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In piena pandemia gli imperialismi si contendono l'egemonia sul mondo

Lo Stato canaglia USA vuole sbarrare il passo alle mire della Cina

8 Maggio 2020
La nuova crisi mondiale innescata dalla pandemia radicalizza la competizione tra gli imperialismi.
L'imperialismo USA, il principale Stato canaglia del pianeta, cerca di rimontare le posizioni perdute nell'ultimo decennio rilanciando una vera guerra fredda contro la potenza cinese. La linea di scontro con la Cina rappresenta dal 2008 il baricentro della politica estera USA. La lunga stagione di Obama ha avuto questo segno. Il nuovo corso ipernazionalista dell'"America first" l'ha al tempo stesso ereditato e rilanciato con una postura più aggressiva e spregiudicata. La guerra dei dazi dell'ultimo biennio ha la Cina come primo bersaglio. E non si tratta di una competizione commerciale, ma del riflesso commerciale di una competizione globale per l'egemonia sul mondo; una competizione che si gioca senza risparmio di colpi sul terreno dell'industria pesante, delle nuove tecnologie, della spartizione di materie prime e zone di influenza in tutti i continenti, nessuno escluso.


L'IMPERIALISMO USA VERSO UNA NUOVA GUERRA FREDDA CONTRO LA CINA

Oggi, come nel 2008, la nuova grande crisi versa molta benzina nel motore dello scontro interimperialista.

La Cina ha rapidamente superato il trauma dell'epidemia in casa propria cercando di capitalizzare le difficoltà dell'amministrazione americana e le sue contraddizioni con gli imperialismi europei: da qui una politica internazionale degli aiuti sanitari proiettata in particolare verso l'Europa per allargare le proprie relazioni politico-diplomatiche, espandere la Nuova Via della Seta, indebolire la rendita di posizione americana. Ma l'imperialismo USA contrattacca su tutta la linea a difesa dei propri presidi. Chiama a raccolta i propri alleati della NATO, mobilita la comunità di intelligence dei paesi anglofoni (USA, Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda), denuncia la responsabilità della Cina per aver causato l'innesco della pandemia e averla nascosta al mondo. E arriva sino a ventilare atti diplomatici estremi, come la richiesta alla Cina di una riparazione economica per i danni subiti o addirittura la (improbabile) minaccia di non pagare alla Cina gli interessi sul debito americano che Pechino in larga parte detiene.

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, in particolare, “rivela” una operazione congiunta di Cina e Russia per dividere gli USA dai suoi naturali alleati in Europa, e dichiara alla stampa europea che la «Difesa degli USA e i ministeri della Difesa di tutti i nostri alleati continuano a tenere alta la guardia all'esterno» contro i nemici dell'Occidente. «Si tratti delle navi cinesi che cercano di compromettere la libertà di navigazione, gli apparecchi russi che mettono alla prova il nostro spazio aereo, o le imbarcazioni iraniane che provano a interdire i trasporti marittimi, noi dobbiamo essere pronti a reagire ad ogni minaccia» (La Stampa, 4 maggio). La stampa borghese italiana concede intere paginate a questi deliri militaristi, non senza l'impulso di nuovi direttori di testata (Molinari a Repubblica) scelti sulla base alla più inossidabile ortodossia atlantista (e sionista). Anche così FCA ha onorato i propri interessi in America.

Siamo davanti a «una crisi internazionale dalle conseguenze difficili da prevedere ma che obbligherà ogni Stato – inclusa l'Italia che ha pagato uno dei prezzi di vite più alto – a prendere posizione» dichiara solennemente, nel suo primo editoriale, il nuovo direttore di Repubblica (4 maggio). Straordinario. Il massacro della Val Seriana, o la strage nelle residenze sanitarie assistenziali, vengono messe sul conto della Cina da quegli stessi padroni del vapore che hanno impedito le zone rosse per incassare profitti. La verità, come sempre, è la prima vittima delle guerre, anche di quelle diplomatiche.

Il rifiuto e la denuncia di queste manovre del “nostro” campo imperialista è il primo dovere di ogni avanguardia, a maggior ragione di ogni comunista.


LA CINA E IL DEBITO ESTERO AFRICANO DI FRONTE ALLA PANDEMIA

Questo non significa affatto beatificare gli imperialismi rivali, presentandoli come alfieri del progresso o addirittura come “socialisti”. Una rappresentazione, questa, sponsorizzata da organizzazioni campiste che civettano con ambienti nazionalisti e cercano il loro plauso (come il PC di Rizzo, recentemente convertitosi alla Cina). Sono rappresentazioni grottesche prive di ogni rapporto con la realtà, e soprattutto con i principi di classe più elementari, quelli che muovono sempre dall'interesse del movimento operaio e delle masse oppresse del mondo. Se l'imperialismo USA è storicamente il loro principale oppressore, possiamo ignorare oggi il volto imperialistico della Cina?

Africa 2020. Un continente oggi minacciato dalla pandemia e colpito dalla recessione, la prima in un quarto di secolo. Il debito pubblico degli stati africani verso i paesi imperialisti ammonta complessivamente a 540 miliardi di dollari. Una cifra stratosferica per il continente, tanto più considerando gli altissimi tassi d'interesse sul debito, sino al 15%. Roba da usura, al punto che il grosso delle risorse oggi spese dagli stati africani è riservato al pagamento del debito e dei relativi interessi: ciò che falcidia gli investimenti sociali in sanità, istruzione, servizi. Se la pandemia minaccia un macello in Africa è anche per le conseguenze sociali della politica di rapina degli imperialismi.

Una coalizione di stati africani ha oggi formalmente chiesto presso il Fondo Monetario Internazionale la cancellazione del debito estero. Una rivendicazione progressiva, anche se negoziale. Una rivendicazione inedita sospinta dall'emergenza sanitaria. Qual è il punto? Il punto è che è la Cina il principale detentore del debito pubblico africano, per la cifra di 145 miliardi di dollari. E cinesi sono i tassi di interesse più alti. Non a caso è stata finora la Cina il paese più resistente alla richiesta di cancellazione del debito dell'Africa. La Francia ad esempio si copre dietro la Cina per chiedere la semplice sospensione temporanea del pagamento del debito africano, rifiutando la sua cancellazione. Naturalmente non è escluso che nella partita apertasi con gli USA l'imperialismo cinese decida di allentare il cappio al collo del debito africano per consolidare politicamente la propria area di influenza. Ma l'usuraio resterebbe tale anche se fosse indotto a una magnanimità interessata, perché la stessa magnanimità sarebbe funzionale alla continuità del dominio.

Questa politica ha una sua base materiale: diecimila aziende cinesi in Africa, al 90% private, concentrate nell'accaparramento delle materie prime e nello sfruttamento di manodopera a basso costo. Non senza l'importazione in Cina di centinaia di migliaia di lavoratori africani, oggetto in qualche caso di reazioni xenofobe perché accusati di aver portato il virus (come recentemente nella città cinese di Guangzhou).

Tutto il mondo è capitale, come abbiamo detto più volte. Anche in Cina, anche in Africa.
Nella lotta contro l'imperialismo di casa nostra non abbelliremo mai l'imperialismo altrui. Perché l'unica alternativa la può costruire la classe operaia di tutti i continenti nella prospettiva di un altro ordine del mondo. Che o sarà socialista o non sarà.


English version
Partito Comunista dei Lavoratori

Il sovranismo di sinistra è una deriva, rilanciamo la lotta per un'Europa socialista

Intervista a Marco Ferrando

3 Aprile 2019
Dal sito: il Pane e le rose
Lontano da qualsiasi illusione circa la riformabilità dell'UE, il sito Il Pane e le rose non ha però mai sostenuto chi ne propugna il superamento per vie nazionaliste. Lo stesso fenomeno, attualmente in auge, del "sovranismo di sinistra", ci sembra foriero di pericolosi sbandamenti, a partire dal fatto che, richiamandosi a una sorta di "nuovo riscatto" dell'Italia o di altri paesi, pone in second'ordine - o cancella del tutto - il conflitto di classe. Per questo abbiamo intervistato Marco Ferrando, portavoce nazionale di quel Partito Comunista dei Lavoratori che da tempo è impegnato in una battaglia politica contro la suddetta tendenza. Uno sforzo evidentemente sostenuto da solide basi culturali, visto il carattere della conversazione che qui proponiamo, in cui il significato complessivo di falsa alternativa del "sovranismo di sinistra" viene evidenziato con dovizia di argomentazioni.

In questa intervista ci concentreremo sulla sempre maggiore diffusione, in ambiti un tempo alternativi, del verbo sovranista. Precisando, però, che non si tratta dell'unica catastrofe che investe la sinistra europea...
È indubbio. Oggi, la sinistra europea di matrice riformista appare divaricata tra due forme di subalternità, la prima delle quali è la subalternità al quadro della concertazione imperialistica europea, che passa attraverso il mito di una riforma sociale e democratica dell'UE. Per questa via, ciclicamente ci si genuflette alle politiche controriformatrici, volte a demolire i diritti sociali, com'è accaduto a Rifondazione Comunista con gli esecutivi Prodi, al PCF con il governo Jospin e, in tempi più recenti, a Tsipras in Grecia e, per un breve periodo, a Podemos in relazione al governo con il socialista Sanchez. Quel che non si capisce o si finge di non capire è che le politiche di austerità sono connaturate alla fisionomia stessa dell'UE. Vi è poi un secondo filone che ha reagito all'inevitabile crisi del riformismo europeista proponendo una forma di riformismo nazionalista o sovranista: questa tendenza fa capo a Mélenchon e alla sua France Insoumise nonché, in Germania, a un movimento fondato da Sahra Wagenknecht: Aufstehen. In forma mediata, in Italia, ritroviamo questo discorso anche in settori di Potere al Popolo. Si cerca di capitalizzare il fallimento del riformismo europeista, però senza mettere in discussione il capitalismo e palesando subalternità alle tendenze ideologico-culturali delle destre scioviniste.

Ecco, questo ci interessa: il fatto che i sovranisti di qualsiasi tipo non svolgono un discorso anticapitalistico...
A ben vedere, il sovranismo di sinistra non fa che riproporre, sul piano nazionale, l'illusione circa un possibile compromesso di tipo progressista tra capitale e lavoro. Quel che non sarebbe ipotizzabile nel contesto dell'UE e della moneta unica, acquisirebbe concretezza con il recupero della sovranità nazionale, base per un nuovo intervento dello Stato nei meccanismi del mercato. Si tratta di un'ipotesi infondata, che rimuove il fatto che, sul piano mondiale, lo spazio del riformismo si è esaurito da tempo, in conseguenza di due fattori: la fine del boom economico post-bellico e il crollo dell'URSS. L'agenda dell'austerità non è dominante solo in Europa ma in tutto il pianeta. Essa si è imposta dopo la prima crisi strutturale del '74-'75, anche se, ovviamente, l'euro e i suoi meccanismi strutturali l'hanno rilanciata. In sostanza, quando Vladimiro Giacché, in un'intervista rilasciata a Fulvio Grimaldi (1), asserisce che l'euro sarebbe la base della svalutazione del lavoro, dimentica che questa precarizzazione avviene ovunque, anche sotto il sovranissimo dollaro o sotto la sovranissima sterlina. La stessa cosa vale per l'innalzamento dell'età pensionabile, che non è un fenomeno esclusivo dell'Europa unita: in Russia, il proposito di Putin di muoversi in questa direzione lo sta esponendo a un calo di popolarità. Così come generalizzata è la riduzione progressiva delle tasse alle imprese, col suo portato di tagli alla spesa sociale. Insomma, è il capitalismo la base delle politiche di austerità. Dunque, per superarle la rottura con l'UE può essere una condizione decisiva, ma a patto che essa si collochi in una prospettiva anticapitalistica. Oggi tale rottura è sostenuta anche da reazionari, come dimostra la Brexit, preceduta da una campagna incentrata sul ritorno del Regno Unito alla sua "antica grandezza". Chi ha assimilato la Brexit all'Oxi, ossia alla prevalenza del no nel referendum del 2015 sul piano della Trojka per la Grecia, ha preso una cantonata incredibile. Con l'Oxi si è manifestata una rottura verso l'UE incentrata sulle istanze di cambiamento e di rifiuto dell'austerità espresse da ampi settori giovanili e del mondo del lavoro. Tsipras, dunque, ha tradito una dinamica di tipo progressivo.

Queste forzature sono strettamente legate all'idea che l'Europa sia dominata da un solo paese: la Germania...
Un'altra idea sganciata dalla realtà e che si può spiegare, in fondo, con la rimozione della categoria di imperialismo, sia in generale sia, in particolare, come comprensione dell'imperialismo di casa propria. Nella rappresentazione di Giacché l'UE coinciderebbe con l'euro e con una conseguente politica economica sbagliata, ma in realtà l'UE non può ridursi a espressione giuridica di una moneta, essendo il risultato di una concertazione tra imperialismi. L'Unione nasce da una comune volontà di intervenire contro il proletariato continentale e dalla spinta capitalistica ad espandersi verso l'est Europa dopo la caduta del muro di Berlino. Indubbiamente, in questo patto interimperialistico i rapporti di forza pesano: l'imperialismo tedesco risulta il più potente e ciò emerge chiaramente nei Trattati. Ma contrariamente alla narrazione diffusa non è stata la Germania il primo paese ispiratore dell'Unione, bensì la Francia che - a partire da Mitterand - ha spinto verso la moneta unica continentale per imbrigliare il Marco tedesco, accettando come contropartita l'unificazione tedesca. Parigi si illudeva di poter essere egemone in virtù della sua superiorità politico-militare, ma tale ambizione non ha trovato corrispondenza nei fatti. Ad ogni modo, in questa continua contrattazione, la Germania ha dovuto accettare, per dire, che la BCE adottasse il quantitative easing, un meccanismo di politica monetaria espansiva che è andato a vantaggio di paesi come l'Italia. Dunque, parliamo di compromessi tra imperialismi sovrani, da cui ognuno trae vantaggio in relazione alla forza che può esercitare. Il discorso sulla burocrazia tecnocratica distaccata da tutto, che decide in barba agli Stati o magari ascoltando solo l'opinione tedesca, è un'altra bufala. Sin qui, tutte le scelte sono state concertate, anche con il contributo dell'imperialismo italiano.

Una nozione, quella di imperialismo italiano, che per i soggetti politici e culturali di cui parliamo è quasi un tabù...
Sì, la natura dell'imperialismo italiano è oggetto di una totale rimozione da parte della cultura sovranista. Eppure Lenin indicava l'Italia come imperialismo già nel primo '900, aggiungendo l'aggettivo "straccione", allora opportuno. Poi, lo sviluppo capitalistico degli anni '30 e, ancor di più, dei '60 ha portato questo paese a un rango da grande potenza economica. Ancor oggi, pur avendo perso pezzi del proprio apparato produttivo, l'Italia risulta essere la seconda manifattura industriale d'Europa. Ma non è solo questo a smentire l'assimilazione dell'Italia alla Grecia, proposta da Giacché. Il debito pubblico greco è posseduto dai capitali finanziari tedesco, francese, italiano ecc. Il che conferma il carattere semicoloniale di quel paese. Il debito pubblico italiano è detenuto principalmente da banche italiane, il che dà la misura di una persistente autonomia finanziaria. Non parliamo, poi, della proiezione internazionale del nostro paese, sempre più forte, e non solo in termini di missioni militari. In alcuni paesi balcanici (Albania, Romania, Serbia) l'Italia è la prima presenza imperialista, risultando seconda in Croazia. L'area balcanica, ricordiamolo, è un terreno competitivo tutt'altro che secondario. Così come centrale è oggi l'Africa, dove l'ENI è la prima grande azienda imperialistica in assoluto, superando persino i colossi cinesi. Peraltro, lo stesso recente Memorandum d'Intesa con la Cina sulla Nuova Via della Seta non mira solo - come contropartita per l'apertura dei porti italiani - a un ampliamento delle esportazioni sul mercato cinese. Legarsi alla filiera delle aziende cinesi può agevolare l'ulteriore espansione economica in Africa. Lo scontro con la Francia rinvia a questo: oltralpe vogliono mantenere le proprie posizioni in Africa. Laddove le critiche tedesche rimandano alla volontà di Berlino di consolidare le quote di mercato conquistate negli ultimi anni in Asia, senza esser turbati da temibili concorrenti.

Questo ci richiama alla mente il plauso di certi sovranisti di sinistra a Di Battista, in relazione alle sue invettive contro la politica francese in Africa. Come a dire che, se occasionalmente si torna a parlare di imperialismo, è solo per puntare l'indice contro quello degli altri paesi...
È tipico della storia patria: nei primi decenni del '900, la retorica del colonialismo italiano si alimentava attraverso la denuncia del colonialismo altrui, che impediva al nostro paese di "conquistare un posto al sole". Gli intellettuali che denunciano solo l'imperialismo francese potranno pure autodefinirsi marxisti ma non fanno che palesare la propria subalternità all'imperialismo di casa propria. Di più, poiché per il "rilancio" dell'Italia si vede come necessario il rapporto con la Cina, si sconfina anche nella subalternità all'imperialismo cinese.

A tuo avviso, esiste un nesso tra questo approccio al tema dell'imperialismo e le posizioni sull'immigrazione, che in alcuni casi si approssimano a quelle delle destre?
Certamente, le posizioni sull'immigrazione sono un'altra espressione di subalternità. Nel caso di Giacché, la rappresentazione della destra viene assunta al 100%: egli parla in sostanza di un'invasione. Inoltre, nella già citata intervista, Grimaldi introduce pure un elemento complottistico che conferisce al discorso un sapore ancor più reazionario. Sul piano analitico, ciò è incredibile! Si rimuovono le ragioni materiali dei processi migratori, riconducibili al dominio imperialistico. Dominio che, come si diceva, vede in prima fila la stessa Italia, attualmente impegnata pure nella corsa alle miniere di litio e di cobalto, utili per nuove produzioni come l'auto elettrica. La stessa sollevazione algerina, in atto da settimane, non si limita a contestare l'autoritarismo del "sistema Bouteflika", rivolgendosi anche contro le ricadute materiali della dominazione straniera. Ossia, contro le politiche di austerità imposte, per conto delle potenze imperialiste, dagli organismi finanziari sovranazionali. Questi aspetti non si possono rimuovere. Noi non amiamo la retorica sull'immigrazione come espressione di libertà, che è l'opposto speculare del vade retro degli sciovinisti. Il punto è che l'immigrazione è un dramma causato dall'imperialismo. Le politiche incentrate sui respingimenti e sul restringimento dei diritti non sono solo ingiustificabili, dato che questi processi sono stati innescati dai paesi respingenti, ma producono un allargamento dell'immigrazione irregolare, priva di qualsivoglia tutela e dunque tale da poter essere supersfruttata da imprenditori come, poniamo, quelli rappresentati dalla Lega di Salvini. Quindi, con l'immigrazione parliamo di un altro tassello di una deriva che, a ben vedere, è complessiva, consistendo nella tendenza, tipica di diversi intellettuali, a legittimare il peggio del peggio sulla base di una fraseologia marxisteggiante. L'esempio più eclatante è quello di Diego Fusaro, che probabilmente ha scelto di esprimersi in questi termini per ottenere visibilità mediatica. Ma anche uno studioso di maggior levatura come Carlo Formenti, in alcuni dei suoi ultimi testi (La variante populista e Il socialismo è morto, viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista) sposa senza indugio le tesi sovraniste, abbandonando una lettura classista della realtà e facendosi coinvolgere nelle molte rimozioni qui citate, come quella relativa all'imperialismo italiano.

Hai appena nominato Fusaro, il sovranista più spregiudicato. Che ne pensi della sua condanna in blocco delle lotte per i diritti civili?
Alla base vi è una contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali che va respinta. Secondo i sovranisti, il femminismo, le mobilitazioni lgbt e, in generale, le ideologie libertarie, rientrerebbero totalmente nell'alveo del capitale globale transnazionale, che se ne farebbe scudo contro gli interessi nazionali. Si tratta di una lettura delirante, che si pone in un orizzonte culturale ultraconservatore. La logica da seguire è un'altra e rinvia a un'egemonia proletaria nei movimenti per i diritti civili, anche perché la piena realizzazione degli stessi è incompatibile con la salvaguardia del capitale. Le ideologie liberalprogressiste, relegando i diritti civili nel quadro delle compatibilità vigenti, non possono che portare a risultati modestissimi, come dimostrano le unioni civili approvate in Italia dal centrosinistra. Ma chi separa gli interessi sociali dai diritti civili non fa che regalare l'egemonia su questo tema a forze come il PD e i suoi affini. Penso, ad esempio, a Marco Rizzo, che propone di continuo questo cliché: "la sinistra dei salotti si occupa dei diritti civili, mentre noi ci concentriamo sui proletari". Noi rifiutiamo questa cesura, così come quella tra oppressione di genere e movimento operaio, che non a caso la Rivoluzione d'Ottobre concepì in stretta connessione, tanto da portare con sé conquiste come la legalizzazione dell'aborto, poi venuta meno in seguito alla controrivoluzione stalinista.

È tutto molto chiaro. Ma c'è chi indica nel PCL l'alfiere di un internazionalismo astratto e perciò, in ultima analisi, incapace di scalfire le culture dominanti nel capitalismo globale...
Respingiamo con risolutezza queste critiche. Per 15 anni, come opposizione interna di Rifondazione Comunista, e poi per 12 come PCL abbiamo svolto una lineare battaglia classista contro l'europeismo riformista, denunciandone l'appiattimento sulle politiche di austerità. Mentre noi eravamo impegnati in tal senso, i vari Ugo Boghetta e Marco Rizzo, oggi campioni verbali dell'attacco all'UE, partecipavano acriticamente alle illusioni riformiste. Il secondo in particolare, era dirigente di Rifondazione nel '97-'98, quando il governo di centrosinistra gettava le basi per entrare nell'euro e varava il Pacchetto Treu; poi, in seguito alla rottura con Bertinotti, ha sostenuto il governo D'Alema che bombardava la Serbia. Per non dire del fatto che, al Parlamento europeo nel 2005, arrivò a votare i Trattati Europei. Noi, invece, siamo sempre stati per la rottura con l'UE però su una base di indipendenza proletaria. Un ipotetico governo dei lavoratori, così come lo concepiamo noi, partirebbe anche da questi atti: 1) l'abolizione del debito pubblico verso il capitale finanziario; 2) la nazionalizzazione delle banche, unificate in un solo istituto centrale; 3) la cancellazione di tutti i trattati firmati con gli altri imperialismi in seno all'UE. In sostanza, abbiamo sempre proposto una rottura diversa da quella legata agli interessi capitalistici nazionali, rivendicata da settori della piccola e media borghesia di casa nostra. L'idea che qualsiasi rottura con l'UE sia in sé positiva è profondamente sbagliata. Non si può prescindere dalla dinamica di classe che la produce. Il momento dell'Oxi, per dire, non era egemonizzato dal marxismo rivoluzionario, ma si basava su elementi progressivi: nel sentimento popolare di protesta pesavano le istanze giovanili e proletarie. Un altro conto sarebbe una rottura subalterna al Front National, alla Lega o all'AfD tedesca.

Bene, ma oggi questa battaglia di lunga data come intendete proseguirla? Come si può lavorare per una rottura con l'UE che non si confonda con quella agitata dai sovranisti?
Va puntualizzato che, proprio perché siamo per l'indipendenza di classe, intendiamo svolgere una duplice azione: contro l'UE, ma anche contro l'imperialismo italiano, al quale nei prossimi tempi dedicheremo sempre più attenzione. Oggi, oltre alla persistenza dell'UE c'è una tendenza a sgomitare delle diverse potenze nazionali che va registrata e denunciata. Fatta questa precisazione, va detto che è nostro obiettivo sviluppare un lavoro comprendente almeno due livelli. Il primo riguarda la definizione di una politica classista in senso generale, tale da cementare la solidarietà tra i proletariati europei. È un piano, questo, che concerne le rivendicazioni materiali e dovrebbe tradursi in una piattaforma unificante nei singoli paesi e a livello continentale. Tra i suoi punti qualificanti: quel salario minimo europeo che non andrebbe lasciato ai populisti (noi pensiamo a un salario minimo intercategoriale di 1500 euro); la ripresa della battaglia per la riduzione dell'orario di lavoro, che oggi dovrebbe coincidere con le 30 ore a parità salariale o, per meglio dire, in un quadro di aumenti salariali; la già citata abolizione del debito pubblico per reperire le risorse atte a rilanciare le politiche sociali. Ecco, questo è, se vogliamo, il nostro "europeismo". Carlo Formenti arriva a negare l'esistenza dell'Europa in quanto categoria politica, ma noi gli ricordiamo che, nel 1923, quando c'era tensione tra Francia e Germania per il controllo della Ruhr, l'Internazionale Comunista di Lenin e Trotsky lanciò con vigore la parola d'ordine dell'Unione degli Stati Socialisti d'Europa. Memori di questo esempio, riteniamo sia necessario creare le basi per unire il proletariato su scala continentale. Per quanto riguarda il secondo livello, esso rimanda a un serrato confronto strategico e lavoro comune con tutti i settori dell'avanguardia proletaria con cui vi siano affinità programmatiche e di principio. Non solo, quindi, con le realtà del trotskismo con cui siamo già in contatto (vedi Anticapitalisme et Revolution, in seno al Nouveau Parti Anticapitaliste francese). Alla Terza Internazionale aderirono correnti di orientamento ideologico assai differente da quello dei bolscevichi, perché ne condividevano gli obiettivi di fondo. Ora, questa ricomposizione delle avanguardie europee potrebbe portare, in prospettiva, proprio alla ricostruzione della IV Internazionale.



Note:

(1) Intervista con un economista contro
Il Pane e le rose - Collettivo redazionale di Roma

La Cina è vicina. Le capriole del sovranismo

“La Cina è vicina”, gridavano i maoisti di casa nostra cinquant'anni fa, nel nome della cosiddetta rivoluzione culturale. In realtà presentavano l'operazione burocratica stalinista della frazione di Mao contro la frazione di Liu come elisir del socialismo da indicare a modello. Ma nonostante tutto si riferivano a una Cina che era allora uno Stato operaio, seppur burocraticamente deformato, entro un quadro mondiale ancora segnato dal confronto tra imperialismi d'Occidente e blocco staliniano ad Est.

Ripetere oggi “la Cina è vicina” è cosa diversa, a fronte della realtà capitalistica e imperialistica della Cina attuale, restaurata dalla stessa burocrazia stalinista. Eppure è la cantica che si leva in questi giorni da diversi ambienti intellettuali e politici dell'area sovranista, in occasione degli accordi tra Italia e Cina.
«Accordo Italia-Cina: un'occasione storica per la difesa degli interessi del nostro popolo», scrive Mauro Gemma (Associazione Marx XXI). «Il PCI è per l'adesione italiana al progetto delle Nuove Vie della Seta» dichiarano Mauro Alboresi e Fosco Giannini, a nome del proprio partito. Ma anche l'area di Contropiano, seppur con toni meno enfatici, presenta l'accordo come «ossigeno puro per un'economia [italiana] asfissiata dalla austerità teutonica» (Francesco Piccioni).

La base di partenza è duplice. Da un lato, la caratterizzazione della Cina come paese socialista. Dall'altro, la rappresentazione dell'Italia come paese oppresso dalla Germania e dalla UE “tedesca”. Se queste sono le premesse, cosa c'è di meglio per “il nostro paese” dell'abbraccio liberatorio con Xi Jinping? L'accordo con la Cina diventa la celebrazione della “sovranità” riconquistata dell'Italia. Le obiezioni dell'imperialismo USA, le resistenze di Germania e Francia, non provano forse la bontà dell'accordo?

C'è davvero da stropicciarsi gli occhi di fronte a una rappresentazione tanto grottesca.
L'imperialismo USA fa i propri interessi, e dunque teme l'espansione della potenza imperialista cinese, sua rivale strategica. L'imperialismo tedesco fa i propri interessi, e dunque vuole tutelare la primazia dei propri affari con la Cina, e in Cina contro la concorrenza italiana. L'imperialismo francese fa i propri interessi, ha con l'Italia un contenzioso aperto su vari tavoli, e per questo osteggia l'operazione. Ma l'imperialismo italiano? Già, perché anche il “nostro” paese è un paese imperialista, che ha i suoi propri interessi. Più precisamente, l'Italia è la settima potenza mondiale e la seconda manifattura d'Europa. È alleata degli USA e della Germania, ma non è una loro colonia. Contende alla Germania l'egemonia nei Balcani, contende alla Francia l'egemonia nel Nord Africa, contende alla Spagna un'area di influenza in Sud America. Per questa stessa ragione oggi l'imperialismo italiano mira ad allargare il proprio bacino d'affari con la Cina e verso la Cina, il più grande mercato di merci e capitali esistente al mondo, e al tempo stesso la più grande potenza imperialista emergente.

La natura concreta dell'accordo è evidente per entrambi i contraenti. L'imperialismo cinese attraverso i porti italiani, Trieste in primis, allarga il canale di espansione in Europa, sbocco importante dei propri capitali in eccesso. L'imperialismo italiano attraverso l'accordo mira a contropartite altrettanto appetitose: l'apertura degli appalti pubblici in Cina per i costruttori italiani, l'allargamento delle esportazioni italiane nell'enorme mercato cinese, la compartecipazione italiana agli investimenti cinesi in Africa. La nomenclatura delle imprese italiane coinvolte negli accordi Italia-Cina è significativa: Ansaldo, SNAM, CDP, ENI, Intesa, Danieli... tutti i più grandi capitalisti italiani, nessuno escluso. Non meno significativo è l'appoggio della grande stampa padronale all'accordo italo-cinese. Persino la stampa borghese liberale, oggi all'opposizione del governo giallo-bruno, ha coperto e sostenuto l'accordo, sino ad offrire pagine intere, un lungo e largo tappeto rosso, all'intervento cerimonioso del leader cinese (Corriere della Sera). Per non parlare della Presidenza della Repubblica, grande sponsor istituzionale dell'intesa. Del resto il significato dell'accordo è stato illustrato nel modo più semplice da Du Fei, presidente della cinese CCCC, azienda gigantesca di costruzioni con 70 miliardi di dollari di fatturato e 118 mila dipendenti: “La torta è grande, mangiamola insieme” (testuale!). Questo è “l'ossigeno puro” dell'intesa: riguarda i profitti, non altro.

Il problema, allora, non è essere “a favore” o “contro” l'intesa tra l'imperialismo cinese e l'imperialismo italiano, ma di avere un angolo di sguardo indipendente sulla faccenda. Un angolo di sguardo che muova dall'interesse indipendente dei lavoratori, italiani e cinesi, e da una prospettiva socialista contro ogni imperialismo (USA, UE, Cina...), a partire dall'imperialismo nazionale di casa nostra. L'unica intesa Italia-Cina che ci può interessare è quella che passa per la costruzione di un'alleanza internazionale tra operai italiani e operai cinesi contro i rispettivi capitalisti e imperialismi. “Proletari di tutti i paesi, unitevi” significa questo. L'”unitevi” rivolto all'imperialismo italiano e cinese muove da una logica opposta: subalterna verso l'imperialismo di casa nostra e verso la realtà dell'imperialismo mondiale. Subalterna verso gli sfruttatori della classe lavoratrice, verso i nemici della causa socialista.
Partito Comunista dei Lavoratori