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  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Il governo dei manganelli alla prova della Palestina

 


Si allarga il divario tra le politiche filosioniste e il sentimento pubblico

Le cariche poliziesche a Pisa e Firenze contro manifestazioni studentesche pro Palestina hanno scosso ampi settori di opinione pubblica. L'immagine diretta della violenza repressiva ha suscitato una reazione diffusa di sdegno. Il Presidente della Repubblica, che il giorno stesso delle cariche poliziesche aveva censurato come «inaccettabile violenza»... il manichino di stoffa bruciato di Giorgia Meloni, ha cercato di riequilibrare la propria immagine con ventiquattro ore di ritardo parlando del ricorso al manganello come fallimento dello Stato.

La verità è che il governo a guida postfascista ha inaugurato una stagione nuova nel rapporto con la piazza. Un rapporto selettivo, naturalmente, a seconda della base sociale coinvolta. Le manifestazioni dei trattori hanno potuto bloccare ripetutamente le strade con relativa facilità, trattandosi della base sociale del governo, seppur contesa tra Fratelli d'Italia e la Lega. Lì la polizia non si è mossa. Quando la base sociale è diversa, diverso è l'intervento dello Stato. Che si tratti dei rave party, degli ambientalisti, dei picchetti operai, degli studenti, lì scatta ripetutamente il riflesso d'ordine degli apparati di sicurezza.
Non c'è bisogno sempre di una direttiva esplicita di Piantedosi, che forse in qualche caso avrebbe persino desiderato di evitare grane. Si tratta del comportamento indotto oggettivamente dal nuovo quadro politico. Il poliziotto si sente incoraggiato dalla presenza al governo, finalmente, degli “amici della polizia”. Da qui un senso di copertura e legittimazione che libera la facilità del manganello, cui si aggiunge la corsa di Lega e Fratelli d'Italia ad intestarsi, in reciproca concorrenza, il plauso della polizia. «Chi tocca un poliziotto o un carabiniere è un delinquente» afferma Salvini dopo i pestaggi per fare da controcanto a Mattarella. È la politica legge e ordine come marchio identificativo della destra.

E tuttavia nei fatti di Pisa e Firenze non c'è solo questo. C'è anche il riflesso indiretto della pressione sionista e del clima generale cui questa concorre.
L'ambasciata israeliana, come peraltro in altri paesi, sta moltiplicando le pressioni istituzionali per delegittimare le manifestazioni pro Palestina. Siamo (ancora) molto lontani dal livello di Germania e Francia, dove la stessa libertà di manifestazione viene abolita o chiamata in causa. Lo dimostrano le mille manifestazioni pro Palestina che si sono svolte liberamente in questi mesi. E tuttavia cresce una campagna intimidatoria, a partire da scuole e università, tesa a rappresentare ogni espressione di antisionismo come sospetto antisemitismo da censurare ed eventualmente reprimere. Basta vedere cosa è accaduto sul palco di Sanremo con la censura a Ghali, e davanti alle sedi della Rai, con pestaggi polizieschi esibiti e rivendicati. Lo stesso intervento del ministro Valditara contro le occupazioni studentesche ha tratto spunto, guarda caso, da occupazioni intitolate (anche) alla solidarietà verso la Palestina. Così a Pisa si è detto che il manganello era necessario per difendere la sinagoga dai facinorosi «amici di Hamas» (Donzelli). Una specifica circolare del ministero degli Interni, dopo il 7 ottobre segnalava peraltro alle forze di polizia il rischio di obiettivi sensibili da tutelare.

Gli ambienti della borghesia liberale mostrano disappunto verso questa politica repressiva. La loro principale preoccupazione è che possa incendiare gli animi e radicalizzare i giovani. È una preoccupazione dal loro punto di vista assolutamente fondata. E tuttavia si tratta degli stessi ambienti borghesi che sostengono con entusiasmo la politica estera filosionista del governo Meloni, che ospitano sulle proprie pagine apologie incantate di Israele (vedi Corriere della Sera e Repubblica), che appoggiano la missione navale imperialista a guida italiana sul Mar Rosso, che invocano pubblicamente la massima unità nazionale tricolore attorno a questa politica contro ogni possibile defezione. In altri termini, l'opposizione borghese liberale al governo Meloni, e al suo manganello, è la stessa che gli assicura una preziosa cintura di sicurezza. Il cosiddetto Piano Mattei, le nuove ambizioni dell'imperialismo italiano in terra d'Africa, i programmi di riarmo accelerato dell'Italia per mettersi al passo delle nuove sfide mondiali conoscono proprio in quegli ambienti la massima celebrazione. Basti vedere l'orientamento strategico della rivista Limes di Lucio Caracciolo. Il governo e i suoi metodi repressivi si avvantaggiano di questo sostegno.

E tuttavia il fronte borghese ha un problema che si chiama proprio Palestina. Cresce infatti ogni giorno il divario tra l'isteria filosionista della borghesia italiana e il senso comune dell'opinione pubblica, in particolare tra i giovani. L'orrore quotidiano delle politiche genocide nella terra di Gaza, le crudeltà dell'occupazione sionista in Cisgiordania, suscitano un naturale senso di identificazione nella causa palestinese nella maggioranza della società. Le manganellate e le censure contro le manifestazioni pro Palestina contribuiscono a rafforzarlo.
Il movimento operaio deve entrare finalmente sulla scena per prendere la testa di questo sentimento giovanile. Dare a questo sentimento una coscienza politica e una prospettiva programmatica – antisionista, antiimperialista, anticapitalista – è il compito dei marxisti rivoluzionari.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il vento di Gran Bretagna

 


Il culto della monarchia e gli scioperi operai

20 Settembre 2022

English translation

«Il re conquista tutti: si lascia baciare dai sudditi». Così un commosso Gianni Riotta, giornalista di punta di Repubblica, ha descritto l'incedere regale di Carlo III tra ali di folla osannante (10 settembre). La descrizione di un fatto? Piuttosto una sua rappresentazione incantata, quella che domina la narrazione nazionalpopolare a reti unificate attorno alla morte della regina e alla sua successione.

Ogni principio di realtà scolora nell'immaginario della leggenda.

La realtà è quella di una casta monarchica plurisecolare, segnata dal lusso di corte, dal parassitismo sociale più ostentato, dalle risse familiari esibite o taciute, dal passaggio ereditario di 15 miliardi di sterline come patrimonio intoccabile della famiglia. Segnata dal lascito di sangue e di orrori che ha percorso la storia dell'impero britannico alle più diverse latitudini del mondo, in Africa, in Asia e ovunque.

La leggenda è quella di una monarchia amica del popolo, al servizio del popolo, al di sopra delle diatribe politiche. Non una parola, per stare alla storia recente, sulla repressione della nazione irlandese, sul plauso fornito alla cavalleria della Thatcher contro i minatori, sulla guerra coloniale per le isole Malvinas, su tutto ciò che la monarchia britannica ha difeso e coperto a tutela della propria borghesia.

Perché la celebrazione di un'icona trascende volutamente la dimensione terrena. Il decesso della regina e l'avvento del nuovo re assurgono piuttosto a una dimensione mistica, al di là del tempo e dello spazio.
“Dio salvi la regina”, “Dio salvi il re” dipingono il re e la regina come emissari della volontà divina, secondo la tradizione dell'assolutismo. È la celebrazione dell'autorità terrena come appendice di un'autorità superiore, dunque sottratta per definizione alla volontà del popolo, ridotto a massa anonima i sudditi. Magari plaudenti, ma sudditi.

«La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re, non si rende conto che in realtà è il re che è Re perché essi sono sudditi» scriveva con parole magnifiche Karl Marx. Nulla di più appropriato, e non solo per la Gran Bretagna.

Se non che i guai cominciano quando la sudditanza si mescola a sentimenti nuovi. Nella Gran Bretagna di questi giorni non c'è solo la commozione per la regina. Ci sono anche gli scioperi operai contro il carovita, per forti aumenti salariali. Portuali, camionisti, ferrovieri, lavoratori dei trasporti cittadini, operai di Amazon, insegnanti, infermieri, postini, impiegati di banca... Decine di migliaia di lavoratori e di lavoratrici hanno incrociato le braccia come non avveniva da mezzo secolo. Non sappiamo quanti di loro hanno versato lacrime per Elisabetta. Sappiamo che tutti sfidano il nuovo governo thatcheriano di Miss Truss.

La borghesia inglese ha campato a lungo sull'effetto traumatico della sconfitta del grande sciopero del 1984-'85 nelle miniere. Ma la generazione demoralizzata da quell'evento è ormai per lo più in pensione. E si affaccia una generazione nuova nel lavoro salariato, che non sembra disposta a portare la croce troppo a lungo. Darle una coscienza politica anticapitalista, ed anche di conseguenza antimonarchica, è il compito dei marxisti rivoluzionari in Gran Bretagna.

Partito Comunista dei Lavoratori

La funivia del capitale

 


I costi sociali del profitto. Il capitalismo e la vita

28 Maggio 2021

La strage della Funivia di Stresa, nel suo piccolo, è una carta d'identità della società borghese. Anche della sua ipocrisia.
In due giorni, i maggiori intellettuali di riferimento della borghesia liberale hanno offerto un estratto chimicamente puro della propria ipocrisia o della propria meschinità.
Sul fronte della meschinità, Paolo Mieli ha sbaragliato ogni possibile concorrenza: ha denunciato “la pista terrorista”. Siccome nella strage sono morte persone israeliane “può essere stato un attentato palestinese, bisogna indagare”. Per l'occasione ha presentato come “capo della sicurezza israeliana” il responsabile per la sicurezza nella scuola di sua figlia a Milano. In questo caso il fanatismo sionista è il principale responsabile di una colossale idiozia, di cui però per spirito di reverenza nessuno gli ha chiesto conto, neppure sulla stampa concorrente.
Nel fronte dell'ipocrisia ha primeggiato invece Ezio Mauro, con un editoriale su Repubblica intitolato «La sicurezza e il capitale», dove il nostro lancia un lirico appello a «ricreare uno spirito di autentica comunità. Naturalmente puntando sull'energia di chi vuole ripartire, sull'interesse del capitale e sull'impegno della forza lavoro: ma dentro un disegno comune, perché il lavoro è libertà solo se produce insieme cittadinanza, benessere, progresso e sicurezza.». Applausi scroscianti. In realtà è l'ennesimo appello a un capitalismo immaginario, per non guardare il capitalismo reale. Quello in cui l'”interesse del capitale”, nel mentre sfrutta il lavoro, fa strage di vite.

I fatti di Stresa sono impietosi. L'azienda chiamata Ferrovie del Mottarone aveva gestito la funivia di Stresa per trent'anni, dal 1970 al 1997. Poi aveva perso la concessione a causa del grave degrado dell'impianto rilevato dalla magistratura. Ma nel 2001 la stessa società responsabile del precedente degrado ritorna in pista vincendo la gara d'appalto, grazie al massimo ribasso. Dal 2014 nessuna altra azienda si candida in gara, perché nessuno può offrire prezzi più bassi.

Luigi Nerini, attuale proprietario delle Ferrovie del Mottarone (la società che gestisce la funivia in questione) aveva acquistato quattro anni fa l'80% della funivia dal gruppo altoatesino Leitner, dandogli in pegno il capitale della sua società. Il gruppo Leitner dal 2016 fornisce la manutenzione ordinaria e straordinaria della funivia, percependo un canone annuale di 150000 euro. Gestore e controllore erano dunque stretti da una relazione d'affari. Le Ferrovie del Mottarone, che controlla la funivia, fa un utile pari a oltre il 20% del fatturato annuo. Luigi Nerini prende un compenso di 96000 euro dalla sua società, e ha in concessione la funivia dal comune di Stresa sino al 2028. Il comune versa 130000 euro annui alla società di Nerini per la gestione dell'impianto.
Dunque: Nerini ha il margine economico sufficiente per continuare a praticare la riduzione dei costi, sbaragliando ogni concorrenza e facendo lauti profitti; la Leitner, che dovrebbe controllare l'impianto, ha interesse alla massima reddittività delle Ferrovie di Mottarone perché partecipa del suo capitale. Quale incentivo può avere alla severità dei controlli e ai relativi costi? Nessuno.

Quanto al cosiddetto controllo pubblico del Ministero dei trasporti, peggio che andar di notte. L'ultimo controllo dell'USTIF, organo periferico del ministero, risale al 2018. Per tre anni un impianto che ha in mano ogni giorno la vita di centinaia di persone è stato “controllato” dai privati. Da chi lo gestisce (Ferrovie di Mottarone) e da chi è in affari con chi lo gestisce (Gruppo Leitner).
Il blocco dei freni di emergenza per massimizzare gli incassi è il frutto di questo. Non del caso o della «banalità del male» (Mentana). Ma della legge del profitto su cui si fonda l'intero ordine della società attuale.

L'abbiamo visto col Ponte Morandi quanto è grande il cinismo degli azionisti. Salvo il fatto che i Benetton non solo non finiscono in galera ma incasseranno fior di miliardi dalla cessione di Autostrade. I pesci più piccoli delle Ferrovie di Motterone subiranno (forse), ce lo auguriamo, pene severe. Ma nessuna pena riporta in vita le vittime di un omicidio. Né soprattutto evita la moltiplicazione annunciata di altri omicidi. Tanto più oggi.

Infatti il governo Draghi annuncia la liberalizzazione dei subappalti al massimo ribasso, l'appalto integrato (dove progettazione e controllo sono unificati), l'abbattimento dei controlli (quali?) sugli investimenti pubblici, oltre alla libertà di licenziamento. Ovunque l'imperativo del post-pandemia è “correre, correre, correre”. Ma verso dove, e a quale prezzo?

Solo una rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Immondizia misogina

 


La visione del mondo di Beppe Grillo

Beppe Grillo ha rappresentato a reti unificate con rara sincerità la propria visione del mondo. Un mondo in cui tutto torna da sempre. Una ricca famiglia borghese guidata dal polso fermo del patriarca; il giovane rampollo di famiglia che scorrazza in Costa Smeralda, forse un po' esuberante ma innocente per definizione; la donna “consenziente” che gli rovina la vita inventandosi lo stupro otto giorni dopo, per questo maledetta via Facebook, con tanto di grida sconnesse e vene rubiconde. Infine l'appello sdegnato alla complicità del peggior maschilismo: «Non vi sembra strano? È strano!!».
“Strano” è lo stupro di una diciannovenne, normale il candore del figlio, magari coglione ma immacolato. Lo garantisce il padre e questo basta, come si trattasse di una proprietà.

Difficile immaginare tanta immondizia in così poche parole, e tanta ignoranza della vita vera. Eppure per una volta ha davvero parlato Grillo. Non un comico ma un tragico misogino. Non l'Elevato ma il maschio del piano terra. Non il profeta dell'ecologia ma un uomo di merda.

Questo è il capo indiscusso del principale partito parlamentare, su cui si appoggia Draghi come già Conte. Il Garante del Movimento Cinque Stelle è anche il garante della Repubblica. La società borghese ha trovato in fondo il suo specchio, come il patriarcato che ha ereditato.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Catalogna ad un passaggio decisivo: o rivoluzione o reazione

Lo scontro tra il governo di Madrid e il popolo catalano è giunto a un passaggio decisivo.
Il primo ottobre il popolo di Catalogna ha sfidato la repressione della Guardia Civil esprimendo in termini inequivocabili la propria volontà di indipendenza dalla Spagna. Due giorni dopo, lo sciopero generale plebiscitario in tutta la Catalogna univa la rivendicazione indipendentista alla protesta indignata contro la violenza di Madrid. Il governo Rajoy subiva una sconfitta politica e d'immagine clamorosa agli occhi del mondo. Mentre il pronto intervento del Re di Spagna a fianco di Rajoy e della repressione poliziesca radicalizzava il sentimento di massa repubblicano in Catalogna. La parola d'ordine “Via la Guardia Civil, via le truppe di occupazione!” rimbalzava in tutta la regione. La ribellione di massa di una nazionalità politicamente oppressa contro l'imperialismo spagnolo ha aperto così una frattura profonda, con un possibile effetto di richiamo sulle aspirazioni indipendentiste della nazione basca e galiziana, mentre la dinamica rivoluzionaria in Catalogna minaccia di trasformarsi in un riferimento esemplare per altre nazionalità oppresse in Europa.

Ma contro tutte le illusioni movimentiste vecchie e nuove, proprio l'innalzamento del livello di scontro pone la questione decisiva della direzione politica del movimento. Tanto più a fronte della sfida frontale di Madrid.


L'ATTACCO FRONTALE DI GOVERNO SPAGNOLO E BORGHESIA

Monarchia e governo spagnolo, il loro apparato giudiziario e poliziesco, hanno scelto l'unica via possibile per la salvezza dell'imperialismo spagnolo: quello dell'isolamento, della divisione, della repressione della ribellione catalana. Solo la sconfitta esemplare della ribellione può infatti disarmare ogni effetto di richiamo. Il principale giornale borghese di Spagna, El Pais, noto per la sua tradizione liberale, ha titolato ieri a quattro colonne: “Ripristinare l'ordine, ristabilire la legge in Catalogna”. È la parola d'ordine di tutta la borghesia spagnola, senza defezioni o riserve. La sentenza della Corte Costituzionale di Spagna che vieta la sessione del Parlamento catalano il prossimo lunedì, i procedimenti giudiziari contro i vertici della polizia catalana (i Mossos) con l'accusa di sedizione, le minacce di un "intervento risolutivo" a Barcellona, ne sono la traduzione quotidiana.

Ma la repressione non è l'unica leva. La pressione economica è uno strumento potenzialmente ancor più efficace. Le grandi banche catalane (Caixabank e Sabadell) trasferiscono la propria sede legale fuori dalla Catalogna. Le grandi aziende del gas (Gas Natural), delle telecomunicazioni (Eurona), dell'industria tessile (Dogi), del biotech (Oryzon), seguono a ruota. La grande borghesia della Catalogna non vuole mettere a rischio i propri interessi e profitti dorati, legati al mercato finanziario spagnolo ed europeo, per subordinarsi all'indipendenza. Il governo spagnolo, per incoraggiare il processo, ha disposto condizioni agevolate per il rapido trasferimento dalla Catalogna alla Spagna di tutte le imprese che lo desiderano. L'obiettivo politico è evidente: spaventare la popolazione catalana, innanzitutto la piccola borghesia legata al risparmio, con lo spettro del collasso economico e della rovina. Non a caso, nelle stesse ore, i partiti dominanti di Spagna, a partire dal postfranchista PP di Rajoy, annunciano manifestazioni in Catalogna contro l'indipendenza. È il tentativo di aprire un fronte interno alla Catalogna, accerchiando il movimento indipendentista.


LE CONTRADDIZIONI DEL NAZIONALISMO BORGHESE CATALANO

In questa situazione la direzione politica del movimento indipendentista, di natura nazionalista borghese, rivela tutta la sua inadeguatezza.

Dopo la vittoria del primo ottobre, il governo della Generalitat si è di fatto eclissato. Lunghi interminabili giorni di attesa prima di proclamare formalmente persino il risultato del referendum. Invocazione di una improbabile mediazione istituzionale a livello europeo, immediatamente respinta. Rilancio di una proposta di dialogo istituzionale con quello stesso governo di Madrid che ha scagliato la Guardia Civil contro il diritto di voto, naturalmente senza alcun esito. Nessuna iniziativa sul fronte economico di fronte alla fuga di banche e imprese. In pratica, il nulla. Mentre il padre putativo di Convergencia Democratica (il principale partito di governo in Catalogna) dichiara candidamente al Financial Times che «la Catalogna non è ancora pronta per l'indipendenza», il portavoce del presidente Carles Puigdemont afferma che per la dichiarazione d'indipendenza... «c'è tempo», un settore dei Mossos in via di pentimento chiede il passaggio alla polizia di Spagna.

La verità è che il nazionalismo borghese catalano si è spaventato del proprio coraggio. Non è un caso. Di fronte alla minaccia di Madrid e soprattutto al panico della borghesia catalana, il nazionalismo borghese catalano rivela semplicemente la propria natura e ne è prigioniero. A tutto vantaggio dell'imperialismo spagnolo.


PER LA REPUBBLICA SOCIALISTA DI CATALOGNA

Solo la classe lavoratrice catalana e la gioventù di Catalogna possono prendere in mano e portare sino in fondo la battaglia democratica dell'indipendenza. Ma solo rompendo col nazionalismo borghese catalano. Solo riconducendo la rivendicazione dell'indipendenza alla prospettiva anticapitalista e socialista.

Immediata proclamazione della Repubblica di Catalogna, rispettando la volontà del popolo. Nazionalizzazione delle banche catalane, senza indennizzo per i grandi azionisti, a protezione dei piccoli risparmiatori. Requisizione delle imprese che spostano altrove la loro sede legale, ponendole sotto il controllo dei lavoratori. Appello alla classe lavoratrice spagnola per una lotta unitaria contro il governo di Rajoy, sulla base di un comune programma di mobilitazione sociale. Organizzazione di massa dell'autodifesa della Catalogna contro le minacce di Madrid. Sviluppo di strutture di autorganizzazione democratica di massa nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei quartieri, e loro progressivo coordinamento e centralizzazione.
È la costruzione di un altro potere, contrapposto allo Stato spagnolo, basato su un'altra classe sociale. È la soluzione della Repubblica socialista della Catalogna, nella prospettiva storica degli Stati uniti socialisti d'Europa.

Solo la mobilitazione per questa prospettiva, solo questi metodi di lotta, sono oggi in grado di fronteggiare la minaccia che grava sulla Catalogna e di garantire il rispetto del referendum del primo ottobre. Fuori da questa prospettiva c'è solo il serio rischio di una disfatta.


PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA IN CATALOGNA E IN SPAGNA

Di certo questa prospettiva richiede una svolta radicale della sinistra catalana e spagnola.
La subordinazione della CUP al nazionalismo borghese catalano e al suo governo, nel nome del fronte popolare indipendentista, non solo le impedisce ogni ruolo alternativo di direzione, ma la corresponsabilizza ad una linea disastrosa.
Le pietose manifestazioni di Podemos, Izquierda Unida, Ada Colau, a favore del “dialogo” e della “pace” tra Barcellona e Madrid, in dichiarata contrapposizione alla proclamazione unilaterale della Repubblica catalana, sono qualcosa di molto più grave: un tradimento della rivoluzione catalana, un aiuto prezioso alla controrivoluzione spagnola. Il fatto che abbiano la benedizione di Sinistra Italiana e del PRC, assieme naturalmente al plauso del Manifesto, dimostra una volta di più la natura subalterna della sinistra riformista, che per la propria subalternità al capitalismo volta le spalle persino alla rivendicazione della Repubblica.

Organizzazioni rivoluzionarie come Izquierda Anticapitalista Revolucionaria e Corriente Revolucionaria de Trabajadores stanno difendendo in Spagna e Catalogna la prospettiva classista e rivoluzionaria. Lo sviluppo della sinistra rivoluzionaria in Catalogna e Spagna, il suo radicamento di massa, la sua organizzazione, sono l'unica via per una egemonia di classe alternativa nel movimento indipendentista catalano e nel movimento operaio spagnolo.

Partito Comunista dei Lavoratori