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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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La guerra ai poveri di un governo reazionario

 


ll colpo al reddito di cittadinanza per schiacciare ancora di più i salari

Governo Meloni, governo di ladroni

«Quando cerchiamo i giovani per dargli un lavoro abbiamo un grande competitor, che è il reddito di cittadinanza» dichiarava Carlo Bonomi, presidente di Confindustria. Con ciò rivelava di fatto la miseria dei salari italiani, in calo da trent'anni, e le condizioni di sfruttamento dei salariati. Se 500 euro in media per nucleo familiare sono un “competitor”...

Ora in ogni caso ad abrogare il competitor ci pensa il governo Meloni. Lo smantellamento è progressivo e impietoso. Il bersaglio sono “gli occupabili”, cioè i disoccupati. Ma anche gli occupati che ricevono una paga talmente miserabile da ottenere il sussidio integrativo. In primo luogo il sussidio viene ridotto da dodici a sette mesi, poi il nulla. Ne avrà diritto solo chi ha completato la scuola dell'obbligo, tagliando fuori una fetta rilevante di persone bisognose in particolare nel Sud. Ma soprattutto chi non avrà rifiutato una qualsivoglia offerta di lavoro, quale che sia, sull'intero territorio nazionale. La formulazione precedente, peraltro normalmente ignorata, di “offerta di lavoro congrua”, è stata stralciata. D'ora in avanti, persino formalmente, ogni offerta di lavoro va accettata, fosse pure umiliante e all'altro capo della penisola. In caso contrario, la fame.

L'operazione è funzionale a schiacciare i salari verso il basso attraverso una vergognosa pressione ricattatoria. E a ricavare risorse utili da destinare ad evasori fiscali, rendite finanziarie, azionisti, i veri beneficiari della nuova legge di stabilità.

L'esigenza di una piattaforma generale unificante che rivendichi forti aumenti salariali, il salario minimo di 12 euro all'ora, la cancellazione del lavoro precario, la riduzione dell'orario a 30 ore settimanali a parità di retribuzione, il diritto dei disoccupati ad un reddito dignitoso sino all'ottenimento del lavoro, è l'unica risposta seria al governo Meloni e al padronato che lo sostiene.

Occorre una grande assemblea nazionale di delegati che definisca una piattaforma di svolta e una svolta dei metodi di lotta.

Tutte le organizzazioni di classe, ovunque collocate, uniscano le proprie forze attorno a questa prospettiva di azione. È il momento di un grande fronte unico di classe e di massa contro il governo della reazione. Altro che incontri con il Papa, e sciopericchi di facciata.

Partito Comunista dei Lavoratori

La responsabilità di quattromila morti

 


La scelta di non fare la zona rossa in Val Seriana. La nostra denuncia confermata dall'indagine

Quattromila morti che si sarebbero potuti evitare, se solo si fosse recintata la Val Seriana come zona rossa. È l'esito dell'indagine che la Procura di Bergamo ha affidato al dottor Crisanti per avere da lui una risposta strettamente epidemiologica. Cinque i quesiti che la Procura ha posto a Crisanti. Il quinto era il più spinoso: esistevano le condizioni sanitarie di necessità accertata per realizzare la zona rossa in Val Seriana, e come possono essere quantificate le conseguenze per non averla fatta? Crisanti ha dovuto studiare per rispondere dodicimila pagine di dati clinici. Ora ha risposto: “Sì, c'erano le condizioni di necessità per fare come a Codogno una zona rossa. Non averla fatta ha comportato almeno quattromila vittime” aggiuntive.

Crisanti si è limitato, com'è giusto, a una risposta strettamente clinica. È quello che gli è stato richiesto. Ma la risposta clinica investe obiettivamente le responsabilità politiche. Il governo italiano, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza sono coloro che decisero di non varare la zona rossa in Val Seriana, assieme al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana. Decisero di non vararla non sulla base di considerazioni sanitarie, ma perché hanno scelto di allinearsi alla richiesta dei vertici di Confindustria regionali (Bonomi e Bonometti) di non bloccare la produzione per non danneggiare l'economia. Erano i giorni in cui la Confindustria di Bergamo gridava al mondo “Bergamo is running”, la produzione corre e deve correre, per rassicurare i propri clienti e soprattutto il proprio portafoglio. Il governo ha scelto Confindustria invece che la vita. Quattromila morti è il prezzo della scelta.

Ora i responsabili debbono pagare. Tutti. Il nostro partito fu il primo a denunciare anche in sede giudiziaria presso la Procura di Bergamo le responsabilità criminali di quella scelta. Ora chiediamo giustizia assieme ai parenti delle vittime, senza guardare in faccia nessuno. Altro che i cortei no vax che, con 140.000 morti di Covid accusano il governo di anteporre la salute pubblica al “diritto individuale di non vaccinarsi”. Occorrerebbe una grande manifestazione di massa per accusare i ministri di ieri e di oggi, e insieme i vertici padronali, di aver subordinato la salute al profitto. Anche al prezzo di un massacro.

È il capitale la vera grande associazione a delinquere. È il profitto ad essere criminogeno. È la sua dittatura che va spazzata via, per costruire un'altra società, governata dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo sciopero generale del 16 dicembre non basta!

 


Per uno sciopero generale prolungato su una piattaforma di lotta unificante. Attraversare il 16 dicembre con una proposta di svolta vera

CGIL e UIL si sono decise a proclamare lo sciopero generale per la giornata del 16 dicembre. Uno sciopero generale contro la Legge di Stabilità del governo è di per sé un fatto positivo. Tanto più a distanza di sette anni dall’ultimo sciopero generale confederale (12 dicembre 2014), e a fronte di un governo Draghi idolatrato da tutta la stampa borghese e dalla UE come salvatore della nazione (“il governo dei migliori”).

Di certo non mancano le ragioni per scioperare contro Draghi e Bonomi. Dopo due anni di pandemia la sanità pubblica è l’ultima voce di spesa, mentre si liberalizza ulteriormente la sanità privata, si sbloccano i licenziamenti, si peggiora il reddito di cittadinanza, si prevede una riforma fiscale che non dà nulla a lavoratori e pensionati; mentre si taglia l’IRAP, si bloccano i contratti del pubblico impiego a partire dalla scuola, si annuncia il “ritorno alla normalità” in fatto di pensioni, cioè una legge Fornero a pieno regime. PNRR e la Legge di Stabilità sono in realtà grandi operazioni a debito a tutto vantaggio di imprese e banche e a carico dei salariati.

Ma proprio per questo lo sciopero del 16 dicembre è del tutto inadeguato. Innanzitutto, lo sciopero giunge tardi rispetto ai tempi di una Legge di Stabilità in dirittura d’arrivo. Ma soprattutto lo sciopero giunge male, dopo l’avallo fornito da CGIL, CISL e UIL allo sblocco dei licenziamenti, la gestione disastrosa di tante vertenze aziendali (da Whirlpool ad Alitalia), persino l’assenza di una seria campagna di massa per la massima estensione della vaccinazione. Su ogni terreno la burocrazia sindacale ha assicurato a padronato e governo la pace sociale. Il risultato è che nei due anni di pandemia i padroni hanno incassato 170 miliardi dai governi in carica e hanno visto impennarsi il valore di Borsa delle proprie azioni, mentre i salari sono in picchiata, un milione di lavoratori precari sono stati buttati per strada, la precarietà del lavoro dilaga con la cosiddetta “ripresa”, si moltiplicano gli omicidi bianchi nelle fabbriche, le delocalizzazioni restano all’ordine del giorno (GKN). Tutto questo dimostra non solo la crudeltà della società borghese, ma anche la subalternità delle burocrazie sindacali, il completo fallimento della loro politica di collaborazione di classe e dei gruppi dirigenti che ne sono responsabili.

Non basta allora uno sciopero generale simbolico, che serva unicamente a informare che un sindacato esiste, e a prenotare un prossimo incontro con Draghi. Occorre uno sciopero generale vero, unitario, di massa, a carattere prolungato, che segni una svolta radicale del movimento operaio e sindacale. Che apra una stagione nuova di mobilitazione e conflitto sociale, attorno ad una piattaforma di lotta indipendente, a partire da alcune rivendicazioni centrali:

• Blocco dei licenziamenti, occupazione delle aziende che licenziano (come in GKN) e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori;
• Coordinamento nazionale di tutte le vertenze e lotte di resistenza a difesa del lavoro;
• Cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro e di tutte le esternalizzazione, e regolarizzazione dei lavoratori precari. A pari lavoro pari diritti;
• Eliminazione di tutti gli abusi e delle discriminazione di genere nei luoghi di lavoro;
• Il lavoro che c’è va ripartito fra tutti, attraverso una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga. 30 ore pagate 40;
• Abolizione della legge Fornero. Diritto alla pensione a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro;
• Un grande piano di nuovo lavoro in opere sociali di pubblica utilità, a partire dal risanamento ambientale: riassetto idrogeologico del territorio, bonifiche, riparazione della rete idrica, messa in sicurezza antisismica del patrimonio edilizio;
• Raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica, con l’esproprio di quella privata, e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato nel servizio sanitario nazionale: per ricostruire la medicina territoriale, fare una seria azione di tracciamento, moltiplicare le sedi di vaccinazione;
• Una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco e la cancellazione del debito pubblico verso le banche con la loro nazionalizzazione, come fonte di finanziamento di tali misure. Paghi chi non ha mai pagato.

È importante che la giornata di sciopero del 16 dicembre sia attraversata dalla rivendicazione di uno sciopero generale vero. È importante che tutte le organizzazioni del sindacalismo di classe convergano sulla giornata di sciopero per portarvi una proposta di svolta, contro la recita delle burocrazie sindacali. È importante costruire una assemblea nazionale di delegati per definire il percorso di lotta e di mobilitazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Maurizio Landini, basta chiacchiere!

 


O sciopero generale o tradimento dei lavoratori

25 Giugno 2021

NO AI LICENZIAMENTI! NO ALLA REPRESSIONE PADRONALE! COSTRUIAMO LO SCIOPERO GENERALE

Il Partito Comunista dei Lavoratori interverrà nelle manifestazioni indette dalla CGIL, la CISL e la UIL per sabato 26 giugno.

Sarà presente doverosamente anche alla manifestazione indetta dal SI Cobas a Novara per portare avanti la lotta nella logistica e ricordare l'assassinio infame del compagno Adil ucciso da un camionista armato dall'odio padronale e dall'indifferenza della polizia.

Il PCL sta dispiegando tutte le sue risorse militanti per costruire il fronte unico di massa della classe lavoratrice attraverso l'unità di tutte le organizzazioni sindacali e politiche di riferimento, che manifesti attraverso lo sciopero generale la propria forza, potenzialmente enorme, per fermare il governo di unità nazionale della borghesia, il governo Draghi, l'aggressione padronale e la massa di licenziamenti che si annunciano nei propri mesi.

Partecipa a questo fine al percorso politico e sindacale del Patto d'azione anticapitalista e dell'Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi rispettandone le decisioni democratiche e proponendo sempre la costruzione, a partire dalle lotte esemplari delle operaie e degli operai della logistica, della più ampia unità dell'avanguardia della classe operaia e delle organizzazioni classiste. Per questo molte compagne e molti compagni del partito sono impegnati, oltre che in numerosi sindacati di base, anche nell'area di opposizione CGIL-Riconquistiamo tutto per unirla al percorso di mobilitazione unitaria e per farne un canale di proiezione unitaria verso la massa degli iscritti alla CGIL, in cui aprire uno spazio di attenzione e di interlocuzione intorno alle rivendicazioni dell'avanguardia di classe e dei suoi percorsi di unità d'azione più avanzati.

Accanto alla rivendicazione elementare dello sciopero generale, il PCL avanza l'indicazione dell'organizzazione dell'autodifesa operaia per contrastare gli attacchi nei confronti dei picchetti operai ad opera di squadre di mazzieri al soldo dei padroni, che purtroppo hanno puntellato drammaticamente la cronaca degli ultimi giorni delle lotte nel settore della logistica.

La morte del compago Adil ha avuto un'eco che è andata molto oltre i confini dell'organizzazione sindacale di appartenenza, il SI Cobas, e i numerosi scioperi spontanei nelle fabbriche nonché il grido “assassini assassini” da parte delle operaie e degli operai della Whirlpool all'indirizzo del Ministero dello Sviluppo Economico possono significare il risveglio della coscienza di classe ben oltre i limiti di elementari forme di solidarietà.

Le compagne e i compagni del PCL porteranno queste parole d'ordine nelle manifestazioni del 26 giugno, senza alcuna fiducia nella direzione della burocrazia dei sindacati confederali ma chiedendo risolutamente a Landini di smetterla con le chiacchere, che significano solo tradimento delle ragioni della classe lavoratrice, e di indire un vero sciopero generale o di andarsene.

Di seguito potete leggere il testo del volantino che distribuiremo (allegato in fondo a questa pagina).




MAURIZIO LANDINI, BASTA CHIACCHIERE!


Il 30 giugno scade il blocco dei licenziamenti. Confindustria ha chiesto libertà di licenziare, Draghi l’ha prontamente concessa. Tutti i partiti borghesi, dal M5S alla Lega, passando per il PD, han detto sì. Come ha detto sì la Meloni, che già votò con tutti gli altri la famigerata Fornero.

I padroni potranno scegliere al buffet se prendere ancora un po’ di cassa integrazione per loro gratuita, ma con gli stipendi tagliati, oppure buttare sulla strada gli operai. Quelli che nell’anno della pandemia sono stati costretti a lavorare sempre, anche in assenza di protezioni sanitarie, pur di ingrassare i profitti. E di profitti i capitalisti ne hanno fatti tanti nell’anno del Covid, in particolare nell’industria e nella logistica, grazie anche alle regalie pubbliche, pagate dai lavoratori.

Bene, saranno proprio questi settori a licenziare per ristrutturare. Lo ha dichiarato Carlo Bonomi quando ha detto che “l’industria è in forte ripresa”, ma proprio per questo deve liberarsi della zavorra di “costi eccessivi”. Nell’Italia in cui i lavoratori crepano come mosche nelle fabbriche, grazie anche all’assenza di ogni reale controllo, il governo concede ai padroni mano libera totale. Libertà totale di subappalto, libertà dai controlli ambientali, libertà persino dai controlli sulla corruzione. In una parola, libertà di sfruttamento.

Se poi come alla FedEx i lavoratori si ribellano, il padrone ricorre a squadre di mazzieri prezzolati per piegare la lotta a bastonate, mentre la polizia lascia fare. Adil è stato ucciso in questo clima a Novara durante un picchetto.

Tutto questo può essere fermato. Ma alla condizione che i lavoratori uniscano davvero le loro forze in un fronte comune di mobilitazione. È necessario preparare uno sciopero generale vero che unisca tutte le lotte di resistenza a difesa del lavoro. Uno sciopero generale vero capace di ribaltare i rapporti di forza. Uno sciopero generale che rivendichi la continuità del blocco dei licenziamenti; la cancellazione di tutte le forme di precariato; la riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga; una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per investire le risorse così liberate in un piano di nuovo lavoro, nella sanità, nella scuola; un vero salario garantito ai disoccupati che cercano lavoro.

È necessario che tutti i sindacati che parlano a nome dei lavoratori prendano l’impegno a promuovere una lotta vera, unitaria, di massa. Non servono parole di critica al governo se non si fa nulla per fermarlo, come fa Landini. Occorre coerenza tra le parole e i fatti! È scandaloso che di fronte all’annuncio di centinaia di migliaia di licenziamenti non sia stata convocata nessuna azione di lotta! Le manifestazioni di oggi non debbono ridursi a un diversivo. È necessario qui e ora indire lo sciopero generale in tempi brevi.

Occorre prepararsi ad uno scontro sociale prolungato, che opponga alla radicalità del padronato una radicalità uguale e contraria. Occorre unificare le tante vertenze a difesa del lavoro, come alla Whirlpool: dando indicazione di occupare le aziende che licenziano, e rivendicando la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. Costituendo una cassa nazionale di resistenza a sostegno delle lotte.

Ma non basta una lotta di pura resistenza sindacale. Quest’anno eccezionale di pandemia ha dimostrato al mondo la vera natura del capitalismo. Milioni di morti causati dalla demolizione dei sistemi sanitari per pagare i debiti alle banche e ingrassare la sanità privata. Mentre la vaccinazione di massa è in mano a pochi grandi colossi, e ovunque crescono le spese militari delle grandi potenze.

Ovunque la dittatura del profitto sta prendendo per la gola il genere umano. Solo una prospettiva di rivoluzione può liberarlo. Solo la prospettiva di governi dei lavoratori, in ogni paese e su scala internazionale può tracciare un progetto di emancipazione. Il PCL è impegnato a costruire questa prospettiva anticapitalista.

Partito Comunista dei Lavoratori

La salute sotto i piedi del profitto

 


La riapertura di Draghi al servizio del padronato

Il Presidente di Confindustria Macerata lo aveva detto qualche mese fa: “Bisogna riaprire, poi certo ci saranno dei morti, ma...”. Per questa cinica battuta fu esecrato dall'opinione pubblica e dalla grande stampa, al punto di doversi dimettere. Ma cosa sta facendo oggi il governo Draghi se non seguire il cinismo di Confindustria?

La riapertura accelerata è un rischio ragionato, secondo Draghi. Si tratta solo di capire a quale “ragione” risponde il rischio. Centomila nuovi contagiati a settimana, diverse centinaia di morti al giorno, un aumento del contagio in sedici provincie del sud d'Italia, la variante inglese del virus – più contagiosa – ormai largamente dominante, una copertura vaccinale della popolazione anziana ancora dopo mesi scandalosamente insufficiente e arbitrariamente diversa da regione a regione. In queste condizioni la riapertura non è solo avventurosa, ma criminale. Non a caso i migliori epidemiologi, da Galli a Crisanti, la denunciano giustamente come tale. Il matematico del CNR, Giovanni Sebastiani, che nell'ultimo anno non ha mai sbagliato previsioni sulle linee di tendenza del contagio, dichiara che i contagi torneranno a salire e nel giro di tre cinque settimane ci costringeranno a nuove chiusure. La previsione è di 8000-10000 decessi aggiuntivi entro fine maggio determinati dalle riaperture. In particolare la riapertura generalizzata delle lezioni in presenza nelle scuole, in assenza oltretutto di qualsiasi modifica delle condizioni materiali del servizio (spazi, trasporti, protezioni individuali...) rischia di presentare un conto assai salato, e in tempi relativamente brevi.

Dunque la riapertura è senza “ragione”? Niente affatto. La ragione esiste eccome. È la stessa che ha dettato la rinuncia a un vero lockdown: rispondere agli interessi di Confindustria e delle imprese. Riaprire, riaprire, riaprire: la parola d'ordine del padronato di tutte le taglie è unanime. “Dopo il lockdown dell'anno passato, non possiamo richiudere ed anzi dobbiamo riaprire”. Del resto sono gli stessi padroni della bergamasca e del bresciano che un anno fa si erano opposti alla zona rossa ad Alzano e Nembro nel nome di “Bergamo is running”. Gli stessi che anche quando “tutto era chiuso” tenevano aperte le proprie fabbriche con la copertura di protocolli sanitari finti gentilmente offerta dalle direzioni sindacali. Chi può meravigliarsi se oggi sono i capofila della riapertura? Ristoratori e albergatori sono per lo più il loro ostaggio e la loro clava, lo strumento di pressione sul governo per sbloccare la riapertura generale del mercato.

Il governo accontenta i padroni, col plauso della grande stampa o qualche imbarazzato silenzio. Del resto i conti tornano. I licenziamenti sono sbloccati per il 30 giugno, con il tragico effetto annunciato di una valanga sociale, dopo che quasi un milione di lavoratori e lavoratrici precari/e sono stati gettati in mezzo a una strada nel corso del 2020, a partire da donne e giovani. In compenso viene prolungata sino a fine anno la moratoria sui debiti aziendali, a garanzia delle banche e delle imprese, che si aggiunge ai 32 miliardi destinati ai padroni a gennaio, e ai nuovi 40 miliardi annunciati per finanziare il decreto sostegni di fine aprile.
Le imprese intascano di tutto: aumento della soglia di accesso da 5 a 10 milioni di fatturato, pagamento dei costi fissi, rafforzamento della patrimonializzazione, allungamento dei tempi di restituzione dei debiti coperto dall'erario pubblico... Il “Sussidistan” non è quello denunciato da Bonomi ma quello che incassa Confindustria, mentre nel solo 2020 la massa salariale cala di 40 miliardi a seguito di cassa integrazione ed espulsione di manodopera.

La classe che calpesta la salute è la stessa che sfrutta il lavoro. Un governo dei lavoratori e delle lavoratrici è l'unica vera soluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il governo Draghi e il nuovo scenario politico

 


Analisi e incognite della situazione italiana

Il nuovo governo Draghi è la risultante di diversi fattori combinati. Se guardiamo la superficie della vicenda politica, è facile individuare in Matteo Renzi il fattore di innesco determinante. La finalità della sua operazione di messa in crisi del governo Conte non è stata affatto dettata dalla fame di poltrone, come voleva una lettura molto approssimativa della crisi, ma dalla volontà di spezzare l'asse tra M5S e PD, e costringere quest'ultimo nella camicia di forza di un'unità nazionale che ne accentuasse le contraddizioni interne a beneficio di Italia Viva. In questo senso il governo Draghi è indubbiamente una risulta dell'operazione di Renzi, al di là dei vantaggi politici che Italia Viva ne può trarre.
Tuttavia abbiamo visto all'opera fattori ben più profondi.


I FATTORI DI FONDO DELLA SOLUZIONE DRAGHI

In primo luogo la pressione del grande capitale e delle organizzazioni padronali, a partire da Confindustria e dalle sue associazioni del Nord.

La borghesia italiana ha conosciuto nell'ultimo decennio una disarticolazione dei suoi assetti interni e riferimenti politici. Ma la precipitazione della più grande crisi del dopoguerra ha fatto emergere la comune volontà di massimizzare in fretta la svolta (obbligata) delle politiche di bilancio della UE. Agli occhi della borghesia il Recovery Fund è l'occasione insperata e irripetibile di provare a rilanciare il capitalismo italiano su scala europea e internazionale, liberandolo dal fardello delle sue zavorre: scarsa concentrazione dei capitali, arretratezza tecnologica, carattere pletorico dell'amministrazione pubblica, lentezze della giustizia civile, peso esorbitante della spesa pensionistica, e persino, incredibile a dirsi, “eccesso di rigidità contrattuali”. È il quotidiano cahier de doléance di tutta la stampa padronale.
Da qui la critica confindustriale al governo Conte e alla sua maggioranza risicata, impegnata in una interminabile negoziazione interna di ogni passaggio decisionale. Da qui, soprattutto, la domanda di un governo dalle spalle larghe, più autorevole su scala mondiale, più permeabile alle pressioni dirette del padronato, e al tempo stesso più capace di imporre alla società italiana il programma di modernizzazione capitalista. Questa domanda di svolta, incluso il nome di Draghi, circolava almeno da un anno, sia pure sottotraccia, in tutti i circoli dominanti. La crisi politica determinata da Renzi le ha aperto il varco.

In secondo luogo, e in connessione col primo fattore, ha operato una pressione delle cancellerie europee. Una precipitazione elettorale della crisi avrebbe messo a rischio l'intelaiatura del Recovery Fund, imperniato sul salvataggio del capitalismo italiano, esponendo l'intera UE ad un pericoloso effetto di rimbalzo. Tanto più nella sgradita previsione di una possibile, se non probabile, affermazione del fronte sovranista, con il conseguente controllo della destra sulla maggioranza assoluta del Parlamento e sulla stessa elezione del nuovo Presidente della Repubblica nel 2022.
La soluzione di unità nazionale era, nelle condizioni date, l'unica via per evitare questo approdo. La presenza del PD ai massimi vertici della UE, nella Commissione Europea (Gentiloni) e nel Parlamento Europeo (Sassoli), ha di certo favorito questa soluzione. Ma essa corrisponde pienamente all'interesse del capitale finanziario continentale. Merkel e Macron hanno tifato, nel proprio interesse, per la soluzione Draghi.

In terzo luogo, la pressione congiunta di padronato del Nord e cancellerie europee ha prodotto un effetto politico decisivo sulla Lega.
Come avevamo segnalato all'inizio della crisi di governo, l'immagine di una Lega salviniana irreversibilmente antieuropea e sovranista non rispecchiava la realtà di quel partito, ben più composita. Una parte decisiva della costituzione materiale della Lega affonda le proprie radici nelle amministrazioni di tutte le principali regioni del Nord, e in una piccola e media borghesia industriale legata alla filiera del mercato europeo, in particolare tedesco. Questa Lega ha incassato i vantaggi dello sfondamento populista del salvinismo, ma non si è mai identificata con questo. Il precipitare della crisi capitalista, combinata con le nuove disponibilità finanziarie della UE, ha spinto in avanti questo settore. Zaia e Giorgetti se ne sono fatti portavoce. La loro domanda governista non è solamente quella di controllare l'uso dei nuovi fondi, ma anche di legittimare la Lega come partito europeista in un quadro internazionale nuovo, segnato dal crollo del trumpismo, dalla svolta della UE, dall'impatto della pandemia sull'immaginario di ampi settori sociali. La svolta del “Capitano” si è posta in sintonia con questo nuovo scenario, per non rischiare di venirne travolto.


IL RUOLO CHIAVE DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA

Il Quirinale è stato il dominus del governo Draghi.

Come in altri passaggi della vicenda italiana, la presidenza della Repubblica supplisce alla crisi dei partiti borghesi: è stato così con le presidenze Scalfaro e Ciampi nel passaggio tormentato degli anni '90 tra prima e seconda Repubblica, è stato così con la presidenza Napolitano nella crisi del 2011-2013. Oggi in forme diverse si è ripetuto lo stesso copione. Di fronte allo sfaldamento degli equilibri di alternanza, alla cronica instabilità della legislatura, ai rischi di disfacimento della principale forza parlamentare (M5S), solo l'iniziativa del Quirinale poteva predisporre una via d'uscita.

Sergio Mattarella ha deciso direttamente l'investitura di Draghi, ne ha definito il mandato, ha posto sotto la propria regia la stessa composizione ministeriale. Ciò che tradizionalmente passava attraverso un negoziato interpartitico è stato avocato a sé dalla presidenza della Repubblica. Alcuni costituzionalisti liberali hanno visto in questo l'applicazione salutare e rigorosa della Costituzione. In realtà la crisi politica ha fatto emergere i tratti presidenzialisti, solitamente in ombra, della Costituzione italiana. Era accaduto con Napolitano, si è ripetuto con Matterella.

La presidenza Draghi nasce per volontà della presidenza della Repubblica e col pieno appoggio del capitale finanziario. È davvero il governo dei due Presidenti. La sua forza non sta nella vastissima base parlamentare che lo sorregge; semmai questa, con le sue contraddizioni interne, rappresenta paradossalmente il lato debole dell'esecutivo. Sta invece nell'azione centripeta del grande capitale e della UE, il vero magnete peraltro dell'unità nazionale. Il Presidente Draghi personifica questo nuovo equilibrio, si eleva al di sopra delle contraddizioni politiche della sua maggioranza con l'intento di dominarle. La sua investitura è di fatto presidenziale, e solo di riflesso parlamentare. È, in nuce, una simulazione di bonapartismo.


DRAGHI E MONTI. ANALOGIA E DIFFERENZE

Le analogie con il governo Monti del 2011-2013 sono diverse: oggi come allora, abbiamo un governo di salute pubblica, di nomina presidenziale, espressione del capitale finanziario, con ampia base parlamentare. E tuttavia molte sono le differenze.

Innanzitutto, a differenza che nel governo Monti, i partiti borghesi sono direttamente coinvolti nell'esecutivo, per volontà di Draghi e Mattarella, convinti in tal modo di fortificarlo. Il gruppo dei ministri cosiddetti tecnici, provenienti dall'alta burocrazia di Stato (Daniele Franco) e/o dalla grande impresa (Colao), presidia il core business del nuovo esecutivo, a partire dal controllo dei fondi europei. I partiti borghesi, attentamente calibrati, amministrano invece l'ordinario. Una soluzione più simile a quella di Ciampi del 1993 che a quella di Monti, seppur in un quadro di unità nazionale di cui Ciampi non disponeva.

Inoltre il governo gode di un margine di manovra dal punto di vista finanziario molto più ampio che nel 2011-2012, grazie alla sospensione dei vecchi vincoli di bilancio imposta dalla profondità della crisi, e accettata dallo stesso governo tedesco. Ciò accresce a dismisura il debito pubblico, che sarà scaricato sui proletari, ma nell'immediato aiuta il nuovo esecutivo: gli offre un margine di grasso con cui oliare le relazioni sociali, o almeno provarci.

Infine il governo, anche in ragione di questo margine di manovra, sembra voler perseguire a differenza di Monti una politica di concertazione con le burocrazie sindacali e le organizzazioni padronali. Il ripiegamento del nuovo gruppo dirigente di Confindustria su una politica di “buone relazioni” con la CGIL, dopo le smargiassate iniziali (vedi il nuovo contratto dei metalmeccanici), sembra per ora offrire una sponda a questo corso governativo. Preoccupato di garantire la pace sociale, il governo Draghi farà il possibile per schivare le mine.

Ma chi prevede per il nuovo governo un cammino in discesa, o anche solo in pianura, ha una visione molto semplificata della situazione. Confonde il pallottoliere parlamentare con la vita reale, il profumo d'incenso della retorica con la cruda materialità dei problemi.


PANDEMIA, LICENZIAMENTI, PENSIONI: LE MINE VAGANTI SUL CAMMINO DI DRAGHI

Un primo terreno impervio riguarda la crisi sanitaria e la crisi sociale tra loro intrecciate.

L'evoluzione imprevedibile della pandemia, sotto la minaccia delle mutazioni del virus, si combina con le difficoltà strutturali (continentali ma tanto più nazionali) della vaccinazione di massa, la gestione delle chiusure, i contenziosi con le amministrazioni regionali, il nodo dei DPCM... Un Presidente gesuitico di poche parole dovrà sperimentarsi nella comunicazione pubblica, scendendo dall'eremo della sua santità. Non sarà facile.

A questo si sovrappone il passaggio cruciale dello sblocco dei licenziamenti. Confindustria chiede lo sblocco per le aziende non coperte da cassa Covid che hanno bisogno di ristrutturazioni. Le burocrazie sindacali, in particolare la CGIL, propongono un nuovo rinvio. Ma il padronato, che già teneva sotto pressione il governo Conte, vuole incassare il dividendo del nuovo governo Draghi, e non mollerà facilmente la presa. Bankitalia calcola ad oggi oltre mezzo milione di licenziamenti sospesi pronti a scattare, una valanga sociale di grande ampiezza. E non parliamo solo di piccole imprese, parliamo virtualmente anche del gruppo Stellantis, di AcelorMittal, di Alitalia, di una miriade di aziende di medie dimensioni interessate a riorganizzare produzione e servizi. Draghi cerca di allontanare da sé il calice amaro di questa stretta sociale. Ma sarà arduo evitarla.

La questione delle pensioni non è meno rilevante, seppure su tempi maggiormente diluiti. Quota 100 va a scadenza; non può essere rinnovata a fronte del gigantesco indebitamento pubblico e delle pressioni della UE che condiziona lo stesso Recovey Fund al controllo dei conti pubblici. Non a caso il governo spagnolo (PSOE-Podemos) è già impegnato sull'innalzamento dell'età pensionabile. L'esecutivo Draghi dovrà dunque mettere le mani sul sistema pensionistico nella prossima legge di stabilità, che inizia il suo corso in tarda primavera.

L'incrocio tra sblocco dei licenziamenti e riforma pensionistica può esporre il governo a un rischio di conflitto. La concertazione mira a disinnescarlo, ma al tempo stesso confessa la paura.


PROPORZIONALE O MAGGIORITARIO? LE INCOGNITE DEL SISTEMA POLITICO

Un secondo ordine di problemi è di natura più strettamente politica. La nuova unità nazionale è per definizione una situazione d'eccezione che prelude ad una riorganizzazione del sistema politico. I governi tecnici (Monti) o politico-tecnici (Draghi) sono normalmente incubatori di nuovi soggetti e/o di nuovi equilibri. Oggi è molto difficile prevedere lo sbocco politico dell'esperienza Draghi. L'unità nazionale prelude ad un ritorno a un sistema proporzionale, con la classica composizione di un'area di centro borghese quale punto di gravitazione, o prepara invece un ritorno al bipolarismo con schieramenti ristrutturati ma alternativi? Difficile rispondere ad oggi. Certo nel Parlamento attuale sembra difficile trovare una maggioranza di voto per la legge elettorale proporzionale, perché Forza Italia, PD e M5S non hanno la maggioranza dei seggi al Senato. Se resterà l'impianto maggioritario, comunque articolato, le crepe interne alla maggioranza di governo non tarderanno a manifestarsi, da un lato nel polo PD-M5S, dall'altro nel polo di centrodestra.
I tempi, del resto, non sono neutri. Sul finire della primavera vi sarà un'ampia competizione sul terreno amministrativo a carattere maggioritario che coinvolge le principali città italiane. L'effetto di polarizzazione sarà inevitabile e può riverberarsi a livello politico parlamentare. Inoltre incombe il passaggio tra meno di un anno delle elezioni del Presidente della Repubblica. Draghi appare ad oggi come il candidato naturale alla successione di Mattarella, con un sostegno amplissimo. Ma questo significherebbe elezioni politiche anticipate, una scadenza che se prendesse forma trascinerebbe inevitabilmente lungo l'arco dell'intero anno la competizione interna alla maggioranza Draghi.

Il rapporto del governo con l'opinione pubblica è un'ulteriore variabile dipendente del quadro generale. Al piede di partenza Mario Draghi sembra godere di un affidamento vasto e fiducioso. Un credito iniziale, secondo i sondaggi, di oltre il 70% dei consensi ha pochi precedenti in tempi recenti. È il riflesso naturale della sofferenza per la pandemia, della crisi sociale, dell'enorme disorientamento politico, del ripiegamento dei livelli mobilitazione e di coscienza di ampi strati proletari, ciò che alimenta la ricerca del salvatore della patria, in questo caso tecnocrate competente. Tuttavia proprio l'altezza delle aspettative può favorire rapidi disincanti e cambi di clima. Accadde con Monti, può accadere con Draghi. Proprio la memoria dell'esperienza Monti convive sottotraccia con la speranza in Draghi, e alimenta una diffidenza inquieta. È un equilibrio contraddittorio e instabile, esposto a possibili svolte.

La svolta dell'unità nazionale produce sofferenza in blocchi sociali ed elettorali diversi. Le grandi narrazioni populiste che hanno coinvolto negli ultimi dieci anni ampi settori di piccola borghesia e la maggioranza dei salariati hanno subito un tracollo della propria credibilità. Le campagne sovraniste sono scosse alle fondamenta non solo dal cambio delle politiche di bilancio in Europa ma soprattutto dall'ingresso entusiasta della Lega nel governo Draghi. Parallelamente, la lunga narrazione anticasta del M5S, già svuotata nel corso della legislatura dalle diverse alleanze di governo, è oggi annientata dall'ingresso del M5S nel governo Draghi a fianco di Berlusconi e di Renzi. È un fatto politico enorme nella parabola di questo movimento politico, che ne istituzionalizza definitivamente l'approdo, ma che perciò stesso innesca frantumazioni parlamentari, scissioni tra i suoi attivisti, dispersione nella sua base sociale.

Complessivamente, l'immaginario di ampi settori di massa subisce una scossa traumatica. Non è possibile prevedere la ricaduta prevalente di questo processo sul versante sociale. Ma se il populismo reazionario, grillino o leghista, si è saldato per quasi un decennio con la dinamica di riflusso del movimento operaio, dirottando su uno sfogatoio passivo una gran mole di tensioni sociali, il venir meno di questo sfogatoio potrà avere effetti sulle prospettive della lotta di classe.


LA POLITICA DEI RIVOLUZIONARI NEL NUOVO SCENARIO

Il nuovo scenario politico richiede un rilancio della politica di fronte unico. Se la borghesia ha radunato attorno a sé i suoi partiti, il movimento operaio deve stringere le proprie file contro la borghesia e il suo governo. Contrapporre all'unità nazionale il fronte unico di classe è il primo tassello della nostra proposta e linea di intervento.

È tanto più importante oggi ragionare in una prospettiva di massa. Davanti ad uno schieramento politico così vasto, a un governo che gode di nuova forza per il sostegno unanime del padronato, è necessario lavorare a costruire una forza di massa uguale e contraria, l'unica capace di alzare un argine e strappare risultati.

Nello stesso bacino dell'avanguardia occorre prendere le misure del nuovo scenario. Tanto più oggi logiche di autocentratura ed autosufficienza sono prive di fondamento. Le esperienze controcorrente che si sono prodotte nell'ultimo anno (Coordinamento delle sinistre di opposizione e Patto d'azione anticapitalista - per un fronte unico di classe) assumono un valore ancora maggiore e al tempo stesso misurano il proprio limite. Occorre lavorare alla ricomposizione di queste esperienze in un unico fronte dell'avanguardia di classe, politica e sindacale, per agire insieme in una logica di massa. La proposta di stati generali delle sinistre di opposizione e di classe emersa dal Coordinamento delle sinistre di opposizione intende muoversi in questa direzione, così come le proposte unitarie che emergono nel dibattito del Patto d'azione e dell'Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi.

La preparazione comune di una manifestazione nazionale contro il governo Draghi di tutte le sinistre di classe, ovunque collocate, darebbe impulso a questo processo, a partire dal presidio unitario contro il governo giovedì prossimo a Montecitorio, in occasione dell'insediamento del governo alle Camere, un presidio unitario senza steccati che il PCL, con altri, ha fortemente voluto.

Parallelamente, dentro il percorso di fronte unico dell'avanguardia occorre porre l'esigenza di una proposta d'azione che sia all'altezza del livello di scontro che si prepara. Se lo sblocco dei licenziamenti sarà il primo banco di prova del conflitto sociale, occorre preparare il movimento operaio sul terreno delle indicazioni di lotta, delle forme di organizzazione, delle stesse rivendicazioni. Se nuove centinaia di casi Whirlpool si moltiplicheranno in tutta Italia, va data l'indicazione dell'occupazione delle aziende che licenziano, di un coordinamento nazionale delle occupazioni, dello sviluppo delle casse di resistenza. La rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori delle aziende che licenziano può unificare il fronte di lotta evitando quella drammatica via crucis delle sconfitte in ordine sparso che la classe operaia ha vissuto nell'ultimo decennio per responsabilità delle sue direzioni.

Certo, sono oggi proposte controcorrente a livello di massa. Ma proprio per questo è importante che le avanguardie le assumano unitariamente, e unitariamente ne facciano strumento di azione per preparare il terreno. Con la propaganda e ovunque possibile con l'agitazione. Sono proposte che il Coordinamento delle sinistre di opposizione ha già assunto e che il PCL ha portato e porta nella discussione interna al Patto d'azione, combinando unità e radicalità.

Il rilancio di una prospettiva anticapitalista di governo dei lavoratori e delle lavoratrici è più che mai un asse centrale della propaganda rivoluzionaria. A un governo espressione del capitale finanziario, nella sua stessa composizione, va contrapposta la prospettiva di un governo del lavoro. La crisi verticale di tutte le mitologie populiste e interclassiste (no euro contro euro, sovranità nazionale contro UE, italiani contro migranti, popolo contro casta...), che purtroppo hanno attecchito in ampi di settori di salariati, può liberare spazio per l'unica alternativa vera: quella tra capitale e lavoro. La parola d'ordine del governo dei lavoratori ne è la naturale proiezione. È l'unica vera soluzione contro il mare di fandonie e di truffe che sono state seminate nella coscienza di massa. È la ragione stessa del PCL e della sua costruzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il volo dei Draghi

 


La crisi della Repubblica

3 Febbraio 2021

L'incarico a Draghi è la misura della profondità della crisi. Nella più grande crisi capitalista del dopoguerra, la borghesia italiana non è riuscita a trovare per via ordinaria una soluzione alla propria impasse politica. Ma i padroni hanno trovato il proprio mandatario

La Borsa vola, precipita il differenziale di interesse tra Btp e Bund. Il capitale finanziario saluta stamane a modo suo l'annunciata investitura di Mario Draghi quale futuro Presidente del Consiglio. È insieme l'attesa di una sospirata stabilità politica e la smisurata fiducia nella persona. Colui che tutta la stampa borghese presenta come il salvatore della patria con un tocco di pagana idolatria.


L'INTERESSE SUPERIORE DEL CAPITALE FINANZIARIO

Come scriveva Marx, la borghesia presenta sempre come interesse generale il crudo interesse della propria classe. Mario Draghi è un caso emblematico. Quale servitore dello Stato borghese egli ha svolto con disciplina e onore le proprie funzioni per trent'anni. Prima come Direttore generale del Ministero del Tesoro negli anni cruciali dell'ingresso nell'Euro (1991-2001), poi come Governatore della Banca d'Italia (2005-2011), infine come Presidente della BCE durante la grande crisi capitalista del 2008-2012. La sua stella polare, nella diversità dei ruoli, è stata sempre una sola: l'interesse del grande capitale. Negli anni '90 sponsorizzando la distruzione della scala mobile, la precarizzazione del lavoro, l'onda lunga delle privatizzazioni, dentro il quadro delle politiche di concertazione. Negli anni 2000 con la famigerata lettera della BCE (2011) che prescriveva tagli drastici alle spese sociali per pagare il debito pubblico alle banche in cambio dell'ombrello protettivo sui titoli di stato italiani.
“È colui che ha svenduto l'Italia alla finanza tedesca” gridano i sovranisti di ogni colore un tanto al chilo. È vero l'opposto: Draghi ha coinvolto la Bundesbank obtorto collo nella protezione del capitalismo italiano sul mercato finanziario internazionale. Ciò che industriali e banchieri tricolori hanno capito benissimo, a differenza di tanti imbecilli.

Ora il mandato che Mattarella gli affida è più impegnativo dei precedenti. La crisi in corso è più profonda che dieci anni fa, la pandemia ne moltiplica durata ed effetti, il declassamento di ampi settori di piccola borghesia restringe la base sociale d'appoggio dei governi in carica, e non solo in Italia. Ma soprattutto è diverso lo scenario politico che fa da sfondo. Nei primi anni '90 la caduta della "prima repubblica", tra il crollo dell'URSS e Tangentopoli, spinse una ristrutturazione complessiva del sistema politico-istituzionale attorno all'alternanza di due poli di governo, centrosinistra e centrodestra. Un equilibrio che per più di vent'anni ha incardinato le stesse politiche borghesi. Ma proprio questo equilibrio politico è franato dieci anni fa, sotto la pressione della grande crisi capitalista. Il governo di salute pubblica di Mario Monti fu il notaio di questo decesso, e al tempo stesso il volano del ciclo populista, quando milioni di salariati allo sbando cercarono nel grillismo, poi nel renzismo, e infine nel salvinismo la soluzione (reazionaria) della propria crisi, in risposta all'abbandono e al tradimento della sinistra. Ma un equilibrio nuovo non è stato trovato. La vicenda rocambolesca della presente legislatura, con due governi di diverso segno ma con lo stesso Presidente del Consiglio ed entrambi franati, ne è una testimonianza impietosa.
È un fatto: nella più grande crisi capitalista del dopoguerra, la borghesia italiana non ha trovato per via ordinaria una soluzione della propria crisi politica. Una crisi che minaccia l'intera Unione Europea, perché investe la seconda potenza industriale del continente.


LE INCOGNITE DI UNO SCENARIO POLITICO INSTABILE

L'incarico a Mario Draghi è la misura della profondità della crisi. È un tentativo di commissariamento della politica borghese nell'interesse superiore della borghesia italiana e della UE. Sotto questo profilo assomiglia alla soluzione Monti del 2011. Verificata l'impraticabilità di una ricomposizione della maggioranza parlamentare uscente, la presidenza della Repubblica ricorre ad una soluzione straordinaria di emergenza nazionale, all'insegna della “salvezza del Paese”.
Vedremo nelle prossime ore se il Presidente incaricato troverà una maggioranza parlamentare sufficientemente ampia su cui appoggiarsi. Il quadro politico è assai più frantumato che ai tempi di Monti: la principale forza parlamentare, il M5S, è attraversata da movimenti tellurici potenzialmente deflagranti, il PD è percorso da convulsioni irrisolte, la stessa alleanza di centrodestra registra crepe profonde. Ma la forza di Draghi sta nel fatto di essere davvero l'ultima diga di sistema, oltre che l'ultima barriera rimasta contro elezioni anticipate che falcerebbero tutte le forze politiche con l'unica eccezione di Fratelli d'Italia. Che infatti è l'unico partito che le chiede davvero.

Di certo Draghi ha dalla sua la militanza delle organizzazioni padronali, a partire dalla Confindustria di Carlo Bonomi. La polemica di Draghi contro il “debito cattivo” a favore del “debito buono” sulle colonne del Financial Times è musica per le orecchie del capitale. Significa che i soldi a debito per assistere un operaio licenziato sono sprecati, mentre diventano produttivi se intascati dal padrone che lo licenzia. La povertà è una colpa, il profitto una virtù. I vertici di Confindustria hanno trovato il proprio mandatario.

Di certo affidare a Draghi la gestione dei duecentonove miliardi di fondi europei significa metterli in mani sicure: una nuova messe di miliardi freschi nelle tasche dei padroni in larga misura scaricati sul debito pubblico, quindi sulla schiena di quella Next generation nel cui nome sono versati.
Non solo. Trattandosi in larga misura di prestiti sul mercato finanziario continentale, richiederanno precise condizioni, a partire dal controllo del debito pubblico. La riforma degli ammortizzatori sociali e l'abolizione dell'elemosina di "quota 100" sono già sul conto dell'operazione. Chi meglio di Draghi può farsi garante in sede europea ? Lo stesso vale per lo sblocco dei licenziamenti. Confindustria chiede che il rinnovo del blocco riguardi tutt'al più e per breve tempo le aziende già assistite dalla cassa Covid, non le altre. Che è come dire che va data libertà di licenziare alle aziende che vanno bene e fanno profitti, essendo le altre assistite dallo Stato. Già il ministro Gualtieri, non a caso sponsorizzato da Bonomi, aveva predisposto tale soluzione. Chi meglio di Draghi può garantire la sua esecuzione?


L'ALLINEAMENTO DI LANDINI A DRAGHI

Tanto più in questo quadro è illuminante, ma non sorprendente, il comportamento della CGIL e del suo segretario. Maurizio Landini già in queste ore ha sentito il bisogno di allinearsi all'unità nazionale. Quando il capitale chiama, la burocrazia sindacale risponde. Più il capitale è in difficoltà, più la mano soccorritrice si allunga. Negli anni '90 si regalò ai padroni la scala mobile. Negli anni 2000 l'abbattimento delle tasse sui profitti, con l'IRES passata in un solo anno dal 34% al 27,5% (col voto, ahinoi, di Rifondazione Comunista). Nel 2012 si diede il lasciapassare alla riforma Fornero sulle pensioni. Ogni volta colpendo gli operai o abbandonandoli alla scure padronale. Ogni volta offrendo alle destre peggiori un terreno di pascolo tra i salariati. Perché oggi dovrebbe essere diverso? Landini ha già prostrato la CGIL ai piedi di Giuseppe Conte, e ha già offerto a Bonomi un'«intesa di sistema», come lui stesso l'ha definita. Potrebbe forse mostrarsi insensibile all'attuale richiamo patriottico? La burocrazia si sente un'istituzione della Repubblica. A modo suo lo è. Le offre la pace sociale in cambio di un riconoscimento di ruolo. Landini chiede semplicemente a Draghi di riconoscere questa funzione calmieratrice della CGIL. Gliel'ha riconosciuta Bonomi, la riconoscerà anche Draghi. Il quale già nella dichiarazione di investitura ha rivendicato non a caso la collaborazione tra le parti sociali e la loro coesione.


PER UN FRONTE UNICO DI CLASSE E DI MASSA

Di certo, nel caso che un nuovo governo di unità nazionale dovesse insediarsi – ipotesi al momento ancora virtuale – sarà necessario aggiornare il confronto in tutta l'opposizione di classe. La parola d'ordine del fronte unico della classe operaia contro il fronte unico padronale assumerà ancor di più in quel caso una valenza politica centrale. Sul terreno sindacale come sul terreno politico, tutte le organizzazioni di classe andranno chiamate a serrare le file attorno ad una piattaforma di mobilitazione unitaria. Ogni organizzazione andrà messa di fronte alle proprie responsabilità.
La piattaforma del Patto d'azione e della Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi acquista tanto più oggi una valenza centrale, e al tempo stesso dovrà misurarsi con un livello di scontro obiettivamente superiore, già peraltro annunciato dallo sblocco dei licenziamenti.

Costruire una risposta proporzionale all'attacco significa lavorare oggi più di ieri a un fronte unico di classe e di massa, fuori da ogni logica o tentazione di autorecinzione minoritaria. Unire l'azione dell'avanguardia per unire la massa dei lavoratori e delle lavoratrici è e sarà in ogni caso la bussola politica del nostro partito, dentro la prospettiva più generale di un'alternativa anticapitalista.

Partito Comunista dei Lavoratori

VOLENTIERI PUBBLICHIAMO: A tutte le organizzazioni sindacali: sottoscriviamo la cassa di resistenza della Whirlpool

 


Appello di lavoratori dei sindacati di base a sostegno della lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della Whirlpool e della cassa di resistenza

Come compagni/e attivi nei sindacati di base invitiamo i lavoratori e le lavoratrici di questi sindacati, oltre che ovviamente i loro gruppi dirigenti, a sostenere concretamente la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Whirlpool, impegnati a difendere il loro lavoro, il loro reddito, il loro futuro.

Circa mille dipendenti, tra produzione e indotto licenziati in tronco dalla grande multinazionale con la complicità del governo, dopo che sono stati illusi che solo con le mediazioni istituzionali avrebbero salvato il loro posto di lavoro.
Questa solidarietà materiale dovrebbe essere pane quotidiano per tutti i proletari, a prescindere dalle loro collocazioni sindacali o meno. In un momento in cui la grande e prolungata crisi capitalistica si abbatte su tutto il mondo del lavoro sosteniamo e invitiamo a sostenere la cassa di resistenza pro-lavoratori Whirpool.

La vertenza Whirlpool deve essere simbolica ed esemplare per tutto il mondo del lavoro.
Simbolica in quanto grazie al recupero di questo classico strumento di lotta, la cassa di resistenza, si indica una strada di resistenza alla pesante offensiva padronale della Confindustria di Bonomi, che vorrebbe fare delle vite dei lavoratori e lavoratrici carne da macello.
Esemplare in quanto, potrebbe essere l’inizio di una ripresa dell'iniziativa operaia e della coscienza di classe: in un momento di forte arretramento del mondo del lavoro, dopo decenni di pacchetti Treu, legge 30, Jobs Act, cancellazione dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori, da parte dei governi di centrosinistra e di centrodestra, questa lotta potrebbe segnare l'inversione di una tendenza, l'inizio di una faticosa ma determinata resistenza e controffensiva per ricreare un tessuto di solidarietà di classe e sociale, che potrebbe essere seguita da altre decine di vertenze sparse e frammentate nel mondo del lavoro.

Unifichiamo le lotte, generalizzando anche la costruzione delle casse di resistenza .
Parafrasando la parola d'ordine dei lavoratori partenopei dobbiamo innalzare lo striscione "il proletariato non molla"!



Di seguito gli estremi bancari per la sottoscrizione:

Conto Cral - 106810, intestato a Cral aziendale Whirlpool Napoli
Codice IBAN IT81 N030 6909 6061 0000 0106 810



Preghiamo tutti i sottoscrittori di far pervenire la loro adesione scrivendo al seguente indirizzo:

appellocassaWhirlpool@gmail.com


Le compagne e i compagni (seguono le prime adesioni):

Maurizio Aprea – USB Marcegaglia
Federico Bacchiocchi – SGB Sanità - Bologna
Antonio Della Pietra – FLAICA CUB - Palermo
Giacomo Di Leo – CUB Scuola
Angela La Bella – USB Sanità - Potenza
Orazio Leotta – USB Pubblico Impiego - Messina
Isidoro Migliorati – SICobas
Luca Nanfria – USB Sanità - Genova
Crescenzo Papale – USB Pubblico Impiego - Marche
Giuseppe Ranieri – CUB Pensionati - Milano
Riccardo Spadano – SGB Pubblico Impiego
Antonio Tralongo – CUB Informazione e Spettacolo
CUB Venezia


Dopo aver inviato questo appello alla RSU della Whirlpool abbiamo ricevuto questa risposta, di cui siamo grati:

Cari compagni, la rsu e le lavoratrici ed i lavoratori della Whirlpool di Napoli vi ringraziano per il vostro nobile gesto. La nostra lotta è la lotta della resistenza operaia contro le angherie del padrone capitalista che schiaccia i diritti e toglie la dignità del lavoro. Combattiamo assieme a tutte le donne e gli uomini che uniti a noi cercano il riscatto sociale per riportare al centro i diritti, e l'eguaglianza sociale. Whirlpool Napoli non molla, uniti si vince.

appellocassawhirlpool@gmail.com

La pandemia è il capitalismo: rafforzare il Patto d'azione per rilanciare l'opposizione di classe

 


Mozione conclusiva dell'assemblea nazionale del "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe", tenutasi in remoto domenica 22 novembre

25 Novembre 2020

Pubblichiamo il documento varato dall'assemblea nazionale del "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe", tenutasi il 22 Novembre. Una discussione che ha confermato la volontà di proseguire e rilanciare il Patto d'azione e il suo intervento di classe. Il confronto ha investito sia i contenuti della piattaforma, sia le forme organizzative del Patto. Su entrambi gli aspetti il PCL, soggetto organico del Patto, ha dato il proprio contributo. Proponendo uno sviluppo della caratterizzazione anticapitalista della piattaforma (ad esempio sulla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano); sottolineando l'esigenza di allargare il fronte unitario d'azione dell'avanguardia, a partire da un investimento coerente nel percorso unitario aperto dall'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi di Bologna del 27 settembre; proponendo una forma organizzativa ad un tempo funzionale e corrispondente alla natura del Patto come fronte unitario d'azione tra soggetti distinti. Su questi aspetti la discussione continuerà dentro la cornice generale condivisa del documento varato

Siamo giunti a questa assemblea nazionale nel pieno della seconda ondata pandemica di Covid-19.

La fine del clima diffuso di “unità nazionale“ che aveva contrassegnato la prima fase pandemica sta portando sempre più in superficie le contraddizioni e gli antagonismi di classe sinora sapientemente occultati dietro l'ipocrisia del comune richiamo al tricolore e l'inconciliabilità tra gli interessi dei padroni e quelli dei lavoratori e delle masse proletarie, resa quanto mai evidente dal tracollo dei sistemi sanitari nella quasi totalità dei paesi occidentali.

Tutto ciò in un quadro di una crisi internazionale (al tempo stesso sanitaria, economica, sociale e politica), le cui dimensioni sono testimoniate dalle grandi lotte che attraversano il sistema capitalista ai quattro angoli del globo: dall'America latina ai grandi scioperi dell'India, alle lotte nel Maghreb e nel Medio Oriente, alle ribellioni in Europa del proletariato immigrato. Questi sommovimenti sono giunti negli ultimi mesi fin nel cuore dell'imperialismo USA, materializzandosi nelle rivolte e nelle mobilitazioni del movimento Black Lives Matters in risposta alle violenze razziste della polizia e alle politiche reazionarie dell'amministrazione Trump: un processo che si è poi riverberato anche sul piano istituzionale in concomitanza con le elezioni presidenziali, caratterizzate da un clima di polarizzazione e da una tensione sociale senza precedenti nella storia recente della democrazia borghese a stelle e strisce, al punto da portare non pochi lacchè nostrani a proclamare (a ragion veduta) la fine di un'intera epoca storica del capitalismo. Tali dinamiche si intersecano con lo sviluppo recente di grandi ampi movimenti su scala internazionale contro le devastazioni ambientali e con le lotte del movimento delle donne, che in queste settimane sta vedendo la Polonia come il principale epicentro delle mobilitazioni.
I dati e i fatti di questi mesi confermano inequivocabilmente le tesi da noi sostenute nelle assemblee di marzo e aprile, ossia:

1) Questa pandemia (così come le altre a cui abbiamo assistito in questi decenni) è il prodotto degli sconquassi determinati dal sistema capitalista sull'ambiente e sull'ecosistema, e la zoonosi (salto di specie del virus) è intimamente connessa col sistema predatorio di deforestazione e di sfruttamento intensivo delle risorse naturali che sono alla base dei disastri e delle catastrofi connesse al cambiamento climatico, ed è il prodotto di una crisi sistema da cui il capitale e le sue istituzioni sono incapaci di venire a capo.

2) Le politiche di tagli massicci e indiscriminati alla sanità, all'istruzione, al trasporto pubblico e alla spesa sociale perseguite negli ultimi decenni dai governi nazionali e sovranazionali in tutto l'occidente imperialista e senza soluzione di continuità, hanno smantellato e distrutto ogni possibile linea di difesa e di contenimento della pandemia, determinando in tempi record il collasso dei sistemi sanitari nazionali e la moltiplicazione esponenziale dei contagi.

3) I governi nazionali, e in Italia il governo Conte, gli apparati statali e le amministrazioni regionali hanno perseguito, scientemente e sistematicamente, una politica di riduzione del danno improvvisata e raffazzonata, orientata quasi esclusivamente alla difesa senza se e senza ma dei profitti del grande capitale, e sacrificando sul suo altare la tutela dei salari, della salute e della vita stessa di milioni di proletari.

È oramai noto che l'Italia fosse del tutto priva di un piano pandemico e come quest'ultimo non fosse più aggiornato dal 2006, ed è altrettanto noto che negli ultimi mesi del 2019, malgrado il Sars-Cov 2 fosse già ben presente in Cina, il governo Conte, il ministro Speranza e i vertici sanitari abbiano sistematicamente ignorato (fino al punto di secretarle) le segnalazioni e i dossier dei più autorevoli rappresentanti della comunità medico-scientifica internazionale, i quali sollecitavano una “terapia d'urto“ immediata per scongiurare decine di migliaia di morti.
Oggi che quelle previsioni si sono rivelate un autentico e macabro presagio, nel mentre assistiamo allo spettacolo indecoroso dei rimpalli di responsabilità tra governo, regioni e comuni e nel mentre le attività di screening e di tracciamento sono completamente saltate sin dagli inizi di ottobre, la “seconda ondata“ ha svelato in maniera chiara che gli unici a trarre vantaggio dal tracollo della sanità pubblica sono stati i laboratori di analisi privati, a cui sono stati nei fatti appaltati quasi per intero i tamponi dei casi sospetti e dei contatti stretti, con costi lievitati alle stelle e un business che si è vergognosamente alimentato di pari passo con l'aumento dei contagiati e con la saturazione dei posti-letto negli ospedali: lo scandalo dei costi delle ambulanze private che a Napoli sono lievitati fino a 1000 euro per paziente rappresenta solo la punta dell'iceberg di una cosciente e sistematica opera di distruzione del sistema sanitario compiuta che i governi di ogni colore hanno operato negli ultimi decenni. Senza quest'opera di distruzione sistematica, con chiusure di ospedali, tagli di personale e alla spesa per le infrastrutture, sarebbe impossibile spiegarsi il vero e proprio sciacallaggio che è attualmente in corso da parte di padroni, politicanti e speculatori senza scrupoli.

In questo contesto di crisi rovinosa si inserisce la nuova “luna di miele“ tra i padroni e Cgil-Cisl-Uil, suggellata dai tappetini rossi che Landini ha riservato a Bonomi nel corso dell'evento “Futura“: al di la di qualche apparente puntura di spillo a uso e consumo mediatico, è evidente che il meeting cigiellino è servito a suggellare, nei fatti prima ancora che sulla carta, quel “Patto per l'Italia“ di cui Confindustria ha bisogno per mettere al guinzaglio la classe lavoratrice per tutto il periodo pandemico e spegnere ogni residuo conflitto sul rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, tanto più all'indomani di uno sciopero nazionale che si è rivelato essere davvero tale solo in un numero limitatissimo di fabbriche, grosso modo coincidenti con le principali roccaforti storiche della Fiom.
Tutto lascia presagire che entro la prossima primavera i padroni “concederanno“ ai confederali la vittoria di Pirro di un rinnovo che in cambio di qualche spicciolo in più di salario, porterà in dote a Confindustria un triplice risultato: l'aumento esponenziale dei ritmi e dei carichi di lavoro (sapientemente spacciato per “produttività“), il via libera ai contratti precari senza limiti di durata e soprattutto lo stop alla moratoria sui licenziamenti a partire dalla primavera.
D'altronde, lo schema di Confindustria rappresenta già da anni, se non da decenni, una prassi e un “modello“ consolidato in svariate categorie (agricoltura, lavoro domestico, edilizia, ristorazione, ecc., per non parlare di tutto l'universo che ruota attorno alle finte cooperative), e il tentativo di ufficializzare e codificare il principio “lavorare di più, peggio, più precari e ricattati e con meno diritti“ è coerente con i decenni di controriforme del mercato del lavoro e con lo stesso Patto per la fabbrica siglato poco più di due anni fa tra governo, padroni e sindacati confederali: va da se che una volta smontato il CCNL metalmeccanici, ne deriverà un effetto a cascata in tutte le altre categorie interessate dai rinnovi.
Nel frattempo, il fronte padronale continua a dormire comodamente sugli allori, grazie al nuovo via libera alla Cig senza limiti, il cui libero accesso garantitogli dal governo viene finanche sgravato dall'onere di dover giustificare un calo di fatturato riconducibile alla pandemia.
Quella Cig che nella gran parte dei casi si traduce nella miseria di 700-800 euro al mese in busta paga, viene ipocritamente presentata dal governo e dai confederali come una misura di tutela per i lavoratori, ma in realtà non è altro che uno strumento per consentire ai padroni di privatizzare gli utili e socializzare le perdite: il silenzio di Cgil-Cisl-Uil di fronte ai dati della guardia di Finanza che attestano come più del 25% delle aziende si sia accaparrata la Cig pur non avendo alcun calo di fatturato nel mentre milioni di lavoratori sono di fatto ridottti alla fame, è di gran lunga più eloquente degli slogan e delle dichiarazioni d'intenti su “lavoro, sviluppo e contratti“ che i vertici confederali continuano a ripetere come un disco rotto.
Come contraltare alle pagliacciate dei vertici confederali, al momento continua a distinguersi per il livello di combattività diffusa solo il settore del Trasporto merci e logistica, nel quale lo scorso 23 ottobre SI Cobas e ADL Cobas hanno organizzato uno sciopero nazionale capace di fermare la gran parte del flusso di merci di tutti i principali operatori, portando a casa, come primi importanti risultati, da un lato la disponibilità a trattare di una parte delle principali associazioni datoriali, dall'altro l'apertura di un tavolo di confronto col governo sul tema della sicurezza sul lavoro e della prevenzione dei contagi da coronavirus.
Pur in un quadro che vede lo sviluppo a macchia di leopardo di lotte vertenziali e la ripresa di iniziativa in alcuni settori (su tutte la sanità e la scuola, ma anche in alcune fabbriche, nel settore dello spettacolo e nel comparto multiservizi), queste mobilitazioni registrano tuttora una estrema difficoltà a trainare settori di massa e a ramificarsi sul territorio nazionale.


LE "TRE PIAZZE" DI OTTOBRE

Se da un lato il patto tripartito tra governo, Confindustria e sindacati collaborazionisti (Cgil-Cisl-Uil-Ugl) ha permesso a questi ultimi di preservare il clima di pace sociale sui luoghi di lavoro attraverso lo scambio tra l'aumento della produttività e della precarietà (quindi dei profitti) e un nuovo rinvio della moratoria sui licenziamenti, dall'altro in queste settimane hanno iniziato a manifestarsi dei primi, inequivocabili segnali di malessere sociale per gli effetti della crisi e delle nuove restrizioni imposte dal Covid. Com'era prevedibile in un paese come il nostro, caratterizzato da un'estrema polverizzazione delle filiere produttive e da un peso significativo del commercio e e dei servizi, a rompere il ghiaccio sono state in larga parte mobilitazioni dal segno e dalla composizione confusa, di carattere apparentemente populista e interclassista, ma alla cui testa è emerso fin da subito l'interesse specifico della piccola e media borghesia, dei commercianti e di quel pulviscolo di “mezze classi“ fatte di padroni e padroncini colpiti dalle misure restrittive.
Non a caso, le parole d'ordine e le rivendicazioni spesso maggioritarie in queste piazze (“no alla dittatura sanitaria“, “no alle chiusure“, ecc.) si siano mostrate molto più permeabili dalla retorica reazionaria dei fascisti e al delirio negazionista dei “no mask“ che non alle istanze dalle lotte sociali proletarie (vedasi su tutte le piazze di Milano, Venezia, Bologna e quella del quartiere Vomero a Napoli): ciò a riconferma che gli interessi del “ceto medio produttivo“ sono oggettivamente antagonisti e inconciliabili con le lotte operaie per la difesa della salute e per il diritto a restare a casa a salario pieno e a non morire di Covid in nome dei profitti, piccoli o grandi che siano.

Dal ventre di queste manifestazioni, a partire dall'ormai celebre notte del 23 ottobre a Napoli, si è materializzata la “seconda piazza“, composta in larga parte da settori semiproletari, di proletariato marginale e/o studenti (come nel caso di Firenze), la quale in maniera confusa, genuina ma spesso completamente disorganizzata, ha riversato nelle strade una rabbia e un malessere che poco o nulla aveva a che vedere con le istanze dei commercianti (i quali non a caso si sono subito affrettati a prendere le distanza dai “violenti“) e che si è espressa attraverso cortei non autorizzati e scontri di piazza, cui è seguita, puntuale come sempre, la dura repressione delle forze dell'ordine e un'ondata di criminalizzazione ad opera dei media, intenti a bollare questi episodi come opera di “camorristi“, fascisti o negazionisti.
In realtà queste brevi ed estemporanee fiammate, più che la mafia o i fascisti (da sempre molto più a loro agio nelle aule parlamentari e nelle stanze del potere nazionale e locale che non nelle proteste di piazza), rimandano a forme di ribellione spontanea e in larga parte apolitica e/o a-classista, il cui unico comun denominatore è l'odio verso lo stato e le forze di polizia.

L'esito di questo primo round di proteste è oramai sotto gli occhi di tutti: il settore della media distribuzione, dagli esercizi commerciali e quello turistico-ricettivo hanno in poche ore portato a casa i “decreti-ristori“, con i quali lo stato si impegna ad accollarsi la gran parte delle perdite di fatturato, mentre l'esercito dei precari, dei lavoratori del settore, dei garzoni in nero e dei disoccupati hanno nella migliore delle ipotesi difeso a malapena la miseria delle poche centinaia di euro di CIG o di reddito di cittadinanza “concesse“ a suo tempo dal governo; il fatto che all'indomani del suddetto Dpcm sia le prime che le seconde piazze si siano svuotate quasi ovunque è da un lato la riprova che la piccola e media borghesia ha rappresentato la componente sociale maggioritaria in quelle mobilitazioni era di, dall'altro che in assenza di un forte movimento di classe ogni tentativo, per quanto generoso, di “attraversamento proletario“ di una rabbia tanto diffusa quanto confusa è inevitabilmente votato al fallimento, sia in termini politici sia sul piano rivendicativo parziale.

Fare un bilancio obbiettivo e lucido degli eventi di fine ottobre, non significa certo negare apriori e per principio la possibilità (e in determinati frangenti anche la necessità) di saldare e allargare le lotte operaie e proletarie con le istanze provenienti da strati del ceto medio impoverito dalla crisi e/o in via di proletarizzazione, ne tantomeno volersi trastullare in sterili quanto infantili richiami a una presunta “purezza“ del movimento proletario. A nessuno sfugge che nelle piazze italiane di ottobre, le istanze del grande ristoratore che paga 30 euro al giorno (e magari al nero) i suoi dipendenti e dell'albergatore che evade milioni di euro fossero “mescolate“ con quelle del garzone o del piccolo esercente a gestione familiare. Si tratta tuttavia di non confondere la realtà con i propri desideri, e di comprendere che fin quando i salariati e gli sfruttati non saranno capaci di dotarsi di un autonomo percorso di lotta per i propri interessi di classe immediati e futuri, nessun'alleanza e nessuna scorciatoia movimentistica sarà capace di togliergli le castagne dal fuoco e permettergli la difesa di quegli interessi, men che meno lo saranno ipotetici “fronti popolari“ con gli strati inferiori della classe dominante.

Da questo punto di vista, le mobilitazioni messe in campo dal Patto d'azione nella giornata del 24, hanno rappresentato a tutti gli effetti una sorta di “terza piazza“, distinta dalla seconda e alternativa alla prima, in quanto espressione dell'autonomia di classe e degli interessi immediati e futuri dei lavoratori e delle masse proletarie nel loro complesso.
abbiamo animato più di una decina di piazze convocate in tutte le principali città dall'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi a seguito della riuscita iniziativa del 27 settembre a Bologna.
Il bilancio di questa giornata di mobilitazione nazionale è complessivamente positivo: in molte città (Napoli, Bologna, Torino e Roma su tutte) si è registrata la partecipazione di centinaia di lavoratori, studenti e realtà politiche e di movimento; in altre (come a Milano), la partecipazione è stata decisamente inferiore a quella registrata lo scorso 6 giugno.
La riuscita buona ma non straordinaria delle iniziative è in parte ascrivibile con le difficoltà dovute al contesto pandemico, ma in parte anche alla mancata strutturazione e organizzazione del percorso comune, sia sul piano locale che a livello locale.


LA PIATTAFORMA, I PERCORSI DI LOTTA E LE PROSSIME SCADENZE

Il contesto attuale ci chiama a portare di nuovo in primo piano la auto-difesa della salute da parte dei lavoratori nei luoghi di lavoro e nella società, con il rilancio della critica generale non solo al taglio delle spese per la sanità pubblica, ma a tutto il processo di aziendalizzazione di essa, di accorpamento degli ospedali e di introduzione sempre più in profondità della finalità del profitto. A questo processo, che è responsabile n. 1 dell'attuale crisi sanitaria, va contrapposta la rivendicazione di una sanità centrata sulla prevenzione degli infortuni e delle morti sul lavoro, la prevenzione delle malattie e delle epidemie, la strutturazione di una medicina del territorio che non è mai stata integralmente costituita, l'opposizione frontale al vergognoso business dei tamponi e delle ambulanze, ecc.
Ciò partendo dalla consapevolezza che la tutela della salute dei lavoratori passa innanzitutto dalla sicurezza e dalla prevenzione sui luoghi di lavoro.

Occorre dunque prepararsi a una dura e lunga battaglia per il diritto alla salute e alla vita dei lavoratori, mettendo in piedi campagne per il varo di protocolli anti-Covid precisi e vincolanti per tutti i padroni, sostenendo le iniziative già in corso su questo tema (su tutte quella portata avanti in queste settimane dal SI Cobas), ma soprattutto lottando per il diritto a stare a casa con l'integrazione salariale al 100% in tutte le aziende in cui non si applicano o in cui non è oggettivamente possibile applicare le misure di prevenzione.

In secondo luogo, in barba alla moratoria sui licenziamenti, ad oggi abbiamo già oltre 800.000 nuovi disoccupati, sia a causa del mancato rinnovo dei contratti a termine, sia in conseguenza delle chiusure di attività (vedi Whirlpool), sia attraverso l'espediente dei finti licenziamenti disciplinari, nonché maree di cassintegrati che hanno visto i loro salari ridotti all'osso e un'altra epidemia di disoccupazione in arrivo. In un tale contesto, foriero di precipitazioni improvvise, va messo in primo piano il salario medio operaio garantito a tutti i disoccupati - anche a quelli che siano, evidentemente, diventati tali per fallimento dei propri piccoli esercizi (cosa ben diversa dai ristori!). Questa rivendicazione va legata alla riduzione drastica e generalizzata della giornata lavorativa, per il lavoro socialmente necessario, proprio per portare a fondo la critica al modo di produzione capitalistico che in questa crisi produrrà montagne di disoccupati.

In terzo luogo, va smascherato con forza, senza se e senza ma, il disegno complessivo del capitalismo nazionale (in una con la UE e col governo Conte) teso a progettare un uso dei 209 miliardi del Recovery fund secondo la linea "come prima, peggio di prima", con il finto sviluppo "green", la micidiale Industria 4.0, la desocializzazione programmata con lavoro a distanza (a domicilio) e scuola a distanza, l'ulteriore incremento delle spese belliche (Mattarella&Co. hanno chiesto 10.000 soldati in più e nuovi armamenti), la tanto agognata fine del "sussidistan" (mai esistito, peraltro), nuove carceri e centri di detenzione per immigrati: il tutto finanziato, attraverso l'ingigantimento del debito di stato e il nuovo debito europeo, dalla classe lavoratrice e in particolar modo dalle future generazioni.
Negli ultimi mesi stiamo assistendo anche in ambiti governativi e istituzionali, all'evocazione di patrimoniale sulle grandi ricchezze che muove da propositi diametralmente opposti a quelli che ci portano ad usare questa parola d'ordine come leva per far pagare la crisi ai padroni, finalizzati al contrario a tamponare e nascondere gli effetti della crisi. Per questo specifichiamo ancora una volta che la rivendicazione non di una patrimoniale generica, ma della patrimoniale del 10% sul 10%, è finalizzata a soddisfare una serie di interessi delle masse operaie, dei disoccupati, degli sfruttati: per il salario garantito, la riduzione generalizzata e drastica degli orari di lavoro e la ricostruzione di un sistema sanitario fondato sulla prevenzione, sul rilancio dei trasporti pubblici anti-inquinamento su rotaia, la messa in sicurezza dei territori, il risanamento ambientale, etc.


Alla luce di tutto ciò, l'assemblea stabilisce quanto segue:

1) A partire dai prossimi giorni sviluppare su tutti i territori iniziative di lotta e campagne di denuncia dello sfascio della sanità pubblica, dei trasporti e dell'istruzione e di agitazione rivolta alle condizioni di miseria che attanagliano la forza lavoro precaria e disoccupata: una campagna che viaggi in parallelo con la battaglia per la difesa della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro, per il varo di protocolli vincolanti per la prevenzione del contagio, per la difesa dei salari e il rinnovo dei contratti in tutti i settori della produzione e distribuzione.

2) Indire una nuova iniziativa nazionale su questi temi nel week-end 11-12 dicembre, articolata nelle varie città.

3) Si assume come denominazione unica e definitiva la seguente: "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe".

4) Intraprendere un lavoro di condivisione e socializzazione dei contatti e dei collegamenti internazionali in corso con realtà politiche, sindacali e sociali di altri paesi, propedeutico allo sviluppo di forme di coordinamento e di iniziativa comune.

5) Avviare un confronto tra le compagne e le lavoratrici teso alla costruzione di iniziative di lotta sul tema della doppia oppressione delle donne sfruttate dal capitalismo e dai modelli patriarcali veicolati e alimentati dalla classe dominante.

6) Avviare un gruppo di lavoro specifico sul tema della repressione e del razzismo di stato, che possa portare agli inizi del prossimo anno a un'assemblea nazionale sui problemi specifici delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati.

7) Impegnare tutte le realtà che afferiscono al Patto d'azione a favorire la massima partecipazione all'assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si terrà il prossimo 29 novembre in modalità telematica e ad evidenziare in ogni ambito d'intervento la necessità di convocare a breve a uno sciopero generale nazionale.

8) Dar vita a un gruppo di lavoro che presenti alla prossima assemblea una proposta condivisa sul piano organizzativo, sia riguardo la necessità impellente di dar vita a un coordinamento nazionale del Patto d'azione, sia di dotare quest'ultimo di strumenti unitari di comunicazione e di agitazione politica.


L'assemblea del Patto d'azione riunitasi in modalità telematica il 22 novembre 2020, infine, aggiorna i punti della piattaforma di lotta nazionale come segue:

1) Autodifesa della salute da parte dei lavoratori, per sé e per tutta la popolazione; revisione dei Protocolli del 24 aprile, con l'introduzione dell'obbligatorietà dello screening e dei tamponi a tutti i lavoratori e il varo norme e misure stringenti e vincolanti per la prevenzione dei contagi sui luoghi di lavoro, in cui sia espressamente prevista la possibilità di chiudere le aziende laddove non sia possibile garantire il diritto alla salute e alla vita degli operatori; creazione in tutte le aziende di comitati dei lavoratori che vigilino sul rispetto dei protocolli; piano nazionale straordinario di assunzione di infermieri e medici, con l'immediato esaurimento delle graduatorie degli idonei e la stabilizzazione di tutti/e i/le precari/e, senza nessuna discriminazione nei confronti del personale sanitario d'immigrazione; integrale riorganizzazione del servizio sanitario pubblico unico, universale, gratuito, dotato di una diffusa rete territoriale, con al centro l'obiettivo della prevenzione delle malattie e la tutela della salute sui luoghi di lavoro; requisizione senza indennizzo di tutte le cliniche private, anche oltre l’emergenza; abolizione dei sistemi di "welfare" sanitario aziendale e di ogni altra forma di finanziamento indiretto alla sanità privata.

2) Salario medio garantito per disoccupati, sottoccupati, precari e cassintegrati.

3) Riduzione drastica e generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario: lavorare meno, lavorare tutti; per il lavoro socialmente necessario.

4) I costi della pandemia e della crisi siano pagati dai padroni, a partire da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione i cui proventi vanno destinati alla copertura al 100% di tutti i salari e al salario medio garantito per disoccupati e precari. Rifiuto del debito di stato come strumento per soffocare le rivendicazioni proletarie e sociali.

5) Libertà di sciopero e agibilità sindacale, contro i divieti delle questure, dei prefetti e della Commissione di garanzia sugli scioperi: se si lavora, si ha anche il diritto di svolgere attività sindacale e di scioperare.

6) Diritto al lavoro per tutte le donne, contro la precarizzazione e il lavoro a distanza; per il potenziamento dei servizi di welfare, contro la conciliazione tra lavoro domestico ed extra-domestico; contro il sessismo e la violenza sociale e domestica; per il diritto di aborto assistito e l’auto-determinazione delle donne.

7) Abrogazione dei decreti-sicurezza: no alla militarizzazione dei territori e dei luoghi di lavoro, contro ogni criminalizzazione delle lotte sociali e sindacali.

8) Contro la regolarizzazione-beffa Conte-Bellanova, permesso di soggiorno europeo a tempo indeterminato per tutti gli immigrati e le immigrate presenti sul territorio nazionale; completa equiparazione salariale, di diritti e di accesso ai servizi sociali; abolizione delle attuali leggi italiane ed europee sull'immigrazione e chiusura immediata dei CPR.

9) Drastico taglio alle spese militari (un F35 costa quanto 7113 ventilatori polmonari) e alle grandi opere inutili e dannose (quali Tav, Tap, Muos).

10) Contro le politiche di devastazione ambientale e il saccheggio indiscriminato della natura e dell'ecosistema in nome dei profitti e della speculazione.

11) Piano straordinario di edilizia scolastica e di assunzione di personale docente e non docente per garantire la salute nelle scuole e, appena possibile, la didattica in presenza. Abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, programmi di formazione pagati a salario pieno. Critica della cultura, dell'arte e della scienza al servizio del profitto.

12) Blocco immediato degli affitti, dei mutui sulla prima casa e di tutte le utenze (luce, acqua, gas, internet) per i disoccupati e i cassintegrati; blocco a tempo indeterminato degli sgomberi per tutte le occupazioni a scopo abitativo.

13) Revoca di qualsiasi progetto di “Autonomia differenziata”, che penalizza i proletari e i lavoratori del Sud.

14) Amnistia e misure alternative per garantire la salute di tutti i proletari e le proletarie detenuti.

Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe