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Bolivia: “Tutto il potere alla COB e alle organizzazioni contadine e popolari in lotta”

 


Intervista a Juan José Villa* del Movimiento Socialista de los Trabajadores della Bolivia

Quali sono le cause della rivolta e le rivendicazioni del popolo e del proletariato boliviano contro il governo di Rodrigo Paz?

JJV: Le cause hanno la loro base in una profonda crisi economica aggravata dalla gestione di un governo lacchè dell’imperialismo statunitense. Con un’inflazione che il governo ufficiale fissa al 20%, ma che nella vita quotidiana, per ciò che riguarda il paniere di beni di prima necessità, si traduce in un aumento dei prezzi che supera il 100%. Il prezzo medio al chilo della carne bovina, che prima oscillava tra i 41 e i 45 bolivianos, ora oscilla tra gli 85 e i 95 bolivianos; il litro di olio, che oscillava tra gli 11 e i 13 bolivianos, oggi raggiunge i 21 e i 26 bolivianos. I trasporti pubblici, i servizi, tutta i costi sono diventati esorbitanti. Se prima lo stipendio non bastava per arrivare a fine mese, oggi la situazione è peggiorata.

Le cause politiche risiedono nel fatto che questo è un governo suddito di Donald Trump, ha assoggettato il Paese ai dettami del FMI e della Banca Mondiale, rappresentando gli interessi dell’oligarchia nazionale compiacente. Il governo è entrato in carica facendo promesse populiste, dicendo di voler concedere sussidi, preservare le conquiste sociali, mantenere i sussidi alimentari ed energetici, ma una volta insediato, ha applicato le manovre finanziarie neoliberiste, scaricando la crisi sulle spalle di operai, settori popolari e contadini, mentre ha avvantaggiato i più potenti eliminando la tassa sulle grandi fortune, e ha imposto a Natale il Decreto Supremo 5503, più di 120 articoli che permettevano la facile cessione delle risorse naturali alle multinazionali, così come l’aumento dei prezzi del carburante annullando la sovvenzione agli idrocarburi, tra le altre misure filoimperialiste.

La risposta combattiva delle masse non si è fatta attendere. La Federación de Mineros (Federazione dei Minatori) e la Central Obrera Boliviana (Centrale Operaia Boliviana) avevano tenuto i loro congressi nei quali avevano cambiato la leadership traditrice dell’era del MAS (partito di Morales al governo per anni, ndt) e sostituendo le tesi di conciliazione con quelle basate sull’indipendenza di classe: no al sostegno di alcun governo borghese e un documento di lotta, che segnava l’inizio di un nuovo processo rivoluzionario.

Nel dicembre del 2025, sotto la pressione della propria base e con il proletariato minerario in prima linea, l’assemblea della COB votò all’unanimità a favore dello sciopero generale a tempo indeterminato per l’abrogazione del decreto presidenziale n. 5503. La lotta è culminata nel gennaio del 2026 con una grande vittoria. Si è creata un’alleanza tra operai, contadini e popolo. Il decreto del governo filoimperialista è stato sconfitto. La COB ha smesso di essere un semplice sindacato ed è diventata un organo di doppio potere. Le masse hanno ritenuto che si potesse andare oltre; che le forze fossero sufficienti non solo per abrogare un decreto, ma anche per rovesciare l’intero governo per via rivoluzionaria.

Tuttavia, la nuova direzione della COB ha ordinato di revocare i blocchi. Ciò ha generato malcontento soprattutto tra i contadini. La direzione della COB ha fornito ossigeno puro al governo. In altre parole, Rodrigo Paz non si reggeva più sulle proprie forze, ma grazie all’ossigeno fornito da un organismo antagonista di classe, la COB.

Questa boccata d’aria fresca ha permesso a Paz di riprendersi in vista di un nuovo pacchetto di leggi. L’eliminazione dei sussidi agli idrocarburi è stata riproposta, facendo impennare il prezzo dei trasporti pubblici. Il governo ha abolito i sussidi alla farina, facendo impennare il prezzo del pane, ha varato leggi di svendita che emulano in parte il decreto legge 5503 che era stato abrogato, come quella sull’elettricità, e ha avviato una campagna per dichiarare il fallimento delle imprese statali e la loro privatizzazione, tra le altre cose. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la legge 1720 sulla conversione dei terreni, grazie alla quale l’oligarchia e le banche potevano facilmente appropriarsi delle terre dei piccoli contadini e dei territori indigeni. Insieme a ciò, il governo ha mostrato il suo totale rifiuto dei cabildos (assemblee) contadini e del documento di rivendicazioni della COB basato su richieste salariali, per cui si erano mobilitati innanzitutto insegnanti delle zone urbane e rurali.

A partire dall’assemblea del Primo maggio convocata dalla COB, ha inizio il cosiddetto “sciopero generale a tempo indeterminato e con mobilitazioni” contro le leggi di svendita e per l’aumento salariale, tra le altre rivendicazioni, che si fonderanno rapidamente in un’unica richiesta: le dimissioni di Paz. La base dei sindacati ha fatto pressione sui propri dirigenti affinché non tradissero e ha costretto la direzione della COB, insieme alle organizzazioni contadine e popolari, a firmare il “patto di non tradimento”.

Paz non ha più ossigeno, le base scavalca le direzioni concilianti, l’organo del doppio potere viene riattivato dal basso. Il governo si è visto costretto ad abrogare la legge 1720 e ad offrire bonus al corpo docente in sciopero, ha fatto marcia indietro e ha invitato al dialogo, per poi andare immediatamente a un’offensiva di polizia e militare che ha causato la morte di due leader indigeni, oltre a centinaia di arrestati e feriti. Gli operai, i contadini e il popolo, lungi dall’intimidirsi, hanno accresciuto le loro forze e indicato la strada: non c’è nulla da discutere! Paz deve andarsene.

Il governo ha scatenato una persecuzione contro i principali dirigenti, con ordini di arresto immediato provenienti da organi di giustizia corrotti, illegittimi e ampiamente contestati dalle maggioranze oppresse.

La lotta continua, Paz e l’oligarchia dell’est si appoggiano ora a settori della classe media reazionaria e fascista come l’Unión Juvenil Cruceñista, che incitano a dichiarare lo stato d’assedio. Tuttavia, sono una minoranza e le loro sono risposte difensive. Il processo rivoluzionario può trionfare. Per il potere della COB, della CSUTCB (Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia), di Túpaj Katari, della Fejuves (Federazione delle giunte di quartiere) e di tutte le istituzioni operaie, contadine e popolari che oggi sono unificate attorno alla COB.

Cosa pensate delle direzioni della COB e della CSUTCB? Quali sono i diversi setUTCBtori sindacali e politici presenti al loro interno?

JJV: La direzione della COB è nata da un processo di rottura con le direzioni del MAS, con Luis Arce e con Evo Morales, che per anni hanno smobilitato il movimento operaio. Questo processo è partito dai settori di base del proletariato minerario. Non è la stessa dirigenza di prima. Per questo le masse li invitano a mettersi alla guida delle lotte. Un processo simile è sorto nel movimento contadino all’interno della Central Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB) e della Federación Túpaj Katari, alla ricerca di nuovi leader, inaugurando una nuova fase di lotte che ha superato l’ostacolo del MAS.

L’influenza delle scuole di quadri del MAS, partito che ha governato per vent’anni, è ancora presente, con il sostegno del Partito Comunista e dell’indigenismo piccolo-borghese di García Linera, da cui si spiegano le pratiche di conciliazione con Paz che hanno portato a revocare lo sciopero a tempo indeterminato di gennaio.

Tuttavia, la rivoluzione boliviana si propone oggettivamente di rompere con queste pratiche. La base ha spinto i dirigenti a firmare il “patto di non tradimento”.

È dovere delle attuali direzioni portare il doppio potere al trionfo. Ciò si traduce nel governo della COB e delle organizzazioni contadine e popolari in lotta. L’alleanza concreta che è emersa alla guida della COB deve governare. Non c’è spazio per la successione del vicepresidente Lara, né per il parlamento o per la corte di giustizia oligarchica, quando si tratta di una rivoluzione.

Argollo (COB), Paye (FSTMB), Salazar (Túpaj Katari), Severo (CSUTCB) e i dirigenti di Fejuves e dei settori popolari sono chiamati a condurre la classe lavoratrice alla conquista del potere per via rivoluzionaria.

Quali sono i settori sindacali presenti?

La CSUTCB e tutte le sue federazioni contadine, Túpaj Katari e tutti i Ponchos Rojos delle venti province di La Paz, le combattive Fejuves di El Alto, le federazioni dei trasportatori – liberi, interprovinciali e cittadini (che stanno entrando nella lotta in modo differenziato) – e le federazioni degli artigiani e dei lavoratori di categoria; gli operai delle fabbriche alla guida della CGTFB (Confederación General de Trabajadores Fabriles de Bolivia), tra gli altri, ma ce ne sono anche altri. Tutti questi settori sono affiliati alla Centrale Operaia Boliviana, organo di doppio potere guidato dai minatori salariati che, insieme ai contadini, guidano lo sciopero a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la domanda sui settori politici, è presente l’influenza del MAS e dell’indigenismo piccolo-borghese legato a García Linera che, sebbene incrinata, non è scomparsa ed è responsabile della formazione politica della maggior parte dei dirigenti. Così anche il Partito Comunista, alleato del MAS nelle sue diverse fazioni. Tutti questi settori hanno contrastato le posizioni disfattiste rivoluzionarie del movimento operaio, proponendo al contrario posizioni di difensa e conciliazione con il governo e la borghesia. Sono stati colti di sorpresa dal processo rivoluzionario oggettivo.

All’interno del proletariato minerario e della base della COB, la presenza trotskista si è manifestata attraverso due sole organizzazioni: il Partido Obrero Revolucionario (POR), che propone la soluzione di un’Assemblea Popolare, e la nostra, il Movimiento Socialista de los Trabajadores (MST), che propone di lottare affinché tutto il potere passi nelle mani dell’organo già creato dalle masse, la COB.

È vero, come sostiene la stampa borghese, che dietro il processo rivoluzionario ci sia una sorta di cospirazione del MAS di Evo Morales?

JJV: La rivoluzione boliviana nasce dalle basi operaie, contadine e popolari, non da Evo Morales. Infatti la COB, la CSUTCB e la federazione Tupaj Katari si sono lanciate nella lotta dopo un processo di rottura con Morales e il suo partito, il MAS.

Morales ha poi fondato un nuovo partito chiamato Evo Pueblo, e vuole approfittare di questo processo per riorganizzarsi dopo la debacle del MAS. L’ascesa rivoluzionaria è favorevole alla costruzione di alternative di sinistra della classe operaia, ma avvantaggia anche i partiti riformisti che cavalcano le proteste. L’area politica di Evo Morales è entrata in ritardo nelle mobilitazioni, dopo aver constatato la potenza dello sciopero a tempo indeterminato. Si è unito alla richiesta di dimissioni di Paz, rivendicazione sulla quale c’è unità d’azione nelle strade, ma propone una via d’uscita politica contraria alla rivoluzione, promuovendo un avvicendamento borghese e di deviare la lotta sul terreno elettorale, una linea politica che storicamente ha solo permesso di spegnere il fuoco della rivoluzione e ricomporre le forze della destra e dell’oligarchia.

Qual è il livello di coscienza e di organizzazione del proletariato e delle masse popolari?

JJV: La risposta a questa domanda è contenuta nelle precedenti: in sintesi, il proletariato ha compiuto progressi nel riconquistare la COB a una prospettiva al servizio delle lotte; ciò ha permesso di rifondarla come potere alternativo, mostrando che un governo dei lavoratori è possibile. Ciò si è sviluppato in modo oggettivo e spontaneo. Tuttavia, il fattore soggettivo, ovvero l’avanguardia dei lavoratori organizzata in un partito rivoluzionario consapevole e con influenza di massa, non è ancora pienamente sviluppato. Ma le condizioni oggettive per realizzare il potere dei lavoratori sono più che mature, e ciò pone le basi per risolvere il problema della direzione rivoluzionaria, a condizione che si costruisca tale alternativa senza negare il processo oggettivo e intervenendo nella lotta all’interno del doppio potere, attraverso la COB.

In gran parte del settore contadino è presente la linea della successione costituzionale del vicepresidente Lara in caso di caduta di Paz, con l’obiettivo di indire elezioni presidenziali. Pesa ancora l’idea di conciliazione di classe.

Ma nella maggior parte della base proletaria mineraria, la figura di Lara viene respinta, insieme a quella di Evo Morales e del MAS. Viene criticata la loro mancanza di chiarezza riguardo all’obiettivo della lotta nel caso della possibile caduta di Paz. È qui che si apre la possibilità di lottare per il governo della COB. Davanti a questa alternativa, i contadini più combattivi possono lottare per il potere operaio e contadino, scartando l’opzione della successione di Lara. Da qui l’importanza di lottare per assemblee democratiche che definiscano l’alternativa del popolo lavoratore. Con queste linee d’azione stiamo intervenendo nel proletariato.

Negare il processo insurrezionale boliviano solo per il fatto che non esiste il “partito bolscevico di influenza di massa” è un errore madornale. Al contrario, quel partito può essere costruito se i quadri che intervengono nella lotta chiariscono in ogni modo il potenziale oggettivo delle stesse forze delle masse, sottolineando che l’unità operaia, contadina e popolare attorno alla COB ha creato un organo di doppio potere, e che le direzioni non devono essere esonerate dalla loro responsabilità, che devono assumersi la presa del potere per aprire il periodo del governo della classe lavoratrice. Devono chiarire che di fronte alla possibile caduta di Paz non bisogna consegnare il potere alla borghesia e ai suoi servitori, Lara e compagnia, ma invece farsi carico della creazione di un governo operaio e contadino.

Negare la situazione rivoluzionaria solo perché il proprio partito è piccolo porta ad essere autoproclamatori, settari fino al midollo. E porta anche ad essere opportunisti verso l’esterno, poiché nega il potenziale oggettivo delle masse, riduce la rivoluzione a concezioni di rivolta o ribellione, rendendo invisibile il ruolo dirigente del proletariato e il doppio potere, favorendo di conseguenza soluzioni politiche piccolo-borghesi ed elettoraliste.

Allo stesso modo, anche le internazionali rivoluzionarie sono chiamate a fare i conti con la rivoluzione boliviana a fare campagna per il potere operaio e contadino in concreto, e non in astratto. Che non si fermino al discorso o a proposte astratte di assemblee popolari o di organi dai nomi allettanti creati solo nella testa dei loro dirigenti, negando l’organo creato concretamente dalle masse. Tutto il potere all’unità effettiva operaia, contadina e popolare in Bolivia! Tutto il potere alla COB!

Qual è la soluzione, in questo momento decisivo, che possa portare a una vittoria operaia e popolare?

JJV: La soluzione politica sta nell’avere fiducia delle forze della classe lavoratrice, nell’unità tra operai, contadini e popolo raggiunta finora. Lottare con determinazione per la presa del potere politico da parte della COB, della CSUTCB e delle organizzazioni in lotta, come effetto della rivoluzione in corso. L’indecisione al riguardo cede l’iniziativa alle soluzioni dell’oligarchia, alle sue trappole parlamentari o elettorali, alla sua ricomposizione e alla sua semina di dubbi sulla rivoluzione, per far credere che questa non avrebbe una propria alternativa cosciente.

Paz, l’imperialismo e l’oligarchia vogliono arrivare al logoramento, alla demoralizzazione, appoggiandosi alla classe media reazionaria per giocare la carta dello stato d’assedio. Ma non sono forti, hanno dovuto arretrare cancellando la legge 1720, offrendo premi al corpo docente. La loro offensiva poliziesca e militare non ha potuto nulla contro El Alto e i blocchi. Gli sfruttatori sono sulla difensiva, l’iniziativa è della lotta nelle strade. Possiamo sconfiggerli. Neanche un passo indietro!

Abbasso il governo neoliberista! Tutto il potere alla COB e alle organizzazioni contadine e popolari in lotta!

*Dirigente del Movimiento Socialista de Trabajadores (Movimento Socialista dei Lavoratori) boliviano, ha guidato la costruzione della Juventud Socialista presso l’Università Mayor di San Andrés, promotore dell’alleanza COB-ADEPCOCA-UMSA nel 2017-2018 come organismi di lotta alternativi al governo del MAS. Autore nel 2025 del contributo al XXXIII Congresso Minerario della FSTMB e delle Tesi per il XVIII Congresso della COB del MST, in cui si prevedeva l’attuale ascesa rivoluzionaria.

Intervista a cura della Lega Internazionale Socialista

No alla riforma degli istituti tecnici! No alla firma del CCNL scuola e ricerca 2025-2027!

 


Il 10 marzo 2026, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha sferrato un colpo basso alla scuola pubblica, con un Decreto che attacca fortemente gli Istituti Tecnici, stravolgendone organizzazione e didattica. Il governo sfrutta l’alibi del PNRR per imporre, a tappe forzate e nel silenzio di fine anno, l’attacco ad un altro pilastro della scuola pubblica. 

L’operazione è chirurgica: il curriculum viene spezzato per modellarlo non sui saperi, ma sulle pretese del padronato. Il prezzo da pagare è altissimo: un massacro di ore che investe Diritto, Economia, Matematica, Lingue Scienze e Italiano. Una  vera e propria ritirata strategica della cultura, con la sottrazione del 20% del tempo scuola nel biennio, fino ad arrivare a un 35% nell’ultimo anno.

Si opera un attacco senza precedenti alla formazione e si accelera l’addestramento precoce verso un mondo del lavoro sfruttato e sottopagato in forma di tirocini e PCTO già dal secondo anno.

Il rischio reale è un declassamento di massa e l’istituzionalizzazione della disuguaglianza.

PER UNA STAGIONE DI LOTTE NELLA CONOSCENZA. NO ALLA FIRMA DEL CCNL!

Il primo aprile scorso, le principali organizzazioni sindacali di categoria (CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA e ANIEF) hanno sottoscritto l’ipotesi di contratto 2025-27, riguardante circa 1,4 milioni di lavoratori e lavoratrici tra Scuola, Università, Ricerca e Afam.  L’aumento del 6% sul salario tabellare, dilazionato in un triennio, è irrisorio e rischia di non essere altro che un’elemosina concessa dal governo per anestetizzare il conflitto sociale in un momento nel quale si trova in forte difficoltà in seguito alla bruciante sconfitta data dalla vittoria del NO al referendum sulla Giustizia.

Questo rinnovo non tiene conto realmente della condizione materiale di chi vive di salario docente e ATA. Dopo il triennio 2022/24, segnato da un’inflazione galoppante che ha divorato il 16,7% del potere d’acquisto, le organizzazioni sindacali, in primis la FLC-CGIL non possono accettare un recupero soltanto del 5,78%. Che comporterebbe nei fatti una perdita strutturale dell’11% del salario reale.

La firma odierna non aiuterebbe altro che un’operazione di propaganda a tutto vantaggio del governo Meloni: accorpando due rinnovi in pochi mesi, si tenta di gonfiare artificialmente le cifre per nascondere sei anni di arretramento, mentre il divario con le Funzioni Centrali e la Sanità permane in una logica divisiva e nociva.

Mentre il blocco di Hormuz e i venti di guerra nel Golfo spingono i prezzi dei beni energetici e alimentari verso l’alto,  l’accordo proposto è basato sull’inflazione “programmata” (quella decisa a tavolino dal governo) e non su quella reale. Firmare oggi significa accettare al buio, privando i lavoratori di qualsiasi meccanismo di difesa contro il carovita che esploderà nei prossimi mesi.

Separare la parte economica da quella normativa è una strategia scientemente orientata a indebolire il potere negoziale dei lavoratori. Incassare il minimo per sedare il malcontento e rimandare alle “sequenze contrattuali” i nodi critici, come l’introduzione di gerarchie aziendalistiche nella scuola (middle management), la premialità meritocratica in stile Brunetta.

Per questo rivendichiamo, nelle assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori e nelle piazze:

• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.

• Una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro al settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

• L’immediato ripristino del sistema della scala mobile dei salari in tutti i settori.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani da Cuba!

 


Dopo l’operazione militare a Caracas del 3 gennaio – in cui il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati catturati e trentadue membri delle forze di sicurezza cubane sono stati uccisi – Trump ha rivolto la sua attenzione all’isola stessa, che ha sfidato tutti i suoi dodici predecessori.

Con Maduro nel carcere statunitense, la sua vicepresidente Delcy Rodríguez è stata costretta a un patto leonino, ponendo il settore petrolifero venezuelano sotto l’effettivo controllo degli Stati Uniti. La conseguenza immediata è stata il blocco delle esportazioni di petrolio venezuelano verso Cuba – intorno ai 27.000 barili al giorno, circa un terzo del fabbisogno energetico dell’isola – privando l’isola della sua più vitale fonte di sostentamento economico esterno.

Trump ha poi rivolto la sua attenzione al principale fornitore di Cuba rimasto. Il 29 gennaio ha firmato un ordine esecutivo che dichiarava Cuba una “minaccia straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e minacciava di imporre dazi su qualsiasi paese che le fornisse petrolio, una misura rivolta principalmente al Messico. Pur presentandosi come un difensore della sovranità cubana, la presidente “di sinistra” del Messico Claudia Sheinbaum ha capitolato: le esportazioni di petrolio del Messico verso l’isola, già ridotte da circa 20.000 barili al giorno a una frazione di quella quantità sotto la crescente pressione degli Stati Uniti, sono state formalmente interrotte entro la fine del mese. L’ambito di applicazione dell’ordine esecutivo si estendeva a qualsiasi potenziale fornitore sostitutivo, tra cui Brasile, Colombia e Spagna.

Le stime suggeriscono che Cuba non abbia più di poche settimane di scorte di carburante.

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto affermando che un inasprimento totale del blocco significherebbe che «tutte le sfere della vita sarebbero soffocate dal governo degli Stati Uniti» e che ciò paralizzerebbe la produzione di elettricità, la produzione agricola, l’approvvigionamento idrico e i servizi sanitari, il che equivale a quello che ha definito «un genocidio del popolo cubano».

IL BLOCCO IMPERIALISTA

Questo si aggiunge al blocco economico di Cuba, storicamente lungo, avviato dal presidente democratico John F. Kennedy nel febbraio 1962. Questo blocco proibiva il commercio e le transazioni finanziarie tra tutte le istituzioni statunitensi e Cuba, e penalizzava le società straniere che commerciavano con Cuba. Gli effetti di questo blocco si acuirono ulteriormente durante il “Periodo speciale” di austerità degli anni ’90, seguito al crollo dell’Unione Sovietica e degli stati dell’Europa orientale, i cui scambi commerciali e aiuti avevano sostenuto l’isola per quasi tre decenni. La legge Helms-Burton del 1996 inasprì ulteriormente questo isolamento, minacciando severe sanzioni contro qualsiasi accordo finanziario bancario straniero tra Cuba e paesi terzi.

L’embargo fu leggermente allentato durante il “disgelo cubano” (2015-2017) sotto Barack Obama, ma si inasprì ulteriormente dal 2017 in poi durante il primo mandato di Trump e si aggravò con la pandemia di Covid, che devastò l’industria turistica cubana. Il risultato è stata una grave carenza di carburante, medicinali e cibo, e un’inflazione dilagante: ufficialmente intorno al 15% nel 2025, ma ufficiosamente fino al 70%.

I ripetuti voti della stragrande maggioranza dei membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per revocare l’embargo più longevo al mondo sono stati sfidati dalle successive amministrazioni statunitensi. Eppure nessuno Stato ha osato contestare, e tanto meno rompere, questo assedio illegale e questa punizione collettiva dell’isola.

Il Segretario di Stato Marco Rubio, egli stesso figlio di immigrati cubani e superfalco del cambio di regime, ha esortato Trump a ulteriori misure interventiste. Tuttavia, è improbabile che il presidente cubano possa essere rapito o che figure ai vertici dell’esercito e della burocrazia del Partito Comunista si pieghino di fronte a un intervento militare statunitense. È più probabile che la morsa economica provochi malcontento popolare e incoraggi i collaboratori interni al Partito “Comunista” Cubano a cercare un accordo con Trump.

In ogni caso, ciò che Rubio e Trump – e l’intera classe dirigente statunitense – cercano di distruggere è l’ispirazione della Rivoluzione cubana del 1959: il sogno, realizzato dopo il 1961, di un'”isola socialista” in grado di sfidare il colosso nordamericano, che un tempo ispirò movimenti antimperialisti in lungo e in largo in America Latina. Quella percezione di Cuba come prova della possibilità di indipendenza persistette, nonostante la degenerazione dell’isola negli anni ’70 in una dittatura monopartitica e l’abbandono di ogni discorso sulla diffusione della rivoluzione.

La Marea Rosa degli anni 2000 ha in una certa misura ravvivato queste prospettive: paesi come Brasile, Venezuela e Messico hanno spedito petrolio e generi alimentari a Cuba in cambio di operatori sanitari e competenze mediche, rafforzando la prospettiva di una nuova ondata di riformismo sociale in America Latina e Centrale.

Ma ora, con la Marea Rosa che si sta ritirando in tutto il continente, riaprire Cuba allo sfruttamento diretto del capitale statunitense rappresenterebbe un passo importante nella riaffermazione della Dottrina Monroe neocoloniale, ovvero l’affermazione che l’emisfero occidentale, dall’estremità settentrionale della Groenlandia a Capo Horn, con tutte le sue preziose materie prime e i suoi mercati, è chiuso ai rivali globali degli Stati Uniti, in particolare alla Cina. Chiusa sarà anche la prospettiva di uno sviluppo riformista, socialista o populista di sinistra per questi paesi, rafforzando l’ascesa di regimi di destra come quello di Javier Milei in Argentina.

La classe lavoratrice dell’America Latina, anzi del mondo intero – e soprattutto degli Stati Uniti – deve fare tutto ciò che è in suo potere per resistere all’occupazione dell’isola da parte di Trump, attuata sia attraverso lo strangolamento economico che il blocco militare che l’intervento diretto o l’uso di agenti all’interno di Cuba.

LA BUROCRAZIA

Ma l’opposizione all’aggressione statunitense non significa sostegno politico a un regime che reprime il proprio popolo, come ha fatto quando ha represso con la violenza le proteste di massa contro le difficoltà economiche dell’11 luglio 2021.

I socialisti devono fare tutto il possibile per rompere il blocco e aiutare Cuba, senza illusioni sul suo regime e con un sostegno diretto a coloro che lottano per smantellare la dittatura della burocrazia e sostituirla con la democrazia operaia. La burocrazia esercita una dittatura non solo sul piccolo settore privato interno e contro la classe capitalista cubana in esilio, ma soprattutto sulla classe lavoratrice stessa, sopprimendo la democrazia operaia e la libertà politica.

Inoltre, negli ultimi decenni la burocrazia stessa ha perseguito una politica di restaurazione capitalista, modellata in parte su Cina e Vietnam, pur preservando il proprio potere politico. Tuttavia, impediti dall’embargo statunitense di attingere a capitali stranieri o in esilio, le caratteristiche anticapitalistiche di uno Stato operaio burocratico – proprietà statale delle industrie e delle banche, e monopolio del commercio estero – continuano a esistere, sebbene in forma sempre più decaduta. Né Cuba ha incoraggiato la diffusione della lotta rivoluzionaria a livello internazionale.

Il Partito Comunista Cubano, che guarda alla Cina fin dall’epoca di Deng Xiaoping, ha adottato riforme orientate al mercato: legalizzare le piccole e medie imprese private (PMI) e incoraggiare gli investimenti esteri nel turismo. Dal 2021, il numero di PMI autorizzate è aumentato da circa 127 a oltre 2.000. Ma queste riforme hanno generato un’inflazione elevata, aggravando le disuguaglianze sociali e alimentando la corruzione burocratica.

RIVOLUZIONE POLITICA

Per sfuggire alla morsa schiacciante dell’imperialismo statunitense e rinnovare la capacità della classe lavoratrice cubana di difendere il proprio Paese, è necessaria una mobilitazione di massa: non solo per denunciare l’aggressione statunitense e i suoi collaboratori a Cuba, ma per esigere la fine della dittatura politica della burocrazia nei luoghi di lavoro, nelle aziende agricole e nelle strade. In breve, significa una rivoluzione politica.

Ciò significa lottare per il controllo, la gestione e l’ispezione operaia delle imprese, difendendo al contempo la proprietà statale e cooperativa e il monopolio del commercio estero, e trasformando i comitati burocratici – attualmente strumenti di repressione politica – in consigli operai eletti. Allo stesso modo, le forze armate devono essere trasformate in una milizia operaia con ufficiali eletti dalla base. Le piccole forze rivoluzionarie dell’opposizione devono essere legalizzate e messe in grado di formare un autentico partito rivoluzionario che combatta per questi obiettivi.

L’unico modo per preservare le conquiste della Rivoluzione cubana non è solo difendere ciò che ne resta dalla controrivoluzione sostenuta dagli Stati Uniti, ma anche realizzare una rivoluzione politica che sostituisca la burocrazia dominante con la democrazia operaia. Questo porrà le basi per la diffusione di una rivoluzione antimperialista e socialista a livello internazionale, con l’obiettivo di creare gli Stati Uniti d’America Socialisti.

Ma questa prospettiva dipende dalla solidarietà della classe operaia internazionale. In primo luogo, ciò significa rompere il blocco economico e navale e opporsi a qualsiasi intervento militare. I socialisti devono lottare per ottenere l’invio di carburante, forniture mediche e cibo a Cuba e per imporre controsanzioni alle aziende statunitensi che sostengono l’aggressione di Trump. Portuali e scaricatori portuali negli Stati Uniti, in Italia, Francia e Grecia hanno già agito in solidarietà con Gaza: è questo tipo di azione diretta, estesa a tutto il mondo, che è necessaria per impedire a Trump di ridurre nuovamente Cuba allo status di semicolonia.

Dave Stockton

La scuola tra rinnovo del CCNL e Manovra 2026. Dove andremo a finire?

 


Due fatti intrecciati si sono abbattuti sul settore della conoscenza nel mese di novembre 2025: la discussione sulla legge finanziaria e la firma del CCNL 2024-2026.


La nuova legge di bilancio porterà ad un peggioramento progressivo nella vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Mentre si investono miliardi nel riarmo per uscire dall’impasse della recessione, il settore pubblico, tra cui la scuola, subisce un'ulteriore batosta: non sono previsti investimenti per i rinnovi contrattuali a contrasto degli effetti inflazionistici; non è previsto un piano di assunzioni e di stabilizzazione dei docenti; il personale ATA subirà un taglio di circa 2000 posti entro il 2026-2027.
Inoltre, la trasformazione di oltre 42000 incarichi di collaboratore scolastico in incarichi di operatore scolastico andrà ulteriormente a dividere, stratificare e penalizzare la categoria.

Mentre ovviamente si continuano a stanziare finanziamenti e agevolazioni per le scuole paritarie, come il bonus di 1500 euro.
A completare l’opera saranno i futuri passi nell’ambito della riforma dei professionali e dell’esame di Stato.


IL PIANTO DEL COCCODRILLO

La levata di scudi contro il governo da parte dell’opposizione e dei sindacati concertativi è fasulla ed è una partita giocata nello scontro tra apparati ideologici nella contesa della gestione del capitale e dei suoi effetti. Anche nella scuola: Valditara sancisce come obbligatorio ciò che era già previsto dalla “Buona scuola” renziana (comma 85), cioè il fatto di utilizzare “l’organico dell’autonomia” per coprire le supplenze brevi fino a dieci giorni.
Questo risparmio sarà recuperato con il 10% dell’aumento del FMOF, calcolato sul fondo dell’anno precedente. Un cane che si morde la coda.

In tutti questi anni le supplenze brevi sono state coperte, e lo sono tutt’ora, utilizzando i docenti di potenziamento. Come se fosse una novità! In tante scuole, invece, le cattedre di potenziamento, a cui si aggiungono i soldi del FIS (Fondo dell'Istituzione Scolastica), sono spesso utilizzate per i distacchi dei membri dello staff, collaboratori fidati del Dirigente Scolastico, i quali incarnano il famoso middle management della scuola-azienda.
Dunque, in seconda istanza, si ricorre agli ITP (insegnante tecnico-pratico) e agli insegnanti di sostegno, danneggiando il loro lavoro e ancor più gli studenti, e trasformando l’emergenza una tantum in problema strutturale. Questi “tappabuchi” fanno tanto comodo anche ai presidi “di sinistra”.
Laddove i tappabuchi non sono a disposizione si passa, come terza soluzione, all’accorpamento delle classi fuori da ogni logica di sicurezza.

Questa è l’autonomia scolastica, che piace alla destra e al campo largo dell’opposizione.

Si apriranno delle contraddizioni ma non dobbiamo patteggiare né per chi vuole risparmiare sulla pelle dei lavoratori e degli studenti né per chi vuole spartirsi la torta e utilizzarla per ingrassare il proprio anello magico. Dobbiamo lottare per riaffermare la dignità dei lavoratori, fuori da logiche aziendalistiche e di stratificazione del corpo docenti.
Dobbiamo chiedere a gran voce l’abolizione dell’autonomia scolastica e di tutto ciò che ne consegue. Se tagliano più di 5000 cattedre dell’organico dell’autonomia, dobbiamo pretendere la conversione di queste cattedre in organico di diritto su posto comune e su sostegno, in maniera definitiva.


ASSUMERE E STABILIZZARE I PRECARI, ALZARE I SALARI

Le stime per coprire l’anno scolastico 2024/2025 erano di circa 250 mila insegnanti. Una cifra enorme. A questi ogni anno si aggiungono i pensionamenti: 20 mila nel 2024 e circa 28 mila nel 2025. I Percorsi del PNRR copriranno solo il 20% delle reali necessità.

Sul versante degli ATA, su un fabbisogno di circa 32 mila posti vacanti complessivi delle varie mansioni, le assunzioni coprono circa 9500 posti di lavoro. Circa il 30%. Anche qui ogni anno si aggiungono pensionamenti di circa 10mila unità.
La carenza strutturale di lavoratori fa aumentare sempre di più il precariato, a danno della continuità salariale e didattica.

Sul versante dei salari, in generale anche per i docenti stabili la situazione non è rosea. La perdita del 30% in trent’anni del potere d’acquisto non vede ripresa all’orizzonte; nemmeno per il recupero degli ultimi tre anni. La compressione salariale del settore produttivo ha quindi i suoi effetti anche sul salario indiretto. Invece di aumenti in busta paga, il governo ci rifila sgravi sul salario accessorio e riduzione dell’IRPEF per i redditi medio-alti che riguarderanno (ovviamente) Dirigenti Scolastici e DSGA. Mentre la fiscalità sarà scaricata sulle spalle della classe operaia.

Siamo però ben lontani dall’indignazione dei docenti, poiché c’è sempre un modo per arrotondare il salario: le figure dei docenti tutor e orientatori, per i quali sono stati stanziati nel 2024 ben 267 milioni di euro, a cui si aggiungono ulteriori 100 milioni approvati nel febbraio 2025, spalmati su due annate (50+50). I progetti finanziati col PNRR, a cui hanno aderito migliaia di docenti, hanno svolto una funzione di “ammortizzatore sociale” divisivo e parziale. Insomma, la scuola dei progetti va a gonfie vele ed è ben remunerata, la scuola ordinaria cade a pezzi e con essa i lavoratori.


I SINDACATI AL TRAINO DEL GOVERNO

Il 5 novembre la maggior parte dei sindacati concertativi ha apposto la propria firma sul rinnovo del contratto, ad eccezione della CGIL che afferma: “Non sussistono le condizioni per la sottoscrizione” poiché “gli incrementi stipendiali previsti e per oltre il 60% già erogati in busta paga sotto forma di indennità di vacanza contrattuale coprono neanche un terzo dell’inflazione del triennio di riferimento e sanciscono la riduzione programmata dei salari del comparto”. L’aumento medio lordo previsto da questo rinnovo del CCNL sarebbe di soli 62 euro lordi! Una vera e propria miseria, ma ancor di più un’umiliazione per i docenti italiani che percepiscono i salari di categoria tra i più bassi d’Europa!

Finalmente una presa di posizione netta, alla quale in teoria avrebbe dovuto far seguito un’azione radicale cha aprisse finalmente il conflitto con il governo.
L’occasione sarebbe stata lo sciopero del 28 novembre: scendere in piazza con i sindacati di base, contro la finanziaria del riarmo e inserire in una vertenza generale la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola.

La CGIL ha preferito scioperare in solitaria, a babbo morto, il 12 dicembre. Una scelta incomprensibile che rompe con il movimento del 3 ottobre e indebolisce i lavoratori. Indebolisce soprattutto coloro che nella breve onda di indignazione per il genocidio in Palestina di fine settembre e inizio ottobre sono stati i protagonisti: studenti in primis e insegnanti.

Attendiamo ora le consultazioni della base CGIL: rientrare con una firma tecnica o tenere duro sul contratto? Noi speriamo la seconda, ma non escludiamo la prima. Di sicuro può essere un’occasione per smascherare gli opportunisti che siedono ai tavoli delle contrattazioni d’Istituto e chiedere che nello statuto della CGIL venga sancita l’incompatibilità tra l’essere parte della RSU e coprire incarichi di staff o figure strumentali.


CAMBIARE LA ROTTA? NON BASTA! È NECESSARIO INVERTIRLA!

Non basta una virata un po’ più a sinistra per cambiare la situazione attuale. La rotta non va cambiata, va invertita.

• Abolire tutte le controriforme della scuola e la legge Bassanini che sancisce l‘autonomia scolastica e tutto ciò che ne consegue, comprese le recenti “Nuove indicazioni nazionali per il curricolo”.
• Fermare l’accorpamento degli istituti e investire nell’edilizia scolastica per la ristrutturazione e il potenziamento delle scuole esistenti.
• Per un piano di assunzione e stabilizzazione di tutti i docenti e ATA precari; per garantire il salario e la continuità didattica.
• Contro l’allungamento dell’orario cattedra: dire no ai ricatti degli uffici scolastici e rispettare i mandati dei collegi docenti. L’orario cattedra non può superare le 18 ore (se non per residui orari);
• Riduzione degli alunni per classe, basta con le classi pollaio;
• Internalizzazione degli educatori e delle educatrici;
• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.
• Per un patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro il settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

Se vogliamo risollevare la scuola pubblica è necessario scendere in piazza insieme ai lavoratori dei settori privati e insieme agli studenti.
Solo rovesciando i governi del capitale si può difendere la scuola e pensare di avere una scuola pubblica degna di questo aggettivo.
Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà garantire tutto questo.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

SCIOPERARE OGGI PER RIVOLTARSI DOMANI!

 


Testo del volantino che distribuiremo alle manifestazioni in concomitanza con lo sciopero generale di venerdì 29 novembre

È sicuramente positivo che Cgil-Uil e buona parte dei sindacati di base, scioperino oggi nella giornata internazionale della solidarietà al popolo palestinese massacrato a Gaza dal sionismo colonizzatore e dagli imperialismi occidentali che lo coprono nonostante i mandati d’arresto per criminali impuniti come Netanyahu. La prima considerazione elementare, quindi, è che la mobilitazione di oggi non sia solo una fortuita coincidenza ma continui domani nelle piazze di Roma e Milano, per ribadire che la lotta dei lavoratori e quella del popolo palestinese sono una cosa sola!

 Avremmo preferito un solo luogo e un’unica piazza, non due, una per sindacati confederali e una per sindacati di base, ma vogliamo pensare in positivo e lottiamo perché quello di oggi sia solo il preludio a scioperi unitari e di massa di tutto il variopinto arco sindacale. Inoltre crediamo che gli scioperi non debbano ridursi a meri rituali. Anche quest’anno lo sciopero Cgil-Uil contro la manovra del governo arriva senza un bilancio del precedente. L’anno scorso si disse “adesso basta”, oggi si incita giustamente alla “rivolta sociale” per fermare la Meloni, ma oggi come allora non la fermeremo con uno sciopero testimoniale. Analogo discorso si può fare per lo sciopero dei sindacati di base, sempre più simile a quello dei confederali, ma ancora più dispersivo (Usb sciopererà tristemente da sola il 13 Dicembre).

 L’annuale rito dello sciopero conferma però l’estrema gravità della situazione della nostra classe. 6 i milioni di poveri assoluti in Italia. 3 milioni, invece, i precari ufficiali, ma non fidatevi troppo delle statistiche borghesi, sono molti di più. Ci sono soldi per le armi (record di oltre 30 miliardi), per i soliti sgravi alla Chiesa, per sanità e scuola privata, e di conseguenza c’è n’è sempre meno per quella pubblica. Meno ancora ce n’è per lavoratori e lavoratrici che devono accontentarsi sempre dello sgravio del cuneo fiscale… per i padroni, unico modo che il capitalismo ha per dare con una mano pochi spicci ai salariati, per poi riprenderseli attraverso tagli a servizi e pensioni (confermata la Legge Fornero, con buona pace di chi ha creduto alla propaganda elettorale di Salvini). Lavoratrici e lavoratori che hanno tenuto il Tfr in azienda devono anche stare attenti al nuovo tentativo di scippo tramite silenzio assenso. 

 il nuovo attacco di Salvini, che con un ignobile provvedimento ha precettato i lavoratori dei trasporti riducendo il loro sciopero a sole 4 ore nonostante lo scorso anno il TAR del Lazio avesse dichiarato illegittima un’analoga ordinanza, dà ancor più la misura, se mai ce ne fosse bisogno, della torsione autoritaria di questo governo e della necessità di una risposta di massa da parte della classe lavoratrice.

 Purtroppo, invece, Lo sciopero avviene col solito metodo di una generica protesta, con rivendicazioni vaghe la Cgil e appena più precise il sindacalismo di base. Nessuna piattaforma è stata veramente discussa, condivisa e approvata dai lavoratori. La Cgil parla di inflazione da profitti e di perdita di potere d’acquisto dei salari per i rinnovi dei contratti, come nel pubblico, che coprono appena 1/3 dell’inflazione. Ma nel privato non va tanto meglio. L’elogiato rinnovo dei tessili, al massimo copre 2/3 di inflazione, cioè 2/3 del minimo sindacale. L’obbiettivo minimo dovrebbe essere fuori dalla contrattazione, infatti quando c’era la scala mobile si contrattava per ripartire la ricchezza prodotta, non per ridurre soltanto la miseria accumulata.

 Gli altri rinnovi non si scostano più di tanto dal rinnovo dei tessili. Ottenuti con poche o addirittura nessuna giornata di sciopero come negli alimentaristi, non cambiano l’impianto degli attuali contratti nazionali, il cui asse è il continuo spostamento dei soldi veri e reali, verso il welfare e i fondi pensione e salute che continuano a non essere messi in discussione da Cgil e Uil, con buona pace della richiesta di finanziamento straordinario per la sanità. Il sindacalismo di base lo denuncia, ma deve riflettere sul fatto che a tutt’oggi la sua coscienza è pari alla sua debolezza, incapace di fermare l’andazzo. 

 Rispetto all’anno scorso, quest’anno lo sciopero va in scena pressoché in concomitanza con la rottura delle trattative nel settore nevralgico della nostra storia: quello dei metalmeccanici. I metalmeccanici raddoppieranno lo sciopero – verosimilmente a gennaio – ma è evidente che da questo settore dipenderà lo sviluppo o meno della mobilitazione. E poiché in questo settore, pure nell’automotive si è scioperato, le condizioni ci sono tutte per una riunificazione dei metalmeccanici in un unico contratto. Anzi sarebbe ora che tutte le categorie venissero riunite in tre soli contratti: dell’industria, del pubblico e dei servizi.

 Niente come l’automotive e nella fattispecie Stellantis mette a nudo il vero volto della crisi. Sono praticamente due anni di calo consecutivo della produzione industriale, ma mentre il padronato piange, aumentano i profitti e gli stipendi dei manager. Tavares che sta cercando di dare il benservito ad altri 3000 operai, si è aumentato lo stipendio in due anni del 55%. E così gli altri dirigenti che a luglio hanno preso un bonus per l’efficienza con cui spremono i lavoratori. 

 È ora di una piattaforma di rivendicazioni vere: aumenti molto più consistenti per tutti che recuperino la reale inflazione, grosso modo il doppio di quella segnata dall’indice IPCA, quindi 400-500 euro; ripristino della scala mobile e riduzione dell’orario a 30-32 ore settimanali a parità di salario; abolizione di tutte le leggi sul precariato dal Jobs Act fino al pacchetto Treu; abolizione della Legge Fornero e di tutti i suoi predecessori: in pensione con 35 anni di contributi, 60 di età e con minima almeno a 1500 euro, quindi abolizione di tutti i fondi pensione e salute che smantellano i diritti pubblici; abolizione dell’autonomia differenziata, che è solo il modo per ridurre salari e diritti, in maniera indifferenziata, dal nord al sud; abolizione di tutte le leggi antisciopero e del decreto sicurezza solo per il profitto (DdL 1660) che criminalizza le lotte. È incredibile che ci siano più sindacalisti indagati che padroni!

 Queste rivendicazioni possono essere portate avanti da un’assemblea di delegati e delegate che guidi la lotta da Stellantis alla Gkn, dalla Beko (ex Whirpool) a tutte le altre mille vertenze sparse per lo Stivale, e che istituisca casse di resistenza adeguate allo scopo. Solo una massa enorme di lavoratori e lavoratrici con uno scopo comune può piegare governo e padronato.

 Non si dica che queste rivendicazioni sono impossibili. In altre parti del mondo, pensiamo all’IG Metall in Germania o al sindacato UAW negli Stati Uniti proprio contro Stellantis, sono stati in grado di ottenere importanti vittorie, nettamente superiori ai rinnovi che vediamo in Italia. E le hanno ottenute innanzitutto perché hanno proprio le casse di resistenza a supportare gli scioperi. Le hanno ottenute, inoltre, perché hanno usato un altro metodo di lotta: si sono date un obbiettivo e l’hanno perseguito fino in fondo bloccando il profitto.

 Gli obbiettivi sindacali vanno però unificati agli obbiettivi politici e questo dovrebbe capirlo innanzitutto il sindacalismo di base, cioè di classe. Il capitalismo italiano ha mille partiti e un unico sindacato: la Confindustria; Gli operai hanno cento sindacati di classe e nessuno di loro che pensi al partito. Non comprendere la necessità di unire la battaglia sindacale alla costruzione del partito rivoluzionario, significa non avere la testa per colpire al cuore il capitalismo. Se leggi e sei d’accordo con questa necessità, sei perfetto per il nostro Partito Comunista dei Lavoratori, l’unico che vuole tenere insieme questi due aspetti, senza i quali semplicemente non si può vincere. Iscriviti al PCL!

Sindacati inermi ai piedi del governo. A quando la 'rivolta sociale'?

 


Se si valutasse sulla base delle rispettive retoriche, si potrebbe dire che il lungo incontro governo-sindacati sulla Legge di bilancio 2025 sia finito con un uno a zero a favore del governo.


A pochi giorni dal grido di battaglia della rivolta sociale da parte di Maurizio Landini, si può dire che l'incontro di Palazzo Chigi sia stato un trampolino ben poco utile allo scatenamento delle piazze, se mai lo si sia inteso utilizzare in tal senso. Da un lato, CGIL e UIL non possono ovviamente che riconoscere l'inamovibilità e l'impermeabilità del governo, intenzionato a non arretrare davanti a una finanziaria perfettamente in linea con i desiderata dell'imperialismo italiano e della UE (tagli e prudenza di bilancio, con contorno di tasse non dichiarate). Dall'altro, il governo non può che avere gioco facile nel presentarsi come continuatore delle politiche di bilancio degli anni passati. «Abbiamo deciso di confermare e potenziare le principali misure introdotte negli anni precedenti [...] rendendone alcune strutturali, come peraltro veniva richiesto soprattutto dalle organizzazioni sindacali», annuncia Meloni. Il riferimento al taglio al cuneo fiscale reso strutturale è funzionale a dare un colpo anche ai sindacati, che ne hanno fatto per anni uno dei punti centrali della propria propaganda.

Quindi da una parte il governo che non solo rivendica continuità con le manovre precedenti (sottinteso rivolto ai sindacati: "dov'era la vostra rivolta ai tempi di Draghi e Conte?") ma che getta fumo negli occhi presentandosi come il governo che non tocca Ape sociale, Opzione donna e Quota 103; il governo che tassa banche e assicurazioni; il governo dei "sacrifici sì ma per tutti" (Giorgetti). Dall'altra i sindacati che arrivano all'appuntamento con tutte le proprie (poche e malandate) armi a disposizione spuntate. E spuntate non solo davanti alla retorica governativa, ma davanti ai fatti.

I margini sono quelli, gli spazi di modifica sono limitati, recita il ritornello, anche in salsa sovranista-meloniana. «Se si condivide l'impianto bisogna stare dentro quella logica», lamenta Landini al termine dell'incontro. «Quando uno ti dice "sì, sono disponibile al confronto, purché qualsiasi modifica alla legge [finanziaria] stia nell'ambito della legge che abbiamo deciso e dentro i margini economici che abbiamo definito", di che cosa stiamo discutendo? Che cosa ci avete chiamato a fare? Per cambiare che cosa?».

Già. La domanda potrebbe essere proficuamente rivolta allo stesso Landini e alle dirigenze sindacali. Cambiare che cosa? Al di là delle proposte nel vertice con il governo, dall'esito scontato, la piattaforma dell'annunciato sciopero generale del 29 novembre è illustrativa a riguardo. Imporre la questione salariale? La piattaforma non la nomina, confinando la questione ai soli aspetti, pur importanti, dei rinnovi contrattuali e della perdita del potere d'acquisto. Lotta all'inflazione? Landini giustamente critica l'aumento del 6% dell'accordo separato a fronte dell'inflazione al 17%, ma nel corso della stessa dichiarazione (!) loda l'accordo dei tessili appena firmato in cui l'aumento è fra... il 12 e il 13% (arrivando a vantare che «se c'è un aumento dei salari in questo anno è grazie al rinnovo dei contratti che il sindacato ha fatto con i datori di lavoro privati»). Mandare a monte la legge Fornero? CGIL e UIL, che pure riconoscono che si applicherà al 99,9% dei lavoratori, parlano di... «superamento» (rinunciando perfino, incredibilmente, a un minimo accenno ai propositi anti-Fornero del Salvini di qualche anno fa, ora al governo). Imporre misure per la sicurezza sul lavoro, magari con l'introduzione del reato di omicidio sul lavoro? CGIL e UIL si accontentano di chiedere genericamente di «cambiare la legislazione». Blocco dei licenziamenti? Sì, ma non si capisce come e in che prospettiva, visto che la rivendicazione, laddove si parla di non meglio precisati «investimenti per difendere l'occupazione», finisce per essere relegata in un inciso, quasi fosse una questione secondaria o subordinata. Cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro? Figuriamoci, nella piattaforma per il 29 non c'è neanche un timido accenno al Jobs act o alle ultime misure. Campagna contro l'aumento vertiginoso delle spese militari? Nella piattaforma per il 29 non ce n'è traccia.

La «logica» del governo l'abbiamo capita, ed è la logica della gestione della crisi capitalista in epoca di declino, tensioni e guerre. La «logica» di Landini e Bombardieri, invece, continua a essere, nella migliore delle ipotesi, quella di un keynesismo fuori contesto e fuori tempo, cioè la speranza che l'aumento della spesa pubblica e una generica politica industriale (in mano a chi? Decisa da chi? In base a cosa? Per produrre cosa?) siano la panacea del disastro in corso.

È con morigerati appelli all'aumento della spesa pubblica che CGIL e UIL intendono combattere la logica del governo (e della UE, come Landini stesso ammette di sfuggita) che pure a parole contestano? È con la solita lista della spesa, sacrosanta ma priva di ogni baricentro, di ogni potere e di ogni leva di mobilitazione, che CGIL e UIL intendono sfidare questa logica?

Che ne è della "rivolta sociale", quando un momento dopo averla tirata fuori dal cassetto, Landini corre in TV a precisare che per lui la "rivolta" significa semplicemente che i lavoratori debbano «utilizzare tutti gli strumenti democratici che uno ha a disposizione per cambiare questa situazione»? Gli strumenti democratici a disposizione dei lavoratori sono ormai ben pochi, ovunque li si voglia andare a cercare, nelle piazze e sui luoghi di lavoro. Il governo a guida post-fascista si sta adoperando per far sì che siano ancora meno. Se «gli strumenti democratici» sono quindi alla base della "rivolta sociale" così come la intende e la immagina Landini, non sarebbe forse il caso di farne uno degli assi centrali della battaglia, invece di dimenticarsi del ddl 1660 all'ultimo punto della piattaforma?

La giornata del 29 novembre potrebbe e dovrebbe essere un momento in cui la rivolta sociale – quella vera e non quella al cloroformio vagheggiata da Landini – passi dalle parole ai fatti.

Partito Comunista dei Lavoratori

8 marzo. Lottare per costruire una opposizione di classe anticapitalista e rivoluzionaria

 


Pandemia e guerra hanno impattato pesantemente sulla vita di milioni di persone.


Dopo una nuova recessione causata dal dilagare del coronavirus a livello globale, si è avuta forte ripresa economica nel 2021 e una crescita occupazionale, dovuta a politiche di forte indebitamento pubblico da parte degli stati capitalisti e a politiche espansive delle banche centrali. Ciò trascina con sé un forte aumento inflazionistico, legato al rincaro delle materie prime e dei beni di approvvigionamento e amplificato in questo ultimo anno dalla guerra in Ucraina. Si registra ovunque un peggioramento delle condizioni dei lavoratori salariati. In Italia, la realtà riflette uno scenario di impoverimento generale poiché all’aumento dell’inflazione (11,6%), si accompagna il peggioramento dei contratti, la compressione salariale e l’allungamento dell’età lavorativa (migliaia di lavoratori più anziani dopo i 64 anni).

La fase politica che vede al governo la coalizione di destra a guida Meloni ottiene già il plauso di Confindustria: lo stop al superbonus e al reddito di cittadinanza accompagnati dai forti tagli alla spesa pubblica su scuola e sanità, il progetto di autonomia differenziata, il preannunciato taglio dell’Irap e l’aumento al 2% delle spese militari in funzione del rafforzamento dell’imperialismo italiano. Sul versante dei diritti civili mostra una pesante torsione reazionaria, che colpirà soprattutto le donne e la comunità LGBTQIAP+, gli immigrati e più in generale il proletariato “scomodo” sul quale dirottare il malcontento sociale. Ne abbiamo avuto un assaggio con la repressione politica nei confronti dei ravers e ancor più nei confronti dell’anarchico Alfredo Cospito.

Cosa farà nel concreto questo governo?

“La legge 194 non verrà abolita, ha affermato Meloni, ma vanno messi sullo stesso piano donne che vogliono abortire e obiettori”. Dal nostro punto di vista questo è da respingere se pensiamo che in Italia il 70% dei ginecologi sono obiettori e 31 strutture sanitarie hanno il 100% di obiettori; alcune regioni sono tra le peggiori in termini di presenza di obiettori sul numero di strutture, in ordine Molise, Puglia e Marche. I tagli alla sanità hanno inoltre causato la diminuzione dei reparti di ostetricia e/o ginecologia, dei quali solo una parte (il 63%) pratica l’IVG. L’autonomia differenziata in futuro determinerà ulteriori disuguaglianze e ostacoli per le donne, soprattutto nel sud. La Campania risulta già tra le regioni con il solo 30% di strutture che praticano l’IVG.

Il tanto sbandierato diritto alla maternità rimane un fermo riferimento ideologico di stampo reazionario, tant’è che persino la propaganda sui congedi parentali si è trasformata in nulla di fatto.

Il governo, inoltre, non è intenzionato nemmeno parlare di DDL Zan, di legalizzazione della Cannabis, di Eutanasia. Leggi non risolutive ma che garantiscono, quantomeno ad una democrazia borghese, un maggiore livello di civiltà. Del resto, cosa aspettarsi da chi parla in maniera delirante di “ideologia gender” e di “lobby LGBT”? Cosa aspettarsi da esponenti di governo, come Roccella e Nordio apertamente omofobi? Il punto è che l’omobilesbotransfobia e il razzismo istituzionale sono fenomeni che incentivano e autorizzano l’attuazione della violenza già presente in quella che viene definita “la società civile”, per ragioni strutturali legate all’intreccio molto forte tra capitalismo e patriarcato.

In alcuni paesi si solleva il vento della protesta. In Francia dal 19 gennaio si continua a scioperare e a lottare contro l’innalzamento dell’età pensionabile, misura voluta da Macron per tagliare sulle spese sociali e garantire investimenti ad imprese e spese militari. In Iran le coraggiose donne hanno sfidato il regime da quando, il 16 settembre la ventiduenne curda Mahsa Amini fu assassinata a bastonate dalla polizia religiosa perché portava irregolarmente il velo. Una protesta che ha assunto un carattere di massa, coinvolgendo la gioventù e l’avanguardia operaia iraniana.

In Italia quando? Dobbiamo forse sperare nell’immobilismo di Landini e della burocrazia CGIL?

L’indizione dello sciopero da parte di alcuni sindacati è apprezzabile ma insufficiente, poiché è legata a logiche minoritarie e autocentrate. Non è stato fatto nessuno sforzo per concepire una data unitaria di tutto il sindacalismo di base che potesse fungere da catalizzatore anche per migliaia di lavoratrici iscritte ad altri sindacati ma intenzionati a mobilitarsi. Se giungerà un segnale nelle prossime settimane, sarà purtroppo un segnale tardivo nell’ambito di questa scadenza, che ricordiamo, non è una giornata commemorativa ma una data di lotta internazionale. Questa debolezza è dovuta anche al fatto che il movimento Non Una Di Meno, seppur continua a riempire le piazze per alcune scadenze importanti, registra un calo di partecipazione di dinamiche machiste ed egemoniche, che contribuiscono indirettamente a indebolire la costruzione di un’opposizione dal basso in Italia.

In questa fase è necessario ripartire e cercare di costruire una forza uguale e contraria a quella dei nostri oppressori e sfruttatori ed è ancor più necessario coinvolgere la grande massa astensionista, per trasformare la disillusione nella spinta alla lotta. Come femministe rivoluzionarie vorremmo contribuire a questo scopo, portando ovunque il nostro programma, sui luoghi di lavoro, nelle piazze e tra le mura domestiche.
Ci battiamo per:

• La difesa del lavoro, unico effettivo strumento di autodeterminazione, con l’abolizione di tutte le leggi che hanno precarizzato il lavoro e ne hanno eliminato le tutele: il pacchetto Treu, la legge Biagi, il Jobs Act e le controriforme degli ultimi trenta anni ci espongono ai ricatti sociali e sessuali; introduzione del collocamento pubblico a chiamata numerica; la ripartizione del lavoro con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga; parità salariale per tutte.
• La nazionalizzazione sotto controllo delle lavoratrici e dei lavoratori delle imprese che chiudono, inquinano o delocalizzano: ci serve lavoro, non un reddito di povertà alternativo al lavoro!
• La reintroduzione dell’articolo 18 sui licenziamenti, esteso a tutte le aziende con almeno dipendenti.
• Il salario garantito per chi è in cerca di occupazione: contro ogni forma di reddito di base universale, voluto anche da Bill Gates, Zuckerberg ed Elon Musk! E quindi contro ogni forma di reddito di autodeterminazione slegato dalla condizione lavorativa, che non garantisce autonomia, ma al contrario prospetta maggiori possibilità di rinchiuderci nell’ambiente domestico. Contro la logica del salario minimo in fase di compressione salariale, per una scala mobile che, al contrario, adegui i salari all’aumento dell’inflazione.
• Riforma delle pensioni che faccia a pezzi tutte le controriforme pensionistiche, per ritornare al sistema retributivo al 2% annuo con 60 anni per la pensione di vecchiaia e 35 anni per la pensione di anzianità, dopo una vita lavorativa in cui a tutte e tutti sia garantito un lavoro completo di tutele in ogni settore.
• Tutela della maternità e congedi parentali retribuiti per tutte/i (affinché la genitorialità non sia prerogativa delle sole donne).
• Revisione e aggiornamento della sicurezza sui posti di lavoro; istituzione del delitto di omicidio sul lavoro.
• Un welfare statale che non ci renda schiave all’interno della famiglia, con l’istituzione di un ampio programma di servizi sociali che si prenda in carico l’enorme quantità di lavoro di cura che oggi pesa maggiormente sulle spalle delle donne, nella prospettiva della socializzazione del lavoro di cura.
• Requisizione di tutte le case sfitte da assegnare in primo luogo a tutte le persone con difficoltà di inserimento lavorativo e alle persone con disabilità, a garanzia dello sviluppo della propria autonomia personale.
• Abolizione dell’obiezione di coscienza nelle strutture sanitarie pubbliche, nonché la fine delle erogazioni statali alle strutture private, con il loro esproprio senza indennizzo e la determinazione dell’unicità del Servizio Sanitario Nazionale pubblico. Fuori i religiosi e i capitalisti dalla nostra vita e dalla nostra salute!
• Libero e gratuito accesso all’interruzione di gravidanza e alla contraccezione.
• Consultori pubblici per le donne e per le persone LGBT*QIAP+, sotto il controllo delle utenti e con accesso a tutte le tecniche e alle informazioni mediche per autodeterminare le decisioni sul proprio corpo.
• Auto-organizzazione e autodifesa della comunità LGBT*QIAP+ per rispondere colpo su colpo e al di fuori delle logiche riformiste ed opportuniste all’offensiva reazionaria e clerico-fascista che si preannuncia nell’immediato futuro.
• Superamento della Legge 164/82 e di tutte le leggi che patologizzano e discriminano l’esistenza e i percorsi di autodeterminazione delle soggettività T* e, più in generale, di tutte le persone LGBT*QIAP+.
• Apertura dei confini e l’eliminazione di tutte le leggi securitarie che opprimono le donne e soggettività LGBT*QIAP+ migranti e legittimano le violenze nei loro confronti.
• Educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole, rigorosamente laica che chiami medici ed educatrici/educatori, escludendo associazioni collegate alla Chiesa. Questo per garantire la promozione di una contraccezione consapevole e di un libero sviluppo della propria sessualità.
• Lotta senza quartiere alla concezione abilista e neurotipica dell’esistente, figlia delle necessità del sistema di produzione capitalistico, e di ogni altra forma di abilismo. Perché il mondo che vogliamo deve essere invece adatto ai bisogni e ai desideri di tutte e tutti, incluse le persone con disabilità e neurodivergenti.

Non si può pensare di sconfiggere il patriarcato senza abbattere il capitalismo e viceversa, qualsiasi rivoluzione è destinata a fallire senza un nuovo progetto di società che spezzi le catene dei soggetti doppiamente oppressi.

Alla lotta!

Partito Comunista dei Lavoratori