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La questione del salario minimo

 


Come i partiti borghesi si contendono il consenso dei salariati in assenza di un'opposizione di classe e di massa

15 Agosto 2023

La questione sociale è al centro dell'agenda politica. Ma l'assenza di una iniziativa di massa, per responsabilità preminente della burocrazia CGIL, consente ai partiti borghesi, e persino al governo Meloni, di farne uno strumento di manovra sul terreno di pure campagne di opinione. Il tema del salario minimo è esemplare

Le opposizioni borghesi liberalprogressiste hanno promosso, com'è noto, la campagna per un salario minimo a 9 euro. Il loro scopo è evidente: cercano di far dimenticare le proprie politiche antioperaie nei lunghi anni delle proprie partecipazioni di governo e di recuperare consenso nel lavoro dipendente. È il senso del nuovo corso politico di Elly Schlein e della nuova stagione del M5S, in concorrenza spietata col PD, sotto la gestione di Conte.

La proposta di merito sul salario è minimale. I 9 euro sono al di sotto del salario minimo vigente in altri paesi imperialisti, non sono indicizzati al costo della vita, prevedono sussidi pubblici (a carico dei salariati) per i padroni che accampano difficoltà nel rispettare la soglia. Sono le ragioni per cui persino Calenda, già uomo di Monti, si intesta in prima persona l'iniziativa.
Una parte della stampa borghese plaude apertamente alla proposta nel nome del principio di mercato: i 9 euro garantirebbero i capitalisti “onesti” dalla concorrenza spuria di padroni pirata. Un'altra parte arriccia il naso, ma riconosce la nobiltà dell'intento. Il capitalismo liberalprogressista vuole mostrarsi attento alle ragioni della povertà, anche perché è preoccupato dal rischio di un'esplosione sociale. D'altro canto l'assenza di una iniziativa di massa del movimento operaio attorno a una propria piattaforma di lotta consente ai buoni sentimenti liberali uno spazio di recita senza pagare dazio. Lo spazio delle opposizioni borghesi è quello che regala loro Maurizio Landini. Il suo rifiuto per anni (oggi fortunatamente rivisto) della richiesta elementare del salario minimo nel nome della difesa della contrattazione ha lasciato la proposta ai liberali. La sua attuale accettazione da parte della CGIL avviene a rimorchio dei liberali. Una prova per paradosso di subalternità, persino nel momento di un passo avanti.

Il governo Meloni, dal canto suo, guardando i sondaggi non intende lasciare a PD e M5S la rappresentanza delle ragioni sociali. Dopo aver distrutto il reddito di cittadinanza per onorare le cambiali presso il proprio blocco padronale di riferimento (ristorazione, alberghiero, turismo), in funzione della compressione dei salari, Meloni vuole riequilibrare la propria immagine pubblica sul versante sociale. Prima con la tassa sugli extraprofitti bancari, ora con l'apertura alle opposizioni sul salario minimo. Da qui l'incontro con le opposizioni sul tema, e l'annuncio di una proposta a settembre, col coinvolgimento del CNEL di Brunetta.

Nel merito l'operazione è falsa. La memoria già depositata da CNEL in Parlamento a luglio vede la soluzione del lavoro povero nel rilancio della contrattazione decentrata, l'intervento sul welfare aziendale, la detassazione degli aumenti contrattuali, la decontribuzione per le imprese che adottano forme di partecipazione dei lavoratori agli utili (Il Sole 24 Ore, 13 agosto). Tutti classici ricorsi padronali per dividere i lavoratori, per di più a loro spese.

Ma il senso politico dell'operazione va ben al di là del merito.
In primo luogo vuole esibire un volto dialogante del governo agli occhi di quei settori dell'establishment, in passato riferimento del centrosinistra, che ora hanno fatto un'apertura di credito a Meloni nel nome del superiore interesse nazionale (il gruppo Cairo e la cordata del Corriere della Sera, su cui non a caso Meloni ha scelto di motivare la propria apertura alle opposizioni con una lettera aperta).
In secondo luogo l'operazione mira a incunearsi nelle contraddizioni interne, reali o virtuali, delle opposizioni borghesi. Il CNEL è una sede istituzionale che formalmente coinvolge le parti sociali. La linea Brunetta si sposa guarda caso con le posizioni della CISL e di Italia Viva di Renzi, che hanno depositato proposte di legge sulla partecipazione dei lavoratori agli utili. Consolidare la sponda della CISL mira a creare problemi nel PD e a complicare lo spazio di smarcamento di CGIL e UIL.
In terzo luogo l'operazione ha una valenza propagandistica generale: mira a utilizzare la parzialità della proposta del salario minimo per contrapporre ad essa la questione generale del lavoro povero, cioè l'interesse più generale dei salariati. Del tipo: “i salari poveri non sono solo quelli sotto i nove euro, che sono minoranza, ma i salari medi dei lavoratori italiani: il governo vuole occuparsi di loro, a differenza delle opposizioni”. La volontà di confermare il taglio del cuneo fiscale nella prossima legge di bilancio copre questa manovra propagandista.

Naturalmente è facile denunciare l'ipocrisia di un governo che parla di salari poveri quando ha concorso a schiacciarli verso il basso sopprimendo il diritto alla sopravvivenza precaria per i senza lavoro, non ha messo un euro sul rinnovo dei contratti pubblici, ha mantenuto le accise sulla benzina dopo aver proclamato ai quattro aventi che l'avrebbe cancellata, dà sponda ai contratti pirata di UGL che sotto la direzione di Claudio Duringon, attuale sottosegretario al lavoro, è diventato braccio armato della Lega. Per non parlare dell'estensione del precariato e del rilancio dei voucher col decreto del primo maggio. Quanto al taglio del cuneo fiscale, è messo a carico dei salariati senza che i padroni e i loro profitti paghino un euro. Si potrebbe continuare a lungo. Ma il punto non sono le obiezioni necessarie e possibili. Il punto è la natura insidiosa dell'operazione del governo dal punto di vista propagandistico, in un quadro di assenza dell'opposizione di classe e di massa.

Rilanciare l'opposizione sociale di classe e di massa è allora la prima necessità. Il salario minimo per legge è una rivendicazione sacrosanta, che andrebbe semmai declinata nella richiesta di 12 euro l'ora (1500 euro mensili) e indicizzata all'inflazione.
Ma il punto centrale è ricondurla a una piattaforma generale di riferimento che parli all'insieme dei lavoratori salariati e sia in grado di mobilitarli. Non si tratta di giocare al “più uno” col PD e M5S in fatto di salario minimo (10 euro anziché 9), come ha fatto e fa Unione Popolare. Si tratta di unire le ragioni degli sfruttati attorno a una vertenza complessiva che li contrapponga al padronato e al governo. La rivendicazione di forti aumenti salariali di almeno 300 euro netti, e di una scala mobile dei salari, è il perno di una piattaforma generale di svolta. Assieme alla cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro (a proposito di lavoro povero), alla riduzione generale dell'orario di lavoro a 30 ore, a una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare la ricostruzione della sanità pubblica e il riassetto idrogeologico del territorio.

I partiti borghesi si disputano il consenso passivo dei lavoratori parlando della loro povertà. È ora che i lavoratori e le lavoratrici intraprendano un percorso di lotta attorno a una propria piattaforma, in piena autonomia dai partiti borghesi. È il fronte della battaglia di autunno.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il crollo dei consumi e la pace sociale italiana

 


L'immobilismo della burocrazia sindacale è sempre più ragione di scandalo

È ufficiale. L'ISTAT registra nell'ultimo trimestre del 2022 un calo del 3,7% del potere d'acquisto delle famiglie. Nel 2022 i prezzi sono cresciuti otto volte di più delle retribuzioni. Parallelamente i profitti delle imprese dell'eurozona, nell'ultimo trimestre 2022, hanno visto una crescita del 2%, passando dal 40% al 42%, il valore più alto dal 2007.
La vera spirale dunque non è quella tra prezzi e salari ma tra prezzi e profitti. Per fare solo un esempio: Aspi (Autostrade), che oggi aumenta i pedaggi (+2% e un altro +1,34% già annunciato per giugno) ha appena distribuito ai propri azionisti un dividendo di 924 milioni.

Tanto più in questo quadro l'immobilismo della burocrazia sindacale italiana è ragione di scandalo. Mentre nel resto d'Europa si esprime una mobilitazione sociale contro le politiche d'austerità (Francia) o per aumenti salariali (Gran Bretagna, Germania, Portogallo), in Italia regna la peggiore pace sociale, nonostante i salari italiani siano stati i più falcidiati in Europa negli ultimi trent'anni!
La “mobilitazione” annunciata di CGIL, CISL e UIL nelle prossime settimane si riduce a manifestazioni simboliche, senza una sola ora di sciopero. Il nulla. La notizia è che la CGIL rinuncia persino agli sciopericchi pro forma di altre occasioni, per allinearsi alla CISL. Il fatto che tutto ciò accada in presenza di un governo a guida postfascista rimarca ancora di più la deriva della burocrazia CGIL.

Di certo, tanto più oggi, la battaglia per una vertenza generale del mondo del lavoro attorno a una piattaforma di svolta è inseparabile dalla lotta per un'alternativa di direzione del movimento operaio.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per uno sciopero generale prolungato e di massa

 


Su una piattaforma di lotta unificante

Testo del volantino che distribuiremo domani durante lo sciopero CGIL-UIL


La manovra economica varata dal governo Meloni è completamente subalterna al padronato: vengono elargiti soldi alle imprese, l’evasione fiscale è favorita con l’aumento del limite dell’utilizzo del contante, i settori della borghesia - piccoli e medi esercenti -, spesso i settori più reazionari, incassano l’abolizione del pos sotto i 60 euro. Tutto questo mentre vengono attaccati il reddito di cittadinanza e le pensioni, a fronte di un enorme impoverimento dei salariati e dei settori popolari della società (aumento impressionante della povertà assoluta), e si restringono ulteriormente gli spazi democratici di manifestazione di dissenso o di semplice alterità al sistema del mercato (legge anti Rave). Un vero attacco alle condizioni di milioni di lavoratori e masse popolari attanagliate dal rincaro delle bollette, dall’inflazione sui beni essenziali, dalla annunciata recessione, minacciate dalla dinamica di guerra e dai disastri naturali dovuti al cambiamento climatico.

CGIL e UIL (la UIL non in tutte le regioni) hanno indetto uno sciopero contro la manovra economica del governo. Lo sciopero di per sé è un fatto positivo, perché le ragioni per contrastare questo governo antipopolare e antioperaio ci sono tutte! Bisogna però ricordare che l’ultimo sciopero generale indetto dalla CGIL e dalla UIL risale al 16 dicembre del 2021 e che la mancanza di continuità di mobilitazioni e di direzione dei lavoratori contro il precedente governo Draghi ha lasciato spazio all’ascesa dell’attuale governo reazionario.

Ma la mobilitazione messa in campo oggi è inadeguata. Uno sciopero di sole quattro ore distribuito su più giorni e diviso per regioni, senza una piattaforma adeguata allo scontro, senza una campagna di assemblee nei luoghi di lavoro, diventa solo l’esercizio di una pressione nei confronti del governo. Occorre invece costruire uno sciopero generale vero, unitario, di massa, a carattere prolungato, che segni una svolta radicale del movimento operaio e sindacale; che apra una stagione nuova di mobilitazione e conflitto sociale, attorno ad una piattaforma di lotta indipendente.

Lo sciopero generale del 2 e la manifestazione del 3 dicembre lanciati dal sindacalismo di base sono stati costruiti proprio con questo intento. È quindi necessario fare un passo in avanti per costruire il più ampio fronte unitario di massa della classe lavoratrice, delle proprie organizzazioni sindacali politiche e di movimento, contro il governo Meloni, le politiche padronali e la sua economia di guerra, per sviluppare una vertenza generale unificante di tutto il mondo del lavoro e dei settori oppressi della società. Le condizioni oggettive ci sono tutte per poter organizzare la più ampia mobilitazione operaia. Dobbiamo lasciarci alle spalle la rassegnazione.

• Per il blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari.
• Per la requisizione immediata e integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici.
• Per un forte aumento salariale di 300 euro netti e la reintroduzione della scala mobile dei salari
• Per un salario minimo di 12 euro all’ora, 1500 euro netti mensili.
• Per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco da investire in sanità, scuola, risanamento ambientale, energie rinnovabili, rete idrica.
• Per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore a parità di paga.
• Per il blocco dei licenziamenti e la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano.
• Per la cancellazione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti.
• Per l’abbattimento delle spese militari, contro ogni guerra imperialista.

Per il fronte unico di massa della classe lavoratrice, per l’alternativa anticapitalista, per il governo dei lavoratori!

Partito Comunista dei Lavoratori

FedEx-TNT: dieci anni di resistenza contro la ristrutturazione aziendale

 


La vertenza della FedEx-Tnt di Piacenza ha profonde radici e si sviluppa lungo un decennio di ristrutturazioni aziendali.


Negli anni 2012-2013, dopo il fallimento del progetto di acquisto da parte di UPS, respinto dall’Autorità antitrust, TNT comunica 4000 licenziamenti (2/3 in Europa, 854 in Italia su circa 3000, tra corrieri e impiegati). Il piano aziendale prevede la chiusura di 24 filiali su 103, per fare confluire le attività operative delle filiali più piccole in quelle di dimensioni maggiori.

Negli stessi anni, a partire dal 2011, nel magazzino TNT di Piacenza si sviluppano le prime lotte dei circa 300 facchini sostenuti dal SI COBAS (allora in costruzione), lotte contro buste paga fittizie di pochi euro e contro la valanga di lavoro nero e di evasione fiscale e retributiva che allargava i profitti di TNT e delle cooperative degli appalti e subappalti di cui il colosso olandese si serviva per ridurre i costi. Una vertenza dura, in cui i soggetti padronali hanno dispiegato tutta la loro capacità repressiva licenziando i facchini in lotta, ma comunque conclusa positivamente con la vittoria dei lavoratori, reintegrati con l’applicazione del contratto nazionale di categoria.

In seguito all’annuncio della ristrutturazione del 2012-13 si attivano mobilitazioni con blocchi e scioperi in tutta la filiera italiana. La ristrutturazione viene gestita dalle sigle confederali, dopo una fase di mobilitazione, con un accordo di cassa in deroga e uscite (cosiddette) volontarie incentivate e trasferimenti. Misure che hanno diviso i lavoratori e cancellato la possibilità di una lotta generalizzata.

Nel 2014, come parte integrante della ristrutturazione e degli esuberi vengono firmati dalle sigle confederali i primi accordi per l’internalizzazione delle attività di magazzino, che oltre a fissare diverse deroghe al contratto nazionale (particolarmente su flessibilità oraria, inquadramenti e mansioni) mettono in competizione lavoratori diretti e indiretti.

Il 7 aprile 2015 TNT (54 mila dipendenti) viene comprata (ma la fusione sarà effettiva l’anno successivo) per 4,4 miliardi di euro dal gruppo statunitense FedEx (220 mila dipendenti), che con l’acquisto della multinazionale olandese si espande nel mercato europeo, in una fase di crescita dell’e-commerce, che orienta la strategia aziendale della fusione dei due gruppi, e in competizione con il colosso Amazon che lancia investimenti nelle attività di trasporto e consegna. Fa parte dell’operazione l’investimento nel polo logistico di Malpensa (terzo hub europeo, dopo Colonia e Parigi) funzionale alla ottimizzazione della rete dei trasporti via aria (FedEx detiene la più grande rete di spedizioni via aerea) e via terra (TNT, specializzata nel trasporto su gomma, ha 550 depositi e 19 hub che connettono nel network europeo più di 40 paesi). L’obiettivo di FedEx, attraverso l’hub di Malpensa e l’investimento in Italia, non è solo il mercato europeo, ma anche quelli del Medio Oriente, dell’India e dell’Africa.
TNT annuncia in Italia ulteriori 239 esuberi (su 2613 addetti) nel settore amministrativo e in quello delle vendite. Tagli gestiti con ulteriore cassa in deroga e mobilità, senza che questo porti all’opportuna unificazione della vertenza tra personale diretto e addetti esternalizzati.

Nel maggio 2018, dopo avere chiuso l’ultimo trimestre 2017 con un utile di 755 milioni di dollari, FedEx (che ha in Italia 1143 dipendenti diretti, 750 nelle 34 stazioni operative, di cui 485 corrieri) comunica il licenziamento di 315 lavoratori (quasi tutti corrieri), TNT (2500 dipendenti - per 93 stabilimenti tra magazzini e hub – più 4350 addetti che lavorano per conto delle società appaltatrici - 2650 addetti al trasporto e 1700 addetti al facchinaggio) di 46 dipendenti, oltre a 115 trasferimenti complessivi, quasi tutti di impiegate, che nascondono, per la distanza del trasferimento, altrettanti licenziamenti.

La ristrutturazione prevede il modello della terziarizzazione seguita da TNT, con l’esternalizzazione delle attività di FedEx in favore di TNT e la chiusura di 24 stazioni FedEx (e il conseguente licenziamento degli addetti alla gestione di ritiri e consegne e degli impiegati) e la chiusura di due piattaforme di TNT, con la concentrazione delle attività commerciali in quattro centri.

Dopo una serie di scioperi organizzati tra maggio e giugno dai sindacati confederali la vertenza si conclude amaramente con esodi “volontari” e 208 ricollocazioni a condizioni peggiorative.

Nel corso di questi anni di ristrutturazione, si sono succeduti in diversi magazzini affidati a cooperative e società terze, alcuni cicli di lotte organizzate in particolare dal SI COBAS, in una situazione di illegalità diffusa e di condizioni lavorative al limite della schiavitù, per l’applicazione del contratto nazionale e per la contrattazione aziendale, per le tutele in cambio di appalto, e una serie di vertenze per i rinnovi del contratto nazionale dell’autotrasporto merci e logistica.

Nel maggio del 2020 nell’hub di Peschiera Borromeo (Milano) si è svolta la durissima vertenza sostenuta dal SI COBAS per i 66 lavoratori interinali lasciati a casa dalla FedEx TNT con la disdetta di un accordo che prevedeva la loro assunzione, nello stesso periodo in cui l’emergenza sanitaria ha sospinto anche nella logistica una campagna di astensione dal lavoro come autodifesa operaia, organizzata dallo stesso sindacato.

Un attacco repressivo sferrato a furia di cariche e pestaggi con la collaborazione di tutte le forze di polizia, Digos, carabinieri. Nello sciopero, allargato alla filiera, le mani dello Stato e del padronato cercano di avere la meglio sulla resistenza operaia, organizzata contro la riorganizzazione della filiera e la disdetta degli accordi sindacali finalizzata ad abbassare il costo della forza-lavoro.

Nel gennaio 2021 FedEx-TNT (che intanto nell’agosto del 2020 era uscita da Fedit – l’associazione padronale intestataria della contrattazione – per entrare in Assolombarda) avvia un’altra fase di pesante ristrutturazione di tutto l’assetto aziendale, che prevede in Europa un taglio di 6300 addetti (di cui 650 in Italia). Il 18 gennaio comincia lo sciopero nella filiera italiana organizzato dal SI COBAS (oltre a Piacenza, Milano, Bologna, Parma, Piacenza, Roma, Fidenza, Modena e Napoli), mentre in Belgio scioperano i lavoratori dell’hub dell’aeroporto di Liegi, dove sono previsti 671 licenziamenti su 1800 dipendenti.

Dal 28 gennaio i lavoratori FedEx-TNT del magazzino di Piacenza scioperano contro i licenziamenti annunciati, per i protocolli di prevenzione e per il premio di risultato, una conquista che l’azienda non ha più riconosciuto.
Una nuova ondata di repressione si scatena contro i lavoratori e contro il SI COBAS, con cariche e uso di gas lacrimogeni e con diversi procedimenti penali, misure cautelari (tra i quali gli arresti domiciliari dei due coordinatori provinciali del Si COBAS, in seguito ritirati), perquisizioni domiciliari e revoche del permesso di soggiorno, che hanno suscitato un movimento di solidarietà e il moltiplicarsi di scioperi nella filiera, e – dalla parte opposta – favorito la serrata messa a punto da FedEx-TNT, che comincia a svuotare il magazzino.

A fine marzo FedEx-Tnt aggiorna il piano di ristrutturazione, inserendo l’assunzione diretta di 800 lavoratori addetti al servizio di smistamento dei pacchi negli hub nazionali di Padova, Ancona, Bari, Bologna, Fiano Romano, Firenze e Napoli Teverola, e annuncia la riorganizzazione della rete della distribuzione, che prevede il progetto di un nuovo grande hub a Novara e la chiusura dello stabilimento Le Mose di Piacenza, gestito dal consorzio Lintel e dalla società Alba, con lo spostamento delle attività sugli altri magazzini e la prospettiva del licenziamento per circa 300 lavoratori.

Proseguono i blocchi e i picchetti organizzati dal SI COBAS in diversi magazzini della filiera italiana. A Piacenza, Peschiera Borromeo e San Giuliano milanese, sotto il fuoco della repressione delle forze dell’ordine statale e borghese e delle guardie private padronali, assoldate tra l’estrema destra locale.

Di fronte a questo piano di ristrutturazione aziendale i sindacati confederali non oppongono ostacoli e avallano la brutale repressione in atto. Addirittura la FILT CGIL esercita il suo ruolo concertativo con FedEx-TNT contro la conflittualità e la resistenza organizzata degli addetti del magazzino di Piacenza, rendendosi complice dello smistamento dei carichi verso altri hub attraverso la gestione concordata delle attività dei corrieri (anch’essi dipendenti di una società appaltatrice, la VI Express) e mettendo in contrapposizione i lavoratori tra loro, nei picchetti di fronte al magazzino come in presidio e in udienza in prefettura. Una condotta che in questi ultimi giorni è stata opportunamente contestata e denunciata da un gruppo di una trentina di iscritti e iscritte alla CGIL di Piacenza con una lettera pubblica che si pronuncia contro la criminalizzazione del conflitto sociale e indica la necessità del superamento della contrapposizione tra lavoratori e tra sigle sindacali.

A Padova e a Bologna, insieme ai sindacati di categoria di CISL e UIL, la FILT CGIL sigla con FedEx-TNT, come previsto dal piano di ristrutturazione aziendale, incentivi all’esodo e due accordi di internalizzazione, contestati per una serie di pesanti clausole (conciliazioni tombali, verifiche sul casellario giudiziale, selezioni) e di elementi peggiorativi che conterrebbero all’interno. Nonostante nei due magazzini la rappresentanza sia fuori da ogni dubbio di ADL e Si COBAS, quindi contro il diritto dei lavoratori e delle lavoratrici di scegliere il proprio sindacato e di gestire e mantenere il controllo democratico della vertenza.

Mentre ai lavoratori di Piacenza, tenacemente in lotta, viene indegnamente offerto dalla società Alba (dietro la quale si nasconde la committente FedEx-TNT) di essere ricollocati altrove attraverso l’agenzia interinale che dal 2013 collabora con FedEx-TNT nelle ristrutturazioni, perdendo il posto di lavoro e insieme tutte le tutele e i diritti conquistati.

In questa fase della ristrutturazione aziendale di FedEx-TNT la FILT CGIL sta svolgendo un ruolo complice e collaterale al padronato in virtù del riconoscimento che detiene a prescindere dalla rappresentanza nei luoghi di lavoro e in contrapposizione al radicamento del sindacalismo conflittuale e alle lotte di resistenza che si stanno dispiegando nella filiera, avallando il piano padronale di riduzione del costo della forza-lavoro e di controllo degli stabilimenti. L’ultima fase di un piano padronale ormai decennale, che non è stato purtroppo affrontato negli anni con la necessaria unità tra lavoratori e lavoratrici, divisi tra comparti e sigle sindacali.

Contro il tradimento e la collaborazione di classe della burocrazia sindacale, in questo caso e in generale, è necessario rivolgersi all’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici (o al più ampio fronte possibile) per una ricomposizione di massa del sindacato di classe, contro ogni feticismo di organizzazione, sviluppando comitati di lotta, forme di coordinamento (tra delegati/e, settori, comparti, ecc.) e di autorganizzazione elette democraticamente, di cui le organizzazioni sindacali devono farsi sostenitrici. Senza questa prospettiva, e in assenza di una dinamica di massa, le legittime iniziative di denuncia e di protesta organizzate dal SI Cobas rischiano oggettivamente di circoscrivere la rabbia operaia in una logica identitaria e autocentrata, senza riuscire a rivolgersi alla massa dei lavoratori e delle lavoratrici per una direzione alternativa, autonoma e di classe del movimento sindacale.

Nelle ultime settimane diversi sono stati i momenti di condivisione di iniziative di lotta di fronte al Ministero dello Sviluppo Economico e al Ministero del Lavoro, nelle piazze della capitale e nelle diverse piazze del 1° maggio, che hanno visto riuniti lavoratori e lavoratrici impegnati in diverse importanti vertenze, tra le quali Alitalia, FedEx-TNT, Texprint, Arcelor Mittal, FCA, e lavoratori dello spettacolo, della scuola, portuali, rider, e lavoratori e lavoratrici disoccupate.

In prospettiva la sfida che aspetta l’esemplare lotta della FedEx-TNT e tutte le lotte e centinaia di vertenze disseminate sul territorio nazionale (che vanno collegate internazionalmente) è l’organizzazione di una risposta unitaria all’attacco repressivo messo in atto dal padronato e dall’apparato statale, e la costruzione di una mobilitazione generale prolungata, contro lo sblocco dei licenziamenti e il progetto di ristrutturazione capitalistica del governo Draghi. Una mobilitazione che ricomponga tutti i segmenti di una classe lavoratrice frammentata e disorientata – per principale responsabilità della direzione delle burocrazie sindacali confederali – attorno a un programma di lotta elaborato e definito democraticamente, a partire dai luoghi di lavoro fino alla condivisione e discussione in organismi eletti che decidano tempi e forme di lotta. Un fronte unico di classe e di massa per una vertenza generale che miri a sollevare milioni di salariati contro le condizioni di impoverimento dettate dalla gestione capitalistica della crisi e contro l’oppressione e le catene dell’attuale ordine sociale ed economico.

Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

VOLENTIERI PUBBLICHIAMO: A tutte le organizzazioni sindacali: sottoscriviamo la cassa di resistenza della Whirlpool

 


Appello di lavoratori dei sindacati di base a sostegno della lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della Whirlpool e della cassa di resistenza

Come compagni/e attivi nei sindacati di base invitiamo i lavoratori e le lavoratrici di questi sindacati, oltre che ovviamente i loro gruppi dirigenti, a sostenere concretamente la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Whirlpool, impegnati a difendere il loro lavoro, il loro reddito, il loro futuro.

Circa mille dipendenti, tra produzione e indotto licenziati in tronco dalla grande multinazionale con la complicità del governo, dopo che sono stati illusi che solo con le mediazioni istituzionali avrebbero salvato il loro posto di lavoro.
Questa solidarietà materiale dovrebbe essere pane quotidiano per tutti i proletari, a prescindere dalle loro collocazioni sindacali o meno. In un momento in cui la grande e prolungata crisi capitalistica si abbatte su tutto il mondo del lavoro sosteniamo e invitiamo a sostenere la cassa di resistenza pro-lavoratori Whirpool.

La vertenza Whirlpool deve essere simbolica ed esemplare per tutto il mondo del lavoro.
Simbolica in quanto grazie al recupero di questo classico strumento di lotta, la cassa di resistenza, si indica una strada di resistenza alla pesante offensiva padronale della Confindustria di Bonomi, che vorrebbe fare delle vite dei lavoratori e lavoratrici carne da macello.
Esemplare in quanto, potrebbe essere l’inizio di una ripresa dell'iniziativa operaia e della coscienza di classe: in un momento di forte arretramento del mondo del lavoro, dopo decenni di pacchetti Treu, legge 30, Jobs Act, cancellazione dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori, da parte dei governi di centrosinistra e di centrodestra, questa lotta potrebbe segnare l'inversione di una tendenza, l'inizio di una faticosa ma determinata resistenza e controffensiva per ricreare un tessuto di solidarietà di classe e sociale, che potrebbe essere seguita da altre decine di vertenze sparse e frammentate nel mondo del lavoro.

Unifichiamo le lotte, generalizzando anche la costruzione delle casse di resistenza .
Parafrasando la parola d'ordine dei lavoratori partenopei dobbiamo innalzare lo striscione "il proletariato non molla"!



Di seguito gli estremi bancari per la sottoscrizione:

Conto Cral - 106810, intestato a Cral aziendale Whirlpool Napoli
Codice IBAN IT81 N030 6909 6061 0000 0106 810



Preghiamo tutti i sottoscrittori di far pervenire la loro adesione scrivendo al seguente indirizzo:

appellocassaWhirlpool@gmail.com


Le compagne e i compagni (seguono le prime adesioni):

Maurizio Aprea – USB Marcegaglia
Federico Bacchiocchi – SGB Sanità - Bologna
Antonio Della Pietra – FLAICA CUB - Palermo
Giacomo Di Leo – CUB Scuola
Angela La Bella – USB Sanità - Potenza
Orazio Leotta – USB Pubblico Impiego - Messina
Isidoro Migliorati – SICobas
Luca Nanfria – USB Sanità - Genova
Crescenzo Papale – USB Pubblico Impiego - Marche
Giuseppe Ranieri – CUB Pensionati - Milano
Riccardo Spadano – SGB Pubblico Impiego
Antonio Tralongo – CUB Informazione e Spettacolo
CUB Venezia


Dopo aver inviato questo appello alla RSU della Whirlpool abbiamo ricevuto questa risposta, di cui siamo grati:

Cari compagni, la rsu e le lavoratrici ed i lavoratori della Whirlpool di Napoli vi ringraziano per il vostro nobile gesto. La nostra lotta è la lotta della resistenza operaia contro le angherie del padrone capitalista che schiaccia i diritti e toglie la dignità del lavoro. Combattiamo assieme a tutte le donne e gli uomini che uniti a noi cercano il riscatto sociale per riportare al centro i diritti, e l'eguaglianza sociale. Whirlpool Napoli non molla, uniti si vince.

appellocassawhirlpool@gmail.com