gli operai cinesi e russi a solidarizzare coi propri governi e i propri imperialismi nella spartizione delle zone di influenza?
L'appello di Rizzo e Giannini oltretutto non solo sostiene l'imperialismo cinese ma addirittura lo presenta come “cardine del fronte antimperialista”. Quindi, se le parole hanno un senso, come guida e faro del proletariato mondiale. È una posizione delirante, in ogni caso antiproletaria e anticomunista.

2) L'Italia non è affatto un “paese Quisling”, cioè una colonia o semicolonia degli USA e di Bruxelles. È un paese imperialista, seconda potenza industriale d'Europa, in concorrenza con l'imperialismo tedesco per l'egemonia nei Balcani, impegnato a contendere alla Francia l'egemonia in Nord Africa, interessato a pattuire con la Francia una penetrazione economica in Africa. Certo, dobbiamo rivendicare la rottura dell'Italia con la NATO e con l'Unione Europea imperialistica, ma dal versante degli interessi della nostra classe, in solidarietà con i lavoratori tedeschi, francesi, americani, per una comune prospettiva internazionale anticapitalista e socialista. Viceversa, contrastare la NATO e la UE nel nome della sovranità mutilata dell'Italia, cioè dell'imperialismo italiano, significa lisciare il pelo alle destre reazionarie e alla loro retorica nazionalista. “Via dalla NATO, dalla UE, dall'euro” senza altre specificazioni è oggi formalmente uno slogan anche di Forza Nuova e CasaPound. È un fatto. Non diciamo ovviamente che “allora Rizzo è fascista”. Diciamo che le sue posizioni lisciano il pelo alla destra, la quale spesso ricambia con toni affettuosi. È la filosofia del rossobrunismo, cara a Diego Fusaro, quella del superamento del vecchio confine tra destra e sinistra, quella che contrappone i diritti sociali ai diritti civili... Appunto le posizioni di Rizzo. Cosa c'entrano i comunisti con tutto questo?

Colpisce che in un appello che si offre come fondamento dell'unità comunista non vi sia alcun cenno alla prospettiva socialista, né ad un programma d'azione anticapitalista, né a un bilancio dei decenni passati.
Le uniche misure della borghesia italiana che vengono denunciate sono quelle prese dai governi degli ultimi anni, dall'articolo 18 in su. Nulla invece sulle responsabilità determinanti dei governi di centrosinistra che Marco Rizzo e Fosco Giannini hanno appoggiato. Quei governi che hanno realizzato il lavoro interinale, il record delle privatizzazioni in Europa, il bombardamento su Belgrado, la detassazione dei profitti di industrie e banche, il finanziamento delle missioni militari in Afghanistan. Su tutto questo un pietoso silenzio, e non è un caso. L'unificazione attorno a Rizzo e Giannini non può che rimuovere pudicamente le responsabilità di entrambi. Anche in fatto di sostegno alla NATO.

In conclusione. L'unità dei comunisti è buona e giusta, ma può avere un futuro solo se avviene in un partito comunista, quindi attorno ai principi del marxismo rivoluzionario: l'indipendenza di classe da ogni governo borghese e da ogni imperialismo; una prospettiva socialista internazionale; la riconduzione degli obiettivi immediati di lotta ad una prospettiva di rivoluzione. Erano i fondamenti su cui venne fondato il Partito Comunista d'Italia nel 1921, il partito diretto da Bordiga, Gramsci, Tresso. Il partito distrutto politicamente dal PCI per mano di Stalin,Togliatti, Secchia.
Il PCL è interessato a ricostruire il PCd'I, Marco Rizzo a riesumare il PCI. Non può esserci confusione tra due prospettive tra loro incompatibili. Da un lato i comunisti, dall'altro gli stalinisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Non c'è alternativa all'azione e alla mobilitazione!

 


Una classe, una lotta

5 Gennaio 2022

Prosegue la raccolta di firme per l'appello Unire la lotta contro i licenziamenti

Come era facile prevedere, l'annunciata legge Todde-Orlando “contro le delocalizzazioni” non solo non le contrasta ma le agevola, come hanno giustamente osservato i lavoratori di GKN. Mentre l'emendamento che raccoglieva la proposta avanzata dai lavoratori è stato respinto a larghissima maggioranza.

I fatti dimostrano che questo governo, come i precedenti, sa garantire solo padroni, azionisti, banchieri. Non a caso gode come nessun altro della loro fiducia.

Non c'è alternativa, dunque, all'azione e alla mobilitazione.

L'appello Unire la lotta contro i licenziamenti va esattamente in questa direzione.

Centinaia di RSU, RSA, RSL, dirigenti ad ogni livello del sindacalismo di classe e combattivo, interno ed esterno alla CGIL,

Chiedono l'unificazione del fronte delle vertenze a difesa del lavoro, contro le delocalizzazioni e i licenziamenti;
Chiedono si “faccia come alla GKN”, dando l'indicazione unificante di occupare le aziende che licenziano, di rivendicare la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio, di istituire una cassa nazionale di resistenza;
Chiedono che tutte le organizzazioni del sindacalismo di classe uniscano le proprie forze su questa linea d'azione comune, al di là di ogni divisione;
Chiedono che le direzioni sindacali si assumano le proprie responsabilità, contro ogni passività, rassegnazione, compromissione.

GKN, Whirlpool, Saga Coffee, Caterpillar, Speedline... decine e centinaia di vertenze operaie non possono essere abbandonate alla propria solitudine, in una giostra infinita di incontri e promesse senza futuro, per essere piegate l'una dopo l'altra. È il momento di unire queste lotte in una lotta sola a tutela del lavoro e della sua dignità.

Solo la forza può imporre un diritto, e la forza è tale solo se viene unita ed usata.

Invitiamo tutte le avanguardie del movimento dei lavoratori (RSU, RSA, RSL, membri di direttivi sindacali, ad ogni livello) ad aderire all'appello "Unire la lotta contri i licenziamenti"; ad allargare le adesioni nei propri luoghi di lavoro, sindacati, categorie; a costruire una campagna unitaria attorno a questa proposta di svolta; a creare le condizioni di una assemblea nazionale attorno all'appello, che possa costituire un momento di amplificazione delle sue ragioni e di più largo coinvolgimento.


Per adesioni: appellocontroilicenziamenti@gmail.com

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/appellocontroilicenziamenti

I promotori dell'appello "Unire la lotta contro i licenziamenti"


EX Saeco: una storia già vista. Come alla Whirlpool. No alla chiusura e no ai licenziamenti.

 


Massima solidarietà alle e ai 220 lavoratrici e lavoratori colpiti dal possibile licenziamento

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori della Ex Saeco di Gaggio Montano

Sono le ennesime vittime di un padrone “prendi i soldi e scappa”.

È la logica del fare profitto con la rapina sociale, quella stessa che i governi borghesi si apprestano sempre a tutelare quando si preoccupano di rendere il Paese “appetibile agli investimenti stranieri”.

Vediamo bene di cosa si tratti: razzie da pirati, null’altro.

Allora alle lavoratrici e ai lavoratori colpiti dalla violenza padronale, e da azionisti che come briganti operano nell’ombra, diciamo le stesse cose che diciamo alle operaie e agli operai della Whirpool.

Non fidatevi di chi cerca di prendervi in giro come il governatore Bonaccini, che oggi dimostra indignazione vi esprime la sua pelosa solidarietà, domani come sempre, dentro il proprio Partito proseguirà il sostegno al governo del banchiere Draghi, quello, per intendersi dello sblocco dei licenziamenti e dell’attacco alle pensioni.

Come abbiamo affermato riguardo alla Whirlpool di Napoli, la soluzione operaia deve essere un’altra:

l'occupazione dell'azienda da parte degli operai e la rivendicazione la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano.

Invece che inseguire un negoziato a perdere in ordine sparso con governo e padroni, i sindacati devono unire le centinaia di vertenze a difesa del lavoro che attraversano l'Italia, per trasformarle in un’unica grande vertenza: per ripartire fra tutti il lavoro che c'è attraverso la riduzione generale dell'orario, a parità di paga.

Queste rivendicazioni non possono e non devono restare isolate; centinaia di delegati di diversa appartenenza sindacale la stanno promuovendo attraverso un appello nazionale.

Il Partito Comunista dei Lavoratori mette tutte le proprie disponibilità al servizio di questa battaglia. Chiede a tutte le organizzazioni sindacali che parlano a nome della classe lavoratrice di farla propria. Chiede a tutti i circuiti di avanguardia di unire nell'azione le proprie forze attorno alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Chiede alla sinistra di opposizione del territorio di Bologna di battere un colpo e di dare riscontro all’appello all’unità di azione che le abbiamo rivolto con la nostra “Lettera aperta”

Resta in ogni caso una considerazione di fondo. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può spazzare via la classe degli azionisti parassiti e riorganizzare la società su basi nuove. Solo la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può tutelare il lavoro e fare avanzare gli operai.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Sez. di Bologna

Un voto per costruire il partito di classe rivoluzionario

 


Appello elettorale

Il PCL è presente alle elezioni comunali di Roma, Milano, Torino, Bologna con proprie liste e propri candidati a sindaco: Franco Grisolia (Roma), Natale Azzaretto (Milano), Massimo Chiesi (Torino), Federico Bacchiocchi (Bologna).

Facciamo appello ai compagni e alle compagne dell'avanguardia di classe e combattiva, agli elettori delusi da una sinistra politica compromissoria e subalterna, perché indirizzino verso il PCL la propria scelta di voto.

Non ci siamo mai compromessi, come altri invece hanno fatto, nei governi nazionali e locali della borghesia. Non abbiamo mai votato le missioni di guerra, la detassazione dei profitti, i fondi integrativi della sanità privata, in cambio di ministeri e sottosegretari. Non abbiamo mai votato il taglio dei servizi locali o le speculazioni immobiliari in cambio di assessori.

Non lo abbiamo fatto e non lo faremo mai, perché ci battiamo per una alternativa di società. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici che rovesci il capitalismo e riorganizzi la società su basi nuove. È il solo governo che può cambiare le cose, il solo che può interessare i comunisti.

Siamo l'unico partito comunista presente oggi al voto: l'unico che si batte per la rivoluzione sociale; che riconduce i suoi stessi programmi amministrativi alla rottura con questo sistema; che in ogni lotta, dalla GKN ad Alitalia, lavora a ricondurre gli obiettivi immediati della lotta alla prospettiva del potere dei lavoratori. L'unico che cerca, controcorrente, di sviluppare tra i lavoratori una coscienza anticapitalista e internazionalista.

Non siamo elettoralisti, non abbiamo illusioni elettorali. Ogni voto al Partito Comunista dei Lavoratori sarà investito nella costruzione del partito di classe rivoluzionario, il solo di cui i lavoratori hanno bisogno.

Partito Comunista dei Lavoratori

GKN: una prima vittoria

 


Continuare la lotta, unire le vertenze

20 Settembre 2021

L’accoglimento del ricorso sindacale contro la procedura di licenziamento dei lavoratori di GKN è un primo importante risultato della loro lotta, della loro determinazione, della loro capacità di raccogliere una vasta solidarietà operaia e popolare.

Il risultato ottenuto non è merito certo della burocrazia sindacale, che ha subito la lotta dei lavoratori senza mai impegnarsi realmente sul terreno della mobilitazione, neppure in occasione della grande manifestazione nazionale di sabato scorso a Firenze. Il merito è solo della lotta operaia e del sostegno e riconoscibilità che ha saputo conquistarsi.

Ora è necessario far leva sulla prima vittoria ottenuta per unire tutte le vertenze del lavoro. Bisogna che nella piccola breccia che si è aperta con questo risultato irrompa un’azione generale della classe operaia.

padroni di GKN fanno sapere che rispettano la sentenza ma si riservano di impugnarla. Significa che non hanno alcuna intenzione di revocare la chiusura dello stabilimento di Firenze. Confindustria già ammonisce il governo a non avallare “la cultura anti-industriale”, cioè a non fare dell’infortunio di GKN un caso di scuola per imbrigliare i licenziamenti. Il governo ha già assicurato a Confindustria nelle scorse settimane che l’annunciata “legge anti-delocalizzazione” è solo una regolazione delle pratiche di licenziamento per metterle al riparo da infortuni giudiziari.

Le dichiarazioni (elettorali) dei partiti di governo in solidarietà con le ragioni dei lavoratori GKN sono solo una montagna di ipocrisia. Le ristrutturazioni in corso o annunciate nell’industria, nei servizi, nei trasporti, nel pubblico impiego indicano che la ripresa capitalistica passa per una nuova offensiva contro il lavoro. La montagna di miliardi che saranno riversati nei portafogli padronali servirà a irrorare questa offensiva. Occorre dunque opporre a questo attacco generale un fronte unitario di resistenza altrettanto generale.

È ora di finirla con le vertenze in ordine sparso, abbandonate a sé stesse, azienda per azienda, stabilimento per stabilimento, nella logica del si salvi chi può. Occorre fare di tante lotte una lotta sola, allargando il varco che i lavoratori GKN hanno aperto. Per questo tanto più oggi sosteniamo con convinzione l’appello rivolto a tutte le organizzazioni della classe operaia da centinaia di lavoratori, lavoratrici, quadri sindacali di diversa appartenenza (Unire la lotta contro i licenzialmenti), per una azione di lotta unificante attorno a comuni indicazioni:

• Occupare le aziende che licenziano, come hanno fatto i lavoratori GKN, e rivendicare la loro espropriazione sotto il controllo dei lavoratori

• Istituire una cassa nazionale di resistenza, che generalizzi la pratica dei lavoratori di GKN e Whirlpool, a sostegno di tutte le lotte prolungate

Lo sciopero generale è più che mai una necessità. Ma è essenziale combinarlo con questa svolta generale di obiettivi e di azione. Per evitare che si trasformi, come tante volte in passato, in un atto rituale senza effetti pratici sui rapporti di forza.

Il primo risultato dei lavoratori GKN dimostra che solo la forza operaia può strappare risultati. È necessario generalizzare questa esperienza all’intera classe lavoratrice. Ora.

Partito Comunista dei Lavoratori

Appello. Unire la lotta contro i licenziamenti!

 


Per adesioni: appellocontroilicenziamenti@gmail.com

14 Settembre 2021

Istituire una cassa nazionale di resistenza. Occupare le aziende che licenziano, come hanno fatto in GKN. Nazionalizzarle senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. Opporre alla radicalità dei padroni una radicalità uguale e contraria

Pubblichiamo qui, su richiesta dei promotori, un appello nazionale per l'unificazione del fronte di lotta contro i licenziamenti, a partire dalle vicende GKN e Whirlpool. L'appello è promosso da lavoratori e lavoratrici di diversa appartenenza sindacale: RLS, RSU, compagni e compagne con ruoli sindacali e/o rappresentativi/e di realtà di lotta importanti nella propria azienda, settore, territorio. Attorno a questo appello, che qui pubblichiamo con la prima rosa di firmatari, si svilupperà una campagna nazionale di adesioni e iniziative di supporto, di cui verrà data periodica informazione.

I compagni e le compagne che intendono aderire possono scrivere a appellocontroilicenziamenti@gmail.com




UNIRE LE LOTTE CONTRO I LICENZIAMENTI!

Lo sblocco dei licenziamenti ha moltiplicato l’offensiva padronale contro i lavoratori e le lavoratrici. Le vicende Whirlpool, GKN, Giannetti, Timken, sono emblematiche. I licenziamenti si concentrano nel settore automotive, dove Stellantis già dichiara ufficiosamente 12000 “esuberi”. Ma coinvolgono anche il settore dei trasporti (Alitalia), colpiscono la logistica (FedEx), si estenderanno all’industria tessile e alle piccole imprese quando diverrà operativo lo sblocco anche in questi settori. Nel complesso un salto nell’attacco al lavoro, che si aggiunge al mancato rinnovo nel primo anno della pandemia di un milione di contratti precari.

Spesso, padroni italiani o stranieri che hanno mercato e commesse e che hanno incassato complessivamente miliardi di soldi pubblici pagati dai lavoratori, decidono di trasferire altrove la produzione per beneficiare o di salari ancor più miserabili, o di ulteriori esenzioni fiscali, o di puri vantaggi speculativi di carattere finanziario. In altri casi, in cui la crisi di settore è reale (auto, siderurgia, trasporti) la si scarica sui salariati a protezione degli azionisti. A pagare sono sempre i produttori della ricchezza, a vantaggio di chi la intasca.

Ad oggi questa offensiva generale non trova una risposta generale unitaria del movimento operaio. Dal 2008 si moltiplicano vertenze su vertenze a difesa del lavoro, che coinvolgono centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, la loro generosità, la loro tenacia. Ma sono tutte vertenze in ordine sparso, in un quadro di grande frammentazione. Manca una risposta unificante. Ogni vertenza è ripiegata su sé stessa, sulla propria specifica situazione, in una giostra interminabile di contatti istituzionali, annunci elettorali, promesse di futuri acquirenti: che o sono fantasmi, o sono faccendieri, o pongono come condizione d’acquisto la cancellazione di posti di lavoro e/o di diritti acquisiti. È il calvario degli ultimi 15 anni (Alitalia, Termini Imerese, Alcoa, Eutelia, Acciaierie di Piombino, etc.). Un lungo elenco di croci. Ora è la volta di Whirlpool, Giannetti, Timken, GKN.

La legge sulle delocalizzazioni annunciata dal governo Draghi, su modello della legge francese Florange del 2014, non offre alcuna risposta ai lavoratori. Non riguarda né le chiusure legate a crisi economico-finanziarie, né le delocalizzazioni interne alla UE (GKN). Si limita a un piano di cosiddetta “mitigazione delle ricadute occupazionali”: preavviso dei licenziamenti, generici impegni che non valgono nulla per il futuro occupazionale dei licenziati, una multa irrisoria in caso di inadempienze. Per di più oggi, su richiesta di Confindustria, si sono cancellate dal testo di legge persino queste sanzioni simboliche. Nei fatti è una legge che prescrive come licenziare educatamente e monetizzare il licenziamento. Proprio come avviene in Francia. Una truffa presentata come “soluzione”. Inaccettabile.

È necessario voltare pagina. Non pioveranno concessioni dall’alto senza una svolta di lotta dal basso: una svolta di lotta radicale quanto radicale è l’offensiva del padronato. Una svolta che finalmente unifichi le centinaia di vertenze presenti e future, sottraendole all’isolamento, all’abbandono, alla sconfitta. Non si tratta di ignorare le specificità di ogni vertenza, che è sempre un terreno d’azione importante. Si tratta di unire le vertenze al di là della loro specificità. Di individuare comuni forme di lotta e comuni rivendicazioni, che possano trasformare tante vertenze in ordine sparso in una grande vertenza nazionale a difesa del lavoro, capace di mettere la lotta di ognuno al servizio di tutti, e la lotta di tutti al servizio di ognuno. È l’unica via per cambiare i rapporti di forza e strappare risultati.

Per questo proponiamo a tutte le organizzazioni del movimento operaio di unire nell’azione le proprie forze attorno a misure e rivendicazioni di svolta.


OCCUPARE LE AZIENDE CHE LICENZIANO. FARE COME ALLA GKN

Se il padrone licenzia deve incontrare ovunque una risposta uguale e contraria. A partire dalla occupazione dello stabilimento interessato. Dalla fabbrica non deve uscire neppure un bullone. L’occupazione è una prima forma di requisizione. È ciò che hanno fatto i lavoratori di GKN, con una scelta esemplare, che non a caso ha messo in allarme padronato e governo. imponendo la loro vertenza all’attenzione pubblica. Estendere e generalizzare questa forma d’azione significa moltiplicare i suoi effetti. Significa dire alla borghesia e ad ogni padrone che se vuole licenziare deve mettere sul conto, in primo luogo, la perdita di controllo sui suoi impianti. Un ammonimento che in termini pratici vale infinitamente di più di una multa (eventuale) da assorbire a bilancio.


PER UNA CASSA NAZIONALE DI RESISTENZA

Una occupazione prolungata ha bisogno di essere coperta ben al di là degli ammortizzatori esistenti. C’è bisogno di una cassa di resistenza. È quella che è stata adottata dai lavoratori di Whirlpool, di FedEx, di GKN e di altre vertenze. Ma occorre andare al di là della raccolta volontaria di vertenza in vertenza. Occorre una grande cassa di resistenza nazionale pronta a sostenere ogni azione di lotta prolungata a difesa del lavoro, con l’impegno a tal fine di tutte le organizzazioni di classe e di un loro comitato unitario di controllo. Significa dire alla borghesia e a ogni padrone che i lavoratori sono pronti a reggere ovunque uno scontro di lunga durata. Un deterrente di certo più efficace di qualsiasi “raccomandazione” ai padroni di usare buone maniere.


NAZIONALIZZARE LE AZIENDE CHE LICENZIANO, SENZA INDENNIZZO E SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI

Se il padrone vuole licenziare i lavoratori, questi ultimi hanno diritto a rivendicare il licenziamento del padrone. Se il padrone antepone la proprietà al lavoro, il lavoro ha diritto a mettere in discussione la proprietà. Senza un euro di indennizzo: perché l’indennizzo se lo sono preso con anni e decenni di risorse pubbliche, e con lo sfruttamento dei lavoratori. Nazionalizzare senza indennizzo significa riprendersi ciò che i lavoratori hanno già abbondantemente pagato, e porlo sotto il proprio controllo. Significa dire che il problema non è il costo del lavoro per il capitale ma il costo del capitale per il lavoro, ribaltando decenni di sacrifici e arretramenti che hanno solo ingrassato i profitti.

È una rivendicazione che pone la prospettiva di una alternativa di società partendo dalla necessità immediata del posto di lavoro. Non a caso appartiene alla storia del movimento dei lavoratori, in particolare nelle epoche di crisi. Riprenderla e generalizzarla significa dire alla borghesia e ad ogni padrone che i lavoratori non sono più disposti a considerare intoccabile la proprietà degli azionisti. Se il padrone vuole licenziare deve sapere che la sua proprietà è in gioco. Un avvertimento forse più convincente delle solite prediche virtuose.


PER UNA ASSEMBLEA NAZIONALE UNITARIA DI TUTTE LE VERTENZE CHE DECIDA SU FORME DI LOTTA E OBIETTIVI COMUNI

Questa svolta generale di indirizzo è richiesta dal nuovo livello dello scontro.

Per discuterla e approfondirla crediamo necessaria una grande assemblea nazionale delle rappresentanze di tutte le aziende in lotta, al di là di ogni diversa appartenenza di categoria o di sindacato. Una assemblea nazionale che possa definire democraticamente una piattaforma comune e un’azione comune. Una assemblea che contrapponga al fronte unitario del padronato il fronte unitario dei lavoratori. Una assemblea che ponga l’esigenza di una vertenza generale di tutto il mondo del lavoro, nella prospettiva di una lotta internazionale che ribalti i rapporti di forza tra le classi.


Per adesioni: appellocontroilicenziamenti@gmail.com




Primi firmatari:


Luigi Sorge, operaio STELLANTIS Cassino, Assemblea Generale FIOM CGIL Frosinone/Latina

Gabriele Severi, RSU USB Marcegaglia Forlì

Thomas Casamenti, RSU USB Marcegaglia Forlì

Fabio Frati, Direttivo nazionale CUB trasporti Alitalia

Enzo Accursio, RSU UILM Whirlpool Napoli

Madonna Pasquale, RSU Cgil Jabil Marcianise Caserta

Alessandro Babboni, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino

Paolo Francini, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino

Paolo Ferrari, USB, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino

Giuseppe Filippeschi, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino

Franco Panzarella, Assemblea Generale GCIL Prato

Enrico Chiavacci, CD FISAC Toscana, Coordinatore Regionale FISAC per le Banche di Credito Cooperativo e membro del Coordinamento Nazionale FISAC Gruppo Iccrea

Aurelio Fabiani, RSU IIS Spagna/Campani Spoleto

Ettore Magrini, USB Territoriale Spoleto

Renato Pomari, RSU FIOM CGIL IBM Milano

Roberto Galvanin, RSU USB Stefani Vicenza

Andrea Bartoli CD FILCTEM CGIL Firenze

Arduino Fraveto, direttivo provinciale CUB, Stellantis Cassino

Andrea Camilli, CD FILCTEM CGIL Pisa

Luca Tremaliti, CD Nazionale FILT CGIL, marina mercantile

Diego D’Agostino, CD FIOM STELLANTIS Cassino

Carlo Velletri, RSU FIOM Guidolin Padova

Fausto Torri, Enel distribuzione La Spezia, Assemblea generale CGIL La Spezia

Gerardo Iuliano, Novolegno Montefredane Avellino

Giovanni Ferraro, CD FP CGIL sanità privata, Napoli

Roberto Bonasegale, RSU FIOM Bcs Abbiategrasso, AG FIOM Ticino-Olona

Mario Maddaloni, RSU USB Napoletana gas

Emanuele Troisi, RSA FLC CGIL Istituto A. Lombardi - Airola (BN)

Lorenzo Mortara, CD FIOM Vercelli, RSU YKK Vercelli

Gennaro Navarra RSA FP CGIL sanità privata Napoli

Gina Atripaldi, USB Napoli

Stefano D'Intinosante, RSU Somec Conegliano (TV), CD FIOM CGIL Treviso

Raffaele Ucci, Farmacia Falco di Marcianise (CE)

Donatella Ascoli, Musei Civici Veneziani, AG CGIL Veneto, CD FILCAMS CGIL Veneto

Elder Rambaldi, AG FP CGIL Veneto, Vigili del Fuoco Venezia

Marco Di Pietrantonio, RSU Provincia di Pescara, CD CGIL Pescara

Leonardo Radi, operaio forestale Unione dei Comuni di Grosseto

Elena Felicetti, lavoratrice precaria della scuola, FLC CGIL Pavia

Diego Ardissono, CD NIDIL CGIL Padova

Sergio Castiglione, CD FLC CGIL Caltanissetta

Luca Gagliano, NIDIL CGIL Padova

Vincenzo Cimmino, lavoratore precario della scuola, AG nazionale FLC CGIL

Sergio Borsato, CD FLC CGIL Milano

Antonio De Caro, lavoratore precario

Francesco Doro, FILCTEM CGIL Venezia, Lumson SPA

Mauro Goldoni, FILLEA CGIL Ancona

Isidoro Migliorati, RSA SI COBAS Memc. SPA Novara

Crescenzo Papale, USB Marche, impiegato pubblico

Antonio Tralongo, CUB Palermo, lavoratore dello spettacolo

Giuseppe Ranieri, CUB PENSIONATI Milano

Riccardo Spadano, SGB Lazio

Barbara Pecchioli, SGB Oss Ospedale Arezzo

Franco Grisolia, SPI CGIL, Collegio di verifica CGIL Lombardia

Alessio Dell’Anna, insegnante precario, FLC CGIL Milano

Natale Azzaretto, assemblea provinciale SPI CGIL Milano

Diiego Peverini, USB Terni, Busitalia srl Umbria

Alessia Isernia, insegnante precaria, FLC CGIL Milano

Mario Cermignani, avvocato giuslavorista

Andrea Mario Lucchetti, ausiliario socio assistenziale Milano

Franco Dreoni SLC GGIL Firenze

Francesco Monti, SLC CGIL Reggio Calabria

Linda Bonci, operaia tessile Arezzo

Leo Barbi, ANPI Gavorrano Scarlino

Simione Perugini, musicista, Cortona

Maurizio Rossi, Pensionato, ex operaio La Magona D’Italia, Piombino

Ettore Ceccanti, autista Tiemme Grosseto

Paolo Gianardi, Pensionato comune di Piombino, SPI CGIL

Stefania Martelloni. Pensionata ex impiegata Tiemme Piombino

Giuliana Giuliani, Castagneto Carducci

Aldo Montalti, SPI CGIL

Alessandro Giannetti, USB, ex operaio ENEL Lardello

Gianfranco Bilancieri, Medico, Castagneto Carducci

Emanuela Pulcini, COBAS lavoro privato, Coopculture Roma

Ivan Romanò, operaio chimico Pirelli Bollate

Sonia Lenti

Lorenzo Materiali

Giuseppe Di Pede, operaio cartaio Cartiera Burgo, Sora (FR)

Gisella Rossi




(in aggiornamento)

Appello "Unire le lotte contro i licenziamenti"

La 'coglioneria' di Togliatti

 


Il PCI e l'appello ai "fratelli in camicia nera"

22 Agosto 2021

Ottantacinque anni fa una delle pagine più vergognose dello stalinismo italiano (e russo)

La politica del Partito Comunista negli anni Trenta continua a essere uno dei nodi più controversi del dibattito che attraversa la storiografia sul movimento operaio del secolo scorso. Tra queste questioni occupa un posto rilevante l’atteggiamento nei confronti del fascismo, che alla vigilia della campagna d’Abissinia otteneva il massimo consenso popolare. La vittoria italiana in Africa, conseguita sfidando le maggiori potenze imperialiste dell’epoca e l’URSS, ebbe un profondo impatto sulla direzione comunista, divisa tra Parigi e Mosca, e l’effetto di tentare di adeguare il nuovo orientamento, emerso dal VII congresso dell’Internazionale Comunista, alle condizioni italiane.

All’indomani dell’ingresso dell’esercito italiano in Addis Abeba, avvenuto il 5 maggio 1936, il PCI elaborò il manifesto Per la salvezza dell’Italia. Riconciliazione del popolo italiano, meglio conosciuto come «Appello ai fratelli in camicia nera», nel quale, tra l’altro, si rivendicava il «programma fascista del 1919» come base per un’azione comune di fascisti e antifascisti contro i cosiddetti “pescecani”, ovvero i grandi capitalisti, industriali, finanzieri e agrari, che traevano profitto dalla conquista dell’Abissinia. In calce all’appello furono apposte le firme di tutti i dirigenti del PCI, indicati con i loro veri nomi, che fossero a Parigi, a Mosca, negli Stati Uniti, al confino o in carcere, la maggioranza dei quali si trovava nella pratica impossibilità di firmare o aderire preventivamente (1). Primo firmatario risultava Palmiro Togliatti, all’epoca a Mosca, responsabile per il Comintern, insieme con Dmitrij Zacharovic Manuilskij, della politica italiana.
Secondo le ricostruzioni successive, che si basano in particolare sulla testimonianza di Giuseppe Berti, anch’egli a Mosca, sia Berti che Togliatti non sapevano nulla dell’appello e, anzi, una volta venutine a conoscenza, avrebbero protestato vivacemente contro quella che Togliatti ha definito una “coglioneria” (2).

L’appello divenne immediatamente oggetto di polemica, in particolare da parte di Giustizia e Libertà e del Partito Socialista, che ironizzarono o criticarono aspramente la “svolta sansepolcrista” del PCI.

L’episodio è abbastanza noto nelle sue linee generali e nelle sue conseguenze, e la vulgata storiografica, essenzialmente basata su memorie e testimonianze, attribuisce a Ruggero Grieco, in pratica segretario del PCI dal 1935 al 1937, la responsabilità principale della vicenda (3).

Particolarmente curiosa la ricostruzione di Luciano Canfora che, nel capitolo del suo testo Gramsci in carcere e il partito dedicato all’«Appello ai fratelli in camicia nera», non cita un solo documento d’archivio, dando per scontata la ricostruzione dell’estraneità del centro moscovita e dello stesso Togliatti, fornita da Berti (4). In realtà, l’intera politica di avvicinamento alla gerarchia fascista, presuntamente dissidente, fu definita ed elaborata a Mosca, nella commissione italiana presso il Comitato Esecutivo dell’Internazionale.

A mia conoscenza, la formulazione «fratelli in camicia nera» venne impiegata per la prima volta al Congresso degli italiani all’estero contro la guerra d’Etiopia, tenutosi a Bruxelles, nella Sala Matteotti, i giorni 12 e 13 ottobre 1935, appena dopo l’inizio delle operazioni italiane in territorio etiope. In quell’occasione Grieco, che interveniva a nome del Partito Comunista, nell’ambito di un discorso improntato all’unità d’azione tra socialisti e comunisti che avrebbe dovuto costituire la base del governo di fronte popolare in Italia, dichiarava: «non abbiamo vendette da compiere contro i nostri fratelli in camicia nera che vennero ingannati dai nostri comuni nemici» (5). Grieco prevedeva per l’Italia un governo di collaborazione antifascista, i cui partiti portanti sarebbero dovuti essere il socialista e il comunista, in odore di “unificazione organica”, tra i quali esisteva un patto d’unità d’azione fin dall’agosto del 1934 (6). Ipotesi che il centro parigino del PCI riteneva omogenea alle decisioni del VII congresso dell’Internazionale Comunista. Questa prospettiva venne ulteriormente ribadita nell’Ufficio Politico di fine ottobre, dove si registrò una sostanziale convergenza sulle indicazioni di Bruxelles e in particolare sulla necessità di costituire un fronte popolare d’opposizione sull’esempio francese, non esistendo per l’immediato le possibilità di un rovesciamento del regime fascista (7). Era chiaro comunque il carattere antifascista di questa compagine, aperta anche ai partiti non operai, come il Partito Repubblicano e, soprattutto, a Giustizia e Libertà.

La questione di un eventuale governo di fronte popolare in Italia sorgeva dalla convinzione che la guerra d’Etiopia sarebbe stata ancora lunga e sfibrante e che avrebbe condotto alla crisi irreversibile del regime. Del resto le due precedenti aggressioni al paese africano si erano risolte con due disfatte (8) e le conseguenti dimissioni dei governi che le avevano avviate. Inoltre, tenendo conto del contesto internazionale delineatosi e dell’apparente ostilità di Francia, Inghilterra e URSS, tutto lasciava intendere che si fosse alla vigilia di un indebolimento del governo di Mussolini, se non di un crollo del regime. D’altro canto questa convinzione si fondava anche sull’esigenza di rafforzare l’alleanza con gli altri partiti antifascisti e quindi di offrire uno sbocco propositivo a quest’alleanza.

L’opposizione alla prospettiva di costruire un fronte popolare antifascista giunse da Mosca, e in particolare da Togliatti. In una lettera di fine ottobre 1935, pubblicata varie volte (9), nell’ipotesi di un insuccesso della guerra, in qualsiasi modo questo si materializzi, è prevedibile che all’interno del fascismo maturi un’opposizione a Mussolini, scrive Ercoli, e questa opposizione non avrà i caratteri dell’antifascismo classico. Occorre dunque «una politica che favorisca la formazione di questa opposizione» (10). Il problema è così posto: «Esiste, oppure è in formazione, una nuova opposizione, che chiameremo fascista, che si sviluppa nel paese e che può rapidamente diventare una forza imponente» (11).

Ciò che allarma particolarmente il dirigente comunista a Mosca, in questo caso, è la dichiarazione resa a Bruxelles sulla possibilità che i comunisti entrino in un governo di fronte popolare, o simile, in Italia, fatta, secondo Togliatti, per «accontentare alcuni tipi che vivono a Parigi» (12).

Dunque nessun governo di fronte popolare con l’antifascismo dei salotti parigini; piuttosto bisognava cercare l’alleanza con i dissidenti fascisti (13).
Che questo sia l’orientamento ormai dominante a Mosca è ribadito da un ulteriore intervento, il 1 gennaio 1936, che demolisce in poche righe l’intero impianto politico di Bruxelles. In breve, Togliatti respinge decisamente ogni ipotesi di “partito unico” coi socialisti e sostiene la necessità di rivolgersi attivamente alla dissidenza fascista. Ancora più perentoria la postilla di Pell.[icano] (Manuilskij): «Problema del F[ronte] U[nico] si pone diversamente che in tutti gli altri paesi. Non coi soc.[ialisti], ma coi fascisti. Non con tutti. Coi malcontenti, che non vogliono la guerra, ecc. […] Elaborare programma non ancora nostro, che unisca tutti quelli che sono contro la guerra criminale. Unità organica: non utile» (14).

La stessa posizione ribadita da Manuilskij nella seduta della Commissione italiana del Segretariato latino dell’Esecutivo del Comintern, tenutasi dal 26 al 31 dicembre 1935:

«Oggi, il problema del fronte unico in Italia non deve essere sollevato nei termini del fronte unico coi socialisti, né con gli anarchici. […] Il problema del fronte unico in Italia è il problema del fronte unico con i fascisti. Dovete adottare questa direzione politica chiara. […] Finché non affrontate questo problema, la questione del fronte unico si risolverà a un’alleanza nell’emigrazione, con Giustizia e Libertà, che non riveste grande importanza.» (15)

Da notare che da Mosca si suggerisce di «elaborare un programma non ancora nostro» che unisca tutti quelli che sono contro la guerra. Quale sarebbe il «programma non ancora nostro»? Un programma c’era già, bello e pronto, il programma fascista del 1919, con la sua retorica democratica e, a tratti, socialisteggiante (16). E a sostegno di questo nuovo corso verso i quadri fascisti, Togliatti invia da Mosca un documento dal titolo Per la salvezza del popolo italiano!, firmato da una sedicente “Alleanza per la salvezza dell’Italia” che dichiara di comprendere «in gran parte fascisti, e non quelli dell’ultima ora»; inoltre, prosegue il documento, «vi sono tra di noi degli uomini che illustrano il nome dell’Italia nel campo della politica, della scienza, dell’arte – al governo, nel parlamento, nelle università, nell’esercito» (17). Il biglietto manoscritto di Togliatti, che accompagna l’appello, tra l’altro invita il Centro parigino a tener conto delle nuove opposizioni che vanno maturando in seno al fascismo, di cui il documento sarebbe testimonianza (18). Il documento, quasi certamente un falso fabbricato a Mosca, espone le stesse argomentazioni contenute nelle lettere di Togliatti e in parte nella stampa comunista rivolta ai dissidenti fascisti: che il fascismo aveva promesso una rivoluzione e una maggiore giustizia sociale, mentre è al soldo dei capitalisti e degli agrari, che la guerra avrebbe apportato onore e prestigio all’Italia, mentre ha causato solo l’isolamento internazionale, che il responsabile della catastrofe è Mussolini, di cui si chiede l’allontanamento. E questi presunti dissidenti fascisti concludono: «Noi pensiamo che è arrivato il momento di prendere delle misure radicali contro i capitalisti e gli agrari» (19).

Diffuso in opuscolo con ampi rimaneggiamenti editoriali rispetto alla copia conservata all’Archivio del PCI, il documento è senz’altro caratterizzato dalla polizia politica fascista come proveniente dal Partito Comunista e non opera di qualche gruppo fascista dissenziente (20).

A suggello ufficiale di questa nuova linea giunge la risoluzione del Presidium del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista, il 2 febbraio, che notava: «i comunisti si sarebbero dovuti orientare verso azioni comuni con le masse che, per una ragione o per l’altra, si trovano nei sindacati fascisti, nelle organizzazioni del dopolavoro, ecc. […] prendendo come punto di partenza le rivendicazioni immediate di queste masse» (21).

Ma è dopo l’ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba che il tema della “riconciliazione del popolo italiano” diventa il principale asse programmatico della propaganda del PCI. Le linee essenziali sono ancora una volta fissate a Mosca: in un Primo progetto di risoluzione sulla politica del Partito Comunista Italiano, scritto immediatamente dopo la vittoria italiana in Africa, il “Segretariato” [del CE dell’Internazionale] raccomanda al PCI la «rivendicazione della realizzazione del programma fascista del ’19» (22).

Da questo momento in poi tutta la stampa del PCI e dell’Internazionale è impegnata in una campagna propagandistica che dura vari mesi, fino allo scoppio della guerra civile spagnola e oltre.

È in questo contesto che giunge l’appello «ai fratelli in camicia nera» Per la salvezza dell’Italia, alla cui stesura contribuì praticamente tutto l’Ufficio Politico, dividendosi il lavoro redazionale (23), tanto che la relazione principale al Comitato Centrale del settembre 1936, che approvò definitivamente l’appello, fu tenuta
da Egidio Gennari e non da Ruggero Grieco (24).

Che il Comitato Centrale di settembre rappresentasse il sigillo di una cesura nella politica del partito e una novità sostanziale, erano convinti in molti, e in particolare Egidio Gennari, che nella parte della sua replica, intitolata significativamente La maturità del nostro partito, ringraziò Manuilskij, Togliatti e Dimitrov per il contributo fornito all’elaborazione dell’attuale linea del partito di intervento tra i quadri fascisti (25).

L’appello venne in seguito sconfessato da Mosca e da Togliatti, che negò di averne avuto sentore fino a pubblicazione avvenuta. Eppure, in un rapporto del febbraio 1937 a Manuilskij e Dimitrov, Togliatti scrisse esplicitamente: «la linea dell’agitazione del programma fascista del 1919 è stata concordata in conversazioni che abbiamo avuto con Furini nel mese di luglio» (26).

E, per vari mesi dopo la pubblicazione, non solo a Mosca nessuno protestò, ma gli stessi Manuilskij e Togliatti sollecitamente approvarono.

A questo proposito è fondamentale la relazione che Boni (Aladino Bibolotti), di ritorno dalla capitale sovietica, svolge all’Ufficio Politico del 25 febbraio 1937. Il rapporto di Bibolotti contiene il resoconto di una serie d’incontri avuti tra il gennaio e il febbraio del 1937, quindi in piena guerra civile spagnola, che vedeva la partecipazione delle truppe fasciste italiane a sostegno del colpo di stato di Franco, e sei mesi dopo la pubblicazione dell’appello.

Per Manuilskij: «la linea politica generale del P.[artito] dopo il Comitato centrale [di settembre] […] è buona», e «il programma del ’19 va bene, ma non basta ancora» (27). Lo stesso Togliatti non muove critiche all’appello, e invece raccomanda cautela sulla rivendicazione della “repubblica democratica” (28). Anzi, in un successivo colloquio, rende ancora più esplicita la sua adesione al Manifesto: «Errore non aver messo il nome di Misiano nel Manifesto e non aver dato forte rilievo sua personalità dopo la morte. […] Programma fascista del 1919 sconosciuto a molti. Pubblicarne delle parti contrapponendo promesse a realtà» (29).

Posizione confermata il 10 febbraio nel corso di una riunione tra Bibolotti e i membri italiani del Comitato Centrale del PCI residenti a Mosca, tra i quali sicuramente Togliatti e Berti, che ancora una volta sostiene la linea del CC, inclusa l’adesione al controverso «programma del ’19» (30). Sarà l’intervento di Dimitrov, il 14 febbraio, a chiudere la questione. Sull’incontro con Dimitrov, Bibolotti appunta: «Togliere assolutamente la parola riconciliazione» (31).

È solo a questo punto che Togliatti esprime la sua contrarietà all’apertura del PCI alle “camicie nere”, con una nota che raccomanda di «lasciar cadere la parola “riconciliazione”» (32), e rovesciando una linea di condotta che, come si è visto, andava perseguendo da alcuni anni (33). Raccomandazione infine accolta dall’Ufficio Politico operante a Parigi nella sessione del 25 febbraio (34), anche se il riferimento al «programma fascista del ’19» farà capolino in seguito nella stampa del PCI, seppure non con la rilevanza accordatagli nel Manifesto di agosto (35).

L’episodio divenne uno dei motivi addotti dall’Internazionale Comunista per la liquidazione dell’intero Comitato Centrale nella crisi che attraversò il partito tra il 1937 e il 1939, e per la rimozione di Grieco da ogni posto di responsabilità, che fu costretto a un’umiliante autocritica una volta giunto a Mosca (36).

La politica di “mano tesa” ai fascisti non produsse gli effetti sperati e, sebbene l’avventura spagnola di Mussolini non suscitasse gli stessi entusiasmi della proclamazione dell’“impero” in Africa, nondimeno il regime non venne intaccato né dalla crisi economica, né dalla subordinazione alla Germania nazista ma, come è noto, si dovette attendere la sconfitta nel corso della Guerra mondiale, come in parte aveva intuito lo stesso Giuseppe Berti (37).




Note:

(1) L’appello venne pubblicato in «Stato operaio», n. 8, 1936, pp. 513-536

(2) La testimonianza di Berti fu raccolta da Nando Amiconi, Il comunista e il capomanipolo, Vangelista, 1977, pp. 293-294. Berti fornisce una testimonianza analoga a Giorgio Bocca in Palmiro Togliatti, Laterza, 1973, p. 326. Anche Umberto Massola nega ogni coinvolgimento di Togliatti, in Parigi. Agosto 1939, «Rinascita», n. 48, 3 dicembre 1966. Pietro Secchia riporta le critiche all’appello formulate dal Comitato direttivo dei prigionieri politici comunisti al confino a Ponza in Annali 1978, Feltrinelli, 1979, p. 169; chi invece propende per un diretto coinvolgimento di Togliatti è Giancarlo Pajetta, in Analisi del fascismo e antifascismo in Togliatti, relazione presentata al “Seminario nazionale di studio sul pensiero e l’azione di Palmiro Togliatti”, svoltosi alle Frattocchie dall’11 al 15 dicembre 1973, opuscolo a cura della Sezione centrale scuole di partito del PCI, p. 36. Pajetta centra a mio avviso il problema che si poneva la direzione, nello scrivere: «È da sottolineare l’importanza della riconquista dell’elemento nazionale alla lotta operaia e rivoluzionaria», ibidem. Su questa vicenda cfr. anche Massimo Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, Bietti, 1999, p. 45.

(3) Gli ultimi, in ordine di tempo, sono i libri del figlio di Grieco, Bruno, Un partito non stalinista, Marsilio, 2004 e il libro di Luciano Canfora, Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno, 2012, che, pur giungendo a valutazioni diametralmente opposte sulla figura del dirigente comunista, concordano nell’attribuire principalmente a Ruggero Grieco la paternità dell’appello. Ambedue si basano sull’autobiografia critica di Grieco, resa dopo l’arrivo a Mosca nel giugno del 1940 ad uso e consumo degli inquisitori stalinisti, concentrandosi in particolare sulla dichiarazione: «Io stesso ho scritto l’appello del partito», Un partito non stalinista, cit., p. 248. Lo stesso Paolo Spriano, nel terzo volume della sua Storia del partito comunista, Einaudi, 1969, p. 111, che pure si sofferma sul dibattito del Comitato Centrale del settembre del 1936, preceduto da ampie discussioni nelle sessioni dell’Ufficio Politico del mese prima, che portarono alla definizione dell’appello, sembra attribuire l’intera paternità al centro parigino del partito.

(4) L. Canfora, Gramsci in carcere e il fascismo, cit., p. 47.

(5) Il discorso, con alcune variazioni, è stato poi pubblicato in «Stato operaio», n. 10, ottobre 1935, pp. 631-632.

(6) Sul rapporto tra la politica di “fronte unico”, che lega i partiti operai, e il “fronte popolare”, esteso anche agli altri partiti antifascisti, cfr. Leonardo P. D’Alessandro, Per la salvezza dell’Italia. I comunisti italiani, il problema del fronte popolare e l’appello ai “fratelli in camicia nera”, «Studi storici», n. 4, 2013. Ringrazio D’Alessandro per avermi permesso la lettura del suo testo, ancora inedito mentre scrivevo il presente articolo, e per le sue osservazioni critiche, anche se permangono alcune valutazioni divergenti su aspetti particolari della vicenda.

(7) Istituto Gramsci, Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano (d’ora in poi Apc), fondo 513-1-1269. Il fondo 513 consultato è in formato pdf, derivante dai microfilm. Il numero della pagina, quando indicato, si riferisce al fotogramma e spesso differisce da quello indicato da altri testi, che invece preferiscono fare riferimento al numero di pagina interno al documento. Ho preferito la prima numerazione perché è di più facile individuazione per il lettore.

(8) Le sconfitte di Dogali, 1887 e Adua, 1896 causarono le dimissioni rispettivamente di Depretis e di Crispi.

(9) La lettera è conservata in Apc, 513-1-1261 ed è stata pubblicata una prima volta a cura di Franco Ferri in «Rinascita», n. 4, 22 gennaio 1966, e poi inclusa nelle Opere di Togliatti, vol. IV, tomo 1, a cura di Franco Andreucci e Paolo Spriano, Editori Riuniti, 1979, pp. 23-28.

(10) Ibidem, p. 26, sottolineato nell’originale.

(11) Ibidem.

(12) Togliatti a Grieco, 26 novembre 1935, in Apc 513-1-1261, p. 31.

(13) Per Aldo Agosti, a sunto della vicenda, l’intero dibattito nel PCI rifletterebbe le divergenze nel gruppo dirigente dell’Internazionale, tra un Dimitrov orientato verso una più decisa unità antifascista e un Manuilskij, sostenuto da Togliatti, più legato alla politica di “terzo periodo” e quindi diffidente nei confronti della socialdemocrazia e, in Italia, del partito socialista; cfr. Aldo Agosti, Togliatti, UTET, 1996, p. 204.

(14) Lettera di Togliatti a Dozza, in Apc 513-1-1352, p. 2. La lettera, pubblicata per la prima volta da Giuliano Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d’Etiopia, Editori riuniti, 1978, alle pagine 311-314, è ora in P. Togliatti, Opere, cit., pp. 75-78.

(15) Citato in A. Agosti, The Weak Link in the Cast - Iron Chain: Relations between the Comintern and the Italian Communist Party (1921-1940), in Mikhail Narinsky, Jürgen Rojahn (a cura di), Centre and Periphery. The History of the Comintern in the Light of New Documents, International Institute of Social History, 1996, p. 183.

(16) Un’ulteriore lettera del febbraio, a mia conoscenza finora inedita, raccomanda di «esaminare la possibilità di un lavoro particolare» presso «dirigenti di organizzazioni fasciste» perché il lavoro fatto dal basso non può dare grandi risultati, Apc 513-1352, p. 3.

(17) Apc 513-1-1352, p. 5 (sottolineato nell’originale).

(18) Ivi, p. 4

(19) Ivi, p. 8 (sottolineato nell’originale).

(20) A confortare l’idea di un falso, vedi la nota riservata di Carmine Senise, per il ministero dell’Interno, che il 28 aprile 1936 scrive ai Prefetti del regno avvertendoli dell’imminente diffusione in Italia di un opuscolo a cura del PCI "Per la salvezza del popolo italiano", Archivio centrale dello Stato, ministero dell’Interno, Direzione generale di pubblica sicurezza, F1, b.80, fasc. 596. Del resto, è difficile capire a quale dissidenza fascista possa far capo il documento in questione. Non è realistico che i vari Arpinati, Balbo, Farinacci, Rossoni o Turati possano rivolgersi così apertamente ai comunisti e, tra i fascisti di base, soprattutto tra i reduci delusi, ancora grande è il prestigio di Mussolini. Né si fa alcun cenno a questa formazione nella più diffusa letteratura storiografica sul fascismo, da Zangrandi a De Felice, a Tranfaglia a Salvatorelli. Eppure il documento dovrebbe aver avuto un’ampia diffusione, visto che sarebbe caduto perfino in mano a marinai imbarcati in navi che fanno rotta per l’Unione Sovietica.

(21) Apc 513-1-1349, p. 1. 22 Apc 513-1-1356, p. 20. Il documento, senza data, consta di una parte dattiloscritta e una manoscritta, senza firma, ma certamente emissione, come si evince dal contesto, del dibattito in seno al Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista sulla questione italiana. Su questa vicenda cfr. anche Massimo Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, Bietti, 1999, p. 45.

(23) I verbali delle sessioni dell’Ufficio Politico di agosto 1936 si trovano in Apc-513-1-1432; il più convinto assertore è Mario Montagnana, che parla di «migliorare il fascismo», ma anche Velio Spano raccomanda al partito di considerarsi «una corrente d’opposizione dentro il fascismo», come riferisce Antonello Mattone, nel suo Velio Spano: vita di un rivoluzionario di professione, La Torre, 1978, p. 40.

(24) A Grieco venne affidata una correlazione, pubblicata poi col titolo "Largo ai giovani" (uno degli slogan del diciannovismo fascista, il che fa insinuare a Canfora che la responsabilità sia tutta di Grieco), dalle Edizioni di cultura sociale di Parigi nel 1936.

(25) Apc 513-1-1354, p. 261.

(26) A. Agosti, Togliatti, cit., 1996, p. 206.

(27) Apc 513-1-1432, p. 25, incontro del 3 gennaio 1937.

(28) Apc 513-1-1432, p. 29.

(29) Ivi, p. 30.

(30) Ivi, p. 36.

(31) Ivi, p. 37.

(32) Apc 513-1-1440, p. 20.

(33) Aldo Agosti parla di Togliatti come ispiratore della linea politica che ha condotto alla formulazione del Manifesto, anche se non ne ha ispirato direttamente la stesura: in A. Agosti, The Weak Link in the Cast, cit., pp. 183-184; cfr. anche A. Agosti, Togliatti, cit., pp. 204-205.

(34) Apc 513-1-1432, p. 47.

(35) Il Manifesto dell’agosto del 1936, tuttavia, insieme con altra letteratura comunista, venne inviato in cinquecento copie in Spagna nel tentativo di rieducare i prigionieri politici catturati nella guerra civile: cfr. L.P. D’Alessandro, Rieducare i prigionieri. Fascisti e antifascisti italiani sul fronte di Guadalajara, «Memoria e ricerca», n. 44, settembre-dicembre 2013, p. 131 e n. 39.

(36) Sulle vicende successive, a mio parere, il testo che ricostruisce con maggiore accuratezza e precisione la crisi del PCI negli anni 1937-39 è il libro di Sergio Bertelli, Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del PCI 1936-1948, Rizzoli, 1980.

(37) Ibidem, p. 53




* articolo già pubblicato nella rivista Zapruder, n. 35, settembre-dicembre 2014

Gino Candreva