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Cosa accade in Catalogna

 


Nel 2017, l’Assemblea della Generalitat catalana, il governo catalano, era stata sciolta causa “l’affronto referendario (dichiarazione di indipendenza)” dal Premier reazionario di Madrid, Mariano Rajoy. Finito, nel maggio 2018, il commissariamento della Catalogna voluto da Madrid, l’amministrazione catalana ha provato a dotarsi di un governo. Le elezioni avevano prodotto una maggioranza indipendentista anche se molto esigua in termini di numeri: 66 favorevoli, 65 contrari e l’astensione dei 4 deputati della CUP (Candidatura di Unità Popolare).


Il Presidente della Generalitat, proposto da Carles Puigdemont (presidente deposto in esilio), Quim Torra, ha avuto comunque breve vita politica. La Corte Suprema spagnola ha deciso, infatti, di condannarlo all’esclusione per un anno dalle cariche istituzionali accusandolo di “disobbedienza” per essersi rifiutato di oscurare, durante il periodo elettorale, alcuni striscioni di solidarietà per gli indipendentisti imprigionati.

L’assenza di una maggioranza stabile, sommata alla questione Torra, hanno indotto le istituzioni a convocare nuove elezioni per il 14 febbraio del 2021, ma un nuovo ostacolo si è presentato di fronte al popolo catalano. Infatti, il 15 gennaio, il governo spagnolo (col sostegno di gran parte dei partiti catalani) ha deciso di posticipare le elezioni al 30 maggio causa emergenza Covid. A distanza di circa due settimane, la Corte Superiore di Giustizia della Catalogna, ha rigettato la decisione di Madrid di spostare le elezioni facendo una vera e propria inversione ad “U”, confermando la data originaria del 14 febbraio e avviando così la campagna elettorale più “breve e intensa” della storia: poco meno di due settimane.


IL RISULTATO DEL VOTO

Un'astensione imponente è stata la reale vincitrice di queste elezioni. Solo il 53,56% dei catalani ha espresso il suo voto, circa 25 punti di percentuale in meno rispetto alle ultime elezioni. Sicuramente va evidenziato che la questione pandemica ha inciso negativamente in questo dato, disincentivando la popolazione ad esprimere il proprio giudizio politico sulla scheda elettorale, ma la paura del Covid non è sufficiente a spiegare una così bassa affluenza. Basta comparare il dato catalano con quello degli USA (affluenza da record, circa 150 milioni di votanti), ove la pandemia ha corso non meno velocemente che in Catalogna. La verità è che il disagio sociale indotto dall’emergenza Covid, unito all’incapacità da parte della povera gente di vedere una reale via d’uscita alla disoccupazione hanno prodotto questo distacco.

Un altro aspetto importante da sottolineare è il congelamento, la cristallizzazione della divisione in blocchi della società in una sorta di bipolarismo. Da un lato la destra ‘liberaleCiudadanos,V istituzionale’, con la formazione liberale Ciudadanos che sino alle precedenti elezioni era la spina nel fianco nel Partido Popular (il centro cattolico), adesso invece si è vista scalzare dall’estrema destra di Vox che cresce polarizzando l’attenzione sullo centralità dello stato (la nazione Spagna), avverso all’indipendentismo. Dall’altro lato invece il vento del separatismo continua a soffiare, sospinto dalla Junts di Carles Puigdemont, il leader “deposto”, ed Esquerra Republicana.

I “vincitori”, il partito che ha preso più voti, sono stati i socialisti di Salvador Illa, in passato ministro della salute durante la pandemia. È proprio nel distretto cittadino di Barcellona che il Partit dels Socialistes de Catalunya ha raccolto i maggiori consensi, raggiungendo il 23%, 33 seggi, 16 in più che nell’ultima legislatura, un buon successo ma non sufficiente per il partito di Illa per avere la maggioranza necessaria a governare.

Le formazioni separatiste radicate in particolar modo nelle province di Girona, Lérida e Tarragona hanno raccolto il 51% per la prima volta (raggiungendo una crescita in termini di seggi, 74 deputati). L'ERC ha ottenuto un ottimo risultato, il miglior da decenni, superando anche la JxCat e divenendo così la prima forza di indipendentista con 33 parlamentari. Nonostante la perdita della presidenza della Generalitat, Puigdemont resiste, la JxCat mantiene un alto consenso con 32 deputati, e solo per poco si è vista detronizzare dalla forza più grande dell’indipendentismo catalano. Sarebbero infatti bastati solo altri 76mila voti per impedirlo.

In questo contesto è, ahimè, da registrare la crescita di consenso dell’estrema destra di Vox, con 215.000 voti e 11 deputati. Questa vera e propria piaga reazionaria, molto pericolosa, è stata capace d’inserirsi nelle contraddizioni di una società lacerata da tempo, in una situazione sempre più complessa e dal futuro incerto e irto di difficoltà. L’estrema destra di Vox con la sua propaganda franchista, anti-catalana, razzista, machista e ultracattolica ha puntato il dito contro i migranti, le femministe e i musulmani artefici del “male della Catologna”.

Lo schema è sempre lo stesso come per tutte le destre, e Vox non è dissimile: populismo becero e intolleranza, questi sono gli ingredienti che hanno fatto gonfiare il suo consenso elettorale. La crescita del trogloditismo reazionario di Vox è anche il frutto dei fallimenti della sinistra sempre più incapace di dare una risposta di classe alla crisi pandemica, e sempre meno capace di dare una prospettiva di classe al popolo catalano.


LA CUP

La coalizione della CUP, blocco elettorale delle forze anticapitaliste e indipendentiste catalane, ha raggiunto un grande risultato, il 6,6% con 9 seggi. La CUP è dunque fondamentale per la formazione di un governo della sinistra indipendentista, i loro seggi porterebbero gli “indipendentisti” ad avere una maggioranza assoluta, necessaria per governare.

Le pressioni riformiste hanno già in parte caratterizzato la campagna elettorale della CUP che ha evidenziato palesi contraddizioni, una dicotomia sempre più ampia tra vertici e base. Da un lato abbiamo leader come Dolors Sabater che non sembrano disdegnare l’ingresso della CUP al governo, e dall’altro abbiamo le risoluzioni votate nei territori dai militanti che chiedono di non tradire le loro aspettative, e quindi di "non entrare in nessun governo, né dare un sostegno esterno” [1].

Una situazione per la CUP instabile come è instabile in questi giorni la situazione a Barcellona, una Barcellona avvitata nella protesta in nome della solidarietà a Pablo Hasel, rapper catalano. Qualche giorno fa, dopo essersi barricato nell'università di Lleida, Hasel è stato braccato e arrestato dalle forze dell'ordine con la doppia accusa di sostegno al terrorismo e di calunnia contro la monarchia. Dovrà scontare nove mesi in carcere. Ad Hasel, come PCL e come trotskisti, va tutta la nostra solidarietà, siamo sempre al fianco di chi dissente da sinistra contro il potere.

La CUP, dunque, si trova di fronte ad un scelta, un dilemma amletico: essere la ruota di scorta di un governo riformista o mettersi al servizio della classe operaia, rilanciando una proposta anticapitalista. Una scelta che solo un partito marxista rivoluzionario ben radicato può risolvere.



Nota:

1 - "La Cup-g no debe de entrar en el gobierno de la generalitat", UIT.

Eugenio Gemmo

Nuovo governo di centrosinistra in Spagna

Acerbo e Ferrero brindano. A cosa? 

Un nuovo governo di centrosinistra è nato in Spagna. Lo dirige il Presidente Pedro Sanchez in continuità col governo uscente, che già godeva prima delle ultime elezioni dell'appoggio parlamentare della sinistra cosiddetta radicale di Podemos. La novità è che adesso Podemos ha ottenuto i sospirati ministeri. Quelli che invano aveva chiesto in estate.

Governo “di svolta”? È la tesi sbandierata da Iglesias e da Alberto Garzon (Unidos Podemos), beneficiari dei nuovi ministeri, con tanto di lacrime di commozione in Parlamento. Soprattutto è la tesi ripresa con solidale entusiasmo da Rifondazione Comunista: «Per la prima volta dalla fine della guerra civile i comunisti tornano al governo in Spagna... È stata la forza, la determinazione e l’unità della sinistra radicale a costringere i socialisti a un accordo su un programma di discontinuità rispetto alle politiche neoliberiste dei precedenti governi». (Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero).

Un "programma di discontinuità”?
In primo luogo, lo stesso programma formale del nuovo governo è assai più prudente di chi lo esalta. Lo sbandierato aumento del salario minimo è scaglionato lungo l'arco della legislatura. L'intervento sulle famigerate leggi del lavoro del governo del PPE resta vago e indeterminato quanto basta per non assumere impegni vincolanti. Le politiche sull'immigrazione sposano “attenzione umanitaria e sicurezza” nel classico frasario del centrosinistra continentale. L'Unione Europea è omaggiata come colonna d'Ercole insuperabile, naturalmente rivestita come si conviene di premurose preoccupazioni sociali e democratiche. La NATO, manco a dirlo, resta un pilastro intoccabile riverniciato da preghiere pacifiste. Quanto alla Catalogna, i suoi dirigenti restano in galera mentre il principio stesso di autodeterminazione è esplicitamente negato. Sarebbe questo un programma di discontinuità?

Ma il punto centrale non è questo. Il punto è che nessun governo può essere giudicato in base alla letteratura delle sue promesse. La natura sociale di un governo poggia sulla costituzione materiale delle sue relazioni col capitale finanziario e con gli apparati dello Stato, sulla composizione politica dei ministeri chiave, sui suoi rapporti con l'alta burocrazia, le gerarchie militari, i corpi diplomatici. Tanto più nel caso di un paese imperialista come la Spagna. Da questo punto di vista la teoria della discontinuità appare davvero grottesca.

Il “nuovo” governo Sanchez è guidato dallo stesso presidente uscente. Il suo partito è il PSOE, la socialdemocrazia di governo che per più tempo ha governato la Spagna dopo la caduta di Franco. Un partito di sistema che ha incardinato il "regime del '78", con le sue norme di garanzia per la monarchia spagnola e gli apparati militari: lo stesso sistema politico-istituzionale che ha consentito la repressione del movimento catalano e l'incarcerazione dei suoi leader. Un partito di sistema che dispone di una rete strutturata di relazioni materiali con la borghesia spagnola e con le istituzioni dell'Unione Europea.

Al PSOE, o alla sua area di riferimento, spettano non a caso, come in passato, le leve ministeriali fondamentali: il ministero chiave dell'economia, con Nadia Calviño, molto gradita negli ambienti del capitale finanziario, con una lunga carriera a Bruxelles; il ministero degli interni, con Fernando Grande-Marlaska, fiduciario delle Forze Armate e della Guardia Civil, tanto più importante nel contenzioso con la Catalogna; il ministero degli esteri, con Arancha Gonzalez Laya, una liberale esperta in commercio quale procacciatrice d'affari per la borghesia spagnola, a partire dalla America Latina; il ministero della giustizia, col giudice Campo, a tutela della magistratura, da sempre vicina alla monarchia, come si è visto con le sentenze infami contro l'indipendentismo catalano; il ministero di sicurezza sociale e migrazioni, con José Luis Escrivá Belmonte, uomo dalla lunga carriera all'interno della BCE, figura di tecnico indipendente stile Monti. El Pais (11 gennaio) parla di un governo semitecnico, tanto è il peso della presenza diretta di alti funzionari dell'apparato economico e statale. Di più, vede nel sovraccarico di figure tecniche, fiduciarie del grande capitale, un segnale di rassicurazione ai mercati. Come dire: “tranquilli, nulla cambia per voi, i ministri della sinistra radicale sono solo decorativi”.

In effetti. Podemos incassa una vicepresidenza (Pablo Iglesias), il ministero dell'università con Manuel Castells, il ministero del lavoro con Yolanda Diaz, il ministero del consumo (?) con Alberto Garzon, il ministero dell'uguaglianza con Irene Montero... Nel migliore dei casi i classici ministeri (come quello del lavoro) che nei governi di coalizione vengono riservati alle socialdemocrazie, con la funzione di abbellire l'immagine, di ammortizzare i conflitti e gestire le patate bollenti di misure sociali indigeste. Certo qualcosa di più significativo del ministero degli affari sociali riservato a Paolo Ferrero nell'ultimo governo Prodi. Ma ciò che conta in un governo è la corresponsabilità politica d'insieme. Come Ferrero cogestì la più grande detassazione dei profitti dell'intero dopoguerra voluta da Prodi (con l'IRES dal 34% al 27%), così Iglesias e Garzon cogestiranno la continuità delle missioni militari e delle politiche migratorie amministrate da Sanchez. Peraltro Iglesias non ha perso tempo per conformarsi al suo nuovo ruolo: «Emerge un profilo più moderato di Pablo Iglesias... Si appella alla Costituzione, al rispetto del Re... Applaude le parole di Sanchez... Si presenta come un uomo di Stato... né altera la sua voce quando qualcuno gli ricorda che appena cinque anni fa aveva promesso di rompere col regime del '78». Così El Pais (12 gennaio) commenta estasiato il discorso di Iglesias in parlamento nella veste di futuro ministro. È il plauso dovuto al ritorno del figliol prodigo. E siamo solo all'inizio.

Si obietta che un nuovo governo Sanchez-Iglesias è comunque migliore di quello della destra post-franchista, tanto più oggi con l'ascesa di Vox. Grazie. Ma cosa ha più concimato l'ascesa di Vox se non l'unità nazionale di PPE e PSOE a difesa della monarchia spagnola contro il movimento democratico catalano? Cosa ha legittimato di più la canea xenofoba contro i migranti dell'estrema destra se non la continuità delle politiche discriminatorie condotte dai governi a guida PPE e PSOE (da Zapatero a Sanchez) che hanno siglato col Marocco accordi infami, simili a quelli stipulati da Minniti e Salvini con la Libia?
In Spagna come ovunque la destra capitalizza i disastri della sinistra. Pensare che un “nuovo” governo capitalista a guida PSOE con qualche ministro di Unidos Podemos possa essere l'argine contro la destra significa rimuovere l'esperienza degli ultimi trent'anni in tutta Europa.

“I comunisti tornano al governo in Spagna dopo ottant'anni”. Vero. Salvo trarre da questo paragone temerario tutte le dovute implicazioni.
Ottanta anni fa, nel nome del fronte popolare antifascista, i ministri del PCE agli ordini di Stalin subordinarono la rivoluzione spagnola alla coalizione di governo con la borghesia repubblicana, anzi, come disse Trotsky, col “fantasma della borghesia” (perché industriali ed agrari erano schierati compatti col generale Franco). Il risultato della sconfitta della rivoluzione fu quello di spianare la strada al fascismo. Ottant'anni dopo, gli eredi sbiaditi di quella tragedia riformista, con un peso infinitamente minore, tornano al governo del capitalismo spagnolo per coprire a sinistra la socialdemocrazia e disinnescare il rischio di un'esplosione sociale. La differenza è che oggi accettano persino... la monarchia. Sarebbe questa la trincea contro la reazione?

Acerbo e Ferrero pensano forse che l'esempio spagnolo possa contagiare un domani anche l'Italia e riportarli al governo col PD.
Noi pensiamo che l'opposizione di classe, aperta e chiara, al nuovo governo del centrosinistra spagnolo sia non solo una questione di principio invalicabile, ma anche una necessità politica proprio in funzione della contrapposizione alla destra. È la linea sostenuta dai compagni e dalle compagne di Izquierda Anticapitalista Revolucionaria e della sinistra rivoluzionaria spagnola, cui va tutto il nostro sostegno.
Partito Comunista dei Lavoratori

No all'infame vendetta dello Stato spagnolo!

Libertà per i dirigenti indipendentisti catalani!

15 Ottobre 2019
Lo Stato monarchico spagnolo ha realizzato la sua infame vendetta contro la Catalogna e la sua lotta per l’indipendenza tramite le pesantissime condanne inflitte ai dirigenti nazionalisti dalla Corte suprema.
I dirigenti nazionalisti sono espressione di forze politiche ed interessi borghesi e piccolo-borghesi, e le politiche dei marxisti rivoluzionari sono lontane, e sul piano generale e in particolare sociale, opposte a quelle dei condannati. Però, oltre ad essere condannati per una lotta del tutto democratica con un attacco alle libertà che colpisce tutti, essi lo sono oggi per il loro impegno verso l’obbiettivo democratico della autodeterminazione del popolo catalano.
Come marxisti rivoluzionari leninisti, noi appoggiamo pienamente tale obbiettivo e il diritto alla costituzione di una repubblica catalana indipendente.
Noi partecipiamo pienamente al movimento di massa per l’indipendenza catalana, ma nel movimento vogliamo portare la nostra prospettiva socialista rivoluzionaria. Noi siamo incondizionatamente per l’indipendenza catalana, ma lottiamo per una Catalogna socialista.
Questo sia perché ovunque siamo per liberare il proletariato dallo sfruttamento dei borghesi, esteri e/o indigeni non conta; sia perché l’indipendenza senza socialismo si risolverebbe in una delusione per le masse lavoratrici e la gran parte della popolazione indipendentista. Infine, solo la prospettiva socialista può offrire una prospettiva di maggior sostegno da parte dell’avanguardia del proletariato estero, che può vedere nella lotta per una Catalogna indipendente una parte della lotta per la liberazione generale, in primis su scala europea, da ogni sfruttamento ed oppressione.
La prospettiva socialista è poi l’unica che può riuscire a combattere lo sciovinismo anticatalano, ancora dominante nel proletariato spagnolo. Uno sciovinismo certo non combattuto dalle posizioni della sinistra riformista: il PSOE, partito di governo, partecipa alla repressione reazionaria, elogiando la sentenza e negando ogni ipotesi di indulto per i condannati; Podemos, in nome di un movimentismo generico, che nasconde un governismo reale, non pone al centro né la lotta di classe né il diritto di autodeterminazione per in popoli oppressi dal centralismo monarchico spagnolo; la stessa Izquierda Unida e Herri Batasuna (sinistra basca) non sono chiare sull'indipendenza catalana per cui battersi oggi.
Un nuovo partito, marxista rivoluzionario, in tutto lo Stato spagnolo è necessario. Per questo stanno lottando, nel mentre difendono senza esitazione il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, i nostri compagni di IZAR, Izquierda Anticapitalista Revolucionaria (Sinistra Anticapitalista Rivoluzionaria). Nostri compagni che fanno appello alla più ampia mobilitazione, centrata sullo sciopero generale in Catalogna e su scioperi di solidarietà ovunque possibile nello Stato spagnolo.
In Italia, nonostante le difficoltà, legate anche alla giusta mobilitazione per il popolo curdo contro l’attacco del boia Erdogan, cercheremo come PCL di realizzare nei prossimi giorni, in fronte unico con altre organizzazioni e sindacati di sinistra, iniziative in solidarietà col popolo catalano in lotta.

Libertà immediata per i dirigenti politici catalani!
Bloccare la Catalogna. Occupare aeroporti e vie di transito (autostrade, ferrovie)!
Sciopero generale in Catalogna. Sciopero generale anche in Euzkadi (Paese Basco)! Scioperi e manifestazioni di solidarietà ovunque possibile anche nel resto dello Stato spagnolo!
Per iniziative di solidarietà, incluso scioperi, in Italia, Europa e nel mondo!
Per il diritto all’autodeterminazione di Catalogna, Euzkadi e Galizia!
Abbasso la monarchia postfranchista spagnola! Per una repubblica dei lavoratori!
Per una Catalogna indipendente e socialista!
Per gli Stati uniti socialisti d’Europa!
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione internazionale

Le ragioni di un programma rivoluzionario

 Il tema del programma acquista durante le tornate elettorali una notevole attenzione e un vasto uditorio. È utile approfittare di questo momento per fare chiarezza su quali sono le ragioni di un programma rivoluzionario, cosa lo contraddistingue e a che cosa serve. Questo è fondamentale soprattutto a sinistra, per fare chiarezza tra un programma di rivoluzione sociale e tutte le diverse declinazioni di illusioni riformiste

IL PROGRAMMA E LE RIVENDICAZIONI 

Durante le elezioni quasi tutti i programmi si configurano come un lungo elenco di rivendicazioni. Il punto cruciale da osservare è che una rivendicazione, pur radicale, non serve a qualificare un programma come rivoluzionario. Di più; un insieme di rivendicazioni radicali, da solo, non si qualifica come un programma rivoluzionario. È importante capire questo punto, per capire le ragioni di un programma rivoluzionario.

Una rivendicazione che viene percepita dal senso comune come particolarmente radicale è quella della nazionalizzazione. È una parola d'ordine che accomuna i programmi di diverse liste e anche di diversi riferimenti internazionali. Nel programma di Potere al Popolo si parla di “ripubblicizzazione delle industrie e delle infrastrutture strategiche privatizzate negli anni passati“; il laburista Jeremy Corbyn, cui Liberi ed Uguali cerca esplicitamente di riferirsi, rivendica la “nazionalizzazione di imprese vitali come acqua, energie, trasporti” e “istruzione universitaria gratuita” rivendicazione ripresa pari pari da Grasso; lo stesso Melenchon nel suo programma per le presidenziali francesi, parlava di “Nazionalizzazioni possibili in caso di interesse generale dello Stato“.

La nazionalizzazione dunque, riportando alcuni settori strategici nelle mani dello stato, configura il programma di cui fa parte come un programma rivoluzionario? La risposta è ovviamente negativa.

Per una duplice ragione.

In primo luogo se la nazionalizzazione non è esplicitamente rivendicata come senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, non entra minimamente in conflitto con la proprietà dei mezzi di produzione dei soliti pochi padroni, imprenditori, capitalisti, cui viene elargito in cambio un sostanzioso indennizzo, come per altro previsto dalla stessa Costituzione. L'indennizzo e l'assenza di controllo operaio sulla produzione ha come conseguenze che da un lato assicura ai padroni un compenso economico che sarà presto reinvestito in altri settori, dall'altro che non c'è un passaggio di proprietà da una classe (i padroni) ad un altra (i lavoratori), ma lo stato si fa garante della proprietà privata, in attesa di poterla riconsegnare ai suoi padroni borghesi, come il record di privatizzazioni operate in Italia negli ultimi vent'anni ha drammaticamente confermato.

In secondo luogo, una singola rivendicazione radicale, fosse anche una di quelle centrali (che intervenga cioè sul sistema bancario o su un settore industriale strategico) fino alle sue estreme conseguenze (l'esproprio), non configura da sola un programma rivoluzionario. Perché? Su questo punto si darà più lunga spiegazione in un paragrafo successivo dedicato, ma qui si possono anticipare due temi centrali, che si intrecciano tra loro: in prima istanza le istituzioni borghesi non sono il terreno di trasformazione sociale. Nessun programma di riforma radicale opererà mai, attraverso il parlamento borghese, una trasformazione sociale o un passaggio di potere da una classe ad un'altra, in secondo luogo e come in parte implicato dal primo passaggio, non ci sarà alcuna trasformazione sociale senza il coinvolgimento della massa di salariati senza, cioè, la discesa in campo dei lavoratori con la loro forza organizzata, che spezzino le istituzioni borghesi e ne costruiscano di nuove, basate sulla loro autorganizzazione a partire dai luoghi di lavoro. Il programma rivoluzionario deve cioè convincere e dunque ottenere la simpatia non della maggioranza di generici elettori, ma la maggioranza dei lavoratori.

Se una singola rivendicazione radicale non trasforma un programma in un programma rivoluzionario, nemmeno un insieme di rivendicazioni radicali è sufficiente a configurare un programma rivoluzionario.

Un programma come quello di Potere al Popolo, molto lungo e dettagliato, contiene molte rivendicazioni anche radicali, ma l'insieme di queste rivendicazioni non trasforma quella proposta in un programma rivoluzionario, vediamo perché.

Scorrendo le rivendicazioni ci imbattiamo in alcune proposte che tutti nella sinistra radicale trovano accettabili, persino di buon senso: cancellazione di JobsAct, Fornero e Collegato Lavoro; riduzione dell'orario di lavoro a 32 ore settimanali; una patrimoniale; la nazionalizzazione della banca d'Italia e via discorrendo. Che cosa manca, dunque? Manca il passaggio da semplice elenco di rivendicazioni radicali a progetto anticapitalista. Per evitare che un programma sia solo una lista di petizioni di principio, occorre che ci sia una proposta programmatica anticapitalista reale. È impossibile combattere la disoccupazione e rivendicare l'abolizione delle controriforme del lavoro, senza rivendicare la ripartizione del lavoro esistente tra tutti, tramite la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Ma se in ogni parte del mondo e dell'Italia il capitalismo estende gli orari di lavoro, riduce i salari, precarizza le condizioni di lavoro, come trasformiamo queste rivendicazioni da semplici oggetti del desiderio a rivendicazioni reali? Si può fare questo passaggio solamente assumendo il governo dei lavoratori come orizzonte politico generale, la rottura dell'ordinamento sociale esistente e la sua ricostruzione su basi socialiste.

Questo snodo centrale vale per ogni aspetto del programma.
Se si vuole avere la più piccola speranza di realizzare anche solo uno degli aspetti di un vasto programma di trasformazione sociale, bisogna mettersi in rotta di collisione con l'esistente. Su tutte le illusioni del caso è meglio sgomberare il campo da dubbi: l'esperienza degli ultimi 30 anni ci ha dimostrato che non esisterà mai alcun governo di centrosinistra amico degli sfruttati e dei lavoratori e che allo stesso modo non ci sarà alcun governo che opererà in rotta con il sistema sotto la pressione di alcun presunto “controllo popolare” o “pressione dal basso”.

Nell'epoca del capitalismo in crisi, non ci sono mezze misure che possono reggere il confronto con la brutalità e la ferocia con cui i padroni si stanno riprendendo tutto quello che sono stati costretti a cedere con trent'anni di lotte straordinarie nel dopoguerra.


IL PROGRAMMA ED IL FINE 

Il programma rivoluzionario è costantemente orientato verso il fine. Il fine è la rottura del sistema sociale capitalista e la riorganizzazione della società su basi socialiste. In questo senso le rivendicazioni che costituiscono il programma rivoluzionario devono soddisfare tre caratteristiche: a) devono partire dalle condizioni immediate, oggettive, della classe sociale di riferimento; b) devono funzionare da ponte tra queste condizioni immediate e il livello di coscienza attuale della classe lavoratrice e l'obbiettivo finale, ovvero la rivoluzione, dunque devono essere esplicitamente contro la proprietà capitalistica; c) devono essere collegate al solo strumento che quel fine e di conseguenza quelle stesse rivendicazioni è in grado di mettere in atto, ovvero il governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

La battaglia per la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario è un classico esempio.
Si parte da alcune condizioni immediate: da un lato abbiamo l'insieme delle condizioni dei lavoratori in Italia, fatto di un tasso di disoccupazione permanentemente sopra il 10%, l'allungamento dell'età pensionabile, l'estensione e lo spezzettamento degli orari di lavoro, milioni di ore di cassa integrazione. La riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga rompe con questo paradigma, allargando il numero dei lavoratori effettivi senza impoverirli. Il lavoro esistente deve essere suddiviso tra tutti i lavoratori, quelli oggi a lavoro e quelli disoccupati o parzialmente impiegati e sulla base di ciò deve essere calcolata la durata della settimana lavorativa. Il salario deve rimanere quello precedente e comunque non inferiore ad un minimo fissato per legge di almeno 1500 euro.

La distribuzione dell'orario di lavoro a parità di paga attraverso la redistribuzione del lavoro stesso, emerge quindi come necessità dalle condizioni oggettive della classe lavoratrice ad oggi.

In che modo questa rivendicazione si pone come ponte con il fine?

I padroni, i capitalisti e i loro guardaspalle oppongono una presunta irrealizzabilità ad ogni rivendicazione che migliorerebbe le condizioni di vita dei lavoratori e peggiorerebbe quelle delle loro tasche. Il senso comune, la stampa, i media, parlano di “interesse nazionale” e rilanciano la vecchia menzogna del patto sociale per cui “se stanno bene i padroni, allora staranno bene anche i lavoratori”. Questa truffa è ormai completamente smascherata dalla realtà. Dovunque il capitalismo e i suoi governi difendono il benessere dei padroni a discapito di quello dei lavoratori. I profitti sono garantiti e tutelati dissanguando i lavoratori e i proletari in generale. La contraddizione tra le uniche rivendicazioni progressive che l'insieme del movimento dei lavoratori può accettare per migliorare le proprie condizioni immediate di vita e il profitto dei capitalisti svela il trucco della società borghese: nel capitalismo in crisi non c'è nessuna compatibilità possibile tra salari, diritti e salute dei lavoratori da un lato e profitti dei padroni dall'altro. Dal capitalismo gli sfruttati e gli oppressi non hanno più niente da ottenere. Se non ci si vuole rassegnare alla disperazione e allo sconforto, bisogna trovare una via diversa. Per imporre quelle misure progressive necessarie al miglioramento delle condizioni immediate è necessario allora un tipo di governo diverso, non un governo del capitalismo, pur in salsa “centrosinistra”, ma un governo contro il capitalismo. Un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che organizzi la loro forza e imponga queste misure di emergenza sociale. L'instaurazione di un governo dei lavoratori e la riuscita di queste rivendicazioni è cosa che passa dalla lotta, dall'unificazione del fronte dei lavoratori e dall'assunzione di questo fronte di una direzione politica esplicitamente anticapitalista e rivoluzionaria.

Si potrebbe fare lo stesso tipo di ragionamento per la sola rivendicazione dell'abolizione della Legge Fornero. La cancellazione della legge Fornero è una rivendicazione sacrosanta. Dal fronte padronale viene opposta l'irrealizzabilità e l'irresponsabilità di tale proposta per i costi che ricadrebbero “sulla società”. Ma l'aumento dell'età pensionabile rappresenta già, di fatto, lo scaricamento dei costi sociali della crisi sulle spalle dei lavoratori! Da un lato bisogna quindi che l'abolizione della Fornero non sia una semplice petizione astratta e dall'altro bisogna ribaltare la logica dell'insostenibilità dei costi, sbandierata dai padroni. La risposta di fronte a questo bivio è semplice: è necessario abolire la Fornero per migliorare le condizioni di vita di milioni di lavoratori e per farlo è necessario abolire unilaterlmente il debito pubblico verso banche e assicurativi che costa ogni anno 70 miliardi di soli interessi, liberando così le risorse necessarie ad un nuovo sistema pensionistico. Sono questi i “costi sociali” da prendere in considerazione! Quelli che ingrassano le tasche di un manipolo di possidenti e azionisti a discapito della maggioranza della società. Ma quale governo si porrebbe in aperta rottura con il capitalismo a tal punto da mettere in discussione il sistema strangolatore del debito? Ancora una volta l'esperienza diretta ci mostra come sperare di fare questo tipo di operazioni dentro il sistema borghese conduce inevitabilmente alla tragedia. Il tradimento di Tsipras in Grecia è una lezione indelebile. Ancora una volta solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può imporre questo tipo di rivendicazioni progressive.


IL RUOLO DELLA MASSA 

Il programma rivoluzionario è un programma per un'alternativa di società. Per questo a differenza dei vari programmi riformisti buoni per ogni tornata elettorale, il programma rivoluzionario è uno strumento di lotta quotidiano indispensabile per il partito della rivoluzione.

Affrontare il tema del programma rivoluzionario ci dà la possibilità di indagare alcuni aspetto fondamentali della politica comunista. In questo paragrafo si tratterà di tre punti: a) la risposta alla domanda posta nel primo paragrafo, cioè perché le rivendicazioni radicali anche coerenti da sole non bastano a configurare un programma di rivoluzione; b) in che cosa consiste la politica rivoluzionaria e in che modo questa si distingue dalla politica riformista vicino e lontano dalle elezioni; c) perché presentare un programma rivoluzionario durante una tornata elettorale è parte della politica rivoluzionaria. Abbiamo visto nel primo paragrafo di questo breve testo come un insieme di rivendicazioni da sole non configurino un programma rivoluzionario e abbiamo osservato, nel secondo paragrafo, come le rivendicazioni necessitino di un metodo transitorio e di uno stretto collegamento tra i bisogni immediati della classe e il fine del socialismo per poter configurare un programma rivoluzionario. Mancano però ancora alcuni ingredienti perché si possa parlare di politica e programma conseguentemente rivoluzionari. Non c'è processo rivoluzionario possibile senza l'irruzione delle masse nella lotta e non c'è lotta di massa che possa diventare un processo rivoluzionario senza un partito comunista con un programma e una politica rivoluzionaria. O il programma rivoluzionario è uno strumento per la conquista della simpatia delle masse operaie, sfruttate e oppresse al progetto del comunismo, oppure è poco più di una lista della spesa.

Per questo un programma rivoluzionario è tale solo ed esclusivamente se è il programma di un partito conseguentemente marxista rivoluzionario. Per essere tale un partito comunista deve essere in opposizione a tutti i governi padronali, quale che sia il colore del loro schieramento e deve tutelare l'autonomia degli interessi di classe del proletariato; deve avere la capacità di collegare gli obbiettivi di lotta immediati, con la prospettiva anticapitalista di fondo; deve assumere una prospettiva socialista internazionale; deve, da ultimo, battersi per un governo dei lavoratori, ovvero per la presa del potere da parte della classe lavoratrice. In questo quadro l'enorme massa dei diciassette milioni di lavoratori salariati gioca un peso ineliminabile. Un partito comunista che vuole essere tale, deve orientare la sua politica su questo ordine di grandezza, alla conquista di questa maggioranza della società, rifuggendo ogni tentazione minoritaria o settaria. Negli ultimi anni la forza di questa massa è rimasta inespressa, imbrigliata dalla burocrazia sindacale, disillusa dai tradimenti della sinistra riformista, corteggiata dalle sirene del populismo. Si tratta di lavorare in controtendenza, per rilanciare l'entusiasmo, per unificare il movimento dei lavoratori attraverso il più ampio fronte unico di lotta possibile, su obbiettivi chiari e anticapitalisti.

Si può finalmente rispondere alla domanda iniziale: perché le rivendicazioni radicali anche coerenti da sole non bastano a configurare un programma di rivoluzione? Il programma rivoluzionario è tale solo se è parte di un progetto rivoluzionario che comprende un partito coerentemente comunista e che si batte per la conquista della direzione politica della maggioranza degli sfruttati.

Da ciò conseguono importanti considerazioni in merito alla politica rivoluzionaria. O il partito ha una proiezione di massa e un intervento sulla massa oppure il suo programma è un'arma spuntata.

Questo è un elemento cruciale di distinzione politica. Prendiamo l'esempio del PC guidato da Marco Rizzo. Dal PC di Rizzo ci distanziano enormi abissi, sia in termini di storia politica (Rizzo fu parte di quel gruppo dirigente che spaccò il PRC per sostenere il Governo D'Alema bombardiere di Belgrado), sia intermini di costruzione del partito (basta leggere lo statuto del PC di Rizzo per rendersi conto che non c'è nessuna traccia di centralismo-democratico e del funzionamento dei partiti comunisti delle origini), sia come riferimenti politici (il PC di Rizzo sostiene la monarchia dinastica della famiglia Kim in Corea del Nord). Ma quello che interessa qui è analizzare come dietro slogan e rivendicazioni, si può nascondere una prassi politica che niente ha a che vedere con la politica rivoluzionaria.

Formalmente il PC di Marco Rizzo rivendica alcune parole d'ordine coerenti: ad esempio la nazionalizzazione senza indennizzo di alcune aziende come l'Alitalia e la Piaggio. Ma questo non contribuisce in nessun modo a caratterizzare il partito di Rizzo in un partito rivoluzionario e non solo per quanto detto poco sopra. Il PC di Rizzo ricalca in sedicesimi in Italia la metodologia di intervento politico del fratello maggiore KKE in Grecia. Tenta di costruire una scalata al sindacalismo di base, nel tentativo di emulare il controllo del KKE sul PAME, costruendo un intervento assolutamente settario e completamente sganciato da ogni prospettiva di massa. Il KKE si è caratterizzato in negativo per il suo ruolo nefasto durante la stagione di straordinarie mobilitazioni in Grecia contro i governi della Troika precedenti a Syriza. Il PAME si è sistematicamente opposto a rivendicare lo sciopero generale prolungato, ha costantemente organizzato le sue manifestazioni, i suoi cortei e i suoi scioperi distaccati e in opposizione alle enormi manifestazioni di massa che sconquassarono la Grecia in quei mesi, ha tenuto la sua forza organizzata in disparte, quando non l'ha usata per... difendere il parlamento greco dai manifestanti stessi, di fatto operando per dividere il fronte dei lavoratori invece di unificarlo e tutto al servizio di una logica di sopravvivenza e continuità d'apparato. Il PC di Rizzo, fuori da un contesto tumultuoso come quello della Grecia in rivolta, riproduce pedissequamente lo stesso tipo di costruzione ed intervento.

Per sviluppare una politica rivoluzionaria coerente bisogna necessariamente lavorare all'unificazione del fronte di lotta dei lavoratori, a prescindere dalla loro collocazione sindacale, bisogna combattere senza tregua le burocrazie sindacali, bisogna dare ad ogni singola lotta, ogni singola vertenza, la prospettiva generale di unificazione in un'unica grande vertenza del mondo del lavoro che assuma le rivendicazioni anticapitaliste del programma rivoluzionario come proprie.

In questo quadro dovrebbe risultare chiaro perché presentare un programma anticapitalista, rivoluzionario, alle elezioni borghesi fa parte della politica rivoluzionaria. Le elezioni sono un momento di grande attenzione da parte di grandi masse in generale, ma in fasi storiche come quella attuale, di grande riflusso delle lotte, di difficoltà del mondo del lavoro e dei movimenti sociali di costruire momenti di lotta radicale, prolungata o anche semplicemente di vaste dimensioni, la tribuna che le elezioni offrono è uno strumento irrinunciabile per parlare alle orecchie di milioni di lavoratori e lavoratrici, precari, disoccupati e sfruttati.

Il grande circo delle elezioni tartassa le menti degli espropriati con le promesse elettorali dei populisti di tutti i colori e le inganna con le false speranze dei riformisti vecchi e nuovi. I rivoluzionari hanno il dovere di utilizzare questo momento così peculiare per dire attraverso ogni spazio possibile una parola di verità: che in questo sistema sociale gli sfruttati non hanno più niente da ottenere, che per strappare qualsiasi risultato progressivo si deve assumere la prospettiva di rompere con il capitalismo, che l'unico modo per farlo è fare leva sulla forza di milioni di lavoratori organizzati, che solo un governo che sia espressione di questa forza può attuare le rivendicazioni necessarie a migliorare le condizioni immediate di vita della stragrande maggioranza della popolazione, che solo facendola finita col capitalismo si può ricominciare a rialzare la china.


CLASSE, DIREZIONE, PARTITO 

Si possono trarre importanti lezioni dallo studio di che cos'è un programma rivoluzionario, che chiamano in causa alcuni degli elementi fondamentali della politica comunista. Un programma rivoluzionario è innanzitutto un programma di un partito rivoluzionario. È attraverso il suo programma, attraverso la definizione dei suoi obbiettivi, che il partito parla alla sua classe sociale di riferimento. C'è un rapporto dialettico fondamentale qui. Il programma parte dalle condizioni immediate cui versa la classe di riferimento (ad esempio il bisogno di ridurre l'orario di lavoro a parità di paga per garantire il lavoro a una più ampia fetta di proletariato) ma non vi si appiattisce, anzi diventa uno strumento per elevare la coscienza della classe a cui parla da semplice difesa dei propri interessi immediati a comprensione che quegli interessi immediati possono essere soddisfatti solo a patto di entrare nell'ottica di spezzare il capitalismo e riorganizzare la società su basi socialiste. È questo uno dei ruoli cruciali del partito, quello di difendere e diffondere la necessità di una coscienza rivoluzionaria. Il partito però non può accettare di lasciarsi relegare al ruolo di buon consigliere. È necessario che sviluppi una lotta per la conquista della direzione del movimento operaio. Con questa formula non si intende questa o quella soggettività d'avanguardia, politica o sindacale, che si proclama in tal senso, ma chi materialmente guida la maggioranza della classe operaia. Uno dei drammi della storia recente in Italia è stato il vuoto politico che si è generato a sinistra e il ruolo di supplenza che la CGIL ha avuto come direzione maggioritaria del movimento operaio. Ruolo attraverso cui ha operato sistematicamente svendite e tradimenti, contribuendo in maniera incisiva al clima di sfiducia e smobilitazione (su tutti valgano la smobilitazione della lotta contto il Jobs Act e la paura di andare fino in fondo sulla Buona Scuola). Oppure più recentemente in Catalogna, il movimento indipendentista ha espresso una direzione piccolo borghese che ha trasformato nel giro di poco tempo una straordinaria mobilitazione democratica e progressiva di massa da un potenziale punto di rottura rivoluzionario degli equilibri capitalistici in UE ad una grottesca farsa di proporzioni storiche.

Il programma allora assume anche il ruolo di strumento di conquista della maggioranza e della sua direzione politica. La politica comunista è un rapporto dialettico costante tra il partito rivoluzionario, la classe di riferimento e il programma di rottura col capitalismo a cui il partito lotta per conquistare la maggioranza di questa classe.


Nicola Sighinolfi

È uscito il nuovo numero di Unità di Classe



In questo numero:

11 Novembre 2017
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Editoriale - Marco Ferrando

Giù le mani dalla Catalogna!

Il bonapartismo di guerra, il governo Negrin nella Spagna del '37 - Vincenzo Cimmino

Speciale Ottobre

La rivoluzione bolscevica per le rivoluzioni di oggi - Michele Terra

La premesse della rivoluzione ed il partito bolscevico - Natale Azzaretto

La rivoluzione d'Ottobre e le donne - Chiara Mazzanti

Illuminazioni alla fermata dell'autobus - Cristiano Armati

Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale - V. I. Lenin

La rivoluzione contro il capitale - Antonio Gramsci

Spazio letterario

Il vento fischia ancora, prefazione a Cento Anni (M. Ferrando) - a cura di Michele Terra

I quattro anni che cambiarono il mondo (Virgilia Pili)

Mare nero (Alessio Lega). Musica e parole per rivoluzionari
Partito Comunista dei Lavoratori

La capitolazione grottesca del nazionalismo borghese catalano

A tre soli giorni dalla dichiarazione formale di indipendenza della Repubblica di Catalogna, le forze nazionaliste borghesi hanno abbandonato in fretta e furia la propria creatura. Nessuna indicazione concreta sull'organizzazione della resistenza popolare alle misure di Madrid. Nessuna difesa fosse pure formale del governo della Generalitat. Nessuna prospettiva se non quella di partecipare alle elezioni convocate dalla monarchia spagnola contro la Repubblica catalana. Una resa grottesca. Perdipiù senza contropartite come mostra la continuità della stretta repressiva della magistratura spagnola contro la “sedizione” e i suoi “responsabili”.

Questa resa non è casuale. L'indipendentismo borghese ha avuto più paura della resistenza popolare contro Madrid che della repressione di Madrid contro l'indipendenza. I partiti borghesi indipendentisti sono stati strangolati dalle proprie illusioni, figlie della loro natura sociale. Prima del referendum del primo Ottobre avevano sperato nel negoziato con il governo spagnolo. Dopo il referendum avevano supplicato una mediazione europea. Una volta smentite ( inevitabilmente) tutte le loro aspettative, hanno sentito franare il terreno sotto i piedi, spaventati dal proprio coraggio. La fuga di 1800 imprese catalane ha trasformato il loro spavento in panico. Hanno cercato in extremis di concordare con Rajoy una sorta di salvacondotto che consentisse loro di salvare la faccia, ma invano. Alla fine, dopo infinite giravolte, hanno regalato alla base di massa del movimento indipendentista il feticcio di una dichiarazione di indipendenza in cui erano i primi a non credere, nel mentre già preparavano la propria fuga a Bruxelles. La fuga innanzitutto dalle proprie responsabilità.

I festeggiamenti di massa a sostegno dell'indipendenza sono rimasti dal mattino dopo senza guida e senza prospettiva, proprio nel momento del massimo dispiegamento dell'iniziativa politica di Rajoy. Una iniziativa intelligente. Rapida convocazione di nuove elezioni in Catalogna, costruzione di una contro mobilitazione unionista ( con tanto di gagliardetti franchisti), recupero del controllo diretto, morbidamente gestito, degli apparati statali catalani ( Mossos), volontà di evitare incidenti polizieschi che possano rianimare una massa indipendentista disorientata e stordita. L'obiettivo è l'annientamento dell'indipendenza e la ricostruzione del proprio dominio sulla Catalogna. Da consegnare alla futura memoria di baschi e galiziani, e al plauso dell'Unione Europea.

Le sinistre catalane e spagnole con ruoli diversi sono parte della deriva in atto: i vertici di Podemos e Izquierda Unida con il loro pronto rifiuto di riconoscere la Repubblica Catalana, e dunque la valenza democratica progressiva del movimento che l'ha sostenuta; la Cup catalana con le proprie illusioni sul “patto con Puidgemont” e il nazionalismo borghese, sino all'allineamento (probabile) alla partecipazione alle elezioni convocate da Rajoy. Su entrambi i lati il nazionalismo borghese non ha dovuto misurarsi con un progetto alternativo nel movimento independentista. Per questo ha potuto consumare un tradimento annunciato in modo relativamente indolore, a tutto vantaggio del governo reazionario di Madrid.

Vedremo se si produrranno nei prossimi giorni fatti nuovi. Ma la dinamica che oggi si sta dispiegando è la vittoria della reazione spagnola. E' la riprova, una volta di più, che le ragioni democratiche delle nazionalità oppresse non possono essere difese dal nazionalismo borghese. Ma solo dalla classe lavoratrice e da una direzione di classe alternativa.
Partito Comunista dei Lavoratori

Per la Repubblica Socialista di Catalogna

 Il Parlamento catalano ha votato la dichiarazione di indipendenza della Catalogna, nella forma di Repubblica. Dopo le funamboliche oscillazioni di Puigdemont, alla ricerca disperata di una soluzione concordata con Madrid, l'intransigenza reazionaria del governo spagnolo e la pressione di massa indipendentista hanno imposto uno sbocco che nessuno degli attori in scena aveva né voluto né previsto.

La dichiarazione di rottura della Catalogna con il governo e con la monarchia di Spagna è un fatto importante e progressivo. Corrisponde al diritto di autodeterminazione della Catalogna, quale nazionalità politicamente oppressa. Corrisponde alla volontà espressa dal voto referendario del primo ottobre, difeso dalla repressione poliziesca. Corrisponde alla volontà manifestata dallo sciopero generale in Catalogna del 3 ottobre. Corrisponde alla mobilitazione di massa dell'ultima settimana contro l'arresto dei dirigenti indipendentisti e contro il colpo di stato di Madrid portato con l'applicazione dell'articolo 155 della Costituzione spagnola (scioglimento del governo catalano, commissariamento del Parlament, cambio dei vertici della Tv regionale, destituzione dello stato maggiore dei Mossos e suo rimpiazzo con forze militari di Madrid). Un corso politico reazionario che reca l'impronta inconfondibile di metodi franchisti. E che a maggior ragione valorizza la natura democratica del movimento indipendentista e repubblicano di Catalogna.

Ma la dichiarazione di indipendenza, per quanto progressiva, è solo una dichiarazione. Le grandi questioni storiche non si risolvono con carte da bollo, si risolvono sul terreno dei rapporti di forza.

Si prepara in queste ore uno scontro frontale tra Catalogna repubblicana e governo spagnolo che può concludersi solo con un vincitore. L'applauso scrosciante del Senato spagnolo a Rajoy nel momento in cui poche ore fa chiedeva pieni poteri contro la Catalogna è lo specchio simbolico della determinazione reazionaria di Madrid. Rajoy ha oggi il mandato pieno dello Stato spagnolo, delle gerarchie militari, della magistratura, della Guardia Civil, per “ripristinare la legge e l'ordine” in Catalogna. Si può essere certi che onorerà il mandato, con tutti gli strumenti che l'apparato spagnolo gli consente.

Di fronte alla precipitazione annunciata, si pone l'esigenza di un cambio di linea del movimento indipendentista. Il nazionalismo borghese che guida la Generalitat ha dimostrato in queste settimane tutti i limiti politici che derivano dalla sua natura sociale. Appelli alla Unione Europea, ricerca di una soluzione “pactada” con Rajoy, suppliche interminabili di dialogo con gli avversari della Catalogna, in un gioco tutto istituzionale fatto di furbizie tattiche, continui rimandi delle decisioni, illusioni e speranze su una via d'uscita concordata e indolore. Parallelamente nulla sul fronte sociale, mentre 1500 imprese della borghesia catalana fuggivano dalla Catalogna, e nulla sul fronte dell'organizzazione della resistenza di massa a Madrid. Ora tutto questo corso politico è stato smentito nel modo più clamoroso dalla dinamica degli avvenimenti.

Ora, nelle ore di fuoco che si annunciano, non c'è più spazio per rinvii e furbizie. Ora si tratta di mettersi al passo del livello di scontro che la dichiarazione di indipendenza ha aperto, e che la reazione di Madrid imporrà. Organizzazione della difesa di massa della Repubblica Catalana, estensione e centralizzazione progressiva dei comitati di difesa della Repubblica, nati per difendere il diritto di voto del primo ottobre e poi generalizzatisi in molte realtà cittadine e di quartiere; sciopero generale contro ogni intervento, militare o giudiziario, del governo spagnolo; nazionalizzazione delle banche e delle imprese fuggitive, sotto il controllo dei lavoratori, in tutta la Catalogna; abolizione del debito pubblico della Catalogna verso la Spagna; appello al movimento operaio spagnolo per un fronte comune contro la repressione di Madrid e il governo reazionario di Rajoy, per un programma comune di svolta sociale.

Una svolta di linea del movimento indipendentista è l'unica che può tenere aperta la partita. Ma richiede un cambio di direzione. Solo la classe lavoratrice catalana, mettendosi alla testa della grande mobilitazione della gioventù, può costruire la nuova direzione del movimento indipendentista. Nuova direzione significa a sua volta nuova prospettiva. I fatti dimostrano che senza la rottura con la borghesia catalana, senza misure anticapitaliste, senza la costruzione di un altro potere a partire dalle fabbriche, dai luoghi di lavoro, dai quartieri, difficilmente la dichiarazione di indipendenza si trasformerà in realtà. L'obiettivo di uno “Stato sovrano, democratico e sociale” sottoscritto dal fronte popolare tra Puigdemont e CUP, che dovrebbe inverarsi attraverso un processo costituente dentro l'ossatura dello Stato borghese di Catalogna, a braccetto dei partiti nazionalisti borghesi e secondo la “Legge di Transizione” con questi concordata, è una pura finzione letteraria, che lega le mani ai lavoratori e alla loro mobilitazione indipendente.
Tutto lascia pensare che la Repubblica di Catalogna o sarà socialista o non sarà.

Nell'appellarci a tutte le sinistre italiane, politiche e sindacali, perché si schierino senza riserve al fianco della Catalogna contro la monarchia di Spagna, e perché promuovano la protesta unitaria sotto i consolati spagnoli, ci impegniamo a portare nelle iniziative solidali di mobilitazione questo punto di vista. Che è lo stesso punto di vista dei marxisti rivoluzionari catalani e spagnoli.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani dalla Catalogna!


Le misure annunciate dal governo Rajoy contro la Catalogna sono inaudite. Dopo aver scagliato la Guardia Civil contro persone inermi in coda per votare nel referendum del primo Ottobre, dopo aver arrestato i massimi esponenti del movimento indipendentista con l'accusa di sedizione, il governo spagnolo annuncia la destituzione del governo catalano, il commissariamento del Parlamento di Catalogna, la cancellazione della TV catalana, lo scioglimento dei Mossos e il loro rimpiazzo con forze militari di Madrid.
Si tratta di un vero e proprio colpo di Stato, con metodi di tradizione franchista.
Il Partito Popolare che si appresta a varare tali misure ha appena l'8,5% dei voti in Catalogna. Ma può contare sul sostegno compatto della monarchia, del Psoe, della magistratura, dell'esercito, dei corpi di polizia, del capitale finanziario, delle cancellerie dell'Unione Europea. Tutti uniti contro il diritto di autodeterminazione della nazione catalana, per paura della diffusione del contagio presso altre nazionalità oppresse di Spagna e d'Europa.

E' l'ora della mobilitazione al fianco del popolo Catalano.
Tutte le sinistre italiane hanno il dovere di un pronunciamento netto e incondizionato contro il colpo di Stato di Madrid. Il colpo di Stato di Madrid chiarisce una volta di più la natura oppressiva della Spagna verso la Catalogna. Chiarisce una volta di più le ragioni democratiche e progressive della volontà di indipendenza del popolo catalano dalla Spagna. Le posizioni ecumeniche assunte da tanta parte della sinistra italiana (“ Nè con la Spagna, né con la Catalogna”), o addirittura l'assimilazione demenziale della ribellione catalana al leghismo reazionario di casa nostra ( Il Manifesto), sono smentite clamorosamente dall'evidenza dei fatti. Tra uno Stato che opprime e una nazionalità politicamente oppressa, non si può essere equidistanti. Persistere tanto più oggi nella equidistanza sarebbe complicità con l'oppressione.

Facciamo appello a tutte le sinistre italiane- politiche, sindacali, associative, di movimento- per la più ampia mobilitazione a difesa della Catalogna contro la reazione spagnola. Portiamo la protesta sotto tutti i consolati spagnoli in Italia. No al colpo di Stato di Rajoy! Giu' le mani dalla Catalogna!

Nella mobilitazione unitaria a difesa della Catalogna contro il governo reazionario di Madrid porteremo la posizione indipendente dei comunisti rivoluzionari, già argomentata a più riprese su questo stesso sito:

- Immediata proclamazione della Repubblica Catalana.
- Abolizione del debito pubblico della Catalogna verso la Spagna.
- Nazionalizzazione delle banche catalane, senza indennizzo per i grandi azionisti, a tutela dei piccoli risparmiatori.
- Requisizione delle imprese in fuga dalla Catalogna sotto il controllo dei lavoratori.
- Appello al proletariato spagnolo per una mobilitazione comune contro il governo reazionario di Madrid.
- Organizzazione dell'autodifesa di massa catalana contro la repressione spagnola.
- Sviluppo delle strutture di autorganizzazione di classe e di massa, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei quartieri e loro centralizzazione democratica.

Per una Repubblica socialista di Catalogna nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa
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Partito Comunista dei Lavoratori

Risoluzione del Comitato Centrale del PCL sulla Catalogna

 1) Il popolo di Catalogna ha l'insieme delle caratteristiche (unità e particolarità linguistica, territorio, comunanza di tradizioni e storia, sentimento popolare di identità) che configurano una nazione. 

2) Quanto sopra determina il suo diritto all'autodeterminazione.

3) La nazione catalana è stata storicamente oppressa dallo Stato spagnolo, almeno a partire dal 1714. Il movimento, da più di un secolo a carattere repubblicano, per la liberazione da tale oppressione nazionale dello Stato imperialista monarchico spagnolo ha un carattere progressivo.

4) Per questo, anche di fronte ad uno sviluppo di un movimento di massa nazionale democratico centrato sulla gioventù (che si è espresso nei mesi precedenti al referendum con posizioni radicali in difesa dei diritti dei migranti), la posizione dei trotskisti conseguenti deve essere a favore non solo del diritto democratico di autodeterminazione, ma anche della indipendenza della Catalogna.

5) Da comunisti rivoluzionari noi non proponiamo però una indipendenza senza aggettivi. Noi siamo per l'indipendenza di una Catalogna socialista, basata sul potere dei lavoratori e delle lavoratrici.

6) La posizione di cui al punto 5 non rappresenta però una precondizione per partecipare al movimento di massa e alla lotta attuale. Noi siamo per la Catalogna socialista ma appoggiamo incondizionatamente l'autodeterminazione e l'indipendenza. Per questo rivendichiamo il referendum del 1° ottobre e il suo risultato, condannando la sua oggettiva svendita da parte della borghesia catalana. Nel contempo, i marxisti rivoluzionari devono spiegare che solo una rivoluzione socialista può garantire la realizzazione concreta dell'indipendenza.

7) I marxisti rivoluzionari devono intervenire nel movimento reale di massa cercando di costruire in esso la propria egemonia utilizzando la propaganda e l'agitazione con i propri obbiettivi transitori, a partire dalla rivendicazione dello sciopero generale prolungato ed esteso anche alla classe operaia spagnola in generale, la costruzione di comitati operai, studenteschi e popolari in difesa del processo indipendentista, la nazionalizzazione sotto controllo operaio delle banche e delle imprese che esportano capitale fuori dalla Catalogna come strumento di ricatto nei confronti del processo indipendentista.

8) I marxisti rivoluzionari devono inquadrare la battaglia per l'indipendenza socialista della Catalogna in un quadro più generale, cioè in quello della prospettiva degli Stati uniti socialisti d'Europa. Il movimento di massa indipendentista catalano è nazionalista, ma non sovranista. Si tratta di combattere in esso le illusioni sulla UE e una sua eventuale riforma, e quelle su una Europa "sociale e democratica".

9) Non riteniamo attuale oggi la vecchia parola d'ordine di "Federazione socialista iberica". In questo momento essa apparirebbe al movimento di massa indipendentista come una versione radicale della posizione di compromesso avanzata da Podemos, Izquierda Unida ed En comun-Podem. Qualora però si sviluppasse in Spagna un movimento di massa democratico, antimonarchico e antireazionario che accettasse il diritto di autodeterminazione della Catalogna, questa parola d'ordine tornerebbe di attualità.

10) Non esiste allo stato attuale una oggettiva egemonia proletaria sul movimento di massa indipendentista. Questa situazione, del resto esistente anche negli anni '30, a causa delle posizioni anti-indipendentiste degli anarcosindacalisti, non elimina il dovere e la necessità di partecipare al movimento. Bisogna lottare per costruire tale egemonia. In ciò lottando contro le posizioni interclassiste all'interno del movimento e in alternativa al blocco politico con la borghesia della sinistra catalana (compresa la CUP), ma anche e soprattutto nella classe operaia industriale, compresa quella di immigrazione dagli altri territori dello Stato spagnolo, per farle comprendere che è nel suo interesse di classe appoggiare il movimento indipendentista.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Catalogna ad un passaggio decisivo: o rivoluzione o reazione

Lo scontro tra il governo di Madrid e il popolo catalano è giunto a un passaggio decisivo.
Il primo ottobre il popolo di Catalogna ha sfidato la repressione della Guardia Civil esprimendo in termini inequivocabili la propria volontà di indipendenza dalla Spagna. Due giorni dopo, lo sciopero generale plebiscitario in tutta la Catalogna univa la rivendicazione indipendentista alla protesta indignata contro la violenza di Madrid. Il governo Rajoy subiva una sconfitta politica e d'immagine clamorosa agli occhi del mondo. Mentre il pronto intervento del Re di Spagna a fianco di Rajoy e della repressione poliziesca radicalizzava il sentimento di massa repubblicano in Catalogna. La parola d'ordine “Via la Guardia Civil, via le truppe di occupazione!” rimbalzava in tutta la regione. La ribellione di massa di una nazionalità politicamente oppressa contro l'imperialismo spagnolo ha aperto così una frattura profonda, con un possibile effetto di richiamo sulle aspirazioni indipendentiste della nazione basca e galiziana, mentre la dinamica rivoluzionaria in Catalogna minaccia di trasformarsi in un riferimento esemplare per altre nazionalità oppresse in Europa.

Ma contro tutte le illusioni movimentiste vecchie e nuove, proprio l'innalzamento del livello di scontro pone la questione decisiva della direzione politica del movimento. Tanto più a fronte della sfida frontale di Madrid.


L'ATTACCO FRONTALE DI GOVERNO SPAGNOLO E BORGHESIA

Monarchia e governo spagnolo, il loro apparato giudiziario e poliziesco, hanno scelto l'unica via possibile per la salvezza dell'imperialismo spagnolo: quello dell'isolamento, della divisione, della repressione della ribellione catalana. Solo la sconfitta esemplare della ribellione può infatti disarmare ogni effetto di richiamo. Il principale giornale borghese di Spagna, El Pais, noto per la sua tradizione liberale, ha titolato ieri a quattro colonne: “Ripristinare l'ordine, ristabilire la legge in Catalogna”. È la parola d'ordine di tutta la borghesia spagnola, senza defezioni o riserve. La sentenza della Corte Costituzionale di Spagna che vieta la sessione del Parlamento catalano il prossimo lunedì, i procedimenti giudiziari contro i vertici della polizia catalana (i Mossos) con l'accusa di sedizione, le minacce di un "intervento risolutivo" a Barcellona, ne sono la traduzione quotidiana.

Ma la repressione non è l'unica leva. La pressione economica è uno strumento potenzialmente ancor più efficace. Le grandi banche catalane (Caixabank e Sabadell) trasferiscono la propria sede legale fuori dalla Catalogna. Le grandi aziende del gas (Gas Natural), delle telecomunicazioni (Eurona), dell'industria tessile (Dogi), del biotech (Oryzon), seguono a ruota. La grande borghesia della Catalogna non vuole mettere a rischio i propri interessi e profitti dorati, legati al mercato finanziario spagnolo ed europeo, per subordinarsi all'indipendenza. Il governo spagnolo, per incoraggiare il processo, ha disposto condizioni agevolate per il rapido trasferimento dalla Catalogna alla Spagna di tutte le imprese che lo desiderano. L'obiettivo politico è evidente: spaventare la popolazione catalana, innanzitutto la piccola borghesia legata al risparmio, con lo spettro del collasso economico e della rovina. Non a caso, nelle stesse ore, i partiti dominanti di Spagna, a partire dal postfranchista PP di Rajoy, annunciano manifestazioni in Catalogna contro l'indipendenza. È il tentativo di aprire un fronte interno alla Catalogna, accerchiando il movimento indipendentista.


LE CONTRADDIZIONI DEL NAZIONALISMO BORGHESE CATALANO

In questa situazione la direzione politica del movimento indipendentista, di natura nazionalista borghese, rivela tutta la sua inadeguatezza.

Dopo la vittoria del primo ottobre, il governo della Generalitat si è di fatto eclissato. Lunghi interminabili giorni di attesa prima di proclamare formalmente persino il risultato del referendum. Invocazione di una improbabile mediazione istituzionale a livello europeo, immediatamente respinta. Rilancio di una proposta di dialogo istituzionale con quello stesso governo di Madrid che ha scagliato la Guardia Civil contro il diritto di voto, naturalmente senza alcun esito. Nessuna iniziativa sul fronte economico di fronte alla fuga di banche e imprese. In pratica, il nulla. Mentre il padre putativo di Convergencia Democratica (il principale partito di governo in Catalogna) dichiara candidamente al Financial Times che «la Catalogna non è ancora pronta per l'indipendenza», il portavoce del presidente Carles Puigdemont afferma che per la dichiarazione d'indipendenza... «c'è tempo», un settore dei Mossos in via di pentimento chiede il passaggio alla polizia di Spagna.

La verità è che il nazionalismo borghese catalano si è spaventato del proprio coraggio. Non è un caso. Di fronte alla minaccia di Madrid e soprattutto al panico della borghesia catalana, il nazionalismo borghese catalano rivela semplicemente la propria natura e ne è prigioniero. A tutto vantaggio dell'imperialismo spagnolo.


PER LA REPUBBLICA SOCIALISTA DI CATALOGNA

Solo la classe lavoratrice catalana e la gioventù di Catalogna possono prendere in mano e portare sino in fondo la battaglia democratica dell'indipendenza. Ma solo rompendo col nazionalismo borghese catalano. Solo riconducendo la rivendicazione dell'indipendenza alla prospettiva anticapitalista e socialista.

Immediata proclamazione della Repubblica di Catalogna, rispettando la volontà del popolo. Nazionalizzazione delle banche catalane, senza indennizzo per i grandi azionisti, a protezione dei piccoli risparmiatori. Requisizione delle imprese che spostano altrove la loro sede legale, ponendole sotto il controllo dei lavoratori. Appello alla classe lavoratrice spagnola per una lotta unitaria contro il governo di Rajoy, sulla base di un comune programma di mobilitazione sociale. Organizzazione di massa dell'autodifesa della Catalogna contro le minacce di Madrid. Sviluppo di strutture di autorganizzazione democratica di massa nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei quartieri, e loro progressivo coordinamento e centralizzazione.
È la costruzione di un altro potere, contrapposto allo Stato spagnolo, basato su un'altra classe sociale. È la soluzione della Repubblica socialista della Catalogna, nella prospettiva storica degli Stati uniti socialisti d'Europa.

Solo la mobilitazione per questa prospettiva, solo questi metodi di lotta, sono oggi in grado di fronteggiare la minaccia che grava sulla Catalogna e di garantire il rispetto del referendum del primo ottobre. Fuori da questa prospettiva c'è solo il serio rischio di una disfatta.


PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA IN CATALOGNA E IN SPAGNA

Di certo questa prospettiva richiede una svolta radicale della sinistra catalana e spagnola.
La subordinazione della CUP al nazionalismo borghese catalano e al suo governo, nel nome del fronte popolare indipendentista, non solo le impedisce ogni ruolo alternativo di direzione, ma la corresponsabilizza ad una linea disastrosa.
Le pietose manifestazioni di Podemos, Izquierda Unida, Ada Colau, a favore del “dialogo” e della “pace” tra Barcellona e Madrid, in dichiarata contrapposizione alla proclamazione unilaterale della Repubblica catalana, sono qualcosa di molto più grave: un tradimento della rivoluzione catalana, un aiuto prezioso alla controrivoluzione spagnola. Il fatto che abbiano la benedizione di Sinistra Italiana e del PRC, assieme naturalmente al plauso del Manifesto, dimostra una volta di più la natura subalterna della sinistra riformista, che per la propria subalternità al capitalismo volta le spalle persino alla rivendicazione della Repubblica.

Organizzazioni rivoluzionarie come Izquierda Anticapitalista Revolucionaria e Corriente Revolucionaria de Trabajadores stanno difendendo in Spagna e Catalogna la prospettiva classista e rivoluzionaria. Lo sviluppo della sinistra rivoluzionaria in Catalogna e Spagna, il suo radicamento di massa, la sua organizzazione, sono l'unica via per una egemonia di classe alternativa nel movimento indipendentista catalano e nel movimento operaio spagnolo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Roma, presidio di solidarietà con il popolo catalano

Nel momento in cui la situazione della Catalogna sembra avviarsi verso uno scenario apparentemente senza vie d'uscita, sempre più pressante è l'urgenza di una mobilitazione di classe che si faccia carico di rappresentare le ragioni democratiche e progressive della protesta del popolo catalano, ponendo la rivendicazione dell'autonomia e dell'indipendenza alla base di una più ampia azione di rivendicazione e di lotta che investa i bisogni e gli interessi dei lavoratori catalani e del resto dello Stato spagnolo. 

È sulla base di questa posizione che il Partito Comunista dei Lavoratori ha partecipato al presidio-volantinaggio di solidarietà che si è tenuto nella giornata di ieri a Roma, convocato ed organizzato da Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione e dall'area di opposizione della CGIL, oltre che dal PCL stesso.

L'appuntamento, che per via dei rapidissimi sviluppi non ha potuto avvantaggiarsi di una maggiore preparazione, ha visto l'attenta solerzia della Questura romana premurarsi di tenere le voci di protesta ben distanti dai palazzi dell'ambasciata spagnola. Ciononostante, il presidio ha visto la partecipazione, oltre ai militanti delle varie organizzazioni politiche e sindacali, di diverse decine di giovani e giovanissimi catalani (e spagnoli) residenti o in visita a Roma. Proprio loro hanno animato la protesta, intonando l'inno catalano e scandendo slogan di lotta, e manifestando l'intenzione di dirigersi in corteo verso l'ambasciata.

Il sentimento che animava i giovani era l'esatto opposto dei tentativi di pacificazione e di "rientro nei ranghi" che giungono da più parti, in Catalogna e non solo. È lo stesso sentimento che animava, nelle prime ore della mobilitazione, i lavoratori portuali di Barcellona e Terragona, che si sono rifiutati di ormeggiare le navi di rinforzo per la Guardia Civil inviate da Madrid, dichiarano disobbedienza ad oltranza.
Ma è anche l'opposto dei balbettamenti imbarazzati di Podemos, e l'opposto dei surreali e ridicoli appelli che i dirigenti della sinistra riformista italiana (Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana...) rivolgono al buon cuore dell'Europa, e magari anche del Re («Chiediamo al governo spagnolo e a quello catalano di facilitare la ricerca di [una] soluzione condivisa», «L’Unione Europea [...] non può continuare a ripetere che il conflitto [...] è un affare interno di uno Stato. [...] E’ un affare europeo» (1)).
Verrebbe da chiedere a Maurizio Acerbo e Nicola Fratoianni se l'Europa alla quale si appellano accorati e della quale richiedono un intervento è la stessa Europa che negli ultimi anni è intervenuta - efficacemente, a dire il vero - in Grecia e in Ucraina.
Questo genere di appelli sono l'ennesima riprova non solo della totale cecità politica dei dirigenti di tale sinistra, anche davanti all'evidenza, ma anche della loro incapacità, ormai cronica, di ragionare in termini di indipendenza di classe, neanche quando un intero popolo scende in piazza contro la monarchia e gli intrighi delle forze borghesi.

L'atteggiamento dei marxisti rivoluzionari è un altro, esattamente opposto. Non si tratta di invocare l'UE, o di riconciliare. Si tratta di battersi per una soluzione di rottura anticapitalista alla mobilitazione per l'indipendenza, che conduca la battaglia non solamente contro lo Stato centralista e contro la monarchia, ma anche contro il sistema economico e sociale sul quale queste istituzioni si basano e si sono storicamente basate. E di farlo a partire dall'unità e della conciliazione della classe operaia spagnola ed europea: l'unica conciliazione che ci interessi, e l'unica in grado di far avanzare la lotta.



(1) Vedi l'appello "Catalogna: è un affare europeo".
Partito Comunista dei Lavoratori

Sui referendum per l'autonomia in Lombardia e Veneto

Contro le consultazioni reazionarie di Maroni e Zaia

 

 I referendum del 22 ottobre in Lombardia e Veneto hanno carattere consultivo: chiedono un mandato negoziale verso il governo nazionale a favore di “una maggiore autonomia” regionale.

Il referendum del Veneto intendeva sottoporre a referendum cinque quesiti (tra cui il trattenimento in Veneto dell'80% delle tasse localmente riscosse) e in aggiunta uno specifico quesito sull'”indipendenza del Veneto”. Nel 2015 la Corte Costituzionale ha depennato quattro dei cinque quesiti, oltre a quello indipendentista, ammettendo esclusivamente il quesito più generico («vuoi che al Veneto siano attribuite ulteriori forme di autonomia?»). Zaia ha tuttavia dichiarato che, nel caso di una maggioranza di votanti sugli aventi diritto, lo Statuto regionale consente alla regione Veneto la definizione di un disegno di legge per l'autonomia.
Maroni ha un taglio più interno alla logica istituzionale di coalizione del centrodestra in vista delle imminenti elezioni regionali (non senza un elemento di contrappeso regionalista alla linea nazionalista di Salvini).
L'elemento comune è la volontà di rafforzare il potere dei "governatorati".


LA RINEGOZIAZIONE DELL'EQUILIBRIO DEI POTERI DOPO IL 4 DICEMBRE

Non siamo in presenza di una scelta secessionista. È indubbio che la frattura tra Nord e Sud si è ulteriormente approfondita negli anni della crisi, e che un settore di media borghesia del Nord-Est, molto integrato nel mercato tedesco, può essere attratto da una suggestione separatista. Ma questa è oggi un'opzione molto minoritaria nello stesso Veneto. Non ha sponde in Confindustria, impegnata sulla linea europeista, e difficilmente può aprirsi un varco nelle rappresentanze politiche del centrodestra, a fronte di una Lega che cerca lo sbarco al Sud, e di un Berlusconi che si fa garante della stabilità istituzionale presso la Merkel.

Al tempo stesso però non siamo in presenza di una pura operazione elettoralistica. Dopo il 4 dicembre, con la sconfitta del disegno centralistico-bonapartista del renzismo, si è aperta una fase di crisi istituzionale che investe anche l'equilibrio dei poteri. La riapertura di una questione federalistica è il contraccolpo del 4 dicembre. Il negoziato tra Lombardia/Veneto e governo nazionale si pone su questo sfondo.


CATALOGNA E “PADANIA”, REALTÀ E FINZIONE


Il contenuto politico e sociale dei due referendum è reazionario. Il tentativo di Maroni e Zaia di assimilarli al referendum della Catalogna è semplicemente patetico.

La Catalogna è una nazionalità reale, segnata da una riconoscibilità linguistica e culturale, storicamente oppressa dalla Spagna, al pari della nazione basca.
Il movimento indipendentista che la Catalogna esprime è un movimento democratico repubblicano contrapposto alla monarchia di Madrid, ha una radice profonda nella storia di Spagna, si intreccia con la grande rivoluzione spagnola del 1936, con l'opposizione democratica alla dittatura franchista, e oggi con tutte le principali battaglie di opposizione alle politiche dominanti. Si pensi all'enorme manifestazione di massa a Barcellona per i diritti dei migranti contro le politiche xenofobe, la più grande manifestazione sul tema in Europa.

La Lega di Salvini, Maroni e Zaia si colloca dalla parte opposta della barricata. È la rappresentanza di un settore centrale di piccola e media borghesia rapace del Nord d'Italia che, in blocco col grande capitale industriale e bancario, domina storicamente sul Meridione e sulla classe operaia. La trovata della inesistente Padania è la maschera farlocca di questa rapina.
In realtà la rivendicazione autonomista consiste nella pretesa del blocco dominante lombardo-veneto di accaparrarsi una buona fetta degli attuali residui fiscali (54 miliardi la Lombardia, 9 miliardi il Veneto) sottraendoli alle regioni più povere. Sono queste le risorse su cui Maroni e Zaia vorrebbero allungare le mani. Per favorire i cosiddetti cittadini lombardo-veneti, come recita la propaganda referendaria? No, per difendere gli interessi dei poteri forti del territorio: ridurre ulteriormente le tasse al proprio padronato, continuare a ingrassare le cliniche private, allargare i trasferimenti pubblici alle imprese locali, incrementare i propri pacchetti azionari nelle banche territoriali (truffaldine), ampliare il volume degli appalti per le grandi operazioni speculative, nutrire più in generale le proprie clientele. Il tutto continuando a colpire i servizi pubblici locali (si pensi ai tagli regionali sui trasporti) e a incrementare le imposte locali indirette.

Chi pagherebbe concretamente il conto di questa operazione “autonomista”? La classe lavoratrice, inclusi naturalmente i lavoratori lombardi e veneti. Attraverso nuovi carichi fiscali sui salari, nuovo taglio centrale dei trasferimenti ai comuni (compresi quelli lombardo-veneti), nuovi colpi a istruzione pubblica e sanità, difesa ancor più rigida della legge Fornero sulle pensioni... È questa la grande truffa del federalismo padano, già pagata dalla classe operaia negli anni 2000, e che oggi le viene rivenduta come nuova.


LA LEGA ARCHITRAVE DEL CAPITALISMO DEL NORD

Non solo. I referendum rivendicano maggiori poteri per le giunte regionali in fatto di politiche d'ordine. Cosa significa concretamente? Significa poter gestire con mano (ancor più) libera le politiche discriminatorie verso i migranti in fatto di rastrellamenti, segregazioni, respingimenti, per dirottare contro di loro la rabbia sociale. Significa poter approntare corpi regionali d'intervento per rendere immediatamente esecutivi sfratti e sgomberi di stabili occupati, a tutto vantaggio degli speculatori immobiliari e del valore di mercato delle loro proprietà. Significa garantire la... “sicurezza”: quella di chi ha tutto a spese di chi non ha nulla. Quando Salvini a Pontida ha rivendicato “mano libera per la polizia” ha alluso a questo.

Altro che forza di opposizione al sistema! La Lega è un architrave del sistema dominante della cosiddetta seconda Repubblica. È ininterrottamente, da un quarto di secolo ormai, il principale partito di governo delle due regioni del Nord che fanno da cuore pulsante del capitalismo italiano. È la forza politica egemone di un blocco sociale reazionario che subordina settori consistenti di proletariato (in particolare industriale) agli interessi dei suoi sfruttatori. I referendum di Zaia e Maroni vogliono rafforzare ricchezza e potere di questo blocco dominante, alimentando anche per via referendaria la ventata reazionaria più generale. Per di più con una sfrontata ipocrisia: la stessa Lega Nord che rispolvera la Padania contro “il ladrocinio” del Sud, nel Sud sventola oggi la bandiera nazionalista (e se serve persino neoborbonica) contro “i politici del Nord”. Il cinismo acchiappavoti di Matteo Salvini non conosce davvero alcun limite.


LA COMPLICITÀ DI PD E M5S. L'EVANESCENZA DELLE SINISTRE

Significativa è la collocazione verso i referendum delle diverse forze politiche.

Il PD nazionale tace, mentre decine di sindaci PD (Sala in testa) si schierano a favore dei referendum, e il presidente della regione Emilia Romagna (fedelissimo di Renzi) si posiziona in termini concorrenziali con un proprio progetto autonomistico.
Il M5S cavalca i referendum dentro la linea di competizione con la Lega, con la speranza di irrobustire le proprie radici nel Nord.
Le sinistre riformiste, polemiche coi referendum ma impacciate dalla propria cultura aclassista, sostengono per lo più una posizione astensionista, che però copre le più diverse politiche: o il disimpegno (“Il referendum è inutile e costoso, abbiamo altre cose a cui pensare”), o fumosi progetti alternativi (“Siamo per un vero federalismo democratico...”), oppure addirittura suggestioni nazionaliste di stampo sciovinista (“Le regioni del Nord vogliono andare con la Germania, contro la Germania difendiamo l'Italia”). Ci sono offerte, insomma, per tutti i palati, tranne che posizioni di classe.


CONTRO I REFERENDUM LEGHISTI, DALLA PARTE DEI LAVORATORI


È invece essenziale che contro il contenuto reazionario dei referendum lombardo-veneti si esprima una chiara opposizione del movimento operaio, con forme di mobilitazione attiva di tutta la sinistra politica, sindacale, associativa, di movimento. Con assemblee nei luoghi di lavoro, manifestazioni pubbliche, una campagna attiva controcorrente che chiarisca innanzitutto il punto essenziale: i referendum di Lombardia e Veneto sono contro l'intera classe operaia italiana e la popolazione povera. Mirano ad approfondire le divisioni tra gli sfruttati a esclusivo beneficio degli sfruttatori. Per questo vedono la larga convergenza, formale o informale, delle tre destre che oggi si contendono il governo del capitalismo italiano: salvinismo, grillismo, renzismo.

Contro le tre destre, anche sul terreno referendario, è necessario costruire il fronte unico della classe lavoratrice a partire dalla sua avanguardia e dalle sue organizzazioni. Per il rilancio di una vera opposizione di massa. Per un programma di lotta generale che unifichi i lavoratori del Nord e del Sud, privati e pubblici, italiani e immigrati, e attorno ad essi il blocco sociale di tutti gli oppressi, a partire dalla larga maggioranza dei giovani e delle donne.

Diciassette milioni di lavoratori salariati sono in Italia una forza enorme, la direzione naturale di una possibile maggioranza alternativa della società. Questa forza deve solo prender coscienza di sé, unire le proprie fila, organizzarsi. Le direzioni sindacali e politiche della sinistra, che hanno tradito la rappresentanza di questa classe, hanno perciò stesso consentito che essa divenisse terreno di pascolo per avventurieri e demagoghi di tutte le risme. Costruire un'altra direzione della classe lavoratrice è allora parte inseparabile, tanto più oggi, della battaglia contro la reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori