Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta indipendenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta indipendenza. Mostra tutti i post

Cosa accade in Catalogna

 


Nel 2017, l’Assemblea della Generalitat catalana, il governo catalano, era stata sciolta causa “l’affronto referendario (dichiarazione di indipendenza)” dal Premier reazionario di Madrid, Mariano Rajoy. Finito, nel maggio 2018, il commissariamento della Catalogna voluto da Madrid, l’amministrazione catalana ha provato a dotarsi di un governo. Le elezioni avevano prodotto una maggioranza indipendentista anche se molto esigua in termini di numeri: 66 favorevoli, 65 contrari e l’astensione dei 4 deputati della CUP (Candidatura di Unità Popolare).


Il Presidente della Generalitat, proposto da Carles Puigdemont (presidente deposto in esilio), Quim Torra, ha avuto comunque breve vita politica. La Corte Suprema spagnola ha deciso, infatti, di condannarlo all’esclusione per un anno dalle cariche istituzionali accusandolo di “disobbedienza” per essersi rifiutato di oscurare, durante il periodo elettorale, alcuni striscioni di solidarietà per gli indipendentisti imprigionati.

L’assenza di una maggioranza stabile, sommata alla questione Torra, hanno indotto le istituzioni a convocare nuove elezioni per il 14 febbraio del 2021, ma un nuovo ostacolo si è presentato di fronte al popolo catalano. Infatti, il 15 gennaio, il governo spagnolo (col sostegno di gran parte dei partiti catalani) ha deciso di posticipare le elezioni al 30 maggio causa emergenza Covid. A distanza di circa due settimane, la Corte Superiore di Giustizia della Catalogna, ha rigettato la decisione di Madrid di spostare le elezioni facendo una vera e propria inversione ad “U”, confermando la data originaria del 14 febbraio e avviando così la campagna elettorale più “breve e intensa” della storia: poco meno di due settimane.


IL RISULTATO DEL VOTO

Un'astensione imponente è stata la reale vincitrice di queste elezioni. Solo il 53,56% dei catalani ha espresso il suo voto, circa 25 punti di percentuale in meno rispetto alle ultime elezioni. Sicuramente va evidenziato che la questione pandemica ha inciso negativamente in questo dato, disincentivando la popolazione ad esprimere il proprio giudizio politico sulla scheda elettorale, ma la paura del Covid non è sufficiente a spiegare una così bassa affluenza. Basta comparare il dato catalano con quello degli USA (affluenza da record, circa 150 milioni di votanti), ove la pandemia ha corso non meno velocemente che in Catalogna. La verità è che il disagio sociale indotto dall’emergenza Covid, unito all’incapacità da parte della povera gente di vedere una reale via d’uscita alla disoccupazione hanno prodotto questo distacco.

Un altro aspetto importante da sottolineare è il congelamento, la cristallizzazione della divisione in blocchi della società in una sorta di bipolarismo. Da un lato la destra ‘liberaleCiudadanos,V istituzionale’, con la formazione liberale Ciudadanos che sino alle precedenti elezioni era la spina nel fianco nel Partido Popular (il centro cattolico), adesso invece si è vista scalzare dall’estrema destra di Vox che cresce polarizzando l’attenzione sullo centralità dello stato (la nazione Spagna), avverso all’indipendentismo. Dall’altro lato invece il vento del separatismo continua a soffiare, sospinto dalla Junts di Carles Puigdemont, il leader “deposto”, ed Esquerra Republicana.

I “vincitori”, il partito che ha preso più voti, sono stati i socialisti di Salvador Illa, in passato ministro della salute durante la pandemia. È proprio nel distretto cittadino di Barcellona che il Partit dels Socialistes de Catalunya ha raccolto i maggiori consensi, raggiungendo il 23%, 33 seggi, 16 in più che nell’ultima legislatura, un buon successo ma non sufficiente per il partito di Illa per avere la maggioranza necessaria a governare.

Le formazioni separatiste radicate in particolar modo nelle province di Girona, Lérida e Tarragona hanno raccolto il 51% per la prima volta (raggiungendo una crescita in termini di seggi, 74 deputati). L'ERC ha ottenuto un ottimo risultato, il miglior da decenni, superando anche la JxCat e divenendo così la prima forza di indipendentista con 33 parlamentari. Nonostante la perdita della presidenza della Generalitat, Puigdemont resiste, la JxCat mantiene un alto consenso con 32 deputati, e solo per poco si è vista detronizzare dalla forza più grande dell’indipendentismo catalano. Sarebbero infatti bastati solo altri 76mila voti per impedirlo.

In questo contesto è, ahimè, da registrare la crescita di consenso dell’estrema destra di Vox, con 215.000 voti e 11 deputati. Questa vera e propria piaga reazionaria, molto pericolosa, è stata capace d’inserirsi nelle contraddizioni di una società lacerata da tempo, in una situazione sempre più complessa e dal futuro incerto e irto di difficoltà. L’estrema destra di Vox con la sua propaganda franchista, anti-catalana, razzista, machista e ultracattolica ha puntato il dito contro i migranti, le femministe e i musulmani artefici del “male della Catologna”.

Lo schema è sempre lo stesso come per tutte le destre, e Vox non è dissimile: populismo becero e intolleranza, questi sono gli ingredienti che hanno fatto gonfiare il suo consenso elettorale. La crescita del trogloditismo reazionario di Vox è anche il frutto dei fallimenti della sinistra sempre più incapace di dare una risposta di classe alla crisi pandemica, e sempre meno capace di dare una prospettiva di classe al popolo catalano.


LA CUP

La coalizione della CUP, blocco elettorale delle forze anticapitaliste e indipendentiste catalane, ha raggiunto un grande risultato, il 6,6% con 9 seggi. La CUP è dunque fondamentale per la formazione di un governo della sinistra indipendentista, i loro seggi porterebbero gli “indipendentisti” ad avere una maggioranza assoluta, necessaria per governare.

Le pressioni riformiste hanno già in parte caratterizzato la campagna elettorale della CUP che ha evidenziato palesi contraddizioni, una dicotomia sempre più ampia tra vertici e base. Da un lato abbiamo leader come Dolors Sabater che non sembrano disdegnare l’ingresso della CUP al governo, e dall’altro abbiamo le risoluzioni votate nei territori dai militanti che chiedono di non tradire le loro aspettative, e quindi di "non entrare in nessun governo, né dare un sostegno esterno” [1].

Una situazione per la CUP instabile come è instabile in questi giorni la situazione a Barcellona, una Barcellona avvitata nella protesta in nome della solidarietà a Pablo Hasel, rapper catalano. Qualche giorno fa, dopo essersi barricato nell'università di Lleida, Hasel è stato braccato e arrestato dalle forze dell'ordine con la doppia accusa di sostegno al terrorismo e di calunnia contro la monarchia. Dovrà scontare nove mesi in carcere. Ad Hasel, come PCL e come trotskisti, va tutta la nostra solidarietà, siamo sempre al fianco di chi dissente da sinistra contro il potere.

La CUP, dunque, si trova di fronte ad un scelta, un dilemma amletico: essere la ruota di scorta di un governo riformista o mettersi al servizio della classe operaia, rilanciando una proposta anticapitalista. Una scelta che solo un partito marxista rivoluzionario ben radicato può risolvere.



Nota:

1 - "La Cup-g no debe de entrar en el gobierno de la generalitat", UIT.

Eugenio Gemmo

La capitolazione grottesca del nazionalismo borghese catalano

A tre soli giorni dalla dichiarazione formale di indipendenza della Repubblica di Catalogna, le forze nazionaliste borghesi hanno abbandonato in fretta e furia la propria creatura. Nessuna indicazione concreta sull'organizzazione della resistenza popolare alle misure di Madrid. Nessuna difesa fosse pure formale del governo della Generalitat. Nessuna prospettiva se non quella di partecipare alle elezioni convocate dalla monarchia spagnola contro la Repubblica catalana. Una resa grottesca. Perdipiù senza contropartite come mostra la continuità della stretta repressiva della magistratura spagnola contro la “sedizione” e i suoi “responsabili”.

Questa resa non è casuale. L'indipendentismo borghese ha avuto più paura della resistenza popolare contro Madrid che della repressione di Madrid contro l'indipendenza. I partiti borghesi indipendentisti sono stati strangolati dalle proprie illusioni, figlie della loro natura sociale. Prima del referendum del primo Ottobre avevano sperato nel negoziato con il governo spagnolo. Dopo il referendum avevano supplicato una mediazione europea. Una volta smentite ( inevitabilmente) tutte le loro aspettative, hanno sentito franare il terreno sotto i piedi, spaventati dal proprio coraggio. La fuga di 1800 imprese catalane ha trasformato il loro spavento in panico. Hanno cercato in extremis di concordare con Rajoy una sorta di salvacondotto che consentisse loro di salvare la faccia, ma invano. Alla fine, dopo infinite giravolte, hanno regalato alla base di massa del movimento indipendentista il feticcio di una dichiarazione di indipendenza in cui erano i primi a non credere, nel mentre già preparavano la propria fuga a Bruxelles. La fuga innanzitutto dalle proprie responsabilità.

I festeggiamenti di massa a sostegno dell'indipendenza sono rimasti dal mattino dopo senza guida e senza prospettiva, proprio nel momento del massimo dispiegamento dell'iniziativa politica di Rajoy. Una iniziativa intelligente. Rapida convocazione di nuove elezioni in Catalogna, costruzione di una contro mobilitazione unionista ( con tanto di gagliardetti franchisti), recupero del controllo diretto, morbidamente gestito, degli apparati statali catalani ( Mossos), volontà di evitare incidenti polizieschi che possano rianimare una massa indipendentista disorientata e stordita. L'obiettivo è l'annientamento dell'indipendenza e la ricostruzione del proprio dominio sulla Catalogna. Da consegnare alla futura memoria di baschi e galiziani, e al plauso dell'Unione Europea.

Le sinistre catalane e spagnole con ruoli diversi sono parte della deriva in atto: i vertici di Podemos e Izquierda Unida con il loro pronto rifiuto di riconoscere la Repubblica Catalana, e dunque la valenza democratica progressiva del movimento che l'ha sostenuta; la Cup catalana con le proprie illusioni sul “patto con Puidgemont” e il nazionalismo borghese, sino all'allineamento (probabile) alla partecipazione alle elezioni convocate da Rajoy. Su entrambi i lati il nazionalismo borghese non ha dovuto misurarsi con un progetto alternativo nel movimento independentista. Per questo ha potuto consumare un tradimento annunciato in modo relativamente indolore, a tutto vantaggio del governo reazionario di Madrid.

Vedremo se si produrranno nei prossimi giorni fatti nuovi. Ma la dinamica che oggi si sta dispiegando è la vittoria della reazione spagnola. E' la riprova, una volta di più, che le ragioni democratiche delle nazionalità oppresse non possono essere difese dal nazionalismo borghese. Ma solo dalla classe lavoratrice e da una direzione di classe alternativa.
Partito Comunista dei Lavoratori

Per la Repubblica Socialista di Catalogna

 Il Parlamento catalano ha votato la dichiarazione di indipendenza della Catalogna, nella forma di Repubblica. Dopo le funamboliche oscillazioni di Puigdemont, alla ricerca disperata di una soluzione concordata con Madrid, l'intransigenza reazionaria del governo spagnolo e la pressione di massa indipendentista hanno imposto uno sbocco che nessuno degli attori in scena aveva né voluto né previsto.

La dichiarazione di rottura della Catalogna con il governo e con la monarchia di Spagna è un fatto importante e progressivo. Corrisponde al diritto di autodeterminazione della Catalogna, quale nazionalità politicamente oppressa. Corrisponde alla volontà espressa dal voto referendario del primo ottobre, difeso dalla repressione poliziesca. Corrisponde alla volontà manifestata dallo sciopero generale in Catalogna del 3 ottobre. Corrisponde alla mobilitazione di massa dell'ultima settimana contro l'arresto dei dirigenti indipendentisti e contro il colpo di stato di Madrid portato con l'applicazione dell'articolo 155 della Costituzione spagnola (scioglimento del governo catalano, commissariamento del Parlament, cambio dei vertici della Tv regionale, destituzione dello stato maggiore dei Mossos e suo rimpiazzo con forze militari di Madrid). Un corso politico reazionario che reca l'impronta inconfondibile di metodi franchisti. E che a maggior ragione valorizza la natura democratica del movimento indipendentista e repubblicano di Catalogna.

Ma la dichiarazione di indipendenza, per quanto progressiva, è solo una dichiarazione. Le grandi questioni storiche non si risolvono con carte da bollo, si risolvono sul terreno dei rapporti di forza.

Si prepara in queste ore uno scontro frontale tra Catalogna repubblicana e governo spagnolo che può concludersi solo con un vincitore. L'applauso scrosciante del Senato spagnolo a Rajoy nel momento in cui poche ore fa chiedeva pieni poteri contro la Catalogna è lo specchio simbolico della determinazione reazionaria di Madrid. Rajoy ha oggi il mandato pieno dello Stato spagnolo, delle gerarchie militari, della magistratura, della Guardia Civil, per “ripristinare la legge e l'ordine” in Catalogna. Si può essere certi che onorerà il mandato, con tutti gli strumenti che l'apparato spagnolo gli consente.

Di fronte alla precipitazione annunciata, si pone l'esigenza di un cambio di linea del movimento indipendentista. Il nazionalismo borghese che guida la Generalitat ha dimostrato in queste settimane tutti i limiti politici che derivano dalla sua natura sociale. Appelli alla Unione Europea, ricerca di una soluzione “pactada” con Rajoy, suppliche interminabili di dialogo con gli avversari della Catalogna, in un gioco tutto istituzionale fatto di furbizie tattiche, continui rimandi delle decisioni, illusioni e speranze su una via d'uscita concordata e indolore. Parallelamente nulla sul fronte sociale, mentre 1500 imprese della borghesia catalana fuggivano dalla Catalogna, e nulla sul fronte dell'organizzazione della resistenza di massa a Madrid. Ora tutto questo corso politico è stato smentito nel modo più clamoroso dalla dinamica degli avvenimenti.

Ora, nelle ore di fuoco che si annunciano, non c'è più spazio per rinvii e furbizie. Ora si tratta di mettersi al passo del livello di scontro che la dichiarazione di indipendenza ha aperto, e che la reazione di Madrid imporrà. Organizzazione della difesa di massa della Repubblica Catalana, estensione e centralizzazione progressiva dei comitati di difesa della Repubblica, nati per difendere il diritto di voto del primo ottobre e poi generalizzatisi in molte realtà cittadine e di quartiere; sciopero generale contro ogni intervento, militare o giudiziario, del governo spagnolo; nazionalizzazione delle banche e delle imprese fuggitive, sotto il controllo dei lavoratori, in tutta la Catalogna; abolizione del debito pubblico della Catalogna verso la Spagna; appello al movimento operaio spagnolo per un fronte comune contro la repressione di Madrid e il governo reazionario di Rajoy, per un programma comune di svolta sociale.

Una svolta di linea del movimento indipendentista è l'unica che può tenere aperta la partita. Ma richiede un cambio di direzione. Solo la classe lavoratrice catalana, mettendosi alla testa della grande mobilitazione della gioventù, può costruire la nuova direzione del movimento indipendentista. Nuova direzione significa a sua volta nuova prospettiva. I fatti dimostrano che senza la rottura con la borghesia catalana, senza misure anticapitaliste, senza la costruzione di un altro potere a partire dalle fabbriche, dai luoghi di lavoro, dai quartieri, difficilmente la dichiarazione di indipendenza si trasformerà in realtà. L'obiettivo di uno “Stato sovrano, democratico e sociale” sottoscritto dal fronte popolare tra Puigdemont e CUP, che dovrebbe inverarsi attraverso un processo costituente dentro l'ossatura dello Stato borghese di Catalogna, a braccetto dei partiti nazionalisti borghesi e secondo la “Legge di Transizione” con questi concordata, è una pura finzione letteraria, che lega le mani ai lavoratori e alla loro mobilitazione indipendente.
Tutto lascia pensare che la Repubblica di Catalogna o sarà socialista o non sarà.

Nell'appellarci a tutte le sinistre italiane, politiche e sindacali, perché si schierino senza riserve al fianco della Catalogna contro la monarchia di Spagna, e perché promuovano la protesta unitaria sotto i consolati spagnoli, ci impegniamo a portare nelle iniziative solidali di mobilitazione questo punto di vista. Che è lo stesso punto di vista dei marxisti rivoluzionari catalani e spagnoli.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani dalla Catalogna!


Le misure annunciate dal governo Rajoy contro la Catalogna sono inaudite. Dopo aver scagliato la Guardia Civil contro persone inermi in coda per votare nel referendum del primo Ottobre, dopo aver arrestato i massimi esponenti del movimento indipendentista con l'accusa di sedizione, il governo spagnolo annuncia la destituzione del governo catalano, il commissariamento del Parlamento di Catalogna, la cancellazione della TV catalana, lo scioglimento dei Mossos e il loro rimpiazzo con forze militari di Madrid.
Si tratta di un vero e proprio colpo di Stato, con metodi di tradizione franchista.
Il Partito Popolare che si appresta a varare tali misure ha appena l'8,5% dei voti in Catalogna. Ma può contare sul sostegno compatto della monarchia, del Psoe, della magistratura, dell'esercito, dei corpi di polizia, del capitale finanziario, delle cancellerie dell'Unione Europea. Tutti uniti contro il diritto di autodeterminazione della nazione catalana, per paura della diffusione del contagio presso altre nazionalità oppresse di Spagna e d'Europa.

E' l'ora della mobilitazione al fianco del popolo Catalano.
Tutte le sinistre italiane hanno il dovere di un pronunciamento netto e incondizionato contro il colpo di Stato di Madrid. Il colpo di Stato di Madrid chiarisce una volta di più la natura oppressiva della Spagna verso la Catalogna. Chiarisce una volta di più le ragioni democratiche e progressive della volontà di indipendenza del popolo catalano dalla Spagna. Le posizioni ecumeniche assunte da tanta parte della sinistra italiana (“ Nè con la Spagna, né con la Catalogna”), o addirittura l'assimilazione demenziale della ribellione catalana al leghismo reazionario di casa nostra ( Il Manifesto), sono smentite clamorosamente dall'evidenza dei fatti. Tra uno Stato che opprime e una nazionalità politicamente oppressa, non si può essere equidistanti. Persistere tanto più oggi nella equidistanza sarebbe complicità con l'oppressione.

Facciamo appello a tutte le sinistre italiane- politiche, sindacali, associative, di movimento- per la più ampia mobilitazione a difesa della Catalogna contro la reazione spagnola. Portiamo la protesta sotto tutti i consolati spagnoli in Italia. No al colpo di Stato di Rajoy! Giu' le mani dalla Catalogna!

Nella mobilitazione unitaria a difesa della Catalogna contro il governo reazionario di Madrid porteremo la posizione indipendente dei comunisti rivoluzionari, già argomentata a più riprese su questo stesso sito:

- Immediata proclamazione della Repubblica Catalana.
- Abolizione del debito pubblico della Catalogna verso la Spagna.
- Nazionalizzazione delle banche catalane, senza indennizzo per i grandi azionisti, a tutela dei piccoli risparmiatori.
- Requisizione delle imprese in fuga dalla Catalogna sotto il controllo dei lavoratori.
- Appello al proletariato spagnolo per una mobilitazione comune contro il governo reazionario di Madrid.
- Organizzazione dell'autodifesa di massa catalana contro la repressione spagnola.
- Sviluppo delle strutture di autorganizzazione di classe e di massa, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei quartieri e loro centralizzazione democratica.

Per una Repubblica socialista di Catalogna nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa
.
Partito Comunista dei Lavoratori

Risoluzione del Comitato Centrale del PCL sulla Catalogna

 1) Il popolo di Catalogna ha l'insieme delle caratteristiche (unità e particolarità linguistica, territorio, comunanza di tradizioni e storia, sentimento popolare di identità) che configurano una nazione. 

2) Quanto sopra determina il suo diritto all'autodeterminazione.

3) La nazione catalana è stata storicamente oppressa dallo Stato spagnolo, almeno a partire dal 1714. Il movimento, da più di un secolo a carattere repubblicano, per la liberazione da tale oppressione nazionale dello Stato imperialista monarchico spagnolo ha un carattere progressivo.

4) Per questo, anche di fronte ad uno sviluppo di un movimento di massa nazionale democratico centrato sulla gioventù (che si è espresso nei mesi precedenti al referendum con posizioni radicali in difesa dei diritti dei migranti), la posizione dei trotskisti conseguenti deve essere a favore non solo del diritto democratico di autodeterminazione, ma anche della indipendenza della Catalogna.

5) Da comunisti rivoluzionari noi non proponiamo però una indipendenza senza aggettivi. Noi siamo per l'indipendenza di una Catalogna socialista, basata sul potere dei lavoratori e delle lavoratrici.

6) La posizione di cui al punto 5 non rappresenta però una precondizione per partecipare al movimento di massa e alla lotta attuale. Noi siamo per la Catalogna socialista ma appoggiamo incondizionatamente l'autodeterminazione e l'indipendenza. Per questo rivendichiamo il referendum del 1° ottobre e il suo risultato, condannando la sua oggettiva svendita da parte della borghesia catalana. Nel contempo, i marxisti rivoluzionari devono spiegare che solo una rivoluzione socialista può garantire la realizzazione concreta dell'indipendenza.

7) I marxisti rivoluzionari devono intervenire nel movimento reale di massa cercando di costruire in esso la propria egemonia utilizzando la propaganda e l'agitazione con i propri obbiettivi transitori, a partire dalla rivendicazione dello sciopero generale prolungato ed esteso anche alla classe operaia spagnola in generale, la costruzione di comitati operai, studenteschi e popolari in difesa del processo indipendentista, la nazionalizzazione sotto controllo operaio delle banche e delle imprese che esportano capitale fuori dalla Catalogna come strumento di ricatto nei confronti del processo indipendentista.

8) I marxisti rivoluzionari devono inquadrare la battaglia per l'indipendenza socialista della Catalogna in un quadro più generale, cioè in quello della prospettiva degli Stati uniti socialisti d'Europa. Il movimento di massa indipendentista catalano è nazionalista, ma non sovranista. Si tratta di combattere in esso le illusioni sulla UE e una sua eventuale riforma, e quelle su una Europa "sociale e democratica".

9) Non riteniamo attuale oggi la vecchia parola d'ordine di "Federazione socialista iberica". In questo momento essa apparirebbe al movimento di massa indipendentista come una versione radicale della posizione di compromesso avanzata da Podemos, Izquierda Unida ed En comun-Podem. Qualora però si sviluppasse in Spagna un movimento di massa democratico, antimonarchico e antireazionario che accettasse il diritto di autodeterminazione della Catalogna, questa parola d'ordine tornerebbe di attualità.

10) Non esiste allo stato attuale una oggettiva egemonia proletaria sul movimento di massa indipendentista. Questa situazione, del resto esistente anche negli anni '30, a causa delle posizioni anti-indipendentiste degli anarcosindacalisti, non elimina il dovere e la necessità di partecipare al movimento. Bisogna lottare per costruire tale egemonia. In ciò lottando contro le posizioni interclassiste all'interno del movimento e in alternativa al blocco politico con la borghesia della sinistra catalana (compresa la CUP), ma anche e soprattutto nella classe operaia industriale, compresa quella di immigrazione dagli altri territori dello Stato spagnolo, per farle comprendere che è nel suo interesse di classe appoggiare il movimento indipendentista.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Catalogna ad un passaggio decisivo: o rivoluzione o reazione

Lo scontro tra il governo di Madrid e il popolo catalano è giunto a un passaggio decisivo.
Il primo ottobre il popolo di Catalogna ha sfidato la repressione della Guardia Civil esprimendo in termini inequivocabili la propria volontà di indipendenza dalla Spagna. Due giorni dopo, lo sciopero generale plebiscitario in tutta la Catalogna univa la rivendicazione indipendentista alla protesta indignata contro la violenza di Madrid. Il governo Rajoy subiva una sconfitta politica e d'immagine clamorosa agli occhi del mondo. Mentre il pronto intervento del Re di Spagna a fianco di Rajoy e della repressione poliziesca radicalizzava il sentimento di massa repubblicano in Catalogna. La parola d'ordine “Via la Guardia Civil, via le truppe di occupazione!” rimbalzava in tutta la regione. La ribellione di massa di una nazionalità politicamente oppressa contro l'imperialismo spagnolo ha aperto così una frattura profonda, con un possibile effetto di richiamo sulle aspirazioni indipendentiste della nazione basca e galiziana, mentre la dinamica rivoluzionaria in Catalogna minaccia di trasformarsi in un riferimento esemplare per altre nazionalità oppresse in Europa.

Ma contro tutte le illusioni movimentiste vecchie e nuove, proprio l'innalzamento del livello di scontro pone la questione decisiva della direzione politica del movimento. Tanto più a fronte della sfida frontale di Madrid.


L'ATTACCO FRONTALE DI GOVERNO SPAGNOLO E BORGHESIA

Monarchia e governo spagnolo, il loro apparato giudiziario e poliziesco, hanno scelto l'unica via possibile per la salvezza dell'imperialismo spagnolo: quello dell'isolamento, della divisione, della repressione della ribellione catalana. Solo la sconfitta esemplare della ribellione può infatti disarmare ogni effetto di richiamo. Il principale giornale borghese di Spagna, El Pais, noto per la sua tradizione liberale, ha titolato ieri a quattro colonne: “Ripristinare l'ordine, ristabilire la legge in Catalogna”. È la parola d'ordine di tutta la borghesia spagnola, senza defezioni o riserve. La sentenza della Corte Costituzionale di Spagna che vieta la sessione del Parlamento catalano il prossimo lunedì, i procedimenti giudiziari contro i vertici della polizia catalana (i Mossos) con l'accusa di sedizione, le minacce di un "intervento risolutivo" a Barcellona, ne sono la traduzione quotidiana.

Ma la repressione non è l'unica leva. La pressione economica è uno strumento potenzialmente ancor più efficace. Le grandi banche catalane (Caixabank e Sabadell) trasferiscono la propria sede legale fuori dalla Catalogna. Le grandi aziende del gas (Gas Natural), delle telecomunicazioni (Eurona), dell'industria tessile (Dogi), del biotech (Oryzon), seguono a ruota. La grande borghesia della Catalogna non vuole mettere a rischio i propri interessi e profitti dorati, legati al mercato finanziario spagnolo ed europeo, per subordinarsi all'indipendenza. Il governo spagnolo, per incoraggiare il processo, ha disposto condizioni agevolate per il rapido trasferimento dalla Catalogna alla Spagna di tutte le imprese che lo desiderano. L'obiettivo politico è evidente: spaventare la popolazione catalana, innanzitutto la piccola borghesia legata al risparmio, con lo spettro del collasso economico e della rovina. Non a caso, nelle stesse ore, i partiti dominanti di Spagna, a partire dal postfranchista PP di Rajoy, annunciano manifestazioni in Catalogna contro l'indipendenza. È il tentativo di aprire un fronte interno alla Catalogna, accerchiando il movimento indipendentista.


LE CONTRADDIZIONI DEL NAZIONALISMO BORGHESE CATALANO

In questa situazione la direzione politica del movimento indipendentista, di natura nazionalista borghese, rivela tutta la sua inadeguatezza.

Dopo la vittoria del primo ottobre, il governo della Generalitat si è di fatto eclissato. Lunghi interminabili giorni di attesa prima di proclamare formalmente persino il risultato del referendum. Invocazione di una improbabile mediazione istituzionale a livello europeo, immediatamente respinta. Rilancio di una proposta di dialogo istituzionale con quello stesso governo di Madrid che ha scagliato la Guardia Civil contro il diritto di voto, naturalmente senza alcun esito. Nessuna iniziativa sul fronte economico di fronte alla fuga di banche e imprese. In pratica, il nulla. Mentre il padre putativo di Convergencia Democratica (il principale partito di governo in Catalogna) dichiara candidamente al Financial Times che «la Catalogna non è ancora pronta per l'indipendenza», il portavoce del presidente Carles Puigdemont afferma che per la dichiarazione d'indipendenza... «c'è tempo», un settore dei Mossos in via di pentimento chiede il passaggio alla polizia di Spagna.

La verità è che il nazionalismo borghese catalano si è spaventato del proprio coraggio. Non è un caso. Di fronte alla minaccia di Madrid e soprattutto al panico della borghesia catalana, il nazionalismo borghese catalano rivela semplicemente la propria natura e ne è prigioniero. A tutto vantaggio dell'imperialismo spagnolo.


PER LA REPUBBLICA SOCIALISTA DI CATALOGNA

Solo la classe lavoratrice catalana e la gioventù di Catalogna possono prendere in mano e portare sino in fondo la battaglia democratica dell'indipendenza. Ma solo rompendo col nazionalismo borghese catalano. Solo riconducendo la rivendicazione dell'indipendenza alla prospettiva anticapitalista e socialista.

Immediata proclamazione della Repubblica di Catalogna, rispettando la volontà del popolo. Nazionalizzazione delle banche catalane, senza indennizzo per i grandi azionisti, a protezione dei piccoli risparmiatori. Requisizione delle imprese che spostano altrove la loro sede legale, ponendole sotto il controllo dei lavoratori. Appello alla classe lavoratrice spagnola per una lotta unitaria contro il governo di Rajoy, sulla base di un comune programma di mobilitazione sociale. Organizzazione di massa dell'autodifesa della Catalogna contro le minacce di Madrid. Sviluppo di strutture di autorganizzazione democratica di massa nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei quartieri, e loro progressivo coordinamento e centralizzazione.
È la costruzione di un altro potere, contrapposto allo Stato spagnolo, basato su un'altra classe sociale. È la soluzione della Repubblica socialista della Catalogna, nella prospettiva storica degli Stati uniti socialisti d'Europa.

Solo la mobilitazione per questa prospettiva, solo questi metodi di lotta, sono oggi in grado di fronteggiare la minaccia che grava sulla Catalogna e di garantire il rispetto del referendum del primo ottobre. Fuori da questa prospettiva c'è solo il serio rischio di una disfatta.


PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA IN CATALOGNA E IN SPAGNA

Di certo questa prospettiva richiede una svolta radicale della sinistra catalana e spagnola.
La subordinazione della CUP al nazionalismo borghese catalano e al suo governo, nel nome del fronte popolare indipendentista, non solo le impedisce ogni ruolo alternativo di direzione, ma la corresponsabilizza ad una linea disastrosa.
Le pietose manifestazioni di Podemos, Izquierda Unida, Ada Colau, a favore del “dialogo” e della “pace” tra Barcellona e Madrid, in dichiarata contrapposizione alla proclamazione unilaterale della Repubblica catalana, sono qualcosa di molto più grave: un tradimento della rivoluzione catalana, un aiuto prezioso alla controrivoluzione spagnola. Il fatto che abbiano la benedizione di Sinistra Italiana e del PRC, assieme naturalmente al plauso del Manifesto, dimostra una volta di più la natura subalterna della sinistra riformista, che per la propria subalternità al capitalismo volta le spalle persino alla rivendicazione della Repubblica.

Organizzazioni rivoluzionarie come Izquierda Anticapitalista Revolucionaria e Corriente Revolucionaria de Trabajadores stanno difendendo in Spagna e Catalogna la prospettiva classista e rivoluzionaria. Lo sviluppo della sinistra rivoluzionaria in Catalogna e Spagna, il suo radicamento di massa, la sua organizzazione, sono l'unica via per una egemonia di classe alternativa nel movimento indipendentista catalano e nel movimento operaio spagnolo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Roma, presidio di solidarietà con il popolo catalano

Nel momento in cui la situazione della Catalogna sembra avviarsi verso uno scenario apparentemente senza vie d'uscita, sempre più pressante è l'urgenza di una mobilitazione di classe che si faccia carico di rappresentare le ragioni democratiche e progressive della protesta del popolo catalano, ponendo la rivendicazione dell'autonomia e dell'indipendenza alla base di una più ampia azione di rivendicazione e di lotta che investa i bisogni e gli interessi dei lavoratori catalani e del resto dello Stato spagnolo. 

È sulla base di questa posizione che il Partito Comunista dei Lavoratori ha partecipato al presidio-volantinaggio di solidarietà che si è tenuto nella giornata di ieri a Roma, convocato ed organizzato da Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione e dall'area di opposizione della CGIL, oltre che dal PCL stesso.

L'appuntamento, che per via dei rapidissimi sviluppi non ha potuto avvantaggiarsi di una maggiore preparazione, ha visto l'attenta solerzia della Questura romana premurarsi di tenere le voci di protesta ben distanti dai palazzi dell'ambasciata spagnola. Ciononostante, il presidio ha visto la partecipazione, oltre ai militanti delle varie organizzazioni politiche e sindacali, di diverse decine di giovani e giovanissimi catalani (e spagnoli) residenti o in visita a Roma. Proprio loro hanno animato la protesta, intonando l'inno catalano e scandendo slogan di lotta, e manifestando l'intenzione di dirigersi in corteo verso l'ambasciata.

Il sentimento che animava i giovani era l'esatto opposto dei tentativi di pacificazione e di "rientro nei ranghi" che giungono da più parti, in Catalogna e non solo. È lo stesso sentimento che animava, nelle prime ore della mobilitazione, i lavoratori portuali di Barcellona e Terragona, che si sono rifiutati di ormeggiare le navi di rinforzo per la Guardia Civil inviate da Madrid, dichiarano disobbedienza ad oltranza.
Ma è anche l'opposto dei balbettamenti imbarazzati di Podemos, e l'opposto dei surreali e ridicoli appelli che i dirigenti della sinistra riformista italiana (Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana...) rivolgono al buon cuore dell'Europa, e magari anche del Re («Chiediamo al governo spagnolo e a quello catalano di facilitare la ricerca di [una] soluzione condivisa», «L’Unione Europea [...] non può continuare a ripetere che il conflitto [...] è un affare interno di uno Stato. [...] E’ un affare europeo» (1)).
Verrebbe da chiedere a Maurizio Acerbo e Nicola Fratoianni se l'Europa alla quale si appellano accorati e della quale richiedono un intervento è la stessa Europa che negli ultimi anni è intervenuta - efficacemente, a dire il vero - in Grecia e in Ucraina.
Questo genere di appelli sono l'ennesima riprova non solo della totale cecità politica dei dirigenti di tale sinistra, anche davanti all'evidenza, ma anche della loro incapacità, ormai cronica, di ragionare in termini di indipendenza di classe, neanche quando un intero popolo scende in piazza contro la monarchia e gli intrighi delle forze borghesi.

L'atteggiamento dei marxisti rivoluzionari è un altro, esattamente opposto. Non si tratta di invocare l'UE, o di riconciliare. Si tratta di battersi per una soluzione di rottura anticapitalista alla mobilitazione per l'indipendenza, che conduca la battaglia non solamente contro lo Stato centralista e contro la monarchia, ma anche contro il sistema economico e sociale sul quale queste istituzioni si basano e si sono storicamente basate. E di farlo a partire dall'unità e della conciliazione della classe operaia spagnola ed europea: l'unica conciliazione che ci interessi, e l'unica in grado di far avanzare la lotta.



(1) Vedi l'appello "Catalogna: è un affare europeo".
Partito Comunista dei Lavoratori

«No pasaran!»

Per una egemonia di classe anticapitalistica nel movimento indipendentista di massa in Catalogna

 Il governo spagnolo del PP di Rajoy procede manu militari contro il diritto di autodeterminazione della Catalogna: incarcerazione di funzionari, sequestro poliziesco delle schede elettorali, minaccia di procedimento giudiziario sino all'arresto di «chiunque si renda complice di un referendum illegale». Una campagna repressiva frontale che giunge a ventilare l'applicazione dell'articolo 115 della Costituzione spagnola che prevede la possibile destituzione amministrativa di governi locali e regionali per mano del governo centrale. Questa campagna vede allineata la grande borghesia di Spagna, la monarchia, l'intero apparato repressivo dello Stato, l'alta magistratura, e tutti i tradizionali partiti di governo dell'imperialismo spagnolo. A partire dal PSOE, solidale col PP, e dalla grande stampa cosiddetta democratica e progressista, come El Pais che da settimane incalza Rajoy da destra, chiedendogli di passare a vie di fatto e di imporre il rispetto della legge.

Intanto le sinistre riformiste spagnole (Izquierda Unida e Podemos), prima contrarie al referendum catalano e ora solidali con la risposta di massa alla repressione, si aggrappano alla vana speranza di un "referendum concordato" tra Catalogna e Madrid. Nei fatti Pablo Iglesias cerca di salvare la propria prospettiva di governo dell'imperialismo spagnolo a braccetto col PSOE (col dissenso maggioritario di Podemos Catalano).

Qual è la natura sociale e politica dello scontro in atto in Spagna? La confusione regna sovrana nella stessa sinistra italiana, con Il Manifesto che scomunica le “due parti”, ed altri che giungono ad assimilare il referendum indipendentista catalano ai referendum reazionario di Maroni e Zaia per la maggiore autonomia della... Padania. Nulla di più falso e ridicolo.


LA NATURA DEL NAZIONALISMO CATALANO


Certo, nel movimento nazionalista catalano, come in ogni movimento nazionalista, sono coinvolti anche interessi borghesi. La Catalogna di oggi è una regione assai sviluppata dal punto di vista capitalistico (20% del PIL statale), ed è parte dell'imperialismo spagnolo. Un settore di questa borghesia vuole l'indipendenza per incassare a proprio vantaggio il residuo fiscale di 9 miliardi oggi versato a Madrid. Il principale partito di governo della Catalogna (Convergencia Democratica) è espressione di questi interessi. Al tempo stesso la borghesia catalana è divisa. La grande impresa catalana, che dirige la Confindustria regionale, è apertamente schierata al fianco di Madrid, contro l'indipendentismo, perché i suoi interessi sono strettamente intrecciati col mercato finanziario nazionale ed europeo.

A fronte di queste contraddizioni borghesi esiste un movimento popolare indipendentista con una larga base di massa e una robusta radice nella storia spagnola. A differenza della patacca padana, la Catalogna è una nazionalità reale, con una lingua e una cultura propria, al pari della nazione basca e della nazionalità galiziana. Se oggi non si può parlare della Catalogna come nazione socialmente oppressa, si può certo riconoscere l'oppressione politica che essa subisce da parte dello Stato spagnolo e del centralismo castigliano; una oppressione che nel corso della lunga dittatura franchista era giunta a punire con la galera l'uso stesso della lingua catalana persino in privato. Il movimento nazionalista catalano ha dunque assunto storicamente una valenza democratica e progressiva in contrapposizione a Madrid. Oggi rappresenta un movimento di massa repubblicano contro la monarchia di Spagna. Il sentimento collettivo che l'accompagna, la sua cultura di riferimento, il suo immaginario politico è di natura democratica. La più grande manifestazione di massa in Europa a difesa dei diritti dei migranti e per la loro accoglienza si è svolta non a caso alcuni mesi or sono proprio a Barcellona: la base di massa dell'indipendentismo catalano è largamente sovrapposta alla base di massa di quella manifestazione. Si tratta dunque di un fenomeno non solo diverso ma del tutto opposto al leghismo referendario del Nord Italia. Tanto più in queste ore, la drammatica stretta repressiva di Madrid, la sua volgarità poliziesca, i suoi metodi franchisti, esaltano il carattere democratico della mobilitazione in Catalogna.

Come marxisti rivoluzionari siamo dunque tanto più oggi per la difesa del diritto di autodeterminazione della Catalogna, che è il suo diritto alla separazione, contro la repressione del governo centrale. “No pasaran!” gridano per le strade di Barcellona decine di migliaia di manifestanti. Facciamo nostra questa parola d'ordine.


PER UNA EGEMONIA DI CLASSE ALTERNATIVA NELLA MOBILITAZIONE INDIPENDENTISTA

Al tempo stesso non siamo nazionalisti, neppure all'interno di una nazione oppressa. Difendiamo il diritto di autodeterminazione, sosteniamo oggi la rivendicazione dell'indipendenza catalana per il suo carattere progressivo, ma riconduciamo strettamente questa rivendicazione alla prospettiva classista e socialista, contro ogni forma di subordinazione del proletariato catalano alla borghesia catalana. Rivendichiamo una Catalogna socialista nella prospettiva degli Stati uniti socialisti d'Europa.

È questa una linea profondamente diversa da quella sostenuta dalla CUP catalana (in Italia, riferimento della Rete dei Comunisti). Questa organizzazione maoista di tipo centrista ha realizzato un blocco politico con la borghesia nazionalista di Catalogna, ed è infatti parte della maggioranza di governo regionale diretta da Convergencia. Non solo vota le leggi di bilancio del governo catalano, incluse le misure di austerità (come faceva Rifondazione Comunista nella maggioranza del primo governo Prodi), ma si subordina alla direzione borghese della battaglia indipendentista. Nei fatti realizza un fronte popolare con la borghesia catalana, sotto l'egemonia di quest'ultima. Il suo obiettivo è una Repubblica di Catalogna democratica a braccetto con i partiti borghesi entro cui difendere e far avanzare i diritti sociali. L'ennesima riproposizione di una soluzione riformista, rispettosa del capitalismo, e peraltro del tutto improbabile tanto in Catalogna quanto in Spagna. L'ennesima “tappa democratica” che nel nome della transizione al socialismo subordina la classe al capitale.

È una linea subalterna molto rischiosa per le stesse ragioni dell'indipendenza catalana. Fino a quando la borghesia catalana reggerà l'urto della repressione di Madrid? La base di massa popolare del movimento probabilmente si allargherà nella lotta contro la repressione del governo centrale e della monarchia. È la dinamica di queste ore. Ma fino a quando i partiti borghesi catalani, i loro dirigenti e alti funzionari, reggeranno la minaccia della galera, il sequestro dei patrimoni, le inchieste giudiziarie di massa, il congelamento dei conti bancari? La polizia catalana dei Mossos era stata presentata dai dirigenti borghesi indipendentisti, e dalla CUP a loro rimorchio, come scudo protettivo della Catalogna, eppure sta oggi partecipando alla repressione della Guardia Civil, o non la contrasta. È possibile che la pressione di massa produca fratture (salutari) tra i Mossos, ma affidare le sorti di una battaglia democratica alle forze di polizia di uno Stato borghese, fosse pure catalano, è un potenziale suicidio. Come oltretutto dimostra l'intera storia di Spagna.

Il compito dei marxisti rivoluzionari in Catalogna è esattamente opposto. È quello di battersi per una egemonia di classe anticapitalistica sul movimento di massa, in contrapposizione a Madrid e in alternativa alle forze borghesi catalane.

La parola d'ordine del momento deve essere più che mai quello della autorganizzazione di massa indipendente dei lavoratori e dei giovani catalani, in alleanza coi lavoratori di tutta la Spagna, e in comune contrapposizione al governo di Madrid. Una autorganizzazione di massa che leghi la rivendicazione democratica dell'autodeterminazione a un proprio programma indipendente di aperta rottura con la borghesia: abolizione del debito verso le banche, nazionalizzazione delle banche, esproprio delle grandi imprese sotto controllo operaio, cancellazione del precariato, ripartizione del lavoro con la riduzione progressiva dell'orario a parità di paga. È la prospettiva di una Repubblica dei lavoratori della Catalogna, basata sulla loro organizzazione e la loro forza.

In queste ultime ore, mentre le burocrazie sindacali spagnole chiedono la “pacificazione” tra Spagna e Catalogna, cioè nei fatti la resa del movimento catalano, i portuali di Barcellona e Terragona, con i relativi sindacati locali, si sono rifiutati di ormeggiare le navi di rinforzo per la Guardia Civil inviate da Madrid e dichiarano pubblica disobbedienza a oltranza. In questo piccolo episodio vive l'autonomia di classe del proletariato catalanoe la sua possibile egemonia alternativa nel movimento indipendentista. In tutta la Spagna, e in tutta Europa, va sostenuta in ogni forma possibile la battaglia dei lavoratori catalani.

Il proletariato catalano è stato storicamente l'avanguardia del proletariato spagnolo. Ricondurlo all'altezza della sua migliore tradizione e' oggi il compito dei marxisti rivoluzionari.

Marco Ferrando