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SOLIDARIETÀ OPERAIA E MILITANTE A3 LAVORATOR3 DELLA FILIERA GRUPPO 8

 


SOLO LA LOTTA OPERAIA ABBATTE LO SFRUTTAMENTO

La sezione Romagna del Partito Comunista dei Lavoratori aderisce alla manifestazione del 6 settembre a Forlì, indetta da SUDD Cobas.

La vicenda dei lavoratori della filiera Gruppo 8 è così platealmente vergognosa che per ampi settori della società civile (e persino per alcuni partiti alla guida di varie autorità locali, che finora hanno tenuto gli occhi ben chiusi) non è possibile non schierarsi dalla parte degli operai. Da dicembre dell’anno scorso i lavoratori si sono ribellati alle condizioni inumane di sfruttamento a cui venivano sottoposti, un regime di semi-schiavitù in cui dormivano in un capannone fatiscente lavorando 12 ore al giorno, 7 giorni su 7. Sono queste, infatti, le condizioni che come un cancro infestano il comparto del mobile imbottito, quel famoso Made In Italy che la destra postfascista erge a feticcio. È una malattia di lunga data che prevede sostanzialmente il subappalto non solo delle fasi produttive quanto del caporalato, aprendo e chiudendo del giro di poco aziende fittizie, che hanno come unico scopo quello di applicare condizioni di lavoro “cinesi”. Sono zavorre vuote, pronte per essere abbandonate alla prima protesta dei lavoratori o a qualche ispezione o indagine. Una delocalizzazione dietro casa. La giustizia borghese si è dimostrata clamorosamente inefficace, proprio in una provincia in cui il Sindaco ha cavalcato il tema della “sicurezza” in campagna elettorale. L’unica sicurezza che viene garantita è il profitto del padronato, tutelato proprio dagli elementi della destra cittadina che – in una corrispondenza di amorosi sensi – difendono fattivamente e politicamente lo sfruttamento e l’insicurezza creata dal sistema criminale emerso nella vertenza. Contro i lavoratori che scioperano, gli avvocati-politici dell’azienda invocano continuamente l’applicazione del DL 1660, rendendo chiaro (se ancora ce ne fosse bisogno) che questa norma repressiva serve solo a manganellare e incarcerare chi lotta per il posto di lavoro e un tipo di società diverso. Come Partito Comunista dei Lavoratori siamo al fianco degli operai della filiera Gruppo 8 e sosteniamo la piattaforma rivendicativa di Sudd Cobas, che altro non è che il ripristino delle condizioni minime e dovute. La tenacia di questi lavoratori ha scoperchiato un vaso di Pandora che rende questa vertenza molto di più di una diatriba sindacale, come qualcuno vorrebbe. I lavoratori di un intero comparto, a volte distanti solo pochi metri o chilometri, nell’ennesimo capannone fatiscente, guardano a questi colleghi che hanno alzato la testa. È dovere di tutta la classe operaia muoversi compatti nella lotta, a prescindere dalla provenienza o dall’appartenenza sindacale. Occorre unire le vertenze del territorio e colpire il padronato dove fa più male, il portafoglio, con scioperi, picchetti e la ripresa di un’incisiva azione sindacaleal di là delle sigle.  Il padronato tenta di dividere i lavoratori per provenienza geografica, settore, contratto, azienda; soffia sul razzismo per usare i pregiudizi come leva salariale, per fare in modo che chi lavora non si riconosca più come classe. Occorre una vertenza generale, che rimetta al centro la classe operaia: serve un fronte unico di classe! Come dimostra in modo esemplare questa vertenza, è la classe lavoratrice l’unica che ha la capacità di rovesciare i rapporti di sfruttamento: occorre dare vita a una nuova stagione di mobilitazione e strappare di nuovo quei diritti che sembravano acquisiti ma che il padronato ci ha tolto, con il silenzio e la connivenza delle burocrazie sindacali. Chiediamo:

  • La nazionalizzazione sotto il controllo operaio, senza indennizzo, di tutte le aziende che delocalizzano, anche dietro casa, basta con il sistema di subappalto, basta con il caporalato
  • Per una cassa nazionale di resistenza a sostegno degli scioperi
  • Per l’abolizione di tutte le leggi repressive finalizzate a colpire i lavoratori in lotta per il posto di lavoro. No al DL 1660.
  • Salari dignitosi! I salari sono fermi da vent’anni, è un’emergenza non più rinviabile. Reintroduzione della scala mobile e abolizione di sfruttamento e precarietà!
  • Per un’indennità di disoccupazione dignitosa per i giovani e le persone in cerca di lavoro

PER LA RIPRESA DI UNA MOBILITAZIONE OPERAIA GENERALE, UNIRE LE LOTTE, ABBATTERE LO SFRUTTAMENTO!

PER UN’ALTERNATIVA DI SOCIETÀ! PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI!

L'assassinio di Satnam Singh, uno squarcio sulla società borghese

 


Un invito alla mobilitazione generale

24 Giugno 2024

L'assassinio di Satnam Singh – spappolato dallo sfruttamento e gettato sanguinante davanti a casa con un braccio amputato in una cassetta di frutta – ha richiamato l'ennesimo pianto ipocrita di tutta la stampa borghese sulle condizioni del lavoro degli immigrati e delle immigrate, e l'immancabile giostra di promesse a futura memoria. Sino al prossimo crimine, naturalmente, dopo il quale il giro ricomincia ogni volta.

La situazione è semplice nella sua brutalità. Larga parte dell'agricoltura tricolore si fonda sul supersfruttamento di manodopera immigrata, prevalentemente asiatica e africana, ma anche est-europea. Quasi 300000 braccianti sono costretti a lavorare con salari da fame, sino a meno di un euro all'ora, per 12-14 ore giornaliere (e a volte più), senza le minime garanzie di sicurezza, condannati a pagare l'affitto in baracche di lamiera senza bagno, umiliati giorno dopo giorno da padroni e padroncini che li trattano alla stregua degli schiavi. Nel migliore dei casi si tratta di salariati con contratti stagionali, che non possono spesso essere trasformati in rapporti di lavoro a tempo determinato o indeterminato per via dell'esistenza di tetti massimi legali invalicabili. Contratti stagionali scritti peraltro sulla carta e per lo più ignorati nei fatti. Ma molte volte la realtà è anche peggiore.

Il metodo usato dall'azienda agricola del padron Lovato, assassino di Satnam, è esemplare. Il lavoratore viene assunto, lo si fa lavorare in condizioni invivibili per il numero di giorni necessari a fargli maturare il sussidio di disoccupazione, poi viene licenziato per finta, e lo si tiene a lavorare alle condizioni di prima o ancora più infami: in nero, ma con metà paga, dato che l'altra parte la paga l'INPS. In caso di accertamento giudiziario, l'accusa di truffa viene scaricata sul lavoratore.
Questo metodo dello sfruttamento in nero con truffa padronale non è affatto un caso limite, ma una regola diffusa. La ricattabilità del lavoratore è ovunque la leva del suo sfruttamento brutale. Il caporalato il braccio armato del padrone.

Non solo. I padroni sfruttatori, che truffano l'INPS attraverso il lavoro nero, sono gli stessi che la fanno franca. Sia perché le ispezioni sono rare, sia perché, anche quando incorrono in un accertamento imprevisto, risolvono la cosa col pagamento di qualche multa (già contabilizzata a bilancio) e con la promessa di riparare in futuro. Dopo di che tutto torna come prima. Ed anzi le stesse aziende che non dichiarano dipendenti grazie alla truffa del lavoro nero incassano spesso i fondi europei. Salvo poi portare in piazza i trattori per rivendicare sussidi maggiori. Questa è l'agricoltura tricolore che il ministro Lollobrigida invita a non criminalizzare. Ciò che significa letteralmente coprire i criminali. A partire dalla roccaforte elettorale di Fratelli d'Italia nell'agro pontino.

La disparità di trattamento è scandalosa. Un immigrato senza permesso di soggiorno, perché magari licenziato, finisce nel lager di un centro per il rimpatrio. Ma il padrone Lovato che ha scaricato davanti a casa un uomo morente e il suo braccio amputato in una cassa di frutta, che ha lavato le tracce di sangue dal furgone, che ha sequestrato i telefoni dei suoi compagni di lavoro per impedire loro di chiamare i soccorsi, resta tranquillamente a piede libero. Ed anzi accusa Satnam di leggerezza, cioè di essersela cercata e di avergli così procurato dei guai. La natura della democrazia borghese è riassunta alla perfezione da questa immonda vicenda.

Questa vicenda chiama in causa precise responsabilità politiche. Governi borghesi di ogni colore hanno vantato per decenni la “lotta al caporalato”. Il governo Renzi nel 2014 varò la trovata della Rete del lavoro agricolo di qualità come strumento di normalizzazione legale dei rapporti di lavoro nei campi. Tutti i governi successivi, inclusi i governi Conte e Draghi, si sono appoggiati sulla stessa retorica legalitaria. Sarebbe bastato “premiare” le aziende che non ricorrono al caporalato per risolvere il problema.
Ebbene, parlano i numeri. Dopo dieci anni dal suo varo, su una platea di 175000 aziende solo 6000 sono iscritte alla rete. Cosa significa? Significa che il mercato capitalista e l'assenza di controlli (anche per il taglio verticale degli ispettori) rende assai più conveniente il supersfruttamento illegale rispetto all'osservanza delle norme. Tanto più in assenza di punizioni reali per chi le viola. Quanto ai “premi” previsti per le aziende regolari (bollini di qualità per i loro prodotti o nuove decontribuzioni), sono ben poca cosa rispetto ai profitti assicurati dal lavoro schiavile. Per non parlare del fatto che i premi sono incassati assai spesso anche da aziende che “regolari” non lo sono affatto e non hanno alcuna intenzione di diventarlo.

Che fare, allora? È necessario che il movimento operaio e sindacale vada oltre la denuncia del malaffare nelle campagne, e apra una vertenza vera attorno a precise rivendicazioni di classe.
Certo, la Bossi-Fini, ben conservata da tutti i governi per oltre vent'anni, va cancellata perché funzionale allo sfruttamento. Ma non basta. Occorre rivendicare l'introduzione del reato penale per i padroni che ricorrono al lavoro nero; la regolarizzazione legale e contrattuale di tutti i salariati impiegati nei campi, a partire dall'immediato permesso di soggiorno per i lavoratori stranieri che denunciano irregolarità; un controllo sindacale capillare sull'intero territorio nazionale, anche col ricorso strutture di autodifesa contro violenze e minacce dei caporali.
Solo la forza del movimento operaio può imporre una svolta nelle campagne.

E non solo. Il tema del lavoro precario, supersfruttato, sottopagato, si estende a tutti i settori dell'economia: nella produzione, nei servizi, nella logistica, nell'edilizia, nei trasporti, nella ristorazione, nel turismo. Sei milioni di salariati guadagnano meno di 850 euro al mese, altri due milioni ricevono meno di 1200 euro. Il precariato, la pratica degli appalti e dei subappalti con la corsa al massimo ribasso, il dilagare del part time involontario, in particolare nel lavoro femminile, la vergogna degli stage non pagati per milioni di giovani, sono tutti strumenti fra loro combinati che schiacciano verso il basso salari e diritti. È necessaria allora una vertenza generale che metta insieme la rivendicazione di un forte aumento salariale per tutti con la cancellazione di tutte le forme di lavoro precario. Per i lavoratori e le lavoratrici del Nord e del Sud, per italiani/e e migranti. A pari lavoro, pari diritti per tutte e per tutti.

Ben vengano i referendum contro il Jobs Act promosso dalla CGIL. È una battaglia che deve impegnare tutti. Ma non basta. Occorre ricondurre l'impegno referendario ad una piattaforma generale che unisca in un unico fronte reale di lotta 18 milioni di salariati. Una forza enorme. Una forza che può ribaltare dal basso l'intero scenario politico. Una forza che se organizzata e cosciente può ambire a imporre un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa col capitalismo e riorganizzi tutta la società su basi nuove. L'unica vera alternativa per gli sfruttati e gli oppressi.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo sfruttamento degli operai agricoli e l'oscena ipocrisia della morale borghese

La polemica sulla regolarizzazione dei braccianti immigrati

Il capitalismo è un modo di produzione fallito. Esso produce un ordine sociale in putrefazione. “La cancrena del capitalismo porta con sé quello della società moderna, diritto e morale compresi”. Sono le parole di Trotsky nel 1939, riportate nel suo scritto La loro morale e la nostra. A guardare quello che succede sul capo delle operaie e degli operai agricoli, sembrano scritte oggi.

Tra le altre conseguenze dell'emergenza da coronavirus c'è la crisi del settore agricolo di produzione primaria. La stagione è bella e ci si aspetterebbe un buon raccolto. A causa delle restrizioni necessarie per il contrasto dell'epidemia, però, sono venuti a mancare 300.000 braccianti agricoli in gran parte provenienti da paesi come la Romania e la Bulgaria. Il padronato agricolo lancia l'allarme, i propri investimenti sono a rischio e occorre che il governo provveda a integrare le braccia mancanti.
Il problema è che però la maggioranza dei braccianti immigrati sono tenuti nella clandestinità a causa di un mostruoso apparato giuridico che li costringe all'illegalità.
In condizioni normali questi “clandestini” vivono nell'ombra, come si dice, lontano dagli occhi e dal cuore. Ora l'emergenza sanitaria lancia la sua luce sinistra e costringe tutte le forze politiche, i soggetti sociali e l'opinione pubblica a gettare uno sguardo su questa categoria di lavoratrici e lavoratori essenziali che ogni giorno assicurano l'approvvigionamento alimentare a decine di milioni di italiani.

A questi lavoratori essenziali – eroi, stando ai parametri etici al tempo del coronavirus – viene normalmente riconosciuta l'ingente somma di 3 o 4 euro lordi per ora di lavoro! Un salario da fame che li costringe a vivere in squallide baraccopoli, senza riscaldamento, non dotate di apparato fognario, con servizi igenici fatiscenti e scarso accesso all'acqua potabile.

A questo punto lo scandalo assale l'ipocrita democratico piccolo-borghese, che subitaneamente individua la causa del male: il caporalato!
Certo, come se non bastasse, questi operai sono tormentati anche dai caporali, approfittatori di una forma illegale di intermediazione di mano d'opera dei cui proventi si interessa spesso anche la criminalità organizzata. Ma i caporali costituiscono solo l'ultimo anello di una catena criminale di sfruttamento. Tutta la filiera alimentare è segnata dallo sfruttamento dei braccianti. Su di esso si costituisce il margine di profitto dell'imprenditore agricolo, dal piccolo al grande, i cui prezzi di vendita del proprio prodotto sono in larga misura imposti dai grossisti, i quali a loro volta sono legati a doppia mandata alle capacità di smercio della Grande Distribuzione Organizzata in grado di imporgli le proprie condizioni.
Pochi grandi gruppi della GDO, tra i quali Coop, Conad, Esselunga, Eurospin, controllano il 75% del mercato al consumo. Hanno ricavi altissimi che si sono ulteriormente incentivati (oltre il 10%) a causa dell'emergenza sanitaria. La posizione dominante consente loro di comprimere al ribasso i prezzi, a tutto danno della filiera che porta i prodotti agricoli sugli scaffali. È uno dei meccanismi infernali del capitalismo, quello di abbassare i costi dei fabbisogni necessari al lavoratore per riprodurre semplicemente la propria forza lavoro, e perciò abbassare il salario medio a prezzi da discount. Mente al contempo si può aumentare il loro sfruttamento fino alle estreme conseguenze della condizioni inumane in cui vivono centinaia di migliaia di operaie e di operai del settore agricolo.

Quello descritto è il retroscena davanti al quale si esibisce la squallida rappresentazione teatrale delle forze politiche di governo e opposizione.
Un ministro di uno dei partiti più filopadronali, Italia Viva, la ministra dell'agricoltura Bellanova, si ingegna a tappare il buco di una tale mancanza di forza lavoro. La sua premura è evidentemente soccorrere gli interessi del capitalismo agrario, anche se non manca di rivestirla di una patina mielosa di sensibilità, a suo dire, verso le condizioni difficili in cui vivono i braccianti. Purtroppo per lei, il fatto stesso che proponga una regolarizzazione solo temporanea rende amaro quel miele e svela i suoi reali interessi.

Tuttavia basta questo a scatenare la canea nel governo, e tra questo e le forze di opposizione.
La destra, dall'opposizione, con il suo carico di propaganda xenofoba e razzista si scatena contro la sanatoria per “i clandestini” con l'intento di accontentare il piccolo e medio proprietario agricolo, in trattativa diretta con i caporali che gli offrono manodopera a prezzi stracciati. Nel governo, il M5S, il partito sedicente "degli onesti" e della moralizzazione della politica, in cerca di un recupero elettorale nel meridione (dove sono le aree agricole in cui avvengono i più gravi fenomeni di sfruttamento), rigurgita la pulsione anti-immigrazione di una grande parte della sua base militante e blocca perfino le modestissime proposte della ministra Bellanova. La risibile scusa è che ciò consentirebbe l'impunità dei caporali.

Insomma, un teatro osceno sulla pelle di lavoratrici e lavoratori che provvedono giornalmente all'approvvigionamento alimentare di milioni di concittadini al prezzo di forme inumane di sfruttamento.
Potremmo dire che il capitalismo fa abbastanza schifo da sé, senza bisogno di queste scene vomitevoli. Ma l'imputridimento morale della borghesia apre un baratro senza fondo nella coscienza collettiva tra la loro morale e quella proletaria, la loro morale e la nostra, appunto.
Una volta di più, allo sfacelo politico e morale dell'ordine borghese l'unica soluzione è la lotta unita delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i settori, indigeni e migranti, sulla base di una vertenza unitaria di tutto il mondo del lavoro che includa tra le altre, le rivendicazioni:

- abolizione del reato di clandestinità;
- abolizione di tutte le leggi discriminanti contro i migranti, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini ai più recenti decreti sicurezza;
- liberalizzazione dei flussi migratori;
- istituzione in agricoltura del collocamento pubblico obbligatorio sotto il controllo delle associazioni dei lavoratori bracciantili;
- contratto collettivo nazionale per le operaie e gli operai agricoli;
- nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle aziende grossiste dei prodotti agro-zootecnici;
- nazionalizzazione della GDO del settore agro-zootecnico sotto controllo operaio e senza indennizzo per i grandi azionisti


Il Partito Comunista dei Lavoratori porterà queste rivendicazioni in tutte le occasioni di azione unitaria delle forze politiche e sindacali classiste, così come in tutte le mobilitazioni della classe lavoratrice contro le politiche del padronato, del governo, di istituzioni e forze politiche sue complici, e contro il capitalismo e la sua ennesima crisi.
Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta dei braccianti immigrati

Assumere le rivendicazioni degli immigrati come parte di una piattaforma di mobilitazione!

La morte di sedici lavoratori immigrati nelle campagne di Foggia ha alzato il coperchio sullo sfruttamento di centinaia di migliaia di proletari nelle campagne italiane. Proletari per di più di colore, spesso privati del permesso di soggiorno, obbligati a piegare la schiena sino a 12 ore al giorno al prezzo di due euro all'ora, ammassati in baraccopoli fatiscenti senza acqua e senza servizi, costretti a pagare il pizzo ai caporali che li reclutano e li trasportano sul luogo di lavoro, e nel caso delle donne persino favori sessuali.
Un'infamia.

Un'infamia non meno grande è il circo dell'ipocrisia che si è levato sul “caso”.
Lo stesso ministro degli Interni che vuole cacciare 500.000 “clandestini” recita improvvisamente il proprio “disgusto” per la condizione loro imposta dalle... proprie leggi (Bossi-Fini), quelle che Salvini vuole non solo preservare ma inasprire.
Il PD trova il coraggio di vantare la legge sul caporalato dell'ex ministro Martina, che come i fatti dimostrano vale zero.
I prefetti annunciano per l'ennesima volta i “severi controlli” dello Stato, in realtà inesistenti e in ogni caso pura foglia di fico dell'omertà istituzionale.
La verità è che tutti gli amministratori della società borghese e del suo Stato - passati e presenti - sono complici consapevoli del supersfruttamento nelle campagne. Tutti conoscono la condizione quotidiana dei braccianti, altro che clandestinità! Tutti sanno che le aziende della grande distribuzione alimentare e le imprese di trasformazione impongono prezzi stracciati agli agricoltori, che a loro volta si rifanno sui braccianti. Le doppie aste al massimo ribasso, improvvisamente scoperte dalla grande stampa, sono pratica corrente da almeno dieci anni. Le condizioni di schiavitù dei salariati di colore (e non) sono solo la base d'appoggio di questa piramide sociale che fa capo al grande capitale. Quello che tutti i governi, nazionali e locali, tutelano quotidianamente e da sempre. La competitività del made in Italy in campo alimentare non è forse il fiore all'occhiello dell'attuale governo sovranista?

Ma la vicenda di Foggia, come già di Rosarno, dimostra che gli sfruttati si possono ribellare e organizzare. Gli scioperi e le manifestazioni che hanno visto sfilare migliaia di braccianti immigrati confermano che la questione dell'immigrazione non è solo un terreno di scontro culturale tra razzismo e solidarietà, come vorrebbe l'opinione borghese progressista. Può e deve essere anche terreno di lotta e autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici direttamente coinvolti e in contrapposizione frontale ai padroni e al governo. Può e deve essere anche terreno di mobilitazione generale del movimento operaio su scala nazionale (e internazionale) attorno a rivendicazioni di rottura.

La parola d'ordine del permesso di soggiorno per tutti i lavoratori migranti - centrale nelle lotte in corso - deve diventare una parola d'ordine dell'intero movimento operaio e sindacale: a pari lavoro, pari diritti; piena tutela contrattuale per tutti; requisizione immediata e senza indennizzo delle proprietà di chi usa il caporalato; reato penale per lo sfruttamento del lavoro nero. Il controllo sul territorio non può essere affidato a ispettori della Stato e prefetture, ma a comitati dei braccianti: sono loro a conoscere chi li sfrutta, sono loro che li possono denunciare. Così va avanzata la rivendicazione dell'esproprio sotto il controllo dei lavoratori della grande produzione e distribuzione alimentare, l'unica misura che può troncare alla radice la catena dello sfruttamento e il caporalato di ogni natura. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa con il capitalismo, potrà realizzare queste misure elementari.

In ogni caso, non c'è ripresa di una opposizione di classe e di massa senza coinvolgere l'organizzazione di classe dei proletari immigrati, senza assumere le rivendicazioni di classe degli immigrati come parte di una piattaforma generale di mobilitazione.
Il PCL porterà questa istanza elementare in tutte le manifestazioni antirazziste, in contrapposizione al governo Salvini-Di Maio, e alla passività della burocrazia sindacale.
Partito Comunista dei Lavoratori