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La guerra, la terra: una questione privata?

16 Maggio 2025

Un appello all'antimilitarismo militante

Rivolgiamo un appello all’antimilitarismo militante. La Sardegna si trova nella morsa del capitalismo: da una parte lo Stato distrugge le risorse dell’isola, dall’altro il capitalismo per mano del settore turistico le saccheggia e le sperpera. A partire dall’analisi della dinamica presente in Sardegna, tentiamo di offrire una prospettiva ampia per la lotta generale contro il militarismo da una prospettiva anticapitalista. Per la costruzione urgente di una piattaforma di lotta politica attorno a rivendicazioni di classe.


L’attività militare è ovviamente difesa con tenacia dallo Stato italiano. Non solo la difende ma la rivendica, e dice: lo Stato deve essere pronto a difendersi dagli altri stati imperialisti, e questo è anche l’interesse dei cittadini. Così facendo distorce la realtà, elevando il suo proprio interesse a interesse dell’intera popolazione italiana. Il suo proprio interesse è l’interesse di chi controlla la macchina statale, e cioè in sostanza la grande borghesia finanziaria e la piccola-media borghesia opportunista. In realtà le ricadute dell’attività militare sui territori sono devastanti a medio-lungo termine per la popolazione nazionale, e già nel breve termine per la classe lavoratrice. Eppure lo Stato e chi ne sostiene le posizioni, sostiene che i territori interessati dall’attività militare ne traggono addirittura beneficio. Per loro è un sillogismo semplice: le basi militari portano con sé i militari che vi prestano servizio; i militari che vi prestano servizio spendono i propri soldi sul territorio; l’economia del territorio ne beneficia. Possiamo anche sorridere delle buone ragioni ambientali del militarismo: le basi militari garantiscono l’attenta supervisione delle aree naturali, interdette ai civili, per cui l’intero territorio godrebbe di conseguenza della salvaguardia ambientale dei territori all’interno e intorno alle basi.

Il comparto militare porta alle estreme conseguenze i danni che il sistema capitalistico provoca in ogni sua attività all’economia, alla società e all’ambiente. Cioè proprio a quei settori che dichiara di voler tutelare. Noi sappiamo che contano i fatti, e non le mistificazioni dello Stato che ha imparato bene a usare le parole per rendere accettabili i propri crimini.


LO STATO BOMBARDA I SUOI CITTADINI. L'ESEMPIO DELLA SARDEGNA

LA SERVITÙ MILITARE IN SARDEGNA


La Sardegna è il punto nevralgico del sistema bellico italiano. Lo era già nel riassestamento imperialista europeo che seguiva la Seconda Guerra Mondiale, per questioni geografiche e sociali: la sua posizione al centro del Mediterraneo era determinante per la strategia militare, mentre la bassa densità abitativa e le condizioni di povertà in cui versava la sua popolazione permettevano facile accesso alle terre e la loro requisizione. In queste condizioni si svolgevano anche gli accordi segreti e mai ratificati in Parlamento, che sulla scia del BIA (Bilateral Infrastructure Agreement), determinavano negli anni ‘50 i luoghi in cui sarebero sorte le basi militari dell’imperialismo italiano e occidentale. Nei documenti desecretati dalla CIA si legge che per militarizzare la Sardegna sarebbero bastati pochissimi soldi «da offrire come mangime a qualche compiacente politico nazionale o regionale» (1).

L’occupazione militare della Sardegna va dunque inserita entro il più ampio contesto della nascita e affermazione dell’imperialismo italiano nel secondo dopoguerra. La borghesia italiana tentava di ricostruire la forza economica e militare dello Stato, e questa era anche esigenza del Patto Atlantico atta ad allontanare l’Italia dal pericolo delle influenze sovietiche.

Oggi la Sardegna ospita tra il 60% e il 65% delle servitù militari rispetto a quelle presenti su tutto il territorio italiano (2). L’occupazione militare in Sardegna riguarda 370 km2 di terra (370mila ettari) e 20mila km2 (2 milioni di ettari) di mare, di cui 80 km di costa interdetta. In totale sono presenti nell’isola 170 installazioni militari tra poligoni, depositi di munizioni e insediamenti militari di varie funzioni come caserme. Tali insediamenti riguardano il sud-ovest della Sardegna (poligono di Capo Teulada, poligono di Capo Frasca), il sud-est (i poligoni di Quirra di Perdasdefogu e di Capo San Lorenzo), il centro-nord (poligono semipermanente del Lago Omodeo, poligono S’Ena Rugia di Macomer). A ciò vanno aggiunte la base segreta di Poglina ad Alghero e l’aeroporto militare di Decimomannu. Infine, ultimo ma non ultimo, la fabbrica di bombe della RWM a Domusnovas (3)(4).

La Sardegna ospita l’intera filiera di morte che, con rinnovata capacità tecnologica, impesta il mondo oggi più di ieri.


LA BONIFICA IMPOSSIBILE

Dal 2000 al 2013 il docente di statistica medica Annibale Biggeri, su incarico della Procura di Cagliari, ha raccolto dati sullo stato di salute della popolazione attorno ai poligoni militari della Sardegna. Tra gli abitanti dello stagno di Foxi, area prossima al poligono di Capo Teulada, l’indice di mortalità è doppio rispetto alla media, mentre il rischio di patologie cardiache è superiore di tre volte rispetto alla media. Tra i paesi di Teulada e di Sant’Anna Arresi i tumori maligni sono in eccesso rispetto alle medie nazionali, ma in accordo con altri set di dati raccolti in ulteriori aree in prossimità di siti militari e industriali come La Maddalena, Portoscuso, Porto Torres e Sarroch. L’ASL di Lanusei rilevava che nell’area intorno al poligono di Quirra il 65% degli allevatori avesse sviluppato forme tumorali, e che tanti sono gli animali nati con deformità (5).

Una volta documentato il disastro ambientale in tutta la ‘penisola Delta’, dove sorge il poligono di Capo Teulada, nel 2013 la procura di Cagliari ha aperto un procedimento penale contro ignoti. Il 29 novembre 2022 il Comando militare dell’Esercito in Sardegna ha depositato l’istanza di attivazione del procedimento intitolato ‘Compendio per la rimozione dei residuati di esercitazione dalla penisola «delta» di Capo Teulada’ (6). È una clamorosa ammissione di colpe accompagnata dalla volontà di avviare celermente la bonifica di quell’area dove ogni forma di vita è stata annientata. Secondo i dati raccolti da A Foras, il poligono di Capo Teulada – con le relative aree naturali protette – è stato colpito solo tra il 2009 e il 2013 da circa 24.000 missili e razzi, con la presenza nella stessa area di circa 2.400 tonnellate di residuati inquinanti; dal 1991 al 2004 sono stati sparati circa 4.242 missili Milan contenenti il torio che produce il radon, il quale a sua volta produce gli stessi tumori a polmoni, pancreas, reni e sangue di cui una parte straordinaria degli abitanti dell’area soffrono (l’incidenza è di 25 volte superiore alla media). Le sostanze cancerogene rilasciate si legano al suolo e si disperdono nelle falde acquifere e marine (7).

La stima del disastro a Capo Teulada (ma è altrettanto spaventosa la cosiddetta Sindrome di Quirra relativa all’omonimo poligono) è vincolata a un buco di dati enorme. Per decenni infatti l’Esercito non ha compilato i registri delle proprie attività nel poligono, e oggi nessuno può accertare adeguatamente le aree colpite, il numero e la qualità dei proiettili e delle bombe esplose e inesplose. Ciò rende impossibile la bonifica (in realtà mai nominata nel documento, e definita «rimozione dei residuati»). Se pure il Comando militare fosse capace di trasformare la propria volontà in miracolo, bonificando un’area di fatto imbonificabile, siamo certi che la sua apparente buona azione non gli garantirebbe comunque la santità.

Infatti lo scopo dell’intervento di bonifica non è volto alla restituzione dell’area a fini civili. Il Comando militare dichiara che le sue attività si svolgeranno ancora nell’area bonificata. La stessa area che lo Stato stesso ha dichiarato area protetta, e dove l’Esercito dunque svolge illegamente le sue attività da settant’anni. La finalità della bonifica sarebbe quella «di ripristinare le condizioni del Poligono Delta per consentire il normale transito in sicurezza e l’utilizzo futuro dello stesso quale zona bersaglio per arrivo colpi che sarà delimitata con materiale eco-sostenibile». Cioè, l’intento del Comando militare è quello di bonificare un’area del quale non si conosce nemmeno il tipo di pericolo (radioattivo o chimico) che i lavoratori addetti alla bonifica correranno, davanti all’enorme quantità di bombe inesplose mai registrate per decenni. Una volta dichiarata completata la bonifica impossibile, l’intenzione è quella di riprendere a bombardare.

Ma piano con l’indignazione e lo scandalo: il Comando dichiara che l’area sarà delimitata con materiale eco-sostenibile. Una svolta ecologica che può far stare tranquilli tutti per i prossimi quattro secondi.


LA PROCEDURA DI VALUTAZIONE DI INCIDENZA AMBIENTALE

Lo scorso 21 gennaio il ministero della Difesa ha avviato la procedura V.Inc.A. (Valutazione di Incidenza Ambientale) per Capo Teulada, stabilendo che ogni intervento militare nell’area deve sottostare agli obblighi sanciti dallo stesso Codice dell’ordinamento militare, riducendo l’impatto ambientale delle esercitazioni. Si tratta della prima volta dal 1956 che l’Esercito adempie almeno a un obbligo verso la Regione Autonoma della Sardegna, cioè quello di fornire la documentazione necessaria per la tutela dell’ambiente. Tuttavia il V.Inc.A. elaborato dall’Assessorato della Difesa dell’Ambiente della RAS (Regione Autonoma della Sardegna) omette le finalità della bonifica dichiarate dal Comando militare, e cioè riprendere gli spari dopo la bonifica. Ciò significa che nel documento di Valutazione di Incidenza Ambientale non si valuta l’incidenza ambientale. Non sono state individuate le fonti di inquinamento, né le modalità con cui i lavoratori addetti alla bonifica dovranno procedere. Non è stata fatta una seria valutazione dei rischi per la loro salute, e questo ha fatto mobilitare davanti al TAR anche l’USB (Unione Sindacale di Base).

Da parte sua il ministero della Difesa ha presentato le misure per l’adeguamento a questo morbido V.Inc.A.: limitazione degli sbarchi a una sola spiaggia, interruzione dei bombardamenti aerei, eliminazione delle manovre terrestri su spiagge e dune, istituzione di una «fascia di rispetto» intorno alle zone umide (8). Cioè annuncia la volontà di occupare e sparare dentro un’area protetta, ma in maniera più accorta. Questa è stata considerata una vittoria relativa entro il percorso dei movimenti spontanei e delle organizzazioni che dal 2014 lottano, soprattutto sotto il cappello di A Foras: per la prima volta l’esercito si è visto obbligato a prendere delle misure per la tutela ambientale, sia pure di facciata.

Intanto il GR.I.G. (Gruppo di Intervento Giuridico) ha presentato ben due ricorsi al TAR Sardegna, notando che il calendario addestrativo continua a essere autorizzato in barba al V.Inc.A., e se ne chiede la sospensione (9).

Il procedimento è ancora in piedi, e la fase cautelare si è conclusa con una chiara posizione del giudice. Davanti alla necessità di pesare da una parte le esigenze della Difesa e dall’altra le esigenze della salute dei cittadini e la salvaguardia dell’ambiente, è stata valutata come di maggiore rilevanza la tutela delle ragioni della Difesa. Perciò il calendario non può essere sospeso. Questa è una valutazione dalle grosse ricadute politiche, che se confermata in fase probatoria sancirebbe definitivamente nelle aule del tribunale che lo Stato persegue i propri interessi bellici al costo della vita di migliaia di cittadini che abitano il suo territorio.
Crediamo che le modeste concessioni, come il V.Inc.A., non debbano essere scambiate per vittorie. Andrebbero invece viste come piccole pietre d’inciampo del virtuoso percorso di lotta ormai decennale portato avanti in primis da A Foras e dalle altre organizzazioni, verso la smobilitazione totale dell’apparato bellico borghese che mentre dichiara di voler difendere i propri cittadini, li uccide impunemente.


LA FUNZIONE DELLA GUERRA E IL RUOLO DELLE ISTITUZIONI

Per un cuore sensibile e umano, tutto ciò appare irrazionale e inspiegabile. Ma lo Stato non è folle, e non bombarda i suoi territori e chi li abita per diletto. Conosce bene i rischi che ciò comporta, e anche i benefici.

L’esercito non esiste per sparare, ma per tutelare e rispondere agli interessi di chi ordina di sparare. Il ministero della guerra oggi si definisce ministero della Difesa: ministero della difesa dell’imperialismo italiano. In questa fase storica l’imperialismo italiano ed europeo si riarma per superare la fase di estrema crisi del blocco occidentale e l’affermazione degli imperialismi storicamente subalterni, come quello cinese.

L’apparato bellico oggi ha cambiato la sua funzione primaria rispetto agli eserciti precapitalistici: essi non esistono per fare la guerra, ma per procurarla. La guerra imperialista risponde alla necessità di garantire nuovi mercati al proprio ciclo produttivo. D’altra parte l’imperialismo trova nei territori conquistati la possibilità di investimenti a basso costo, con la creazione e l’esportazione di interi comparti produttivi, grazie allo sfruttamento della classe lavoratrice del territorio conquistato. Quando questa esigenza si inasprisce, come nei momenti di crisi economica o di sovraproduzione, gli imperialismi entrano in conflitto e si rivela tragicamente che è la stessa esistenza della borghesia a dipendere dalla guerra. Per questo la lotta antimilitarista non può rinunciare all’anticapitalismo. Di riflesso si svelano i motivi dell’inefficacia storica del pacifismo riformista, con le pretese moralistiche di disarmo che avanza allo Stato borghese o alle suddivisioni territoriali regionali.
Ne sia testimonianza l’ultimo clamoroso evento di ‘beneficienza’ della Difesa. Nei giorni della gargantuesca esercitazione militare interforze Joint Stars, si svolge a Cagliari il ‘Joint Stars for Charity 2025’: screening pediatrici gratuiti sulla nave Trieste della Difesa con la collaborazione dell’Azienda Ospedialiera Brotzu di Cagliari, pasta party, concerti, spettacoli teatrali e gare podistiche rivolte principalmente alle bambine e ai bambini delle scuole. Un evento venduto come carità e beneficienza, ma che si configura come un intervento di ‘war-washing’ da manuale.

La Regione Autonoma della Sardegna e il Comune di Cagliari hanno benevolmente offerto il loro patrocinio. La Difesa ringrazia la «generosità» inoltre di Leonardo (colosso mondiale dell’industria militare), RWM (fabbrica di bombe della Rheinmetall), Terna Driving Energy (al centro della lotta contro la speculazione energetica in Sardegna), MBDA, Amazon, Barilla, UniCredit, Conad, Fondazione Grimaldi, Poste Italiane, Medea (10)(11). Tutto ciò mentre nella regione italiana con la percentuale più alta di abbandono scolastico (17,3%), e mentre la sanità sarda crolla a pezzi costringendo centinaia di migliaia di persone a pagare il pizzo al settore sanitario privato. Le istituzioni borghesi gettano la maschera, rivelando il loro servizio al capitale e alle sue guerre. L’alleanza è compiuta.


Per l’analisi della relazione tra l’impoverimento e la presenza militare in Sardegna, rimandiamo alla seconda parte di questo contributo.



Note

(1) A Foras, Trinacria, Core in Fronte, Isole in guerra. Occupazione militare e colonialismo in Sardegna, Sicilia e Corsica, Catartica Edizioni, Rende (CS), 2023, p. 12.
(2) Con il termine ‘servitù militari’ ci si riferisce alle aree che prevedono l’uso del territorio a fini militari e i vincoli alla popolazione civile derivanti da ciò: spazi terrestri, aerei, marittimi; divieti di pesca, pascolo, coltivazione; interdizioni varie.
(3) I dati sono stati ricavati dall’Indagine conoscitiva della Camera del 2014, dalla Regione Sardegna (RAS), una pubblicazione dell’Aeronatuica Militare del 1981, e Fernando Codonesu, Servitù militari modello di sviluppo e sovranità in Sardegna, CUEC, 2013. Cfr. A Foras, Isole in guerra, p. 19.
(4) Protagonista del recente accordo italo-tedesco per la guerra. Cfr. Emerigo C., Profitti di guerra e salari a picco, 21 ottobre 2024. Consultabile al link: https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=7777
(5) Simona Castoldi, Quirra e Teulada: «I poligoni sardi sono pieni di sostanze tossiche», 24/08/2016. Consultabile al link: https://www.ofcs.it/internazionale/difesa-e-sicurezza-nazionale/quirra-e-teulada-i-poligoni-sardi-sono-pieni-di-sostanze-tossiche/#gsc.tab=0
(6) I documenti sono consultabili al link:
https://portal.sardegnasira.it/-/recupero-dei-residuati-di-esercitazione-della-penisola-delta-del-poligono-permanente-di-capo-teulada-comune-teulada-proponente-comando-militare-eserci
(7) A Foras, Isole in guerra, pp. 32-33.
(8) Il Giornale dell’Ambiente, Sardegna, settanta anni di esercitazioni militari illegali: il ministero della Difesa avvia la Valutazione di Incidenza Ambientale, 31 gennaio 2025. Consultabile al link: https://ilgiornaledellambiente.it/sardegna-settanta-anni-di-esercitazioni-militari-illegali-il-ministero-della-difesa-avvia-la-valutazione-di-incidenza-ambientale/
(9) L’Unione Sarda, Esercitazioni militari, nuovo ricorso al Tar: «Illegittime senza valutazione d’impatto ambientale», 17 gennaio 2024. Consultabile al link:
https://www.unionesarda.it/news-sardegna/esercitazioni-militari-nuovo-ricorso-al-tar-illegittime-senza-valutazione-dimpatto-ambientale-ncy515ue
(10) Enrico Lobina, War-washing delle forze armate col patrocinio di Cagliari e della Sardegna: altro che lotta al riarmo!, in Il Fatto Quotidiano, 6 maggio 2025. Consultabile al link: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/06/war-washing-cagliari-sardegna-riarmo/7975035/
(11) Lisa Ferreli, Joint Stars in Sardegna: tra portaerei, screening pediatrici e sponsor delel armi, la beneficenza si fa armata, in Italichecambia, 8 maggio 2025. Consultabile al link: https://www.italiachecambia.org/2025/05/joint-stars-beneficenza-militari/


Bibliografia generale

Tiziano Bagarolo, Marxismo ed ecologia, Milano, 2006
Sergej Andreevic Podolinskij, Lavoro ed energia. L’atto di nascita dell’economia ecologica, PonSinMor, Gassino Torinese (TO), 2011.
A Foras, Trinacria, Core in Fronte, Isole in guerra. Occupazione militare e colonialismo in Sardegna, Sicilia e Corsica, Catartica Edizioni, Rende (CS), 2023.
Friedrich Engels. Una vita per la rivoluzione, Marxismo Rivoluzionario, primo trimestre 2021, n.17.
Friedrich Engels, Il lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia, in Dialettica della natura, Roma, Editori Riuniti, 1967.
Friedrich Engels, Dialettica della natura, Roma, Editori Riuniti, 1967.
Tiziano Bagarolo, Lenin sconosciuto. La rivoluzione sovietica e l’ecologia, in Marxismo Rivoluzionario, n. 17

Partito Comunista dei Lavoratori - Cagliari

Il militarismo e il capitalismo

 


16 Maggio 2025
Per una piattaforma di rivendicazioni anticapitaliste e antimilitariste

Rivolgiamo un appello all'antimilitarismo militante. La Sardegna si trova nella morsa del capitalismo: da una parte lo Stato distrugge le risorse dell’isola, dall’altro il capitalismo per mano del settore turistico le saccheggia e le sperpera. A partire dall’analisi della dinamica presente in Sardegna, tentiamo di offrire una prospettiva ampia per la lotta generale contro il militarismo da una prospettiva anticapitalista. Per la costruzione urgente di una piattaforma di lotta politica attorno a rivendicazioni di classe.


UNA PROSPETTIVA ENERGETICA. RILEGGERE SERGEJ PODOLINSKIJ

I danni prodotti dall’attività militare sono irreversibili e il già incalcolabile danno economico è solo un piccolo indice delle ricadute reali. Il comparto bellico rasforma le forze produttive in forze distruttive, portando all’estremo lo spreco di energie produttive, sociali e ambientali. Ogni sua azione, anche qualora volta a produrre, ha già l’intenzione di distruggere.

Che differenze intercorrono tra il comparto bellico e il settore turistico? Che relazioni hanno? Cosa producono, combinati, in una terra come la Sardegna? Il misconosciuto Sergej Podolinskij, considerato il padre dell’economia ecologica, ci offre uno strumento enorme per compiere una riflessione di questo tipo. La sua teoria si basa sull’assunto che la Terra riceve energia dal Sole, con contributi minori del calore geotermico interno al pianeta e delle forze lunari delle maree. È l'intervento umano che impedisce, grazie al lavoro suo e delle macchine (quello che Marx definisce forza-lavoro), la dispersione di questa energia nell'ambiente. Podolinskij sostiene che lo sviluppo della vita sulla Terra è strettamente legato all'utilizzo che l’uomo fa dell'energia solare, la principale fonte di energia. La relazione tra energia solare e lavoro influisce sul bilancio energetico di un settore produttivo, di un territorio e infine della Terra tutta. Su queste basi tentava, già nel XIX secolo, di armonizzare la teoria della produzione di Marx con i princìpi fisici della termodinamica.

Podolinskij ci suggerisce che tutte le contraddizioni in seno al capitalismo possono essere ricondotte al grado di accumulazione di energia solare entro il sistema produttivo. Cioè riporta l’analisi socio-economica al rapporto tra produzione e accumulazione/dissipazione di energia solare (12). L'uomo è l'unico essere vivente che, anziché disperdere l'energia solare trattenuta dalla Terra, è capace con il lavoro di conservarla e portarla a un grado più alto. Così dall’energia solare trattenuta dal terreno e dall’energia contenuta in un seme, egli è capace di produrre un’altra forma di energia disponibile per nutrirsi, contenuta nel frutto. Così recupera le energie che ha perso per coltivare e, rispetto all’energia prodotta nella coltivazione, può addirittura procurare un eccesso di energia utile.

Podolinskij calcola che un primitivo che non disponesse di armi e strumenti, col suo lavoro procurava a sé stesso pari energia che quella solare disponibile nella terra in cui raccoglieva e cacciava. Con il lavoro delle sue mani nude trasformava in calorie l’energia fornita dalla caccia e dalla raccolta, e ciò contribuiva alla dispersione energetica fisicamente inevitabile in qualsiasi processo di trasferimento di energia. D’altro canto la sua attività non dissipava energia, perché quella che gli serviva per vivere la traeva gratuitamente dai frutti della terra. Se ciò sembra un gran guadagno, c’è da valutare che la sua richiesta energetica si limitava pressapoco al suo nutrimento. Con lo sviluppo delle prime armi rudimentali per la caccia e la pesca, l’uomo iniziava ad aumentare il suo coefficiente energetico riuscendo a rendere più virtuoso il suo lavoro. Dopo la rivoluzione neolitica, il lavoro svolto con le pratiche di agricoltura rudimentale procurava all’umano un’energia di almeno 10 volte superiore all’energia solare accumulata dalla terra. L’umano del XIX secolo gode di un coefficiente energetico di molto superiore (13). Questo bilancio energetico positivo è possibile grazie allo sviluppo di nuove tecnologie di produzione, cioè di nuovi macchinari, che aumentano la capacità di accumulo di energia.

Con la nascita dei complessi macchinari nel’epoca della rivoluzione industriale, diventa evidente che ogni processo economico produce dispersione di energia. L’intervento del lavoro umano sul flusso di energia solare sulla terra lega la teoria della produzione alla teoria energetica. Il grado di dissipazione di energia dipende dal sistema economico che determina i modi dell’attività produttiva. Il modo di produzione capitalistico, non controllando le sue capacità energetiche, disperde una quantità di energia enorme. Così rende vano ogni progresso tecnologico, che non può apportare miglioramenti duraturi e significativi alle condizioni materiali umane.

Allora è utile riprendere da Podolinskij anche il concetto di pluslavoro. Si parla di pluslavoro quando un operaio o una macchina usa più lavoro di quanto è necessario per soddisfare i suoi bisogni (14). Il pluslavoro è la somma dell’energia usata dall’operaio e dalla macchina a fini produttivi: perciò grazie alla macchina l’operaio è sempre in saldo positivo di energia. Di più: le tecnologie contemporanee garantiscono all’operaio energia utile a soddisfare ben più dei propri bisogni essenziali. Ciò implica che il pluslavoro e quindi l'eccesso di energia per i bisogni dell’operaio si ha o aumentando la produttività degli operai o ammodernando ancora i macchinari. Con lo sviluppo tecnologico l'ammodernamento dei macchinari permette di ottenere infine un surplus energetico enorme, rispetto all’energia solare di partenza. Il capitalismo, però, necessita di sempre più pluslavoro per produrre sempre più merci, e per questo è un sistema insostenibile dal punto di vista fisico ancor prima che da quello sociale. È un sistema che dissipa sempre più energia all’aumentare del pluslavoro.

Perciò il capitalismo rende essenzialmente le forze produttive delle forze distruttive, ciò che pone la base di tutti i problemi ecologici, sociali, economici contemporanei. Nei periodi di crisi si osserva che il capitalismo ha necessità di distruggere le proprie merci per regolare i prezzi del mercato, oppure necessita di distruggere le forze produttive degli altri Paesi per accapparrarsi i loro mercati e far defluire le merci in eccesso verso di essi. È chiaro che il costo energetico richiesto da questo processo è enorme.

Per questo la borghesia rassomiglia a un mago che non sa governare i propri enormi poteri. Essa dispiega forze produttive in maniera irrazionale, e porta alle estreme conseguenze il processo di dissipazione dell’energia.


IL VALORE SENZA VALORE: IL SETTORE TURISTICO

I dati di variazione demografica della Sardegna rivelano che nel 2024 la popolazione è diminuita di 9.114 abitanti, e dal 2016 al 2024 ha perso quasi 100.000 abitanti. Mentre la popolazione invecchia, calano drasticamente le nascite e aumenta l’emigrazione (15). Tra i flussi migratori interni all’isola si registra lo spopolamento delle aree interne a favore delle aree costiere turistificate. Questo dato è in controtendenza nei comuni delle aree costiere che il movimento antimilitarista A foras definisce ‘monoculture militari’ come Villaputzu, Arbus e la stessa Teulada: tra il 1961 e il 2016 quest’ultima ha perso il 57,6% della popolazione residente, mentre i comuni costieri limitrofi hanno aumentato la popolazione residente del 29,7% (16). Inoltre, il reddito pro-capite di Teulada è il più basso dell’area.

I dati demografici sembrano giocare a favore del settore turistico. Ma proprio questo settore ha un carattere ambiguo. Sembra che produca valore dal nulla, ma in realtà estrae e rimuove in maniera aggressiva risorse non rinnovabili. È un settore di tipo estrattivo, poiché produce le stesse dinamiche delle industrie come quella mineraria: salari da fame, condizioni di vita terribili per i lavoratori, inquinamento e impoverimento del territorio (17). È un settore che, nel processo estrattivo, cancella la capacità produttiva e riproduttiva del territorio. I lavoratori locali e gli artigiani sono costretti a confrontarsi con esso, modificando i loro stili di vita per non essere soffocati. Devono allora decidere se capitolare o andar via; al loro posto subentrano gli abitanti occasionali e improduttivi, i turisti. È ciò che sta alla base del processo di gentrificazione. La base dell’economia del territorio diventa il consumo coatto e superfluo delle risorse, e non la produzione di risorse. A questo punto il bilancio energetico dipende solo dalle forze estrattive e parassitarie di cui dispone il settore turistico. La forza-lavoro viene impiegata nell’ambito dei servizi al turista, fondato non sulla produzione ma sulla prestazione. Il valore economico reale che il settore turistico produce è irrisorio, tra i più bassi rispetto a tutti i settori e ben sotto la media del valore prodotto nell’intero settore dei servizi nella penisola (producono meno valore economico solo l’istruzione, che è però un servizio necessario alla vita individuale e collettiva, e vari servizi minori aggregati) (18).

L’economia turistica è inoltre un’economia che garantisce un sicuro capitale di rendita. Il capitale economico procurato nel settore turistico cerca e crea il valore economico dove valore economico non c’è. Infatti non è il lavoro dell’uomo o della macchina a produrre ricavi e profitti: le spiagge, i paesaggi, il Sole sulla pelle, i boschi sono già disponibili in principio. Ciò che fa la sedicente imprenditoria è appropriarsene, agire sull’area per costruire i ‘servizi’, renderne progressivamente esclusivo l’accesso e guadagnare dal consumo energetico laddove non è socialmente necessario, a parità di risorse naturali disponibili. I beni culturali e naturali permettono a chi ha la possibilità di investire nel settore (soprattutto sugli immobili) di creare una vera e propria rendita, espropriando le terre alle comunità per i benefici privati. Di fatto i lavoratori del settore percepiscono un salario che è fino al 20% sotto la media (19), cioè senza contare l’enorme quantità di lavoratori in nero sfruttati e sottopagati.

I terreni coltivabili si riducono, e con loro gli umani interessati a dedicarcisi. L’ambiente viene devastato dall’inquinamento e dalle cementificazioni del settore edilizio: la terra si impoverisce perché perde persino la possibilità di rinnovare l’energia solare estratta. Il valore prodotto è un mero valore di scambio in estrema contraddizione con il grado di accumulazione energetica del settore.

Il territorio perde sapore e saperi, ma guadagna in attrattività per gli estrattori turistici: un territorio devastato è un territorio ancora turistificabile, più intensamente, e ora a basso costo.

Questo è ciò che corrisponde all’organizzazione sociale capitalistica, dove contano solo i risultati economici immediati. Cosa importava agli spagnoli a Cuba di bruciare i boschi per concimare le profittevoli piante di caffè, trasformando la terra fertile in «nuda roccia»? (20)


SERVITÙ MILITARE E SETTORE TURISTICO IN SARDEGNA: DISTRUZIONE E APPROPRIAZIONE

Il settore turistico produce un bilancio estremamente negativo, da un punto di vista energetico. L’energia solare di partenza è dissipata in grandi quantità, e il valore economico prodotto non risponde al reale contributo energetico del settore all’ambiente e alla società.

Il militarismo è la fase suprema di questo processo di dissipazione energetica proprio del capitalismo. Se il turismo è un economia di tipo estrattivo, quella messa in moto dal settore bellico è di tipo direttamente distruttivo. La produzione di armamenti e il mantenimento degli apparati bellici, e cioè il mantenimento delle forze distruttive, assorbe oggi circa 2,7 trilioni di dollari in tutto il mondo e circa 33 miliardi di euro all’anno in Italia, l’1,4% della spesa totale globale e l’1,5% del PIL del Paese (21). Tiziano Bagarolo osservava nel 1989 che «le risorse reali immobilizzate o distrutte nella creazione degli apparati bellici sono ancora più rilevanti di quel che non dica la stima monetaria del loro ammontare», e se «la ricerca a fini bellici distoglie da altri scopi tra il 30% e il 50% del personale e delle risorse finanziarie investite nella ricerca» (22), va rilevato che proprio in una prospettiva energetica il bilancio finale del dirottamento delle risorse dalla ricerca civile alla ricerca bellica, vista la natura distruttiva di quest’ultima e la natura estremamente virtuosa della prima, rende la ricerca bellica un assurdo.

Ma in Sardegna la massiccia presenza militare non porta nuove forze intellettuali, perché gli investimenti per la produzione intellettuale in ambito scientifico sono destinati principalmente alle grosse università della penisola.

Il militarismo produce spopolamento, perciò alla perdita di forza-lavoro. Tutte le forze produttive del comparto bellico distruggono forze produttive, forze riproduttive e risorse ambientali dei territori nelle quali agiscono. Le basi militari assoggettano le poche forze produttive rimaste nel territorio all’industria bellica, mentre di fatto rendono sempre più improduttivo il territorio I lavoratori dell’industria bellica sono impiegati per produrre tecnologie e strumenti di morte, cioè per lo stesso oggetto che annienta la loro esistenza. I territori immediatamente adiacenti alle basi militari convivono con l’economia della miseria. La salute della fauna, della flora è irrimediabilmente compromessa. Il bilancio energetico estremamente negativo condiziona in maniera crescente l’intero sistema, anche in divenire.

Mentre il turismo dissipa l’energia solare con tutte le sue conseguenze sociali e ambientali, il militarismo le annienta all’ennesima potenza. Lo spopolamento produce la disgregazione dei tessuti sociali, e le condizioni per la vita comunitaria cessano di esistere. La terra perde di valore anche agli occhi degli abitanti stessi e diventa più suscettibile alle speculazioni distruttive del mercato. La terra a basso valore economico è a maggior ragione appetibile per gli avvoltoi. Lo Stato ha allora la strada spianata per mobilitare sempre più forze distruttive in chiave imperialista (esercitazioni militari), e la miope economia borghese può gioire dei suoi guadagni facili (con il turismo, ma anche con la speculazione edilizia ed energetica).

La dissipazione di risorse della turistificazione è accompagnata dalla distruzione di risorse del militarismo.


PER LA LIBERAZIONE DALLA SERVITÙ MILITARE ATTORNO A UNA PIATTAFORMA DI RIVENDICAZIONI ANTICAPITALISTE

Podolinskij stesso rilevava che gli attributi del comparto bellico, considerando le forze permanenti, le flotte militari, gli arsenali e così via, costituissero insieme un’industria di dissipazione di energia (23).

Da una prospettiva energetica, appare ancora più chiaro che la lotta antimilitarista non può ridursi alla mera lotta contro le basi militari. Quella contro il militarismo è una lotta ampia che riguarda l’impoverimento che il sistema di produzione capitalistico porta con sé. Più in generale riguarda l’impoverimento del proletariato a beneficio della borghesia e del suo Stato. La macchina bellica non è immorale solo perché produce guerra: è immorale perché distrugge le risorse collettive. In questo è il prodotto naturale del capitalismo.

La Sardegna è schiacciata tra la dissipazione turistica e la distruzione militaristica: per l’isola è finita? No. Questo è ciò che ci si prospetterebbe se la nostra fosse una posizione fatalista: ma il ‘vada come deve andare’ non è nel nostro orizzonte. Al pessimismo che suggeriscono le condizioni a cui la Sardegna sembra condannata, noi opponiamo l’ottimismo di un programma anticapitalista, comunista e rivoluzionario. Nella mobilitazione sarda possiamo intravedere la possibilità del riscatto dell’intero movimento comunista mondiale, per la liberazione dei popoli dagli imperialismi e della classe proletaria dalla borghesia e dallo Stato che la rappresenta.

Perché proprio il comunismo? Perché è l’unico sistema capace di collettivizzare sistematicamente le risorse energetiche e di gestirle virtuosamente e in maniera democratica restituendo alle masse oppresse e quindi al proletariato il ruolo di attore storico principale, nei nostri tempi. Quella comunista è l’unica prospettiva utile a risolvere la questione ambientale nella questione sociale, e viceversa. E quindi combattendo il militarismo, si combatte al contempo per l’ambiente e per la giustizia sociale. E dalla lotta contro il militarismo deriva naturalmente la lotta contro il capitalismo in generale.

Oggi tutto questo è ancora più attuale, nel momento in cui lo stato di guerra è dichiarato ancora più platealmente contro il proletariato italiano e i movimenti progressisti, con il decreto legge ‘sicurezza’.

I problemi ambientali possono costituire il momento centrale della critica al modo di produzione capitalistico e allo Stato borghese, ed è irrinunciabile mobilitare oggi le forze per organizzare la sfera sociale e produttiva della società del futuro attorno alla questione ambientale (24).

Proponiamo di rilanciare la lotta antimilitarista attorno a una piattaforma dai contenuti più esplicitamente politici. Crediamo che la lotta non debba svolgersi preminentemente sul piano legale e civile, ma debba invece portare rivendicazioni chiare entro un programma politico ampio ma deciso. Oggi la mobilitazione sarda contro il militarismo rappresenta la mobilitazione più avanzata in Italia, ma deve compiere un salto di qualità perché si approfondisca e si estenda.

Per questo proponiamo alcuni punti e rivendicazioni per la creazione una piattaforma attorno alla quale chiamare e riunire le forze comuniste e progressiste che lottano contro il militarismo ai tempi del riarmo, e per avviare un dialogo trasparente nel variegato mondo delle organizzazioni comuniste nei territori al fine di unificare la forza e costruire una base di massa con al centro i lavoratori, nella lotta antimilitarista:

- rivendicare il rimborso delle spese sostenute e l’indennizzo per gli oneri processuali sostenuti dagli attivisti antimilitaristi incriminati in Sardegna e in tutta Italia;

- rivendicare la superiorità delle ragioni ambientali e sociali rispetto alle ragioni della Difesa nei giudizi legali che riguardano l’inquinamento ambientale derivato dalle attività militari;

- rivendicare l’espropriazione e la riconversione della produzione delle fabbriche di bombe (come la RWM di Domusnovas) e, in generale, dell’intera filiera produttiva del settore bellico, sotto il controllo diretto dei lavoratori;

- rivendicare la dismissione delle basi militari, il ritiro delle truppe, l’analisi dello stato di inquinamento, l’accertamento delle responsabilità dei danni, e la bonifica delle aree interessate;

- riconoscere l’esigenza che all’utilizzo delle risorse espropriate e recuperato dal comparto bellico, debba fare seguito la pianificazione di un programma di risanamento economico e sociale virtuoso per il territorio (sanità, istruzione, ricerca, trasporti, pianificazione energetica, lavoro) che abbia come base la socializzazione delle risorse naturali, sociali ed economiche presenti e future e la loro tutela dalle esigenze private, contro il saccheggio delle risorse da parte della borghesia di tutte le nazionalità;

- riconoscere il colonialismo e le sue configurazioni particolari come un prodotto diretto del modo di produzione capitalistico;

- riconoscere che lo Stato nazionale – garante ultimo dei profitti della borghesia – è un ostacolo insormontabile all’adozione di iniziative sovranazionali imprescindibili per la soluzione di problemi di carattere sovranazionale o mondiale (desertificazione, piogge acide, inquinamento dell’aria e delle acque, …);

- riconoscere che il ‘complesso militare-industriale’ è parte integrante e strutturale del capitalismo per l’economia e per la dominazione imperialista;

- riconoscere che il ‘complesso militare-industriale’ è parte integrante e strutturale dello Stato borghese per la dominazione economica e militare delle sue periferie;

- avviare iniziative per l’attivazione, il coinvolgimento e l’organizzazione nella lotta antimilitarista dei lavoratori dei settori strategici per l’industria bellica (logistici e produttivi), e dei settori al servizio delle realtà militari presenti nei territori;

- avviare iniziative per la sensibilizzazione, l’attivazione, il coinvolgimento e l’organizzazione degli studenti medi e universitari per la lotta contro la ricerca a fini bellici, e per la creazione di contromisure sistemiche contro il pericolo del dual-use nelle ricerche scientifiche.


Per una lotta generale che unifichi le lotte antimilitariste e anticolonialiste alle rivendicazioni generali della classe lavoratrice, per una prospettiva ecologica di sostenibilità e democrazia.

Per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unica alternativa veramente ecologica e democratica ai crimini borghesi.



Note

(12) Sulla differenza tra dispersione e dissipazione. Ogni trasferimento di energia in un sistema comporta la perdita di energia totale del sistema, cioè la dissipazione di energia. Questo è ciò che Clausius definì ‘entropia’. L’entropia è la quantità di energia nell’Universo che ha raggiunto lo stadio in cui non è più capace di trasformarsi ancora. Perciò la dispersione di energia, secondo il secondo principo della termodinamica, è inevitabile laddove c’è lavoro, compresa ogni attività umana. La dissipazione di energia è invece data dall’inefficienza dei sistemi di trasferimento di energia. Più un sistema è inefficiente nel trasferimento di energia, più dispersione produce. Perciò la dissipazione è l’aumento della dispersione di energia a causa di azioni umane che hanno come effetto lo spreco di quantità eccedenti di energia. Questa distinzione ci permette di fare un’analisi critica dei sistemi produttivi da un punto di vista energetico, a partire dall’energia fornita dal Sole alla terra. Si veda Sergej Andreevic Podolinskij, Lavoro ed energia. L’atto di nascita dell’economia ecologica, PonSinMor, Gassino Torinese (TO), 2011, p. 206.
(13) Podolinskij, Lavoro ed energia, p. 268.
(14) In termini fisici il lavoro è l'energia prodotta da una forza per portare un oggetto da uno stato A a uno stato B.
(15) La Nuova Sardegna, Sardegna, crollo demografico nel 2024: scomparso un paese grande come Macomer, 31 marzo 2025. Consultabile al link: https://www.lanuovasardegna.it/regione/2025/03/31/news/istat-in-sardegna-continua-il-drastico-calo-demografico-ecco-i-dati-1.100685077
(16) A Foras, Isole in guerra, pp. 27-28.
(17) Ferdinando Pezzopane, Tiare Gatti Mora, L’industria turistica è nociva come quella fossile, in Jacobin Italia, 7 agosto 2024. Consultabile al link: https://jacobinitalia.it/lindustria-turistica-e-nociva-come-quella-fossile/
(18) Lorenzo Borga, Bene il turismo, ma non è il nostro petrolio, in Il Foglio, 29 luglio 2019. Consultabile al link: https://www.ilfoglio.it/sound-check/2019/07/29/news/bene-il-turismo-ma-non-e-il-nostro-petrolio-267414/
(19) Lorenzo Borga, Bene il turismo, ne Il Foglio, 29 luglio 2019.
(20) Friedrich Engels, Il lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia, in Dialettica della natura, Roma, Editori Riuniti, 1967, pp. 183-195.
(21) Giorgio Pirani, La spesa militare italiana arriva a 33 miliardi di euro all’anno, in QuiFinanza, 28 aprile 2025. Consultabile al link: https://quifinanza.it/economia/spesa-militare-italia-33-miliardi/904566/
(22) Tiziano Bagarolo, Marxismo ed ecologia, Milano, 2006, p. 65.
(23) Podolinskij, Lavoro ed energia, p. 206.
(24) «Solo un’organizzazione cosciente della produzione sociale nella quale si produce e si ripartisce secondo un piano, può sollevare gli uomini al di sopra del restante mondo animale sotto l’aspetto sociale di tanto, quanto la produzione in generale lo ha fatto per l’uomo come specie. L’evoluzione storica rende ogni giorno più indispensabile una tale organizzazione. Essa segnerà la data iniziale di una nuova epoca storica nella quale l’umanità stessa, e con essa tutti i rami della sua attività, in particolare la scienza della natura, prenderanno uno slancio tale da lasciare in una fonda ombra tutto ciò che c’è stato prima». Friedrich Engels, Dialettica della natura, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 51.


Bibliografia generale

Tiziano Bagarolo, Marxismo ed ecologia, Milano, 2006
Sergej Andreevic Podolinskij, Lavoro ed energia. L’atto di nascita dell’economia ecologica, PonSinMor, Gassino Torinese (TO), 2011.
A Foras, Trinacria, Core in Fronte, Isole in guerra. Occupazione militare e colonialismo in Sardegna, Sicilia e Corsica, Catartica Edizioni, Rende (CS), 2023.
Friedrich Engels. Una vita per la rivoluzione, Marxismo Rivoluzionario, primo trimestre 2021, n.17.
Friedrich Engels, Il lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia, in Dialettica della natura, Roma, Editori Riuniti, 1967.
Friedrich Engels, Dialettica della natura, Roma, Editori Riuniti, 1967.
Tiziano Bagarolo, Lenin sconosciuto. La rivoluzione sovietica e l’ecologia, in Marxismo Rivoluzionario, n. 17

Partito Comunista dei Lavoratori - Cagliari

A 80 anni dalla morte di Pietro Tresso - il documentario realizzato da@ compagn@ di Reggio Calabria

 












In ricordo del trotskista Pietro Tresso (1893-1943), ucciso come moltissimi altri compagni marxisti-rivoluzionari per mano dell'apparato stalinista. Documentario realizzato dal PCL - Reggio Calabria Il nostro BLOG: https://pclreggiocalabria.blogspot.com/ Sito nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori: ww.pclavoratori.it


Ti aspettiamo al Revolutionary Camp

 


Aiuta con un tuo contributo la scuola nazionale di formazione del PCL

4 Settembre 2023

Continua con successo la campagna di autofinanziamento e organizzazione. Contattaci subito per conoscerci, partecipare alla scuola e costruire insieme il partito rivoluzionario

Mancano pochi giorni al Revolutionary Camp, la scuola nazionale di formazione del PCL.

La scuola, come tutte le nostre attività nazionali e locali, sarà sostenuta principalmente dallo sforzo collettivo dei militanti del Partito Comunista dei Lavoratori. Ma vogliamo che possa essere sostenuta anche da tutti coloro che vorranno incontrarci e partecipare alla scuola, o anche solo contribuire.

Abbiamo quindi deciso di lanciare questa campagna pubblica di sostegno per un motivo molto semplice: l'investimento nella formazione marxista rivoluzionaria è in definitiva l'investimento nella costruzione del partito rivoluzionario leninista e nel progetto generale di rivoluzione, su scala nazionale e mondiale.

Aiutaci, e aiutaci a diffondere questa campagna, che è una campagna di organizzazione e costruzione.
In questa pagina potrai contribuire facilmente, con una donazione di qualsiasi importo.

Contattaci, partecipa alla scuola. Insomma, costruisci insieme a noi il Partito Comunista dei Lavoratori!

Per sapere come partecipare al Revolutionary Camp, o per qualsiasi altra informazione, scrivi alle nostre pagine social oppure invia una mail a info@pclavoratori.it

Partito Comunista dei Lavoratori

È uscito il nuovo numero di Unità di Classe

 


Scrivi a info@pclavoratori.it o in chat alla nostra pagina Facebook ufficiale per sapere come acquistarlo

16 Maggio 2023

Aiutaci a propagandare le idee del marxismo. Diffondi e sostieni Unità di Classe con un contributo libero. Puoi fare una sottoscrizione con PayPal, in modo rapido e sicuro, inviando il pagamento a: info@pclavoratori.it, oppure seguendo le istruzioni a questo link

In questo numero:


Per un'opposizione di classe e di massa. Per un partito indipendente della classe lavoratrice. Editoriale

Francia. Una grande lotta, il ruolo delle burocrazie, il tema della prospettiva - Marco Ferrando

Sindacato. Unirsi oggi per opporsi meglio domani

I movimenti ambientalisti tra criminalizzazione del dissenso e tentativi di radicalizzazione - Tecla Fumai, Antonio Casagrande

A ottant’anni dall’insurrezione del ghetto di Varsavia

Cinema. «Moretti non si fa coi se»; e chi l’ha detto? - Salvo Lo Galbo

Ciao Bianca. Comunque vada sarà una vittoria

 


...i'm not going to carry banners of defeat and wear shackles of resignation...




La compagna Bianca Cerri ci ha lasciato. Le è stato fatale questo stramaledetto Covid, che mesi fa ce l'ha portata via senza senza che potessimo rivederla un'ultima volta, senza che potessimo perfino accorgercene. D'altra parte non amava le luci della ribalta, Bianca, lei che faceva di tutto perché le luci si indirizzassero altrove, dove era sempre e solo buio pesto, dove in pochi potevano o volevano guardare.

Abbiamo incrociato Bianca a Roma tanti anni fa, alla ricerca di un interprete per un compagno greco. Lei, che conosceva sette lingue, accettò divertendosi, senza nemmeno chiederci chi fossimo. Da allora è stata sempre, generosamente, al nostro fianco, come è stata al fianco di altri e di chiunque le chiedesse un aiuto, chiunque le proponesse di fare qualcosa insieme, fosse pure nello spazio di un pomeriggio.

"Continuo a collaborare come posso e resto incrollabilmente fedele agli ideali del comunismo, che sono stati la portante della mia vita", ci tenne a precisare subito, fin da quella prima occasione. Bianca è rimasta fedele agli ideali del comunismo combattendo la bestia del capitalismo laddove questa mostrava il massimo della sua brutalità all'interno del massimo della sua espressione più idolatra e demente: le carceri del più grande paese imperialista del mondo, gli Stati Uniti. Alle carceri USA, alle leggi penali ed elettorali, e in generale alla storia recente di quel paese, Bianca aveva dedicato la sua attività professionale di giornalista e scrittrice. Sull'universo concentrazionario a stelle e strisce aveva scritto un libro nel suo stile, documentato e "in presa diretta", America letale. Epistolario dal braccio della morte.

Un'attività professionale che non sarebbe potuta essere ciò che è stata se non avesse poggiato sullo spirito profondamente e interamente militante di Bianca, militante nel senso pieno ed etimologico della parola. Tant'è che aveva iniziato ad occuparsi di carceri leggendo su un giornale italiano un appello di detenuti dell'altra parte dell'Atlantico, e questo le è bastato perché iniziasse un lavoro decennale non di distaccato giornalismo davanti a uno schermo ma di viaggi infiniti in giro per le prigioni americane, di acquisizione diretta dei dati e dei meccanismi, e soprattutto di colloquio e scambio con i carcerati, che conosceva personalmente a decine. Un lavoro di ricerca e scavo condotti in prima persona, nel cuore del cuore della bestia. Un lavoro da militante, appunto. Che l'aveva portata a contatto con larga parte dei dannati di quella terra: con detenuti cosiddetti comuni, con condannati alla pena capitale, con prigionieri politici delle Pantere Nere e di altre organizzazioni, con la repressione politica nei confronti dei detenuti che avevano sviluppato una coscienza politica e si erano avvicinati al marxismo.

"Non resistere è acconsentire alla tua stessa oppressione" (Mumia Abu-Jamal). E Bianca ha resistito, eccome se ha resistito. Come ha potuto e come ha saputo, nelle sue condizioni di salute "abbastanza precarie", come le definiva lei stessa abbozzando e senza mai perdersi d'animo; le sue condizioni che la piegavano ma non la spezzavano, e che non hanno spezzato mai, fino alla fine, il suo sorriso, il suo sguardo dolcissimo, la sua voglia infinita di discutere, di fare, di progettare.

Sei anni fa, in questo periodo dell'anno, Bianca commentò i primi risultati della contesa elettorale che incoronò Trump esclamando, a ragione: "Comunque vada sarà una sconfitta". Noi oggi ti salutiamo, compagna Bianca, ringraziandoti per quello che ci hai dato e che ci hai insegnato, e non perdendo la certezza che alla fine di questa lotta, tua e nostra, comunque vada sarà una vittoria. E allora ci sarà tempo per un'altra chiacchierata, un altro caffè, un'altra sigaretta.

Partito Comunista dei Lavoratori - sezione di Roma

In difesa del marxismo

 


Risposta alle polemiche contro il PCL sulla guerra in Ucraina

La posizione del PCL sulla guerra in Ucraina, ed in particolare l'articolo di Marco Ferrando Lenin e l'Ucraina. La questione nazionale e la guerra, sono stati oggetto di vivace polemica, o da parte di ambienti politici che, a ragione, si sono sentiti chiamati in causa, o di alcuni rispettabili “teorici” trotskisti dalla vocazione solitaria. Per parte nostra naturalmente nulla quaestio. Anzi, abbiamo sempre considerato il confronto politico e teorico tra rivoluzionari come una leva essenziale nella formazione politica dell'avanguardia e dei nostri stessi quadri. L'importante, come sempre, è impostare il confronto su basi di chiarezza e col livello di approfondimento imposto dai temi trattati.

Da questo punto di vista, siamo in presenza di due testi polemici di livello francamente molto diverso.

Il contributo del compagno Pasquale Cordua sulle pagine di Pungolo Rosso (1) è sicuramente apprezzabile per la generosità dello sforzo, ma contiene un impasto confuso di molti ingredienti impropri: artifici retorici al posto dell'analisi, deformazioni caricaturali delle altrui posizioni, e persino ridicole sciocchezze (come «sicuro voto a favore» del decreto Ucraina del governo Draghi da parte di un ipotetico parlamentare Ferrando).
Il testo del compagno Valerio Torre (2) ha invece una levatura obiettivamente diversa, cerca di affrontare con serietà la questione della guerra dal punto di vista della tradizione del marxismo rivoluzionario. Il suo grave limite sta in un'analisi profondamente sbagliata della natura della guerra in atto, e dunque nell'uso infelice e distorto delle citazioni. Tutte esatte e tutte sbagliate, perché estrapolate dal loro contesto e dunque private del loro vero significato. Paradossalmente, proprio l'errore che mi viene attribuito.

Entriamo allora nel merito.


LA NATURA DELLA CRITICA...

Entrambi i testi fondano la propria argomentazione sulla caratterizzazione della guerra in Ucraina come guerra interimperialista.

Per Cordua «Le dichiarazioni dei massimi rappresentanti dei paesi NATO... avrebbero dovuto far capire a chiunque che si tratta di una guerra USA-NATO contro Russia (non trascurando una strizzatina d’orecchio alla Cina) condotta militarmente sul territorio dell’Ucraina, usando cinicamente la popolazione ucraina in una guerra per procura. [...] non esiste più da tempo una “questione ucraina” aperta, di costituzione di una nazione indipendente, rispetto alla quale l’imperialismo russo sarebbe intervenuto... Inoltre tutto lo svolgimento degli avvenimenti... tutti gli aspetti anche militari, mostrano che l’obiettivo di Mosca non è quello di assoggettare l’Ucraina... ma di conseguire con la guerra obiettivi politici... di contenimento del fronte imperialistico avverso capeggiato da Usa-Nato, il cui espansionismo è innegabile. Forse è per questo che M.F. omette di parlare dei prodomi della vicenda bellica: paura di essere accusato di filoputinismo, di censure e gogne mediatiche, [!?!] o cos’altro?».
In Ferrando vi sarebbe dunque niente di meno che «una vera e propria assoluzione della politica bellicista ed espansionista della Nato e degli Usa che hanno imbottito di armi, di bande fasciste anti-russe e di governanti fantoccio tutte le ex repubbliche sovietiche».

Per Torre, analogamente, «Come si fa... a non vedere che la guerra offensiva del blocco Usa/Nato/Ue contro la Russia è già iniziata con l’Ucraina che assolve al ruolo di fanteria d’assalto? [...] All’ordine del giorno c’è proprio la guerra interimperialista che viene combattuta, come abbiamo già detto “per interposta nazione”».
Anche per Torre il vizio del PCL sarebbe quello di non inquadrare la guerra in Ucraina nel contesto storico globale della lotta tra campi imperialisti, finendo «per affidare proprio al blocco imperialista Usa/Nato/Ue la “salvezza” dell’Ucraina».

Seguono e precedono diverse citazioni di Lenin e di Trotsky mirate a spiegare che:
1) la natura della guerra non dipende da chi aggredisce e chi è aggredito ma dalla natura dei paesi in conflitto
2) le guerre nazionali e quelle interimperialiste hanno natura storica diversa (progressiste le prime, reazionarie le seconde)
3) la nozione di una guerra “non puramente imperialista” è di Kautsky e fu criticata da Lenin.

Di conseguenza «delle due l’una: o il PCL riafferma il carattere interimperialista di questa guerra, e allora deve praticare il disfattismo rivoluzionario gettando alle ortiche la rivendicazione del diritto alla resistenza e la difesa dello Stato nazionale ucraino così malamente richiamate; oppure conferma che si tratta di guerra di liberazione e di indipendenza nazionale da parte dell’Ucraina, ma deve cambiare la caratterizzazione generale della guerra».


...E IL SUO PRESUPPOSTO FALSO

Il punto clamorosamente debole di tutta questa costruzione polemica sta paradossalmente proprio nelle fondamenta su cui si appoggia: la rappresentazione della guerra in atto in Ucraina come guerra interimperialista già dispiegata. Cioè, se le parole hanno un senso, come l'inizio della terza guerra mondiale. Tutto il castello delle citazioni storiche si fonda su questo presupposto, o crolla con esso. Tutte le citazioni di Lenin sono del 1914-1915, hanno cioè come sfondo la prima guerra imperialista. Le citazioni di Trotsky hanno come sfondo la seconda guerra imperialista. Sia Lenin che Trotsky, giustamente, condannavano le posizioni che nel quadro di una guerra imperialista già dispiegata cercavano rifugio nella lotta delle singole nazionalità (i diritti nazionali della Serbia) o nella “lotta per la democrazia” (gli imperialismi democratici) occultando così la natura interimperialista della guerra stessa, e dunque la conclusione disfattista.

Condividiamo sino all'ultima virgola gli argomenti di Lenin e di Trotsky, e dunque le citazioni riportate, sia nel merito che nel metodo. Ma non sono le citazioni di Lenin o di Trotsky a spiegare la natura della guerra oggi in atto in Ucraina. Semmai è la natura della guerra in atto in Ucraina a dirci se quelle citazioni sono appropriate o abusive. E le cose non si mettono bene per i nostri critici.


IL CONTESTO MONDIALE DELLA GUERRA

Vediamo di intenderci. Come abbiamo già diffusamente spiegato, il PCL non mette affatto in discussione l'elemento interimperialista della guerra in Ucraina. Al contrario. Quando diciamo “Né con Putin né con la NATO” affermiamo esattamente questo. Ciò che naturalmente per noi non significa una posizione di equidistanza pacifista o di neutralità ma al contrario di contrapposizione attiva all'uno e all'altro imperialismo.

Questo scontro interimperialista non nasce oggi, ed è di portata mondiale. Ha preso forma dopo il crollo dell'URSS, con la politica espansionista e militarista dell'imperialismo USA, e il conseguente grande allargamento della NATO (anche in funzione dell'egemonia americana sugli imperialismi europei) nel corso degli anni '90 e nei primi anni 2000. Si è acutizzato enormemente con la grande crisi capitalistica mondiale del 2008, con la disfatta dell'imperialismo USA in Iraq e Afghanistan, e (soprattutto) con l'emersione in Oriente del nuovo imperialismo cinese.

La stessa genesi e rilancio dell'imperialismo russo è figlio di questo contesto internazionale. E non è affatto, come dice Cordua, un imperialismo solamente “difensivo”, mirato a contenere l'espansione NATO. È un imperialismo che rispolvera la propria politica di potenza in centro Asia, Siria, Libia, Caucaso, Mali, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, e persino in settori dell'America Latina, scambiando per lo più protezioni militari con concessioni minerarie e acquisti a debito di materie prime. Altro che pura politica di contenimento della NATO. È una politica che mira a capitalizzare a proprio vantaggio sia la crisi dell'egemonia USA su scala mondiale sia la polarizzazione planetaria dello scontro fra USA e Cina per la dominazione imperialistica del pianeta. Senza la disfatta dell'imperialismo USA in Afghanistan e la sua distrazione sul Pacifico contro la Cina, dubito che la Russia si sarebbe avventurata in una guerra d'invasione nel cuore dell'Europa. Senza la sponda economica e politica della Cina, come potrebbe reggere il peso delle sanzioni americane ed europee?

La guerra in Ucraina è dunque figlia di tutti questi elementi. Sia di quelli che tutti sappiamo e vediamo (incluso Cordua): la grande espansione della NATO nel precedente trentennio dopo il crollo dell'Unione Sovietica; sia di quelli che molti non vedono (tra cui Cordua): la volontà dell'imperialismo russo di riconquistare posizioni perdute, rilanciare la propria politica di potenza, modificare i rapporti di forza interimperialistici nella stessa Europa. L'accusa di non cogliere l'elemento interimperialistico di natura mondiale nella vicenda Ucraina non solo dunque è infondata, ma capovolge esattamente la realtà. Proprio il PCL, a differenza di altri, ha colto, in tutta la loro portata e su ogni versante, il quadro delle contraddizioni mondiali da cui nasce la guerra in atto. Non solo dal versante degli imperialismi NATO ma anche da quello dell'imperialismo russo.


UNA GUERRA MONDIALE?

Tuttavia il fatto che la guerra in Ucraina sia la risultante di contraddizioni interimperialiste su scala mondiale significa perciò stesso che si tratta di una guerra mondiale imperialista, cioè dell'inizio della terza guerra mondiale? Sia Cordua che Torre rispondono affermativamente, ed anzi fondano su questo giudizio tutta la propria polemica. Purtroppo per loro, questo giudizio è totalmente sballato.
Dopo aver rivendicato l'«analisi reale della situazione reale» (Cordua), si mostrano entrambi incapaci di analizzare la realtà. E non certo su un elemento di dettaglio. Dire che la guerra in Ucraina è una guerra per procura (Cordua) o per interposta nazione (Torre), che la popolazione ucraina è la «fanteria d'assalto» degli imperialismi, che l'Ucraina è solo il teatro della guerra interimperialista, può significare solo tre cose, o alternative o complementari (scelgano a piacere Cordua e Torre): o che gli imperialismi NATO hanno scelto di aprire la guerra mondiale contro la Russia (e la Cina) mandando avanti l'Ucraina; o che l'imperialismo russo ha scelto di aprire la guerra mondiale contro la NATO (presumibilmente col sostegno cinese) inaugurandola con l'invasione dell'Ucraina; o ancora entrambe le volontà in reciproca collisione.

Non contesto, sia chiaro, la legittimità di queste interpretazioni, quanto piuttosto la loro serietà. Certo, si può sempre giocare con la demagogia, sostituendo l'analisi marxista con lo slancio della retorica, o con la povertà dei sillogismi. Tipo: “se l'imperialismo NATO arma l'Ucraina (e sicuramente la arma da anni); se l'Ucraina è in guerra con la Russia (e indubbiamente lo è), non è allora evidente che lo scontro fra NATO e Russia è già una realtà e che la terza guerra mondiale è cominciata?”. Tutta l'argomentazione dei nostri critici si riduce in fondo a questa logica formale aristotelica. La dialettica marxista ne è disgraziatamente la prima vittima.

La vecchia dialettica di Marx ci spiega che è la quantità a trasformarsi in qualità, e che cogliere la distinzione, cioè la linea del trapasso, è centrale per capire il mondo reale e la complessità dei processi. Certo, gli imperialismi NATO sostengono militarmente l'Ucraina, addestrano le sue truppe, le offrono basi d'appoggio, per tutelare i propri interessi imperialisti. Ma al tempo stesso, con pubblico disappunto di Zelensky, rifiutano di concedere la no fly zone, non concedono missili a lunga gittata, non concedono aerei da combattimento, respingono la proposta polacca di una missione di pace in Ucraina... Sono fatti incontestabili quanto gli aiuti militari. Cosa significano politicamente? Significano, come chiunque può intendere, che la NATO oggi sceglie di non entrare direttamente in guerra contro la Russia e di ridurre il rischio di tale eventualità. Lo stesso vale sul lato opposto. La Russia ha invaso l'Ucraina, non la Polonia, la Lituania, l'Estonia, la Lettonia, paesi dell'Alleanza Atlantica. Significa che la Russia oggi vuole evitare la trascrescenza verso un conflitto frontale e globale. E le enormi difficoltà militari incontrate in Ucraina non le suggeriscono certo l'espansione della guerra.

Come abbiamo ripetutamente affermato, riconoscere questa evidenza non significa affatto minimizzare la possibilità di una guerra mondiale futura. E neppure negare la possibilità che l'attuale guerra in Ucraina possa trasformarsi nella miccia del grande incendio. Non lo riteniamo probabile, ma è assolutamente possibile. E naturalmente in ogni caso tutta la nostra campagna contro la guerra si fonda sulla denuncia del militarismo imperialista – innanzitutto del nostro imperialismo – e dei suoi possibili effetti catastrofici per lo stesso futuro del genere umano. Non a caso la nostra parola d'ordine centrale in tutte le manifestazioni pubbliche è il vecchio motto di Karl Liebknecht: “Se vuoi la pace prepara la rivoluzione”. Ieri come oggi, contro ogni illusione pacifista, e ogni abbellimento della democrazia imperialista, della sua diplomazia, dei suoi inganni.

Ma non c'è niente da fare. Per Cordua tutto questo è «ignavia attendista» (!?), è «disarmare in anticipo» i propri militanti (!?). Poiché «la possibilità futura va fermata oggi, o quanto meno va denunciata oggi... con queste premesse c’è da essere sicuri che al primo “incidente”, al primo missile su Mosca o su Varsavia Ferrando esclamerà un sonoro “ohibo’, è arrivato lo scenario drammatico!”» (sic).

È il caso di dire: quanta confusione, caro compagno, in così poche parole.
La guerra mondiale è una realtà presente o una possibilità futura? Non si capisce. Se è una possibilità futura, come noi crediamo, Cordua dovrebbe sentirsi appagato dalla nostra denuncia permanente di questo rischio, niente affatto attendista, e tanto meno ignava. Rappresentarla invece come realtà presente – e tutto il testo di Cordua si fonda su questo assunto – significa non solo negare l'evidenza, ma paradossalmente minare alla radice proprio la campagna contro la guerra imperialista. Se siamo già in guerra, se la catastrofe mondiale si è già prodotta, non c'è nessun futuro terribile da cui guardarsi che sia diverso dal nostro presente. Questo sì è disarmo preventivo della campagna contro la guerra. Per di più fondato su un'idiozia. Quando un missile cadrà su Mosca o su Varsavia, Cordua dirà: “E che sarà mai, in guerra ci siamo da un pezzo!”.


LA NATURA SPECIFICA DELLA GUERRA RUSSA ALL'UCRAINA

L'intero quadro delle contraddizioni interimperialistiche precipita oggi nella guerra dell'imperialismo russo contro la nazione ucraina. Questo è oggi incontestabilmente l'epicentro e l'attuale confine della guerra. Le sue potenzialità sono una guerra mondiale. La sua realtà in atto è lo scontro fra la Russia e l'Ucraina. Cogliere la distinzione tra i due livelli è tanto importante quanto individuare il loro nesso dialettico. Torre ci chiede di scegliere tra la caratterizzazione di una guerra imperialista internazionale o una guerra di indipendenza nazionale. Rispondo: si tratta dal versante ucraino di una guerra di indipendenza nazionale contro l'invasione dell'imperialismo russo, una guerra d'invasione consentita dalle contraddizioni interimperialistiche internazionali e con queste inevitabilmente intrecciata. Forse la risposta non soddisfa Torre, in compenso coglie la realtà.

Torre argomenta che tutti gli esempi storici da noi portati di guerre nazionali (Iraq 1991 e 2003, Serbia 1999, Argentina 1982, Turchia 1921, Cina 1937) riguarderebbero guerre isolate, dove l'«aggressione costituiva da sé sola l’unico e centrale elemento caratterizzante del conflitto o dell’invasione.», a differenza della guerra in Ucraina. Non è esattamente così. Le campagne imperialiste in Iraq, Serbia, Afghanistan, lungi dall'essere isolate dal quadro mondiale, descrivevano la linea di espansione dell'imperialismo USA dopo il crollo dell'URSS, a scapito dell'area di influenza russa. La guerra britannica contro la Turchia di Kemal Atatürk rientrava nella lotta di spartizione interimperialistica del Medio Oriente e dei Balcani, dopo il crollo ottomano (Kemal fu infatti armato oltre che dall'URSS dall'imperialismo italiano e francese). La guerra del Kuomintang cinese contro il Giappone si incrociò con la contesa mondiale tra i vecchi imperialismi coloniali, gli Stati Uniti e il Giappone circa l'egemonia in Asia, e infatti poté disporre del sostegno attivo di Churchill che addirittura propose (invano) a Mussolini ed a Hitler un fronte comune antigiapponese a sostegno della Cina.

Ma è vero che si trattò di guerre che, ciò nonostante, avevano la propria specificità: guerre tra una o più potenze imperialiste contro una nazione dipendente, non guerre interimperialistiche. La guerra dell'imperialismo russo all'Ucraina ha un carattere analogo. I suoi intrecci col quadro interimperialistico mondiale sono indubbiamente più stretti e diretti che in diverse guerre passate, entro un quadro internazionale in cui l'URSS non esiste più da trent'anni e dove sulle sue rovine sono emersi nuove potenze imperialiste. Ma resta oggi, al di là dei suoi intrecci, una guerra specifica tra una grande potenza imperialista e un paese dipendente, combattuta non casualmente sul territorio di quest'ultimo. È vero che nella caratterizzazione di una guerra si guarda alla natura dei soggetti in campo, non all'aggressore o all'aggredito, ma è indubbio che nel caso in questione la guerra d'invasione dell'aggressore è anche la carta d'identità del suo imperialismo e della sua politica di potenza.


IL NEGAZIONISMO DELL'IMPERIALISMO RUSSO

Cordua nega questa realtà. E insiste: «Ciò che rende per me inaccettabile nel metodo e nel merito l’analisi di M.F. è l’incomprensione della natura e delle caratteristiche del conflitto in atto, che non è tra l’imperialismo russo e la nazione ucraina sottomessa (forse si pensa ancora alle borghesie nazionali invocate da Stalin?)». Del resto «non esiste più da tempo una “questione ucraina” aperta, di costituzione di una nazione indipendente, rispetto alla quale l’imperialismo russo sarebbe intervenuto».
Ora, a prescindere da ciò che Cordua ritiene inaccettabile o meno (come si suol dire, ce ne faremo una ragione), c'è da restare davvero allibiti. Il 21 febbraio Vladimir Putin ha accusato frontalmente a reti unificate Lenin e i bolscevichi di aver inventato la nazione ucraina, concedendole il diritto di autodeterminazione: da qui la rivendicazione dell'Ucraina come terra russa, e la guerra di invasione per assoggettarla. Quale altro fatto può misurare la drammatica esistenza della questione ucraina in modo più diretto ed efficace della pubblica dichiarazione del Bonaparte di Mosca?

Siamo in presenza di un caso clamoroso di negazionismo. Non solo della storia dell'Ucraina ma della sua realtà. Presi dalla giusta denuncia dell'imperialismo di casa nostra, si nega (Cordua) o si sottovaluta (Torre) l'imperialismo russo e le questioni nazionali che esso sottende.
Naturalmente la denuncia dell'imperialismo di casa nostra è sempre il compito principale: Lenin attaccò ferocemente i socialisti tedeschi che denunciavano solamente l'imperialismo russo, e i socialisti francesi e britannici che denunciavano solo l'imperialismo tedesco. Il loro antimperialismo era solo la maschera ipocrita del proprio sciovinismo nazionalistico. E tuttavia Lenin attaccò anche quei socialisti russi – il Bund, ad esempio – che, all'opposto, erano avversari dello zarismo russo ma ignoravano l'imperialismo tedesco o ne abbellivano i caratteri. Parlò ripetutamente di «germanofilia» proprio per denunciare questo fenomeno. Del resto tutta la polemica allora centrale contro i vertici della socialdemocrazia tedesca era contro la loro subordinazione all'imperialismo tedesco, avversario dell'imperialismo russo.

La verità è che Lenin guardava sempre ai compiti della rivoluzione russa dall'angolo di visuale della rivoluzione internazionale e dell'interesse internazionale del movimento operaio. È una lezione che parla anche a noi. La strisciante putinofilia, diversamente graduata, che oggi è presente in alcuni ambienti della sinistra può essere anche, come nel caso dei nostri critici, una reazione riflessa dell'odio sacrosanto contro il proprio imperialismo (mentre in altri casi convive con forme di sovranismo sciovinista), ma resta una postura profondamente sbagliata, e quella sì inaccettabile, per usare il tono di Cordua. Tanto più a fronte della guerra in Ucraina.

In fondo è una forma di dipendenza capovolta dalla propria borghesia. Se il nostro imperialismo attacca Putin, per i propri interessi imperialisti, allora “forse Putin non è così male”, forse “le sue responsabilità non sono così grandi”, forse “i suoi obiettivi sono limitati”, forse “non poteva fare altrimenti”, e così via discorrendo. Nei fatti, un abbellimento dell'imperialismo in guerra, e la rinuncia a difendere la nazione che questo aggredisce.


LA NOSTRA DIFESA DELL'UCRAINA

La difesa dell'Ucraina dalla guerra d'invasione dell'imperialismo russo è un compito del movimento operaio internazionale; discende dalla natura della guerra oggi in atto. Questo compito non è affatto in contraddizione con la denuncia di tutti gli interessi imperialistici che si affacciano e si intrecciano nello scenario di guerra, ma rifiuta di rimuovere l'elemento centrale dello scontro militare oggi in atto, la sua valenza nazionale, il suo retroterra storico. L'argomento di Torre secondo cui la nostra difesa dell'Ucraina affidare proprio al blocco imperialista USA/NATO/UE la salvezza dell’Ucraina è un totale nonsenso. Vi sono alcune correnti del movimento trotskista internazionale che con le loro posizioni finiscono col dare argomenti a questo genere di accuse. Mi riferisco al sostegno alle sanzioni, all'appello ai governi imperialisti per l'invio delle armi, alla richiesta di rottura delle relazioni diplomatiche con la Russia oggi avanzata ad esempio dalla LIT-CI e dalla UIT-CI. Non condividiamo queste posizioni e le critichiamo pubblicamente. Vengono, non a caso, da organizzazioni e tendenze che presentarono come rivoluzione il movimento reazionario di piazza Maidan del 2014. Non apparteniamo a questa scuola.

Non sosteniamo nessuna delle misure del nostro imperialismo contro la Russia. Non partecipiamo a nessun segmento della sua guerra contro un imperialismo rivale, sia essa una guerra economica o diplomatica. A maggior ragione siamo contro ogni misura di riarmo del nostro imperialismo, e contro ogni economia di guerra. Denunciamo tutte queste politiche come parte di una guerra che non ci appartiene, perché è la guerra dei nostri nemici di classe. Per dirla con Lenin, di una banda di rapinatori contro un'altra banda di rapinatori. Il fine immediato di questa guerra è preservare il proprio controllo imperialista sull'Ucraina e impedire che essa ritorni sotto il controllo dell'imperialismo rivale. Il suo obiettivo strategico è ampliare il proprio bottino nella spartizione delle zone d'influenza e degli equilibri mondiali contro il blocco imperialista russo-cinese. I suoi metodi, oltretutto, come nel caso delle sanzioni, pesano sui lavoratori russi (e italiani) ben più che sui capitalisti russi. E per di più offrono argomenti allo sciovinismo grande-russo di Putin, lo stesso peraltro con cui le borghesie d'Occidente e i loro ambienti politici più reazionari hanno intrattenuto a più riprese rapporti d'affari e complicità di varia natura.

Difendiamo l'Ucraina dall'angolo di visuale esattamente opposto: quello del movimento operaio, dei suoi interessi immediati, della sua prospettiva di emancipazione. È la stessa ragione per cui difendiamo e abbiamo difeso ogni nazione dipendente in guerra contro una potenza imperialista che l'attacca e l'invade. Tutti gli esempi storici che abbiamo portato e che Torre contesta rientrano perfettamente in questo quadro. Tutti. In ognuno di questi casi abbiamo difeso il diritto di resistenza delle nazioni dipendenti contro le potenze imperialiste, indipendentemente dalla natura dei loro governi e/o delle loro direzioni politiche. È la politica di Lenin.


A PROPOSITO DELL'ESEMPIO STORICO DELLA SERBIA 1914

Il parallelo con la situazione della Serbia del 1914, lungi dall'essere l'argomento forte di Torre, ne rivela la debolezza disarmante. Certo, se la guerra in atto fosse l'equivalente della guerra mondiale del 1914-'18, la guerra russo-ucraina sarebbe semplicemente un suo risvolto minore, il suo elemento nazionale sarebbe riassorbito nella guerra mondiale, la difesa dell'Ucraina non avrebbe alcun senso, come non lo aveva in quel contesto la difesa della Serbia. Il disfattismo bilaterale su tutti i fronti sarebbe la conclusione obbligata della politica rivoluzionaria. Ma è il presupposto analitico che è completamente falso. Proprio riferendosi alla Serbia Lenin parlava della «centesima parte dei partecipanti alla guerra odierna». Potremmo dire oggi la stessa cosa dell'Ucraina in rapporto alla guerra in atto? Ancora Lenin: «Il fattore nazionale della guerra serbo-austriaca non ha e non può avere alcuna seria importanza nella guerra europea. Se vincerà la Germania, essa si annetterà il Belgio, ancora una parte della Polonia e, forse anche, parte della Francia, ecc. Se vincerà la Russia, essa si annetterà la Galizia, un’altra parte della Polonia, l’Armenia, ecc. Se la guerra sarà “pari e patta”, sussisterà la vecchia oppressione nazionale».
In questo quadro, e solo in questo quadro, la guerra tra Serbia ed Austria non comportava la difesa della Serbia. Viceversa, «Se questa guerra fosse isolata... tutti i socialisti avrebbero l’obbligo di desiderare il successo della borghesia serba.». È questo il caso in relazione alla guerra russo-ucraina.

Quando Kautsky evocava la guerra serbo-austriaca per spiegare che la guerra europea non era “puramente imperialista”, e dunque per giustificare il proprio opportunismo verso la grande guerra imperialista, Lenin giustamente sferzava l'ipocrisia di Kautsky. Si parva licet, Torre evoca la Grande guerra del 1914-'18 per giustificare la mancata difesa dell'Ucraina dall'invasione dell'imperialismo russo nel febbraio 2022. Le citazioni sono importanti, ma è anche importante saperle fare.

Nella guerra russo-ucraina il PCL applica lo stesso metodo rigoroso dei marxisti rivoluzionari conseguenti in tutta la loro storia. La difesa della nazione oppressa nella guerra con un paese imperialista è una costante della tradizione marxista. Lo stesso Torre non può negarlo, e non lo nega. L'unica eccezione al riguardo è in presenza di una guerra interimperialista mondiale o continentale, condizione oggi assente, checché ne dicano Torre e Cordua.

La difesa della nazione oppressa contro il paese imperialista è incondizionata. Prescinde cioè dalla natura del governo e/o della direzione politica della nazione oppressa. Il Saddam Hussein del 1991 e 2003, il regime di Milosevic nel 1999, la direzione talebana nell'Afghanistan del 2001, non erano meglio dell'attuale regime di Zelensky. Eppure la difesa dell'Iraq, della Serbia, dell'Afghanistan dalle guerre d'occupazione degli imperialismi NATO fu un dovere dei rivoluzionari. Perché non dovrebbe valere lo stesso criterio di fondo nella difesa dell'Ucraina dalla guerra d'invasione dell'imperialismo russo? Cordua cita a ragione di scandalo la presenza, indiscutibile, di organizzazioni fasciste nella resistenza ucraina. Ma se è per quello, perché tacere di un'analoga presenza nel corpo organizzato dello sciovinismo grande-russo, con un peso specifico assai maggiore e al servizio di un apparato militare assai più potente perché imperialista? La vera linea di distinzione in questa guerra non è tra democrazia e progresso, né tra fascismo e antifascismo. È tra una potenza imperialista e una nazione dipendente. È la distinzione di fondo che segna la collocazione dei rivoluzionari.


L'AUTONOMIA DAL NAZIONALISMO REAZIONARIO UCRAINO

Difesa incondizionata della nazione oppressa non significa mai difesa subalterna. Questo punto è della massima importanza. Difendere l'Ucraina dall'invasione dell'imperialismo russo non deve comportare un solo grammo di fiducia politica a Zelensky, o anche solo di attenuazione dell'opposizione classista nei suoi confronti. I marxisti non sono mai nazionalisti, neanche all'interno delle nazioni oppresse. Tanto meno lo possono essere nei confronti di un nazionalismo di tipo reazionario come quello che oggi governa l'Ucraina.

La difesa militare non è la difesa politica. Non abbiamo mai sostenuto politicamente i Saddam, i Milosevic, i Mohammed Omar, e neppure, nella memoria storica, i Chiang Kai-shek, i Kemal Atatürk o i Hailé Selassié. Nella difesa di una nazione oppressa i marxisti tutelano sempre l'indipendenza della classe operaia, cioè l'autonomia del proprio progetto rivoluzionario. Questo sì è un principio incondizionato. La stessa difesa della nazione oppressa dalla guerra imperialista contro di essa è in funzione dell'egemonia alternativa nel movimento nazionale di liberazione. Un deputato comunista nella Rada ucraina sarebbe all'opposizione del governo Zelensky, non voterebbe la fiducia e neppure i crediti di guerra. Perché con ciò non voterebbe semplicemente il sostegno alla guerra ma anche la direzione politica nazionalista reazionaria della guerra stessa.

Sparare nella stessa direzione non significa compromettersi nella linea politica di un'altra classe. Persino nella guerra civile spagnola Trotsky sosteneva che i rivoluzionari non dovevano votare i crediti di guerra del governo di fronte popolare di Negrin. Perché sparare contro i militari di Franco era un dovere, sostenere politicamente la gestione staliniana della guerra no. Fu la divergenza centrale con la linea del POUM. Se era vero persino sullo sfondo di una rivoluzione proletaria, a maggior ragione è vero nel quadro di una guerra nazionale.

Un'organizzazione rivoluzionaria in Ucraina, nelle condizioni attuali, prenderebbe parte alla resistenza popolare, lavorerebbe a conquistarsi un posto di combattimento nella guerra, rivendicherebbe un programma di misure anticapitaliste a sostegno della resistenza stessa in aperta contrapposizione a Zelensky: l'esproprio degli oligarchi e delle loro ricchezze per finanziare la resistenza, la cancellazione del debito estero verso gli imperialismi occidentali e il FMI, la requisizione delle grandi proprietà immobiliari per le esigenze dei rifugiati. Un programma di resistenza nazionale declinato dal versante della classe lavoratrice.

Sicuramente lavorerebbe contro il nazionalismo ucraino, contro la negazione dei diritti delle popolazioni russofone, per il loro diritto di autodeterminazione e dunque di separazione. Che è la condizione decisiva per ricomporre l'unità tra i salariati ucraini dell'est e dell'ovest, e al tempo stesso un ponte verso i lavoratori russi. Naturalmente l'incidenza di questa politica dipenderebbe dalla maggiore o minore consistenza della presenza rivoluzionaria, ma è certo che in ogni caso questa linea d'intervento, apertamente opposta a quella di Zelensky e degli imperialismi NATO, è inseparabile dalla scelta del fronte della resistenza contro le forze imperialiste di occupazione. Ogni diserzione politica dal fronte della resistenza contro l'imperialismo russo sarebbe il più grande regalo al nazionalismo borghese e reazionario di Zelensky. Oltre che naturalmente, in primo luogo, all'imperialismo russo.


LA QUESTIONE DELLE ARMI

La posizione da assumere sulla questione delle armi all'Ucraina è la risultante di questo posizionamento politico e strategico rivoluzionario. Deve tenere insieme la difesa dell'Ucraina contro l'imperialismo russo e l'indipendenza politica di classe contro il governo Zelensky e gli imperialismi NATO che lo sostengono.
Se difendiamo la resistenza ucraina dalla guerra d'invasione dell'imperialismo russo non possiamo rimuovere la questione delle armi. Lo possono fare i pacifisti piccolo-borghesi, non lo possono fare i rivoluzionari. Tutte le elucubrazioni della galassia ideologica nonviolenta possono, forse, guadagnare il plauso di Papa Francesco, ma non possono rispondere alla necessità concreta di difendere case, scuole, fabbriche, dai bombardamenti e dalla violenza degli occupanti. L'idea secondo cui concretamente l'invio di armi difensive moltiplica i morti tra la popolazione civile è l'esatto capovolgimento della verità e della logica. Gli strumenti di difesa contro carri armati e aerei a bassa quota sono quelli che hanno contrastato e ridotto i bombardamenti e impedito l'ingresso dei carri armati nelle stragrande maggioranza delle città. Senza di essi, sofferenze e morti tra la popolazione civile sarebbero stati ben superiori, e non minori. Nei fatti, al di là di ogni intenzione, il rifiuto ideologico delle armi e dunque della resistenza armata all'occupante è di fatto una proposta di resa, a tutto beneficio dell'imperialismo russo.

Al tempo stesso i rivoluzionari non possono sostenere l'invio di armi da parte dei governi imperialisti occidentali, per la stessa ragione per cui non potrebbero votare i crediti di guerra (neppure in Ucraina): l'invio di armi da parte dei governi imperialisti è un'espressione della loro politica di controllo sull'Ucraina, di una sua subordinazione al carro dei propri interessi. Il loro obiettivo è sostenere la resistenza quel tanto che basta per negoziare con l'imperialismo russo. I diritti di autodeterminazione dell'Ucraina e delle sue minoranze russofone sono solo la variabile dipendente degli interessi degli imperialisti stessi e della loro partita negoziale. Merce di scambio e nulla più, nelle migliori tradizioni dell'imperialismo.
I marxisti rivoluzionari non solo non possono sostenere ma debbono apertamente denunciare le finalità politiche del sostegno NATO all'Ucraina, il sostegno della corda all'impiccato.

Sulla questione delle armi c'è allora un solo modo di tenere insieme la difesa dell'Ucraina dall'imperialismo russo e l'indipendenza politica dal proprio imperialismo. Non sostenere l'invio delle armi, denunciando la sua finalità politica, e al tempo stesso rivendicare il diritto dell'Ucraina a usarle, indipendentemente dalla loro provenienza, non boicottando questo diritto. È questa una contraddizione? Si, lo è. Ma non è una contraddizione della nostra posizione, è una contraddizione della situazione oggettiva. Oggettivamente oggi non esiste né un'organizzazione internazionale del movimento operaio che possa provvedere autonomamente all'invio degli strumenti di difesa necessari, né un'organizzazione e movimento di classe in Ucraina che possa essere il destinatario di questo invio. È la realtà. Se questi presupposti esistessero, sarebbe non solo possibile ma necessario provvedere alla resistenza ucraina attraverso questi canali. Purtroppo non vi sono. In queste condizioni, se i rivoluzionari si opponessero attivamente all'invio di armi all'Ucraina (fermo restando in ogni caso e sempre la denuncia politica delle finalità imperialiste dell'invio), negherebbero di fatto all'Ucraina il diritto alla resistenza contro l'occupante. Non sarebbe una buona politica. Non è il metodo dei rivoluzionari.


IL METODO DI TROTSKY

Anche in questo caso, con buona pace di Torre, esistono esempi storici preziosi, legati all'esperienza del movimento rivoluzionario e alla sue riflessioni. Basta saperle capire.

Abbiamo citato la risposta di Trotsky ad alcuni critici ultrasinistri circa la politica proletaria in tempo di guerra. Vediamo meglio di cosa si tratta. Le Tesi del segretariato della Quarta Internazionale sulla guerra affermavano che un partito rivoluzionario, pur restando in ogni paese imperialista all'opposizione irriducibile del proprio governo, avrebbe dovuto articolare la propria politica pratica in ciascun paese in base alla situazione interna e ai raggruppamenti internazionali, distinguendo uno Stato operaio da uno Stato borghese, un paese coloniale da un paese imperialista. I critici ultrasinistri videro in questa formulazione l'abbandono del principio della politica disfattista. Trotsky rispose a questa obiezione scolastica con un argomento esemplificativo:

«Poniamo che in una colonia francese, l'Algeria, sorga domani un'insurrezione sotto la bandiera dell'indipendenza nazionale e che il governo italiano, spinto dai propri interessi imperialisti, si disponga a fornire armi ai ribelli. Quale dovrebbe essere l'atteggiamento degli operai italiani? Faccio volutamente l'esempio di una sollevazione contro un imperialismo democratico e di un intervento a favore dei ribelli da parte di un imperialismo fascista. Gli operai italiani dovrebbero opporsi a inviare dei battelli di carichi d'armi per gli algerini? Che qualche ultrasinistro osi rispondere affermativamente a tale domanda! Ogni rivoluzionario, a fianco degli operai italiani e dei ribelli algerini, respingerebbe con indignazione una tale risposta. Persino se si sviluppasse nell'Italia fascista uno sciopero generale dei portuali, in quel caso gli scioperanti dovrebbero fare un'eccezione a favore dei lavoratori marittimi che vanno a portare un aiuto agli schiavi della colonia in rivolta. In caso contrario sarebbero dei pietosi sindacalisti, non dei rivoluzionari proletari. [...] Forse questo significherebbe che gli operai italiani addolciscono nel caso in questione la propria lotta contro il regime fascista? Neppure per sogno. Il fascismo porta il proprio “aiuto" agli algerini al solo scopo di indebolire il proprio nemico, la Francia, e appropriarsi delle sue colonie. Gli operai rivoluzionari italiani non lo dimenticano per un solo istante. Essi si appellano agli algerini perché non diano la minima fiducia al loro perfido “alleato” e nello stesso tempo proseguono la propria lotta contro il fascismo, “il principale nemico all'interno del loro proprio paese”. È solamente così che essi possono guadagnare la fiducia dei ribelli, aiutare la ribellione stessa, e rinforzare le loro proprie posizioni rivoluzionarie”» (3).

È un esempio di scuola della politica rivoluzionaria. Mostra che l'intransigenza dei principi non è in contraddizione con la duttilità della pratica, ma la richiede. E che viceversa ogni declinazione dei principi in forma astratta entra in contraddizione con la politica rivoluzionaria.

Il compagno Torre contesta l'uso della citazione nel nome delle differenze tra l'Algeria del 1938 e l'Ucraina del 2022. Afferma che l'Ucraina non è una colonia, ma «il classico vaso di coccio tra due vasi di ferro – entrambi riprovevoli – e la sua popolazione vuole stringersi nell’abbraccio mortale con uno dei due vasi cercando di sfuggire all’abbraccio altrettanto mortale con l’altro; è il topo che è conteso da due serpenti affamati, il quale crede di sfuggire alle fauci dell’uno gettandosi con tutto il cuore in quelle dell’altro». Segue l'immancabile riferimento al battaglione Azov.

Purtroppo il compagno Torre indica il dito perché non vede la luna. Il punto centrale dell'argomentazione di Trotsky, e di tutto l'articolo in questione, e dei molti altri esempi che porta, non riguarda affatto la natura dell'Algeria, ma il metodo politico dei rivoluzionari. Cioè la necessità di padroneggiare le contraddizioni avversarie per i propri fini. Ovviamente l'Ucraina non è l'Algeria. Ma se è per quello, neppure l'Italia di oggi è il regime di Mussolini. Non è questo il punto. Il punto è se in una guerra che contrappone un paese dipendente a un paese imperialista, i rivoluzionari del campo imperialista debbono sostenere o no la resistenza del paese dipendente anche usando per i propri scopi le contraddizioni internazionali dell'imperialismo. La risposta di Trotsky è sì. Assolutamente sì. Ciò non significa affatto abdicare alla politica rivoluzionaria, ma realizzarla. Non opporsi all'invio di armi all'Ucraina non significa né rinunciare a denunciare politicamente le finalità politiche del nostro imperialismo (e dunque dello stesso “aiuto” militare) né sostenere politicamente il governo reazionario di Zelensky. Significa, parafasando Trotsky, cercare di guadagnare la fiducia dei resistenti, aiutare la resistenza, rafforzare le proprie posizioni rivoluzionarie.

Sì, la nazione ucraina è come un «topo che è conteso da due serpenti», per usare la rappresentazione di Torre. Ma con lo spiacevole dettaglio che uno dei due serpenti ha preso a mordere il topo con tutte le proprie forze per ucciderlo e poi divorarlo, e l'altro lo tiene in vita per sottrarlo al primo e continuare ad opprimerlo meglio. Questa differenza, che a Torre sfugge, non sfugge a chi oggi è sotto le bombe di una guerra d'invasione. Torre rifiuta di aiutare “il topo” contro i bombardamenti rimproverandogli di non aver capito la natura di chi l'aiuta. Noi diciamo al “topo” di usare ogni aiuto per salvare la pelle – perché è suo diritto – spiegandogli al tempo stesso i fini imperialisti di chi l'aiuta (l'altro serpente), e continuando l'opposizione irriducibile al suo “aiutante”, cioè all'imperialismo di casa nostra. Non abbiamo dubbi su quale oggi sarebbe, nel caso concreto, la posizione di Trotsky.


GLI ESEMPI STORICI E LA LORO SCUOLA.
LENINISMO E SCOLASTICA DOTTRINARIA


È infatti il metodo che Trotsky ha usato sempre, indipendentemente dalla natura politica dei governi dei paesi dipendenti.

Nel 1936 di fronte alla guerra d'invasione dell'imperialismo italiano in Etiopia, Trotsky disse: «Naturalmente noi siamo per la disfatta dell'Italia e la vittoria dell'Etiopia, e di conseguenza, noi dobbiamo fare tutto il possibile per ostacolare con tutti i mezzi disponibili il sostegno all'Italia da parte di altre potenze imperialiste, e, al tempo stesso, facilitare l'invio di armamenti all'Etiopia nel modo migliore». Per la precisione, l'invio di armi all'Etiopia fu fatto non solo dall'imperialismo britannico ma anche dalla Germania nazista (tre aereoplani, 10000 fucili Mauser, 10 milioni di munizioni), in risposta alla freddezza di Mussolini di fronte all'invasione tedesca dell'Austria. Quanto all'imperatore Salassié, non era esattamente un faro del progresso. Ma una sconfitta dell'imperialismo italiano in Etiopia, anche in virtù delle contraddizioni imperialiste, avrebbe potuto favorire la rivoluzione in Europa ben più di quanto la vittoria del Negus avrebbe potuto ostacolarla.

Nella guerra d'invasione dell'imperialismo giapponese contro la Cina del Kuomintang, guidata da Chiang Kai-shek (1937), Trotsky usò lo stesso metodo. Sostenne apertamente la resistenza cinese (armata anche dall'imperialismo britannico) polemizzando con lo scolasticismo retorico di chi gli contestava il sostegno a Chiang Kai-shek:

«Chiang Kai-shek? Noi non dobbiamo farci alcuna illusione su Chiang Kai-shek, sul suo partito e sull'insieme della classe dirigente della Cina, non più di quanto Marx ed Engels si fecero illusioni sulle classi dirigenti di Irlanda e di Polonia. Chiang Kai-shek è il massacratore degli operai e dei contadini cinesi. Ma oggi è costretto suo malgrado a combattere il Giappone affinché la Cina conservi la sua indipendenza. Domani potrà tradire di nuovo È possibile. È probabile. È persino inevitabile. Ma oggi si batte. Solo... degli imbecilli completi possono rifiutarsi di prendere parte a questa lotta... Partecipare alla lotta militare sotto il comando di Chiang Kai-shek, sino a quando sfortunatamente egli dirige la guerra di indipendenza, per preparare politicamente il rovesciamento di Chiang Kai-shek... questa è la sola politica rivoluzionaria».

Eppure Chiang Kai-shek era colui che aveva soffocato nel sangue la rivoluzione proletaria in Cina nel 1927 (grazie alla politica staliniana) con decine di migliaia di comunisti trucidati. La lotta per l'indipendenza del proletariato dalla borghesia nazionale del Kuomintang fu la genesi stessa del trotskismo in Cina. Ma la lotta politica irriducibile contro il Kuomintang e il suo capo non poteva esprimersi nelle stesse forme a fronte della guerra d'invasione dell'imperialismo giapponese. Solo prendendo parte alla lotta contro il Giappone, militarmente al fianco del Kuomintang, si poteva preparare politicamente l'alternativa proletaria al Kuomintang borghese.

«Se “la guerra è la continuità della politica ma con altri mezzi”, come affermava il teorico militare tedesco Von Clausewitz, allora vuol dire che la politica proletaria in tempo di guerra dev'essere la continuità della politica proletaria in tempo di pace» afferma Trotsky. E nella politica proletaria in tempo di pace possono prodursi i casi più svariati. Ad esempio:

«Un'attitudine intransigente verso il militarismo borghese non significa affatto che il proletariato entra in lotta in tutti i casi contro il proprio esercito nazionale... Se domani i fascisti francesi cercano di attivare un colpo di Stato e il governo Daladier si trova costretto a usare l'esercito contro i fascisti, gli operai rivoluzionari, mantenendo sempre un'indipendenza politica completa, lotterebbero contro i fascisti al fianco delle truppe. Anzi, in alcuni casi, potrebbero essere costretti non solamente a tollerarle ma persino a sostenere attivamente delle misure pratiche del governo borghese».

Facciamo un esempio per così dire “sindacale”. Supponiamo che in una fabbrica, dalla composizione proletaria arretrata (sindacalmente e politicamente), il padrone licenzi i propri dipendenti; che in questa fabbrica la direzione sindacale della lotta contro i licenziamenti sia il sindacato giallo UGL; che altri capitalisti, per ragioni di concorrenza col padrone che licenzia o magari di complicità con quel sindacato giallo nella propria azienda, diano un aiuto sottobanco agli scioperanti. Un rivoluzionario proletario dovrebbe disertare la lotta contro il padrone che licenzia solo perché la lotta è diretta da un sindacato giallo, o dovrebbe prendere parte alla lotta per smascherare nel processo stesso di quella lotta il vero volto di quel sindacato e delle sue complicità padronali? La scelta di collocazione dei rivoluzionari è sempre legata alla natura di classe dello scontro, non alla sua direzione. Vale nello scontro fra operaio e padrone sul piano sindacale come nello scontro fra nazione dipendente e imperialismo in caso di guerra. La lotta per una direzione proletaria alternativa si fa partecipando allo scontro, non estraniandosi da questo. È la differenza tra una politica marxista e un'attitudine settaria.

La politica leninista, cui si richiama Trotsky, non è una scolastica dottrinaria, al di sopra del tempo e dello spazio, una summa teologica di schemi imbalsamati a dispetto della realtà. Sa coniugare la fermezza dei principi con la duttilità della tattica, che è il solo modo di difendere e fortificare i principi stessi. Se la politica rivoluzionaria fosse unicamente e sempre la pura negazione formale delle misure della borghesia, sacrificherebbe paradossalmente la propria autonomia. Si ridurrebbe a una forma di dipendenza dall'avversario, seppur capovolta. Proprio Trotsky ha chiarito bene questo concetto:

«Nella grande maggioranza dei casi gli operai mettono giustamente il segno meno là dove la borghesia mette il segno più. Tuttavia in un cero numero di casi si trovano costretti a mettere lo stesso segno della borghesia... nel momento stesso in cui esprimono la propria sfiducia verso la borghesia. La politica del proletariato non si deduce automaticamente dalla politica della borghesia mettendo il segno contrario, nel qual caso ogni settario sarebbe un grande stratega. No, il partito rivoluzionario deve orientarsi ogni volta in modo indipendente nella situazione interna ed estera, prendendo le decisioni che corrispondono nel modo migliore agli interessi del proletariato. Questa regola riguarda sia il tempo di guerra che il tempo di pace».

E ancora:

«La politica disfattista, cioè la politica della lotta di classe intransigente durante la guerra, non può essere la “stessa” in tutto il paese, proprio come non può essere una sola e unica politica del proletariato in tempo di pace. È solamente il Comintern degli epigoni che ha stabilito un regime per cui i partiti di ogni paese alzano nello stesso momento il piede sinistro. Nella lotta contro questo cretinismo burocratico, noi abbiamo mostrato più di una volta che i principi e i compiti generali debbono essere applicati in ogni paese in base alle condizioni interne ed esterne. Questo principio conserva totalmente il proprio valore in tempo di guerra. Gli ultrasinistri che non vogliono pensare in modo marxista, cioè concretamente, saranno presi di sorpresa dalla guerra. La loro politica durante la guerra sarà il fatale coronamento della loro politica in tempo di pace. I primi colpi di cannone getteranno gli ultrasinistri nella loro nullità o li spingeranno nel campo del socialpatriottismo, per le stesse ragioni per cui gli anarchici spagnoli, negatori assoluti dello Stato, sono diventati durante la guerra ministri borghesi. Per condurre una giusta politica in tempo di guerra, bisogna imparare a pensare correttamente in tempo di pace».

Non c'è nulla da aggiungere.





(1) In risposta a Marco Ferrando, sulla guerra in Ucraina, https://pungolorosso.wordpress.com/2022/03/25/in-risposta-a-marco-ferrando-sulla-guerra-in-ucraina-pasquale-cordua/

(2) La guerra in Ucraina e il social-sciovinismo dei giorni nostri, https://www.assaltoalcielo.it/2022/03/27/la-guerra-in-ucraina-e-il-social-sciovinismo-dei-giorni-nostri/

(3) Il faut apprendre à penser. Conseil amical à l'adresse de certains ultra-gauches, Quatrième Internationale n. 10, luglio 1938

Marco Ferrando