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  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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'A che serve Podemos?'

 


Persino la stampa borghese spagnola ormai se lo chiede

29 Dicembre 2020

Il governo Sanchez-Iglesias all'attacco delle pensioni

«Presto ogni paese dovrà fare i conti con i suoi debiti» scrive sul Sole 24 Ore il presidente dell'Associazione delle Banche Italiane Antonio Patuelli. Memori di questa necessità i governi capitalisti e i loro entourage sono ovunque al lavoro. Negli stessi giorni in cui si magnifica la vaccinazione anti-Covid, intralciata a ogni passo dai tagli pregressi alla sanità; negli stessi giorni in cui si celebra la svolta europea del Recovery Fund nel segno della fine dell'austerità e del nuovo regno dell'abbondanza, i circoli dominanti cercano di capire su chi scaricare in prospettiva il conto di tanta manna.


Certamente non pagheranno le spese militari, in rapida risalita a tutte le latitudini del mondo. Certamente non pagheranno le imprese e le banche, sorrette tanto più oggi dai soldi pubblici, e beneficiate dalla detassazione dei profitti.
Quali sono allora le voci del bilancio statale che per la loro consistenza possono farsi carico dei nuovi oneri? Sanità, istruzione, pensioni. Solo che sul servizio sanitario, già massacrato per decenni e investito dalla pandemia, nuovi tagli sono oggi problematici anche in rapporto all'opinione pubblica. Ci si limita a evitare gli investimenti necessari in fatto di strutture e personale sanitario, a beneficio delle cliniche private.
L'istruzione pubblica, anch'essa disossata, risparmia a manetta grazie a contratti precari, edifici fatiscenti, appalti sulle pulizie, bassi stipendi. Travolta anch'essa dalla pandemia, difficilmente può essere oggetto di nuove terapie d'urto.

Restano le pensioni. Le care vecchie pensioni, il bancomat privilegiato del lungo ciclo liberista.

Il governo italiano ha già annunciato la cancellazione dell'elemosina di quota 100, di cui pochissimi lavoratori e ancor meno lavoratrici hanno potuto beneficiare. Si andrà in pensione a 64 anni con 38 di contributi, restando l'età pensionabile a 67 secondo l'immutata legge Fornero. Chi può andare prima dei 67 anni verrà penalizzato, grazie al ricalcolo contributivo. Quanto alle grandi aziende, potranno disfarsi del personale eccedente grazie a scivoli pensionistici appositamente concessi e in parte coperti dalla NASPI.

Il governo francese aveva ingaggiato un durissimo scontro sociale proprio sulla riforma delle pensioni, che poi il ciclone del Covid aveva costretto a sospendere. Ora il Comité de suivi des retraites ha sentenziato che i conti previdenziali sono fuori controllo e che dunque il progetto Macron va rilanciato costi quel che costi. L'operazione suggerita è la più semplice: alzare l'età pensionabile, che in Francia è ancora a 62 anni grazie alle ripetute mobilitazioni radicali della classe operaia. La MEDEF (Confindustria francese) caldeggia apertamente il suggerimento. “Tutti sanno che è la soluzione più efficace” dichiara Roux de Bézieux a Le Monde (23 dicembre). Il Presidente, non senza preoccupazioni di piazza, ha subito assicurato ai padroni il proprio impegno.

Il governo spagnolo di PSOE-Podemos non vuole essere da meno. La Spagna dopo l'Italia è la principale beneficiaria dei prestiti europei. La Commissione Europea ha raccomandato a Madrid una gestione rigorosa in prospettiva delle politiche di bilancio. Il governo Sanchez, ed in particolare la ministra dell'Economia Nadia Calviño, ha predisposto una riforma delle pensioni incentrata sull'allungamento da 25 a 35 anni della base di computo degli emolumenti. El Pais parla di una riduzione media delle pensioni future di oltre il 6%. Già il governo Zapatero, beatificato a suo tempo dalla sinistra italiana, aveva allungato da 15 a 25 anni il periodo di computo delle pensioni durante la crisi del 2011. Ora il nuovo governo “progressista” fa altrettanto. Le burocrazie sindacali, coinvolte nella concertazione con padronato e governo (il "patto di Toledo") fanno deboli rimostranze con l'obiettivo di sedere al tavolo della negoziazione, senza alcuna forma di mobilitazione. E Podemos?

Podemos è parte integrante del governo Sanchez, con un vicepresidente, Pablo Iglesias, e due ministri, di cui uno al lavoro (Yolanda Díaz). Pablo Iglesias è in grande difficoltà. Il suo ingresso al governo un anno fa era stato accompagnato da solenni promesse di cambiamento. Ma in Spagna non è cambiato nulla per i salariati e la popolazione povera. Restano le leggi di estrema precarizzazione del lavoro ereditate dalla destra. I contratti di lavoro sono congelati. Il sistema sanitario assomiglia come una goccia d'acqua a quello italiano, stessi tagli, stessa tragedia. Gli immigrati continuano a subire un trattamento inumano, a partire dai respingimenti, grazie all'accordo tra Madrid e Rabat. In compenso aumentano le spese militari, e l'esportazione spagnola di armi negli ultimi sei mesi ha registrato il record assoluto di 22 miliardi e 545 milioni (El Pais, 23 dicembre). Le misure annunciate di riduzione delle pensioni future è solamente il sigillo dell'immutata continuità borghese. Podemos borbotta, promette, minaccia, ma solo per coprire la propria corresponsabilità. Lo facevano Bertinotti e Ferrero con Prodi, lo fa Pablo Iglesias con Sanchez.

La compromissione è talmente sfacciata che il principale quotidiano borghese si chiede «¿Para qué sirve Podemos?» (El Pais, 21 dicembre). «...Ad oggi le tematiche poste di Iglesias o sono insignificanti (come l'aumento di 8 euro del salario minimo) o di ordine ideologico ma estranee alla vita quotidiana (la Monarchia) o di semplice velocizzazione del ritmo legislativo...».
Tanto rumore per nulla, insomma. L'unico risultato concreto della collaborazione ministeriale è l'effetto cloroformio sulla mobilitazione sociale. Finché dura.

Ma Rifondazione e Potere al Popolo non hanno nulla da dire sulle responsabilità del loro alleato spagnolo?

Partito Comunista dei Lavoratori

Tutto il mondo è... capitale

Francia e Spagna dimostrano, una volta di più, che il problema non è solo il virus

21 Marzo 2020
Ricordiamo ciò che sta accadendo ora quando lo stato di emergenza sarà finito. Perché allora andranno chiamate alla sbarra le classi dominanti di questo mondo e di questa Europa, e sul banco dell'accusa dovranno sedere i lavoratori e le lavoratrici
Il coronavirus non conosce frontiere. Purtroppo neanche il saccheggio del servizio sanitario.
Non ci riferiamo agli Stati Uniti, dove un tampone costa 3500 euro, e dove milioni di persone tenderanno a evitare visite e controlli per tutelare il proprio salario, con effetti potenzialmente catastrofici. E neppure ci riferiamo alla Gran Bretagna, dove il ciclone di Margaret Thatcher ha smantellato il sistema sanitario, e dove il capo del governo conservatore Boris Johnson, ancora pochi giorni fa, metteva sul conto centinaia di migliaia di morti pur di non danneggiare gli interessi della City. No, parliamo dell'Unione Europea, e più precisamente di paesi talora indicati a modello da una parte del senso comune popolare.

“La Francia, lì si che lo Stato funziona, mica come da noi!”. Quante volte si è ascoltato questo refrain un tanto al chilo in bocca a liberali o sovranisti di casa nostra. Se non fosse che il dramma del coronavirus riporta tutti alla realtà.
Anche in Francia la sanità pubblica è stata saccheggiata, negli ultimi vent'anni, per liberare risorse a favore di banche e imprese. Non a caso nel 2019 un importante movimento di lotta su scala nazionale fu proprio quello del personale sanitario francese di pronto intervento, falcidiato dai tagli, e per questo costretto a turni di lavoro insostenibili. Ora proprio quei medici e quegli infermieri sono messi con le spalle al muro dalla emergenza del coronavirus, assieme ai malati che assistono.
“Sarebbe catastrofico dover arrivare al punto di scegliere quali malati portare in rianimazione perché mancano i posti” afferma il 16 marzo Jérôme Salomon, il direttore generale della Sanità. Purtroppo non è solo una ipotesi. La Federazione ospedaliera di Francia, che raggruppa gli ospedali pubblici, dichiara il 17 marzo che “si può ormai parlare di medicina di guerra”, e per questo prescrive un codice di condotta per gli operatori sanitari in caso di scelta tra i malati da curare. “Bisogna rassicurare senza nascondere che esistono casi in cui bisogna scegliere. È la medicina della catastrofe: si scelgono i pazienti che hanno maggiore possibilità di sopravvivere”.
Guerra e catastrofe sono termini appropriati. Ma non riguardano il virus in quanto tale. Riguardano lo stato di un sistema sanitario privo di personale, camere, strutture con cui fronteggiare l'epidemia, e quindi costretto a scegliere sulla vita e la morte dei propri pazienti. La differenza col caso italiano è che in Francia la confessione è pubblica, e non negata da parole ipocrite di circostanza. Non per questo, naturalmente, è meno tragica.

Nella vicina Spagna le cose non vanno diversamente, anzi. Anche in Spagna i governi della destra (Aznar e Rajoy) e i governi della “sinistra” (Zapatero e Sanchez) hanno salassato a turno la sanità pubblica per sostenere il capitale finanziario. E ora la drammatica propagazione del coronavirus punta l'indice contro questa realtà. La Società Spagnola di Medicina Intensiva e Unità Coronarie (SEMICYUC) ha dovuto elaborare una guida etica di comportamento di fronte a scelte non aggirabili. In assenza di posti letto per le terapie necessarie, quali pazienti salvare e quali di fatto condannare? La risposta è chiara: "È necessario dare la precedenza a chi ha maggiore speranza di vita” (El Pais, 21 marzo). Lluis Cabrè, estensore della guida etica, aggiunge: "In casi di guerra come l'attuale, non so come altro chiamarla, bisogna prendere decisioni difficili: intubo chi ha maggiori possibilità di farcela”. Fernando Simon, direttore del Centro di Coordinamento dell'Emergenza Sanitaria del Ministero, è se possibile ancora più chiaro: “In Spagna disponiamo di 4400 letti per terapia intensiva, tra ospedali pubblici e privati. Il sovraccarico di ingressi ci costringe a criteri di ammissione più restrittivi. La mancanza di letti può produrre morti potenzialmente evitabili. Perché scegliere a chi dare il respiratore e a chi no significa questo. [...] Ma le necessità durante un disastro sono maggiori delle disponibilità”.

Un paziente si rivolge al servizio sanitario per essere salvato, non per essere condannato. Così recita il giuramento di Ippocrate, e più in generale l'etica umana. Se un sistema sanitario è costretto a violare questo codice etico, e addirittura a confessarlo pubblicamente, non solo compie un crimine ma dà perciò stesso la misura di come è stato ridotto. Perché un punto dev'essere chiaro. Il coronavirus è un contagio terribile, ma non fa da solo una catastrofe. La fa solo se trova un servizio sanitario disossato costretto a scegliere tra la vita e la morte dei suoi pazienti. La responsabilità di questa catastrofe non è dei medici o degli infermieri, straordinari, che in Francia e Spagna come in Italia sono sul fronte di guerra, con orari massacranti, privi di protezioni adeguate, prime vittime del contagio. La responsabilità è di un sistema sociale criminale chiamato capitalismo che sacrifica sull'altare del profitto i principi più elementari dell'umanità e della stessa professione medica.

Ricordiamolo, tutto questo, per quando lo stato di emergenza sarà finito. Perché allora andranno chiamate alla sbarra le classi dominanti di questo mondo e di questa Europa. E sul banco dell'accusa dovranno sedere i lavoratori e le lavoratrici, a partire dai medici e dagli infermieri oggi al fronte.
Partito Comunista dei Lavoratori

La Catalogna ad un passaggio decisivo: o rivoluzione o reazione

Lo scontro tra il governo di Madrid e il popolo catalano è giunto a un passaggio decisivo.
Il primo ottobre il popolo di Catalogna ha sfidato la repressione della Guardia Civil esprimendo in termini inequivocabili la propria volontà di indipendenza dalla Spagna. Due giorni dopo, lo sciopero generale plebiscitario in tutta la Catalogna univa la rivendicazione indipendentista alla protesta indignata contro la violenza di Madrid. Il governo Rajoy subiva una sconfitta politica e d'immagine clamorosa agli occhi del mondo. Mentre il pronto intervento del Re di Spagna a fianco di Rajoy e della repressione poliziesca radicalizzava il sentimento di massa repubblicano in Catalogna. La parola d'ordine “Via la Guardia Civil, via le truppe di occupazione!” rimbalzava in tutta la regione. La ribellione di massa di una nazionalità politicamente oppressa contro l'imperialismo spagnolo ha aperto così una frattura profonda, con un possibile effetto di richiamo sulle aspirazioni indipendentiste della nazione basca e galiziana, mentre la dinamica rivoluzionaria in Catalogna minaccia di trasformarsi in un riferimento esemplare per altre nazionalità oppresse in Europa.

Ma contro tutte le illusioni movimentiste vecchie e nuove, proprio l'innalzamento del livello di scontro pone la questione decisiva della direzione politica del movimento. Tanto più a fronte della sfida frontale di Madrid.


L'ATTACCO FRONTALE DI GOVERNO SPAGNOLO E BORGHESIA

Monarchia e governo spagnolo, il loro apparato giudiziario e poliziesco, hanno scelto l'unica via possibile per la salvezza dell'imperialismo spagnolo: quello dell'isolamento, della divisione, della repressione della ribellione catalana. Solo la sconfitta esemplare della ribellione può infatti disarmare ogni effetto di richiamo. Il principale giornale borghese di Spagna, El Pais, noto per la sua tradizione liberale, ha titolato ieri a quattro colonne: “Ripristinare l'ordine, ristabilire la legge in Catalogna”. È la parola d'ordine di tutta la borghesia spagnola, senza defezioni o riserve. La sentenza della Corte Costituzionale di Spagna che vieta la sessione del Parlamento catalano il prossimo lunedì, i procedimenti giudiziari contro i vertici della polizia catalana (i Mossos) con l'accusa di sedizione, le minacce di un "intervento risolutivo" a Barcellona, ne sono la traduzione quotidiana.

Ma la repressione non è l'unica leva. La pressione economica è uno strumento potenzialmente ancor più efficace. Le grandi banche catalane (Caixabank e Sabadell) trasferiscono la propria sede legale fuori dalla Catalogna. Le grandi aziende del gas (Gas Natural), delle telecomunicazioni (Eurona), dell'industria tessile (Dogi), del biotech (Oryzon), seguono a ruota. La grande borghesia della Catalogna non vuole mettere a rischio i propri interessi e profitti dorati, legati al mercato finanziario spagnolo ed europeo, per subordinarsi all'indipendenza. Il governo spagnolo, per incoraggiare il processo, ha disposto condizioni agevolate per il rapido trasferimento dalla Catalogna alla Spagna di tutte le imprese che lo desiderano. L'obiettivo politico è evidente: spaventare la popolazione catalana, innanzitutto la piccola borghesia legata al risparmio, con lo spettro del collasso economico e della rovina. Non a caso, nelle stesse ore, i partiti dominanti di Spagna, a partire dal postfranchista PP di Rajoy, annunciano manifestazioni in Catalogna contro l'indipendenza. È il tentativo di aprire un fronte interno alla Catalogna, accerchiando il movimento indipendentista.


LE CONTRADDIZIONI DEL NAZIONALISMO BORGHESE CATALANO

In questa situazione la direzione politica del movimento indipendentista, di natura nazionalista borghese, rivela tutta la sua inadeguatezza.

Dopo la vittoria del primo ottobre, il governo della Generalitat si è di fatto eclissato. Lunghi interminabili giorni di attesa prima di proclamare formalmente persino il risultato del referendum. Invocazione di una improbabile mediazione istituzionale a livello europeo, immediatamente respinta. Rilancio di una proposta di dialogo istituzionale con quello stesso governo di Madrid che ha scagliato la Guardia Civil contro il diritto di voto, naturalmente senza alcun esito. Nessuna iniziativa sul fronte economico di fronte alla fuga di banche e imprese. In pratica, il nulla. Mentre il padre putativo di Convergencia Democratica (il principale partito di governo in Catalogna) dichiara candidamente al Financial Times che «la Catalogna non è ancora pronta per l'indipendenza», il portavoce del presidente Carles Puigdemont afferma che per la dichiarazione d'indipendenza... «c'è tempo», un settore dei Mossos in via di pentimento chiede il passaggio alla polizia di Spagna.

La verità è che il nazionalismo borghese catalano si è spaventato del proprio coraggio. Non è un caso. Di fronte alla minaccia di Madrid e soprattutto al panico della borghesia catalana, il nazionalismo borghese catalano rivela semplicemente la propria natura e ne è prigioniero. A tutto vantaggio dell'imperialismo spagnolo.


PER LA REPUBBLICA SOCIALISTA DI CATALOGNA

Solo la classe lavoratrice catalana e la gioventù di Catalogna possono prendere in mano e portare sino in fondo la battaglia democratica dell'indipendenza. Ma solo rompendo col nazionalismo borghese catalano. Solo riconducendo la rivendicazione dell'indipendenza alla prospettiva anticapitalista e socialista.

Immediata proclamazione della Repubblica di Catalogna, rispettando la volontà del popolo. Nazionalizzazione delle banche catalane, senza indennizzo per i grandi azionisti, a protezione dei piccoli risparmiatori. Requisizione delle imprese che spostano altrove la loro sede legale, ponendole sotto il controllo dei lavoratori. Appello alla classe lavoratrice spagnola per una lotta unitaria contro il governo di Rajoy, sulla base di un comune programma di mobilitazione sociale. Organizzazione di massa dell'autodifesa della Catalogna contro le minacce di Madrid. Sviluppo di strutture di autorganizzazione democratica di massa nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei quartieri, e loro progressivo coordinamento e centralizzazione.
È la costruzione di un altro potere, contrapposto allo Stato spagnolo, basato su un'altra classe sociale. È la soluzione della Repubblica socialista della Catalogna, nella prospettiva storica degli Stati uniti socialisti d'Europa.

Solo la mobilitazione per questa prospettiva, solo questi metodi di lotta, sono oggi in grado di fronteggiare la minaccia che grava sulla Catalogna e di garantire il rispetto del referendum del primo ottobre. Fuori da questa prospettiva c'è solo il serio rischio di una disfatta.


PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA IN CATALOGNA E IN SPAGNA

Di certo questa prospettiva richiede una svolta radicale della sinistra catalana e spagnola.
La subordinazione della CUP al nazionalismo borghese catalano e al suo governo, nel nome del fronte popolare indipendentista, non solo le impedisce ogni ruolo alternativo di direzione, ma la corresponsabilizza ad una linea disastrosa.
Le pietose manifestazioni di Podemos, Izquierda Unida, Ada Colau, a favore del “dialogo” e della “pace” tra Barcellona e Madrid, in dichiarata contrapposizione alla proclamazione unilaterale della Repubblica catalana, sono qualcosa di molto più grave: un tradimento della rivoluzione catalana, un aiuto prezioso alla controrivoluzione spagnola. Il fatto che abbiano la benedizione di Sinistra Italiana e del PRC, assieme naturalmente al plauso del Manifesto, dimostra una volta di più la natura subalterna della sinistra riformista, che per la propria subalternità al capitalismo volta le spalle persino alla rivendicazione della Repubblica.

Organizzazioni rivoluzionarie come Izquierda Anticapitalista Revolucionaria e Corriente Revolucionaria de Trabajadores stanno difendendo in Spagna e Catalogna la prospettiva classista e rivoluzionaria. Lo sviluppo della sinistra rivoluzionaria in Catalogna e Spagna, il suo radicamento di massa, la sua organizzazione, sono l'unica via per una egemonia di classe alternativa nel movimento indipendentista catalano e nel movimento operaio spagnolo.

Partito Comunista dei Lavoratori

«No pasaran!»

Per una egemonia di classe anticapitalistica nel movimento indipendentista di massa in Catalogna

 Il governo spagnolo del PP di Rajoy procede manu militari contro il diritto di autodeterminazione della Catalogna: incarcerazione di funzionari, sequestro poliziesco delle schede elettorali, minaccia di procedimento giudiziario sino all'arresto di «chiunque si renda complice di un referendum illegale». Una campagna repressiva frontale che giunge a ventilare l'applicazione dell'articolo 115 della Costituzione spagnola che prevede la possibile destituzione amministrativa di governi locali e regionali per mano del governo centrale. Questa campagna vede allineata la grande borghesia di Spagna, la monarchia, l'intero apparato repressivo dello Stato, l'alta magistratura, e tutti i tradizionali partiti di governo dell'imperialismo spagnolo. A partire dal PSOE, solidale col PP, e dalla grande stampa cosiddetta democratica e progressista, come El Pais che da settimane incalza Rajoy da destra, chiedendogli di passare a vie di fatto e di imporre il rispetto della legge.

Intanto le sinistre riformiste spagnole (Izquierda Unida e Podemos), prima contrarie al referendum catalano e ora solidali con la risposta di massa alla repressione, si aggrappano alla vana speranza di un "referendum concordato" tra Catalogna e Madrid. Nei fatti Pablo Iglesias cerca di salvare la propria prospettiva di governo dell'imperialismo spagnolo a braccetto col PSOE (col dissenso maggioritario di Podemos Catalano).

Qual è la natura sociale e politica dello scontro in atto in Spagna? La confusione regna sovrana nella stessa sinistra italiana, con Il Manifesto che scomunica le “due parti”, ed altri che giungono ad assimilare il referendum indipendentista catalano ai referendum reazionario di Maroni e Zaia per la maggiore autonomia della... Padania. Nulla di più falso e ridicolo.


LA NATURA DEL NAZIONALISMO CATALANO


Certo, nel movimento nazionalista catalano, come in ogni movimento nazionalista, sono coinvolti anche interessi borghesi. La Catalogna di oggi è una regione assai sviluppata dal punto di vista capitalistico (20% del PIL statale), ed è parte dell'imperialismo spagnolo. Un settore di questa borghesia vuole l'indipendenza per incassare a proprio vantaggio il residuo fiscale di 9 miliardi oggi versato a Madrid. Il principale partito di governo della Catalogna (Convergencia Democratica) è espressione di questi interessi. Al tempo stesso la borghesia catalana è divisa. La grande impresa catalana, che dirige la Confindustria regionale, è apertamente schierata al fianco di Madrid, contro l'indipendentismo, perché i suoi interessi sono strettamente intrecciati col mercato finanziario nazionale ed europeo.

A fronte di queste contraddizioni borghesi esiste un movimento popolare indipendentista con una larga base di massa e una robusta radice nella storia spagnola. A differenza della patacca padana, la Catalogna è una nazionalità reale, con una lingua e una cultura propria, al pari della nazione basca e della nazionalità galiziana. Se oggi non si può parlare della Catalogna come nazione socialmente oppressa, si può certo riconoscere l'oppressione politica che essa subisce da parte dello Stato spagnolo e del centralismo castigliano; una oppressione che nel corso della lunga dittatura franchista era giunta a punire con la galera l'uso stesso della lingua catalana persino in privato. Il movimento nazionalista catalano ha dunque assunto storicamente una valenza democratica e progressiva in contrapposizione a Madrid. Oggi rappresenta un movimento di massa repubblicano contro la monarchia di Spagna. Il sentimento collettivo che l'accompagna, la sua cultura di riferimento, il suo immaginario politico è di natura democratica. La più grande manifestazione di massa in Europa a difesa dei diritti dei migranti e per la loro accoglienza si è svolta non a caso alcuni mesi or sono proprio a Barcellona: la base di massa dell'indipendentismo catalano è largamente sovrapposta alla base di massa di quella manifestazione. Si tratta dunque di un fenomeno non solo diverso ma del tutto opposto al leghismo referendario del Nord Italia. Tanto più in queste ore, la drammatica stretta repressiva di Madrid, la sua volgarità poliziesca, i suoi metodi franchisti, esaltano il carattere democratico della mobilitazione in Catalogna.

Come marxisti rivoluzionari siamo dunque tanto più oggi per la difesa del diritto di autodeterminazione della Catalogna, che è il suo diritto alla separazione, contro la repressione del governo centrale. “No pasaran!” gridano per le strade di Barcellona decine di migliaia di manifestanti. Facciamo nostra questa parola d'ordine.


PER UNA EGEMONIA DI CLASSE ALTERNATIVA NELLA MOBILITAZIONE INDIPENDENTISTA

Al tempo stesso non siamo nazionalisti, neppure all'interno di una nazione oppressa. Difendiamo il diritto di autodeterminazione, sosteniamo oggi la rivendicazione dell'indipendenza catalana per il suo carattere progressivo, ma riconduciamo strettamente questa rivendicazione alla prospettiva classista e socialista, contro ogni forma di subordinazione del proletariato catalano alla borghesia catalana. Rivendichiamo una Catalogna socialista nella prospettiva degli Stati uniti socialisti d'Europa.

È questa una linea profondamente diversa da quella sostenuta dalla CUP catalana (in Italia, riferimento della Rete dei Comunisti). Questa organizzazione maoista di tipo centrista ha realizzato un blocco politico con la borghesia nazionalista di Catalogna, ed è infatti parte della maggioranza di governo regionale diretta da Convergencia. Non solo vota le leggi di bilancio del governo catalano, incluse le misure di austerità (come faceva Rifondazione Comunista nella maggioranza del primo governo Prodi), ma si subordina alla direzione borghese della battaglia indipendentista. Nei fatti realizza un fronte popolare con la borghesia catalana, sotto l'egemonia di quest'ultima. Il suo obiettivo è una Repubblica di Catalogna democratica a braccetto con i partiti borghesi entro cui difendere e far avanzare i diritti sociali. L'ennesima riproposizione di una soluzione riformista, rispettosa del capitalismo, e peraltro del tutto improbabile tanto in Catalogna quanto in Spagna. L'ennesima “tappa democratica” che nel nome della transizione al socialismo subordina la classe al capitale.

È una linea subalterna molto rischiosa per le stesse ragioni dell'indipendenza catalana. Fino a quando la borghesia catalana reggerà l'urto della repressione di Madrid? La base di massa popolare del movimento probabilmente si allargherà nella lotta contro la repressione del governo centrale e della monarchia. È la dinamica di queste ore. Ma fino a quando i partiti borghesi catalani, i loro dirigenti e alti funzionari, reggeranno la minaccia della galera, il sequestro dei patrimoni, le inchieste giudiziarie di massa, il congelamento dei conti bancari? La polizia catalana dei Mossos era stata presentata dai dirigenti borghesi indipendentisti, e dalla CUP a loro rimorchio, come scudo protettivo della Catalogna, eppure sta oggi partecipando alla repressione della Guardia Civil, o non la contrasta. È possibile che la pressione di massa produca fratture (salutari) tra i Mossos, ma affidare le sorti di una battaglia democratica alle forze di polizia di uno Stato borghese, fosse pure catalano, è un potenziale suicidio. Come oltretutto dimostra l'intera storia di Spagna.

Il compito dei marxisti rivoluzionari in Catalogna è esattamente opposto. È quello di battersi per una egemonia di classe anticapitalistica sul movimento di massa, in contrapposizione a Madrid e in alternativa alle forze borghesi catalane.

La parola d'ordine del momento deve essere più che mai quello della autorganizzazione di massa indipendente dei lavoratori e dei giovani catalani, in alleanza coi lavoratori di tutta la Spagna, e in comune contrapposizione al governo di Madrid. Una autorganizzazione di massa che leghi la rivendicazione democratica dell'autodeterminazione a un proprio programma indipendente di aperta rottura con la borghesia: abolizione del debito verso le banche, nazionalizzazione delle banche, esproprio delle grandi imprese sotto controllo operaio, cancellazione del precariato, ripartizione del lavoro con la riduzione progressiva dell'orario a parità di paga. È la prospettiva di una Repubblica dei lavoratori della Catalogna, basata sulla loro organizzazione e la loro forza.

In queste ultime ore, mentre le burocrazie sindacali spagnole chiedono la “pacificazione” tra Spagna e Catalogna, cioè nei fatti la resa del movimento catalano, i portuali di Barcellona e Terragona, con i relativi sindacati locali, si sono rifiutati di ormeggiare le navi di rinforzo per la Guardia Civil inviate da Madrid e dichiarano pubblica disobbedienza a oltranza. In questo piccolo episodio vive l'autonomia di classe del proletariato catalanoe la sua possibile egemonia alternativa nel movimento indipendentista. In tutta la Spagna, e in tutta Europa, va sostenuta in ogni forma possibile la battaglia dei lavoratori catalani.

Il proletariato catalano è stato storicamente l'avanguardia del proletariato spagnolo. Ricondurlo all'altezza della sua migliore tradizione e' oggi il compito dei marxisti rivoluzionari.

Marco Ferrando