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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Il vento di Gran Bretagna

 


Il culto della monarchia e gli scioperi operai

20 Settembre 2022

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«Il re conquista tutti: si lascia baciare dai sudditi». Così un commosso Gianni Riotta, giornalista di punta di Repubblica, ha descritto l'incedere regale di Carlo III tra ali di folla osannante (10 settembre). La descrizione di un fatto? Piuttosto una sua rappresentazione incantata, quella che domina la narrazione nazionalpopolare a reti unificate attorno alla morte della regina e alla sua successione.

Ogni principio di realtà scolora nell'immaginario della leggenda.

La realtà è quella di una casta monarchica plurisecolare, segnata dal lusso di corte, dal parassitismo sociale più ostentato, dalle risse familiari esibite o taciute, dal passaggio ereditario di 15 miliardi di sterline come patrimonio intoccabile della famiglia. Segnata dal lascito di sangue e di orrori che ha percorso la storia dell'impero britannico alle più diverse latitudini del mondo, in Africa, in Asia e ovunque.

La leggenda è quella di una monarchia amica del popolo, al servizio del popolo, al di sopra delle diatribe politiche. Non una parola, per stare alla storia recente, sulla repressione della nazione irlandese, sul plauso fornito alla cavalleria della Thatcher contro i minatori, sulla guerra coloniale per le isole Malvinas, su tutto ciò che la monarchia britannica ha difeso e coperto a tutela della propria borghesia.

Perché la celebrazione di un'icona trascende volutamente la dimensione terrena. Il decesso della regina e l'avvento del nuovo re assurgono piuttosto a una dimensione mistica, al di là del tempo e dello spazio.
“Dio salvi la regina”, “Dio salvi il re” dipingono il re e la regina come emissari della volontà divina, secondo la tradizione dell'assolutismo. È la celebrazione dell'autorità terrena come appendice di un'autorità superiore, dunque sottratta per definizione alla volontà del popolo, ridotto a massa anonima i sudditi. Magari plaudenti, ma sudditi.

«La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re, non si rende conto che in realtà è il re che è Re perché essi sono sudditi» scriveva con parole magnifiche Karl Marx. Nulla di più appropriato, e non solo per la Gran Bretagna.

Se non che i guai cominciano quando la sudditanza si mescola a sentimenti nuovi. Nella Gran Bretagna di questi giorni non c'è solo la commozione per la regina. Ci sono anche gli scioperi operai contro il carovita, per forti aumenti salariali. Portuali, camionisti, ferrovieri, lavoratori dei trasporti cittadini, operai di Amazon, insegnanti, infermieri, postini, impiegati di banca... Decine di migliaia di lavoratori e di lavoratrici hanno incrociato le braccia come non avveniva da mezzo secolo. Non sappiamo quanti di loro hanno versato lacrime per Elisabetta. Sappiamo che tutti sfidano il nuovo governo thatcheriano di Miss Truss.

La borghesia inglese ha campato a lungo sull'effetto traumatico della sconfitta del grande sciopero del 1984-'85 nelle miniere. Ma la generazione demoralizzata da quell'evento è ormai per lo più in pensione. E si affaccia una generazione nuova nel lavoro salariato, che non sembra disposta a portare la croce troppo a lungo. Darle una coscienza politica anticapitalista, ed anche di conseguenza antimonarchica, è il compito dei marxisti rivoluzionari in Gran Bretagna.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'autunno caldo negli USA

 


L'ascesa delle lotte salariali nel cuore del capitalismo mondiale

«Un'ondata di scioperi agita l'autunno degli Stati Uniti» titola il quotidiano di Confindustria (14 settembre). È una preoccupazione fondata.

Per la prima volta i ferrovieri americani minacciano uno sciopero generale continuativo per forti aumenti salariali. Biden è costretto ad attivare un piano d'emergenza antisciopero per garantire il traffico di uomini e merci. I tre ministeri di Trasporti, Energia, Agricoltura sono mobilitati contro lo sciopero. Il governo ha denunciato lo sciopero come «un esito inaccettabile» offrendo un aumento salariale del 24% in cinque anni. Ma le unions hanno respinto l'offerta a fronte dei profitti record delle compagnie. Il braccio di ferro è appena iniziato. Uno sciopero dei ferrovieri costerebbe al governo due miliardi di dollari al giorno.

Il punto è che non si tratta solo dei ferrovieri. Dopo gli anni della pandemia si leva tra i salariati americani una reazione liberatoria. Migliaia di infermieri in Minnesota stanno picchettando i centri sanitari con tre giorni di sciopero continuativo. La vittoria sindacale riportata in Pennsylvania in tredici case di riposo ha contagiato il settore della sanità. Le rivendicazioni sono aumenti salariali, nuove assunzioni, rifiuto di turni di lavoro massacranti. Parallelamente scioperano gli insegnanti, da Seattle all'Ohio, per aumenti di paga, ritardando di cinque giorni l'inizio dell'anno scolastico per cinquantamila studenti. Protestano gli operai dell'auto nel Midwest, mentre in Indiana lo sciopero in un impianto Stellantis ha costretto gli azionisti a fare concessioni salariali.

Cresce ovunque la domanda di sindacato. Le unions americane hanno conosciuto una crisi profonda negli ultimi decenni, con un netto calo delle iscrizioni. Il tasso di iscrizione è basso: il 6% nel settore privato e il 10% nel settore pubblico. Ma ora sembra prodursi un'inversione di segno. Da gennaio sono aumentate del 58% le richieste del National Labor Relations Board alle autorità federali di tenere e certificare elezioni per l'ingresso di sindacati in azienda. I sondaggi Gallup parlano di un consenso del 71% per il sindacato, record dal 1965. Le agitazioni sindacali si sono moltiplicate in tutto il paese, anche in settori meno tradizionali: in Amazon, Apple, nelle caffetterie Starbucks.

La ripresa capitalista ha favorito le lotte, rafforzando il peso negoziale degli scioperanti. Le disuguaglianze sociali accresciute diventano ragione di scandalo e suscitano reazioni. Biden è in difficoltà sul nuovo fronte. Si era presentato come amico dei sindacati, a differenza di Trump, ma ora i lavoratori battono cassa e le burocrazie sindacali debbono assecondarli in parte per preservarne il controllo.

Mentre le sinistre italiane oscillano tra sovranismi nazionali e cittadinanze progressiste, noi abbiamo la nostra patria fra i salariati americani, britannici, francesi che stanno alzando la testa. E assumiamo le loro lotte come esempio per i proletari italiani. Il bisogno di un'Internazionale anticapitalista non è mai stata tanto attuale quanto oggi.

Partito Comunista dei Lavoratori

FedEx-TNT: dieci anni di resistenza contro la ristrutturazione aziendale

 


La vertenza della FedEx-Tnt di Piacenza ha profonde radici e si sviluppa lungo un decennio di ristrutturazioni aziendali.


Negli anni 2012-2013, dopo il fallimento del progetto di acquisto da parte di UPS, respinto dall’Autorità antitrust, TNT comunica 4000 licenziamenti (2/3 in Europa, 854 in Italia su circa 3000, tra corrieri e impiegati). Il piano aziendale prevede la chiusura di 24 filiali su 103, per fare confluire le attività operative delle filiali più piccole in quelle di dimensioni maggiori.

Negli stessi anni, a partire dal 2011, nel magazzino TNT di Piacenza si sviluppano le prime lotte dei circa 300 facchini sostenuti dal SI COBAS (allora in costruzione), lotte contro buste paga fittizie di pochi euro e contro la valanga di lavoro nero e di evasione fiscale e retributiva che allargava i profitti di TNT e delle cooperative degli appalti e subappalti di cui il colosso olandese si serviva per ridurre i costi. Una vertenza dura, in cui i soggetti padronali hanno dispiegato tutta la loro capacità repressiva licenziando i facchini in lotta, ma comunque conclusa positivamente con la vittoria dei lavoratori, reintegrati con l’applicazione del contratto nazionale di categoria.

In seguito all’annuncio della ristrutturazione del 2012-13 si attivano mobilitazioni con blocchi e scioperi in tutta la filiera italiana. La ristrutturazione viene gestita dalle sigle confederali, dopo una fase di mobilitazione, con un accordo di cassa in deroga e uscite (cosiddette) volontarie incentivate e trasferimenti. Misure che hanno diviso i lavoratori e cancellato la possibilità di una lotta generalizzata.

Nel 2014, come parte integrante della ristrutturazione e degli esuberi vengono firmati dalle sigle confederali i primi accordi per l’internalizzazione delle attività di magazzino, che oltre a fissare diverse deroghe al contratto nazionale (particolarmente su flessibilità oraria, inquadramenti e mansioni) mettono in competizione lavoratori diretti e indiretti.

Il 7 aprile 2015 TNT (54 mila dipendenti) viene comprata (ma la fusione sarà effettiva l’anno successivo) per 4,4 miliardi di euro dal gruppo statunitense FedEx (220 mila dipendenti), che con l’acquisto della multinazionale olandese si espande nel mercato europeo, in una fase di crescita dell’e-commerce, che orienta la strategia aziendale della fusione dei due gruppi, e in competizione con il colosso Amazon che lancia investimenti nelle attività di trasporto e consegna. Fa parte dell’operazione l’investimento nel polo logistico di Malpensa (terzo hub europeo, dopo Colonia e Parigi) funzionale alla ottimizzazione della rete dei trasporti via aria (FedEx detiene la più grande rete di spedizioni via aerea) e via terra (TNT, specializzata nel trasporto su gomma, ha 550 depositi e 19 hub che connettono nel network europeo più di 40 paesi). L’obiettivo di FedEx, attraverso l’hub di Malpensa e l’investimento in Italia, non è solo il mercato europeo, ma anche quelli del Medio Oriente, dell’India e dell’Africa.
TNT annuncia in Italia ulteriori 239 esuberi (su 2613 addetti) nel settore amministrativo e in quello delle vendite. Tagli gestiti con ulteriore cassa in deroga e mobilità, senza che questo porti all’opportuna unificazione della vertenza tra personale diretto e addetti esternalizzati.

Nel maggio 2018, dopo avere chiuso l’ultimo trimestre 2017 con un utile di 755 milioni di dollari, FedEx (che ha in Italia 1143 dipendenti diretti, 750 nelle 34 stazioni operative, di cui 485 corrieri) comunica il licenziamento di 315 lavoratori (quasi tutti corrieri), TNT (2500 dipendenti - per 93 stabilimenti tra magazzini e hub – più 4350 addetti che lavorano per conto delle società appaltatrici - 2650 addetti al trasporto e 1700 addetti al facchinaggio) di 46 dipendenti, oltre a 115 trasferimenti complessivi, quasi tutti di impiegate, che nascondono, per la distanza del trasferimento, altrettanti licenziamenti.

La ristrutturazione prevede il modello della terziarizzazione seguita da TNT, con l’esternalizzazione delle attività di FedEx in favore di TNT e la chiusura di 24 stazioni FedEx (e il conseguente licenziamento degli addetti alla gestione di ritiri e consegne e degli impiegati) e la chiusura di due piattaforme di TNT, con la concentrazione delle attività commerciali in quattro centri.

Dopo una serie di scioperi organizzati tra maggio e giugno dai sindacati confederali la vertenza si conclude amaramente con esodi “volontari” e 208 ricollocazioni a condizioni peggiorative.

Nel corso di questi anni di ristrutturazione, si sono succeduti in diversi magazzini affidati a cooperative e società terze, alcuni cicli di lotte organizzate in particolare dal SI COBAS, in una situazione di illegalità diffusa e di condizioni lavorative al limite della schiavitù, per l’applicazione del contratto nazionale e per la contrattazione aziendale, per le tutele in cambio di appalto, e una serie di vertenze per i rinnovi del contratto nazionale dell’autotrasporto merci e logistica.

Nel maggio del 2020 nell’hub di Peschiera Borromeo (Milano) si è svolta la durissima vertenza sostenuta dal SI COBAS per i 66 lavoratori interinali lasciati a casa dalla FedEx TNT con la disdetta di un accordo che prevedeva la loro assunzione, nello stesso periodo in cui l’emergenza sanitaria ha sospinto anche nella logistica una campagna di astensione dal lavoro come autodifesa operaia, organizzata dallo stesso sindacato.

Un attacco repressivo sferrato a furia di cariche e pestaggi con la collaborazione di tutte le forze di polizia, Digos, carabinieri. Nello sciopero, allargato alla filiera, le mani dello Stato e del padronato cercano di avere la meglio sulla resistenza operaia, organizzata contro la riorganizzazione della filiera e la disdetta degli accordi sindacali finalizzata ad abbassare il costo della forza-lavoro.

Nel gennaio 2021 FedEx-TNT (che intanto nell’agosto del 2020 era uscita da Fedit – l’associazione padronale intestataria della contrattazione – per entrare in Assolombarda) avvia un’altra fase di pesante ristrutturazione di tutto l’assetto aziendale, che prevede in Europa un taglio di 6300 addetti (di cui 650 in Italia). Il 18 gennaio comincia lo sciopero nella filiera italiana organizzato dal SI COBAS (oltre a Piacenza, Milano, Bologna, Parma, Piacenza, Roma, Fidenza, Modena e Napoli), mentre in Belgio scioperano i lavoratori dell’hub dell’aeroporto di Liegi, dove sono previsti 671 licenziamenti su 1800 dipendenti.

Dal 28 gennaio i lavoratori FedEx-TNT del magazzino di Piacenza scioperano contro i licenziamenti annunciati, per i protocolli di prevenzione e per il premio di risultato, una conquista che l’azienda non ha più riconosciuto.
Una nuova ondata di repressione si scatena contro i lavoratori e contro il SI COBAS, con cariche e uso di gas lacrimogeni e con diversi procedimenti penali, misure cautelari (tra i quali gli arresti domiciliari dei due coordinatori provinciali del Si COBAS, in seguito ritirati), perquisizioni domiciliari e revoche del permesso di soggiorno, che hanno suscitato un movimento di solidarietà e il moltiplicarsi di scioperi nella filiera, e – dalla parte opposta – favorito la serrata messa a punto da FedEx-TNT, che comincia a svuotare il magazzino.

A fine marzo FedEx-Tnt aggiorna il piano di ristrutturazione, inserendo l’assunzione diretta di 800 lavoratori addetti al servizio di smistamento dei pacchi negli hub nazionali di Padova, Ancona, Bari, Bologna, Fiano Romano, Firenze e Napoli Teverola, e annuncia la riorganizzazione della rete della distribuzione, che prevede il progetto di un nuovo grande hub a Novara e la chiusura dello stabilimento Le Mose di Piacenza, gestito dal consorzio Lintel e dalla società Alba, con lo spostamento delle attività sugli altri magazzini e la prospettiva del licenziamento per circa 300 lavoratori.

Proseguono i blocchi e i picchetti organizzati dal SI COBAS in diversi magazzini della filiera italiana. A Piacenza, Peschiera Borromeo e San Giuliano milanese, sotto il fuoco della repressione delle forze dell’ordine statale e borghese e delle guardie private padronali, assoldate tra l’estrema destra locale.

Di fronte a questo piano di ristrutturazione aziendale i sindacati confederali non oppongono ostacoli e avallano la brutale repressione in atto. Addirittura la FILT CGIL esercita il suo ruolo concertativo con FedEx-TNT contro la conflittualità e la resistenza organizzata degli addetti del magazzino di Piacenza, rendendosi complice dello smistamento dei carichi verso altri hub attraverso la gestione concordata delle attività dei corrieri (anch’essi dipendenti di una società appaltatrice, la VI Express) e mettendo in contrapposizione i lavoratori tra loro, nei picchetti di fronte al magazzino come in presidio e in udienza in prefettura. Una condotta che in questi ultimi giorni è stata opportunamente contestata e denunciata da un gruppo di una trentina di iscritti e iscritte alla CGIL di Piacenza con una lettera pubblica che si pronuncia contro la criminalizzazione del conflitto sociale e indica la necessità del superamento della contrapposizione tra lavoratori e tra sigle sindacali.

A Padova e a Bologna, insieme ai sindacati di categoria di CISL e UIL, la FILT CGIL sigla con FedEx-TNT, come previsto dal piano di ristrutturazione aziendale, incentivi all’esodo e due accordi di internalizzazione, contestati per una serie di pesanti clausole (conciliazioni tombali, verifiche sul casellario giudiziale, selezioni) e di elementi peggiorativi che conterrebbero all’interno. Nonostante nei due magazzini la rappresentanza sia fuori da ogni dubbio di ADL e Si COBAS, quindi contro il diritto dei lavoratori e delle lavoratrici di scegliere il proprio sindacato e di gestire e mantenere il controllo democratico della vertenza.

Mentre ai lavoratori di Piacenza, tenacemente in lotta, viene indegnamente offerto dalla società Alba (dietro la quale si nasconde la committente FedEx-TNT) di essere ricollocati altrove attraverso l’agenzia interinale che dal 2013 collabora con FedEx-TNT nelle ristrutturazioni, perdendo il posto di lavoro e insieme tutte le tutele e i diritti conquistati.

In questa fase della ristrutturazione aziendale di FedEx-TNT la FILT CGIL sta svolgendo un ruolo complice e collaterale al padronato in virtù del riconoscimento che detiene a prescindere dalla rappresentanza nei luoghi di lavoro e in contrapposizione al radicamento del sindacalismo conflittuale e alle lotte di resistenza che si stanno dispiegando nella filiera, avallando il piano padronale di riduzione del costo della forza-lavoro e di controllo degli stabilimenti. L’ultima fase di un piano padronale ormai decennale, che non è stato purtroppo affrontato negli anni con la necessaria unità tra lavoratori e lavoratrici, divisi tra comparti e sigle sindacali.

Contro il tradimento e la collaborazione di classe della burocrazia sindacale, in questo caso e in generale, è necessario rivolgersi all’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici (o al più ampio fronte possibile) per una ricomposizione di massa del sindacato di classe, contro ogni feticismo di organizzazione, sviluppando comitati di lotta, forme di coordinamento (tra delegati/e, settori, comparti, ecc.) e di autorganizzazione elette democraticamente, di cui le organizzazioni sindacali devono farsi sostenitrici. Senza questa prospettiva, e in assenza di una dinamica di massa, le legittime iniziative di denuncia e di protesta organizzate dal SI Cobas rischiano oggettivamente di circoscrivere la rabbia operaia in una logica identitaria e autocentrata, senza riuscire a rivolgersi alla massa dei lavoratori e delle lavoratrici per una direzione alternativa, autonoma e di classe del movimento sindacale.

Nelle ultime settimane diversi sono stati i momenti di condivisione di iniziative di lotta di fronte al Ministero dello Sviluppo Economico e al Ministero del Lavoro, nelle piazze della capitale e nelle diverse piazze del 1° maggio, che hanno visto riuniti lavoratori e lavoratrici impegnati in diverse importanti vertenze, tra le quali Alitalia, FedEx-TNT, Texprint, Arcelor Mittal, FCA, e lavoratori dello spettacolo, della scuola, portuali, rider, e lavoratori e lavoratrici disoccupate.

In prospettiva la sfida che aspetta l’esemplare lotta della FedEx-TNT e tutte le lotte e centinaia di vertenze disseminate sul territorio nazionale (che vanno collegate internazionalmente) è l’organizzazione di una risposta unitaria all’attacco repressivo messo in atto dal padronato e dall’apparato statale, e la costruzione di una mobilitazione generale prolungata, contro lo sblocco dei licenziamenti e il progetto di ristrutturazione capitalistica del governo Draghi. Una mobilitazione che ricomponga tutti i segmenti di una classe lavoratrice frammentata e disorientata – per principale responsabilità della direzione delle burocrazie sindacali confederali – attorno a un programma di lotta elaborato e definito democraticamente, a partire dai luoghi di lavoro fino alla condivisione e discussione in organismi eletti che decidano tempi e forme di lotta. Un fronte unico di classe e di massa per una vertenza generale che miri a sollevare milioni di salariati contro le condizioni di impoverimento dettate dalla gestione capitalistica della crisi e contro l’oppressione e le catene dell’attuale ordine sociale ed economico.

Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Draghi, i padroni e gli operai

 


Il governo avanza, Landini parla. Dai lavoratori Amazon un buon segnale di lotta

23 Marzo 2021

Il governo Draghi si mette al passo delle richieste padronali.
Industria ed edilizia potranno licenziare a partire dal 30 giugno. In realtà non hanno mai smesso, grazie alle numerose eccezioni previste dal blocco e alla moltiplicazione dei licenziamenti disciplinari, che nell'anno trascorso hanno conosciuto un incremento superiore al 30%. Ma certo lo sblocco determinerà un salto dell'attacco alla occupazione. La logica dichiarata del provvedimento è consentire le ristrutturazioni aziendali. Saranno interessati centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici a tempo indeterminato, anche nei settori che hanno fatto profitti durante la pandemia: farmaceutica, buona parte dell'alimentare, ma anche industria pesante.
Parallelamente i padroni avranno la possibilità di prorogare i contratti a termine senza causale sino alla fine dell'anno. Naturalmente potranno continuare a cancellarli a loro piacimento, come hanno fatto per un anno intero con 700000 precari usa e getta. Ma se hanno intenzione e interesse a preservarli, potranno farlo per tutto il 2021 senza fornire motivazione. Il lavoro a termine senza diritti, a esclusiva tutela dei profitti, proprio come chiedeva Confindustria: occorreva il ministro del lavoro della “sinistra” interna al PD, Orlando, per confezionare il regalo.

Ora Maurizio Landini dichiara a Repubblica che i lavoratori vanno vaccinati, non licenziati. Ma non intraprende alcuna iniziativa di mobilitazione. Del resto la burocrazia sindacale è appena reduce da una cena di riconciliazione a casa Brunetta, che ha sfornato per la Pubblica Amministrazione un accordo quadro imperniato sui premi di produttività, con la miseria di pochi euro di aumento. La stessa cifra, occhio e croce, contro cui CGIL, CISL e UIL avevano scioperato definendola umiliante viene ora acclamata come risultato importante. Miracoli del governo Draghi, un governo che Landini ha pubblicamente esaltato sin dal suo sorgere allineandosi all'opinione padronale. L'unica vera preoccupazione dei dirigenti sindacali è che l'unità nazionale che sorregge il governo abbia un baricentro negoziale tutto interno alla maggioranza, tale da chiudere lo spazio di riconoscimento della burocrazia.

Un fatto nuovo oggi viene dal basso: molti lavoratori e lavoratrici hanno scioperato ieri negli stabilimenti Amazon. Tanti giovani, anche ai picchetti e ai presidi. Contro ritmi di lavoro massacranti per schiena e gambe, comandati da algoritmi, sorvegliati da capi e capetti sguinzagliati dal padrone in un clima di intimidazione e intolleranza. Nelle volontà dei vertici sindacali del settore si tratta di uno sciopero una tantum, che forse non sarebbe stato neppure indetto senza l'importante dinamica di conflittualità che ha attraversato un settore significativo della logistica per iniziativa del SICobas, e che per questo ha subito una repressione giudiziaria odiosa. Ma la valenza di uno sciopero non sta solo nella funzione che gli assegnano i burocrati, ma anche nel significato che gli attribuiscono gli scioperanti. Sicuramente un settore importante di lavoratori Amazon quest'oggi ha espresso attraverso lo sciopero la volontà di cambiare la propria condizione e di alzare la testa. In Amazon è la prima volta che accade, e non si tratta certo di un'azienda marginale. Il fatto che i lavoratori Amazon dell'Alabama, in USA, al piede di partenza della propria sindacalizzazione, abbiano solidarizzato con lo sciopero italiano è un buon segno. La lotta di classe è una vecchia talpa che può aprirsi un varco ovunque c'è sfruttamento.

Unire la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici, al di là delle appartenenze sindacali e dei confini nazionali, è funzione e responsabilità delle avanguardie. Tanto più se comuniste, internazionaliste, rivoluzionarie.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sosteniamo la lotta dei lavoratori Amazon

 


Contro il capitale della schiavitù moderna: sciopero!

Pubblichiamo il testo del volantino che come PCL stiamo disribuendo ai presidi previsti per lo sciopero di Amazon

I lavoratori e le lavoratrici di Amazon, che nel nostro paese in tutta la filiera – tra personale diretto e in appalto - sono più di 40 mila, lunedì 22 marzo finalmente incrociano le braccia. La protesta è stata indetta, seppur tardivamente, dai sindacati confederali dei trasporti FILT CGIL, FIT CISL e UILT.


Nel settore della logistica i livelli di supersfruttamento non conoscono limiti e la repressione che si sta scaricando contro chi sta alzando la testa è da contrastare con la massima unità di tutto il movimento operaio. La vertenza di questi ultimi mesi della Fedex TNT di Piacenza, dove sono state colpite le lotte dei lavoratori con denunce, fogli di via, ritiro dei permessi di soggiorno e l’arresto dei due coordinatori territoriali del Si Cobas, è un esempio lampante di questo grave scenario.

In Amazon le lotte non sono mancate, dal 2017 a Piacenza al 2019, anche a livello internazionale, con gli scioperi in occasione del Black Friday. Nonostante il livello di sindacalizzazione in Amazon sia generalmente ancora basso, ci sono sviluppi positivi. Proprio in questi giorni si sta organizzando la sindacalizzazione di Amazon in Alabama, tenendo testa all’ostilità aziendale che non vuole riconoscerne il diritto perché teme evidentemente la forza dell’unità tra lavoratori e lavoratrici.

Mentre il fatturato di Amazon in Italia nel pieno della pandemia è aumentato del 30%, il livello di sfruttamento dei lavoratori e le condizioni generali di lavoro sono peggiorate. Le richieste sindacali di riduzione dei carichi e dell’orario di lavoro, dell’inserimento della clausola sociale per garantire continuità occupazionale, della stabilizzazione dei tempi determinati e dei lavoratori interinali e del rispetto delle norme su salute e sicurezza sono completamente ignorate, mentre le associazioni padronali rincarano la dose ponendo sul tavolo del rinnovo del CCNL della logistica richieste irricevibili come l’aumento dell’orario di lavoro fino a 44 ore per 6 giorni settimana, 26 domeniche lavorative, festività lavorative obbligatorie, la cancellazione dei primi 3 giorni di malattia, il controllo dei lavoratori con GPS e telecamere, l’aumento dei contratti precari e la limitazione del diritto di sciopero.

È evidente che per affrontare questa situazione non basta una lotta a livello aziendale, ma si impone la necessità del più ampio fronte delle lavoratrici e dei lavoratori - a partire da uno sciopero di tutto il settore della logistica che unisca i lavoratori e le lavoratrici senza divisioni tra sigle sindacali - per uno sciopero generale di tutte le categorie di lavoratori contro gli sfruttatori nazionali e internazionali e contro i governi che li sostengono. Che non si fermi alle solo giuste richieste di carattere sindacale, ma che si ponga su un terreno di lotta e di scontro contro il sistema che genera queste barbarie, anche sul terreno dell’unità dei lavoratori sul piano internazionale, quanto più internazionale è il capitale dello sfruttamento!

• Unificare tutte le vertenze e le lotte frammentate, a livello nazionale e internazionale!

• Sciopero generale ad oltranza, con la costituzione di casse di resistenza per sostenerlo!

• Pieno rispetto dei diritti sindacali. Via le leggi di precarizzazione del lavoro, a pari lavoro pari diritti!

• Blocco dei licenziamenti! Occupazione delle aziende che licenziano, e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori!

• Riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga: 30 ore pagate 40!

• Massima tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori!

Contro i capitalisti nazionali e internazionali e contro i loro governi va contrapposta l’unità di lotta della classe lavoratrice. Al fronte unico del capitale va contrapposto il fronte unico del lavoro!

Partito Comunista dei Lavoratori

AMAZON:Ipersfruttamento, controllo pervasivo, precarietà e ricatto


L'azienda multinazionale agisce con i pieni poteri concessi dal JobsAct nella giungla del libero mercato.


E' ormai noto a tutti coloro che non vogliono chiudere gli occhi davanti all'evidenza cosa significhi lavorare nei settori della logistica e affini nell'era della precarietà assoluta, dello smantellamento dei diritti sindacali, del logoramento delle condizioni salariali, dell'aumento dei carichi di lavoro accompagnato dai tagli al personale e dall'aumento della disoccupazione, del sindacalismo addomesticato e neutralizzato a semplice gestore del malcontento nei processi di aggressione frontale da parte di padronato e amministrazioni.

Turni massacranti e ritmi alienanti e pericolosi per la salute; continue pressioni ad uscire al di fuori dell'orario di lavoro ordinario per sopperire ad una organica e voluta carenza di personale per poter aumentare le quote di profitto estrapolate dal lavoro dei dipendenti; precarietà in crescita che aumenta masse di lavoratori ricattabili a cui è possibile chiedere ogni tipo di prestazione extra e, perchè no, illegittima, non retribuita o in nero; controllo pervasivo dei movimenti, dei ritmi, dei minimi errori, del livello di produttività e degli obiettivi senza la minima considerazione delle variabili umane (stanchezza, malattia, genitorialità, distrazione, fatica etc); pause negate e criminalizzate.

Così, da varie inchieste, emergono dati sconcertanti: turni fino a 55 ore settimanali e fino a 10 ore consecutive; dai 6 ai 9 secondi per imballaggio a disposizione per raggiungere obiettivi di 300 articoli all'ora, non più di 30 secondi per l'impacchettamento; lavorazioni a cottimo che possono portare il pagamento a 8 centesimi a "pezzo"; ritorsioni, sanzioni disciplinari e mobbing contro chi non garantisce piena disponibilità ad ogni tipo di pressione o richiesta.

A documentare questi dati sono le testate giornalistiche più importanti, alcune sicuramente interessate a colpire un concorrente dei propri finanziatori, semplicemente perchè questi ultimi vorrebbero poter accedere e raggiungere lo stesso livello di aggressione, temendo però l'eccessiva spudoratezza del nuovo magnate del settore. Le inchieste perciò arrivano dal NewYorkTimes, dal Mirror, dal Guardian, da Linkiesta, da LaStampa, dall'Espresso etc.

L'altro dato, non meno importante, riguarda le relazioni sindacali. L'azienda regolarmente rifiuta, nega o rimanda gli incontri con i sindacati, anche i concertativi ed "affidabili" CGIL-CISL-UIL, tentando di delegittimare lo strumento della contrattazione collettiva e del confronto con i lavoratori in quanto classe, ricercando il diretto contatto e "dialogo" con il singolo lavoratore, per "accoglierne" le esigenze riconducendole e corregendole entro la logica aziendale, per farlo ragionare su quanto i disegni siano più grandi e di come la grande famiglia possa sopravvivere solo con i sacrifici e gli sforzi di tutti. Poco importa se questi "sforzi" ricadano esclusivamente su lavoratori da 1.000 euro netti al mese, i benefici si concentrano tutti nel patrimonio di Jeff Bezos che si stima tra i 105 (stima Bloomberg) e i 125 (Stima Forbes) miliardi di dollari.

Tutto ciò non è nulla di nuovo, e non è nemmeno patrimonio esclusivo di Amazon e del patron Jeff Bezos, che su questo impero di sfruttamento di avanguardia si è costruito il patrimonio e la ricchezza che lo ha portato al primo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo. Condizioni e tendenze simili, in alcuni casi anche peggiori, sono registrabili in tutte le aziende di logistica in cui la giungla delle cooperative rende il tutto anche più intricato e continuamente spinto oltre ogni parvenza di distinzione tra legalità e illegalità, con vere e proprie truffe ai danni dei lavoratori e della previdenza pubblica. E' così quindi in TNT, DHL, BRT, SDA, FedEx, FERCAM etc. Lo sta diventando anche nella più grande azienda italiana, al momento ancora sotto controllo pubblico, il Gruppo PosteItaliane (proprietario al 100%, peraltro, di SDA).

Ora sconcerta l'ultima grande invenzione e brevetto che in casa Amazon vogliono far proprio: il braccialetto per il controllo dei movimenti, dei ritmi e delle azioni del dipendente, un braccialetto che possa inviare anche vibrazioni e messaggi al lavoratore non appena commetta un errore o faccia qualcosa di non permesso dall'azienda. Insomma si passa dal lavoro schiavizzato al lavoro del controllo pervasivo e totalitario, la robotizzazione dell'essere umano trasformato in un carcerato controllato sul lavoro e, perchè no, attraverso social e tecnologie, nel privato (non sono rari i casi di regolamenti interni aziendali in cui si avvertono i dipendenti di sanzioni in caso di diffusione di informazioni o commenti che possano danneggiare l'immagine dell'azienda sui social – per cui non solo non è possibile scioperare e sindacalizzarsi ma addirittura nemmeno lamentarsi delle condizioni di lavoro).

l' ipocrisia peggiore si registra nel coro dei vari esponenti dei partiti confindustriali e padronali, nella maggior parte dei casi gli stessi che si sono fatti promotori e sostenitori di politiche e decreti sul lavoro che hanno incentivato e permesso tutto questo, dando mano libera e carta bianca alla costante tendenza del mercato e dei capitali di schiacciare e schiavizzare il mondo del lavoro per poter estrapolare quote sempre maggiori di profitto e sfruttamento. A partire proprio dagli esponenti del Partito Democratico il cui Jobs Act, assieme al decreto Poletti, ha aperto alla totale precarizzazione del lavoro trasformando in precario anche il contratto a tempo indeterminato grazie alle "tutele crescenti", ha cancellato la possibilità di vedere un reintegro in caso di licenziamenti illegittimi con la cancellazione dell'art.18 e ha allargato la platea di giustificazioni aziendali con cui coprire tagli e licenziamenti, prima illegittimi, rendendo quasi incontestabili legalmente gli esuberi di massa e lo scarico sui lavoratori dei rischi aziendali. Infine, proprio il JobsAct, ha aperto alla possibilità per le aziende di controllare il lavoratore a 360°, dagli spostamenti alle comunicazioni private.

Non per nulla già un primo sciopero su questo tema si registrò il 24 Marzo 2015 in Fincantieri, sciopero che coinvolse i cantieri di Muggiano (La Spezia), di Riva Trigoso e di Sestri Ponente, perchè l'azienda voleva installare dei microchip negli scarponi dei lavoratori per controllarne spostamenti e ritmi.

Non solo. Questi governi, con il consenso bipartisan, hanno neutralizzato legalmente il ruolo del sindacato relegandolo a semplice sottoscrittore delle scelte padronali, accolto ai tavoli di trattativa solo se accetta la condizione di ricoprire il ruolo ritagliato nel teatrino delle trattative per smussare alcuni angoli, far fare qualche sfogo illusorio ai propri iscritti con qualche ora di sciopero isolata e portare a compimento i progetti aziendali e governativi. Tutte le sigle che non stanno a questa logica saranno escluse aprioristicamente dai salotti delle chiacchere concertative, tutti i lavoratori che esprimono risentimento e conflittualità che possono mettere in discussione questo copione devono essere prima di tutto "ricondotti a ragione" dai sindacati e, se questo non bastasse, isolati, sanzionati o lasciati a casa.

Oggi però tutti, in campagna elettorale, si indignano ed esprimono parole di sconcerto per le condizioni di quei lavoratori e di quelle lavoratrici eppure tutti sono responsabili delle politche di aggressione al mondo del lavoro di questi ultimi 40 anni, da Liberi&Uguali fino a Fratelli d'Italia. A questi si aggiungono coloro che si sono presentati alle porte della politica come movimento "antisistema" e i cui esponenti, oggi per domani, corrono nei principali salotti e club della borghesia nazionale e internazionale ad assicurare la propria affidabilità nel guardare agli interessi del profitto, delle speculazioni e dello sfruttamento, proprio come sta dimostrando DiMaio per il Movimento5Stelle e Salvini per la LegaNord (ormai non più Nord e già ampiamente organica alle politiche di aggresione del lavoro portate avanti dai governi di Centrodestra).

Solo un programma rivoluzionario e anticapitalista può dare una prospettiva di miglioramento a questi lavoratori. Solo la prospettiva di un fronte unico di classe e di massa, che riunisca tutto il mondo dei lavoratori e delle lavoratrici contro il blocco delle borghesie e della finanza, sopra la spinta di uno sciopero generale ad oltranza, può rispondere a questi attacchi con una forza in grado di far indietreggiare la classe padronale e rilanciare la conquista di diritti e condizioni dignitose.
Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può garantire l'applicazione di misure efficaci come le nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, la riduzione dell'orario di lavoro con l'istituzione di un salario minimo garantito, la cancellazione della precarietà e della disoccupazione. Solo una Sinistra Rivoluzionaria può farsi portavoce di queste istanze, e il PCL è in prima linea nell'affermare questa necessità e nel darle concretezza programmatica in questa prossima campagna elettorale, come in ogni terreno d'intervento del nostro partito.
Partito Comunista dei Lavoratori

Per una alternativa di classe anticapitalista e socialista

Testo del volantino del PCL per il corteo contro il G7 di Torino

28 Settembre 2017
 Il G7 di Torino annuncia la retorica di un nuovo Rinascimento quale frutto della cosiddetta quarta rivoluzione industriale. L'incontro di robotica e informatica sarebbe garante della nuova era, nel nome dell'interesse generale, al di sopra delle classi e dei loro conflitti. Tutte le culture dominanti recitano questo rosario. Dal ministro Calenda al populismo reazionario grillino, che addirittura assume le nuove tecnologie come proprio marchio ideologico.

Ipocrisia pura. Una truffa per i lavoratori.


LA TRUFFA DEL “RINASCIMENTO” TECNOLOGICO

Il capitale in crisi cerca nelle nuove tecnologie un mercato di investimento e volano di rilancio. I nuovi giganteschi monopoli mondiali delle tecnologie informatiche - gli uni contro gli altri armati - e la loro proiezione massiccia nel campo dei servizi, della logistica, dell'industria (inclusa la nuova frontiera dell'auto elettrica) sono effetto e concausa di questa rincorsa. Ma non è la corsa del progresso. È la corsa di un nuovo attacco al lavoro salariato.

Le condizioni servili dei lavoratori salariati presso Amazon, Google, Facebook, con orari massacranti, assenza di diritti, vessazioni umilianti, sono l'immagine plastica di questa realtà. Come lo sono le condizioni di lavoro nella logistica: dove la concorrenza spietata per la spartizione del crescente mercato dell'e-commerce sospinge il peggiore banditismo antioperaio, mazzieri inclusi. Non sono un retaggio dell'arretratezza, sono le vesti della modernità del capitale.

Certo: robotica e informatica potrebbero liberare il lavoro dalla fatica, se poste in funzione di un'altra organizzazione della società, mirata alla soddisfazione dei bisogni. In una società capitalista mirata alla massimizzazione del profitto producono invece un effetto opposto: cancellano i posti di lavoro e moltiplicano la miseria.


NEL NOME DEL PROGRESSO UNA GREPPIA PER I CAPITALISTI

Non solo. Per finanziare gli investimenti tecnologici i capitalisti battono cassa presso i (propri) governi. Le nuove regalie di miliardi alle imprese italiane promesse dal ministro Calenda nella prossima legge di stabilità sono esemplari: super-ammortamenti, incentivi, riduzioni fiscali, a beneficio di grandi azionisti che negli anni di crisi han continuato a macinare profitti grazie al super sfruttamento del lavoro e alla speculazione finanziaria. Basta guardare al boom dei titoli azionari in Borsa.

Parallelamente, per finanziare la nuova greppia dei capitalisti, si mandano i lavoratori in pensione a 70 anni, e si tagliano gli ammortizzatori sociali. In Italia 170 aziende industriali, molte sopra i 500 dipendenti, minacciano di buttare sulla strada 200.000 lavoratori, senza più la rete di protezione di mobilità e cassa in deroga, proprio nel momento in cui intascano nel nome del progresso i miliardi promessi dal governo. Questa è la realtà del capitalismo, e non c'è rimedio.

Per di più, il mercato delle nuove tecnologie e le relative norme di regolazione, diventano terreno di scontro tra gli Stati capitalisti sul mercato mondiale, ognuno dei quali cerca di assoldare i propri salariati nella guerra patriottica contro i concorrenti. Stati Uniti e Cina si affrontano anche in questo campo senza risparmio di colpi. Gli imperialismi nazionali europei (Italia inclusa), stretti nella morsa di questi giganti, provano a reagire cercando un accordo continentale. Ma la UE resta percorsa da forti contrasti nazionali, instabilità politica, crisi manifesta dei vecchi equilibri finanziari (fiscal compact), difficoltà a individuarne di nuovi. Mentre il rilancio internazionale di protezionismi e nazionalismi apre nuove divisioni in Europa nel rapporto con USA e Cina.
Il G7 sarà solo il sipario pubblico di questo sgomitamento tra predoni sul mercato mondiale.


NÉ RIFORMISMO NÉ SOVRANISMO

È necessario costruire una alternativa a tutto questo. Senza illusioni riformiste, e senza mistificazioni sovraniste.

“Gli operai non hanno patria” vale oggi non meno che ai tempi di Marx. Operai italiani, francesi, inglesi, americani e cinesi non hanno nulla di nuovo da attendersi dai propri padroni. Hanno invece un interesse comune da difendere al di là delle frontiere. Due miliardi di salariati nel mondo (17 milioni in Italia) sono una forza enorme, la leva di un altro mondo possibile. Ma questa forza pesa se si trasforma in organizzazione e coscienza di sé, contro tutti i veleni ideologici del capitale (nazionalismo, xenofobia, interclassismo). L'arretramento della coscienza di classe è oggi profondo, per responsabilità preminente delle direzioni fallimentari della sinistra, sindacale e politica. Rimontare la china, ricostruire coscienza classista e anticapitalista, diventa un compito decisivo dell'avanguardia.


PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI

L'alternativa è anticapitalistica o non è. O rovescia la dittatura dei capitalisti, riorganizzando alla radice la società umana, in una prospettiva europea e mondiale, o si riduce a una truffa pietosa come quella di Tsipras e del governo portoghese (dove Partito Comunista Portoghese e Bloco de Izquierda capitolano a UE e NATO). Questa è la verità controcorrente da portare tra gli sfruttati: o una prospettiva di rivoluzione o la rassegnazione alla reazione.

Rovesciare la dittatura dei capitalisti significa affermare un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza. Solo la classe lavoratrice può imporre questo governo, l'unico capace di realizzare le misure straordinarie richieste dalla crisi sociale:

- La ripartizione generale del lavoro, con la riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga (a partire dalle 30 ore settimanali)
- La cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro.
- Un grande piano di nuovo lavoro in opere sociali di pubblica utilità (a partire dal risanamento ambientale) pagato dalla tassazione progressiva di grandi profitti e patrimoni.
- L'abolizione del debito pubblico verso le banche, e la loro nazionalizzazione, senza indennizzo per i grandi azionisti.
- L'esproprio delle aziende che licenziano o violano i diritti sindacali, sotto il controllo dei lavoratori.

La lotta per queste misure può unificare milioni di lavoratori, privati e pubblici, italiani e immigrati, nel Nord e nel Sud, e attorno ad essi la maggioranza della società. A sua volta la lotta per queste misure è inseparabile dalla lotta per l'unico governo capace di realizzarle.

Si tratta di portare questa programma in ogni lotta, in ogni conflitto e resistenza sociale, unificando innanzitutto attorno ad esso tutte le avanguardie che lo condividono e vogliono battersi per sostenerlo.
È la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori