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Metalmeccanici, 124 euro di aumento in quattro anni e mezzo

 


Note sul rinnovo del contratto nazionale

È questa la cifra firmata al quinto livello. Cioè circa 115 al quarto livello e 112 al terzo. Cifra che dovrà essere sottoposta al voto dei lavoratori e delle lavoratrici, e approvata o bocciata in assemblea da un referendum senza condizioni minime di democrazia: parlerà solo chi è favorevole, mentre chi è contro dovrà arrangiarsi. La cifra è tutta sui minimi, non vale solo per i metalmeccanici di FCA-Stellantis, ormai abbandonati a sé stessi come se non ci fossero più.

25 euro arriveranno a giugno 2021. Altre 25 euro a giugno 2022. Poi 27 a giugno 2023. Infine 35 euro a giugno 2024. Più 12 euro già presi a giugno 2019 per la vacanza contrattuale, ufficialmente infatti il contratto dura tre anni e mezzo, dal 2021 al giugno 2024. I buoni spesa (flexible benefits) vengono portati a 200 euro (50 in più rispetto alla media dei 150 del contratto scorso).

Più abbozzata che pienamente riuscita la controriforma al ribasso dell’inquadramento professionale. Viene eliminata la prima categoria (per 7000 metalmeccanici su un milione e mezzo), mentre le altre vengono rinominate e divise per settori “A, B, C, D” (quindi un terzo livello diventa C1, un quarto C2, eccetera). Al posto di vecchie declaratorie molto fumose e indefinite, vengono messe nuove declaratorie altrettanto fumose ma apparentemente più moderne e scientifiche. L’introduzione di parametri più stringenti, come la conoscenza della lingua straniera all’ex quinto livello (quello del vero e proprio salto professionale, ora ribattezzato C3) sono i presupposti per rendere sempre più difficile e sempre meno legato all’esperienza il passaggio di livello. Il fatto però che le lettere e i sottogruppi ricordino la classificazione proposta dal CCSL di Marchionne mostra bene dove voglia andare a parare Federmeccanica. Oggi si è accontentata di delinearne i primi contorni, domani sconteremo sempre più sulla nostra pelle il disegno.

La vera differenza tra il vecchio e il nuovo inquadramento sta nel fatto che il primo fu ottenuto con le lotte del 1973, quello di oggi stoppandole. Il primo era voluto dagli operai, quello di oggi dalla controparte. Basterebbe questo per comprendere quanto sia insidioso. Solo la finta ingenuità dei burocrati sindacali può credere di aver migliorato un inquadramento professionale senza lotte e a tavolino.

Cassata la richiesta di 700 euro di elemento perequativo, che viene portato a 500, 15 euro in più. Nulla sulla stabilizzazione dei precari. Anche sugli appalti appare alquanto aleatoria la modifica ottenuta. Si chiedeva in caso di cambio di appalto la garanzia del posto di lavoro, si ottiene una scappatoia con cui le nuove imprese in appalto potranno sempre dire di fare un altro servizio, e fare come vogliono.

Il resto è alquanto decorativo, dall’abbassamento del numero di dipendenti per la possibilità delle RSU di coordinarsi tra stabilimenti, al tanto strombazzato contrasto alla violenza contro le donne, che altro non è che il raddoppio da 3 a 6 dei mesi retribuiti previsti dal Jobs Act per le donne che si assentano per motivi legati alla violenza di genere. È sicuramente una cosa buona, come la possibilità di chiedere il trasferimento in altra sede, ma non compensa minimamente tutte le altre perdite del contratto, che hanno già colpito con il precedente rinnovo e colpiranno anche le lavoratrici e le loro condizioni di vita.

Infine fa un ulteriore passo in avanti lo stuolo di enti bilaterali, che già era la vera cifra, in mancanza di quella salariale, del vecchio contratto. Viene aumentata la quota di Cometa (la previdenza complementare) per i nuovi iscritti con meno di 35 anni; si invitano ad iscriversi anche i pensionati alla truffa di Metasalute, che cura in pieno il portafogli degli assicuratori e poco e niente la salute degli iscritti; viene potenziata la commissione su salute e sicurezza, che potrà aumentare le statistiche sulle chiacchiere in attesa di stanziamenti non previsti per metterle in pratica; viene promossa l’alternanza scuola-lavoro, per inserire quanti più apprendisti a basso costo al posto di lavoratori ben inquadrati. Non poteva mancare la commissione paritetica per monitorare il nuovo inquadramento professionale. Viene infine avviata la sperimentazione di un improbabile modello partecipativo: un volontario delle RSU potrà essere inserito in un team e partecipare alla spartizione degli utili degli azionisti senza ricevere un obolo né per lui né per la partecipazione di chi rappresenta.

FIM-FIOM-UILM avevano chiesto circa 150 euro per tre anni. In proporzione, 124 euro in 4 anni e mezzo equivalgono a 82,6 in tre (al quinto livello, cioè 73/75 al terzo o al quarto). Ampiamente sotto la sufficienza in media, e gravemente insufficiente rispetto alla scadenza prevista dalla piattaforma: al termine del 2022, infatti, i metalmeccanici avranno in tasca solo 62 euro dei 150 richiesti.

Certo, rispetto al contratto scorso, pressoché nullo in materia di aumenti, questo rinnovo può apparire buono. I metalmeccanici, che per quattro anni sono stati il fanalino di coda rispetto agli altri settori, oggi ritornano nel gruppo di testa con un aumento appena un po’ al di sotto del contratto degli alimentaristi, che al momento è il migliore dei rinnovi.

Proprio per questo i vertici sindacali, sempre remissivi, hanno brindato a champagne. Per Re David, segretaria generale della FIOM, è addirittura un “risultato straordinario”. È così soddisfatta che non si chiede per quale motivo non si sia visto un solo padrone in lacrime.

La scusa per firmare ancora in deficit, infatti, questa volta è il Covid. Ma il Covid, in realtà, ha spinto leggermente al rialzo la trattativa. Evidentemente, in vista dello sblocco dei licenziamenti previsto per la fine di marzo e già annunciato da Draghi, Federmeccanica non vuole avere troppe grane nel settore più importante, quello dei metalmeccanici. Per questo non ha fatto troppe storie per aggiungere 10-15 euro di briciole ai 100-110 che si preannunciavano nei corridoi dei nostri sindacati (peraltro ottenendo in cambio il nuovo inquadramento professionale e smorzandole, riducendo a 200 euro l’offerta di welfare in buoni spesa che a novembre era di 250. Quei 10-15 euro in più sono quindi tutt’altro che regalate).

La verità è che se la preoccupazione per marzo ha spinto Federmeccanica a offrire qualche spicciolo in più pur di chiudere la trattativa in tempo, il compito nostro è opposto: tenerla aperta. Perché se la preoccupazione per marzo unita a uno sciopero finto e "telefonato" di quattro ore a novembre (con l’esclusione oltretutto di FCA, segno evidente che per FCA si è ormai accettato sottobanco il suo modello contrattuale) hanno prodotto 124 euro in quattro anni e mezzo, una mobilitazione vera, con scioperi veri, imprevisti e di otto ore, porterebbe non diciamo tanto, ma almeno a 130-140 euro in tre anni. In linea con la richiesta della piattaforma.

La burocrazia sindacale punterà sulla rassegnazione, forte di un realismo – è proprio il caso di dire – da quattro soldi, che possono apparire un’enormità rispetto al fiasco totale di cinque anni fa. Noi dobbiamo organizzare il dissenso per bocciare l’accordo nel referendum, denunciando innanzitutto la truffa del medesimo. La lotta parte in salita, perché l'area di l’opposizione CGIL "Riconquistiamo Tutto" arriva a questo ennesimo accordo al ribasso dopo una serie interminabile di astensioni, che hanno accompagnato nei fatti la linea della FIOM, senza denunciare mai i segnali, evidenti anche stavolta, di resa e capitolazione. Il voto contrario al Comitato Centrale FIOM e l’attuale campagna per il no sono i punti da cui ripartire. Il Partito Comunista dei Lavoratori si impegnerà a fondo nella battaglia per il no.

Lo farà non solo con "Riconquistiamo Tutto", ma anche con tutto quell’arcipelago di delegati sparsi nella galassia del sindacalismo di base e oggi raggruppati in parte nell’assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi. È con loro che dobbiamo provare a organizzare il dissenso al nuovo contratto dei metalmeccanici. Con loro e con l'area “Giornate di marzo”, l’altro pezzo di opposizione in CGIL che nel Comitato Centrale FIOM ha bocciato l’accordo. Nessun altro l’ha fatto. Solo i cinque più uno delle due opposizioni, in mezzo a ottantadue favorevoli e ai più rivoluzionari di tutti, i “leninisti” di Lotta Comunista, che da veri landiniani si sono astenuti in tre.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Unificare e generalizzare le lotte fino allo sciopero generale

 


Testo del volantino distribuito durante lo sciopero dei metalmeccanici

Con la rottura sulla trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si evidenzia ancora di più il lavoro di sfondamento da parte del padronato nella categoria per far passare la linea della Confindustria di Bonomi dei “rinnovi a zero euro”. Già nell’ultimo rinnovo Federmeccanica aveva incassato il risultato dei soli 40 euro lordi in tre anni. La richiesta attuale di un aumento dell’8%, seppur ancora debole per “sanare” le perdite salariali di un contratto nazionale sempre più eroso negli anni da politiche sui salari e trattative contrattuali a perdere, va comunque difesa, senza nessun cedimento da parte delle burocrazie sindacali, magari su una ipotetica defiscalizzazione dell’aumento salariale, perché se così fosse l’aumento sarebbe scaricato sulle tasche della massa lavoratrice e non estorto al padronato.

Ma a un attacco così pesante, in un quadro di crisi economico-sanitaria così grave, la classe lavoratrice deve organizzarsi e rispondere in modo adeguato e dirompente. Le 4 ore di sciopero lanciate da FIM, FIOM e UILM sono insufficienti e tardive. Alla rottura delle trattative andava organizzata la lotta immediata, bisognava mettere in campo la forza dei lavoratori contro la forza del padronato. L’unico modo per riconquistare un contratto dignitoso è la messa in campo dello sciopero generale!

Ma a che condizione si possono ora riconquistare i contratti? Il primo punto da mettere in discussione è il modello imposto dal padronato e accettato dai sindacati confederali. Dopo anni di concertazione a danno dei salariati ora l’accordo del “patto per la fabbrica” aggiunge ulteriormente potere contrattuale alla parte avversa. Bisogna ribaltare i tavoli!

Serve però unificare tutte le categorie dei lavoratori: bisogna lanciare una mobilitazione che unifichi tutte le vertenze in corso per il rinnovo dei contratti nazionali e al contempo unificarle con le tante lotte che ci sono nelle aziende in crisi che stanno delocalizzando, licenziando o chiudendo come la Whirlpool.

• Blocco permanente dei licenziamenti, salario garantito al 100%!
• Controllo dei lavoratori e delle lavoratrici sulla salute e sulle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro. Basta far pagare il rischio sanitario sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici: chiusura immediata di tutte le attività a rischio e non indispensabili!
• Esproprio senza indennizzo per i capitalisti e nazionalizzazione sotto il controllo di chi lavora delle aziende che delocalizzano, licenziano, che violano i diritti dei lavoratori e/o le norme sulla sicurezza e che chiudono, a partire dalla Whirlpool!
• Patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione.
• Cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarietà, ritorno dell’articolo 18 e sua estensione a tutti i lavoratori e le lavoratrici.
• Redistribuzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore per tutti, pagate 40, con l’introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro.
• Parità di diritti tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati.
• Sciopero generale e prolungato, unificazione di tutte le lotte sui contratti, per un contratto nazionale che recuperi un salario adeguato e che cancelli tutte le flessibilità e la precarietà concessa negli anni. Costituzione di una cassa di resistenza nazionale per sostenere la lotta.

Su tali parole d’ordine bisogna organizzare il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici. Dieci milioni di salariati sono in attesa del rinnovo del loro contratto scaduto da anni. Nel paese diverse sono le lotte aziendali o di categoria che rimangono frammentate e isolate. La vertenza dei metalmeccanici può fungere da traino, mettendo in campo la forza organizzata di un settore storicamente strategico per la lotta di classe, e collegandosi a tutte le lotte in corso per la ripresa di una mobilitazione contro governo e padronato a livello nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Portare nelle lotte la prospettiva di rivoluzione!

 


Contro il fronte unico dei padroni un fronte unico di classe e di massa

22 Ottobre 2020

Testo del volantino (allegato in fondo alla pagina) per le iniziative della giornata di mobilitazione nazionale del 24 ottobre

Dare continuità all’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi! Estendere ed unificare le lotte attorno ad una piattaforma generale! Portare nelle lotte la prospettiva di rivoluzione!

La pandemia si sovrappone a un’offensiva frontale del padronato e a una nuova grande crisi del capitalismo mondiale. Confindustria fa muro sul rinnovo dei contratti, annuncia un milione di licenziamenti, reclama i pieni poteri nelle aziende. Il governo regala ai padroni lo sblocco dei licenziamenti, stoppa il rinnovo dei contratti pubblici, mantiene tutto il peggio dei decreti Salvini contro picchetti, blocchi stradali, occupazioni.

Le burocrazie sindacali, Landini in testa, non solo non organizzano la difesa del lavoro ma appoggiano il governo. Il loro scopo è mostrare al padronato la propria funzione sociale di controllo e disinnesco delle lotte, per timore di essere scaricate. È la funzione di “agenzia della borghesia nel movimento operaio”, come diceva Lenin. Una definizione oggi della burocrazia sindacale ancor più calzante di allora.

Costruire una direzione alternativa del movimento operaio che lo liberi dalla burocrazia è compito di tutte le avanguardie, ovunque collocate sindacalmente. Non si tratta di dare consigli critici agli apparati, né di limitarsi a conservare un piccolo spazio di sindacato alternativo. Si tratta di strappare agli apparati la direzione delle lotte, conquistare la maggioranza dei lavoratori, sviluppare l’egemonia di un progetto alternativo tra le masse.

Tutto questo è molto difficile, dopo un lungo ciclo di arretramenti, sconfitte, delusioni. Ma tanto più oggi è possibile perseguire l’obiettivo solo lavorando controcorrente alla più ampia unità di classe contro padroni e governo. Solo contrapponendo al fronte unico dei padroni il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici.

Non mancano lotte di resistenza e conflitti. Li abbiamo visti nello scorso marzo, nelle fabbriche, nella logistica, nella scuola, tra i braccianti. Ma sono lotte in ordine sparso, che non si parlano, che stanno recintate nel proprio perimetro aziendale o di settore. Unire queste lotte attorno ad una piattaforma generale è una necessità inaggirabile. A fronte di una offensiva generale del padronato, occorre una mobilitazione generale del lavoro capace di ribaltare i rapporti di forza complessivi.


PROSEGUIRE E ALLARGARE IL PERCORSO UNITARIO

L’Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si è tenuta il 27 settembre a Bologna è un primo passo in questa direzione. Le forze ad oggi raccolte sono ancora molto limitate. Ma il segnale di controtendenza è prezioso. Per la prima volta dopo tanto tempo organizzazioni e tendenze sindacali di diversa collocazione e provenienza (Si Cobas, SGB, settori della Opposizione CGIL, Slai Cobas per il sindacato di classe) hanno scelto di mettere insieme le proprie forze in una iniziativa nazionale comune. Non attraverso un cartello di sigle, ma attivando un percorso unitario fondato sui delegati, sulle delegate, sui lavoratori e lavoratrici combattivi/e, al di là di ogni divisione di sigla e appartenenza. Un percorso segnato da comuni rivendicazioni classiste e dalla prospettiva di costruzione di una vera azione di sciopero generale.

Questo percorso va ora proseguito e allargato. Non si tratta di recintare il perimetro dell’Assemblea di settembre, ma di lavorare ad estenderlo ad ogni livello. I militanti sindacali del Partito Comunista dei Lavoratori sono ovunque impegnati in questa direzione.
È la battaglia che conduciamo nell’Opposizione CGIL assieme ad altri lavoratori e lavoratrici della componente contro una linea di pura autoconservazione del proprio spazio. È la linea che conduciamo nei sindacati di base con riferimento classista contro ogni logica autocentrata e settaria. A tutti chiediamo di investire le proprie forze nel percorso unitario avviato, ponendo termine alla frammentazione dell’avanguardia.

Questa azione di coinvolgimento di forze nuove va soprattutto indirizzata verso i lavoratori, a partire dalla loro avanguardia più larga. Quella che nel marzo scorso ha trainato una breve ma intensa stagione di scioperi contro i padroni. Quella che nelle ultime settimane ha ridato segni di presenza negli scioperi metalmeccanici contro la serrata contrattuale di Federmeccanica.

Non confondiamo i burocrati con gli operai. Le burocrazie di Fiom, Fim, Uilm hanno indetto uno sciopero il 5 novembre per salvare la faccia di fronte agli operai e incanalare la loro lotta su un binario morto. Il loro obiettivo è ottenere la detassazione dell’aumento contrattuale per caricare il contratto sulla fiscalità generale (cioè sul portafoglio dei lavoratori) a vantaggio dei profitti. Ma gli operai che hanno scioperato e che possono scioperare il 5 novembre lo fanno per i propri interessi, con tutte le confusioni e contraddizioni del caso. Dobbiamo interloquire con questi operai, che sono la maggioranza sindacalizzata dell’industria, per sottrarli all’influenza dei burocrati e conquistarli alla nostra piattaforma generale. Lo possiamo fare solo dentro la lotta comune, non separandoci da questa, non levando il disturbo a tutto vantaggio dei burocrati. Dobbiamo portare la nostra piattaforma nella lotta comune, per radicalizzarla ed estenderla, non tenerci fuori dalla lotta nel nome della nostra piattaforma.


PER UNA PROSPETTIVA DI RIVOLUZIONE

La politica del fronte unico non può limitarsi al piano sindacale. Tutte le rivendicazioni della piattaforma definita il 27 settembre e rilanciata dalle manifestazioni di oggi richiamano una prospettiva politica. La drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, la forte patrimoniale sulle grandi ricchezze, la cancellazione dei decreti Salvini, la contestazione dell’indebitamento pubblico col capitale finanziario da scaricare sul portafoglio dei lavoratori, sulla sanità, sulla scuola, pongono la prospettiva di un’alternativa operaia alla crisi del capitale. O loro o noi. O il potere dei capitalisti o il potere degli operai. Nessuna conquista parziale su quel terreno è possibile senza che la borghesia tema davvero la minaccia dell’ordine pubblico e della sovversione. I padroni mollano qualcosa solo quando han paura di perdere tutto. Solo la minaccia di una rivoluzione può strappare riforme. Solo una rivoluzione, solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici basato sulla loro forza e sulla loro autorganizzazione, può realizzare una svolta vera.

Politica del fronte unico e programma di rivoluzione sono i due capisaldi della politica del PCL. Siamo per la più larga unità d’azione dell’avanguardia, che ricomponga in un unico fronte il Patto d’azione e il Coordinamento delle sinistre di opposizione nato il 7 dicembre. Perché non ha senso nel nome del fronte unico mantenere percorsi separati, tanto più a fronte delle stesse rivendicazioni generali. Ma portiamo nel fronte più largo dell’opposizione classista l’esigenza di una prospettiva di rivoluzione, in Italia e nel mondo. L’unica che può fondare su solide basi l’internazionalismo proletario, contro ogni forma di europeismo liberale o sovranismo reazionario.

L’unica che indica le basi possibili del partito comunista rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contratto dei metalmeccanici: alla lotta!

 


Il tavolo di trattativa si è rotto ieri.. per scioperare dopodomani!

Come era ampiamente prevedibile, la trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici è saltata. Federmeccanica ha chiuso con ancora più forza i rubinetti che mai ha avuto intenzione di aprire. Del resto, con alle spalle praticamente sei anni di aumenti salariali sterilizzati, era impensabile che rinunciasse subito a un contratto praticamente gratuito.

Bisogna, infatti, risalire al gennaio 2015, cioè al contratto separato di Fim-Uilm, per trovare un aumento che possa essere definito tale: 50 euro.

Da allora, grazie a quella che Landini ha chiamato “riconquista del contratto”, i metalmeccanici hanno avuto: “zeru” euro nel 2016; 1,77 nel 2017, 16 nel 2018, 14,34 nel 2019, e 12,63 nel 2020, per un totale di meno di 45 euro lordi al V livello, cioè meno di 40 per la maggior parte di loro che ne stanno al di sotto. Meno ancora quelli di Fca, ormai esclusi pure da queste elemosine.

Ieri, dopo 5 anni di lockdown salariale, si è finalmente rotto il tavolo di trattativa. Non sono state Fim-Fiom-Uilm a farlo, ma Federmeccanica quando i confederali, all’indisponibilità ad aprire il suo portafogli, hanno osato proclamare lo sciopero degli straordinari e della flessibilità in fabbriche per lo più in cassa integrazione e incapaci di coprire perfino le 40 ore ordinarie.

La rottura di Federmeccanica per una prova di forza tanto modesta, dimostra quanto siano ridicole le tesi di riformisti, burocrati e “fiaccatori” di professione, intenti da mesi a spiegare alla loro codardia che a fare scioperi ora si fa solo un favore ai padroni.

È vero l’opposto, perciò è un bene che le trattative si siano rotte, anche se oltremodo in ritardo. Tuttavia, la mobilitazione comincia sotto i peggiori auspici. Infatti, rotto il tavolo ieri, Fim-Fiom-Uilm hanno rimandato lo sciopero tra un mese, il 5 Novembre: 4 ore più 2 di assemblee in questi giorni, in attesa che i metalmeccanici si sfianchino da soli con gli scioperi spontanei proclamati un po’ dappertutto.

I lavoratori non devono essere lasciati soli contro Federmeccanica, gli scioperi devono essere generalizzati subito, non depotenziati in partenza fabbrica per fabbrica e programmati tra un mese per dare tutto il tempo ai padroni di organizzarsi per vanificarli.

Fim-Fiom-Uilm stanno preparando il terreno per un nuovo contratto bidone. Ma la partita è appena cominciata e l’esito non è affatto scontato. I lavoratori hanno risorse infinite e più di una volta hanno ribaltato situazioni date dai più per scontate.

Il 5 Novembre lo sciopero avrà il freno a mano. Tocca a noi lavoratori toglierlo e sfruttarlo per proseguire fino alla riconquista di un contratto che pieghi finalmente Federmeccanica. Alla lotta!

Luigi Sorge, Lorenzo Mortara

Comitato Centrale FIOM, Riconquistiamo Tutto e l'esordio di SCR in solitaria all'opposizione

Contro la risoluzione finale del CC FIOM, contro l'astensione delle opposizioni

Il 15 luglio si è rifatto vivo, in carne e ossa, il Comitato Centrale (CC) della FIOM. Fosse stato solo per il CC rituale della maggioranza, si poteva tranquillamente rimandarlo sine die, tanto è prevedibile. Ma il 15 luglio il CC era straordinario per un altro motivo, andava in scena la "prima" di quel che resta di "Riconquistiamo Tutto - Il sindacato è un'altra cosa", e della nuova opposizione di Sinistra Classe Rivoluzione, “I giardini di Marzo” , ops… pardon: "Le giornate di Marzo".

Ebbene, con ben due opposizioni rivoluzionarie, sapete com’è finita? Con tre astenuti e nessun contrario. Astenuta la compagna Como per "Riconquistiamo Tutto", astenuto il compagno Brini per "Le giornate di Marzo". Temiamo grasse risate di Re David. Come direbbe quel tale, la situazione sarebbe tragica se solo ci fosse un'opposizione seria.

Due settimane fa eran volati gli stracci per lo strappo di SCR da RT. Alla proposta, della nuova opposizione alla vecchia, di fronte unico a sinistra, la portavoce di RT aveva mandato a stendere SCR e detto perentoriamente: "guardiamo avanti!" Ebbene com’è finita? Col fronte unico di SCR rifiutato da sinistra e regalato al centro da RT! Invece di dimostrare subito quale delle due opposizioni fosse la vera sinistra, la maggioranza ha potuto godersi lo spettacolo unico di un CC FIOM in cui la sinistra è sparita, sostituita da due opposizioni che insieme, al momento, valgono meno di mezza.

Il fatto è che, dovunque la si giri, non si capisce il motivo di una simile astensione. O meglio, SCR, un anno fa, col voto favorevole alla piattaforma dei metalmeccanici, avendo intravisto chissà quale spostamento a sinistra della burocrazia, con l'astensione non ha fatto altro che andare dietro alla sua logica. Ma RT? Che motivi poteva avere RT per astenersi?

Ancora si discute sull’astensione di RT sulla piattaforma. Errore, torto? Ognuno si dia la risposta che crede. Quel che è certo è che almeno lì, una rottura con la vecchia impostazione dell’indice IPCA c’era. Ma qua? Che rottura ha proposto il documento conclusivo del CC FIOM?

Re David nel dispositivo finale ha spiegato che aprile e maggio hanno raggiunto ognuno 800/900 milioni di ore di cassa integrazione. L'intero anno 2009 oltre 900. In pratica quel che le crisi del ’29 e del 2009 hanno fatto in due anni, il Covid ha fatto in due mesi.

La pandemia da Covid ha causato il crollo dell’11.5% del Pil del sistema produttivo dei capitalisti, ma Re David, come prima della pandemia, continua ad essere sicura che sia “il nostro”.

Il sistema è talmente nostro che in due mesi di pandemia ha messo 5 milioni di lavoratori in cassa integrazione "a zero ore" con una perdita complessiva di quasi 1000 euro per ognuno di loro. In pratica, stipendio poco più che dimezzato per cinque milioni di lavoratori. Se il sistema non fosse stato "il nostro", di cassa integrati quanti ne avremmo avuti, signora Re David? Dieci milioni?

Se questo è il male, la ricetta è più cassa integrazione, cioè più stipendi dimezzati; rialzo dei massimale, per sopperire parzialmente alla prima richiesta a perdere; continuità del blocco dei licenziamenti, ossia continuità al massacro di precari (e non solo), non considerati licenziati solo perché di fatto mai assunti; riduzione "bastarda" degli orari, vale a dire misto di lavoro produttivo e qualche ora al giorno di pausa retribuita sotto forma di "sermone-formazione". E se già i padroni vogliono pagarci il meno possibile quando lavoriamo, solo la burocrazia sindacale può credere di convincerli a regalarci due ore retribuite solo per sentire fesserie formative.

Il tutto nel solito quadro del sindacato consigliere pratico dei padroni. La FIOM, per difendere i lavoratori, si erge a sindacato imprenditore, quello che vuol spiegare al capitale come fare il capitalismo. Per cui, al capitalismo che per sua natura è anarchico e individualista si spiega quanto sarebbe utile per lui una «visione d'insieme», vagamente pianificata, per uscire dalla crisi. Un consiglio così utile che non solo non si capisce come mai ai padroni entri da un orecchio ed esca dall'altro, ma anche se per miracolo l'ascoltassero, per noi cambierebbe poco e niente, visto che il capitalismo, in qualsiasi versione si presenti – da quella reale di "cane mangia cane", a quella idealistica "per il bene di tutti" della burocrazia sindacale – sempre capitalismo resta, e quindi funziona sempre nell'interesse di una classe sola, la loro, la classe dei cani sfruttatori che se ne infischiano degli sfruttati e dei consigli non richiesti di una burocrazia sindacale subalterna.

Scopo del sindacato-imprenditore è l'imprescindibile "tavolo negoziale" col governo. È al governo che sono indirizzate tutti questi cahiers de doléances, ai quali si aggiunge la postilla funebre sul rinnovo del Contratto Nazionale, già cestinato da Federmeccanica prima del Covid.

Al governo si chiede di far da regia a tutto questo. E per questo, cioè per ottenere un tavolo, si è pronti con FIM e UILM a mobilitare i lavoratori nell'interesse esclusivo della burocrazia sindacale. Sempre che il governo dia l'ok. Perché la mobilitazione vera fa così tanta paura che pure a quella totalmente finta con FIM e UILM è bene mettere un freno, in questo caso il rispetto giudizioso verso i protocolli sicurezza del governo, ossia le misure anti-sciopero e anti-assemblea di Conte.
L'esatto opposto di quel che han fatto a marzo i lavoratori, quando hanno scioperato infischiandosene di leggi e cavilli burocratici che governi e burocrazie sindacali hanno frapposto alla loro mobilitazione.

Null'altro contiene il testo conclusivo del CC FIOM. Eppure, questo esempio perfetto del nulla è bastato alla compagna Como per astenersi, par di capire per la semplice proroga, per lo più formale, come abbiamo visto, del blocco dei licenziamenti. "Serve molto di più" è la sua conclusione, "la mobilitazione simbolica" (leggi finta) "non basta".

Abbiamo visto male? Siamo troppo critici? Per fortuna di opposizioni ce ne sono ben due. Sentiamo quindi Brini, magari lui sa spiegarci le sacrosante ragioni dell'astensione.

Per Brini, neopaladino delle giornate di marzo, in quei giorni i padroni han fatto quello che han voluto. Più della metà delle aziende è rimasta aperta. FCA ha ottenuto l'avallo di FIOM e CGIL a 6,5 miliardi di soldi pubblici in cambio della cogestione delle perdite che il padronato manco ha concesso. Di buono c'è solo la richiesta di aumento di ammortizzatori sociali e del blocco dei licenziamenti. E tuttavia anche queste "bontà" sono per Brini dei palliativi. Proprio per questo serve, a suo dire, cambiare radicalmente la linea. E così è avvenuto. Siccome il documento finale del CC esprime in tutto e per tutto la continuità con la linea fallimentare e subalterna a Confindustria e governo che la FIOM e la CGIL hanno fin qui mantenuto, Paolo Brini cambia la sua e passa dall'appoggio sperticato alla piattaforma metalmeccanica all'astensione per dei palliativi.

Noi pensiamo che non solo non c'erano motivi per astenersi, ma ce ne erano tutti ma proprio tutti per votare contro. Pensiamo che, unendo Como a Brini, non servano più palliativi, perché il problema non è più o meno di ciò che non serve a niente.

Il problema è di metodo. Un sindacato che guarda solo al governo cui tiene la mano è destinato a raccogliere mosche, anche con le migliori intenzioni (che nel CC, comunque, non si sono viste).

Bisogna puntare tutto sui lavoratori, sulla loro mobilitazione e sulla loro responsabilizzazione, non sul loro controllo offerto a governo e Confindustria per avere un tavolo negoziale.

Una mobilitazione vera, vale a dire come minimo per aumenti salariali consistenti, riduzioni d'orario da 40 a 30 ore e rientro di FCA nel contratto, non passa certo da una innocua passerella programmata non prima di settembre, se va bene, con FIM e UILM. Il contratto è scaduto da sette mesi, e il fatto che FIOM, FILM e UILM appendano sulle bacheche delle fabbriche volantini per la sua "ultrattività" inventandosi di sana pianta che le aziende debbano erogare 200 euro di welfare anche per l'anno 2020 (quando da contratto scaduto sono previste solo per gli anni 2017-'18-'19) dimostra che nel loro profondo hanno già accettato, per quest'anno, di sostituire un improbabile, vero rinnovo con l'ultrattività immaginaria delle elemosine in forma di welfare di Federmeccanica, sperando che il buon cuore della controparte accetti di darglieli. Speranza vana, perché nella maggior parte delle fabbriche i 200 euro di presunta ultrattività del welfare nessuno li ha visti. E dove si sono visti, si son visti appunto per il buon cuore del padrone, non certo per l'ultrattività del contratto scaduto.

Dopo quasi un anno dalla scadenza, non si possono più aspettare FIM e UILM. Se si vuole un nuovo contratto decente, bisogna rompere coi docili cagnolini di Federmeccanica. Tanto più che la storia recente parla chiaro: un sindacato rosso per i daltonici e due gialli anche per i ciechi si mobilitano solo per far fallire i lavoratori, come dimostra il peggior contratto nazionale della storia, quello appena scaduto, che ottenne due euro di aumenti nei primi due anni con oltre 24 ore di sciopero finto. Non capiamo come si possa salutare come positiva la replica dello sceneggiato.

I 10 euro di aumento di giugno per l'ultrattività del contratto scaduto, inoltre, dimostrano che per quest'anno la FIOM ha già rotto con la "rottura" dell'indice IPCA inserito in piattaforma, ed è tornata all'ovile. Di rottura, se mai, se ne parlerà nel 2021, con buona pace di Brini, che votando a favore nel 2019 dimostra che la neonata opposizione, sedicente "giornate di marzo", è nata prematuramente in letargo. E a sentire Brini, ancora fermo alla richiesta cestinata dell'8% di aumento, la dormita continuerà della grossa per un altro po'.

Per svegliare la FIOM serve anzitutto un'opposizione che prenda atto della realtà senza farsi abbindolare dalle chiacchiere.
Le giornate di marzo, nonostante la generosità della classe operaia, si sono concluse con una sconfitta, grazie alla complicità della CGIL e di Landini che le hanno usate per aprirsi un varco al tavolo con Conte, senza ottenere altro che briciole per i lavoratori.

La sconfitta è doppia per i metalmeccanici. Non solo perché la FIOM non ha detto "beh" mentre Landini svendeva la mobilitazione degli operai, ma anche perché Re David e il responsabile per l'automotive, De Palma, replicavano la svendita in FCA siglando un accordo capestro che garantiva la ripresa dell'attività produttiva in tutta sicurezza per il profitto degli Agnelli. Benedetto da Burioni, tale accordo non è stata una conquista per i lavoratori, ma una sconfitta, perché non sono stati i lavoratori con la loro forza a portare a quel tavolo la FIOM, ma è stata l'azienda stessa a volerla insieme con tutte le altre organizzazioni sindacali, per garantirsi la massima collaborazione affinché fosse evitata ogni eventuale forma di conflitto.
Non un'ora di sciopero è costato quell'accordo, e questo basta e avanza per capire che vale meno di niente.

Questa è la FIOM che si è ripresentata dal vivo nel Comitato Centrale del 15 luglio. La stessa FIOM lasciata in mutande da Landini e ora sempre più nuda in mano a Re David e De Palma, i suoi degni eredi. Quella FIOM che con le chiacchiere non ha ottenuto nulla, ma che con le chiacchiere continua a pretendere di ottenere neanche qualcosa, ma solo tavoli negoziali.

A una FIOM così fallimentare e smobilitante a prescindere, per giunta senza alcun segnale di redenzione, si vota contro, non ci si astiene, perché astenersi significa dire che tutto sommato si è sulla strada giusta, basta qualche piccola correzione.

Per noi serve cambiare tutto, linea e dirigenti. In attesa che lo capiscano gli astenuti in CC, chi è in cerca di un'opposizione che faccia davvero l'opposizione deve accontentarsi della contrarietà assoluta dei metalmeccanici del Partito Comunista dei Lavoratori, i veri oppositori presenti in RT.
Luigi Sorge - Lorenzo Mortara

Video: È il momento dell'unità nella lotta! - Marco Ferrando - 23/03/2020



Non c'è nessuna unità nazionale da celebrare! Organizzare ed estendere gli scioperi, per uno #sciopero generale vero!
La #lotta deve continuare in tutte le forme possibili, per unire il fronte dei lavoratori attorno alle proprie rivendicazioni indipendenti.
È il momento dell'#unità: ma nella chiarezza della lotta e della contrapposizione frontale al padronato e alle classi dirigenti!
1) A Bergamo, a Brescia, in Lombardia, e in situazioni similari di focolaio eccezionale del contagio in altre parti d'Italia, va attuata la “soluzione Codogno”. Un blocco totale di tutte le attività, ad eccezione ovviamente della sanità: l'unica via per contrastare il contagio e proteggere la popolazione. È una misura che andava presa congiuntamente a Codogno e che invece si è voluto evitare solo per compiacere #Confindustria e Federmeccanica lombarde e i loro interessi, come ha denunciato persino il sindaco PD di Brescia. Tanto più oggi va applicata senza esitazioni. E va ben al di là dei provvedimenti assunti dal governo nazionale e lombardo.
2) Nei luoghi di produzione e lavoro tenuti aperti, che vanno ben oltre il recinto della produzione alimentare e farmaceutica, vanno rivendicate condizioni di reale sicurezza, perché il protocollo di accordo tra sindacati e imprese non ha garantito un bel nulla. Senza condizioni di #sicurezza non si lavora. Gli #scioperi devono continuare sino alla conquista di queste condizioni. Le RSU e le RLS verificheranno in piena autonomia le condizioni del lavoro. Il #controllo operaio indipendente sulla sicurezza resta un terreno centrale di conflitto.
3) Va impedito che dietro la copertura del blocco delle attività e della sospensione della produzione vi siano padroni che preparano la chiusura delle fabbriche e il trasferimento di soppiatto di macchinari e impianti. I discorsi di marca padronale secondo cui “purtroppo molte aziende non riapriranno più” servono a preparare il terreno per queste pratiche. Nelle forme possibili va esercitata una vigilanza sindacale tesa a bloccare sul nascere queste operazioni, già attuate in tempi normali e oggi coperte dallo stato di eccezione.
4) I lavoratori e le lavoratrici dispensati dalla produzione e dal lavoro in ragione del blocco delle attività debbono avere una copertura salariale piena, ossia il 100% del #salario. Milioni di lavoratori e lavoratrici non possono subire la decurtazione di un salario già modestissimo, impoverito negli anni e spesso colpito dal mancato rinnovo contrattuale, tanto più a fronte della mole di miliardi che in varie forme vengono dati a imprese e banche. La rivendicazione del 100% del salario, a carico del padronato, ha valore unificante per tutto il mondo del lavoro.
A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

La lotta deve continuare!

Le ultime misure del governo non risolvono i problemi

22 Marzo 2020
Le pressioni dei sindaci dei territori massimamente infetti, il pronunciamento corale dei medici coinvolti, le iniziative autonome dei governatori regionali di Lombardia, Piemonte, Emilia e Veneto, con la minaccia di divaricazioni istituzionali, infine le pressioni delle direzioni sindacali, hanno spinto il governo ad estendere il blocco delle attività produttive, anche al di là di quanto deciso localmente dai governatori del Nord.

Le burocrazie sindacali hanno sintetizzato le ragioni della propria richiesta con le parole significative di Landini: «Bisogna evitare che la paura dei lavoratori si trasformi in rabbia». La continuità degli scioperi spontanei in centinaia di aziende, nonostante il protocollo di accordo tra sindacati e padroni, ha sicuramente lasciato il segno. I burocrati sindacali hanno avvisato governo e padronato del rischio di un’ulteriore propagazione del conflitto e della paura di non riuscire a controllarlo. Hanno dunque consigliato, nell'“interesse comune”, di disinnescare la miccia.

Il consiglio di Landini è stato evidentemente persuasivo, se ha indotto alla fine Confindustria a patteggiare la soluzione concordata, in cambio di nuovi miliardi di risorse pubbliche che il governo ha prontamente promesso ai padroni, e che saranno messe sul conto dei lavoratori.

Di certo questa chiusura di “unità nazionale” delle attività produttive non ha risolto alcun problema, né sanitario, né sociale.

1) A Bergamo, a Brescia, in Lombardia, e in situazioni similari di focolaio eccezionale del contagio in altre parti d'Italia, va attuata la “soluzione Codogno”. Un blocco totale di tutte le attività, ad eccezione ovviamente della sanità: l'unica via per contrastare il contagio e proteggere la popolazione. È una misura che andava presa congiuntamente a Codogno e che invece si è voluto evitare solo per compiacere Confindustria e Federmeccanica lombarde e i loro interessi, come ha denunciato persino il sindaco PD di Brescia. Tanto più oggi va applicata senza esitazioni. E va ben al di là dei provvedimenti assunti dal governo nazionale e lombardo.

2) Nei luoghi di produzione e lavoro tenuti aperti, che vanno ben oltre il recinto della produzione alimentare e farmaceutica, vanno rivendicate condizioni di reale sicurezza, perché il protocollo di accordo tra sindacati e imprese non ha garantito un bel nulla. Senza condizioni di sicurezza non si lavora. Gli scioperi devono continuare sino alla conquista di queste condizioni. Le RSU e le RLS verificheranno in piena autonomia le condizioni del lavoro. Il controllo operaio indipendente sulla sicurezza resta un terreno centrale di conflitto.

3) Va impedito che dietro la copertura del blocco delle attività e della sospensione della produzione vi siano padroni che preparano la chiusura delle fabbriche e il trasferimento di soppiatto di macchinari e impianti. I discorsi di marca padronale secondo cui “purtroppo molte aziende non riapriranno più” servono a preparare il terreno per queste pratiche. Nelle forme possibili va esercitata una vigilanza sindacale tesa a bloccare sul nascere queste operazioni, già attuate in tempi normali e oggi coperte dallo stato di eccezione.

4) I lavoratori e le lavoratrici dispensati dalla produzione e dal lavoro in ragione del blocco delle attività debbono avere una copertura salariale piena, ossia il 100% del salario. Milioni di lavoratori e lavoratrici non possono subire la decurtazione di un salario già modestissimo, impoverito negli anni e spesso colpito dal mancato rinnovo contrattuale, tanto più a fronte della mole di miliardi che in varie forme vengono dati a imprese e banche. La rivendicazione del 100% del salario, a carico del padronato, ha valore unificante per tutto il mondo del lavoro.

In conclusione: non c'è nessuna unità nazionale da celebrare. La lotta deve continuare in tutte le forme possibili per unire il fronte dei lavoratori attorno alle proprie rivendicazioni indipendenti.
Partito Comunista dei Lavoratori