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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Referendum giustizia, votiamo NO


 Ci pronunciamo per il no al referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordine giudiziario promossa dal governo Meloni. Ci impegniamo per il successo del no, come altre organizzazioni politiche e

sindacali del movimento operaio. Ma, a differenza loro, lo facciamo partendo da un punto di vista indipendente, classista, anticapitalista, e quindi coerentemente democratico. Senza subordinazioni e genuflessioni alla magistratura borghese e alla retorica costituzionale che le accompagna.

La logicità democratica della separazione è, a nostro avviso, di elementare semplicità e comprensione. In un processo esistono tre parti: accusa, difesa e giudicante. È chiaro che per un processo almeno formalmente equo esse devono essere il più distante possibile.
Del resto così è negli ordinamenti giudiziari della maggioranza degli stati, in particolare quelli di democrazia borghese. In essi infatti la separazione è in vigore.

Le affermazioni secondo cui la separazione metterebbe l’accusa in mano al governo è demagogia. Non solo la subordinazione gerarchica non è prevista nella riforma Nordio, ma, per fare un esempio importante, in uno stato dove esiste non solo la separazione ma anche la subordinazione formale, cioè in Francia, la pubblica accusa ha mandato sotto processo un pezzo da novanta del sistema politico, come l’ex presidente Sarkozy (che poi la parte giudicante ha condannato alla galera, e non a farsi una passeggiata tra gli anziani una volta alla settimana, come è successo a Berlusconi in Italia).

Del resto la separazione delle carriere era storicamente una rivendicazione delle forze di sinistra, su cui si spesero particolarmente giuristi come Piero Calamandrei e il senatore socialista ed ex partigiano Giuliano Vassalli. Fu dall’epoca di Mani pulite, quando la sinistra riformista, invece di denunciare (come fece Marx) la presenza strutturale della corruzione nella politica borghese (e le sue esasperazioni del periodo craxiano), si mise a far da reggicoda alla magistratura e alle sue posizioni di casta, che ciò cambiò.

Ma allora perché la destra ha voluto questa riforma?
C’è certamente un elemento di demagogia liberale. Però non è centrale. Più importante è l’ormai trentennale scontro con la magistratura come istituzione (sui cui passaggi particolari non siamo in generale indifferenti, nella misura in cui colpivano le forze reazionarie). E infine è chiaro che la destra ha il suo interesse a staccare il settore giudicante dall’accusa, a cui il primo ha sempre più teso a subordinarsi.

Ma allora perché noi siamo, come la sinistra una volta, favorevoli alla totale separazione? In primo luogo il discorso sull’influenza dei pubblici ministeri sui giudici vale anche per i militanti della sinistra, non solo quella più radicale. Esempi recenti ci dimostrano la cosa e presumibilmente aumenteranno nel prossimo futuro, anche grazie alla legislazione emergenziale di questo governo. Ma soprattutto, i marxisti rivoluzionari sono i più conseguenti difensori, nell’ambito dello stato borghese, della democrazia, e non ci accodiamo a nessuno, tantomeno ad una delle strutture dello stato, come la
magistratura, che sia pure da un versante “progressista”, difende solo i suoi interessi di casta. Poco importa che anche i criminali siano contro il giustizialismo. Se facessimo il contrario di quello che loro vogliono, si tornerebbe alla pena di morte.

Del resto la sinistra borghese e piccolo-borghese, sacrificando al giustizialismo le concezioni democratiche, non pone richieste di cambiamenti rispetto alle regole che sono addirittura peggiori e più repressive rispetto a quelle di altre nazioni. Per fare solo due esempi. In molti paesi il ricorso in appello è limitato al condannato. In altri è possibile per l’accusa solo se ci sono nuovi elementi di prova. Invece in Italia una persona può essere assolta addirittura per due volte, ma essere condannata per un rinvio in un terzo grado (si veda il famoso caso Garlasco, ovviamente senza entrare nel giudizio sui fatti). Secondo, in tutti gli altri paesi per essere condannati è necessaria una maggioranza significativa tra i giudicanti, 10 su 12 in Inghilterra, 7 su 9 in Francia. In Italia addirittura in caso di parità (3 a 3), se il presidente del collegio giudicante è per la condanna, passa la sua posizione.

Perché allora votiamo e invitiamo a votare no al referendum? Perché noi non isoliamo i singoli aspetti di un problema dal quadro generale della situazione. Da materialisti dialettici, sappiamo che un successo del sì sarebbe un importante risultato di conferma politica generale per questo governo. E che, al contrario, un successo del no lo porrebbe in una situazione di almeno parziale difficoltà.

Poiché siamo i più acerrimi nemici del governo delle destre, e poiché la separazione delle carriere, pur essendo un elemento positivo, non è una questione democratica fondamentale (come per fare alcuni esempi la proporzionalità del voto, senza sbarramenti, né premi di maggioranza, a differenza delle proposte sia delle destre che delle cosiddette “sinistre”), subordiniamo il particolare al generale, che in questo caso è la sconfitta del governo Meloni. Il punto infatti è che il governo agita strumentalmente una bandiera paradossalmente “corretta” per perseguire e mascherare il proprio disegno reazionario. Quello dei pieni poteri nelle mani dell’esecutivo. Perché è indubbio che, al di là del contenuto di merito della riforma, un successo del governo Meloni nel referendum rafforzerebbe enormemente il suo disegno politico generale.

Per questo le ragioni democratiche del no al referendum contro il governo Meloni prevalgono su ogni altra considerazione. E impegnano noi marxisti rivoluzionari nella battaglia referendaria senza riserve, in piena autonomia dalla magistratura borghese e dalla falsa sinistra ad essa subordinata.

Partito Comunista dei Lavoratori

La verità dei fatti e l’ipocrisia dominante


 Una riflessione sincera nell’avanguardia sui fatti di Torino

I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell’offensiva del governo. Da giorni l’immagine del poliziotto preso a calci da alcuni manifestanti diventa la pietra dello scandalo universale. «Tentato omicidio!» grida la Presidente del Consiglio postfascista. «Terrorismo!» grida il ministro Crosetto. Uno stuolo di commentatori liberalprogressisti si allinea a questa rappresentazione grottesca, oltre ogni senso del ridicolo, per invocare ordine nelle piazze e fustigare le cosiddette “ambiguità” della “sinistra” nei confronti della “violenza”.

LA MISTIFICAZIONE DELLA RETORICA DOMINANTE

La prima osservazione è che la violenza, così rappresentata, diventa un assoluto al di là di ogni sua determinazione. Persino la sua entità sfuma nell’indistinto: se venti giorni di prognosi di un poliziotto ferito, secondo il referto medico ospedaliero, diventano «tentato omicidio», quanti tentati omicidi hanno percorso le strade di Torino il 31 gennaio? Decine di manifestanti con la testa fracassata e le labbra spappolate, persone colpite a terra dalla violenza insistita di una pioggia di manganelli, persone colpite all’inguine da candelotti sparati ad altezza d’uomo, persone ferite abbandonate sul selciato senza aiuto e assistenza, giornalisti aggrediti dalla polizia con tanto di sequestro dei loro strumenti di lavoro… Tutti fatti documentati da testimonianze giornalistiche (Rita Rapisardi) e da decine di video. Però fatti scomparsi, sottratti alla conoscenza pubblica, rimpiazzati dall’unica immagine del poliziotto colpito. Per di più un poliziotto che si era avventurato imprudentemente nell’inseguimento di manifestanti in fuga, isolandosi dai colleghi ed esponendosi al loro fallo di reazione: una verità documentata e incontestabile, rimossa dal grosso dei media, per il solo fatto di polverizzare la retorica dominante.

Tentato omicidio, terrorismo, inaccettabile violenza. Qual è l’unita di misura della violenza secondo il metro di Giorgia Meloni e del governo a guida postfascista? Privare i migranti del soccorso in mare, segregarli nelle carceri libiche, finanziare e liberare i loro torturatori, moltiplicare centri di detenzione e deportazione sottratti alla legge e privati di ogni dignità umana, alimentare la corsa alle armi coi soldi sottratti alla sanità e armare uno Stato coloniale e genocida in Palestina, liberalizzare appalti e precariato moltiplicando gli assassinii padronali sul lavoro, ad esclusivo vantaggio dei profitti… Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese e del comitato d’affari che la amministra? L’immagine del poliziotto scalciato serve esattamente a coprire, legittimare, rafforzare la criminalità della violenza vera:

Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese?

«Difendere la sicurezza, che è un bene di tutti, non è né di destra né di sinistra» canta la retorica dominante. Di grazia, la sicurezza di chi e da che cosa? La sicurezza del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’assistenza è saccheggiata ogni giorno dai tagli sociali per pagare il debito pubblico alle banche. L’unica sicurezza che viene garantita è quella dei loro profitti. La sicurezza di una abitazione dignitosa è colpita dalla speculazione immobiliare, da affitti insostenibili per i salari correnti, dal cappio di mutui a vita, in un paese in cui milioni di case sono vuote e milioni di persone cercano casa. La sicurezza del vivere in pace è minata dai venti di guerra che percorrono il mondo per la spartizione di materie prime e zone di influenza. Il governo italiano vi partecipa col suo piano Mattei al servizio dell’ENI, di Leonardo, di Fincantieri, e soprattutto dei loro azionisti. La sicurezza dallo scippatore in metropolitana non è garantita? Ma la probabilità di incorrere in questo infortunio è mille volte più bassa della assoluta certezza di essere rapinato ogni giorno dai capitalisti e dai loro governi, per di più col timbro della loro legge. Eppure tutta la subcultura securitaria si regge su questa clamorosa rimozione, cui abboccano milioni di sfruttati, soprattutto in tempi di riflusso.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia. Non il solo. Comprendere la dinamica politica in atto nel suo concreto dispiegarsi non è meno importante.

LE RAGIONI POLITICHE DELLA NUOVA STRETTA SECURITARIA

Il governo Meloni lavora sui fatti di Torino per rispondere alle proprie difficoltà. I nuovi decreti sicurezza e paralleli disegni di legge erano in realtà già in cantiere. Ma erano stati provvisoriamente rinviati dopo i fatti di Minneapolis e la reazione di rigetto da essi suscitata in vasti settori dell’opinione pubblica. Meglio evitare un’imbarazzante identificazione con l’odiata polizia trumpiana. Gli scontri di Torino sono l’occasione preziosa per riesumarli e addirittura aggravarli.

Spingono in questa direzione diversi fattori. Innanzitutto la concorrenza elettorale tra Meloni e Salvini nella conquista del consenso elettorale reazionario e nell’intestarsi la protezione speciale dei corpi repressivi dello Stato. Ma anche la campagna del governo sul terreno del referendum sulla giustizia: per indirizzare il senso comune contro la cosiddetta magistratura lassista che «libera i delinquenti», e favorire per questa via la vittoria del sì, liberando la strada del premierato.

La magistratura borghese a sua volta, per difendere la propria corporazione, cerca di mettersi al riparo assecondando la spinta securitaria. La Procura di Torino è in questo senso emblematica. L’accusa di associazione sovversiva contro Askatasuna, già tentata e respinta nel primo grado di giudizio, viene rilanciata in appello. E si discute persino del reato di devastazione (grottesco per danni accertati di 160000 euro) che potrebbe comportare sino a quindici anni di pena. Peraltro le dichiarazioni della Procuratrice di Torino contro la “tolleranza” torinese verso Askatasuna non promettono nulla di buono. Così come la moltiplicazione delle custodie cautelari per i minori da parte delle procure minorili. A proposito della retorica, cara ai Travaglio, sui PM garanti di giustizia.

Ma l’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria. L’idea del fermo preventivo di 12 ore per manifestanti potenziali “sospetti”, che Salvini vorrebbe estendere a 48 ore, è stata inizialmente concepita come puro potere discrezionale di polizia. Può darsi che alla fine le contraddizioni interne alla maggioranza e le mediazioni con Mattarella impongano l’obbligo del vaglio giudiziario. In ogni caso, il potere della polizia viene accresciuto. Lo stesso vale per la sottrazione dei poliziotti alle indagini per legittima difesa e la garanzia della loro tutela legale. Al di là del dettaglio del dispositivo finale, la risultante certa di questa campagna è un rafforzamento del potere esecutivo, del ministero dell’Interno, dei suoi strumenti amministrativi. Come dichiara l’avvocato Claudio Novaro, difensore di Askatasuna: «Una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi» (Il Manifesto, 1 febbraio). La moltiplicazione dei fogli di via, degli avvisi orali, della revoca dei permessi di soggiorno, appartiene a questo nuovo registro. Lo stesso, peraltro, che è stato usato per lo sgombero del centro sociale torinese.

L’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria.

QUALE RISPOSTA? PER UNA RIFLESSIONE SINCERA NELL’AVANGUARDIA

Quale risposta a tutto questo? La lotta contro la repressione ha sempre interrogato i movimenti e le loro forme di lotta. I fatti di Torino ripropongono la questione.

Non è in discussione, per parte nostra, la difesa degli spazi sociali colpiti, la richiesta del loro recupero, la libertà dei compagni arrestati o indagati. La linea di confine tra lo Stato borghese e chi lo contesta, tanto più in presenza di un governo a guida postfascista, va presidiata da tutte le sinistre. Ogni solidarietà con lo Stato, ogni compromissione, diretta o indiretta con le sue politiche legge e ordine, va evitata e respinta. L’appello di Schlein a Giorgia Meloni per l’unità delle istituzioni contro la violenza, oltre ad essere un clamoroso autogol, è la misura, al di là del suo esito, di una complicità di fondo con l’avversario nel nome della comune identificazione con lo Stato. Come lo è, a maggior ragione, la richiesta di PD e M5S di aumentare gli organici della polizia, nel nome comune della sicurezza. Il silenzio o l’avallo di AVS a queste posture può forse tutelare la sua presenza nel campo largo, e magari il proprio assessore di Torino, ma certamente misura una subalternità politica e culturale all’attuale ordine borghese.

La nostra difesa di Askatasuna dalla repressione dello Stato è e resta dunque incondizionata. “Giù le mani da Askatasuna” abbiamo detto prima del 31 gennaio, “giù le mani da Askatasuna” diciamo dopo il 31 gennaio.

Ma detto questo, presidiato il confine, il dibattito nell’avanguardia deve essere franco. Se si pensa di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza si sbaglia totalmente strada. Non perché si è troppo radicali, ma per la ragione esattamente opposta: perché si accetta supinamente il terreno prescelto dall’avversario, il rapporto di forza che oggi lo vede vincente, il copione che esso assegna all’avanguardia. Da questo punto di vista la scelta di forzare lo scontro di piazza a Torino è stato un errore. Chiunque l’abbia commesso.

L’impostazione va esattamente ribaltata. Non per rimuovere il tema della forza, ma proprio per affrontarlo nei suoi termini reali. Per fronteggiare la repressione devi lavorare a capovolgere i rapporti di forza. E per capovolgere i rapporti di forza è decisivo lavorare al recupero di una dimensione di massa, di una opposizione di massa.

Pensare di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza vuol dire sbagliare strada. Per fronteggiare la repressione vanno capovolti i rapporti di forza. Solo a livello di massa si può fare.

Se a fine settembre e a inizio ottobre i decreti sicurezza nella loro reale applicazione sono stati costretti all’impotenza, ciò non è accaduto per la radicalità dell’avanguardia. Ma perché quella radicalità, che pure era trasgressiva, si incontrava con un salto enorme della mobilitazione collettiva, con l’irruzione nelle piazze di una giovane generazione, col favore del sentimento pubblico, con l’ingresso sulla scena del movimento operaio con lo sciopero generale (finalmente) unitario per la Palestina.

In quel momento, per la prima volta, il governo si trovò sulla difensiva, costretto a subire un rapporto di forza sfavorevole ed imprevisto. E viceversa: quando il movimento di massa è rifluito; quando il fronte unico di massa è stato purtroppo abbandonato dalle sue direzioni grandi (CGIL) e piccole (USB), con una enorme responsabilità politica; quando il rapporto di forza è dunque mutato, il governo ha dispiegato la propria vendetta repressiva. La chiusura di Askatasuna è rientrata in questo scenario.

Ricostruire e rilanciare l’opposizione di massa, e con questa l’azione della classe lavoratrice, è dunque un compito decisivo nella lotta contro la repressione. Così è stato sempre.

La legislazione antioperaia degli anni ’50 (licenziamenti politici, reparti confino, arbitrio padronale, violenza poliziesca contro le manifestazioni…) non fu cancellata dalla sola battaglia democratica, che pur fu importante. Fu abrogata dalla grande ascesa di massa dell’Autunno caldo e dalla lunga stagione che essa aprì, col capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi. E viceversa: quando quella stagione fu chiusa dalla politica del compromesso storico nel nome dell’unità nazionale e dell’austerità, tornarono le leggi speciali e i venti della repressione. Rileggere quell’esperienza è centrale non solo per comprendere il passato, ma anche per costruire un futuro diverso.

La costruzione di un’altra direzione del movimento operaio, e di tutti i movimenti sociali progressivi, è in questo senso un passaggio strategico centrale. Sia per rilanciare un’opposizione di massa che sbarri la strada alla destra reazionaria, sia per evitare che essa venga piegata, come troppo volte in passato, a un nuovo compromesso di governo con il capitale. Per questo è necessaria una sinistra rivoluzionaria. Una sinistra che non si limiti all’antagonismo, ma persegua davvero un altro ordine di società. Che non si limiti a immaginarsi come contropotere, ma si batta per il potere alternativo della classe lavoratrice, delle sue strutture democratiche di autorganizzazione, della sua democrazia. Una sinistra per la rivoluzione.

Una sinistra che dunque non rifugga dalla questione della forza, come vorrebbero le anime candide del pacifismo. Ma che l’affronti da un’angolazione di massa, come forza della classe, come sua capacità di autodifesa collettiva, come sua capacità di affrontare, disarticolare, rovesciare la forza avversaria dello Stato.

Costruire questa sinistra è l’impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.

Marco Ferrando

Italpizza. Giudici borghesi, giù le mani dalle lavoratrici e dai lavoratori in lotta!

 


5 Ottobre 2022

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà al SI Cobas e alle lavoratrici e ai lavoratori che ha diretto nello scontro con Italpizza per la conquista di un importante riconoscimento sindacale.

Le operaie e gli operai hanno usato giustamente gli strumenti consentiti loro dalla lotta di classe: scioperi, picchetti e manifestazioni. Per questo sono stati assurdamente denunciati. La magistratura borghese oggi, però, non si limita a questa ingiustizia, ma arriva all’aberrazione tipica di un vero e proprio regime antioperaio, di accogliere la richiesta padronale di processare il SI Cobas per il risarcimento dei danni che l’azienda avrebbe subito. Risarcimento che potrebbe arrivare alla cifra stratosferica di 500.000 euro.

Che i padroni del settore della logistica e della produzione siano feroci sfruttatori di lavoratrici e lavoratori lo sappiamo da sempre. Ma oggi assistiamo a un salto di qualità e al diretto attacco della magistratura e degli istituti giuridici dello stato borghese ai più elementari diritti sindacali.
Guerra, disoccupazione, inflazione, miseria distruzione ambientale sono il prezzo quotidiano che la classe lavoratrice e le masse popolari pagano ogni giorno in ossequio a quell’autentico sistema di rapina sociale rappresentato dall’organizzazione borghese della società. Ora si aggiunge questa infame repressione giudiziaria.

Colpiscono uno, colpiscono tutti. Tutte le organizzazioni che fanno riferimento alla classe operaia devono scendere immediatamente sul terreno della lotta e contribuire a costruire il più ampio fronte unitario di massa della classe lavoratrice sulla base di una vertenza generale unificante che risponda ai suoi interessi immediati e futuri.
L’unica soluzione è aprire una fase nuova nella prospettiva anticapitalista del governo dei lavoratori, l’unico che può garantire veramente le condizioni di vita della classe operaia e i diritti democratici di tutte e tutti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ponte Morandi, il processo che non c'è

 


Le lezioni di un crimine borghese

15 Agosto 2022

Quattro anni dopo, inizia il processo per il crollo del ponte Morandi, con la benedizione delle autorità e la loro retorica commossa. Ipocrisia pura. Pagheranno nel migliore dei casi alcuni manager della società Autostrade. Ma è già stata assolta la responsabile vera del crimine: la società borghese e il suo Stato.

Pochi casi come la vicenda del ponte Morandi fanno da cartina al tornasole del capitalismo italiano, e dell'intreccio fra grandi gruppi e apparato statale. Riassumiamo. Le Autostrade furono vendute alla grande famiglia dei Benetton a prezzi stracciati dal primo governo Prodi (sostenuto da un centrosinistra comprensivo di Rifondazione). Era il 1998. Dieci anni dopo, 2008, venne introdotta la clausola aggiuntiva capestro, non a caso secretata, secondo cui se lo Stato avesse mai revocato la concessione avrebbe dovuto risarcire all'azienda i profitti perduti, persino in presenza di colpa grave dell'azienda. E i profitti assicurati ai Benetton, già al piede di partenza della privatizzazione, erano letteralmente d'oro: regime di monopolio, liberalizzazione delle tariffe autostradali, e soprattutto assenza di ogni controllo sulla manutenzione.
Dal 1998 al 2018, per la bellezza di vent'anni, i cosiddetti enti di sorveglianza del Ministero dei Trasporti non hanno mai visto né richiesto un solo rapporto sulla sicurezza del ponte più a rischio d'Italia. Parallelamente, per vent'anni i Benetton finanziavano elettoralmente in misura cospicua tutti i principali partiti, al governo e all'opposizione, come risulta in particolare proprio nell'anno 2008, l'anno della clausola capestro.

I fatti del 14 agosto 2018 erano solo un crimine annunciato. Quarantasei persone assassinate dal profitto.
Tutti all'epoca si strapparono le vesti, mimarono scandalo, annunciarono indagini severe e punizioni esemplari. Il Movimento 5 Stelle e l'appena nominato governo Conte vagheggiarono addirittura la nazionalizzazione delle autostrade, con le smargiassate a uso telecamere dei vari Di Maio, Di Battista, Toninelli. Ma era solo demagogia per gonzi. I Benetton non solo sono fuori dal processo, in quanto si ritiene, singolarmente, che la proprietà azionaria non sia responsabile di ciò che fa o che non fa il suo amministratore delegato. Ma escono dalla vicenda col portafoglio rigonfio. Il 22 maggio 2022 la holding Atlantia (cioè in larga misura i Benetton) ha infatti concluso la vendita di Autostrade alla Cassa Depositi e Prestiti (all'80% del Tesoro) per la bellezza di 8,2 miliardi. Otto virgola due miliardi per una società piena di debiti. In altri termini, la grande famiglia capitalistica che ha incassato per vent'anni i profitti (anche) della mancata manutenzione esce dalla scena del crimine più ricca di prima, grazie all'ennesima donazione di risorse pubbliche da parte di quello Stato che si era presentato moralmente come “parte lesa”. La clausola capestro del 2008 è stata a suo modo rispettata. Il conto sarà presentato agli operai.

L'amministratore delegato di Aspi Giovanni Castellucci, liquidato con una buonuscita di 13 milioni di euro, viene processato non senza aver prima spostato sui propri conti in Lussemburgo (così sembra) circa sette milioni di euro. Ma non pagherà nessun altro. Non i Benetton. Non i ministri che trafficarono con loro. Non i partiti che li sostennero. Non lo Stato.
Nessuna meraviglia. Non può essere la magistratura borghese a realizzare una giustizia sociale riparativa, ma solo una rivoluzione che liberi la società dalla dittatura dei capitalisti e della loro “democrazia”. Solo un governo dei lavoratori può fare realmente pulizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Due sì ai referendum

 


Il 12 giugno, assieme alle elezioni amministrative di numerosi comuni, vanno al voto cinque referendum in materia di giustizia, promossi dal Partito Radicale e sostenuti dalla Lega. Non entriamo nel merito della scelta della Lega, che cerca un proprio spazio d'immagine e un regolamento di conti con la magistratura. Sono le guerre per bande tipiche della democrazia borghese. Né trattiamo in questa sede la nostra proposta programmatica generale in fatto di giustizia, che in ogni caso contesta alla radice l'ordine giudiziario come casta separata, in quanto rivendica l'eleggibilità e revocabilità di tutti i funzionari dello Stato. Ci limitiamo ad un pronunciamento di merito sui quesiti referendari posti. Tre di essi (legge Severino, elezione del CSM, composizione dei collegi giudiziari) ci paiono di valenza minore, molto tecnica, e di profilo contraddittorio. Non diamo indicazione di voto al riguardo. Due di essi (separazione delle carriere e limitazione della carcerazione preventiva) assumono invece una valenza maggiore da un punto di vista democratico, e hanno il nostro sostegno.


Diamo indicazione di voto per il sì sulla separazione delle carriere e sulla limitazione della carcerazione preventiva.

L'assenza di barriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante ha allargato di fatto il potere reale dei Pubblici Ministeri, consentendo il passaggio da PM a giudice talvolta nel corso dello stesso processo. La cosiddetta terzietà del giudice ne risulta particolarmente manomessa. Ciò va a scapito in particolare non degli imputati eccellenti, ma dei cosiddetti imputati minori, assai più numerosi, provenienti dalle classi popolari. La separazione delle carriere tutela maggiormente le loro ragioni difensive.

La carcerazione preventiva ha assunto in Italia proporzioni abnormi sia per i tempi di durata che soprattutto per il numero detenuti coinvolti: il 31% della popolazione carceraria è in attesa di giudizio, Molti, a bilancio, senza aver commesso alcun reato. Il referendum, pur preservando la carcerazione preventiva nel caso di “rischio di reiterazione dei reati più gravi”, chiede la cancellazione della formula generica di “reiterazione del reato” come ragione della custodia cautelare. Anche in questo caso la limitazione dei poteri di carcerazione preventiva va a beneficio dei detenuti meno abbienti, che sono la parte preponderante della popolazione carceraria, e può interessare i militanti classisti colpiti per reati di lotta.

Va da sé che nel quadro della democrazia borghese ogni misura democratica è necessariamente monca e parziale. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà realmente fare giustizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Al fianco di Mimmo Lucano


 In una società a misura d'uomo i diritti umani non possono subire limitazioni in base alla nazionalità e ai confini. Ogni individuo in quanto tale dovrebbe godere degli stessi diritti.


Poco meno di un mese fa in Svizzera, nella città di Berna, è stato consegnato a Domenico Lucano “il 26esimo premio libertà", perché nei rapporti con i profughi del Mediterraneo, sbarcati sulle spiagge, osa percorrere delle strade completamente nuove.

Egli considera queste persone come una chance, le integra in modo costruttivo nel suo Comune, affrontando in questo modo la decennale emigrazione della popolazione calabrese. «Mimmo Riace» è un pioniere per l’atteggiamento umano dell’Europa nei confronti dei profughi provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente”!

Viceversa in Italia il becero sciovinismo troglodita, trasforma Mimmo Lucano da “pioniere dell’integrazione” a uomo dedito all’associazione a delinquere, responsabile di crimini come: abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, insomma da filantropo a delinquente. Questo emerge dalla motivazioni depositate dal Tribunale di Locri.

Risulta chiaro che l’accusa a Mimmo Lucano è un’accusa politica. Solo uomini congelati dal giustizialismo borghese, capaci solo di “eseguire gli ordini” possono apprezzare tali accuse. La vicenda Lucano non è una vicenda che lucra il modello normo-costituito borghese, molto più semplicemente lo mette in discussione e per questo viene punito.

In tutta questa vicenda surreale Mimmo Lucano viene dipinto come un uomo prono alla criminalità. Certo, se fosse stato furbo, senza principi e avesse voluto arricchirsi con la politica, avrebbe dovuto scegliere un’altra organizzazione politica, un altro partito come ad esempio Fratelli d’Italia. Non a caso, è proprio la destra reazionaria di Fratelli d’Italia in combutta con la Lega, a far leva sulla sentenza del tribunale di Locri per difendere e rilanciare le proprie politiche criminali contro i migranti nel nome del ”prima gli italiani”. Magari per coprire i propri italianissimi esponenti coinvolti, quelli sì, negli affari della criminalità organizzata. Personaggi come Rosso, Pittelli esponenti di Fratelli d’Italia sono finiti al centro di indagini riguardanti la criminalità organizzata (‘Ndrangheta), oppure Enzo Misiano, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Ferno (Varese), dove la magistratura è piombata su di lui con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso inserita nell’ambito dell’inchiesta Krimisa sulle infiltrazioni della ‘Ndrangheta in Lombardia, ecc.

Colpisce, ma non più di tanto, che alla campagna reazionaria di criminalizzazione di Lucano si sia accodato Marco Travaglio e il suo circo editoriale nel nome della sacralità della magistratura e delle sue sentenze. A riprova che “la difesa della legalità” borghese non ha di per sé alcuna valenza democratica e progressiva, e che l’avallo fornito alla cultura "manettara" dei Di Pietro e degli Ingroia da parte della sinistra riformista in anni recenti ha solo innaffiato il giardino del populismo reazionario di marca “giustizialista” che nel giro di pochi anni ha visto calare la scure della magistratura, in modo massiccio, sui suoi propri rappresentanti.

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà a Mimmo Lucano, ricordando le sue stesse parole«è stato il modello della libertà e del rispetto dei diritti umani e non è stato qualcosa di scritto che abbiamo sperimentato dopo uno sbarco. C’è stata molta spontaneità in un luogo limite dove ci sono tantissime problematiche sociali e il messaggio che è venuto fuori è che è possibile, nonostante le difficoltà del territorio».

Non c’è soluzione della questione immigrazione all’interno della società capitalista. Ma da rivoluzionari difendiamo e difenderemo sempre chi contrasta le politiche reazionarie contro i migranti esponendosi per questo alle vendette della magistratura e dello Stato borghese. Per questo diciamo: “Giù le mani da Mimmo Lucano!”.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro l'infamia dei licenziamenti Whirlpool è l'ora di voltare pagina

 


Solo la nazionalizzazione delle aziende che licenziano, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, può unire gli operai e tutelare i posti di lavoro

La lettera di licenziamento da parte del gruppo Whirlpool conferma il totale cinismo di un'azienda che non si fa scrupolo di gettare i lavoratori e le lavoratrici in mezzo a una strada. La magistratura copre il cinismo padronale, rigettando il ricorso sindacale. Il governo smentisce le sue promesse di cartone, come già i due governi precedenti. Il famoso consorzio sulla mobilità che dovrebbe riassumere i licenziati è rimasto un fantasma, tempo perso per i lavoratori e guadagnato dai padroni Whirlpool, che ora provano a disgregare l'unità degli operai con lo strumento della corruzione economica individuale.

L'operazione Whirlpool va respinta. L'unità tra i lavoratori va salvaguardata, assieme all'enorme patrimonio di lotta accumulato in due anni. Ma si impone un bilancio della linea seguita sinora dalle direzioni sindacali. Prima l'idea di un improbabile “ravvedimento” della proprietà USA, poi la ricerca di un nuovo compratore sul mercato grazie all'interessamento dei governi, infine la fiducia nella magistratura, hanno finito col portare i lavoratori in un vicolo cieco. È necessaria ora una svolta.

Come abbiamo affermato sin dall'inizio di questa vicenda drammatica, c'è una sola possibile soluzione a garanzia del lavoro: la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell'azienda Whirlpool. Sia lo Stato a farsi garante del posto di lavoro. Se poi Whirlpool è disposta a spendere 85000 euro per dipendente, li versi allo Stato. Non per liquidare il lavoro, ma per preservarlo. La rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori è l'unico modo di rispondere all'aggressione padronale con una radicalità uguale e contraria. L'unico modo per provare a riaprire la partita. L'unica via per porre il governo, e non solo il padrone, come propria controparte denunciando le sue responsabilità e le sue finzioni da intermediario.

Questa rivendicazione non può e non deve restare isolata; centinaia di delegati di diversa appartenenza sindacale la stanno promuovendo attraverso un appello nazionale. I lavoratori della GKN ultimamente l'hanno fatta propria con una decisione importante e preziosa. Si tratta di fare fronte comune su questa richiesta tra tutte le aziende in lotta per aprire una vertenza nazionale. Non si può più proseguire in ordine sparso, azienda per azienda, se non al prezzo di finire sconfitti, l'uno dopo l'altro, in un calvario che dura ormai da quindici anni. Ora basta. Ora è necessario voltare pagina. Se gli azionisti licenziano gli operai, gli operai hanno diritto di chiedere il licenziamento degli azionisti, e di chiederlo insieme.

Il Partito Comunista dei Lavoratori mette tutte le proprie disponibilità al servizio di questa battaglia. Chiede a tutte le organizzazioni sindacali che parlano a nome della classe lavoratrice di farla propria. Chiede a tutti i circuiti di avanguardia di unire nell'azione le proprie forze attorno alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Resta in ogni caso una considerazione di fondo. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può spazzare via la classe degli azionisti parassiti e riorganizzare la società su basi nuove. Solo la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può tutelare il lavoro e fare avanzare gli operai.

Partito Comunista dei Lavoratori

Uno spaccato ordinario del capitalismo reale

Mentre le procure inquisiscono ArcelorMittal per frode, aggiotaggio, appropriazione indebita, la nuova proprietà straccia il contratto di un anno fa e dimezza i propri dipendenti, già colpiti dalla dismissione delle manutenzioni, dall'aumento dei morti sul lavoro, dalla tragedia dei carcinomi. Il governo continua a negoziare con una proprietà criminale.

Mentre la magistratura accerta che gli amministratori delegati di Atlantia, controllata dai Benetton, hanno falsificato per decenni le risultanze dei controlli tecnici dei viadotti (persino dopo il crollo del ponte Morandi) al solo scopo di ingrassare i profitti dei Benetton, i Benetton stanno trattando la partecipazione all'acquisto di Alitalia. Il governo revoca loro (forse) la concessione autostradale, ma solo in cambio dell'annunciata compensazione.

Mentre lo Stato allunga un nuovo prestito ad Alitalia in attesa di svenderla sul mercato, cresce lo sgomitamento tra gli aspiranti acquirenti di un annunciato spezzatino, con Lufthansa in pole position, e i gruppi Delta e Ferrovie dello Stato compartecipi dell'affare. Il prezzo dell'acquisto sono altre migliaia di licenziamenti. I commissari incaricati stanno trattando per l'appunto il prezzo.

Mentre FCA annuncia l'affare della fusione con Peugeot, col guadagno netto di 5 miliardi per gli azionisti, e nuovi esuberi tra gli operai, la società finanziaria di casa Agnelli, Exor, compra il quotidiano La Repubblica e il settimanale L'Espresso. L'informazione “democratica” è servita.

Sono questi gli annunci di copertina del notiziario degli ultimi giorni, uno spaccato ordinario della società borghese e del suo Stato: i capitalisti comandano; il loro parassitismo cresce, a scapito della produzione, del lavoro, della vita della grande maggioranza della società; lo Stato è più che mai, come diceva Marx, il loro “comitato d'affari”; il crimine è inseparabile dal profitto.

La prospettiva rivoluzionaria non è allora un pregiudizio ideologico, ma l'unica soluzione possibile. Il vero pregiudizio è pensare vi siano altre soluzioni.
Partito Comunista dei Lavoratori

Prove di regime: licenziata Flavia Cassaro

14 Giugno 2018
Il licenziamento dell'insegnante Flavia Lavinia Cassaro per le sue urla in piazza contro la polizia durante una manifestazione antifascista non è un semplice fatto di cronaca, e neppure un ordinaria ingiustizia. È qualcosa di più: il sintomo di un salto di qualità delle politiche reazionarie.
Il provvedimento è una enormità dal punto di vista giuridico. Le accuse contro l'insegnante non riguardano affatto il suo lavoro. I citati “problemi di relazione con i colleghi e con gli alunni che generano tensione e disagio” sono un riferimento del tutto generico, non sono mai stati oggetto di misure disciplinari, e tanto meno configurano un reato. L'insegnante viene licenziata per il solo fatto di aver gridato la propria rabbia contro la polizia che proteggeva il comizio di CasaPound. Più precisamente per il fatto che le sue parole non avrebbero rispettato la “continenza formale”, cioè sarebbero state “eccessive”. Tutelare i fascisti è “continente”, protestare è reato se la protesta si rivolge contro la polizia che li tutela.
Un licenziamento, dunque, per un supposto... eccesso verbale? La verità è che il licenziamento è squisitamente politico. Fu chiesto a reti unificate da Matteo Renzi e dalla ministra Fedeli. Ma soprattutto è stato chiesto da Matteo Salvini e da Giorgia Meloni, numi tutelari di Polizia e Carabinieri. Non a caso il Sindacato Autonomo di Polizia (SAP), legato a Fratelli d'Italia e soprattutto alla Lega, ha applaudito il licenziamento con parole emblematiche: “Finalmente è stato affermato il principio del rispetto della divisa e delle persone che l'indossano”.
Il nuovo ministro degli Interni Matteo Salvini vede dunque a ragione in questa sentenza l'inaugurazione di un nuovo corso. “È finita la pacchia” non è rivolto solo contro i migranti, ma contro tutti i disturbatori dell'ordine costituito. È la legittimazione preventiva e annunciata della mano pesante, da parte della Polizia e della magistratura. È l'incoraggiamento ai peggiori sentimenti reazionari.
CasaPound esulta per il licenziamento di Lavinia. Noi siamo con lei, per il suo reintegro al lavoro, per un'immediata iniziativa di mobilitazione contro la misura vergognosa che l'ha colpita. Una mobilitazione doverosa da parte di tutte le organizzazioni sindacali e antifasciste.
Partito Comunista dei Lavoratori