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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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La verità dei fatti e l’ipocrisia dominante


 Una riflessione sincera nell’avanguardia sui fatti di Torino

I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell’offensiva del governo. Da giorni l’immagine del poliziotto preso a calci da alcuni manifestanti diventa la pietra dello scandalo universale. «Tentato omicidio!» grida la Presidente del Consiglio postfascista. «Terrorismo!» grida il ministro Crosetto. Uno stuolo di commentatori liberalprogressisti si allinea a questa rappresentazione grottesca, oltre ogni senso del ridicolo, per invocare ordine nelle piazze e fustigare le cosiddette “ambiguità” della “sinistra” nei confronti della “violenza”.

LA MISTIFICAZIONE DELLA RETORICA DOMINANTE

La prima osservazione è che la violenza, così rappresentata, diventa un assoluto al di là di ogni sua determinazione. Persino la sua entità sfuma nell’indistinto: se venti giorni di prognosi di un poliziotto ferito, secondo il referto medico ospedaliero, diventano «tentato omicidio», quanti tentati omicidi hanno percorso le strade di Torino il 31 gennaio? Decine di manifestanti con la testa fracassata e le labbra spappolate, persone colpite a terra dalla violenza insistita di una pioggia di manganelli, persone colpite all’inguine da candelotti sparati ad altezza d’uomo, persone ferite abbandonate sul selciato senza aiuto e assistenza, giornalisti aggrediti dalla polizia con tanto di sequestro dei loro strumenti di lavoro… Tutti fatti documentati da testimonianze giornalistiche (Rita Rapisardi) e da decine di video. Però fatti scomparsi, sottratti alla conoscenza pubblica, rimpiazzati dall’unica immagine del poliziotto colpito. Per di più un poliziotto che si era avventurato imprudentemente nell’inseguimento di manifestanti in fuga, isolandosi dai colleghi ed esponendosi al loro fallo di reazione: una verità documentata e incontestabile, rimossa dal grosso dei media, per il solo fatto di polverizzare la retorica dominante.

Tentato omicidio, terrorismo, inaccettabile violenza. Qual è l’unita di misura della violenza secondo il metro di Giorgia Meloni e del governo a guida postfascista? Privare i migranti del soccorso in mare, segregarli nelle carceri libiche, finanziare e liberare i loro torturatori, moltiplicare centri di detenzione e deportazione sottratti alla legge e privati di ogni dignità umana, alimentare la corsa alle armi coi soldi sottratti alla sanità e armare uno Stato coloniale e genocida in Palestina, liberalizzare appalti e precariato moltiplicando gli assassinii padronali sul lavoro, ad esclusivo vantaggio dei profitti… Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese e del comitato d’affari che la amministra? L’immagine del poliziotto scalciato serve esattamente a coprire, legittimare, rafforzare la criminalità della violenza vera:

Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese?

«Difendere la sicurezza, che è un bene di tutti, non è né di destra né di sinistra» canta la retorica dominante. Di grazia, la sicurezza di chi e da che cosa? La sicurezza del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’assistenza è saccheggiata ogni giorno dai tagli sociali per pagare il debito pubblico alle banche. L’unica sicurezza che viene garantita è quella dei loro profitti. La sicurezza di una abitazione dignitosa è colpita dalla speculazione immobiliare, da affitti insostenibili per i salari correnti, dal cappio di mutui a vita, in un paese in cui milioni di case sono vuote e milioni di persone cercano casa. La sicurezza del vivere in pace è minata dai venti di guerra che percorrono il mondo per la spartizione di materie prime e zone di influenza. Il governo italiano vi partecipa col suo piano Mattei al servizio dell’ENI, di Leonardo, di Fincantieri, e soprattutto dei loro azionisti. La sicurezza dallo scippatore in metropolitana non è garantita? Ma la probabilità di incorrere in questo infortunio è mille volte più bassa della assoluta certezza di essere rapinato ogni giorno dai capitalisti e dai loro governi, per di più col timbro della loro legge. Eppure tutta la subcultura securitaria si regge su questa clamorosa rimozione, cui abboccano milioni di sfruttati, soprattutto in tempi di riflusso.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia. Non il solo. Comprendere la dinamica politica in atto nel suo concreto dispiegarsi non è meno importante.

LE RAGIONI POLITICHE DELLA NUOVA STRETTA SECURITARIA

Il governo Meloni lavora sui fatti di Torino per rispondere alle proprie difficoltà. I nuovi decreti sicurezza e paralleli disegni di legge erano in realtà già in cantiere. Ma erano stati provvisoriamente rinviati dopo i fatti di Minneapolis e la reazione di rigetto da essi suscitata in vasti settori dell’opinione pubblica. Meglio evitare un’imbarazzante identificazione con l’odiata polizia trumpiana. Gli scontri di Torino sono l’occasione preziosa per riesumarli e addirittura aggravarli.

Spingono in questa direzione diversi fattori. Innanzitutto la concorrenza elettorale tra Meloni e Salvini nella conquista del consenso elettorale reazionario e nell’intestarsi la protezione speciale dei corpi repressivi dello Stato. Ma anche la campagna del governo sul terreno del referendum sulla giustizia: per indirizzare il senso comune contro la cosiddetta magistratura lassista che «libera i delinquenti», e favorire per questa via la vittoria del sì, liberando la strada del premierato.

La magistratura borghese a sua volta, per difendere la propria corporazione, cerca di mettersi al riparo assecondando la spinta securitaria. La Procura di Torino è in questo senso emblematica. L’accusa di associazione sovversiva contro Askatasuna, già tentata e respinta nel primo grado di giudizio, viene rilanciata in appello. E si discute persino del reato di devastazione (grottesco per danni accertati di 160000 euro) che potrebbe comportare sino a quindici anni di pena. Peraltro le dichiarazioni della Procuratrice di Torino contro la “tolleranza” torinese verso Askatasuna non promettono nulla di buono. Così come la moltiplicazione delle custodie cautelari per i minori da parte delle procure minorili. A proposito della retorica, cara ai Travaglio, sui PM garanti di giustizia.

Ma l’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria. L’idea del fermo preventivo di 12 ore per manifestanti potenziali “sospetti”, che Salvini vorrebbe estendere a 48 ore, è stata inizialmente concepita come puro potere discrezionale di polizia. Può darsi che alla fine le contraddizioni interne alla maggioranza e le mediazioni con Mattarella impongano l’obbligo del vaglio giudiziario. In ogni caso, il potere della polizia viene accresciuto. Lo stesso vale per la sottrazione dei poliziotti alle indagini per legittima difesa e la garanzia della loro tutela legale. Al di là del dettaglio del dispositivo finale, la risultante certa di questa campagna è un rafforzamento del potere esecutivo, del ministero dell’Interno, dei suoi strumenti amministrativi. Come dichiara l’avvocato Claudio Novaro, difensore di Askatasuna: «Una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi» (Il Manifesto, 1 febbraio). La moltiplicazione dei fogli di via, degli avvisi orali, della revoca dei permessi di soggiorno, appartiene a questo nuovo registro. Lo stesso, peraltro, che è stato usato per lo sgombero del centro sociale torinese.

L’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria.

QUALE RISPOSTA? PER UNA RIFLESSIONE SINCERA NELL’AVANGUARDIA

Quale risposta a tutto questo? La lotta contro la repressione ha sempre interrogato i movimenti e le loro forme di lotta. I fatti di Torino ripropongono la questione.

Non è in discussione, per parte nostra, la difesa degli spazi sociali colpiti, la richiesta del loro recupero, la libertà dei compagni arrestati o indagati. La linea di confine tra lo Stato borghese e chi lo contesta, tanto più in presenza di un governo a guida postfascista, va presidiata da tutte le sinistre. Ogni solidarietà con lo Stato, ogni compromissione, diretta o indiretta con le sue politiche legge e ordine, va evitata e respinta. L’appello di Schlein a Giorgia Meloni per l’unità delle istituzioni contro la violenza, oltre ad essere un clamoroso autogol, è la misura, al di là del suo esito, di una complicità di fondo con l’avversario nel nome della comune identificazione con lo Stato. Come lo è, a maggior ragione, la richiesta di PD e M5S di aumentare gli organici della polizia, nel nome comune della sicurezza. Il silenzio o l’avallo di AVS a queste posture può forse tutelare la sua presenza nel campo largo, e magari il proprio assessore di Torino, ma certamente misura una subalternità politica e culturale all’attuale ordine borghese.

La nostra difesa di Askatasuna dalla repressione dello Stato è e resta dunque incondizionata. “Giù le mani da Askatasuna” abbiamo detto prima del 31 gennaio, “giù le mani da Askatasuna” diciamo dopo il 31 gennaio.

Ma detto questo, presidiato il confine, il dibattito nell’avanguardia deve essere franco. Se si pensa di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza si sbaglia totalmente strada. Non perché si è troppo radicali, ma per la ragione esattamente opposta: perché si accetta supinamente il terreno prescelto dall’avversario, il rapporto di forza che oggi lo vede vincente, il copione che esso assegna all’avanguardia. Da questo punto di vista la scelta di forzare lo scontro di piazza a Torino è stato un errore. Chiunque l’abbia commesso.

L’impostazione va esattamente ribaltata. Non per rimuovere il tema della forza, ma proprio per affrontarlo nei suoi termini reali. Per fronteggiare la repressione devi lavorare a capovolgere i rapporti di forza. E per capovolgere i rapporti di forza è decisivo lavorare al recupero di una dimensione di massa, di una opposizione di massa.

Pensare di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza vuol dire sbagliare strada. Per fronteggiare la repressione vanno capovolti i rapporti di forza. Solo a livello di massa si può fare.

Se a fine settembre e a inizio ottobre i decreti sicurezza nella loro reale applicazione sono stati costretti all’impotenza, ciò non è accaduto per la radicalità dell’avanguardia. Ma perché quella radicalità, che pure era trasgressiva, si incontrava con un salto enorme della mobilitazione collettiva, con l’irruzione nelle piazze di una giovane generazione, col favore del sentimento pubblico, con l’ingresso sulla scena del movimento operaio con lo sciopero generale (finalmente) unitario per la Palestina.

In quel momento, per la prima volta, il governo si trovò sulla difensiva, costretto a subire un rapporto di forza sfavorevole ed imprevisto. E viceversa: quando il movimento di massa è rifluito; quando il fronte unico di massa è stato purtroppo abbandonato dalle sue direzioni grandi (CGIL) e piccole (USB), con una enorme responsabilità politica; quando il rapporto di forza è dunque mutato, il governo ha dispiegato la propria vendetta repressiva. La chiusura di Askatasuna è rientrata in questo scenario.

Ricostruire e rilanciare l’opposizione di massa, e con questa l’azione della classe lavoratrice, è dunque un compito decisivo nella lotta contro la repressione. Così è stato sempre.

La legislazione antioperaia degli anni ’50 (licenziamenti politici, reparti confino, arbitrio padronale, violenza poliziesca contro le manifestazioni…) non fu cancellata dalla sola battaglia democratica, che pur fu importante. Fu abrogata dalla grande ascesa di massa dell’Autunno caldo e dalla lunga stagione che essa aprì, col capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi. E viceversa: quando quella stagione fu chiusa dalla politica del compromesso storico nel nome dell’unità nazionale e dell’austerità, tornarono le leggi speciali e i venti della repressione. Rileggere quell’esperienza è centrale non solo per comprendere il passato, ma anche per costruire un futuro diverso.

La costruzione di un’altra direzione del movimento operaio, e di tutti i movimenti sociali progressivi, è in questo senso un passaggio strategico centrale. Sia per rilanciare un’opposizione di massa che sbarri la strada alla destra reazionaria, sia per evitare che essa venga piegata, come troppo volte in passato, a un nuovo compromesso di governo con il capitale. Per questo è necessaria una sinistra rivoluzionaria. Una sinistra che non si limiti all’antagonismo, ma persegua davvero un altro ordine di società. Che non si limiti a immaginarsi come contropotere, ma si batta per il potere alternativo della classe lavoratrice, delle sue strutture democratiche di autorganizzazione, della sua democrazia. Una sinistra per la rivoluzione.

Una sinistra che dunque non rifugga dalla questione della forza, come vorrebbero le anime candide del pacifismo. Ma che l’affronti da un’angolazione di massa, come forza della classe, come sua capacità di autodifesa collettiva, come sua capacità di affrontare, disarticolare, rovesciare la forza avversaria dello Stato.

Costruire questa sinistra è l’impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.

Marco Ferrando

Dai fascisti in piazza alla canea governativa contro i 'rossi'

 


Sabato 9 novembre un corteo antifascista di circa mille compagne e compagni ha ritenuto doveroso contestare la presenza del corteo “patriota” dei fascisti di Casapound. Oltre all’elementare igiene antifascista, lo scendere in piazza era reso necessario dalla tradizione della città medaglia d’oro della Resistenza e teatro dell’orrenda strage fascista del 2 agosto 1980.


La presenza fascista è stata autorizzata dal questore, dipendente del Ministero degli Interni, ed era logico che anche il governo fosse coinvolto nella contestazione, così come le forze di polizia, massicciamente schierate a difesa del piccolo corteo fascista.
È in questo contesto che si sono verificati gli scontri, quantunque limitati, con la polizia in assetto antisommossa, dotata di grate ed idranti.

La responsabilità ricade interamente su chi ha voluto la manifestazione fascista, e a poche centinaia di metri dalla stazione di Bologna, dove è ancora visibile lo squarcio provocato dalla bomba del 2 agosto 1980.
Nondimeno la vicenda è stata presa a pretesto, nelle ore subito successive ai fatti, perché dai banchi del governo si scatenasse una rumorosa canea contro gli antifascisti, i centri sociali e in generale le “zecche rosse” che vi risiedono, colpevoli di aver dato la “caccia” al poliziotto.

Perché tanta veemenza? Crediamo che il livore governativo percorra la linea di condotta verso una stretta autoritaria della gestione dell’ordine pubblico e della libertà di manifestare. Su questo percorso troviamo infatti la proibizione della grande manifestazione a sostegno della causa palestinese del 5 ottobre, l’interrogazione parlamentare contro gli scioperi nella logistica e il SI Cobas, il DDL 1660 con il suo chiaro impianto repressivo e persecutorio, e oggi l’anatema contro i centri sociali, i comunisti e le “zecche”.

Non solo: è chiaro l’intento da parte del governo Meloni di associarsi alle forze di polizie proponendosi come il governo in cui possono riporre la loro fiducia, anche quando fosse necessaria assicurarsi l’impunità, come ad esempio quando accada che in piazza prendano ordini dai fascisti, cosa successa sabato, come ha testimoniato il video del SIULP.
Insomma, un governo che non si limita ad essere di polizia ma anche della polizia.

L’errore più grande in questi casi sarebbe indietreggiare. Le minacce del governo devono servire al contrario a ritrovarci sempre più numerosi nei prossimi appuntamenti di lotta, che sono numerosi e ravvicinati.
Sconfiggere la torsione autoritaria del governo è possibile, tentare è doveroso.
Il Partito Comunista dei Lavoratori assicura fin da subito la propria presenza determinata a tali appuntamenti

Partito Comunista dei Lavoratori

I fatti di Napoli

 


La crisi congiunta della borghesia e del movimento operaio

26 Ottobre 2020

I fatti di Napoli di venerdì 23 ottobre sono al centro di un vasto commentario politico.
Non ci interessano in questa sede le grida scandalizzate dei tutori padronali dell’ordine pubblico: sono gli stessi partiti di governo di ieri e di oggi che hanno tagliato 37 miliardi alla sanità pubblica mentre ingrassavano i profitti delle banche e dell’industria militare. Il loro “ordine” criminale è il primo responsabile dell’emergenza attuale. Men che meno ci interessano le posture teatrali del governatore De Luca che ha spolpato la sanità campana anche per finanziare le proprie clientele elettorali, combinando il sottobosco democristiano con il bonapartismo populista, sempre sondaggi alla mano.

Ci interessa invece il confronto apertosi sulla vicenda all’interno della sinistra, anche di quella classista e antagonista. Due sono le letture specularmente opposte dei fatti di Napoli che si alimentano reciprocamente sui social.
La prima vede i fatti di Napoli come una rivolta “guidata dai fascisti” e dominata da posizioni negazioniste. Una lettura variamente appoggiata dagli ambienti borghesi liberali per motivare il riflesso d’ordine e l’appello al pugno di ferro. E anche alimentata per interesse proprio dagli stessi ambienti dell’estrema destra, che provano a intestarsi la ribellione sui media non potendosela intestare sulla piazza. Il tentativo di Forza Nuova di mimare il giorno dopo a Roma la rivolta di Napoli, attraverso un po’ di fuochi artificiali e qualche sparuta decina di fascisti, ha misurato il patetico fallimento dell’operazione.
La seconda è quella che rappresenta i cortei di venerdì notte come una rivolta sociale progressista, espressione del proletariato napoletano o di suoi settori colpiti dalla crisi e minacciati dal lockdown. Una lettura sostenuta o corteggiata da alcuni circuiti di estrema sinistra che tendono a vedere in ogni dinamica di piazza in quanto tale un antagonismo salutare e progressivo. È il caso ad esempio dei CARC, che passano con disinvoltura dalla partecipazione alle peggiori manifestazioni nazionaliste, reazionarie, negazioniste ("Liberiamo l'Italia", Roma 10 ottobre) all'esaltazione dei fatti di Napoli come «resistenza spontanea delle masse popolari».
Ciò che accomuna le due opposte letture è l’assenza di un’analisi di classe, rimpiazzata da schemi ideologici che confondono la realtà con l’immaginario.


UNA PIAZZA COMPOSITA

Va intanto premesso che la piazza di Napoli ha avuto dimensioni obiettivamente contenute, nell’ordine di uno o due migliaia di partecipanti, secondo le stime più ottimistiche fornite dagli stessi promotori. Chi confonde queste dimensioni con quelle di una sollevazione popolare non sa cosa cos’è quest’ultima, forse perché non gli interessa. È in effetti più facile salutare ovunque una rivoluzione immaginaria che lavorare per una rivoluzione reale.

Lo spaccato sociale delle manifestazioni di venerdì rivela al tempo stesso un quadro composito.
Un ruolo centrale l’ha avuto la piccola borghesia della città, a sua volta impasto di ingredienti diversi. Ne fanno parte innanzitutto i piccoli padroni evasori del fisco che tengono in nero i lavoratori che sfruttano, nei retrobottega, nelle cucine, ai banchi dei bar, nei servizi di pulizia, negli studi professionali. Le loro associazioni cittadine (commercio, alberghiero, ristorazione) sono state in prima fila nella convocazione della piazza, e ora fanno leva sulla minaccia dell’ordine pubblico per battere cassa presso lo Stato e la giunta regionale. Il loro obiettivo è la salvaguardia di un privilegio sociale oggi minacciato dalla crisi.
Al loro fianco sono scesi in piazza lavoratori autonomi realmente proletarizzati, piccole partite IVA che non sfruttano lavoro salariato, che hanno già chiuso o che stanno per chiudere, che cercano la tutela sociale da un declassamento già di fatto operante. Sono i percettori annunciati prima dei 600 euro, poi dei 1000, spesso oltretutto arrivati – quando sono arrivati – a rovina già consumata.

Alla piccola borghesia si è aggiunto un settore di lavoro dipendente direttamente coinvolto dalla crisi degli esercizi presso cui lavora, per lo più in nero o con contratti usa e getta. Salariati minacciati dalla disoccupazione, che spesso non potrebbero accedere per via dei mille paletti neppure alla miseria del reddito di cittadinanza o di emergenza, e che dunque vedono nella salvezza dei propri padroni la difesa di qualche forma di reddito.

In entrambi i cortei si è fatto vivo un pezzo del mondo calcistico delle curve, che soffre oggi la privazione dello stadio e riproduce nello scontro con la polizia il proprio codice paramilitare.

Un settore di sottoproletariato, prevalentemente disoccupato, componente stabile del tessuto sociale napoletano, che ha visto oggi ulteriormente immiserita la propria condizione e allargate le proprie dimensioni.

Infine era certamente presente un settore criminale di basso profilo, colpito in primis dal coprifuoco notturno, che rende più complicate alcune attività criminali (spaccio), e poi dalle maggiori difficoltà di raccogliere il pizzo da attività colpite dal lockdown parziale. Anche se altri settori della malavita si sono ingrassati col lockdown grazie alla pratica dell’usura e dell’acquisto a prezzi stracciati.

Questo magma sociale contraddittorio si è espresso in due cortei diversamente convocati: uno organizzato da giorni dalle corporazioni cittadine delle classi medie, un altro improvvisato venerdì stesso da ambienti antagonisti e partito dal piazzale antistante l'Università Orientale. L’annuncio perentorio di De Luca di un immediato lockdown regionale – senza alcuna copertura economica per nessuno degli interessi colpiti – ha irrobustito entrambi i cortei, popolandoli di altre centinaia di persone, che hanno espresso per questa via la propria protesta.
La composizione dei cortei, entrambi diretti verso i palazzi della Regione, ha così travalicato la diversità delle piattaforme iniziali. Durante la prima ondata della pandemia, che solo marginalmente ha toccato la Campania, De Luca aveva potuto finanziare il proprio blocco clientelare con sussidi varia natura, ottenendo anche per questa via la rielezione. Ora che la seconda ondata travolge Napoli, il Presidente eletto entra in rotta di collisione con gli interessi che aveva foraggiato. Le manifestazioni di venerdì sono anche la crisi di una parte del suo blocco sociale di riferimento.


LA CRISI CONGIUNTA DELLA BORGHESIA E DEL MOVIMENTO OPERAIO

Più in generale, i fatti di Napoli sono il riflesso – in ultima analisi e al di là delle loro modeste dimensioni – della crisi congiunta della borghesia e del movimento operaio. La profondità della crisi capitalista erode l’egemonia borghese su ampi settori di classe media, mentre la crisi del movimento operaio porta tra le braccia della classe media settori di salariati e disoccupati. La risultante d’insieme è un blocco sociale spurio e instabile.
Nell’ultimo decennio abbiamo visto diverse espressioni di questo fenomeno. Ne è stata un'espressione il fenomeno dei "forconi" nel 2010-2011, con un marcato profilo reazionario. Ne è stata un'espressione in Francia il fenomeno dei gilet gialli, con un profilo molto più indefinito e poliedrico. A Napoli non è nato un movimento, si è trattato ad oggi di una manifestazione. Ma nella manifestazione si sono espressi a livello embrionale gli ingredienti potenziali della stessa miscela.
Questa miscela non è stata diretta o ispirata dai fascisti e/o dalla camorra, come vorrebbero quegli ambienti liberali che invocano il pugno di ferro della polizia, ma certo non è diretta né può esserlo, per la sua stessa natura, dalla classe lavoratrice e dalle sue ragioni sociali.

Il tema strategico per la sinistra di classe non è allora l’impossibile egemonia su questo blocco, ma la sua rottura e scomposizione lungo una linea di classe. Una linea che punti a sottrarre salariati, precari, disoccupati all’egemonia piccolo-borghese per ricomporli attorno a una piattaforma di classe unificante e a una mobilitazione generale.

Le misure di emergenza sanitaria le paghino i padroni, non i proletari e nemmeno la piccola borghesia!

- 100% di copertura salariale per tutti i cassaintegrati.
- Blocco generale dei licenziamenti, contro ogni minaccia di sblocco
- Nazionalizzazione delle aziende che licenziano, senza indennizzo e sotto controllo operaio, a partire oggi da Whirlpool.
- Regolarizzazione dei precari: a pari lavoro, pari diritti. Nella sanità, nella scuola, nelle fabbriche, nel terziario, nei campi. Ovunque.
- Abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro, e la giungla delle cooperative e degli appalti.
- Salario dignitoso ai disoccupati.
- Copertura delle perdite di esercizi commerciali ed artigiani, sulla base del reddito (dichiarato) del 2019.
- Un grande piano di nuovo lavoro nel trasporto pubblico, nella bonifica da amianto, nel risanamento del territorio, nella messa in sicurezza delle abitazioni.
- Riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga, 30 ore pagate 40. Il lavoro che c’è sia ripartito fra tutti.
- Raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica e requisizione di quella privata, con l’assunzione a tempo indeterminato di 100000 medici e infermieri e la riapertura dei duecento ospedali soppressi.
- Patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco e abbattimento delle spese militari. Paghi chi non ha mai pagato.


Sono rivendicazioni che non si limitano a difendere l’immediato interesse della nostra classe, ma puntano alla ricomposizione attorno ad essa di un più vasto blocco sociale anticapitalista.
Solo un'irruzione sul campo della nostra classe, attorno a un proprio programma unificante, può consentirle di polarizzare l’enorme malcontento sociale che monta anche tra le fila dei settori declassati della piccola borghesia, incorporandoli alle ragioni del proletariato e a una prospettiva di governo dei lavoratori.
Il rischio altrimenti è muoversi a rimorchio di altre classi, fosse pure nel nome dell’antagonismo o, addirittura, della rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori