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18 febbraio, manifestazione a Roma contro il governo Draghi

 


L’importanza della più ampia unità d’azione. Senza sconti, senza settarismo

Giovedì 18 febbraio a Roma in Piazza San Silvestro si terrà una manifestazione unitaria dell’opposizione di classe contro il governo Draghi. È un piccolo fatto politico. Nelle stesse ore in cui Draghi incassa in Parlamento il voto di fiducia, la piazza di Roma annuncia una opposizione radicale al governo, dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici.

Era stata richiesta Piazza Montecitorio, ma la Questura l’ha vietata con motivazioni pretestuose. In realtà il Ministero degli Interni vuole evitare che la vetrina della celebrazione di Draghi possa essere rovinata da una contestazione plateale. Ma faremo il possibile perché l’opposizione si renda visibile.

L’iniziativa ha registrato l’adesione di un arco ampio di sinistre di opposizione, politiche, sindacali, di movimento. Soggetti diversi ovviamente, come in ogni esperienza unitaria: diversi per natura e funzioni; diversi per storia, orientamenti, prospettive. Saranno presenti innanzitutto il Patto d’azione anticapitalista - per il fronte unico di classe e il Coordinamento delle sinistre di opposizione, che al di là della diversità di percorsi e composizione, si sono collocati con chiarezza all’opposizione del governo Conte, rivendicano entrambi l’indipendenza di classe, sostengono rivendicazioni largamente sovrapponibili. Sarà presente Potere al Popolo, nella sua composita e irrisolta articolazione interna. Sarà presente Rifondazione Comunista, assai più incerto inizialmente verso il secondo governo Conte, e reduce dalla recente sottoscrizione di un (incredibile) appello dell’ANPI assieme a PD e M5S, “Per Salvare l’Italia”, e tuttavia oggi collocato chiaramente all’opposizione del governo Draghi. Sul piano sindacale, oltre a SICobas e forse CUB, ha dato l’adesione Riconquistiamo Tutto, l’opposizione interna alla CGIL. Di certo non vi saranno inquinamenti di carattere sovranista e rossobruno, che invece albergano in altre iniziative di valenza ambigua. Forza Nuova non troverà spunti per ammiccare alla nostra piazza, fosse pure strumentalmente, come invece ha potuto fare con altri.

Come PCL ci siamo fortemente spesi, coi nostri limiti, per la convergenza unitaria di giovedì. Naturalmente rivendichiamo la nostra piena autonomia politica, come la riconosciamo ad altri. E autonomia significa libertà di critica anche nei confronti dei soggetti con cui si condivide una convergenza di piazza. Ma salutiamo come assolutamente positiva questa convergenza. L’unità nazionale attorno a Draghi richiede la costruzione del fronte unitario più ampio dell’opposizione di classe. Se c’è una situazione in cui non ha alcun senso una logica di autosufficienza è proprio questa.

Marciare separatamente, colpire insieme: questa elementare politica di fronte unico crediamo debba valere ad ogni livello, anche al livello di un piccolo fronte d’azione dell’avanguardia. Tanto più davanti al governo Draghi. Tanto più in un quadro di arretramento profondo del movimento operaio, dei suoi livelli di mobilitazione, organizzazione, coscienza.

Le posizioni classiste e anticapitaliste non hanno nulla da temere da un allargamento del fronte unitario d’azione. Al contrario, potranno meglio sviluppare in quel contesto la propria battaglia di egemonia. Questa è la cultura leninista del nostro partito: unità d’azione e radicalità di proposta, senza sconti e senza settarismo.

È la posizione che porteremo in piazza a Roma e in ogni ambito dell’avanguardia.




Di seguito il comunicato di convocazione della manifestazione:


Nessuna fiducia al governo dei padroni e delle banche!

Tra mercoledì e giovedì il nuovo governo presieduto da Draghi riceverà la fiducia in Parlamento da tutte le principali forze politiche, con il sostegno aperto della totalità degli industriali, delle associazioni datoriali, dell’UE, di CGIL-CISL-UIL e con l’acclamazione trasversale di tutti gli organi di informazione.

Il nascente governo di unità nazionale ha già annunciato un’ampia ristrutturazione, a partire dalla spartizione delle centinaia di miliardi del Recovery Fund. Un passo ulteriore verso la direzione già segnata negli ultimi mesi di voler scaricare i costi di questa crisi sui lavoratori e sugli sfruttati autoctoni e immigrati.

I lavoratori, i disoccupati, i precari e la grande maggioranza degli studenti, stremati da un decennio di crisi economica e immiserimento, non possono riporre alcuna speranza in questo nuovo governo che, tramite la vuota retorica dell’unità nazionale, ha il compito di imporre ulteriori politiche antipopolari.

È necessario prepararsi ad una lotta serrata per la difesa del lavoro e della salute, a partire dalla battaglia contro lo sblocco dei licenziamenti, dei salari e dei diritti sociali.
Al netto dei cambi di governo bisogna dare seguito ai mesi di scioperi nazionali e di comparto, e che proseguiranno con il prossimo dell’8 marzo, e alle mobilitazioni nazionali per la patrimoniale sulle grandi ricchezze e contro la messa al macello della classe lavoratrice.

Giovedì dalle 14 saremo in Piazza San Silvestro per dire a chiare lettere che non rimarremo a guardare e risponderemo a questa offensiva con la mobilitazione sin dal primo giorno.

AL FRONTE UNICO DEI PADRONI È ORA DI CONTRAPPORRE IL FRONTE UNICO DEI LAVORATORI E DELLE CLASSI OPPRESSE: NON PAGHEREMO LA VOSTRA CRISI!

Partito Comunista dei Lavoratori

Per il più ampio fronte unitario di opposizione al governo Draghi

 


Lettera aperta rivolta a tutte le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe a seguito della formazione del governo Draghi

Care compagne e cari compagni,

è sicuramente evidente a tutti noi la rilevanza del cambio politico intervenuto con la formazione del governo Draghi. Un governo che è diretta espressione del capitalismo e della grande finanza, italiani ed europei. L’ampia unità nazionale che si è raccolta attorno al nuovo esecutivo non è solamente un episodio di clamoroso trasformismo, ma la misura della comune subordinazione al capitale finanziario di tutti i partiti di governo. Dai partiti europeisti liberali sino ai partiti di cosiddetta marca sovranista.

L’enfatica celebrazione mediatica di Mario Draghi indica l’investimento centrale della classe dominante nel nuovo esecutivo, come strumento di riorganizzazione del capitalismo italiano e del suo rilancio. Sul piano dei rapporti di classe, a partire dallo sblocco dei licenziamenti, sotto la pressione diretta di Confindustria; ma anche sul piano europeo e internazionale, nel segno di una forte sottolineatura atlantista.

Ogni sostegno accordato al nuovo governo da parte di forze della sinistra politica come da parte delle direzioni sindacali ci pare in profonda contraddizione con tutte le ragioni del lavoro. E viceversa tutte le rivendicazioni più elementari dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire dalla difesa della salute e del lavoro, militano contro il governo Draghi.

Per questo crediamo importante che fuori e contro l’unità nazionale attorno a Draghi prenda forma il più vasto fronte unitario di azione di tutte le sinistre di opposizione e di classe, sociali, politiche e sindacali, estranee al campo liberale come alla “galassia sovranista”. Superando ogni logica di primogenitura, di autosufficienza, di autocentratura, ci pare sia il momento di costruire gli “Stati Generali” dell’opposizione di classe.

Non è in discussione naturalmente la piena autonomia politica e organizzativa di ogni soggetto, nella consapevolezza delle diversità esistenti. L’esigenza che qui vogliamo sottolineare è un’altra: quella di fare fronte comune contro il governo dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici; quella di una unità d’azione delle nostre organizzazioni che si ponga al servizio della ricostruzione di una opposizione di massa. L’unica in grado di alzare un argine e di incidere sui rapporti di forza, tanto più a fronte del nuovo scenario politico.

Ci rivolgiamo dunque a tutte le organizzazioni della sinistra di classe, e a tutti i circuiti dell’avanguardia che già si pongono sul terreno dell’opposizione e già sollevano con diverse modalità il tema dell’unità delle lotte, per discutere insieme su come fare fronte comune. Per quel che ci riguarda siamo pienamente disponibili a superare la nostra stessa esperienza di coordinamento dentro un fronte d’azione più largo.

La preparazione comune di una manifestazione nazionale unitaria contro il governo di tutta l’opposizione di classe – da discutere e definire congiuntamente – ci pare possa essere un banco di prova importante dell’unità d’azione.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione
(Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Il governo del capitale finanziario

 


Contro l'unità nazionale, per il più ampio fronte unico di classe

9 Febbraio 2021

Nel giro di ventiquattro ore tutti i partiti borghesi hanno gettato via il loro copione e si sono messi sull'attenti intorno a Draghi. La grande finzione populista durata un decennio evapora, lasciando al centro la nuda verità: l'unica alternativa è fra lavoratori e capitalisti

È il governo del capitale finanziario. La figura del Presidente del Consiglio incarna nella sua persona il profilo della propria classe. Di fronte alla crisi profonda dei propri equilibri politici, la borghesia italiana ha fatto ricorso alla riserva della Repubblica, attribuendole una funzione salvifica.
Mario Draghi non è un ordinario servitore dello Stato. È la gioielleria di famiglia del capitalismo italiano. Il clima di reverente ossequio e di religiosa speranza che pervade all'unisono tutta la stampa borghese ha pochi precedenti nella storia recente. Come ha pochi precedenti lo scatto sull'attenti di partiti borghesi di opposto colore che in poco più di ventiquattro ore si sono allineati compunti attorno alla figura del Presidente per recitare in coro il nuovo rosario.

Il PD ingoia Salvini. I Cinque Stelle digeriscono Berlusconi. Conte si candida a capo dei Cinque Stelle. Renzi celebra il proprio successo sperando nella disarticolazione del PD (e nella riconoscenza di Carlo Bonomi). Salvini si scopre “europeista”, e con lui persino i Borghi e i Bagnai. In poche ore ognuno ha stracciato le solenni promesse della vigilia («O Conte o il voto!», «Mai con Salvini!», «Mai con il PD!») e più in generale il proprio profilo pubblico, pur di iscriversi alla corte di Draghi.
In queste conversioni grottesche non c'è solamente la celebrazione del trasformismo, già peraltro protagonista della legislatura con un Conte per ogni stagione. Né certo ci sono calcoli elettorali, che semmai avrebbero consigliato ad ognuno altre scelte. C'è fondamentalmente il richiamo dell'interesse superiore del capitale e la propria volontà di servirlo. «Come si può dire no a Draghi?», «Come si può dire no al Presidente della Repubblica che lo ha incaricato?», «Come si può dire no alla salvezza dell'Italia nell'ora del pericolo?». In queste domande retoriche, rimbalzate in ogni commentario pubblico, c'è la consacrazione del nuovo governo. Persino Fratelli d'Italia, che non voterà la fiducia, loro sì per ragioni di cassetta, annuncia un'opposizione pro forma in punta di piedi, quasi chiedendo scusa e offrendo «lealtà».

Tutti i nodi vengono al pettine. La grande bolla populista – prima pentastellata e poi leghista – che ha attraversato l'ultimo decennio, vive oggi il proprio funerale. Milioni di proletari che avevano creduto alle invettive contro “la casta” di un comico a cinque stelle, cercandovi in non pochi casi un surrogato della sinistra perduta, si trovano umiliati da un personale politico unicamente dominato dalle proprie ambizioni ministeriali. Milioni di operai dirottati da Salvini contro l'“Europa dei banchieri” nel nome della sovranità tricolore si trovano arruolati al governo con il governatore uscente della BCE. Tutte le illusioni reazionarie seminate tra i lavoratori in dieci anni da cinici truffatori senza scrupoli si specchiano nel proprio fallimento.

Si dimostra una volta di più che l'unica alternativa vera è tra gli interessi dei lavoratori e gli interessi del capitale. Il capitale ha radunato attorno a sé i suoi partiti; il movimento operaio deve unire le proprie file contro i partiti del capitale. O di qua o di là. E se si sta di qua, occorre prepararsi a una mobilitazione vera, di classe e di massa, che si ponga all'altezza dello scontro che si prepara, dallo sblocco dei licenziamenti, alla nuova riforma delle pensioni.

Il governo nasce col vento in poppa di un'opinione pubblica largamente favorevole, ma anche diffidente. Dispone di un margine di manovra sotto il profilo finanziario ben più ampio di quello di Monti. Ricercherà, a differenza di Monti, la concertazione con la burocrazia sindacale, che non aspetta altro, e già infatti si inchina al nuovo governo.
Ma la profondità della crisi capitalista sarà in ogni caso un osso duro anche per Draghi. Chi è abituato a camminare sulle vette dell'adulazione pubblica dovrà misurarsi con la gestione della pandemia, i DPCM, i contenziosi quotidiani con le Regioni, le fatiche della comunicazione mediatica, le insoddisfazioni della piccola borghesia declassata, le mille contraddizioni nonostante tutto della maggioranza politica che lo sostiene, incluso il nodo della futura legge elettorale. E dovrà confrontarsi anche e soprattutto con le incognite della resistenza di classe e i rischi del conflitto sociale. La concertazione mira a disinnescare il conflitto, ma perciò stesso ne rivela l'esistenza e ne confessa la paura.

Investire nel conflitto di classe, estenderlo e generalizzarlo, dare ad esso una piattaforma di lotta indipendente è il compito delle avanguardie di classe, ovunque collocate. Contro il governo dell'unità nazionale è l'ora degli stati generali di tutte le sinistre di opposizione e di classe, politiche e sindacali, fuori da ogni logica di autorecinzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta deve continuare!

Le ultime misure del governo non risolvono i problemi

22 Marzo 2020
Le pressioni dei sindaci dei territori massimamente infetti, il pronunciamento corale dei medici coinvolti, le iniziative autonome dei governatori regionali di Lombardia, Piemonte, Emilia e Veneto, con la minaccia di divaricazioni istituzionali, infine le pressioni delle direzioni sindacali, hanno spinto il governo ad estendere il blocco delle attività produttive, anche al di là di quanto deciso localmente dai governatori del Nord.

Le burocrazie sindacali hanno sintetizzato le ragioni della propria richiesta con le parole significative di Landini: «Bisogna evitare che la paura dei lavoratori si trasformi in rabbia». La continuità degli scioperi spontanei in centinaia di aziende, nonostante il protocollo di accordo tra sindacati e padroni, ha sicuramente lasciato il segno. I burocrati sindacali hanno avvisato governo e padronato del rischio di un’ulteriore propagazione del conflitto e della paura di non riuscire a controllarlo. Hanno dunque consigliato, nell'“interesse comune”, di disinnescare la miccia.

Il consiglio di Landini è stato evidentemente persuasivo, se ha indotto alla fine Confindustria a patteggiare la soluzione concordata, in cambio di nuovi miliardi di risorse pubbliche che il governo ha prontamente promesso ai padroni, e che saranno messe sul conto dei lavoratori.

Di certo questa chiusura di “unità nazionale” delle attività produttive non ha risolto alcun problema, né sanitario, né sociale.

1) A Bergamo, a Brescia, in Lombardia, e in situazioni similari di focolaio eccezionale del contagio in altre parti d'Italia, va attuata la “soluzione Codogno”. Un blocco totale di tutte le attività, ad eccezione ovviamente della sanità: l'unica via per contrastare il contagio e proteggere la popolazione. È una misura che andava presa congiuntamente a Codogno e che invece si è voluto evitare solo per compiacere Confindustria e Federmeccanica lombarde e i loro interessi, come ha denunciato persino il sindaco PD di Brescia. Tanto più oggi va applicata senza esitazioni. E va ben al di là dei provvedimenti assunti dal governo nazionale e lombardo.

2) Nei luoghi di produzione e lavoro tenuti aperti, che vanno ben oltre il recinto della produzione alimentare e farmaceutica, vanno rivendicate condizioni di reale sicurezza, perché il protocollo di accordo tra sindacati e imprese non ha garantito un bel nulla. Senza condizioni di sicurezza non si lavora. Gli scioperi devono continuare sino alla conquista di queste condizioni. Le RSU e le RLS verificheranno in piena autonomia le condizioni del lavoro. Il controllo operaio indipendente sulla sicurezza resta un terreno centrale di conflitto.

3) Va impedito che dietro la copertura del blocco delle attività e della sospensione della produzione vi siano padroni che preparano la chiusura delle fabbriche e il trasferimento di soppiatto di macchinari e impianti. I discorsi di marca padronale secondo cui “purtroppo molte aziende non riapriranno più” servono a preparare il terreno per queste pratiche. Nelle forme possibili va esercitata una vigilanza sindacale tesa a bloccare sul nascere queste operazioni, già attuate in tempi normali e oggi coperte dallo stato di eccezione.

4) I lavoratori e le lavoratrici dispensati dalla produzione e dal lavoro in ragione del blocco delle attività debbono avere una copertura salariale piena, ossia il 100% del salario. Milioni di lavoratori e lavoratrici non possono subire la decurtazione di un salario già modestissimo, impoverito negli anni e spesso colpito dal mancato rinnovo contrattuale, tanto più a fronte della mole di miliardi che in varie forme vengono dati a imprese e banche. La rivendicazione del 100% del salario, a carico del padronato, ha valore unificante per tutto il mondo del lavoro.

In conclusione: non c'è nessuna unità nazionale da celebrare. La lotta deve continuare in tutte le forme possibili per unire il fronte dei lavoratori attorno alle proprie rivendicazioni indipendenti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Quale Italia è protetta?

L'Italia dei capitalisti e quella dei lavoratori

Drammatica crisi sanitaria, crollo delle borse, recessione in corso, panico tra i padroni, rivolta delle carceri hanno spinto verso una parziale unità nazionale tra governo Conte e destre reazionarie. Questo è il risvolto politico delle scelte delle ultime ore.

Il governo non è più in grado di reggere il peso della crisi sulle sue sole spalle, obiettivamente fragili. Le opposizioni non sono nelle condizioni né di riprovare una spallata, data l'emergenza in corso, né di imporre un governo di salute pubblica col proprio ingresso nell'esecutivo (ipotesi Giorgetti). La risultante è un nuovo precario equilibrio politico e istituzionale in cui il governo resta in sella ma concorda le misure con le opposizioni, e le opposizioni si presentano come ciambella di salvataggio del governo (per sottolineare la sua debolezza) nell'”interesse superiore della nazione”. La Presidenza della Repubblica ispira e benedice l'intera operazione. Mentre i sindacati sono muti, unico soggetto silente nello scenario pubblico, a misura della propria subalternità alla politica borghese.

L'estensione all'intero territorio nazionale delle misure eccezionali varate in Lombardia e in altre 14 province è il terreno dell'intesa istituzionale tra governatori del Nord e governatori del Sud. Le contrapposizioni tra governi regionali e governo nazionale avevano raggiunto un livello di guardia dopo l'estensione all'intera Lombardia della zona rossa, con trasmigrazioni incontrollate a Sud e provvedimenti dei governi del Sud totalmente autonomi dalle direttive del Viminale, una spirale che rischiava di andare fuori controllo. L'estensione delle misure straordinarie in tutta Italia ricompone l'intesa istituzionale, almeno per oggi.

Il principio della guerra al virus anche attraverso misure rigorose di contenimento del contagio è in sé incontestabile. Un governo dei lavoratori, se necessario, attuerebbe misure anche più drastiche. Il problema è che siamo in presenza non solo di un governo padronale, ma di un contesto da tempo segnato dallo strapotere dei padroni nei luoghi di lavoro ed in particolare nelle fabbriche, e ora di una nuova drammatica crisi capitalista, acuita dallo stesso coronavirus, che sta già scaricando i propri effetti sulle condizioni del lavoro. In questo contesto non vi sono e non vi possono essere misure socialmente neutre. Le stesse misure di contenimento del contagio hanno riflessi diversi sulle diverse classi, e a maggior ragione l'hanno e le avranno le misure prospettate, nel nome dell'emergenza, sul terreno economico sociale.


OPERAI SENZA PROTEZIONE, PADRONI CON (ANCOR) PIÙ POTERE

Gli strumenti di protezione sanitaria dei lavoratori e delle lavoratrici, e persino di normale igiene, sono largamente assenti nelle fabbriche. Gli operai dell'Ilva di Genova, ad esempio, sono costretti a richiedere persino la carta asciugamani nei bagni e i prodotti igienizzanti per disinfettare le postazioni di lavoro. Le spese annunciate dal governo in fatto di mascherine sono risibili rispetto alle necessità, e oltretutto di dubbia concretizzazione. Il tutto in un contesto in cui le scuole possono chiudere ma le fabbriche no. Le merci sono assai più protette di chi le produce.

Le ferie dei lavoratori sono messe a disposizione del padrone, per cui puoi essere obbligato a mangiarti le ferie d'agosto passandole in casa. La cassa integrazione in deroga è estesa ma non deve essere più contrattata col sindacato. È sufficiente informarlo, per di più successivamente al suo varo. E questo nel momento in cui la cassa integrazione già dilaga col relativo taglio dello stipendio, e il rinnovo dei contratti, a partire dai metalmeccanici, è di fatto cancellato in attesa di tempi migliori. Intanto, dietro lo scudo dell'emergenza, AcelorMittal e governo si accordano alle spalle degli operai mettendo lo stesso sindacato di fronte al fatto compiuto. E in Alitalia si procede alla soluzione spezzatino con migliaia di licenziamenti annunciati.


BRICIOLE PER LA SANITÀ E UNA PIOGGIA DI MILIARDI PER LE IMPRESE
Sul fronte stesso della sanità la montagna partorisce il topolino.
Per dare una misura delle necessità reali, il solo ampliamento delle terapie intensive (infermieri, letti, medicinali, ventilatori) richiederebbe qualcosa come dodici miliardi, secondo le stime del quotidiano di Confindustria (Il Sole 24 Ore, 10 marzo). Il governo ha stanziato un solo miliardo per la sanità nel suo insieme. In una situazione talmente penosa che persino i laboratori che devono esaminare i test sulla positività o meno sono costretti a impiegare 48 o 72 ore per dare i risultati a causa dell'assenza di uomini e di mezzi, con ricadute non indifferenti sulla protezione sanitaria collettiva. Nel mentre non ci sono risorse per i contratti pubblici, incluso il contratto di medici e infermieri impegnati al fronte per 12 ore al giorno (e più) in condizioni pietose.

In compenso, governo padronale e destre reazionarie annunciano nuove misure a sostegno delle imprese per decine di miliardi. Quando si trattava di investire sulla sanità o sulle pensioni obiettavano che il debito pubblico lo impediva e che bisognava salvare le banche (Salvini a suo tempo votò il pareggio del bilancio in Costituzione, su relazione di Giorgetti, e la Meloni la famigerata legge Fornero, mentre il PD naturalmente votò tutto). Sanità, pensioni, e scuola pubblica pagarono il conto. Ora le imprese dicono “se in passato si sono salvate le banche, oggi vanno salvate le imprese”. E il governo, Salvini e Meloni regalano alle imprese, oltre alla mano libera sui dipendenti, l'esenzione dal versamento dei contributi e la moratoria dei debiti verso le banche; e al tempo stesso regalano alle banche la garanzia pubblica sui crediti verso le imprese, in modo che non debbano fare nuovi accantonamenti patrimoniali. L'avvocato del popolo Conte e gli amici del popolo Salvini e Meloni si ritrovano nel sostegno ai padroni a spese del popolo. Non li unisce la lotta al contagio, ma l'accudimento della stessa classe e dei suoi profitti.

Contro tutto questo non c'è coronavirus che tenga. Ed anzi proprio la drammatica crisi sanitaria in corso sottolinea le responsabilità, passate e presenti, delle classi dominanti e di tutti i loro partiti.
"Italia zona protetta"? L'unica Italia realmente protetta è quella dei capitalisti e dei banchieri. Per questo l'Italia dei lavoratori e delle lavoratrici deve recuperare una propria proposta e iniziativa indipendente senza alcuna subordinazione all'unità nazionale. E lo deve fare non per disinteresse verso il tema del contagio ma per la ragione esattamente opposta: perché sanità e salute possono essere difese solo dai lavoratori, non da chi le ha sfasciate nell'interesse dei capitalisti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Dopo sette anni la Tunisia torna nelle strade


Dalla parte dei lavoratori e dei giovani tunisini

Ciò che sta avvenendo in Tunisia sbugiarda una volta di più la retorica dell “aiutiamoli a casa loro”, e riporta le cose alla loro realtà.

Il Fondo Monetario Internazionale (cui contribuisce il capitale finanziario “di casa nostra”) prende per il collo il popolo tunisino col metodo classico dello strozzinaggio. Parla come sempre di “aiuto”. Offre in realtà un prestito quadriennale di 2,9 miliardi di dollari in cambio di drastiche misure d'austerità. Il governo tunisino di unità nazionale fa da esattore per conto di FMI: taglio dei sussidi alimentari ed energetici con i conseguenti aumenti di prezzo (dal pane alla benzina), aumento dell'età pensionabile, aumento delle imposte indirette. In un paese in cui la disoccupazione giovanile è del 30% e i salari arrivano a 200 euro.

L'italiano Sole 24 ore, organo di Confindustria, plaude a queste misure: «Riforme strutturali impopolari, ma un passaggio obbligato, per quanto doloroso» (11 gennaio). Aggiunge tuttavia il timore di... «una ripresa incontrollata dei flussi migratori». Già, uno spiacevole dettaglio.

Di certo ampi settori popolari e di gioventù tunisina non sono disposti a subire i costi sociali dello strozzinaggio. A sette anni esatti dalla rivoluzione popolare che rovesciò Ben Alì le strade e le piazze della Tunisia sono percorse da manifestazioni di massa e parole d'ordine contro il governo e il FMI. La polizia colpisce i manifestanti, usando le norme dello Stato d'emergenza ancora in vigore dal 2015: centinaia di arresti e feriti, un manifestante assassinato, sono la misura della repressione. Ma le manifestazioni si moltiplicano irradiandosi da Tunisi ai piccoli centri della provincia. Il governo tunisino di Youssef Chahed dispone di un ampia maggioranza in Parlamento, ma non sa come controllare le piazze.

Al tempo stesso la direzione del movimento è inadeguata. Il cosiddetto Fronte popolare, che unisce in sé settori stalinisti e nasseriani, partecipa alle manifestazioni ma invita al pacifismo, mentre tiene un comportamento opportunista in Parlamento sulla stessa legge di bilancio che la popolazione povera contesta. In realtà l'unico reale obiettivo del Fronte è usare il movimento come cassa elettorale in vista del voto amministrativo del prossimo 6 maggio. Una seconda componente del movimento si raccoglie nel collettivo “Cosa aspettiamo?” di impronta più radicale, ma non avanza una prospettiva politica, al di là di una manifestazione nazionale annunciata. Sull'intero scenario pesa l'atteggiamento della burocrazia sindacale dell'UGTT, che rifiuta di proclamare lo sciopero generale e di fatto sostiene il governo.

Occorre voltare pagina. Costruire comitati d'azione nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle università, per dare un'organizzazione di massa al movimento. Rivendicare il fronte unico più largo di tutte le forze del movimento operaio in aperta opposizione al governo Chahed, per il ritiro incondizionato della legge di bilancio, per il rilascio immediato di tutti gli arrestati. Battersi per la proclamazione dello sciopero generale. Rivendicare un piano sociale di svolta, a partire dal ripudio del debito pubblico della Tunisia verso gli strozzini del capitale finanziario, la nazionalizzazione delle banche e dei monopoli imperialisti. Avanzare la prospettiva di un governo operaio e popolare come unica alternativa per la popolazione povera di Tunisia. Sono le parole d'ordine imposte dalla dinamica degli avvenimenti, nel segno di una direzione alternativa della lotta.

La costruzione di una direzione marxista rivoluzionaria resta la questione decisiva, come ha dimostrato la stessa esperienza della rivoluzione di massa del 2010/2011. La forza d'urto più grande non può realizzare un'alternativa senza una direzione cosciente. Selezionare le forze di una nuova direzione è il compito dei marxisti rivoluzionari in Tunisia, e non solo.
Partito Comunista dei Lavoratori