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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Al fianco di Mimmo Lucano


 In una società a misura d'uomo i diritti umani non possono subire limitazioni in base alla nazionalità e ai confini. Ogni individuo in quanto tale dovrebbe godere degli stessi diritti.


Poco meno di un mese fa in Svizzera, nella città di Berna, è stato consegnato a Domenico Lucano “il 26esimo premio libertà", perché nei rapporti con i profughi del Mediterraneo, sbarcati sulle spiagge, osa percorrere delle strade completamente nuove.

Egli considera queste persone come una chance, le integra in modo costruttivo nel suo Comune, affrontando in questo modo la decennale emigrazione della popolazione calabrese. «Mimmo Riace» è un pioniere per l’atteggiamento umano dell’Europa nei confronti dei profughi provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente”!

Viceversa in Italia il becero sciovinismo troglodita, trasforma Mimmo Lucano da “pioniere dell’integrazione” a uomo dedito all’associazione a delinquere, responsabile di crimini come: abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, insomma da filantropo a delinquente. Questo emerge dalla motivazioni depositate dal Tribunale di Locri.

Risulta chiaro che l’accusa a Mimmo Lucano è un’accusa politica. Solo uomini congelati dal giustizialismo borghese, capaci solo di “eseguire gli ordini” possono apprezzare tali accuse. La vicenda Lucano non è una vicenda che lucra il modello normo-costituito borghese, molto più semplicemente lo mette in discussione e per questo viene punito.

In tutta questa vicenda surreale Mimmo Lucano viene dipinto come un uomo prono alla criminalità. Certo, se fosse stato furbo, senza principi e avesse voluto arricchirsi con la politica, avrebbe dovuto scegliere un’altra organizzazione politica, un altro partito come ad esempio Fratelli d’Italia. Non a caso, è proprio la destra reazionaria di Fratelli d’Italia in combutta con la Lega, a far leva sulla sentenza del tribunale di Locri per difendere e rilanciare le proprie politiche criminali contro i migranti nel nome del ”prima gli italiani”. Magari per coprire i propri italianissimi esponenti coinvolti, quelli sì, negli affari della criminalità organizzata. Personaggi come Rosso, Pittelli esponenti di Fratelli d’Italia sono finiti al centro di indagini riguardanti la criminalità organizzata (‘Ndrangheta), oppure Enzo Misiano, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Ferno (Varese), dove la magistratura è piombata su di lui con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso inserita nell’ambito dell’inchiesta Krimisa sulle infiltrazioni della ‘Ndrangheta in Lombardia, ecc.

Colpisce, ma non più di tanto, che alla campagna reazionaria di criminalizzazione di Lucano si sia accodato Marco Travaglio e il suo circo editoriale nel nome della sacralità della magistratura e delle sue sentenze. A riprova che “la difesa della legalità” borghese non ha di per sé alcuna valenza democratica e progressiva, e che l’avallo fornito alla cultura "manettara" dei Di Pietro e degli Ingroia da parte della sinistra riformista in anni recenti ha solo innaffiato il giardino del populismo reazionario di marca “giustizialista” che nel giro di pochi anni ha visto calare la scure della magistratura, in modo massiccio, sui suoi propri rappresentanti.

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà a Mimmo Lucano, ricordando le sue stesse parole«è stato il modello della libertà e del rispetto dei diritti umani e non è stato qualcosa di scritto che abbiamo sperimentato dopo uno sbarco. C’è stata molta spontaneità in un luogo limite dove ci sono tantissime problematiche sociali e il messaggio che è venuto fuori è che è possibile, nonostante le difficoltà del territorio».

Non c’è soluzione della questione immigrazione all’interno della società capitalista. Ma da rivoluzionari difendiamo e difenderemo sempre chi contrasta le politiche reazionarie contro i migranti esponendosi per questo alle vendette della magistratura e dello Stato borghese. Per questo diciamo: “Giù le mani da Mimmo Lucano!”.

Partito Comunista dei Lavoratori

Piena solidarietà a Mimmo Lucano

 


Il significato di una sentenza reazionaria

30 Settembre 2021

La condanna di Mimmo Lucano a 13 anni e due mesi è una sentenza giuridicamente abnorme e politicamente infame.

Raddoppia la richiesta del pubblico ministero. Configura l'accusa grottesca di “associazione a delinquere” per un'azione a tutela della dignità dei migranti. Assegna a Lucano una pena superiore a quella riservata a Luca Traini, che pochi anni fa a Macerata sparò sui migranti cercando il morto e ferendone sei.

Uno dei capi d'accusa è quello di aver speso illecitamente soldi pubblici. Curioso. I governi e le giunte (di ogni colore) che regalano montagne di soldi pubblici a industriali e banchieri, prendendole da sanità, pensioni, lavoro, sono oggetto di plauso. Chi ha tagliato 37 miliardi alla sanità pubblica per pagare il debito alle banche, moltiplicando le morti per Covid, governa l'Italia, per di più idolatrato. Padroni grandi e piccoli che quotidianamente causano la morte sul lavoro dei propri dipendenti, assunti in nero o con contratti usa e getta, godono di una diffusa impunità, assieme alla loro evasione fiscale e contributiva. Chi invece ha speso per la difesa di chi fugge da fame e morte viene colpito come criminale.

Nella sua enormità, la sentenza chiarisce in effetti qual è la legge della società borghese, e la natura reale dello Stato. La vera associazione a delinquere sta lì. La sentenza giudiziaria contro Lucano è in fondo una confessione. Una ragione in più per la più ampia mobilitazione contro questa sentenza, e per dare a Mimmo Lucano tutta la nostra solidarietà.

Partito Comunista dei Lavoratori

Se toccano una, toccano tutte: per Martina e tutte le donne vittime di femminicidio

 


Il 7 aprile tutte e tutti a Firenze, alle 9.30 presso la Corte d'appello del tribunale.

Il PCL presente

«La chiamata al pronto soccorso è delle 7,10 (racconta la madre di Martina Rossi). Se si fossero allertate subito, se c'era una piccola possibilità di salvare mia figlia, loro gliel'hanno negata».

Chi era Martina Rossi? Una studentessa di appena vent'anni, scomparsa all'alba del 3 agosto 2011 in Spagna, a Palma di Maiorca, durante una vacanza estiva con due amiche. Nel tentativo di fuggire dall'aggressione sessuale di due ragazzi, Martina precipitò dal 6° piano dell'hotel dove alloggiava, poiché scavalcò il muretto del poggiolo in preda alla paura e all'affanno.

Le indagini spagnole si erano concluse con l'archiviazione e l'ipotesi di suicidio, ma con il tempo e ulteriori indagini è venuta a galla la verità.

Dopo sette anni, il 14 dicembre 2018, è stata emessa la sentenza: i due imputati sono stati condannati a sei anni di carcere, per i reati di “tentata violenza sessuale di gruppo” e “morte come conseguenza di altro reato”.

Nel verdetto di condanna i giudici scrivono che qualcuno la spogliò per abusarne, sottolineano la sparizione dei pantaloncini mai rinvenuti (Martina fu ritrovata con gli slip e la maglietta). Gli evidenti graffi sul collo di uno degli imputati erano il segno che Martina aveva subito un’aggressione e aveva provato a difendersi.

Il processo di appello arriva un anno dopo e il 28 novembre 2019 viene prescritto il primo reato. Il 9 giugno 2020 in appello i due imputati vengono prosciolti perché “il fatto non sussiste”.

Siamo al 21 gennaio 2021, la Suprema Corte annulla l'assoluzione dei due imputati, decidendo un nuovo appello bis. I giudici della Cassazione spiegano che hanno impugnato l'assoluzione per “l'illogicità” e “l'incompletezza della sentenza”, che non spiega le prove che dimostrano l’aggressione sessuale, su cui si era basato il verdetto di condanna.

Ciò che è accaduto a Martina è l'ennesimo caso di femminicidio.
In Italia nei primi tre mesi del 2021 si contano già quindici femminicidi: Clara Ceccarelli uccisa a Genova con 115 coltellate, Deborah Saltori con un colpo d'accetta, Ilenia Fabbri uccisa addirittura da un sicario, a loro si aggiungono Sharon Barnie, Victoria Osagie, Roberta Siragusa, Tiziana Gentile, Teodora Casasanta, Sonia Di Maggio, Piera Napoli, Luljeta Heshta, Lidia Peschechera, Rossella Placati, Edith (una bambina di due anni), Ornella Pinto, Carolina Bruno e Lorenza Addolorata Carano.

Donne uccise dagli uomini, ma in primis dalla società: la cultura patriarcale nella quale siamo immersi a braccetto con il sistema capitalistico pretende che le donne vivano tra le mura domestiche come oggetti di soddisfazione sessuale e uteri dediti alla riproduzione e al lavoro di cura. Il lockdown ha aggravato la situazione, con un'escalation di violenze: gelosia, rifiuto della separazione, stupro, relazioni tossiche...

A fronte di questi numeri, crediamo che sia giusto domandarsi: perché il femminicidio è ancora difficile non solo da riconoscere ma anche da ammettere? Perché le sentenze spesso negano e cancellano le violenze subite. Chi può alleviare il dolore immenso di genitori o familiari?

Le donne in difficoltà hanno molta difficoltà a chiedere aiuto. Sporgere denuncia o rivolgersi ad un centro antiviolenza non è un'operazione semplice: le donne sono sotto il costante controllo del partner abusante e spesso si vergognano benché non abbiano colpa. I centri preposti all'accoglienza delle donne maltrattate sono in grande difficoltà a causa delle politiche insufficienti messe in atto dai governi borghesi. Tante cerimonie e pochi finanziamenti.

C'è molto da fare. Nel mondo del lavoro e nella società in generale, esiste purtroppo ancora un sistema discriminatorio nei confronti delle donne. È necessario continuare a lottare per abbattere questo sistema fondato sulla supremazia fallica e capitalistica.

Per tornare alla vicenda di Martina, in una delle tante interviste rivolte ai genitori, i giornalisti rivolgendosi al padre domandano quale sia il senso di continuare a lottare per la verità, pur sapendo che la loro Martina non potrà più esserci. Il padre sottolinea l'importanza che non accada mai più ciò che è successo a loro.

Intanto sono passati dieci lunghi anni di attesa, dolore e speranza.

Il prossimo appuntamento sarà il 7 aprile 2021 alle 9.30 presso la Corte d'appello del tribunale di Firenze dove ci sarà la sentenza della Cassazione.

Invitiamo tutte e tutti ad esprimere la propria solidarietà alla famiglia di Martina e accogliamo questa occasione per ricordare tutte le vittime di femminicidio.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

No all'infame vendetta dello Stato spagnolo!

Libertà per i dirigenti indipendentisti catalani!

15 Ottobre 2019
Lo Stato monarchico spagnolo ha realizzato la sua infame vendetta contro la Catalogna e la sua lotta per l’indipendenza tramite le pesantissime condanne inflitte ai dirigenti nazionalisti dalla Corte suprema.
I dirigenti nazionalisti sono espressione di forze politiche ed interessi borghesi e piccolo-borghesi, e le politiche dei marxisti rivoluzionari sono lontane, e sul piano generale e in particolare sociale, opposte a quelle dei condannati. Però, oltre ad essere condannati per una lotta del tutto democratica con un attacco alle libertà che colpisce tutti, essi lo sono oggi per il loro impegno verso l’obbiettivo democratico della autodeterminazione del popolo catalano.
Come marxisti rivoluzionari leninisti, noi appoggiamo pienamente tale obbiettivo e il diritto alla costituzione di una repubblica catalana indipendente.
Noi partecipiamo pienamente al movimento di massa per l’indipendenza catalana, ma nel movimento vogliamo portare la nostra prospettiva socialista rivoluzionaria. Noi siamo incondizionatamente per l’indipendenza catalana, ma lottiamo per una Catalogna socialista.
Questo sia perché ovunque siamo per liberare il proletariato dallo sfruttamento dei borghesi, esteri e/o indigeni non conta; sia perché l’indipendenza senza socialismo si risolverebbe in una delusione per le masse lavoratrici e la gran parte della popolazione indipendentista. Infine, solo la prospettiva socialista può offrire una prospettiva di maggior sostegno da parte dell’avanguardia del proletariato estero, che può vedere nella lotta per una Catalogna indipendente una parte della lotta per la liberazione generale, in primis su scala europea, da ogni sfruttamento ed oppressione.
La prospettiva socialista è poi l’unica che può riuscire a combattere lo sciovinismo anticatalano, ancora dominante nel proletariato spagnolo. Uno sciovinismo certo non combattuto dalle posizioni della sinistra riformista: il PSOE, partito di governo, partecipa alla repressione reazionaria, elogiando la sentenza e negando ogni ipotesi di indulto per i condannati; Podemos, in nome di un movimentismo generico, che nasconde un governismo reale, non pone al centro né la lotta di classe né il diritto di autodeterminazione per in popoli oppressi dal centralismo monarchico spagnolo; la stessa Izquierda Unida e Herri Batasuna (sinistra basca) non sono chiare sull'indipendenza catalana per cui battersi oggi.
Un nuovo partito, marxista rivoluzionario, in tutto lo Stato spagnolo è necessario. Per questo stanno lottando, nel mentre difendono senza esitazione il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, i nostri compagni di IZAR, Izquierda Anticapitalista Revolucionaria (Sinistra Anticapitalista Rivoluzionaria). Nostri compagni che fanno appello alla più ampia mobilitazione, centrata sullo sciopero generale in Catalogna e su scioperi di solidarietà ovunque possibile nello Stato spagnolo.
In Italia, nonostante le difficoltà, legate anche alla giusta mobilitazione per il popolo curdo contro l’attacco del boia Erdogan, cercheremo come PCL di realizzare nei prossimi giorni, in fronte unico con altre organizzazioni e sindacati di sinistra, iniziative in solidarietà col popolo catalano in lotta.

Libertà immediata per i dirigenti politici catalani!
Bloccare la Catalogna. Occupare aeroporti e vie di transito (autostrade, ferrovie)!
Sciopero generale in Catalogna. Sciopero generale anche in Euzkadi (Paese Basco)! Scioperi e manifestazioni di solidarietà ovunque possibile anche nel resto dello Stato spagnolo!
Per iniziative di solidarietà, incluso scioperi, in Italia, Europa e nel mondo!
Per il diritto all’autodeterminazione di Catalogna, Euzkadi e Galizia!
Abbasso la monarchia postfranchista spagnola! Per una repubblica dei lavoratori!
Per una Catalogna indipendente e socialista!
Per gli Stati uniti socialisti d’Europa!
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione internazionale

Santi privilegi, governo genuflesso

La Corte di Giustizia Europea ha sentenziato che lo Stato italiano dovrà recuperare enormi arretrati sulla vecchia imposta comunale relativa ai beni ecclesiastici (scuole, cliniche, alberghi, strutture turistiche...). Qualcosa che oscilla tra i 4 e i 5 miliardi.

Si tratta di privilegi scandalosi, garantiti dai famigerati Concordati e soprattutto codificati da tutti i governi capitalistici, gli stessi che in questi decenni hanno imposto ai lavoratori lacrime e sangue con la benedizione del clero. Il governo Amato, nel mentre picconava pensioni e risparmi, decretava l'esenzione fiscale per i beni del clero (1992). Il governo Berlusconi, che tagliava otto miliardi alla scuola pubblica, confermava la loro esenzione totale (2005). Il governo Prodi (Rifondazione Comunista inclusa) sanciva che l'esenzione avrebbe riguardato solo “gli edifici adibiti ad attività non esclusivamente commerciali” (2007), laddove l'avverbio “esclusivamente” serviva alla Chiesa per mantenere l'esenzione per una miriade di proprietà finalizzate al lucro ma provviste di una cappella. Una truffa. Oggi le scuole cattoliche di ogni ordine e grado (8800) che hanno rette inferiori ai settemila euro sono esentate da IMU e TARI. Lo stesso vale per le strutture sanitarie assistenziali cattoliche (ambulatori, ospedali, case di cura...) che sono convenzionate con la struttura sanitaria nazionale. Per non parlare degli alberghi ecclesiastici (uno su quattro a Roma) che al 50% non versano un euro di IMU. Si potrebbe continuare.

E ora? Ora assistiamo all'imbarazzato mutismo di tutti gli attori politici di fronte alla sentenza europea. Per applicare la sentenza della Corte Europea sarebbe necessaria una legge. Ma chi vuole intestarsi questa legge, o anche solo la sua proposta? Nessuno.

I vecchi partiti liberali di centrosinistra e centrodestra, organicamente legati al capitale, e dunque anche al Vaticano, se ne guardano bene. Il loro europeismo si arresta di fronte alla Chiesa. I nuovi partiti borghesi populisti oggi al governo fanno lo stesso. Altro che “governo del cambiamento”! Il M5S ha pubblicamente dichiarato che ha da tempo archiviato la pratica (“se ne occupava in passato il senatore Perilli, che ora non sta trattando alcun provvedimento inerente alla sentenza”). Come dire un conto l'opposizione, un conto il governo. La Lega ha dichiarato che la sentenza europea è un'operazione “contro l'Italia, perché sanno benissimo che non potremo chiedere alla Chiesa quelle cifre”. Del resto, chi poteva attendersi il contrario? Il premier Conte ardente fedele di Padre Pio; Di Maio reverente verso le lacrime di San Gennaro; Salvini impugnatore di crocifissi durante i comizi, potrebbero mai entrare in collisione con la Chiesa? Non si tratta peraltro di convinzioni individuali, religiose o meno. Si tratta dei legami materiali tra il capitale finanziario con cui i partiti borghesi - di ogni colore - governano e il fiorente capitalismo ecclesiastico che del capitale finanziario internazionale è parte integrante e inseparabile.

La sentenza europea può forse servire a Bruxelles nel negoziato in corso col governo italiano sulle politiche di bilancio. Di certo non servirà per incassare i soldi evasi dalla Chiesa.

La verità è che solo la classe lavoratrice può porre nel proprio programma la totale abolizione dei privilegi clericali, perché è l'unica classe che può rovesciare il capitale, e dunque il capitalismo ecclesiastico. Partiti borghesi e populisti stanno tutti dall'altra parte della barricata, compreso il governo “del popolo”, più che mai genuflesso all'Altare.
8 novembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori

I riders fra precarizzazione e attacchi ai diritti sociali e sindacali dei lavoratori

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Gig economy, sfruttamento e autorganizzazione

17 Aprile 2018
Prima assemblea nazionale dei fattorini, ospitata da Riders Union Bologna
Mercoledì 11 aprile 2018 si è tenuta al Tribunale di Torino sezione Lavoro la prima causa civile intentata da sei ex lavoratori di Foodora contro il colosso multinazionale. I ricorrenti denunciavano l'illegittimità del licenziamento, avvenuto nel 2016, a seguito delle prime proteste dei riders autorganizzati contro l'abbassamento della retribuzione oraria, ovvero l'improvvisa interruzione del rapporto di lavoro, per il riconoscimento della natura subordinata della prestazione lavorativa, per il mancato versamento dei contributi.

Da quell'udienza è stata prodotta la prima sentenza in materia in Italia. Una sentenza classista e filopadronale, che ribatte la natura di lavoratori autonomi dei sei ex Foodora, dando ragione all'azienda.

La difesa dei riders toccava più punti: ovvero smentiva la retorica della libertà di scelta lavorativa in merito ai turni e all'accettazione degli ordini, sulla base di testimonianze dei lavoratori stessi, vessati in molti casi di rifiuto ordini a causa della fine del turno o di manifesta illegittimità dell'assegnazione (per distanza chilometrica o condizioni meteo, ad esempio). Si denunciava la questione del controllo a distanza dei lavoratori, tramite l'app della piattaforma la quale, anche per il fatto di non essere riconosciuta tra le app disponibili nel play store dello smartphone, poteva accedere a dati personali, gps, e informazioni del lavoratore, e quindi seguirlo tramite geolocalizzazione per tutto il percorso svolto in turno. Inoltre, a conferma di ciò, si hanno testimonianze di ordini che arrivavano anche senza avere effettuato il log in nell'app. Infatti i legali chiedevano un risarcimento di ventimila euro per violazione della legge sulla privacy e 100 euro al giorno per il mancato rispetto delle norme antinfortunistiche. Senza contare la parte relative al trattamento retributivo: da 5 euro iniziali un paio d'anni fa, a 3 euro e 60 netti, fino all'introduzione sempre più diffusa del cottimo.

Il lavoratore non può rifiutare ordini, e la sua prestazione - e quindi la possibilità di trovare turni - si misura secondo un sistema di rating vessatorio che determina l'apertura dei calendari delle ore di lavoro: più consegne realizzi, più il tuo punteggio si alza, e prima puoi accedere alla prenotazione delle ore. Da aggiungere che, a 48 ore dall'inizio del turno, non è più possibile annullare la prenotazione.
Infatti il contrasto al rating e l'abolizione del ranking (il punteggio del singolo rider, un algoritmo che considera numero di consegne, tempi e disponibilità) sono al centro delle rivendicazioni dei riders in generale. Le applicazioni delle piattaforme comprendono una valutazione delle performance che incide sulla possibilità effettiva di riservare ore per lavorare: un punteggio alto permette che il calendario turni si apra prima, creando quindi un clima di ansia, competizione ed esclusione.
Rientra nello stesso ambito di pratiche opprimenti anche il sistema di bonus (a partire da quelli relativi al meteo, assegnati in caso di pioggia o neve), ovvero percentuali minime sulla retribuzione totale, il cui reale scopo è quindi di mettere i lavoratori in condizioni di estrema pressione durante la prestazione lavorativa (aumentare la velocità per effettuare la consegna, nonostante la pericolosità delle strade), oppure i bonus legati a determinati giorni o momenti della giornata, in veste di contentino, quindi temporanei e rispondenti più ai bisogni economici delle singole aziende che così sperano di accrescere il loro organico.
Controllo, pressione psicologica, competizione al ribasso: gli algoritmi che presiedono alla gestione di queste app e datori del lavoro fantasma determinano i tempi di vita e lavoro dei ciclo - fattorini a costo fattore lavoro zero e senza alcuna tutela del tipo assicurativo e nel non rispetto delle norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Questo è quello contro cui i riders ex Foodora e i riders in generale si battono.
Chiaramente la sentenza riflette il clima di pesante attacco alla classe lavoratrice, agli studenti e ai giovani lavoratori che, nel contesto di precarizzazione assoluta del mondo del lavoro, si trovano a fronteggiare, assieme tutti i settori, la brutale stretta rincarata da anni di riforme filopadronali di svendita dei diritti sociali e di conquiste pluridecennali del movimento operaio.
Non a caso la sentenza, di cui si attendono le motivazioni, è stata pronunciata da quello stesso Tribunale che, solo qualche mese fa, giustificò il licenziamento ai danni di una dipendente di una società di smaltimento rifiuti, a seguito dell'appropriazione da parte della lavoratrice di un monopattino, escluso dal ciclo di smaltimento, da regalare al figlio minore. Alla lavoratrice, in condizioni economiche disagiate, assegnataria di casa popolare e con problemi di affitto, il Tribunale si pronunciò per un versamento di 18 mensilità.
Uno scorcio di situazione di fatto che dimostra la condizione comune che vive la classe operaia oggi, e che dai riders a tutto il mondo del lavoro chiama ad una convergenza delle mobilitazioni.

Detto ciò, la premessa comincia dal dato di struttura di queste piattaforme del food delivery.
Partiamo dall'esempio di un'altra azienda, Glovo. Quest'ultima nasce in Spagna come start up nel 2015, e fa il suo ingresso in Italia nel 2016 tramite un'altra start up di consegna a domicilio, milanese, Foodhino srl, che attualmente stipula i contratti di lavoro con i fattorini. Nelle condizioni d'uso dell'app emerge quindi che la capogruppo con sede a Barcellona è Glovoapp23 s.l.
Da un rapporto relativo al mercato della consegna del cibo a domicilio in Italia, emerge che i dati in merito al transato aggregato dichiarato nel 2017 dalle aziende corrisponde per Deliveroo a più di 20 milioni di euro, mentre Foodora, JustEat, UberEATS, CosaOrdino, Sgnam, MyMenu e Glovo non hanno dichiarato nulla. Anche sul valore economico dei capitali raccolti nei giri di investimento in Italia, non è dichiarato da praticamente nessuna di queste imprese, a parte Sgnam che dichiara di aver raccolto 450 mila euro. Idem per quanto riguarda il quantitativo di ordini annui gestiti.
Sulle sedi legali, emerge il dato che Glovo ha sede legale a Barcellona, e quindi opera nella pratica in Italia come Foodinho, mentre invece Foodora o Deliveroo hanno sede a Milano. Di conseguenza a quale legislazione neoliberista rispondono? Con il beneplacito della retorica UE sulla libera circolazione dei fattori di produzione, di capitali e lavoro, le imprese battezzano la propria sede in base alle agevolazioni fiscali e al basso costo del lavoro. E a questa logica partecipano chiaramente anche le imprese nel settore del food delivery. Eludendo qualsiasi normativa, a partire da quella fiscale: il numero di dipendenti dichiarato è irrisorio. Sempre con riferimento a Glovo, dal rapporto ne risultano più di 100, ma dalla visura camerale si appura che i lavoratori dipendenti erano 9 e i collaboratori 14. Inoltre, per quanto riguarda i fattorini, essendo Glovo operante in 10 città, dovrebbe avere più di 2000 fattorini, i quali devono pagare una cauzione per il materiale (cubo, powerbank, carta aziendale, portacellulare, pantaloni e giacca antipioggia). Per cui, non avendo mai depositato bilanci, tramite Foodinho che opera in Italia per Glovo, non è dato sapere quale sia la trattenuta aziendale che frutta dalle cauzioni raccolte. Di conseguenza, il mancato deposito dei bilanci, fra i requisiti richiesti per mantenere lo status di start up, può far venir meno l'aderenza di questa impresa all'interno della categoria, con tutti i benefici fiscali, di sgravi e riduzione del costo del lavoro che ciò comporta.
Elusione totale delle tutele di lavoro e delle norme antinfortunistiche che passa inosservata agli occhi delle istituzioni borghesi, le quali scelgono di legalizzare ulteriori attacchi per la precarizzazione dei giovani.

Per quanto riguarda il lato contrattuale, al 99% all'insegna della prestazione autonoma (art. 2222 c.c.), comporta che non esistano assicurazione, ferie, malattie, con costo del materiale a carico del fattorino (spesso non a norma, da ultimo i caschi forniti da Deliveroo ne sono un esempio), utilizzo di propri mezzi (dalla bici alla moto, passando per il forfait internet e quindi il cellulare), per i quali la manutenzione è affare del lavoratore, zero contributi e imposizione di una partita IVA fantoccio superata la soglia dei cinquemila euro.
Un esempio pratico che si cala alla perfezione nell'evoluzione mostruosa della legislazione del lavoro italiana: dal co.co.pro al co.co.co, al voucher alla nuova normativa sulla prestazione occasionale e il libretto di famiglia nel quadro ultimo del Jobs Act e successive modifiche.
Ebbene, il contratto d'opera, ovvero il lavoro autonomo occasionale ex 2222 c.c., si differenzia da queste ultime, essendo imponibile, prevedendo quindi una ricevuta per prestazione occasionale con tanto di ritenuta di acconto del 20% pagata dal committente. Tutto ciò spesso nella difficoltà di fatture ambigue, che portano come conseguenza un iter ad ostacoli per quando riguarda la dichiarazione dei redditi percepiti o il tentativo di recuperare in parte le ritenute di acconto versate, poiché la detrazione per redditi di lavoro autonomo risulta un abbaglio.
Di fatto quanto entra in tasca al rider? Una miseria, anche solo prendendo in considerazione l'esempio di Glovo, che ha abbassato il minimo orario da 6,40 euro netti a 4,40 euro netti. Senza contare che, da Glovo in poi, le aziende mirano, passato il primo periodo di espansione, a ridurre la paga fino all'introduzione del cottimo tout court. Prima fra tutte, appunto, Foodora, che da 5,60 euro l'ora passò a 4 euro lordi a consegna, ovvero 3,60 euro a consegna netti. Fu anche a partire da ciò che iniziarono le prime mobilitazioni a Torino e a Milano, e da qui la ritorsione, di cui sono stati vittime anche i 6 riders della vicenda giudiziaria, del ''nuovo tipo di licenziamento'' della gig economy: il blocco dell'app da parte della azienda, di modo che, da un momento all'altro, il lavoratore si ritrova "sloggato" e non riceve più consegne. Quindi, di fatto, viene licenziato.

A latere del modello prevalente di finto lavoratore autonomo, vi sono alcuni casi di applicazione del co.co.co (collaborazioni coordinate continuative) post-Jobs Act (dlgs 81/2015), ovvero la parasurbordinazione, che comporta contributi a carico 1/3 del lavoratore e 2/3 al committente.
Ma appunto la linea di tendenza attuale delle piattaforme è quella del passaggio a cottimo su tutto il territorio nazionale: dal graduale abbassamento delle paghe orarie fino all'istituzione del pagamento a consegna. Come per esempio a Milano con Deliveroo o a Torino con Foodora.

Si tratta quindi di un modello lavorativo che punta anche a dividere ed isolare i lavoratori, oltre che a regalare agevolazioni fiscali e altri vantaggi alle piattaforme, sulla pelle di chi lavora, esposto a rischi relativi alla sicurezza e alla salute personale. Purtroppo, solo a Bologna, negli ultimi mesi si sono registrati vari incidenti che hanno colpito riders in turno, senza che ciò destasse alcun clamore.

In questo contesto di degrado e pericolosità lavorativa, le risposte in termini di mobilitazioni non si sono fatte però attendere. Da Torino e Milano, fino a Bologna, attraverso l'autorganizzazione su più livelli (da assemblee di piattaforma fino ad assemblee generali della categoria), si è arrivati a creare innanzitutto una rete di solidarietà fra lavoratori, per combattere in primis l'isolamento al quale le aziende vogliono condannare sotto ricatto i riders.
Dai bisogni immediati, ovvero con la collettivizzazione di servizi per la manutenzione di bici o l'offerta di spazi dove potersi fermare fra un turno e l'altro, alla risoluzione di problemi che possono insorgere durante l'orario di lavoro, fino alla gestione collettiva in delegazione per l'imposizione di rivendicazioni contrattuali faccia a faccia con i rappresentati delle aziende.
Nel contesto bolognese è nata infatti Riders Union Bologna, che è riuscita a riunire le lotte e le esigenze provenienti dalle assemblee dei riders delle varie piattaforme cittadine, da quelli di Deliveroo a quelli di Glovo. In un'ottica di promozione e riunione delle mobilitazioni, a seguito dello sciopero dei lavoratori di Glovo in febbraio contro la riduzione della paga oraria, ha rilanciato la mobilitazione attraverso uno sciopero generale di tutti i riders cittadini verso la fine del mese, anche per denunciare la normale pratica delle piattaforme di costringere a lavorare con condizioni meteo avverse, ovvero con in un periodo di fortissime nevicate e temperature abbondantemente sotto zero.
Le condizioni di lavoro estremamente dure, e d'altra parte la combattività dei lavoratori delle singole piattaforme nella rivendicazione di tutele maggiori, a Bologna e nel resto del paese oltre che in tutta Europa, ha spinto alla ricerca dell'unità e della convergenza delle lotte, della risposta collettiva alla repressione e alle ritorsioni, e al collegamento con il resto del mondo del lavoro sfruttato.

Da qui l'importantissima giornata del 15 aprile, data in cui si è tenuta la prima assemblea nazionale dei lavoratori del settore, a Bologna, organizzata da Riders Union Bologna. Presenti riders da Torino, Milano, Roma, Modena, La Spezia, Padova e tante altre città, senza contare la presenza di due lavoratori del Collectif des coursier-e-s (Belgio) e del Collectif livreurs autonomes de Paris CLAP (Francia), oltre che di tante realtà, sindacali e non, venute ad assistere.
Un'iniziativa necessaria e fondamentale per organizzarsi nelle rivendicazioni e nelle pratiche, sulla base delle molteplici esperienze, come quella della "Carta dei diritti dei lavoratori digitali" presentata in Comune a Bologna. Iniziativa messa in atto dai riders cittadini come primo strumento di negoziazione a livello territoriale, con l'obiettivo di porre delle regole alle piattaforme che operano localmente e quindi fissare delle tutele per chi lavora, e da portare avanti nelle mobilitazioni sui singoli punti.
Il contenuto di questa Carta scaturisce dai bisogni e dalle rivendicazioni espresse dalle assemblee di piattaforma, secondo un'autorganizzazione su più livelli, dallo specifico al generale, ovvero Riders Union Bologna, in questo caso. Monte orario garantito, salario minimo orario contro il cottimo, assicurazione totale contro gli infortuni, indennità complete (maltempo, ferie, malattia, contributive...), sicurezza nelle condizioni di lavoro (materiali e attrezzature lavorative, etc.), rifiuto di trattamenti discriminatori (ranking, rating, violazioni della privacy e dati personali...), per i diritti sindacali e di organizzazione, per la trasparenza dei contratti.

Si tratta cioè delle tutele e dei diritti per i quali un intero settore sta lottando da mesi, in un contesto generale di precarizzazione del mondo del lavoro post-Jobs Act, di politiche antisociali e di offensiva contro la classe operaia. Rivendicazioni che sono emerse e sono state ribadite con forza dall'assemblea.
L'incontro ruotava infatti sull'organizzazione delle esperienze e delle rivendicazioni attraverso le differenti modalità di mobilitazione e iniziative messe in campo dai ciclo-fattorini, in quanto modalità complementari e autorganizzate, all'insegna del coordinamento, dell'unità e poi della solidarietà e del legame con il resto del mondo del lavoro in lotta, a partire da quello della logistica. Per questo motivo l'assemblea ha segnato un fondamentale momento di confronto, in vista inoltre del lancio di un Primo maggio di lotta generalizzata e internazionale.
M.P.