Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Val Seriana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Val Seriana. Mostra tutti i post

La responsabilità di quattromila morti

 


La scelta di non fare la zona rossa in Val Seriana. La nostra denuncia confermata dall'indagine

Quattromila morti che si sarebbero potuti evitare, se solo si fosse recintata la Val Seriana come zona rossa. È l'esito dell'indagine che la Procura di Bergamo ha affidato al dottor Crisanti per avere da lui una risposta strettamente epidemiologica. Cinque i quesiti che la Procura ha posto a Crisanti. Il quinto era il più spinoso: esistevano le condizioni sanitarie di necessità accertata per realizzare la zona rossa in Val Seriana, e come possono essere quantificate le conseguenze per non averla fatta? Crisanti ha dovuto studiare per rispondere dodicimila pagine di dati clinici. Ora ha risposto: “Sì, c'erano le condizioni di necessità per fare come a Codogno una zona rossa. Non averla fatta ha comportato almeno quattromila vittime” aggiuntive.

Crisanti si è limitato, com'è giusto, a una risposta strettamente clinica. È quello che gli è stato richiesto. Ma la risposta clinica investe obiettivamente le responsabilità politiche. Il governo italiano, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza sono coloro che decisero di non varare la zona rossa in Val Seriana, assieme al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana. Decisero di non vararla non sulla base di considerazioni sanitarie, ma perché hanno scelto di allinearsi alla richiesta dei vertici di Confindustria regionali (Bonomi e Bonometti) di non bloccare la produzione per non danneggiare l'economia. Erano i giorni in cui la Confindustria di Bergamo gridava al mondo “Bergamo is running”, la produzione corre e deve correre, per rassicurare i propri clienti e soprattutto il proprio portafoglio. Il governo ha scelto Confindustria invece che la vita. Quattromila morti è il prezzo della scelta.

Ora i responsabili debbono pagare. Tutti. Il nostro partito fu il primo a denunciare anche in sede giudiziaria presso la Procura di Bergamo le responsabilità criminali di quella scelta. Ora chiediamo giustizia assieme ai parenti delle vittime, senza guardare in faccia nessuno. Altro che i cortei no vax che, con 140.000 morti di Covid accusano il governo di anteporre la salute pubblica al “diritto individuale di non vaccinarsi”. Occorrerebbe una grande manifestazione di massa per accusare i ministri di ieri e di oggi, e insieme i vertici padronali, di aver subordinato la salute al profitto. Anche al prezzo di un massacro.

È il capitale la vera grande associazione a delinquere. È il profitto ad essere criminogeno. È la sua dittatura che va spazzata via, per costruire un'altra società, governata dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dall'assalto fascista alla sede della CGIL al divieto di manifestare

 


Il governo di Draghi cerca di chiudere il cerchio

Noi sosteniamo convintamente la vaccinazione di massa perché crediamo che la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori venga prima dell’aspirazione egoistica alla propria libertà irresponsabile da parte del borghese piccolo piccolo.

Questa aspirazione reazionaria, farcita di argomentazioni antiscientifiche e utilizzata dai fascisti, non promette nulla di buono alle lavoratrici e ai lavoratori che per la stragrande maggioranza hanno ritenuto giusto e doveroso vaccinarsi, nel rispetto dell’incolumità propria e dei propri compagni di lavoro.

Altrettanto diciamo che la salvezza dello “shopping natalizio”, sacralmente assicurato dagli esponenti del governo, non può valere la negazione del diritto a manifestare contro le politiche antioperaie del governo Draghi.

Se per far ripartire il meccanismo dell’accumulazione capitalistica, che passa come un rullo compressore sopra i corpi delle lavoratrici e dei lavoratori come dimostrato dal tragico stillicidio giornaliero degli incidenti, oltre che dalla massa di contagi, per altro in ripresa, sui luoghi di lavoro, si è costretti a recarsi in tali luoghi tutti i giorni, allora si deve aver assicurato il diritto a manifestare contro le condizioni inumane di lavoro a cui i padroni costringono una parte sempre crescente di operaie e operai.

Gli interessi dell’imperialismo italiano, che non si cura di tutelare effettivamente la salute delle classi popolari, come dimostrano il mancato sostegno al sistema sanitario pubblico, ultima voce del PNRR e per giunta in massima parte destinata a finanziare la sanità privata, e gli scandali svelati dalle inchieste giornalistiche riguardo la gestione del piano pandemico da parte del governo in collusione con le associazioni padronali (vedi il caso della Val Seriana oggetto delle indagini della magistratura), non hanno nulla che vedere con gli interessi della classe lavoratrice.

Il divieto di manifestare, anche se fosse limitato oggi alle settimanali manifestazioni reazionarie dei no-vax, a questo punto è una pura espressione dello stato d’eccezione, ossia semplicemente il disvelamento della dittatura di classe della borghesia, che da domani può usarlo contro il movimento operaio e antagonista, la sinistra, i rivoluzionari.

Solo la costruzione di una grande mobilitazione unitaria della classe lavoratrice, a cominciare dalla proclamazione dello sciopero generale e prolungato, può piegare questa dittatura di classe e aprire una fase nuova in cui la salute e la libertà di 16 milioni di salariati siano effettivamente tutelati.

Partito Comunista dei Lavoratori

MANCATA ZONA ROSSA AD ALZANO LOMBARDO E NEMBRO - COMUNICATO STAMPA

Comunicato del Partito Comunista dei Lavoratori sull’inchiesta per la mancata “zona rossa” ad Alzano e Nembro denunciata dallo stesso PCL il 9 aprile


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria soddisfazione per la scelta della procura di Bergamo di interrogare il presidente del Consiglio e i ministri degli Interni e della Salute in merito alla mancata istituzione della nei comuni di Alzano e Nembro. E non potrebbe essere altrimenti: è stato il Pcl infatti, tramite il suo Portavoce Nazionale Marco Ferrando a presentare per primo (alle procure di Bergamo, Brescia, Milano e Roma) denuncia contro il Governo, nonché contro la Regione Lombardia e Confindustria. E lo ha fatto in tempi certamente non sospetti: il 9 aprile scorso. Quando tutti facevano muro minimizzando ciò che accadeva e rimpallandosi le responsabilità. A cominciare dalla Lega di Salvini che oggi sostiene ma allora difendeva a spada tratta la politica delle fabbriche aperte a tutti i costi. I costi di migliaia di morti. 
Nel nostro esposto abbiamo sottolineato come la mancata zona rossa non era frutto di un semplice “errore” di valutazione del rischio ma era stata il risultato di un cinico calcolo economico: “costava troppo” chiudere una zona ad alta concentrazione industriale. Era la tesi di Confindustria Lombardia e sia la Regione che il governo l’hanno fatta propria. Adesso assistiamo allo squallido palleggiamento di responsabilità su chi poteva e doveva decidere: potevano e dovevano sia la Regione che il Governo. Ma hanno lasciato che, nei fatti, decidessero gli industriali. E il risultato sono stati i cortei dei camion militari pieni di bare.
Questo dimostra la vera natura di questo governo, che qualcuno si illude sia “progressista”. Pur sapendo che solo le mobilitazioni di massa di lavoratori e giovani - e un governo che riflette i loro interessi – possono cambiare le cose ci auguriamo che tutti i responsabili di questo massacro ne rispondano davanti alla giustizia.

https://www.giornalettismo.com/zone-rosse-denuncia-pcl/

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI                                                                                             
10/06/2020

In piena pandemia gli imperialismi si contendono l'egemonia sul mondo

Lo Stato canaglia USA vuole sbarrare il passo alle mire della Cina

8 Maggio 2020
La nuova crisi mondiale innescata dalla pandemia radicalizza la competizione tra gli imperialismi.
L'imperialismo USA, il principale Stato canaglia del pianeta, cerca di rimontare le posizioni perdute nell'ultimo decennio rilanciando una vera guerra fredda contro la potenza cinese. La linea di scontro con la Cina rappresenta dal 2008 il baricentro della politica estera USA. La lunga stagione di Obama ha avuto questo segno. Il nuovo corso ipernazionalista dell'"America first" l'ha al tempo stesso ereditato e rilanciato con una postura più aggressiva e spregiudicata. La guerra dei dazi dell'ultimo biennio ha la Cina come primo bersaglio. E non si tratta di una competizione commerciale, ma del riflesso commerciale di una competizione globale per l'egemonia sul mondo; una competizione che si gioca senza risparmio di colpi sul terreno dell'industria pesante, delle nuove tecnologie, della spartizione di materie prime e zone di influenza in tutti i continenti, nessuno escluso.


L'IMPERIALISMO USA VERSO UNA NUOVA GUERRA FREDDA CONTRO LA CINA

Oggi, come nel 2008, la nuova grande crisi versa molta benzina nel motore dello scontro interimperialista.

La Cina ha rapidamente superato il trauma dell'epidemia in casa propria cercando di capitalizzare le difficoltà dell'amministrazione americana e le sue contraddizioni con gli imperialismi europei: da qui una politica internazionale degli aiuti sanitari proiettata in particolare verso l'Europa per allargare le proprie relazioni politico-diplomatiche, espandere la Nuova Via della Seta, indebolire la rendita di posizione americana. Ma l'imperialismo USA contrattacca su tutta la linea a difesa dei propri presidi. Chiama a raccolta i propri alleati della NATO, mobilita la comunità di intelligence dei paesi anglofoni (USA, Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda), denuncia la responsabilità della Cina per aver causato l'innesco della pandemia e averla nascosta al mondo. E arriva sino a ventilare atti diplomatici estremi, come la richiesta alla Cina di una riparazione economica per i danni subiti o addirittura la (improbabile) minaccia di non pagare alla Cina gli interessi sul debito americano che Pechino in larga parte detiene.

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, in particolare, “rivela” una operazione congiunta di Cina e Russia per dividere gli USA dai suoi naturali alleati in Europa, e dichiara alla stampa europea che la «Difesa degli USA e i ministeri della Difesa di tutti i nostri alleati continuano a tenere alta la guardia all'esterno» contro i nemici dell'Occidente. «Si tratti delle navi cinesi che cercano di compromettere la libertà di navigazione, gli apparecchi russi che mettono alla prova il nostro spazio aereo, o le imbarcazioni iraniane che provano a interdire i trasporti marittimi, noi dobbiamo essere pronti a reagire ad ogni minaccia» (La Stampa, 4 maggio). La stampa borghese italiana concede intere paginate a questi deliri militaristi, non senza l'impulso di nuovi direttori di testata (Molinari a Repubblica) scelti sulla base alla più inossidabile ortodossia atlantista (e sionista). Anche così FCA ha onorato i propri interessi in America.

Siamo davanti a «una crisi internazionale dalle conseguenze difficili da prevedere ma che obbligherà ogni Stato – inclusa l'Italia che ha pagato uno dei prezzi di vite più alto – a prendere posizione» dichiara solennemente, nel suo primo editoriale, il nuovo direttore di Repubblica (4 maggio). Straordinario. Il massacro della Val Seriana, o la strage nelle residenze sanitarie assistenziali, vengono messe sul conto della Cina da quegli stessi padroni del vapore che hanno impedito le zone rosse per incassare profitti. La verità, come sempre, è la prima vittima delle guerre, anche di quelle diplomatiche.

Il rifiuto e la denuncia di queste manovre del “nostro” campo imperialista è il primo dovere di ogni avanguardia, a maggior ragione di ogni comunista.


LA CINA E IL DEBITO ESTERO AFRICANO DI FRONTE ALLA PANDEMIA

Questo non significa affatto beatificare gli imperialismi rivali, presentandoli come alfieri del progresso o addirittura come “socialisti”. Una rappresentazione, questa, sponsorizzata da organizzazioni campiste che civettano con ambienti nazionalisti e cercano il loro plauso (come il PC di Rizzo, recentemente convertitosi alla Cina). Sono rappresentazioni grottesche prive di ogni rapporto con la realtà, e soprattutto con i principi di classe più elementari, quelli che muovono sempre dall'interesse del movimento operaio e delle masse oppresse del mondo. Se l'imperialismo USA è storicamente il loro principale oppressore, possiamo ignorare oggi il volto imperialistico della Cina?

Africa 2020. Un continente oggi minacciato dalla pandemia e colpito dalla recessione, la prima in un quarto di secolo. Il debito pubblico degli stati africani verso i paesi imperialisti ammonta complessivamente a 540 miliardi di dollari. Una cifra stratosferica per il continente, tanto più considerando gli altissimi tassi d'interesse sul debito, sino al 15%. Roba da usura, al punto che il grosso delle risorse oggi spese dagli stati africani è riservato al pagamento del debito e dei relativi interessi: ciò che falcidia gli investimenti sociali in sanità, istruzione, servizi. Se la pandemia minaccia un macello in Africa è anche per le conseguenze sociali della politica di rapina degli imperialismi.

Una coalizione di stati africani ha oggi formalmente chiesto presso il Fondo Monetario Internazionale la cancellazione del debito estero. Una rivendicazione progressiva, anche se negoziale. Una rivendicazione inedita sospinta dall'emergenza sanitaria. Qual è il punto? Il punto è che è la Cina il principale detentore del debito pubblico africano, per la cifra di 145 miliardi di dollari. E cinesi sono i tassi di interesse più alti. Non a caso è stata finora la Cina il paese più resistente alla richiesta di cancellazione del debito dell'Africa. La Francia ad esempio si copre dietro la Cina per chiedere la semplice sospensione temporanea del pagamento del debito africano, rifiutando la sua cancellazione. Naturalmente non è escluso che nella partita apertasi con gli USA l'imperialismo cinese decida di allentare il cappio al collo del debito africano per consolidare politicamente la propria area di influenza. Ma l'usuraio resterebbe tale anche se fosse indotto a una magnanimità interessata, perché la stessa magnanimità sarebbe funzionale alla continuità del dominio.

Questa politica ha una sua base materiale: diecimila aziende cinesi in Africa, al 90% private, concentrate nell'accaparramento delle materie prime e nello sfruttamento di manodopera a basso costo. Non senza l'importazione in Cina di centinaia di migliaia di lavoratori africani, oggetto in qualche caso di reazioni xenofobe perché accusati di aver portato il virus (come recentemente nella città cinese di Guangzhou).

Tutto il mondo è capitale, come abbiamo detto più volte. Anche in Cina, anche in Africa.
Nella lotta contro l'imperialismo di casa nostra non abbelliremo mai l'imperialismo altrui. Perché l'unica alternativa la può costruire la classe operaia di tutti i continenti nella prospettiva di un altro ordine del mondo. Che o sarà socialista o non sarà.


English version
Partito Comunista dei Lavoratori

La stagione dei doveri e dei sacrifici

Il nuovo capo di Confindustria e il parassitismo della borghesia

«Bisogna avere ben presente che quella che sta iniziando è la stagione dei doveri e dei sacrifici, per tutti. Quando sento chiedere aumenti contrattuali, per esempio nell'alimentare, significa che a molti la situazione non è chiara.»

La situazione in realtà è chiarissima. Carlo Bonomi ha scelto il Corriere della Sera, quotidiano di Banca Intesa, per rilanciare un messaggio inequivoco: gli industriali non solo si sottraggono ad ogni responsabilità sul crimine compiuto in Val Seriana (l'accusa «mi indigna», recita Bonomi) ma vogliono accollare agli operai il costo della pandemia per tutti gli anni a venire.

«Credo che i problemi vadano messi sul tavolo e su questo vada impostato un discorso serio con i sindacati che il governo dovrebbe agevolare», «C'è un punto invece che non è stato ben compreso: le imprese oggi stanno riaprendo con costi maggiori e con una produttività più bassa perché bisognerà attuare il distanziamento.»

Come soccorrere dunque i poveri capitalisti “incompresi”? Semplice:
«Abbiamo reddito emergenza, reddito di cittadinanza, cassa ordinaria, straordinaria, in deroga, Naspi, Discoll... Potrei continuare. La risposta del governo alla crisi si esaurisce in una distribuzione di danaro a pioggia. Danaro che non avevamo, si badi bene, si tratta di soldi presi a prestito.»

Ecco, si tratterebbe di spostare questi danari dal portafoglio sdrucito di lavoratori, cassaintegrati, precari, disoccupati – cui queste elemosine spesso neppure arrivano – alla cassaforte dorata dei padroni. Quelli che nel solo 2019 hanno fatto in Borsa 23 miliardi di profitti netti, portano nei paradisi fiscali le proprie ricchezze, hanno beneficiato per vent'anni di riduzioni di tasse e privatizzazioni, intascano oggi la copertura statale dei crediti bancari con garanzie pubbliche pagate da tutti... Non è forse questa la vera «distribuzione di danaro a pioggia»? Se lo Stato prende danaro “a prestito” in misura sempre maggiore ingrassando banche e compagnie di assicurazione non è forse anche perché ha detassato profitti e rendite al fine ingrassare gli industriali? E ora questi vorrebbero allungare le mani persino sulle residue protezioni sociali di coloro che hanno gettato su una strada o condannato a una precarietà senza fine?! E pretendono la rinuncia ad aumenti salariali da operai che nell'alimentare pagano quando va bene 8 euro lordi all'ora?!

Nel denunciare il parassitismo dell'aristocrazia del suo tempo, Parini parlava del “giovin signore”, come “colui che da tutti è servito e a nulla serve”. Così è oggi in forme diverse il grande azionista moderno, un Bonomi qualunque: espressione di una classe che vive del lavoro altrui, ma pretende che il mondo si prostri ai suoi piedi e per questo gli ricorda “doveri e sacrifici”. Ed anzi “si indigna”, come la vecchia aristocrazia se si mette in discussione il suo privilegio, che considera naturale ed eterno.

Solo la classe operaia può liberare la società da questa classe parassitaria e riorganizzare il mondo su basi nuove. E per questo non c'è altra via che una prospettiva di rivoluzione.
Partito Comunista dei Lavoratori

La rabbia e la paura: classe e sindacato nella pandemia

Dal sito dell'area Riconquistiamo tutto - il sindacato un’altra cosa

Quando finirà l’emergenza sanitaria sarà necessario, e doveroso, ricostruire la dinamica che ha condotto il covid19 a colpire così duramente l’Italia. Denunciando le relative responsabilità, con intransigenza, a partire da quelle politiche e padronali. In questi mesi, comunque, sono emersi evidenti limiti istituzionali e palesi incapacità. L’organizzazione regionalista dello Stato, a partire da quella del Servizio Sanitario Nazionale, ha reso contraddittoria e talvolta inefficace l’azione di contenimento (come mostrato da un primo rapporto dell’Harvard Business School). Nonostante ci sia un Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale (risalente a ben il 2006, che tra le altre cose prevedeva la verifica della disponibilità dei DPI sin dalla notizia della trasmissione da uomo a uomo del nuovo virus, cioè dal dicembre 2019), le sue indicazioni non sono state seguite (a partire proprio dai DPI e la loro distribuzione al personale sanitario). Nelle prime cruciali settimane di diffusione del virus nel paese si è dispiegata una linea contraddittoria di limitazioni parziali e riaperture, con una surreale retorica della ripartenza nella prima settimana di marzo ("Bergamo is running"). Nonostante l’esplicita indicazione dell’Istituto Superiore di Sanità, si è evitato di chiudere alcune aree (vedi la Val Seriana), per compiacere le pressanti richieste confindustriali. Le comunicazioni al paese sono ripetutamente avvenute in modo cialtronesco, con anticipazioni o videomessaggi prima che i provvedimenti fossero definiti (non solo ai primi di marzo, ma ancora con il DPCM del 26 aprile che traccia i primi passi del processo di riapertura): il contrario cioè di quella comunicazione semplice, inequivocabile e precisa, indicata nella letteratura scientifica come indispensabile nel caso di rischi ambientali che coinvolgono la popolazione.

Proprio questa gestione confusa, contraddittoria e anche criminale ha attivato una grande richiesta di iniziativa. Le organizzazioni sindacali sono diventate un punto di riferimento. In prima fila, ovviamente, ci sono stati i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, le RSU, le RSA: quel tessuto diffuso di attivisti e delegati che caratterizza la dimensione di massa del sindacalismo italiano. Una reazione sospinta dalle scelte di moltissimi datori di lavoro, larga parte delle imprese private come molte amministrazioni pubbliche (le cui direzioni sono oramai impregnate da logiche aziendalistiche). A lungo si è infatti preteso di tener aperto la produzione o le sedi, come se nulla fosse o con minime precauzioni, talvolta anche contro ogni logica. Ai sindacati, ai delegati ed alle delegate, ci si è quindi rivolti in tutti i posti di lavoro ed in tutti i territori. Non solo nelle realtà sindacalizzate, ma anche dove sinora il sindacato era distante, talvolta estraneo e talvolta tenuto a distanza (nelle realtà che io pratico, dalla docenza universitaria alle scuole private, dai tanti lavoratori e lavoratrici degli appalti alle tante forme precarie della didattica e della ricerca). Una domanda urgente e molteplice: si voleva capire cosa stesse succedendo, quale fosse il rischio reale, come proteggere la salute individualmente e collettivamente, come interpretare la messe di decreti contraddittori, come reagire alle scelte delle direzione aziendali (pubbliche e private), come andare in lavoro agile, come configurare il proprio lavoro agile, come limitare richieste e obblighi nel lavoro agile, come stare a casa se non si può andare in lavoro agile, come stare al lavoro se la propria attività è indifferibile, come difendere nell’emergenza i propri diritti e le proprie garanzie contrattuali (stipendi, ferie, indennità, congedi, buoni pasto, ecc), come difendere salario o occupazione, come accedere agli ammortizzatori sociali o alle indennità straordinarie previste per la quarantena.

In questo quadro, in molte realtà il sindacato c’è stato. In particolare, ovviamente, dove era più strutturato, con un tessuto di rappresentanza sindacale, delegati/e e RSU in grado non solo di dare risposte, ma anche di organizzare collettivamente un’azione sindacale. Un’azione non solo diretta alla tutela degli interessati, ma spesso capace di farsi interprete di una difesa generale del lavoro, capace di farsi carico delle diverse condizioni provando a ricomporre fratture e divisioni che proprio l’emergenza sanitaria, e poi la crisi conseguente, rischiavano di esacerbare. Ad esempio, i primi ad esser stati travolti dalla sospensione delle attività sono stati i lavoratori e le lavoratrici nell'istruzione. Nelle prime settimane, nei settori pubblici si è aperta una vera e propria divaricazione tra le sue due principali componenti, sospinta dalla gestione ministeriale e da quella di tanti dirigenti scolastici: da una parte i docenti, messi in lavoro a distanza e con stipendio garantito (8/900 mila nella scuola, anche precari; 50 mila nell’università); dall’altra tecnici e amministrativi, spesso tenuti a presentarsi nelle sedi (anche inutilmente), soggetti in alcuni casi a riduzioni di stipendio o anche al rischio di perdere il lavoro (nella scuola il personale ATA, di ruolo, e quello legato ad appalti e servizi, come gli educatori, spesso totalmente instabile, in tutto 150/200 mila; nell’università circa 50 mila dipendenti diretti, a cui si aggiungono appalti e servizi, oltre che il vario precariato di docenza e ricerca, probabilmente oltre 30 mila). Questa faglia è da sempre una caratteristica del settore: oggi rischiava di evolvere in una contrapposizione diretta tra le diverse componenti del lavoro. Così in larga parte non è stato, per una diffusa reazione di RSU e sindacati in scuole e atenei: si sono fatti carico di ricomporre il lavoro, hanno chiesto e sviluppato interventi di protezione per tutti/e, hanno imposto soluzioni contrattuali e normative per presidiare solo i servizi indifferibili (invocando e ottenendo, anche nelle circolari ministeriali, prima l’articolo 1256 del codice civile, poi l’articolo 87 comma 3 del DL 18/2020; curando la loro applicazione nei quasi 70 atenei, nelle ottomila scuole, nelle centinaia di realtà formative pubbliche). Un’azione più difficile e solo molto parziale, purtroppo, si è sviluppata verso i settori più marginali: gli appalti e le mutevoli forme del precariato instabile (educatori, bibliotecari, portinerie, borsisti e giovani ricercatori con le configurazioni più svariate). Anche se in più di una realtà si è segnalata un’inedita azione del sindacato anche nei loro confronti (da Firenze a Padova).

La risposta più significativa ed importante, inaspettata e capace di assumere un valore generale, è stata quella di alcune fabbriche, della logistica e in parte della grande distribuzione: la risposta dello sciopero.
La prima rondine è stata la FCA di Pomigliano.  Il pomeriggio del 10 marzo alcune decine di operai hanno incrociato le braccia in una linea di montaggio Panda, per protestare contro la mancanza di misure di sicurezza e la carenza di mascherine. Lo sciopero è stato spontaneo, tanto che solo successivamente la FIOM ha coperto l’iniziativa, mentre questa si diffondeva lungo la linea. FCA, colta in contropiede ma che ben conosce la capacità di incendiarsi della sua classe operaia nei grandi stabilimenti del sud (la lezione di Melfi), ha reagito velocemente, per interrompere ogni ulteriore protagonismo: ha chiuso subito (prima per sanificazione e poi a lungo in cassa integrazione) gli stabilimenti di Pomigliano, Melfi e Cassino (e poi la maggior parte degli stabilimenti europei). Le prime riaperture stanno avvenendo soltanto oggi.
La diffusione degli scioperi. Quella rondine non è passata inosservata. È stata ripresa dai media ed è passata di social in social nei posti di lavoro. Ha dimostrato come si può scioperare anche in emergenza e anche che lo sciopero ottiene dei risultati. Su quell’esempio, quindi, in particolare dal 12 marzo sono stati innescati una serie di scioperi, più consapevoli perché lanciati da RSU in fabbriche con una certa organizzazione di classe. Ed è così che la notizia ha sfondato sui media, con l’apertura di diversi quotidiani on line (rabbia nelle fabbriche aperte: non siamo carne da macello), e diventando da una parte un fattore politico generale, dall’altro un fattore di ulteriore estensione e generalizzazione degli scioperi. Questo impulso è partito soprattutto da due realtà: il Piemonte e Brescia. Due aree non casuali: nella storia recente (anni ‘90 e primi duemila) qui si è spesso segnato il primo livello di attivazione operaia (in difesa dell’art 18 come delle pensioni). In realtà, a ben guardare, a partire non è stato tanto quel tradizionale tessuto storico (l’immediata cintura torinese, l’Iveco e le acciaierie bresciane), quanto una pattuglia di piccoli e medi stabilimenti: la Mtm e la Dierre di Asti, l’Ykk Vercelli, la Trivium di Cuneo, la Pasotti di Brescia e altre 3/4 fabbriche. Gli scioperi si sono rapidamente diffusi anche a grandi stabilimenti: in primis l’AST di Terni (lo stesso 12 marzo) e poi nei giorni successivi Ferrari, Electrolux di Susegana e Forlì, Piaggio di Pontendera, Whirlpool di Cassinetta (Varese), Fincantieri di Venezia, Muggiano, Ancona e Palermo. In rete e sui social si trova notizia di una loro diffusione in diverse realtà: Ilva di Novi Ligure, Valeo di Mondovì, Sct-Hme di Serravalle Scrivia, Site di Borzoli, Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto, Bitron di Cormano, Corneliani di Mantova, Somec di Treviso, Toyota e Bonfiglioli a Bologna, Marcegaglia di Ravenna, GKN di Firenze, Hitachi Rail di Pistoia, Cnhi Vallesina (Jesi). Scioperi che non si sono limitati al nord, ma hanno anche coinvolto il centro sud: Passo Corese (Rieti), Hydro alluminio (Atessa), LFoundry (Avezzano), Leonardo (Grottaglie), Avio Areo (Pomigliano d’Arco), Sider (Potenza). Scioperi che non si sono limitati alle fabbriche. Sono stati coinvolti anche supermercati (come Unes Torino, Orvea di Trento, Lidl della Puglia) come l’articolato mondo della logistica, con un diretto protagonismo dei sindacati di base che hanno segnato il ciclo di lotte dell’ultimo decennio (SiCobas, ADL e USB, che hanno persino collaborato in alcune occasioni): in primo luogo i grandi stabilimenti Amazon (Piacenza e Torrazza Piemonte), ma anche BRT, TNT, UPS, DHL, XPO; in particolare la SDA (blocco delle sedi Brescia, Bergamo, Bologna, Genova, Milano 4, Modena, Torino 1 e 2, Varese) e GLS (Bergamo, Albino, Cividino, Ivrea 4, Milano M1 e M104, Rho M4, Genova G1 e G103, Monza M6, Ardeatina R3). Una collaborazione tra sindacati di base che non si è limitata alla logistica, ma che a Bologna ed in Emilia Romagna si è estesa a tutto il mondo degli appalti pubblici, sino a sviluppare un vero e proprio percorso unitario di diversi sindacati di base. Mobilitazioni e prese di posizione che non si sono limitate a fabbriche e imprese, ma che in alcune realtà hanno coinvolto anche categorie e strutture (Filctem Brescia, SLC Bergamo, Area postale SLC Liguria; Filcams, Fisascat e Uiltucs Liguria, Toscana, Marche e Abruzzo nella grande distribuzione per le domeniche).

Questa reazione è stata straordinariamente importante. Sia per la difesa dei lavoratori e delle lavoratrici, sia per il suo significato politico. Ma non nascondiamone i limiti. Per quanto questo sommario elenco mostri l’estensione delle lotte, ne indica anche i confini. Ad esser protagonisti sono stati pochi settori classe, spesso i più organizzati (fabbriche e logistica in particolare). In molte realtà sono stati scioperi di tutti/e (per ottenere chiusura dell’azienda e/o contrattare le coperture stipendiali), in altre utilizzati solo come copertura individuale per assenze precauzionali (in aggiunte a permessi e congedi straordinari). In molte realtà sono stati massicci, in altre limitati. In molte realtà hanno retto a lungo, in altre realtà si sono sfrangiati. In alcune realtà si è vinto (ottenendo la chiusura dell’azienda e talvolta coperture stipendiali complete), in altre si è perso (non reggendo uno sciopero prolungato e quindi dovendo trattare un ritorno alla produzione), in altre ancora è stata l’azienda stessa a chiudere (anche per riduzione delle forniture o delle commesse).

In tutte queste realtà, gli scioperi hanno avuto due valenze: da una parte una reazione sindacale di autoprotezione, dall’altra la rivendicazione politica di un provvedimento per tutti. Due aspetti che nelle lotte si sono accavallati, reciprocamente influenzandosi. Passando i giorni, però, il rischio di frammentazione tra diverse condizioni e realtà è cresciuto, con diverse realtà che inevitabilmente si sono sfilate da questa dinamica, talvolta perché non si è retto il prolungarsi dello sciopero, ma talvolta anche perché si è vinto e quindi si è ottenuto la sospensione della produzione. Per questo era importante lo sviluppo di una direzione, capace di generalizzare e tener insieme la mobilitazione, politicizzandola contro il governo.

Sarebbe cioè servito generalizzare gli scioperi ed arrivare ad uno sciopero generale, in grado di rivendicare ed ottenere provvedimenti generali, sia relativamente alla sicurezza sia relativamente alla protezione del salario. Cambiando così i rapporti di forza fra le classi e aprendo così, inevitabilmente, una diversa dinamica sociale e politica in tutta la gestione dell’emergenza (e oltre). Questa direzione però è sostanzialmente mancata. A condurre l’iniziativa è stato un tessuto disperso di delegati/e, senza esperienze recenti di autorganizzazione (come furono in parte i coordinamenti negli anni Novanta), senza capacità di darsi un ruolo generale, in una stagione segnata dalla marginalità, dalla divisione come dalla debolezza politica di tutto il sindacalismo conflittuale.

In questo quadro, la risposta della CGIL è stata imbarazzante. Proprio nei giorni in cui gli scioperi si diffondevano, proprio quando la rabbia stava diventando un nuovo ed importante fattore sociale e politico, le centrali sindacali si sono attivate. CGIL CISL e UIL hanno subito firmato con governo e associazioni padronali il protocollo del 14 marzo (il giorno dopo i titoli dei giornali sugli scioperi nelle fabbriche del nord). Un protocollo vuoto, senza nessun particolare impegno da parte del governo (se non un generico riferimento al fatto che il Governo favorisce, per quanto di sua competenza, la piena attuazione del Protocollo), una serie di obblighi e doveri del lavoratore, una serie di facoltà e valutazioni in capo alle aziende (ottima l'analisi di Dario Salvetti, CC FIOM e RSU GKN). Un protocollo utile soprattutto ad instradare questa dinamica nell’alveo della gestione governativa dell’emergenza, spegnendo ogni estensione ed ogni generalizzazione delle lotte. Come ha dichiarato lo stesso Landini, l’azione della CGIL (il protocollo come la richiesta al governo di un rapido decreto di chiusura) è stata improntata ad evitare che la paura di lavoratori e lavoratrici diventi rabbia. Quando il decreto è arrivato, dopo giorni di attesa ed un continuo suk di sottogoverno (uscendo oltre 24 ore dopo il suo annuncio, con trattative sino all’ultimo minuto), era chiara l’impronta di Confindustria (dalla lunga lista di codici Ateco alle larghe maglie dei permessi in Prefettura). Nonostante questo, la CGIL ha scaricato su delegati e strutture territoriali la scelta sulla continuazione di scioperi e mobilitazioni (rinunciando al ruolo generale che è proprio di ogni sindacato generale): a scioperare in quei giorni cruciali dopo il DPCM, sostanzialmente, è stato il comparto aerospaziale (Leonardo, Ge Avio, Fata Logistic System, Lgs, Vitrociset, MBDA, DEMA, CAM e DAR). Quindi ha sospinto le proprie strutture lombarde ed emiliane ha diradare lo sciopero a qualche giorno di distanza (il 25 marzo), per provare una trattativa in extremis e quindi strappare la chiusura di qualche codice Ateco in più (senza scalfire l’impianto di quel decreto). Così ha contribuito a spegnere ogni mobilitazione, togliendo spazio alla rabbia e lasciando campo libero alla paura.

Queste scelte della segreteria della CGIL non sono casuali. Sono la conseguenza diretta di una strategia che si è sempre più consolidata nell’ultimo decennio. Come scrivevamo nell’introduzione del nostro documento congressuale, "l'ultimo congresso della Cgil ha confermato la linea del precedente: gestire la crisi cercando il compromesso con imprese e governo". Come con la svolta dell’EUR nel 1978 o la stagione della concertazione inaugurata con gli accordi del ’92/93, la segreteria CGIL si è fatta guidare dalla volontà di esser un sindacato generale che si assume le responsabilità del paese (e quindi si assume in prima persona la responsabilità di rispondere alle esigenze del suo sistema produttivo), più che un sindacato di classe che si assume in primo luogo la difesa degli interessi generali del lavoro. Come scrivevamo nel nostro documento congressuale, "questa strategia è [..] fallimentare, perché si [scontra] con la realtà. [..] Davanti a questa crisi, la strategia della Cgil non [può] che arenarsi nel vuoto. In questi processi epocali, serve un punto di vista autonomo. Serve cioè rompere con la logica delle compatibilità, per cui diritti, salario e sicurezza vengono sempre dopo gli interessi dell’impresa, il profitto e il debito pubblico".

Questa strategia è stata interpretata da Maurizio Landini con protervia e moderazione. Landini, quando più di un anno fa è stato eletto segretario generale della CGIL, ha acceso le speranze di molti, nel sindacato e non solo. Ricordando le sue tradizioni sabattiniane, il ruolo della FIOM nel difendere partecipazione e conflittualità (dal convegno di Maratea nel 1996 e Melfi nel 2004, da Genova 2001 alla stagione degli accordi separati e dei precontratti) si sperava in un nuovo protagonismo della CGIL: un sindacato di strada e di movimento, capace di protagonismo politico e di riconquistare spazi di contrattazione. La sua elezione e la sua segreteria hanno fin qui avuto un altro segno. In particolare, con la scorsa crisi politica estiva, Landini e la CGIL hanno assunto, sin da subito e con un ruolo cruciale, una linea di sostegno alla nascita del Conte bis e la sua maggioranza 5 Stelle-PD-IV-LeU. Da allora, la CGIL non solo ha perseguito una linea di accordo con il padronato, ma si è anche mostrata sempre attenta a non intralciare un governo che contro le destre ha voluto sostenere sin dalla sua nascita. L’emergenza non ha per nulla cambiato questo atteggiamento e questa prassi da parte della segreteria CGIL, che anzi è sempre stata particolarmente attenta al rapporto con il Conte bis.

In questo quadro, Landini e la segreteria CGIL sono stati responsabili. In italiano, l’aggettivo responsabile ha però due accezioni. Da una parte indica come ci si sia comportati responsabilmente (si è assunto consapevolmente un impegno, in modo prudente, equilibrato e giudizioso), dall’altro come si sia responsabili delle scelte effettuate (si sia chiamati a rispondere delle proprie azioni e dei proprî comportamenti). Landini e la CGIL, in un momento cruciale, sono state quindi responsabili, avendo guardato in un momento di emergenza agli interessi generali del paese, ma sono stati anche responsabili, avendo scelto di non contribuire a trasformare la paura dei lavoratori e delle lavoratrici in rabbia. Una grande responsabilità. La paura, infatti, è un sentimento dominante (una volta innescato è difficile da controllare, perché è strettamente connesso ai nostri istinti di sopravvivenza, in grado di esplicitare risposte automatiche e spesso irrazionali) e nel contempo è un sentimento passivizzante, perché paralizza il pensiero e l’azione, producendo ansia e panico. La paura, cioè, isola. La rabbia invece è un sentimento attivo, che attiva psicofisiologicamente le persone per reagire ad una minaccia: è cioè quel sentimento che si innesca quando ci sentiamo defraudati o non accettiamo un'ingiustizia, che ci aiuta a reagire, che ci predispone all’attacco, che ci permette di uscire dai guai.

La paura e la rabbia sono stati i sentimenti dominanti dell’ultimo decennio. La Grande Crisi innescata nel 2008/'09, la disoccupazione e l’aumento dello sfruttamento, la radicale messa in discussione di aspettative e speranze, la precipitazione delle tensioni internazionali e le migrazioni, le guerre ai confini e le nuove improvvise mobilità sociali: tutto questo ha sviluppato paura nelle classi subalterne, rabbia nei ceti medi e nei piccoli produttori. Quella paura e quella rabbia che Renzi non ha mai capito e interpretato, contro cui si è infranta la sua politica bonapartista. Quella paura e quella rabbia che hanno invece alimentato, in Italia e nel mondo, processi di nazionalizzazione delle masse e di sviluppo di movimenti reazionari. La paura nelle classi subalterne, la rabbia nei ceti medi e nei piccoli produttori. In maniera inaspettata, la confusione governativa e l’arroganza padronale hanno invece improvvisamente destato una reazione rabbiosa nel lavoro, in alcuni settori organizzati del lavoro, che sono riusciti ad interpretare un sentimento ed una risposta collettiva: non siamo carne da macello, questa emergenza sanitaria non può esser pagata sempre dagli stessi. Una reazione importante, soprattutto a fronte di un’incipiente recessione che nel perpetuarsi delle attuali politiche di gestione capitalistica della crisi rischia di esser nuovamente pagata, e pesantemente, dal lavoro e dalle classi subalterne. La CGIL ha però contribuito a spegnere questa rabbia, preservando così la paura.

Oggi allora tutto è più difficile. Il governo sta gestendo la riapertura esattamente come la chiusura: con la stessa confusione, inettitudine e subordinazione al padronato. Le centrali sindacali, a partire dalla CGIL, stanno seguendo a ruota, a partire dalla sottoscrizione del nuovo protocollo del 24 aprile, identico nell’impianto e in larga parte nella lettera a quello del 14 marzo. La paura, nel frattempo, ha scavato. Non solo la paura per la salute, ma anche quella della crisi. Oggi pesano i due mesi di cassaintegrazione, le prospettive di pesante recessione [un crollo previsto del PIL italiano del 8-9% (nel 2009 fu -5,5%), di quello mondiale oltre il 3% (nel 2009 fu -0,1%)], l’angoscia per futuri licenziamenti, l’orizzonte di una possibile miseria. Pesa la frammentazione delle condizioni e delle situazioni, tra settori differenti, contratti diversi, prospettive divergenti. Soprattutto, pesa un sindacato generale che ha evitato di mobilitare l’insieme del lavoro, limitandosi anche questa volta ad affrontare l’emergenza e la crisi realtà per realtà, azienda per azienda, stabilimento per stabilimento. Non tutto, certo, si è spento, anche se qua e là emergono anche scioperi falliti e sono evidenti le difficoltà a riprendere le mobilitazioni. Ancora la scorsa settimana, alla prima riapertura, è scesa in sciopero la Fincantieri di Riva, come altre realtà. Mentre diversi percorsi sono rilanciati oggi anche dai sindacati di base, talvolta anche unitariamente (vedi il comunicato sulla ripresa dei trasporti CAT, CUB, Cobas e SGB, l’appello in Emilia Romagna di SiCobas, SGB e ADL,  le due giornate di mobilitazione e sciopero lanciate dall'ADL, dal Sicobas e dall’assemblea da loro promossa).

Serve però un salto di qualità. Servirebbe una svolta in CGIL, il cambio di questo gruppo dirigente responsabile, l’assunzione di una diversa strategia e responsabilità, in primo luogo nei confronti della classe. Serve la capacità di estendere e generalizzare le lotte, innescando nuovamente una dinamica di sciopero generale a arrivando a proclamarlo; per contrastare governo e padronato, per una diversa gestione dell’emergenza e della crisi; per sviluppare con l’emergenza un nuovo controllo del lavoro da parte di delegati/e e RLS, cioè un nuovo modello sindacale di lotta per la salute (come tracciamo due anni fa a Viareggio); per cambiare cioè i rapporti fra le classi.
Luca Scacchi