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La responsabilità di quattromila morti

 


La scelta di non fare la zona rossa in Val Seriana. La nostra denuncia confermata dall'indagine

Quattromila morti che si sarebbero potuti evitare, se solo si fosse recintata la Val Seriana come zona rossa. È l'esito dell'indagine che la Procura di Bergamo ha affidato al dottor Crisanti per avere da lui una risposta strettamente epidemiologica. Cinque i quesiti che la Procura ha posto a Crisanti. Il quinto era il più spinoso: esistevano le condizioni sanitarie di necessità accertata per realizzare la zona rossa in Val Seriana, e come possono essere quantificate le conseguenze per non averla fatta? Crisanti ha dovuto studiare per rispondere dodicimila pagine di dati clinici. Ora ha risposto: “Sì, c'erano le condizioni di necessità per fare come a Codogno una zona rossa. Non averla fatta ha comportato almeno quattromila vittime” aggiuntive.

Crisanti si è limitato, com'è giusto, a una risposta strettamente clinica. È quello che gli è stato richiesto. Ma la risposta clinica investe obiettivamente le responsabilità politiche. Il governo italiano, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza sono coloro che decisero di non varare la zona rossa in Val Seriana, assieme al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana. Decisero di non vararla non sulla base di considerazioni sanitarie, ma perché hanno scelto di allinearsi alla richiesta dei vertici di Confindustria regionali (Bonomi e Bonometti) di non bloccare la produzione per non danneggiare l'economia. Erano i giorni in cui la Confindustria di Bergamo gridava al mondo “Bergamo is running”, la produzione corre e deve correre, per rassicurare i propri clienti e soprattutto il proprio portafoglio. Il governo ha scelto Confindustria invece che la vita. Quattromila morti è il prezzo della scelta.

Ora i responsabili debbono pagare. Tutti. Il nostro partito fu il primo a denunciare anche in sede giudiziaria presso la Procura di Bergamo le responsabilità criminali di quella scelta. Ora chiediamo giustizia assieme ai parenti delle vittime, senza guardare in faccia nessuno. Altro che i cortei no vax che, con 140.000 morti di Covid accusano il governo di anteporre la salute pubblica al “diritto individuale di non vaccinarsi”. Occorrerebbe una grande manifestazione di massa per accusare i ministri di ieri e di oggi, e insieme i vertici padronali, di aver subordinato la salute al profitto. Anche al prezzo di un massacro.

È il capitale la vera grande associazione a delinquere. È il profitto ad essere criminogeno. È la sua dittatura che va spazzata via, per costruire un'altra società, governata dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

MANCATA ZONA ROSSA AD ALZANO LOMBARDO E NEMBRO - COMUNICATO STAMPA

Comunicato del Partito Comunista dei Lavoratori sull’inchiesta per la mancata “zona rossa” ad Alzano e Nembro denunciata dallo stesso PCL il 9 aprile


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria soddisfazione per la scelta della procura di Bergamo di interrogare il presidente del Consiglio e i ministri degli Interni e della Salute in merito alla mancata istituzione della nei comuni di Alzano e Nembro. E non potrebbe essere altrimenti: è stato il Pcl infatti, tramite il suo Portavoce Nazionale Marco Ferrando a presentare per primo (alle procure di Bergamo, Brescia, Milano e Roma) denuncia contro il Governo, nonché contro la Regione Lombardia e Confindustria. E lo ha fatto in tempi certamente non sospetti: il 9 aprile scorso. Quando tutti facevano muro minimizzando ciò che accadeva e rimpallandosi le responsabilità. A cominciare dalla Lega di Salvini che oggi sostiene ma allora difendeva a spada tratta la politica delle fabbriche aperte a tutti i costi. I costi di migliaia di morti. 
Nel nostro esposto abbiamo sottolineato come la mancata zona rossa non era frutto di un semplice “errore” di valutazione del rischio ma era stata il risultato di un cinico calcolo economico: “costava troppo” chiudere una zona ad alta concentrazione industriale. Era la tesi di Confindustria Lombardia e sia la Regione che il governo l’hanno fatta propria. Adesso assistiamo allo squallido palleggiamento di responsabilità su chi poteva e doveva decidere: potevano e dovevano sia la Regione che il Governo. Ma hanno lasciato che, nei fatti, decidessero gli industriali. E il risultato sono stati i cortei dei camion militari pieni di bare.
Questo dimostra la vera natura di questo governo, che qualcuno si illude sia “progressista”. Pur sapendo che solo le mobilitazioni di massa di lavoratori e giovani - e un governo che riflette i loro interessi – possono cambiare le cose ci auguriamo che tutti i responsabili di questo massacro ne rispondano davanti alla giustizia.

https://www.giornalettismo.com/zone-rosse-denuncia-pcl/

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI                                                                                             
10/06/2020

VIDEO: PADRONI CRIMINALI

NE PARLIAMO CON MARCO FERRANDO
MODERA DIEGO ARDISSONO


Il PCL è stato impegnato nelle ultime settimane nel denunciare le responsabilità del capitalismo nella determinazione del disastro relativo all'emergenza sanitaria del coronavirus. Responsabilità dirette e determinanti: i tagli alla ricerca scientifica, asservita al capitale e al profitto delle industrie farmaceutiche; la devastazione ambientale che ha favorito il salto di specie del virus; i tagli massicci ai sistemi sanitari pubblici in tutto il mondo, a favore del privato.

In questo quadro, l'emergenza coronavirus ha messo in luce, ancora una volta, l'irrazionalità folle del sistema capitalista. Un sistema dove tutto, salute compresa, è subordinato al profitto. Un sistema che solo una rivoluzione può distruggere.

Che risposta dare a questa crisi?

Attorno a queste tematiche e all'esposto giudiziario che abbiamo presentato in merito alle responsabilità criminali del governo nazionale, della regione Lombardia e di Confindustria nello sviluppo esponenziale del contagio e delle morti in Lombardia, promuoviamo questa assemblea pubblica in streaming, domenica 19 aprile alle 18:30, con Marco Ferrando (portavoce nazionale del PCL) e Diego Ardissono (Segreteria del PCL).

Perché il conto del coronavirus lo paghino i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Il PCL denuncia governo, regione Lombardia e Confindustria

Il Partito Comunista dei Lavoratori denuncia con un proprio esposto le responsabilità del governo nazionale, di quello lombardo e della Confindustria nello sviluppo esponenziale del contagio e delle morti nella regione Lombardia

10 Aprile 2020
Qui di seguito l’esposto presentato dal nostro partito alle procure di Bergamo, Brescia, Milano, Roma nei confronti del governo nazionale (in primis Conte e Speranza) di quello regionale lombardo (in primis Fontana e Gallera) e dei vertici di Confindustria (in primis quella lombarda) relativamente alla mancata creazione di una “zona rossa” almeno nel bergamasco (Alzano Lombardo, Nembro).
Da molti giorni sottolineiamo il ruolo criminale dei padroni lombardi, le cui pressioni a Milano e a Roma, come denunciava il moderato sindaco PD di Brescia in una intervista al Fatto Quotidiano, hanno portato a non aver deciso l'istituzione di zone rosse in Lombardia dopo quella di Codogno.
Ora, senza essere infettivologi, a noi è apparso chiaro, per logica non formale ma dialettica, dall’esperienza cinese e da quella di Codogno, che una quarantena rafforzata in focolai di epidemia particolarmente virulenti riduce l’epidemia sia all’esterno che all’interno della zona in cui viene applicata.
Negli ultimi giorni sono diventati di pubblico dominio alcuni fatti gravi.
Il 2 marzo il comitato tecnico-scientifico nazionale inviava al governo una nota urgente, a firma del suo presidente Brusaferro, chiedendo l'istituzione di una zona rossa a Alzano e Nembro. Invece di applicare questa misura immediatamente, Conte e Speranza prendevano tempo fissando una riunione non immediata, ma due giorni dopo, per verificare "se c'era proprio la necessità”. Nel contempo si interfacciavano con il governo lombardo, il quale aveva, per confessione al sito The Post Internazionale del presidente di Confindustria lombarda Bonometti, un incontro sulla questione con i vertici dell'organizzazione padronale, di cui si può ben immaginare le posizioni sulla questione.
Il problema era ovvio. A Codogno c'è solo una fabbrica chimica medio-grande, la Unilever. In Val Seriana ci sono centinaia di fabbriche metalmeccaniche, di cui decine medie e grandi. È probabile, considerando quello che ha affermato il sindaco di Brescia, che analoghi incontri o colloqui si siano svolti a Roma, o con Roma. Quello che è certo è che, ad ogni modo, il 4 marzo erano già pronte le forze di polizia e dell'esercito per bloccare la zona dall'indomani all'alba. E invece l'ordine non è mai arrivato. Su questo abbiamo assistito al vergognoso rimpallo di responsabilità tra governo nazionale e regionale Lombardia, come tra due complici sorpresi con le mani nel sacco.
Quello che è certo è che migliaia di morti in tutta la Lombardia sono stati il frutto della criminalità dei padroni, che in nome del profitto se ne fregano della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, e di quella dei loro servi contenti della politica borghese.
Noi non sappiamo quale futuro avrà questo esposto. Sappiamo che la magistratura è una delle sovrastrutture dello Stato borghese. È difficile che il nostro esposto vada avanti. Speriamo di trovare in almeno una delle quattro procure un giudice democratico (o magari ambizioso) che cerchi di sviluppare una inchiesta. In ogni caso questo esposto e una campagna possibile su di esso serviranno almeno a ricordare la vera natura dei padroni al numero più largo di lavoratori, lavoratrici e giovani. Perché noi siamo perfettamente d'accordo con quello che il grande vecchio filosofo marxista Antonio Labriola scrisse alla fine dell’800 in polemica e contrasto con il riformista gradualista e pacifista Turati (certo in ogni caso più a sinistra di governisti e mutualisti vari della cosiddetta nuova sinistra odierna): «In quanto a me i borghesi li credo buoni soltanto a farsi impiccare. Non avrò la fortuna d’impiccarli io, ma non voglio nemmeno contribuire a dilazionarne l’impiccagione».


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All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma



Il sottoscritto Marco Ferrando residente in [...], [...], n. CF. [...], in persona e nella qualità di portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori,

gravemente allarmato per i fatti avvenuti recentemente nelle province di Bergamo e Brescia, segnatamente per la mancata chiusura e realizzazione della zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro, poiché dalle notizie riferite dalla stampa e dai telegiornali emergono ictu oculi gravi responsabilità politiche e penali a carico della Regione Lombardia, nonché del Governo della Repubblica, intende sottoporre al vaglio dell'Ill.ma S.V. tali fatti al fine di rilevare condotte illecite e l'esistenza di reati.

In buona sostanza, dall'inchiesta emersa dal Corriere della Sera (cfr Corriere della Sera 6 aprile ultimo scorso) risulta che tra gli ultimi giorni di febbraio e i primi di marzo fosse tutto pronto per erigere una "zona rossa" nei comuni di Alzano, Nembro ed altri, così come giustamente è stato fatto precedentemente per Codogno.

Riferisce il Corriere della Sera che camion della Polizia e dell'Esercito erano già pronti per intervenire, quando inspiegabilmente furono ritirati all'ultimo momento senza alcuna ragione.

Occorre rilevare che i primi due malati di Covid-19 vengono scoperti il 23 febbraio, e che già alla fine di febbraio era chiaro, purtroppo, che nel comune di Alzano e più in generale nella bergamasca fosse esploso un rilevante e violento focolaio di infezione.

Alla luce di codeste considerazioni, vorremmo sottolineare la gravità di questa notizia: chi ha bloccato e impedito il meccanismo di costruzione della zona rossa ad Alzano e Nembro? Perché? Cui prodest?

Chi ha disatteso le indicazioni di costruzione delle zone rosse intorno ai focolai di infezione, richieste dall'Istituto Superiore di Sanità, come risulta chiaramente da tale articolo?

Un ulteriore elemento di abnormità e grave imprudenza è determinato dalla riapertura dell'ospedale di Alzano, solo dopo poche ore dopo la chiusura, nel pomeriggio del 23 febbraio.

Mi sia solo consentito, sommessamente, di rilevare che queste condotte non sembrano ispirate a criteri di prudenza, ragionevolezza e buon andamento della pubblica amministrazione.

Successivamente, come è noto, vi è stata una polemica non proprio edificante circa le responsabilità, afferenti alla omessa realizzazione delle zone rosse nella bergamasca, tra il governo centrale e regione, vedi in proposito dichiarazioni del Presidente del Consiglio, nonché le risposte del Presidente della Regione Lombardia.

In buona sostanza governo e regione, scaricandosi addosso la responsabilità politica per la colposa condotta omissiva, affermavano e convenivano sul fatto che poiché era stata dichiarata in data otto marzo la zona rossa in tutta la Lombardia, e in generale in tutta Italia, venivano meno le ragioni di esecuzione di un’area di sicurezza ad Alzano e Nembro. Tale giustificazione non ha, a mio giudizio, alcuna validità, perché quello che veniva decretato per tutta la Lombardia e tutta Italia non era l’istituzione di una cosiddetta zona rossa, ma di quella che è stata a volte definita "zona arancione”. Se così non fosse, non potrebbe intendersi perché alcune regioni (ad esempio Campania e Lazio) sottoposte alle stesse regole di quarantena del resto d’Italia, hanno istituito, su decisione dei propri presidenti, “zone rosse” in alcuni comuni del proprio territorio; ciò perché, all’evidenza e come si è visto nel caso di Codogno, “zona rossa” implica una quarantena rafforzata rispetto a quella vigente nel resto del paese, incluso la Lombardia.

Ci sia consentito rilevare che così come richiesto dall'Istituto Superiore di Sanità, considerata la virulenza e l'aggressività del contagio, sarebbe stato opportuno e prudente prendere opportune e specifiche misure di sicurezza in alcuni comuni della bergamasca e del bresciano, istituendo appunto in essi uno o più zone rosse.

Ma in ogni caso, nella denegata ipotesi che si volesse aderire alla semplicistica e tautologica tesi del Presidente del Consiglio, rimangono scoperti sette/otto giorni, tra la grave esplosione del contagio in quelle aree e la proclamazione della zona rossa in Lombardia.

Settimana in cui il contagio ha avuto modo di esplodere incontrollato (dati ISTAT rilevano che nella bergamasca il contagio in tale settimana è cresciuto di oltre il 1000%).

Circa le ragioni di tale comportamento scellerato ed inopportuno non si può non considerare le pressioni fatte da Confindustria lombarda per non creare zone rosse nella bresciana e bergamasca, vista l'alta concentrazione industriale, (cfr intervista sul sito tpi.it al presidente Confindustria lombarda in data 7 aprile ultimo scorso in cui, tra l’altro, si parla di un incontro svoltosi ai primi di marzo in regione Lombardia, evidentemente allo scopo di bloccare la istituzione della zona rossa nella bergamasca).

Ulteriore conferma a tale sospetto si ha leggendo le dichiarazioni del sindaco di Brescia Emilio Del Bono (intervista su Il Fatto Quotidiano del 17 marzo ultimo scorso) in cui si afferma «Il peso del mondo industriale sia a Roma che a Milano si è fatto sentire», e prosegue affermando che con un comportamento più cauto sarebbe stato minore e più diluito nel tempo.

Tutto ciò premesso, il sottoscritto Marco Ferrando chiede all'Ill.ma S.V., accertati i fatti della narrazione de quo, ove ritenuto, di voler accertare la penale rilevanza delle condotte innanzi evidenziate del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, del Ministro della salute pro tempore, del Presidente della Regione Lombardia pro tempore, dell’assessore alla salute pro tempore, di persone aventi ruoli dirigenti in Confindustria lombarda o nelle sue strutture, e di ogni altro soggetto ritenuto responsabile, per i reati di contagio colposo, omissione e abuso in atti di ufficio, ed ogni reato che la Ill.ma S.V. intenderà ravvisare.

Con ossequio ed osservanze,


firmato

(Marco Ferrando)


9 aprile 2020
Partito Comunista dei Lavoratori

Confind-19

A Bergamo e Brescia Confindustria ha spianato la strada al contagio

23 Marzo 2020
Le nuove disposizioni del governo Conte non solo non risolvono i problemi ma tantomeno cancellano le responsabilità di quanto accaduto ed accade. Responsabilità tanto abnormi quanto silenziate dai canali dell'informazione pubblica. Di questo vogliamo parlare, con un esempio specifico che in questi giorni drammatici è sotto gli occhi di tutti.

Bergamo e Brescia. Due zone della Lombardia oggi epicentro della massima diffusione del contagio col conseguente carico di morti. Morti rapidissime, in una solitudine straziante, spesso avvenute prima ancora di entrare in terapia, senza il conforto di una persona cara, senza la possibilità di un funerale e di un ricordo. I carri militari in fila a trasportare le bare fuori Bergamo nel buio della notte sono forse lo specchio più fedele di questo orrore. Lo specchio di uno scenario di guerra.

Era evitabile questo scempio? Sì. Nella misura e nelle forme che ha assunto, sicuramente sì. Non solo perché, da un punto di vista generale, non era un destino inevitabile quello di avere un sistema sanitario talmente massacrato dalle politiche di austerità da essere incapace di fronteggiare una epidemia. Ma anche perché era possibile e necessaria la misura di contenimento più semplice del contagio: fare a Bergamo e Brescia quello che si è fatto con successo a Codogno (e a Wuhan in Cina): recintare la zona, chiudere ogni produzione, bloccare ogni attività, con l'eccezione ovviamente di quella sanitaria, e dei negozi di alimentari. Creare insomma una autentica zona rossa, che abbattesse ogni occasione di contagio nella popolazione della zona, e al tempo stesso proteggesse il resto della Lombardia. Capire perché questa misura non è stata applicata significa andare al cuore del problema. Cioè alle responsabilità di un crimine.

Confindustria. Il cuore del problema sta qui. Bergamo e Brescia sono il cuore della produzione metalmeccanica italiana. Brembo, Tenaris, ABB, centinaia di aziende con decine di migliaia di operai ed operaie in produzione. Non come a Lodi e dintorni, dove l'industria contava solo Unilever. No, a Bergamo e Brescia troppo grandi e concentrati erano gli interessi padronali in gioco. Al punto che quando i sindaci del circondario hanno chiesto al governo nazionale e regionale di fermare le attività, è stata Confindustria a mettersi di traverso. Non lo dice il PCL, lo dice il sindaco di Brescia. Lo testimonia in forma inequivocabile un'iniziativa pubblicitaria di Confindustria Bergamo, con tanto di video di accompagnamento. Era il 28 febbraio, una settimana dopo l'esplosione del contagio; la scritta sovraimpressa del video rassicurava la clientela estera circa la continuità della produzione: “Le operazioni delle nostre aziende non sono contagiose, Bergamo is running”, con tanto di firma di Paolo Plantoni, direttore generale della Confindustria bergamasca. Per inciso, erano i giorni in cui le segreterie nazionali di CGIL, CISL, UIL, firmavano con Confindustria un comune appello contro “l'allarmismo ingiustificato” e a favore della “normalità” produttiva.

Confindustria ha dunque voluto e imposto che la produzione continuasse a Bergamo e Brescia; Confindustria locale e Confindustria nazionale. Il governo nazionale e il governo regionale si sono subordinati ai suoi interessi. Per questo sono corresponsabili di un crimine.

Di certo, comunque si concluda la vicenda del coronavirus, quali che saranno ulteriori misure che saranno attuate, ciò che è avvenuto non può essere dimenticato. Non lo sarà da parte delle migliaia di parenti delle vittime. Non lo sarà sicuramente da parte nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Capitalismo criminale

Cosa rivela l'intervista clamorosa del sindaco di Brescia

18 Marzo 2020
«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo. Si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo le filiere di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori delle fabbriche è molto elevato... Fontana ha sempre mantenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito.»

Sono le parole di Del Bono (PD), sindaco di Brescia, in una intervista rilasciata martedì 17 marzo a Il Fatto Quotidiano. Il contenuto è inequivocabile e rivelatore: il “mondo industriale” del bresciano e del bergamasco, col suo “peso”, ha esercitato una pressione decisiva sul governo nazionale e regionale affinché nelle proprie zone si continuasse a produrre, escludendole dalla zona rossa applicata con successo a Codogno e nel lodigiano. E questo nonostante gli stessi sindaci della Lombardia avessero chiesto di sospendere la produzione per contenere il contagio.

In poche parole: nel lodigiano, zona a bassa presenza industriale, la Confindustria ha acconsentito alla “zona rossa”. A Brescia e Bergamo, cuore dell'industria metalmeccanica, i padroni hanno imposto la legge del profitto sulla salute della popolazione e innanzitutto dei propri lavoratori. La diffusione concentrata del contagio in quelle valli e negli stessi luoghi di produzione, con un numero impressionante di morti, hanno dunque una precisa responsabilità: i padroni e i governi (nazionale e regionale) che si sono inchinati alla loro volontà. Lo dice di fatto, nero su bianco, il sindaco di Brescia.

Nessuno ha da dir nulla, nel vasto mondo dell'informazione, su una denuncia così clamorosa, autorevole e gravissima? Tante vite potevano essere salvate se si fossero applicate le misure osteggiate dai padroni. Tante vite sono state stroncate dal loro cinismo.

Ecco, quando il PCL parla della dittatura del profitto e dei suoi crimini parla esattamente di questo. Che è poi la ragione di quella prospettiva di rivoluzione per cui ci battiamo.
Partito Comunista dei Lavoratori

Quale Italia è protetta?

L'Italia dei capitalisti e quella dei lavoratori

Drammatica crisi sanitaria, crollo delle borse, recessione in corso, panico tra i padroni, rivolta delle carceri hanno spinto verso una parziale unità nazionale tra governo Conte e destre reazionarie. Questo è il risvolto politico delle scelte delle ultime ore.

Il governo non è più in grado di reggere il peso della crisi sulle sue sole spalle, obiettivamente fragili. Le opposizioni non sono nelle condizioni né di riprovare una spallata, data l'emergenza in corso, né di imporre un governo di salute pubblica col proprio ingresso nell'esecutivo (ipotesi Giorgetti). La risultante è un nuovo precario equilibrio politico e istituzionale in cui il governo resta in sella ma concorda le misure con le opposizioni, e le opposizioni si presentano come ciambella di salvataggio del governo (per sottolineare la sua debolezza) nell'”interesse superiore della nazione”. La Presidenza della Repubblica ispira e benedice l'intera operazione. Mentre i sindacati sono muti, unico soggetto silente nello scenario pubblico, a misura della propria subalternità alla politica borghese.

L'estensione all'intero territorio nazionale delle misure eccezionali varate in Lombardia e in altre 14 province è il terreno dell'intesa istituzionale tra governatori del Nord e governatori del Sud. Le contrapposizioni tra governi regionali e governo nazionale avevano raggiunto un livello di guardia dopo l'estensione all'intera Lombardia della zona rossa, con trasmigrazioni incontrollate a Sud e provvedimenti dei governi del Sud totalmente autonomi dalle direttive del Viminale, una spirale che rischiava di andare fuori controllo. L'estensione delle misure straordinarie in tutta Italia ricompone l'intesa istituzionale, almeno per oggi.

Il principio della guerra al virus anche attraverso misure rigorose di contenimento del contagio è in sé incontestabile. Un governo dei lavoratori, se necessario, attuerebbe misure anche più drastiche. Il problema è che siamo in presenza non solo di un governo padronale, ma di un contesto da tempo segnato dallo strapotere dei padroni nei luoghi di lavoro ed in particolare nelle fabbriche, e ora di una nuova drammatica crisi capitalista, acuita dallo stesso coronavirus, che sta già scaricando i propri effetti sulle condizioni del lavoro. In questo contesto non vi sono e non vi possono essere misure socialmente neutre. Le stesse misure di contenimento del contagio hanno riflessi diversi sulle diverse classi, e a maggior ragione l'hanno e le avranno le misure prospettate, nel nome dell'emergenza, sul terreno economico sociale.


OPERAI SENZA PROTEZIONE, PADRONI CON (ANCOR) PIÙ POTERE

Gli strumenti di protezione sanitaria dei lavoratori e delle lavoratrici, e persino di normale igiene, sono largamente assenti nelle fabbriche. Gli operai dell'Ilva di Genova, ad esempio, sono costretti a richiedere persino la carta asciugamani nei bagni e i prodotti igienizzanti per disinfettare le postazioni di lavoro. Le spese annunciate dal governo in fatto di mascherine sono risibili rispetto alle necessità, e oltretutto di dubbia concretizzazione. Il tutto in un contesto in cui le scuole possono chiudere ma le fabbriche no. Le merci sono assai più protette di chi le produce.

Le ferie dei lavoratori sono messe a disposizione del padrone, per cui puoi essere obbligato a mangiarti le ferie d'agosto passandole in casa. La cassa integrazione in deroga è estesa ma non deve essere più contrattata col sindacato. È sufficiente informarlo, per di più successivamente al suo varo. E questo nel momento in cui la cassa integrazione già dilaga col relativo taglio dello stipendio, e il rinnovo dei contratti, a partire dai metalmeccanici, è di fatto cancellato in attesa di tempi migliori. Intanto, dietro lo scudo dell'emergenza, AcelorMittal e governo si accordano alle spalle degli operai mettendo lo stesso sindacato di fronte al fatto compiuto. E in Alitalia si procede alla soluzione spezzatino con migliaia di licenziamenti annunciati.


BRICIOLE PER LA SANITÀ E UNA PIOGGIA DI MILIARDI PER LE IMPRESE
Sul fronte stesso della sanità la montagna partorisce il topolino.
Per dare una misura delle necessità reali, il solo ampliamento delle terapie intensive (infermieri, letti, medicinali, ventilatori) richiederebbe qualcosa come dodici miliardi, secondo le stime del quotidiano di Confindustria (Il Sole 24 Ore, 10 marzo). Il governo ha stanziato un solo miliardo per la sanità nel suo insieme. In una situazione talmente penosa che persino i laboratori che devono esaminare i test sulla positività o meno sono costretti a impiegare 48 o 72 ore per dare i risultati a causa dell'assenza di uomini e di mezzi, con ricadute non indifferenti sulla protezione sanitaria collettiva. Nel mentre non ci sono risorse per i contratti pubblici, incluso il contratto di medici e infermieri impegnati al fronte per 12 ore al giorno (e più) in condizioni pietose.

In compenso, governo padronale e destre reazionarie annunciano nuove misure a sostegno delle imprese per decine di miliardi. Quando si trattava di investire sulla sanità o sulle pensioni obiettavano che il debito pubblico lo impediva e che bisognava salvare le banche (Salvini a suo tempo votò il pareggio del bilancio in Costituzione, su relazione di Giorgetti, e la Meloni la famigerata legge Fornero, mentre il PD naturalmente votò tutto). Sanità, pensioni, e scuola pubblica pagarono il conto. Ora le imprese dicono “se in passato si sono salvate le banche, oggi vanno salvate le imprese”. E il governo, Salvini e Meloni regalano alle imprese, oltre alla mano libera sui dipendenti, l'esenzione dal versamento dei contributi e la moratoria dei debiti verso le banche; e al tempo stesso regalano alle banche la garanzia pubblica sui crediti verso le imprese, in modo che non debbano fare nuovi accantonamenti patrimoniali. L'avvocato del popolo Conte e gli amici del popolo Salvini e Meloni si ritrovano nel sostegno ai padroni a spese del popolo. Non li unisce la lotta al contagio, ma l'accudimento della stessa classe e dei suoi profitti.

Contro tutto questo non c'è coronavirus che tenga. Ed anzi proprio la drammatica crisi sanitaria in corso sottolinea le responsabilità, passate e presenti, delle classi dominanti e di tutti i loro partiti.
"Italia zona protetta"? L'unica Italia realmente protetta è quella dei capitalisti e dei banchieri. Per questo l'Italia dei lavoratori e delle lavoratrici deve recuperare una propria proposta e iniziativa indipendente senza alcuna subordinazione all'unità nazionale. E lo deve fare non per disinteresse verso il tema del contagio ma per la ragione esattamente opposta: perché sanità e salute possono essere difese solo dai lavoratori, non da chi le ha sfasciate nell'interesse dei capitalisti.
Partito Comunista dei Lavoratori