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Foibe: pulp history e verità di Stato

 

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0 Febbraio 2022

(Prima parte)

Pubblichiamo la prima parte (a breve la seconda) di un testo tratto da un lungo saggio sul falso storico.


Fin dai primi decenni dell'epoca postunitaria, in periodo liberale e fascista l'espansione coloniale è stata considerata il naturale compimento dell'Unità: la retorica delle “terre irredente”, del “posto al sole” della “quarta sponda”o dell'impero che “risorge sui colli fatali di Roma”, “le nostre terre” (riferito all'Istria e alla Dalmazia) stanno a indicare un concetto di “patria” che si estende geograficamente ben oltre i confini naturali della Penisola, e sfocia nel mito della pretesa che le sponde del Mediterraneo meridionale e orientale appartengano di diritto all'Italia: «il passato coloniale italiano – ha notato Nicola Labanca – non è un'appendice esterna e trascurabile della storia italiana» [1].

Da Nizza, Savoia e Corsica, al Quarnaro, a Malta, alla Libia e alla Tunisia, come nella canzone Mediterraneo. Riassunta nelle parole dello stesso capo del fascismo:

«Fa’, o gioventù italiana di tutte le scuole e di tutti i cantieri, che la Patria non manchi al suo radioso avvenire; fa’ che il XX secolo veda Roma, centro della civiltà latina, dominatrice del Mediterraneo, faro di luce per tutte le genti» [2].

Ernesto Bignami, insegnante di filosofia e fervente fascista, in un saggio per le scuole, pubblicato nel 1935 e premiato dal Regime, parla di ingiustizia storica consumata a Versailles, dopo la prima Guerra mondiale, contro i diritti italiani nel Mediterraneo orientale [3] e conclude:

«L' espansione mediterranea, è per 1'Italia necessità di vita: popolo eccezionalmente prolifico e migratorio, e pur nello stesso tempo cosi povero di materie prime e di risorse naturali, ha pure il diritto di vedersi garantito uno sfogo su terre che offrano la duplice possibilità di un ampio popolamento e di ricche materie prime. Terre, naturalmente, appartenenti alla zona mediterranea: perché qui convergono da secoli i massimi interessi della Nazione» [4].

A questa pretesa di diritto naturale si è accompagnata, nel corso dei decenni, il mito del “buon italiano”, suffragato da un'ampia letteratura nazionalpopolare, da Pascoli a De Amicis a Salgari [5] e alimentato in epoca fascista, come nel testo di Renato Micheli della canzone Faccetta nera: l'Italia che andava in Africa non era l'Italia dei carri armati e dell'iprite, ma l'Italia proletaria, che esportava lavoro e civiltà, emancipando gli schiavi africani. A tale scopo, per lungo tempo si è cercato di nascondere o semplicemente negare i massacri, le deportazioni di popolazione, le stragi, quando non i veri e propri genocidi compiuti ai danni delle popolazioni sottomesse: dall'Etiopia alla Libia [6], dalla Grecia [7] all'Albania all’ex Jugoslavia, di cui si dirà in seguito. Dei criminali di guerra italiani di cui si è chiesta l'estradizione, ai termini dell'articolo 45 del Trattato di pace, nessuno è stato estradato nei paesi nei quali si è reso responsabile di questi delitti [8]. L'amnistia Togliatti e i processi successivi, tutti rigorosamente celebrati in Italia e non per i crimini commessi all'estero, posero la pietra tombale sulla possibilità di punire i responsabili delle avventure coloniali e dei crimini di guerra. Ne uscì rafforzata l'idea del “buon italiano” e delle aggressioni coloniali come missioni di civiltà.

Che questo mito sia duro a tramontare, del resto, lo confermano anche vicende recenti. Come ha notato Angelo Del Boca, quando il 10 novembre del 2003 i guerriglieri di Abu Omar al-Kurdi, facendo esplodere un camion imbottito di esplosivo, causarono la morte di 21 militari del contingente italiano a Nassirya, in Italia si ebbe una reazione mista di dolore e stupore, increduli che i nostri soldati in Iraq potessero essere in qualche modo considerati truppe straniere d'occupazione e non un contingente “di pace” [9].

E che la mentalità colonialista non sia un semplice retaggio del passato, lo mostra la vicenda di Indro Montanelli, che, ancora nel 2000 dichiarava, quasi divertito, da maschio coloniale bianco, di aver “comprato” una bambina dodicenne in Etiopia, spiegando questo gesto con la semplice differenza culturale con il paese africano: «lei era un animalino docile; ogni 15 giorni mi raggiungeva ovunque fossi insieme alle mogli degli altri» [10].

Nonostante la ricerca abbia compiuto notevoli progressi rompendo l'egemonia di una memoria consegnata in gran parte ai vecchi funzionari coloniali e rappresentata nella monumentale, quanto incerta dal punto di vista scientifico, opera L'Italia in Africa [11], dedicata essenzialmente a dimostrare i meriti della colonizzazione e a imporre il mito degli “italiani, brava gente”, questa narrazione delle nostre (borghesi, ndr) imprese coloniali sopravvive tutt'oggi. I lavori attinenti a quest'opera sono durati per oltre un trentennio, fino allo scioglimento, nel 1984, del comitato che ne aveva assunto il compito. Tuttavia, che l'idea che sorreggeva quest'opera sia dura a morire è dimostrato dalla pubblicazione, meno di dieci anni fa, del volume di Federica Saini Fasanotti, Etiopia 1936 – 1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell'esercito italiano [12], a cura dell'Ufficio storico dello Stato maggiore dell'esercito, che ripropone l'ideologia di un “colonialismo buono” perfino in quella che è stata la più brutale e spietata operazione coloniale dell'imperialismo italiano, ovvero l'occupazione dell'Etiopia.

Oltre che alle rimozioni e alle amnesie, a inibire la formazione di una coscienza critica del colonialismo italiano, si è anche ricorso a una vera e propria censura su opere cinematografiche come Il leone del deserto [13], che narra le vicende del dirigente della Resistenza libica Umar el-Mukhtar, oppure il documentario di Ken Kirby e Michael Palumbo Fascist Legacy [14]. Si può senz'altro concordare con quanto osserva Patrizia Palumbo, che nel dopoguerra il discorso culturale in Italia non ha attraversato il processo di decolonizzazione che hanno sperimentato altre nazioni, come la Francia, tanto che «Il discorso coloniale è parte integrante della cultura italiana» [15]. Conclude Labanca: «il colonialismo, pur finito nella storia politica, continua (ovviamente trasformandosi e adattandosi ai tempi nuovi) nelle menti degli italiani» [16].

Una mentalità che emerge a ogni contingenza politica che in qualche modo abbia attinenza con il passato coloniale e i presunti interessi dell'Italia all'estero. Ma che è esplosa in tutta la sua potenzialità tra la fine del ventesimo e l'inizio del ventunesimo secolo sulla questione del confine orientale.

Il 14 giugno 1992, poco dopo la dissoluzione della Jugoslavia, l'allora Movimento sociale – Destra nazionale organizzò, sotto la presidenza di Maurizio Gasparri, un convegno dal titolo Dalla fine della Jugoslavia al ritorno dell'Italia in Istria, Fiume e Dalmazia. Il giorno dopo era previsto il riconoscimento delle neonate repubbliche di Slovenia e Croazia da parte del governo italiano.

Nell'intervento iniziale, rivolgendosi ai suoi “camerati”, Gasparri invitava il governo a ”rimettere in discussione” i trattati internazionali (dal “dictat” del Trattato di pace del 1947 a quello di Osimo del 1975), «imposti dalla defunta Jugoslavia che hanno decurtato l'Italia di terre, di storie e di tradizioni» [17]. Al convegno sfilava una vera e propria galleria degli orrori del reducismo, da ex repubblichini di Salò a partecipanti alla guerra di Spagna, a esponenti neofascisti che troveremo in seguito arruolati nei vari governi Berlusconi. Il senso del convegno era che l'Italia sarebbe stata vittima di un'ingiustizia storica consumatasi sul confine orientale: un'ingiustizia alla quale occorre porre termine col ritorno in Istria e Dalmazia. Si tratta di una lettura del trattato di pace che mostra la difficoltà ad accettare la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, ma è anche indicativa della coscienza collettiva di una nazione che non ha mai fatto i conti con il proprio passato coloniale e le conseguenti atrocità commesse nei territori occupati, in Africa come nei Balcani.

Mentre per ciò che riguarda le ex colonie africane, di cui peraltro in sede di revisione del Trattato di pace si fece fatica a rinunciare (in particolare alla Libia e alla Somalia) non c'è stata nel dopoguerra una massiccia campagna di riacquisizione territoriale, non si sono mai smorzate del tutto le aspirazioni sulle terre di confine con la Jugoslavia, considerate “italiane” a tutte gli effetti. Gli equilibri emersi dal secondo conflitto mondiale e la particolare collocazione della Jugoslavia nel contesto della guerra fredda tuttavia impedirono, fino al crollo della federazione jugoslava, un chiaro programma irredentista da parte italiana. Per l'Italia, nel 1991 sembrò arrivato il momento di riaprire il contenzioso di frontiera con le nuove repubbliche sorte dalla dissoluzione del paese balcanico. Secondo un lungo e argomentato articolo di «Limes», l'allora segretario del Movimento sociale – Destra nazionale, Gianfranco Fini, trattò con la leadership serba sulla spartizione della Croazia tra Italia e Serbia, e la revisione dei confini con la Slovenia [18].

Il convegno del 14 giugno 1992, cui si è accennato poco sopra, è il corollario di questi avvenimenti. In virtù di questi riallineamenti internazionali, il primo governo di centro – destra, nel 1994, si oppose all'ingresso della Slovenia in Europa [19].

Seppure originato dalla contingenza geopolitica degli inizi degli anni Novanta, il revisionismo dei confini orientali era indice di un più profondo fiume carsico che pervadeva la coscienza storica nazionale e riemergeva a ridefinire i riferimenti e i miti della nazione. Come si è accennato, l'integrazione del Movimento sociale nell'area di governo aveva fatto cadere la pregiudiziale antifascista e messo in crisi la retorica dell' “arco costituzionale”; d'altro canto, l'abbandono ad ogni riferimento, seppure formale, al comunismo da parte del Pci e la trasformazione in un partito democratico di centro-sinistra comportava il riconoscimento reciproco dei due ex avversari.

L'incontro a Trieste tra Gianfranco Fini e Luciano Violante, nel 1998, organizzato da Giampaolo Valdevit, importante esponente dell'Istituto per la storia del Movimento di liberazione del Friuli Venezia – Giulia, stava a suggello della nuova svolta, che verrà formalizzata con la Legge del 30 marzo 2004, approvata dall'intero Parlamento con la sola eccezione di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani, istitutiva del “giorno del ricordo”, da celebrare il 10 febbraio, data della firma del trattato di pace del 1947. Era il punto di arrivo di un iter parlamentare durato circa dieci anni (la prima proposta era stata presentata nel 1995 da un gruppo di deputati dell'allora neonata Alleanza nazionale [20]), che aveva visto confrontarsi iniziative parlamentari di vari schieramenti. Nel corso del dibattito, l'unica fonte citata, da parte neofascista, è Luigi Papo di Montona, autore di un Albo d'Oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell'ultimo conflitto [21], che elenca circa ventimila vittime “giuliano-dalmate” della seconda Guerra mondiale, in un periodo che va dal 16 ottobre 1940 al 1993 (sic!) [22]. Del resto Luigi Papo stesso dichiarava: «la storia, quando serve alla propaganda, può benignamente essere falsata» [23].

Infine la legge istitutiva recitava:

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

L'istituzione del “giorno del ricordo” è stato preceduto dalla ripresa del dibattito nazionale sulle vicende di confine tra Italia e Slovenia. Prima di questa decisione del Parlamento, si è tentata la strada della collaborazione tra storici, culminata nel 1993 nella formazione di una Commissione storico culturale italo – slovena, che affrontasse le relazioni storiche tra i due Stati, nel periodo 1880 – 1956 (un'analoga commissione italo – croata non vide mai la luce, benché formalmente istituita).

Dopo sette anni di lavoro, la Commissione di storici giunse alla formulazione di una relazione comune e ne raccomandava una «presentazione pubblica ufficiale della relazione nelle due capitali, possibilmente in sede universitaria, come segno di stabile riconciliazione tra i due popoli; pubblicazione del testo nelle versioni italiana e slovena; • raccolta e pubblicazione degli studi di base; diffusione della relazione nelle scuole secondarie» [24].

Nel licenziare la versione definitiva del rapporto, l'allora ministro degli Esteri sloveno, Dimitrij Rupel dichiarava, con eccessivo ottimismo visti gli sviluppi successivi:

«Il Rapporto sloveno-italiano relativo al passato è un documento destinato al futuro. Nel suo messaggio vi è la consapevolezza che i contrasti avuti nella storia non devono trasformarsi in discordie del presente e oberare le relazioni del futuro. Se saremo in grado di accettare la storia, le nostre relazioni saranno maggiormente improntate alla spontaneità e all'amicizia. La storia non può venire conformata o assoggettata alla volontà degli attuali governanti. Il Rapporto comune italo-sloveno raccoglie dati che a molti non piaceranno. I contenuti del documento in Slovenia non vengono respinti, li accettiamo in quanto relativi a fatti storici» [25].

Da parte slovena venne data la massima diffusione alla relazione comune, mentre in Italia non c'è stata alcuna divulgazione, se non su qualche rivista locale, e nessuna delle misure di pubblicazione venne adottata. La propaganda neoirredentista, divenuta ideologia di Stato, non poteva tollerare una valutazione equilibrata come quella emersa dalla commissione di storici.

Vedremo che, nel corso degli ultimi 15 anni, questa vicenda da complessa viene notevolmente semplificata, dato che agli storici verrà progressivamente impedito di intervenire sulla questione. Con l'istituzione della Legge del ricordo, sono stati anche stanziati fondi per le associazioni degli esuli, oltre che per i familiari delle vittime.

Oltre a un programma apertamente revanscista, l'istituzione del “giorno del ricordo” costituisce un tassello fondamentale nel cambio di paradigma storico dell'Italia del dopoguerra, a causa di un discorso pubblico pervicacemente egemonizzato da una destra, non più in cerca di legittimità ma aggressivamente protesa a imporre una narrazione postfascista della storia d'Italia mediante il ricatto morale, la censura e il controllo sui testi.

Posto a ridosso del 27 gennaio, “giorno della memoria” delle vittime della Shoah, il “giorno del ricordo” suggerisce artatamente un paragone con la tragedia che ha sterminato milioni di esseri umani, tra cui sei milioni di ebrei, oltre a rom, testimoni di Geova, prigionieri di guerra sovietici e oppositori politici, vittime del Nazismo e del Fascismo. Come ha dichiarato, parlando delle “foibe”, Maurizio Gasparri: «sono grandi tragedie, come quelle dell'Olocausto o di Anna Frank» [26].

Allo scopo di questa olocaustizzazione non si fa riferimento ad alcuna storiografia o ricerca sostenuta da fonti e dati certi, ma a una malastoriografia [27] incerta, confusa e contraddittoria, dal citato Luigi Papo a padre Flaminio Rocchi, da Marco Pirina a Giorgio Rustia da Ugo Fabbri a Augusto Sinagra ad Antonio Serena [28], tutti personaggi di estrema destra, in transito tra formazioni fasciste e Lega nord, che hanno prodotto lavori confusi e pervasi da un comune furore ideologico antislavo.

A seconda delle ricostruzioni, gli stessi numeri di “infoibati” passa da alcune centinaia a decine di migliaia se non centinaia di migliaia di vittime. L'allora presidente della Camera Ferdinando Casini, in sede di discussione, parlò di “centinaia di migliaia di italiani” oggetto di persecuzione [29]. L'oscar dell'abominio però spetta a Maurizio Gasparri, uno dei “foibologi” più impegnati nella diffusione di false notizie su questo avvenimento. In un intervento alla trasmissione 3131 di Rai 2, nel febbraio del 2004, l'allora Ministro delle Comunicazioni dichiarò all'intervistatore Pierluigi Diaco che «milioni di italiani furono gettati vivi solo per essere italiani» [30]. Basti ricordare che l'intera popolazione italofona in Istria e Dalmazia non raggiungeva le cinquecentomila unità.

Ai fini di questa ricostruzione che di storico ha ben poco, occorre semplificare, come si diceva prima, le vicende delle terre dell'Alto Adriatico e confinarle nel periodo 1943 – 45. Eppure la loro storia non inizia nel 1943. Senza addentrarci nelle vicende delle origini della formazione delle ideologie nazionali nell'Impero asburgico [31], basti ricordare che negli anni del primo dopoguerra l'irredentismo italiano in Istria e in Dalmazia si salda col mito della “vittoria mutilata” e vede nell'impresa fiumana di D'Annunzio il momento del riscatto nazionale.

Come ha osservato Brunello Mantelli, un ruolo importante fu giocato dall’antislavismo radicale costitutivo del nazionalismo espansionistico italiano di fine Ottocento, uno dei principali filoni confluiti nel movimento interventista che nel 1914 si agitò per spingere l’Italia nella prima guerra mondiale; nei confronti degli slavi, vissuti come ostacolo da quelle correnti irredentistiche che, nel primo scorcio del secolo XX, avevano ormai trasformato l’aspirazione al completamento dell’unità nazionale in slancio imperialistico verso la sponda orientale del mare Adriatico, iniziarono allora a risuonare accenti razzisti; nelle parole scritte immediatamente prima dello scoppio della Grande guerra dall’esponente nazionalista Ruggero Fauro (più noto con lo pseudonimo di Timeus, con cui era solito firmare i suoi scritti) [32]:

«Nell'Istria la lotta nazionale è una fatalità che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di una delle due razze che si combattono...» [33].

Questo progetto diventa concreto con l'irrompere del fascismo sulla scena politica; la situazione dei territori dell'Alto Adriatico muta radicalmente. Il 13 luglio 1920 veniva dato alle fiamme dai fascisti agli ordini di Francesco Giunta il Narodni Dom di Trieste, che ospitava l'hotel Balkan e simbolo della presenza slava in città, sede di associazioni culturali serbe, croate e slovene, ma anche ceche. Seguì l'incendio della Casa del popolo di Pola e, nel corso di queste violenze, vennero incendiati 134 edifici, tra cui 100 circoli di cultura, case del popolo, camere del lavoro e cooperative. In seguito alla resistenza operaia dei minatori dell'Arsa, i fascisti incendiarono interi villaggi [34]. Negli anni a seguire, la violenza nazionalista italiana si scatenò non solo contro gli oppositori politici, socialisti, comunisti, liberali e tutto ciò che era in odore di “antifascismo”, ma soprattutto contro sloveni e croati, non risparmiando neppure i preti che si opponevano a quell'orgia di brutalità, tanto da suscitare anche la reazione del papa Benedetto XV che deplorava la ferocia sui sacerdoti [35].

Il 3 marzo 1922 nella città libera di Fiume un colpo di stato fascista con l'attivo sostegno dei carabinieri, dell'esercito e della marina italiani, depose il governo locale, costringendo all'esilio Riccardo Zanella, presidente della giunta autonomista fiumana [36]. Lo stesso capo del fascismo, del resto, dichiarava il 20 settembre 1920 in un discorso al teatro Cescutti di Pola:

«Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini italiani devono essere il Brennero, il Nevoso e le (Alpi) Dinariche. Dinariche, sì, le Dinariche della Dalmazia dimenticata!… Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraaneo. Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche» [37].

Non si trattava solo di un piano di espansione geopolitica, ma della definizione di un nuovo concetto di italianità, che univa lingua, nazione e razza. Lo strumento per la sua affermazione era la “bonificazione etnica” degli “allogeni”, come venivano chiamate le popolazioni slave. Riferendosi al programma fascista, Enzo Collotti ha parlato dell'«italianità di frontiera come quintessenza e distillato allo stato della massima purezza dell'italianità» [38].

Gli anni dal 1922 al 1941, data dell'invasione della Slovenia, furono anni terribili per le popolazioni sottomesse al governo di Roma. Il fascismo procedette a tappe forzate a un programma di italianizzazione e fascistizzazione delle istituzioni, mediante la distruzione della cultura e delle istituzioni slave; venne proibito l'uso delle lingue locali, italianizzati i cognomi e, come si è visto, perfino il clero non fu risparmiato da questo processo. L'intero sistema creditizio venne italianizzato, privando in questo modo le cooperative rurali dei fondi necessari al loro sviluppo. Entro il 1928 oltre 300 tra cooperative e istituti finanziari passarono in mani italiane. Mediante questi strumenti economici si provvide a colpire la proprietà slava a favore di una borghesia italiana, agraria e industriale, che fin dall'inizio aveva sostenuto il fascismo, convinta di trarre notevoli benefici economici. Nel 1931, lo stesso Mussolini inviava una circolare ai prefetti nei quali proponeva di espropriare «le proprietà terriere … che si trovano oggi in possesso di allogeni» [39]

[continua...]


NOTE

1 - Nicola Labanca, Introduzione, a Angelo Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma, 2007, p. 14.

2 - Alberto Maria Banti, Sublime madre nostra, cit. p. 154.

3 - Ernesto Bignami, Cos'è il fascismo. Saggio premiato nel decennale della rivoluzione., Milano, 1935, p. 48.

4 - Ibidem.

5 - Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? Neri Pozza, Vicenza, 2010, p. 4.

6 - Secondo le stime più accurate, l'occupazione italiana in Libia ha prodotto circa 100.000 vittime, su una popolazione di 800.000 persone; in Etiopia secondo il governo etiope le vittime furono circa 500.000, anche se stime più accurate (Del Boca) ne considerano circa 300.000. Per una bibliografia non esaustiva sul colonialismo italiano, v. di Giorgio Rochat Militari e politici nella preparazione della campagna d'Etiopia. Studio e documenti, FrancoAngeli, Milano, 1971; di Angelo Del Boca, si ricordano soprattutto Gli italiani in Africa orientale, in quattro volumi, che ha conosciuto diverse edizioni presso Laterza e poi Mondadori, ma anche Le guerre coloniali del fascismo, Laterza, Roma – Bari, 1991 e Gli italiani in Libia, Mondadori, Milano, 1997 Di Nicola Labanca si ricordano essenzialmente Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna, 2002, La guerra di Libia, 1911 – 1931, Il Mulino, Bologna, 2011, La guerra d'Etiopia. 1935 – 1941 Il Mulino, Bologna, 2015; di Matteo Dominioni, Lo sfascio dell'impero. Gli italiani in Etiopia 1936 - 1941, Laterza, Roma – Bari, 2008; di Luigi Goglia, Il colonialismo italiano da Adua all'impero, Laterza, Roma - Bari, 1981; di Calchi – Novati, Africa: la storia ritrovata. Dalle prime forme politiche alle indipendenze nazionali, Carocci, Roma, 2005, ma anche i numerosi articoli e saggi apparsi in riviste e opere collettanee, che è impossibile citare estesamente; Eric Salerno, Genocidio in Libia. Le atrocità dell'avventura coloniale italiana (1911 – 1931), SugarCo, Milano, 1978; tra le varie opere di Romain Rainero, v. essenzialmente Il colonialismo, Le Monnier, Firenze, 1978, Il risveglio dell'Africa nera, Laterza, Bari, 1960, Colonialismo e decolonizzazione nelle relazioni italo – francesi, Società toscana per la storia del Risorgimento, Firenze, 2001; C. Zaghi, L'Africa nella coscienza europea e l'imperialismo italiano, Guida, Napoli, 1973; Renato Mori, Mussolini e la conquista dell'Etiopia, Le Monnier, Firenze, 1978; Gianluigi Rossi, L'Africa italiana verso l'indipendenza, Giuffré, Milano, 1980; L. Ceci, Il papa non deve parlare, Laterza Roma – Bari, 2010; Federico Cresti e Massimiliano Cricco, Storia della Libia contemporanea. Dal dominio ottomano alla morte di Gheddafi, Carocci, Roma, 2012.

7 - Secondo l'Unrra e la Croce rossa internazionale, le vittime dell'occupazione nazifascista della Grecia furono in totale 620.000, v. Davide Conti, L'occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente”, Odradek, Roma, 2008, p. 189.

8 - Gli italiani richiesti dalla Jugoslavia, fin dal febbraio del 1945, erano circa 700. Michael Palumbo, L'olocausto rimosso. I crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani, Rizzoli, Milano, 1992.

9 - Angelo Del Boca, Italiani brava gente?, cit.; secondo un'inchiesta delle Iene, militari italiani non erano estranei alle torture ai danni di prigionieri iracheni nella base militare di White Horse, http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Un-militare-confessa-Gli-italiani-torturavano-a-Nassiriya-de7c29fc-6ede-4cc8-81b1-0b222ff26570.html?refresh_ce (visitato il 23 maggio 2020).

10 - https://it.aleteia.org/2018/08/16/indro-montanelli-elvira-banotti-violenza-bimba-12-anni-africa/ (visitato il 23 maggio 2020); video disponibile in https://www.youtube.com/watch?v=N_2xZWu_Ak8 (visitato il 24 maggio 2020) rispondendo a una lettrice, dalle pagine del «Corriere della sera» del 12 febbraio 2000, Montanelli dichiara anche le sue difficoltà ad «avere un rapporto sessuale», non per remore morali o d'altro tipo, ma perché la ragazza era infibulata (problema risolto dalla madre, per la gioia del tenente italiano) e «puzzava di sego di capra».

11 - Comitato per la documentazione dell'opera dell'Italia in Africa, L'Italia in Africa, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1955 – 1974. Per un'analisi critica di quest'opera, v., tra gli altri, Antonio M. Morone, I custodi della memoria, in «Zapruder», n. 23, settembre – dicembre 2010; sullo stesso numero della rivista, v. anche Chiara Ottaviano, Riprese coloniali e Giulietta Stefani, Eroi e antieroi coloniali, ma anche Giuliano Leoni e Andrea Tappi, Pagine perse, sui manuali scolastici del dopoguerra.

12 - Saini Fasanotti, Federica, Etiopia 1936 – 1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell'esercito italiano, Stato maggiore dell'esercito – Ufficio storico, Roma, 2010: dall'introduzione del generale Montanari: “Mancò, lo si è detto, il tempo per raggiungere la pacificazione: ma – riferisce con inconsueta onestà intellettuale l'Autrice – in quello stesso periodo, ancorché breve, l'iniziativa italiana trovò il modo di realizzare in Etiopia … una rete stradale e ferroviaria di base, l'impianto urbano delle maggiori città, villaggi, ospedali, ambulatori, scuole, chiese per tutte le confessioni, la scolarizzazione dei giovani, il tentativo di modernizzare l'agricoltura”.

13 - Prodotto nel 1981, censurato perché ritenuto lesivo dell'onore dell'esercito italiano; alcune proiezioni private vennero addirittura interrotte dalla Digos, come a Trento nel 1987. Si è potuto proiettare liberamente solo dal 2009.

14 - La Rai acquistava i diritti per il filmato nel 1990, ma non l'ha mai mandato in onda. Qualche spezzone è stato trasmesso da La7, soltanto nel 2004. Oggi, una versione di History Channel è visibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=2IlB7IP4hys (sito visitato il 24 maggio 2020).

15 - Patrizia Palumbo, (ed.), A place in the sun. Africa in Italian Colonial culture from post – unification to the present, University of California Press, Berkeley and Los Angeles – London, 2003, p. 11; sulle nostalgie coloniali si veda anche Angelo Del Boca, Nostalgia delle colonie, Mondadori, 2001; ma anche Nicola Labanca, Perché ritorna la “brava gente, in Angelo Del Boca (a cura) La storia negata, cit., p. 76 ss.

16 - Idem, p. 94.

17 - Qui la registrazione dell'intero convegno: http://www.radioradicale.it/scheda/44063/dalla-fine-della-jugoslavia-al-ritorno-dellitalia-in-istria-fiume-e-dalmazia (visitato il 13 maggio 2020).

18 - Quando Fini sognava Istria e Dalmazia, «Limes» disponibile qui: https://www.limesonline.com/cartaceo/quando-fini-sognava-istria-e-dalmazia?prv=true (visitato il 25 maggio 2020).

19 - Guido Franzinetti, La riscoperta delle foibe, in Jože Pirjevec, Foibe. Una storia d'Italia, Einaudi, Torino, 2009, p. 320.

20 - Qui il testo della proposta del 1995: https://www.camera.it/_dati/leg12/lavori/stampati/pdf/56004.pdf (visitato il 25 maggio 2020).

21 - Luigi Papo di Montona, Albo d'Oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell'ultimo conflitto, Unione degli istriani, Udine, 1989.

22 - Citato in Claudia Cernigoi, Operazione “foibe” tra storia e mito, KappaVu, Udine, 2005, p. 84.

23 - Citato in Idem, p. 85

24 - Il testo della relazione ufficiale si può leggere qui: http://aestovest.osservatoriobalcani.org/documenti/Relazione_CommMista_italo-slovena.pdf?fbclid=IwAR3WuqjervYXR8svMKtnZU-vm0TCyMcw2JYY9cavIeNl62vvQCZWj7u_ETo (visitato il 30 maggio).

25 - Ibidem.

26 - La stampa, 18 aprile 2002.

27 - Il termine è di Alessandra Kersevan, La malastoriografia. Esempi nella storia del confine orientale, in Cesp, Revisionismo storico e terre di confine. Atti del corso di aggiornamento. Trieste 13 -14 marzo 2006, KappaVu, Trieste 2006, p. 175 – 195. Esempio di questa malastoriografia è anche l'uso spregiudicato di immagini di atrocità dell'esercito italiano spacciate per azioni di repressione dell'Esercito jugoslavo di liberazione. In una celebre puntata di Porta a porta, il 13 febbraio 2012, la stessa storica ha smentito il conduttore che presentava come azione antiitaliana l'esecuzione di cinque contadini sloveni, nel villagio di Dane avvenuta il 31 luglio 1942. Per i dettagli si rimanda al sito di wumingfoundation: https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/03/come-si-manipola-la-storia-attraverso-le-immagini-il-giornodelricordo-e-i-falsi-fotografici-sulle-foibe/ (visitato il 18 maggio 2020).

28 - Per una attenta disanima dell'infondatezza di questa malastoriografia v., oltre a ibidem, anche Claudia Cernigoi, Operazione 'foibe'... cit., p. 79 ss.; della stessa autrice Foibe, tra storia e propaganda, in Aa. Vv. Foibe. La verità contro il revisionismo storico. Atti del convegno. Sesto San Giovanni, 9 febbraio 2008, KappaVu, Udine 2008; vale la la pena sottolineare che tutti i nomi citati transitano nell'area dell'estrema destra, tra formazioni fasciste e Lega nord.

29 - Per il dibattito parlamentare v. Tenca Montini, Fenomenologia di un martirologio mediatico. Le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi, KappaVu, Udine, 2014, p. 90 – 94.

30 - http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/2004/02/08/Politica/FOIBE-GASPARRI-RICORDARE-TUTTI-GLI-ORRORI-DELLA-STORIA_110100.php (visitato il 26 maggio 2020); persino il giornale ufficiale di Casapound, riprendendo Papo, è costretto ad ammettere che il numero delle vittime accertate nelle foibe carsiche nel periodo 1943 – 45 è di circa un migliaio di persone: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/quanti-furono-i-morti-delle-foibe-5300/ (visitato il 26 maggio 2020).

31 - Per le quali vicende si rimanda, anche per la bibliografia all'articolo di Boris Gombač, La patria cercata. La nascita della coscienza nazionale negli slavi del Sud, in «Zapruder», n. 15, gennaio – aprile 2008, p. 23 – 41; per un'analisi più approfondita v. AA. VV., Dall'Impero austro-ungarico alle foibe. Conflitti nell'area alto-adriatica, Bollati Boringhieri, Torino, 2009; Darko Darovec, Breve storia dell'Istria, Forum, Udine, 2010.

32 - https://anpicatania.wordpress.com/2011/02/10/brunello-mantelli-gli-italiani-nei-balcani-1941-1943/ (visitato il 1 giugno 2020).

33 - Citato in Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi. 1941 – 1943, Nutrimenti, Roma, 2008, (epub).

34 - Marina Cattaruzza, L'Italia e il confine orientale, Il Mulino, Bologna, 2007, p. 141 – 146.

35 - Mario Pacor, Confine orientale. Questione nazionale e Resistenza nel Friuli Venezia Giulia, Feltrinelli, Milano 1964, p. 107.

36 - Idem, p. 167 – 168.

37 - Riportato nel «Manifesto», 5 febbraio 2014.

38 - Enzo Collotti, Sul razzismo antislavo, in Alberto Burgio, Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d'Italia 1870 – 1945, Il Mulino, Bologna, 1999, p. 54.

39 - Citato in Stefano Bartolini, Fascismo antislavo. Il tentativo di “bonifica etnica” al confine nor orientale, I.S.R.Pt editore, Pistoia, 2006 p. 123, al quale si rimanda anche per tutta la documentazione relativa a questa questione.

Gino Candreva

La 'coglioneria' di Togliatti

 


Il PCI e l'appello ai "fratelli in camicia nera"

22 Agosto 2021

Ottantacinque anni fa una delle pagine più vergognose dello stalinismo italiano (e russo)

La politica del Partito Comunista negli anni Trenta continua a essere uno dei nodi più controversi del dibattito che attraversa la storiografia sul movimento operaio del secolo scorso. Tra queste questioni occupa un posto rilevante l’atteggiamento nei confronti del fascismo, che alla vigilia della campagna d’Abissinia otteneva il massimo consenso popolare. La vittoria italiana in Africa, conseguita sfidando le maggiori potenze imperialiste dell’epoca e l’URSS, ebbe un profondo impatto sulla direzione comunista, divisa tra Parigi e Mosca, e l’effetto di tentare di adeguare il nuovo orientamento, emerso dal VII congresso dell’Internazionale Comunista, alle condizioni italiane.

All’indomani dell’ingresso dell’esercito italiano in Addis Abeba, avvenuto il 5 maggio 1936, il PCI elaborò il manifesto Per la salvezza dell’Italia. Riconciliazione del popolo italiano, meglio conosciuto come «Appello ai fratelli in camicia nera», nel quale, tra l’altro, si rivendicava il «programma fascista del 1919» come base per un’azione comune di fascisti e antifascisti contro i cosiddetti “pescecani”, ovvero i grandi capitalisti, industriali, finanzieri e agrari, che traevano profitto dalla conquista dell’Abissinia. In calce all’appello furono apposte le firme di tutti i dirigenti del PCI, indicati con i loro veri nomi, che fossero a Parigi, a Mosca, negli Stati Uniti, al confino o in carcere, la maggioranza dei quali si trovava nella pratica impossibilità di firmare o aderire preventivamente (1). Primo firmatario risultava Palmiro Togliatti, all’epoca a Mosca, responsabile per il Comintern, insieme con Dmitrij Zacharovic Manuilskij, della politica italiana.
Secondo le ricostruzioni successive, che si basano in particolare sulla testimonianza di Giuseppe Berti, anch’egli a Mosca, sia Berti che Togliatti non sapevano nulla dell’appello e, anzi, una volta venutine a conoscenza, avrebbero protestato vivacemente contro quella che Togliatti ha definito una “coglioneria” (2).

L’appello divenne immediatamente oggetto di polemica, in particolare da parte di Giustizia e Libertà e del Partito Socialista, che ironizzarono o criticarono aspramente la “svolta sansepolcrista” del PCI.

L’episodio è abbastanza noto nelle sue linee generali e nelle sue conseguenze, e la vulgata storiografica, essenzialmente basata su memorie e testimonianze, attribuisce a Ruggero Grieco, in pratica segretario del PCI dal 1935 al 1937, la responsabilità principale della vicenda (3).

Particolarmente curiosa la ricostruzione di Luciano Canfora che, nel capitolo del suo testo Gramsci in carcere e il partito dedicato all’«Appello ai fratelli in camicia nera», non cita un solo documento d’archivio, dando per scontata la ricostruzione dell’estraneità del centro moscovita e dello stesso Togliatti, fornita da Berti (4). In realtà, l’intera politica di avvicinamento alla gerarchia fascista, presuntamente dissidente, fu definita ed elaborata a Mosca, nella commissione italiana presso il Comitato Esecutivo dell’Internazionale.

A mia conoscenza, la formulazione «fratelli in camicia nera» venne impiegata per la prima volta al Congresso degli italiani all’estero contro la guerra d’Etiopia, tenutosi a Bruxelles, nella Sala Matteotti, i giorni 12 e 13 ottobre 1935, appena dopo l’inizio delle operazioni italiane in territorio etiope. In quell’occasione Grieco, che interveniva a nome del Partito Comunista, nell’ambito di un discorso improntato all’unità d’azione tra socialisti e comunisti che avrebbe dovuto costituire la base del governo di fronte popolare in Italia, dichiarava: «non abbiamo vendette da compiere contro i nostri fratelli in camicia nera che vennero ingannati dai nostri comuni nemici» (5). Grieco prevedeva per l’Italia un governo di collaborazione antifascista, i cui partiti portanti sarebbero dovuti essere il socialista e il comunista, in odore di “unificazione organica”, tra i quali esisteva un patto d’unità d’azione fin dall’agosto del 1934 (6). Ipotesi che il centro parigino del PCI riteneva omogenea alle decisioni del VII congresso dell’Internazionale Comunista. Questa prospettiva venne ulteriormente ribadita nell’Ufficio Politico di fine ottobre, dove si registrò una sostanziale convergenza sulle indicazioni di Bruxelles e in particolare sulla necessità di costituire un fronte popolare d’opposizione sull’esempio francese, non esistendo per l’immediato le possibilità di un rovesciamento del regime fascista (7). Era chiaro comunque il carattere antifascista di questa compagine, aperta anche ai partiti non operai, come il Partito Repubblicano e, soprattutto, a Giustizia e Libertà.

La questione di un eventuale governo di fronte popolare in Italia sorgeva dalla convinzione che la guerra d’Etiopia sarebbe stata ancora lunga e sfibrante e che avrebbe condotto alla crisi irreversibile del regime. Del resto le due precedenti aggressioni al paese africano si erano risolte con due disfatte (8) e le conseguenti dimissioni dei governi che le avevano avviate. Inoltre, tenendo conto del contesto internazionale delineatosi e dell’apparente ostilità di Francia, Inghilterra e URSS, tutto lasciava intendere che si fosse alla vigilia di un indebolimento del governo di Mussolini, se non di un crollo del regime. D’altro canto questa convinzione si fondava anche sull’esigenza di rafforzare l’alleanza con gli altri partiti antifascisti e quindi di offrire uno sbocco propositivo a quest’alleanza.

L’opposizione alla prospettiva di costruire un fronte popolare antifascista giunse da Mosca, e in particolare da Togliatti. In una lettera di fine ottobre 1935, pubblicata varie volte (9), nell’ipotesi di un insuccesso della guerra, in qualsiasi modo questo si materializzi, è prevedibile che all’interno del fascismo maturi un’opposizione a Mussolini, scrive Ercoli, e questa opposizione non avrà i caratteri dell’antifascismo classico. Occorre dunque «una politica che favorisca la formazione di questa opposizione» (10). Il problema è così posto: «Esiste, oppure è in formazione, una nuova opposizione, che chiameremo fascista, che si sviluppa nel paese e che può rapidamente diventare una forza imponente» (11).

Ciò che allarma particolarmente il dirigente comunista a Mosca, in questo caso, è la dichiarazione resa a Bruxelles sulla possibilità che i comunisti entrino in un governo di fronte popolare, o simile, in Italia, fatta, secondo Togliatti, per «accontentare alcuni tipi che vivono a Parigi» (12).

Dunque nessun governo di fronte popolare con l’antifascismo dei salotti parigini; piuttosto bisognava cercare l’alleanza con i dissidenti fascisti (13).
Che questo sia l’orientamento ormai dominante a Mosca è ribadito da un ulteriore intervento, il 1 gennaio 1936, che demolisce in poche righe l’intero impianto politico di Bruxelles. In breve, Togliatti respinge decisamente ogni ipotesi di “partito unico” coi socialisti e sostiene la necessità di rivolgersi attivamente alla dissidenza fascista. Ancora più perentoria la postilla di Pell.[icano] (Manuilskij): «Problema del F[ronte] U[nico] si pone diversamente che in tutti gli altri paesi. Non coi soc.[ialisti], ma coi fascisti. Non con tutti. Coi malcontenti, che non vogliono la guerra, ecc. […] Elaborare programma non ancora nostro, che unisca tutti quelli che sono contro la guerra criminale. Unità organica: non utile» (14).

La stessa posizione ribadita da Manuilskij nella seduta della Commissione italiana del Segretariato latino dell’Esecutivo del Comintern, tenutasi dal 26 al 31 dicembre 1935:

«Oggi, il problema del fronte unico in Italia non deve essere sollevato nei termini del fronte unico coi socialisti, né con gli anarchici. […] Il problema del fronte unico in Italia è il problema del fronte unico con i fascisti. Dovete adottare questa direzione politica chiara. […] Finché non affrontate questo problema, la questione del fronte unico si risolverà a un’alleanza nell’emigrazione, con Giustizia e Libertà, che non riveste grande importanza.» (15)

Da notare che da Mosca si suggerisce di «elaborare un programma non ancora nostro» che unisca tutti quelli che sono contro la guerra. Quale sarebbe il «programma non ancora nostro»? Un programma c’era già, bello e pronto, il programma fascista del 1919, con la sua retorica democratica e, a tratti, socialisteggiante (16). E a sostegno di questo nuovo corso verso i quadri fascisti, Togliatti invia da Mosca un documento dal titolo Per la salvezza del popolo italiano!, firmato da una sedicente “Alleanza per la salvezza dell’Italia” che dichiara di comprendere «in gran parte fascisti, e non quelli dell’ultima ora»; inoltre, prosegue il documento, «vi sono tra di noi degli uomini che illustrano il nome dell’Italia nel campo della politica, della scienza, dell’arte – al governo, nel parlamento, nelle università, nell’esercito» (17). Il biglietto manoscritto di Togliatti, che accompagna l’appello, tra l’altro invita il Centro parigino a tener conto delle nuove opposizioni che vanno maturando in seno al fascismo, di cui il documento sarebbe testimonianza (18). Il documento, quasi certamente un falso fabbricato a Mosca, espone le stesse argomentazioni contenute nelle lettere di Togliatti e in parte nella stampa comunista rivolta ai dissidenti fascisti: che il fascismo aveva promesso una rivoluzione e una maggiore giustizia sociale, mentre è al soldo dei capitalisti e degli agrari, che la guerra avrebbe apportato onore e prestigio all’Italia, mentre ha causato solo l’isolamento internazionale, che il responsabile della catastrofe è Mussolini, di cui si chiede l’allontanamento. E questi presunti dissidenti fascisti concludono: «Noi pensiamo che è arrivato il momento di prendere delle misure radicali contro i capitalisti e gli agrari» (19).

Diffuso in opuscolo con ampi rimaneggiamenti editoriali rispetto alla copia conservata all’Archivio del PCI, il documento è senz’altro caratterizzato dalla polizia politica fascista come proveniente dal Partito Comunista e non opera di qualche gruppo fascista dissenziente (20).

A suggello ufficiale di questa nuova linea giunge la risoluzione del Presidium del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista, il 2 febbraio, che notava: «i comunisti si sarebbero dovuti orientare verso azioni comuni con le masse che, per una ragione o per l’altra, si trovano nei sindacati fascisti, nelle organizzazioni del dopolavoro, ecc. […] prendendo come punto di partenza le rivendicazioni immediate di queste masse» (21).

Ma è dopo l’ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba che il tema della “riconciliazione del popolo italiano” diventa il principale asse programmatico della propaganda del PCI. Le linee essenziali sono ancora una volta fissate a Mosca: in un Primo progetto di risoluzione sulla politica del Partito Comunista Italiano, scritto immediatamente dopo la vittoria italiana in Africa, il “Segretariato” [del CE dell’Internazionale] raccomanda al PCI la «rivendicazione della realizzazione del programma fascista del ’19» (22).

Da questo momento in poi tutta la stampa del PCI e dell’Internazionale è impegnata in una campagna propagandistica che dura vari mesi, fino allo scoppio della guerra civile spagnola e oltre.

È in questo contesto che giunge l’appello «ai fratelli in camicia nera» Per la salvezza dell’Italia, alla cui stesura contribuì praticamente tutto l’Ufficio Politico, dividendosi il lavoro redazionale (23), tanto che la relazione principale al Comitato Centrale del settembre 1936, che approvò definitivamente l’appello, fu tenuta
da Egidio Gennari e non da Ruggero Grieco (24).

Che il Comitato Centrale di settembre rappresentasse il sigillo di una cesura nella politica del partito e una novità sostanziale, erano convinti in molti, e in particolare Egidio Gennari, che nella parte della sua replica, intitolata significativamente La maturità del nostro partito, ringraziò Manuilskij, Togliatti e Dimitrov per il contributo fornito all’elaborazione dell’attuale linea del partito di intervento tra i quadri fascisti (25).

L’appello venne in seguito sconfessato da Mosca e da Togliatti, che negò di averne avuto sentore fino a pubblicazione avvenuta. Eppure, in un rapporto del febbraio 1937 a Manuilskij e Dimitrov, Togliatti scrisse esplicitamente: «la linea dell’agitazione del programma fascista del 1919 è stata concordata in conversazioni che abbiamo avuto con Furini nel mese di luglio» (26).

E, per vari mesi dopo la pubblicazione, non solo a Mosca nessuno protestò, ma gli stessi Manuilskij e Togliatti sollecitamente approvarono.

A questo proposito è fondamentale la relazione che Boni (Aladino Bibolotti), di ritorno dalla capitale sovietica, svolge all’Ufficio Politico del 25 febbraio 1937. Il rapporto di Bibolotti contiene il resoconto di una serie d’incontri avuti tra il gennaio e il febbraio del 1937, quindi in piena guerra civile spagnola, che vedeva la partecipazione delle truppe fasciste italiane a sostegno del colpo di stato di Franco, e sei mesi dopo la pubblicazione dell’appello.

Per Manuilskij: «la linea politica generale del P.[artito] dopo il Comitato centrale [di settembre] […] è buona», e «il programma del ’19 va bene, ma non basta ancora» (27). Lo stesso Togliatti non muove critiche all’appello, e invece raccomanda cautela sulla rivendicazione della “repubblica democratica” (28). Anzi, in un successivo colloquio, rende ancora più esplicita la sua adesione al Manifesto: «Errore non aver messo il nome di Misiano nel Manifesto e non aver dato forte rilievo sua personalità dopo la morte. […] Programma fascista del 1919 sconosciuto a molti. Pubblicarne delle parti contrapponendo promesse a realtà» (29).

Posizione confermata il 10 febbraio nel corso di una riunione tra Bibolotti e i membri italiani del Comitato Centrale del PCI residenti a Mosca, tra i quali sicuramente Togliatti e Berti, che ancora una volta sostiene la linea del CC, inclusa l’adesione al controverso «programma del ’19» (30). Sarà l’intervento di Dimitrov, il 14 febbraio, a chiudere la questione. Sull’incontro con Dimitrov, Bibolotti appunta: «Togliere assolutamente la parola riconciliazione» (31).

È solo a questo punto che Togliatti esprime la sua contrarietà all’apertura del PCI alle “camicie nere”, con una nota che raccomanda di «lasciar cadere la parola “riconciliazione”» (32), e rovesciando una linea di condotta che, come si è visto, andava perseguendo da alcuni anni (33). Raccomandazione infine accolta dall’Ufficio Politico operante a Parigi nella sessione del 25 febbraio (34), anche se il riferimento al «programma fascista del ’19» farà capolino in seguito nella stampa del PCI, seppure non con la rilevanza accordatagli nel Manifesto di agosto (35).

L’episodio divenne uno dei motivi addotti dall’Internazionale Comunista per la liquidazione dell’intero Comitato Centrale nella crisi che attraversò il partito tra il 1937 e il 1939, e per la rimozione di Grieco da ogni posto di responsabilità, che fu costretto a un’umiliante autocritica una volta giunto a Mosca (36).

La politica di “mano tesa” ai fascisti non produsse gli effetti sperati e, sebbene l’avventura spagnola di Mussolini non suscitasse gli stessi entusiasmi della proclamazione dell’“impero” in Africa, nondimeno il regime non venne intaccato né dalla crisi economica, né dalla subordinazione alla Germania nazista ma, come è noto, si dovette attendere la sconfitta nel corso della Guerra mondiale, come in parte aveva intuito lo stesso Giuseppe Berti (37).




Note:

(1) L’appello venne pubblicato in «Stato operaio», n. 8, 1936, pp. 513-536

(2) La testimonianza di Berti fu raccolta da Nando Amiconi, Il comunista e il capomanipolo, Vangelista, 1977, pp. 293-294. Berti fornisce una testimonianza analoga a Giorgio Bocca in Palmiro Togliatti, Laterza, 1973, p. 326. Anche Umberto Massola nega ogni coinvolgimento di Togliatti, in Parigi. Agosto 1939, «Rinascita», n. 48, 3 dicembre 1966. Pietro Secchia riporta le critiche all’appello formulate dal Comitato direttivo dei prigionieri politici comunisti al confino a Ponza in Annali 1978, Feltrinelli, 1979, p. 169; chi invece propende per un diretto coinvolgimento di Togliatti è Giancarlo Pajetta, in Analisi del fascismo e antifascismo in Togliatti, relazione presentata al “Seminario nazionale di studio sul pensiero e l’azione di Palmiro Togliatti”, svoltosi alle Frattocchie dall’11 al 15 dicembre 1973, opuscolo a cura della Sezione centrale scuole di partito del PCI, p. 36. Pajetta centra a mio avviso il problema che si poneva la direzione, nello scrivere: «È da sottolineare l’importanza della riconquista dell’elemento nazionale alla lotta operaia e rivoluzionaria», ibidem. Su questa vicenda cfr. anche Massimo Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, Bietti, 1999, p. 45.

(3) Gli ultimi, in ordine di tempo, sono i libri del figlio di Grieco, Bruno, Un partito non stalinista, Marsilio, 2004 e il libro di Luciano Canfora, Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno, 2012, che, pur giungendo a valutazioni diametralmente opposte sulla figura del dirigente comunista, concordano nell’attribuire principalmente a Ruggero Grieco la paternità dell’appello. Ambedue si basano sull’autobiografia critica di Grieco, resa dopo l’arrivo a Mosca nel giugno del 1940 ad uso e consumo degli inquisitori stalinisti, concentrandosi in particolare sulla dichiarazione: «Io stesso ho scritto l’appello del partito», Un partito non stalinista, cit., p. 248. Lo stesso Paolo Spriano, nel terzo volume della sua Storia del partito comunista, Einaudi, 1969, p. 111, che pure si sofferma sul dibattito del Comitato Centrale del settembre del 1936, preceduto da ampie discussioni nelle sessioni dell’Ufficio Politico del mese prima, che portarono alla definizione dell’appello, sembra attribuire l’intera paternità al centro parigino del partito.

(4) L. Canfora, Gramsci in carcere e il fascismo, cit., p. 47.

(5) Il discorso, con alcune variazioni, è stato poi pubblicato in «Stato operaio», n. 10, ottobre 1935, pp. 631-632.

(6) Sul rapporto tra la politica di “fronte unico”, che lega i partiti operai, e il “fronte popolare”, esteso anche agli altri partiti antifascisti, cfr. Leonardo P. D’Alessandro, Per la salvezza dell’Italia. I comunisti italiani, il problema del fronte popolare e l’appello ai “fratelli in camicia nera”, «Studi storici», n. 4, 2013. Ringrazio D’Alessandro per avermi permesso la lettura del suo testo, ancora inedito mentre scrivevo il presente articolo, e per le sue osservazioni critiche, anche se permangono alcune valutazioni divergenti su aspetti particolari della vicenda.

(7) Istituto Gramsci, Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano (d’ora in poi Apc), fondo 513-1-1269. Il fondo 513 consultato è in formato pdf, derivante dai microfilm. Il numero della pagina, quando indicato, si riferisce al fotogramma e spesso differisce da quello indicato da altri testi, che invece preferiscono fare riferimento al numero di pagina interno al documento. Ho preferito la prima numerazione perché è di più facile individuazione per il lettore.

(8) Le sconfitte di Dogali, 1887 e Adua, 1896 causarono le dimissioni rispettivamente di Depretis e di Crispi.

(9) La lettera è conservata in Apc, 513-1-1261 ed è stata pubblicata una prima volta a cura di Franco Ferri in «Rinascita», n. 4, 22 gennaio 1966, e poi inclusa nelle Opere di Togliatti, vol. IV, tomo 1, a cura di Franco Andreucci e Paolo Spriano, Editori Riuniti, 1979, pp. 23-28.

(10) Ibidem, p. 26, sottolineato nell’originale.

(11) Ibidem.

(12) Togliatti a Grieco, 26 novembre 1935, in Apc 513-1-1261, p. 31.

(13) Per Aldo Agosti, a sunto della vicenda, l’intero dibattito nel PCI rifletterebbe le divergenze nel gruppo dirigente dell’Internazionale, tra un Dimitrov orientato verso una più decisa unità antifascista e un Manuilskij, sostenuto da Togliatti, più legato alla politica di “terzo periodo” e quindi diffidente nei confronti della socialdemocrazia e, in Italia, del partito socialista; cfr. Aldo Agosti, Togliatti, UTET, 1996, p. 204.

(14) Lettera di Togliatti a Dozza, in Apc 513-1-1352, p. 2. La lettera, pubblicata per la prima volta da Giuliano Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d’Etiopia, Editori riuniti, 1978, alle pagine 311-314, è ora in P. Togliatti, Opere, cit., pp. 75-78.

(15) Citato in A. Agosti, The Weak Link in the Cast - Iron Chain: Relations between the Comintern and the Italian Communist Party (1921-1940), in Mikhail Narinsky, Jürgen Rojahn (a cura di), Centre and Periphery. The History of the Comintern in the Light of New Documents, International Institute of Social History, 1996, p. 183.

(16) Un’ulteriore lettera del febbraio, a mia conoscenza finora inedita, raccomanda di «esaminare la possibilità di un lavoro particolare» presso «dirigenti di organizzazioni fasciste» perché il lavoro fatto dal basso non può dare grandi risultati, Apc 513-1352, p. 3.

(17) Apc 513-1-1352, p. 5 (sottolineato nell’originale).

(18) Ivi, p. 4

(19) Ivi, p. 8 (sottolineato nell’originale).

(20) A confortare l’idea di un falso, vedi la nota riservata di Carmine Senise, per il ministero dell’Interno, che il 28 aprile 1936 scrive ai Prefetti del regno avvertendoli dell’imminente diffusione in Italia di un opuscolo a cura del PCI "Per la salvezza del popolo italiano", Archivio centrale dello Stato, ministero dell’Interno, Direzione generale di pubblica sicurezza, F1, b.80, fasc. 596. Del resto, è difficile capire a quale dissidenza fascista possa far capo il documento in questione. Non è realistico che i vari Arpinati, Balbo, Farinacci, Rossoni o Turati possano rivolgersi così apertamente ai comunisti e, tra i fascisti di base, soprattutto tra i reduci delusi, ancora grande è il prestigio di Mussolini. Né si fa alcun cenno a questa formazione nella più diffusa letteratura storiografica sul fascismo, da Zangrandi a De Felice, a Tranfaglia a Salvatorelli. Eppure il documento dovrebbe aver avuto un’ampia diffusione, visto che sarebbe caduto perfino in mano a marinai imbarcati in navi che fanno rotta per l’Unione Sovietica.

(21) Apc 513-1-1349, p. 1. 22 Apc 513-1-1356, p. 20. Il documento, senza data, consta di una parte dattiloscritta e una manoscritta, senza firma, ma certamente emissione, come si evince dal contesto, del dibattito in seno al Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista sulla questione italiana. Su questa vicenda cfr. anche Massimo Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, Bietti, 1999, p. 45.

(23) I verbali delle sessioni dell’Ufficio Politico di agosto 1936 si trovano in Apc-513-1-1432; il più convinto assertore è Mario Montagnana, che parla di «migliorare il fascismo», ma anche Velio Spano raccomanda al partito di considerarsi «una corrente d’opposizione dentro il fascismo», come riferisce Antonello Mattone, nel suo Velio Spano: vita di un rivoluzionario di professione, La Torre, 1978, p. 40.

(24) A Grieco venne affidata una correlazione, pubblicata poi col titolo "Largo ai giovani" (uno degli slogan del diciannovismo fascista, il che fa insinuare a Canfora che la responsabilità sia tutta di Grieco), dalle Edizioni di cultura sociale di Parigi nel 1936.

(25) Apc 513-1-1354, p. 261.

(26) A. Agosti, Togliatti, cit., 1996, p. 206.

(27) Apc 513-1-1432, p. 25, incontro del 3 gennaio 1937.

(28) Apc 513-1-1432, p. 29.

(29) Ivi, p. 30.

(30) Ivi, p. 36.

(31) Ivi, p. 37.

(32) Apc 513-1-1440, p. 20.

(33) Aldo Agosti parla di Togliatti come ispiratore della linea politica che ha condotto alla formulazione del Manifesto, anche se non ne ha ispirato direttamente la stesura: in A. Agosti, The Weak Link in the Cast, cit., pp. 183-184; cfr. anche A. Agosti, Togliatti, cit., pp. 204-205.

(34) Apc 513-1-1432, p. 47.

(35) Il Manifesto dell’agosto del 1936, tuttavia, insieme con altra letteratura comunista, venne inviato in cinquecento copie in Spagna nel tentativo di rieducare i prigionieri politici catturati nella guerra civile: cfr. L.P. D’Alessandro, Rieducare i prigionieri. Fascisti e antifascisti italiani sul fronte di Guadalajara, «Memoria e ricerca», n. 44, settembre-dicembre 2013, p. 131 e n. 39.

(36) Sulle vicende successive, a mio parere, il testo che ricostruisce con maggiore accuratezza e precisione la crisi del PCI negli anni 1937-39 è il libro di Sergio Bertelli, Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del PCI 1936-1948, Rizzoli, 1980.

(37) Ibidem, p. 53




* articolo già pubblicato nella rivista Zapruder, n. 35, settembre-dicembre 2014

Gino Candreva