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Congresso di Rifondazione Comunista, lo scontro tra due posizioni diversamente subalterne


 Il congresso di Rifondazione Comunista si è appena concluso. Il segno del congresso è dato dallo scontro frontale tra due schieramenti interni di pari consistenza. Il primo a sostegno del segretario Maurizio Acerbo, il secondo sospinto dall'ex ministro Paolo Ferrero. È lo scontro che ha investito gli ultimi tre anni di vita del PRC, a livello centrale e nelle federazioni, senza risparmio di colpi. Il sostanziale equilibrio nel rapporto di forza tra i due schieramenti contrapposti si è riflesso nel risultato congressuale: settanta voti di differenza tra la mozione Acerbo e la mozione alternativa di Ferrero, a vantaggio del primo. Il segretario nazionale Maurizio Acerbo è stato confermato con un solo voto di scarto dal Comitato Politico Nazionale eletto dal congresso. Tutto lascia pensare che lo scontro proseguirà nel tempo a venire. L'unico fatto certo è che la crisi del PRC è ben lungi dall'essere risolta.


Dopo tre anni di instancabile guerriglia interna, l'ex ministro Ferrero non è riuscito a detronizzare il segretario Acerbo. Il segretario è sopravvissuto alla guerra ma non ha recuperato il controllo reale del partito. Se la posta in gioco del congresso era il controllo di ciò che resta del PRC, nessuno dei due schieramenti può cantare vittoria.
Ma non è questo l'aspetto che a noi interessa. Ci interessa invece esaminare il contenuto politico delle due posizioni a confronto. Due posizioni diversamente subalterne, accomunate da una inossidabile logica riformista. E al tempo stesso due posizioni che faticano nel quadro politico attuale a ritagliarsi uno sbocco politico reale, al di là delle retoriche di accompagnamento.

Il documento congressuale di maggioranza (Acerbo) si fonda su una precisa opzione politica: la volontà di ricomporre la relazione con il centrosinistra, in funzione di una prospettiva di governo borghese. È il richiamo nostalgico della foresta. Il tentativo di uscire dall'isolamento ritornando nella “politica che conta”.
Il riferimento esplicito alle esperienze di governo, passate e presenti, di diversi partiti della sinistra europea, da Syriza a Podemos, non è casuale. Questo è il vero contenuto della posizione di maggioranza. Naturalmente questo contenuto è avviluppato dalle immancabili rassicurazioni formali: “non intendiamo entrare nel campo largo, che vuole essere un'alleanza senza principi e programma, costruita solo su una generica opposizione alla destra... noi proponiamo al contrario punti dirimenti di programma...», ecc. ecc. In realtà è il solito vecchio canovaccio retorico del condizionamento programmatico a sinistra di PDS, DS, PD, evocato per quasi quindici anni da Fausto Bertinotti (con la sola opposizione della sinistra rivoluzionaria interna da cui nascerà il PCL) per motivare la propria prospettiva governista.

Prospettiva governista che ha coinvolto ciclicamente il PRC nelle politiche antioperaie e autodistruttive dei due governi Prodi. Nel primo caso (1996-1998), in maggioranza di governo, votando l'introduzione del lavoro interinale, il record europeo delle privatizzazioni, i campi di detenzione amministrativa per i migranti (legge Turco-Napolitano). Nel secondo caso (2006-2008), questa volta all'interno del governo, votando l'abbattimento delle tasse sui profitti di imprese e banche (IRES, dal 34% al 27,5%!), l'aumento delle spese per la Difesa, il sostegno alle missioni militari.
Sono politiche che hanno colpito i lavoratori e le lavoratrici, spianando la strada all'influenza reazionaria nelle loro file. Sono le politiche che distrussero il PRC come riferimento di massa, precipitando la sua crisi rovinosa.
La vera differenza è che allora il PRC aveva una rendita di posizione negoziale per candidarsi a sinistra del centrosinistra. Oggi quello spazio è presidiato da Sinistra Italiana. Pertanto l'unica possibilità reale di questa opzione politica è sperare di aggregarsi a Fratoianni come ultima eventuale ruota del carro. A questo si riduce la Rifondazione Comunista?

Il documento di minoranza di Paolo Ferrero contesta formalmente la ricomposizione col centrosinistra, la denuncia come capitolazione, e nello slancio critico giunge persino a riconoscere che la crisi del PRC non inizia col congresso di Chianciano del 2008 ma con le scelte di governo precedenti. Salvo rimuovere lo spiacevole dettaglio che il ministro di Rifondazione nel governo Prodi era proprio... Paolo Ferrero. Cioè colui che più di ogni altro si spese per la scelta governista del partito in contrapposizione alla sinistra rivoluzionaria del PRC; colui che più di ogni altro difese tra il 2006 e il 2008 la propria permanenza nel governo, contro l'ipotesi di un passaggio al sostegno esterno, ventilata dall'allora segretario Franco Giordano.
È un caso che il documento di minoranza rimuova totalmente la materialità delle scelte antioperaie dei due governi Prodi? Il bilancio di quella stagione viene ridotto all'eufemismo della impermeabilità del centrosinistra alle proposte riformatrici del PRC. Che è il modo di assolvere la permeabilità del PRC di Ferrero alle politiche controriformatrici del centrosinistra borghese.

La proposta “alternativa” del documento di minoranza è indicativa. La sintesi è che bisognerebbe «fare come Mélenchon»: prima capovolgere i rapporti di forza con la socialdemocrazia, grazie ad una politica autonoma, e poi ricomporre l'alleanza sotto la propria egemonia e candidarsi a governare come sinistra-centro.
Al di là di ogni principio di realtà (e delle profonde differenze con lo scenario francese), il governo del capitalismo resta dunque la bussola strategica di Ferrero. L'alfa e l'omega. La stella cometa, insensibile ad ogni lezione dell'esperienza. «Fare come Mélenchon» è la versione attuale del «fare come Tsipras». Salvo ignorare che il governo Tsipras, idolatrato a suo tempo da tutta la sinistra “radicale”, ha gestito le politiche antioperaie della troika contro la propria base sociale, e contro la domanda di svolta che ne aveva sospinto l'ascesa. E che Melenchon, già ministro di Jospin, ha un programma riformista simile a quello originario di Tsipras, prima che la sua esperienza di governo ne rovesciasse brutalmente il segno.
La verità è che oggi, dentro la crisi capitalistica e la polarizzazione dello scontro interimperialista, non c'è più lo spazio storico del riformismo, nonostante le illusioni dell'ex ministro Ferrero.

Ma l'aspetto più sconcertante del documento alternativo è la esaltazione dei BRICS, sino alla rivendicazione della adesione dell'Italia ai BRICS. Invece della doverosa contrapposizione a tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi, nel nome dell'interesse internazionale della classe lavoratrice e dei popoli oppressi, si rivendica il sostegno ad uno dei due poli imperialisti contro l'altro, nel nome del multipolarismo e della lotta contro la guerra. Ma le dinamiche di guerra non sono forse sospinte proprio dalla presenza di diversi poli imperialisti, gli uni contro gli altri armati, che si disputano la spartizione del pianeta? Il multipolarismo imperialista è esattamente l'attuale geografia del mondo. La lotta contro la guerra o è la lotta contro tutti gli imperialismi, e a difesa di tutti i popoli da questi oppressi, o non è. Dire che l'imperialismo cinese e russo sono fattore progressivo e di pace significa capitolare alla loro propaganda imperialista, speculare alla propaganda dell'imperialismo NATO di casa nostra.

La verità è che il documento alternativo strizza l'occhio a Potere al Popolo, e anche per questo si sintonizza sull'impostazione campista del suo gruppo dirigente (Rete dei Comunisti). Salvo tacere, in un documento tutto imperniato sulla lotta alla guerra, che Mélenchon vota l'invio di armi all'Ucraina (ben al di là del giusto sostegno all'Ucraina contro l'imperialismo russo, e dunque del suo diritto ad usarle). E che Unione Popolare, con Potere al Popolo, è sepolta da anni. Non sarà Ferrero a resuscitarla. Tanto più avendo perso il congresso.

In conclusione. Siamo stati ripetutamente accusati di muovere una critica al PRC basata sul passato. Ma senza un bilancio onesto del passato come è possibile tracciare una nuova via? Peraltro è stato proprio il passato a dominare, in forma diretta o indiretta, il confronto interno al congresso del PRC. Il nodo del rapporto col centrosinistra, la questione strategica del governo, l'esperienza della sinistra europea richiamano inevitabilmente il tema del bilancio. Semplicemente, il congresso ci ha detto una volta di più che chi non impara dalla storia è destinata a ripeterla. Magari in formato ridotto e residuale, come speranza del proprio immaginario.

La verità è che Rifondazione Comunista è da tempo una sopravvivenza postuma. La Rifondazione Comunista quale riferimento largo e riconoscibile da ampi settori di classe e di avanguardia morì diciannove anni fa tra le braccia di Prodi. I gruppi dirigenti di ciò che è rimasto di quel partito appaiono prigionieri del suo passato, incapaci sia di elaborare il lutto che di rimontare la china del loro disastro.
Ai militanti coerentemente comunisti del PRC che non vogliono restare sotto le macerie del proprio partito, e che al tempo stesso non si rassegnano alla passivizzazione e alla resa, proponiamo di costruire insieme, controcorrente, il Partito Comunista dei Lavoratori, sulle basi di principio del marxismo rivoluzionario. Le uniche basi che non si piegano come canne al vento. Le uniche basi che possono armare un reale progetto anticapitalista, sul terreno nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

La paralisi apoplettica del sistema politico francese e i compiti dei marxisti rivoluzionari

 


6 Dicembre 2024

Il 4 dicembre il governo Barnier è caduto sfiduciato da 331 deputati dell’Assemblea Nazionale.
Ciò è stato possibile per la convergenza dei deputati del Rassemblement National di Marine Le Pen e del Nouveau Front Populaire con a capo Jean-Luc Mélenchon sulla mozione di censura, dopo che Barnier, in un clima di impopolarità crescente, aveva cercato di imporre il bilancio detto di sicurezza sociale.

Nonostante le profferte e le aperture importanti del governo Barnier nei confronti di RN, ad esempio con una violenta stretta sull’immigrazione, Marine Le Pen ha deciso di appoggiare la mozione di censura. Ciò è stato dovuto probabilmente al crollo di popolarità del governo voluto dal presidente Macron, e di Macron stesso, oltre che probabilmente dalla volontà della stessa Le Pen di anticipare le elezioni presidenziali, dal momento che sulla sua testa pende la minaccia di una causa di ineleggibilità per aver orchestrato l’appropriazione indebita di fondi dei suoi rappresentanti eletti al Parlamento Europeo per finanziare il suo partito.

Ma al di là dei fatti contingenti, la motivazione principale della caduta del governo dopo solo tre mesi dal suo insediamento deve essere ricercata nella configurazione politica che si è venuta a determinare dopo le elezioni del 7 luglio.
Macron aveva sciolto l’Assemblea Nazionale e indetto nuove elezioni dopo le elezioni europee di giugno, allorché il trionfo del Rassemblement National di Le Pen aveva terremotato lo scenario politico. Le elezioni del 7 luglio hanno visto a sorpresa la vittoria relativa delle liste di sinistra raccolte nel Nouveau Front Populaire, ma di fatto hanno prodotto una configurazione parlamentare tripartita senza possibilità di una maggioranza da parte di ciascun raggruppamento.
Su questa scorta, Macron ha imposto il governo Barnier con un programma di austerità e di tagli allo stato sociale dovuti al gravissimo deficit di bilancio dello stato e alle difficolta dell’economia francese. Un programma capitalista, di aggressione alle condizioni di vita dei lavoratori, in un quadro che vede aperte innumerevoli vertenze sindacali come Auchan, Michelin, Vencorex, MA France, Valeo, Arcelor, Arkema, Stellantis con la seria prospettiva della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Mentre il centro macroniano subisce una sconfitta elettorale, perdendo la maggioranza relativa, la destra lepeniana, pur non riuscendo a bissare l’exploit elle elezioni europee accresce i propri consensi.
La destra infatti riesce a capitalizzare i sentimenti xenofobi purtroppo molto diffusi a livello popolare, anche contro le seconde e terze generazioni di immigrati delle banlieue, nonché la paura per un attacco alle proprie condizioni di vita, paura a cui dare risposta con il ripiegamento nazionalista che il becero sovranismo di Le Pen vuole solleticare.
Insomma, la crescita elettorale del Rassemblement National rappresenta lo spettro di una deriva a destra dell’impasse politico francese.

Le elezioni di luglio vedono però anche e soprattutto l’affermazione delle sinistre dell’NFP, con un risultato sorprendente dopo quelli deludenti conseguiti dalle liste di sinistra alle lezioni europee.
Il NFP è costituito dalle principali forze della sinistra francese: La France Insumise (LFI), il Partito Socialista (PS), Il Partito Comunista Francese (PCF) e gli ecologisti. Come si vede, un accordo tra la sinistra riformista (LFI e PCF) e la sinistra borghese (PS ed ecologisti).
Il suo successo elettorale ha diverse spiegazioni. Nella contingenza dell’appuntamento elettorale è molto probabile che l’unitarietà della lista abbia incontrato il favore dell’elettorato di sinistra, che ha visto nel NFP un argine possibile all’apparente crescita irresistibile di RN. Da questo punto di vista è stato forte il richiamo a una mobilitazione antifascista e antiautoritaria. Insieme a questo, però, l’elettorato di sinistra ha cercato di dare un segnale di svolta anche sul piano sociale ed economico.
In definitiva, anche se in maniera distorta, NFP raccoglie il vento delle manifestazioni di massa del 2023 contro la legge per l’allungamento dell’età pensionabile imposta da Macron. Un movimento di massa, quello per la difesa delle pensioni, che pur sconfitto, nello scontro diretto con la presidenza della repubblica, aveva squarciato il velo della dittatura borghese nascosta dietro le paludate istituzioni democratico-borghesi e seppur confusamente era alla ricerca di un’alternativa.

È del tutto improbabile che NFP possa dare soddisfazione a queste aspirazioni. In queste ore, in cui il Presidente della repubblica cerca di formare un nuovo governo, parte delle forze che lo compongono, come il PS, è tentato per senso repubblicano, e in un farsesco regime di “reciproche concessioni”, di addivenire a un accordo con Macron, sacrificando anche l’opposizione alla legge sulle pensioni.

Il governo borghese che sortirà da queste trattative da basso impero non potrà che umiliare le aspirazioni del popolo della sinistra francese e tornare a imporre un programma di austerità lacrime e sangue per la classe operaia e le classi popolari.
Ciò favorirà la destra lepeniana, che opporrà al governo dei tagli la retorica della difesa dei veri francesi e capitalizzerà la divisione di NFP e la capitolazione della sinistra borghese.

Tuttavia, questo non è un esito scontato. Se lo scontro si risolve completamente nella bolla elettorale del sistema politico borghese, la sua soluzione non potrà che essere un governo sempre più spietatamente borghese ed autoritario. Ma se questa bolla venisse rotta potrebbe aprirsi uno scenario completamente diverso.
Se il popolo della sinistra francese fosse chiamato alla mobilitazione contro i tagli alla spesa sociale, i la controriforma delle pensioni, i licenziamenti, contro l’autoritarismo ed il razzismo, perché a pagare sia il grande padronato e non la classe operaia e le classi popolari, si potrebbe aprire un varco verso un’alternativa di società.

La sinistra trotskista, NPA-R, Lutte Ouvrière e Revolution Permanente, chiama allo sciopero, alla mobilitazione di classe per piegare governo e padronato e ottenere le dimissioni di Macron. È giusto. Lo sciopero dimostrerebbe la forza di milioni di salariati, e sarebbe capace di costringere le direzioni dei sindacati all’unità e a una coerente lotta contro governo e padronato senza capitolazioni, come invece è purtroppo avvenuto nel 2023, con il risultato del drammatico riflusso di quel grande movimento popolare.
Di più, potrebbe produrre quelle forme di autorganizzazione della classe lavoratrice che sarebbero altrettanti strumenti di autogoverno, di formazione della classe al compito di dirigere tutta la società.
Purtroppo, però, anche da parte della sinistra trotskista è proprio la prospettiva della presa del potere da parte delle organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori che non viene avanzata, venendo meno, così, al compito fondamentale che si impone oggi al movimento operaio in una Francia il cui sistema politico è incorso in una paralisi apoplettica che non sembra avere possibilità reali di soluzione a lungo termine.

Questo compito, il compito dei marxisti rivoluzionari, è l’indicazione di una prospettiva di rivolgimento politico. Basta con il governo dei padroni mascherato da governo democratico di “interesse generale”. Il movimento operaio deve rivendicare non un governo di sinistra, che finisca per fare le stesse cose di qualsiasi governo borghese, ma un governo di tipo nuovo: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori basato sulle proprie organizzazioni di massa!

Partito Comunista dei Lavoratori

La crisi della Quinta Repubblica

 



La lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici

10 Luglio 2024

Il voto del secondo turno delle elezioni francesi ha rappresentato una sconfitta politica del fronte arcireazionario lepenista. Un fatto importante e un sollievo. Il radicato sentimento antifascista della maggioranza della società francese ha trovato nella stessa partecipazione al voto un suo riflesso. Le manifestazioni festose del popolo della sinistra per la sconfitta di Le Pen-Bardella sono dunque più che comprensibili, e le facciamo nostre.

Al tempo stesso, il voto espresso nel ballottaggio ha risvolti problematici per i lavoratori e le lavoratrici.
In primo luogo, il polo lepenista, pur vedendosi al momento sbarrato l'accesso diretto al governo, registra con dieci milioni di voti il più grande risultato della sua storia, consolidando il proprio blocco sociale reazionario. La sua minaccia resta dunque incombente sulla prospettiva.
In secondo luogo, la desistenza del Nouveau Front Populaire (NFP) a favore di 127 candidati macroniani ha favorito la tenuta di un centro borghese antioperaio nel Parlamento francese, non autosufficiente, certo più debole che nel 2022, ma consistente. L'elezione di Élisabeth Borne, già guida di governo nell'assalto contro le pensioni, e del famigerato ministro uscente degli Interni Gérald Darmanin, promotore delle peggiori leggi contro gli immigrati e di infami misure poliziesche, sono di per sé emblematici. Macron cercherà di far leva sulla presenza di questo blocco (seppur internamente variegato) per favorire soluzioni antioperaie della crisi politica e istituzionale, in continuità con gli indirizzi e interessi del grande capitale.

Grandi manovre sono peraltro cominciate per consentire la governabilità borghese della Francia. È la ricerca affannosa di una maggioranza parlamentare che possa reggere un futuro esecutivo a fronte di quattro blocchi distinti, privo ognuno di una maggioranza assoluta di seggi (NFP 182 seggi, Ensemble 168 seggi, RN 143 seggi, i Repubblicani 45 seggi).
Una situazione inedita sotto la Quinta Repubblica. Si affaccia in questo senso una girandola virtuale di ipotesi diverse: una maggioranza del cosiddetto “fronte repubblicano” che si fondi sulla coalizione tra macroniani, l'intero NFP e la destra gollista (che però oggi registra le opposte indisponibilità di Mélenchon e di un significativo settore macroniano); una maggioranza che punti sulla figura di Glucksmann (PS) per emarginare Mélenchon e LFI e liberare un'alleanza tra macroniani, socialisti, ecologisti e PCF, con l'aggiunta di un settore gollista (che però non avrebbe la maggioranza assoluta); una soluzione di governo tecnico basato sulla raccolta di tecnocrati del grande capitale e maggioranze parlamentari variabili (che però, essendo priva di una maggioranza definita, sarebbe esposta a tutte le incognite del caso).
L'unico fatto certo è che qualsiasi ipotesi di governabilità borghese si contrappone agli interessi dei lavoratori: il suo unico fine è garantire la continuità delle politiche di tagli sociali, di spese militari, di attacco ai diritti, dentro il quadro delle compatibilità dell'imperialismo francese e dell'Unione Europea. Non a caso la preoccupazione attorno alla prossima legge di bilancio è al centro del commentario politico dei circoli dominanti del paese.

L'opposizione ad ogni soluzione di governabilità borghese è dunque il primo compito dell'avanguardia classista del movimento operaio francese. È innanzitutto il terreno della mobilitazione attorno alle rivendicazioni centrali dei movimenti di questi anni, sul terreno del più ampio fronte unico di classe e di massa. Ma è anche il terreno di lotta per una prospettiva politica alternativa alla borghesia francese e ai suoi partiti.

I partiti del Nuovo Fronte Popolare si sono assunti negli anni pesanti responsabilità. Hanno governato ciclicamente contro il lavoro. Hanno coperto la burocrazia sindacale e la sua rinuncia a uno sciopero generale. Hanno contribuito non solo alle sconfitte della propria base sociale a tutto vantaggio dei capitalisti, ma hanno perciò stesso aratro il campo dell'espansione dell'estrema destra tra i salariati e in ampi settori di popolazione povera. La costruzione di un'alternativa di direzione del movimento operaio e dei movimenti di lotta resta più che mai una necessità centrale.

Ma la costruzione di un'egemonia alternativa non può prescindere dalla relazione viva con i sentimenti e le domande delle masse che lottano e che hanno lottato. Il Nuovo Fronte Popolare è oggi di fatto il riferimento largamente maggioritario di queste masse. I nove milioni di voti raccolti il 30 giugno non sono solamente voti antifascisti. Sono anche la misura di quella domanda di cambiamento e di svolta che in questi anni si è espressa nelle mobilitazioni contro la legge lavoro, contro l'aumento dell'età pensionabile, contro le leggi razziste, contro le misure e pratiche poliziesche, contro il sostegno allo stato sionista in solidarietà con la Palestina...

Si tratta allora di chiedere pubblicamente ai partiti del Nuovo Fronte Popolare non solo il rifiuto di ogni compromissione con i macroniani e con ogni forza borghese, ma l'intrapresa di una lotta vera per l'unica alternativa politica possibile: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione. Un governo che realizzi tutte le domande di svolta, ben oltre le rivendicazioni minime del NFP. Un governo che rompa con la borghesia francese, i suoi partiti, le sue istituzioni. Che trasferisca nelle mani dei lavoratori le redini della società. Che imponga il controllo operaio, cancelli il debito pubblico verso le banche, nazionalizzi senza indennizzo le banche e le grandi aziende, sciolga i corpi repressivi dello Stato usati contro i lavoratori, dia l'immediata indipendenza alle colonie d'Oltremare.

La crisi profonda della governabilità borghese, e della Quinta Repubblica francese, pone del resto oggettivamente l'attualità della lotta per una prospettiva politica alternativa. Una alternativa di governo che può essere imposta solo dalla forza della mobilitazione, al di là del puro ambito parlamentare e istituzionale.

Saldare l'impegno immediato di mobilitazione a questo appello di lotta per la prospettiva di un governo dei lavoratori significa mettere alla prova i partiti del NFP agli occhi della loro base di massa, ampliare l'ascolto per un programma anticapitalista, allargare l'influenza politica dell'avanguardia di classe, lavorare alla costruzione del partito rivoluzionario.
Oggi come ieri la questione decisiva.

Partito Comunista dei Lavoratori

I salariati in massa contro Macron

 


Mentre i sindacati italiani dormono un sonno profondo, un grande scontro sociale è iniziato in Francia contro l’aumento dell’età pensionabile

24 Gennaio 2023

Una cartina di tornasole, nel cuore della lotta di massa, del confronto fra riformisti e rivoluzionari

Lo scontro sociale si allarga in Francia. Il 19 gennaio otto organizzazioni sindacali hanno promosso una giornata di sciopero generale con manifestazioni in tutta la Francia. Il 31 gennaio è convocata un’altra giornata di sciopero. L’oggetto delle scontro è il progetto di riforma delle pensioni del governo Macron in discussione oggi in Parlamento, che eleva l’età pensionabile da 62 a 64 anni.

Lo scontro sulle pensioni (e non solo) ha una lunga tradizione in Francia. Nel 1995 il governo Juppé fu costretto a revocare la “riforma” pensionistica e a dimettersi dopo tre settimane di sciopero prolungato e di battaglie di piazza. I lavoratori imposero con la propria forza il diritto ad andare in pensione a 60 anni. Nel 2010 il duro conflitto tra movimento operaio e il presidente Sarkozy si risolse al contrario in un relativo successo del governo che elevò l’età pensionabile a 62 anni. Macron ha presentato nella precedente legislatura un progetto di ulteriore innalzamento dell’età pensionabile attraverso un sistema “a punti”. Ma l’irruzione del Covid lo ha costretto a sospendere l’attacco. Ora ritiene giunto il momento di rilanciarlo.

Non si tratta di semplice puntiglio, ma delle ragioni di competitività del capitalismo francese su scala globale e nella stessa Europa. In una fase in cui tutti i governi capitalisti fronteggiano l’aumento massiccio dei costi energetici e aumentano i propri bilanci militari in misura esponenziale, la Francia borghese non può permettersi di mantenere l’età pensionabile a 62 anni. Il suo innalzamento a 64 anni garantirebbe al governo un “risparmio” di quasi 20 miliardi da qui al 2030, che potrebbero essere girati in varie forme ai capitalisti e alle spese di guerra. Da qui la determinazione del governo. La stessa che ha recentemente mostrato nel tagliare del 40% l’indennità di disoccupazione.

La prova di forza si annuncia impegnativa. Lo sciopero del 19 gennaio ha avuto successo. I dati di partecipazione non sono omogenei tra i diversi settori, con un livello più alto nel settore pubblico, nei trasporti, nei servizi, e più differenziato nell’industria. Ma complessivamente un livello di partecipazione superiore a quello registrato nel 2019, all’apertura dello scontro prima del Covid. Lo stesso livello di adesione allo sciopero nell’industria automobilistica è indicativo. Significativo soprattutto il successo delle manifestazioni, a partire da quella oceanica di Parigi. Se il Ministero degli Interni, al di sopra di ogni sospetto, parla di un milione e centomila manifestanti a livello nazionale (due milioni secondo i sindacati) vuol dire che la mobilitazione è stata davvero molto ampia. Circa sei volte tanto le manifestazioni più partecipate dei famosi gilet gialli del 2018.

Sicuramente ha avuto un ruolo il fronte unico delle otto principali centrali sindacali, da Solidaires alla CFDT, passando per la CGT. Un fronte più esteso che nel 2019, e negli scioperi del 2016 contro la Legge El Khomri (il Jobs Act francese), dove la CFDT aveva fatto da sponda al governo. Ma soprattutto incide il sentimento di massa ostile alla riforma nella larga maggioranza dei salariati e nella maggioranza della società francese, come testimoniano tutti i sondaggi. Il successo delle manifestazioni del 19 gennaio è anche questo: non solo hanno coinvolto, secondo diverse testimonianze, settori nuovi di salariati, precedentemente restii a manifestare, ma hanno catalizzato la simpatia di una più ampia massa popolare, colpita dal carovita, dai tagli sociali alla sanità e all’istruzione, ed anche per questo ostile al governo. Il quale peraltro nella nuova legislatura non ha più una maggioranza parlamentare organica su cui basarsi, stretto tra l’estrema destra di Le Pen e la sinistra a guida Mélenchon, e dunque è costretto sulle pensioni a negoziare i voti dei gollisti.

Molto dipende ora dalla direzione della lotta. A differenza delle immobili burocrazie sindacali di casa nostra, le direzioni sindacali in Francia si caratterizzano per una postura relativamente “combattiva”. Ma è bene non farsi illusioni. Come già in occasione degli scioperi contro la legge El Khomri del 2016, le direzioni sindacali temono l’esplosione sociale di un movimento di lotta fuori controllo. Per questo hanno rinunciato a promuovere “scioperi riconducibili”, cioè prolungabili dalle assemblee dei lavoratori interessati. La CGT fa sapere alla propria base che li avrebbe voluti ma che la mediazione unitaria con la CFDT lo ha impedito. La verità è che la stessa burocrazia CGT teme una dinamica di scavalco in cui di fatto la direzione del movimento passa sotto il controllo degli scioperanti. Per questo si è scelta la modalità di giornate nazionali di sciopero distanziate nel tempo, come nel 2016. Una modalità che non massimizza la forza d’urto dello sciopero ma in compenso garantisce il controllo della burocrazia.

La preoccupazione di una dinamica di scavalco ha un fondamento. Gli scioperi e le manifestazioni del 19 gennaio sono state preceduti da un autunno inquieto. A ottobre una ondata di scioperi nelle raffinerie ha paralizzato larga parte della Francia. A novembre si sono moltiplicate lotte aziendali per forti aumenti salariali. A dicembre si è sviluppato uno sciopero a oltranza fuori controllo del personale viaggiante delle ferrovie (i controllori), promosso da strutture di base autorganizzate. Oggi la grande stampa francese teme che lo scontro sulle pensioni possa trascinare con sé una ribellione di massa che sfugga di mano alle burocrazie. È il richiamo del grande sciopero del ’95, ma anche del 2005, quando la mobilitazione di massa prolungata e radicale di lavoratori e di giovani costrinse il governo Villepin a ritirare una legge di precarizzazione del lavoro già presentata in parlamento (Cpe). Inutile dire che le preoccupazioni della borghesia sono le speranze della parte più avanzata della classe operaia francese.

La sinistra politica partecipa naturalmente allo scontro sulle pensioni, secondo l’impostazione dei suoi diversi soggetti. Il blocco riformista della NUPES (la France Insoumise di Mélenchon, il PCF, il Partito Socialista, i Verdi) è impegnato sul piano parlamentare in opposizione al governo, ma con obiettivi differenziati. Il Partito Socialista, spaccato a metà circa il rapporto con NUPES, si oppone alla rivendicazione dell’età pensionabile a 60 anni avanzata dalla CGT, attestandosi sui 62 anni. Il PCF e i Verdi si accodano in questo al Partito Socialista. Sia il PS che il PCF si affidano in ogni caso alla direzione delle burocrazie sindacali cui si limitano ad offrire una sponda parlamentare.

Mélenchon ha una postura parzialmente diversa. Sostiene la rivendicazione sindacale dei “60 anni” ma sviluppa proprie manifestazioni di partito, con un proprio calendario parallelo e in parte concorrenziale con il calendario sindacale. La logica è quella della propria autopromozione elettorale. France Insoumise non avanza alcuna parola d’ordine alternativa all’interno del movimento di sciopero circa l’autorganizzazione della lotta. La sua competizione con la burocrazia CGT è esclusivamente di immagine e richiamo mediatico. La stessa rivendicazione di “un referendum” sulla riforma, in sé accettabile, è concepita come diversivo rispetto alla radicalizzazione della lotta, alla sua organizzazione, al suo sbocco.

Peraltro, il partito di Mélenchon attraversa un durissimo scontro interno al proprio gruppo dirigente e parlamentare tra i fedelissimi del Capo e chi gli contesta una gestione del partito plebiscitaria, estranea ad ogni confronto democratico. Oggi Mélenchon cerca di nascondere e riassorbire questa linea di faglia dietro al sostegno allo sciopero, ma non sarà semplice e non durerà per molto. Nei fatti proprio lo scontro sociale evidenzia una volta di più la natura elettoralistica e istituzionale di FI.

I marxisti rivoluzionari francesi sono in prima fila nella lotta con una propria proposta indipendente. Sul piano rivendicativo intrecciano la contrapposizione alla riforma delle pensioni (e la rivendicazione dei 60 anni di età pensionabile) con la rivendicazione generale di un forte aumento salariale di 400 euro e della scala mobile dei salari. Sul piano della lotta avanzano la proposta delle assemblee generali dei lavoratori quali sedi decisionali, del loro sviluppo intercategoriale e territoriale, del loro coordinamento nazionale. È la parola d’ordine dello sciopero generale sotto il controllo dei lavoratori stessi. Esattamente ciò che temono i padroni e il loro governo, ma anche le burocrazie del sindacato.

Mentre una parte del NPA (Nouveau Parti Anticapitaliste) ha scelto di scindere il proprio partito per accodarsi a Mélenchon e puntare a un blocco elettorale con i riformisti di NUPES, larga parte del NPA, il grosso dei suoi militanti sindacali, la quasi totalità dei suoi giovani, hanno scelto di preservare la propria indipendenza politica dal riformismo e di battersi per una alternativa rivoluzionaria. All’interno del movimento di massa, a sostegno della sua unità, ma con la propria proposta anticapitalista. Sono i compagni raccolti attorno all’appello “Per la necessità e l’urgenza della rivoluzione”.

Auguriamo a questi compagni di sviluppare una politica di raggruppamento rivoluzionario delle forze dell’avanguardia della classe operaia e della gioventù: per la costruzione di quel partito rivoluzionario di cui ha bisogno, oggi più che mai, il proletariato francese... E non solo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Scioperi operai in Francia

 


Centocinquanta manifestazioni in tutta la Francia, grande corteo a Parigi. Una giornata nazionale di sciopero intercategoriale convocata da CGT, Force Ouvrière, Solidaires. 500000 lavoratori nelle piazze su scala nazionale secondo le cifre fornite dal sindacato CGT. Non è ancora una marea travolgente ma è più di un'azione sindacale ordinaria.


L'impulso all'azione di lotta viene dal basso. Da tre settimane gli operai delle raffinerie della Total sono in sciopero con i picchetti all'entrata per chiedere un forte aumento salariale. La Total nei primi sei mesi del 2022 ha accumulato 10 miliardi di profitti netti. L'inflazione in Francia, poco più bassa che in Italia, sta mangiando il potere d'acquisto. Gli operai della Total chiedono semplicemente di redistribuire i profitti. La Total prima ha opposto un rifiuto, poi ha offerto un aumento del 7%. La CFDT ha accettato, la CGT lo ha respinto perché «assolutamente inadeguato». A questo punto gli scioperi si sono estesi alle altre raffinerie con richieste analoghe, bloccando il rifornimento di benzina in larga parte del paese. Il governo è intervenuto precettando i lavoratori in sciopero. Il risultato è che lo sciopero si è esteso, combinando le rivendicazioni salariali con la difesa del diritto di sciopero. Il tutto alla vigilia del passaggio parlamentare della legge di bilancio, dove un governo privo di una maggioranza parlamentare ha evocato l'utilizzo dell'articolo 49 della Costituzione della Quinta Repubblica: quello che consente al governo di varare una legge senza il voto dell'aula parlamentare, a meno di essere sottoposto a un voto di sfiducia. L'impossibile convergenza parlamentare di NUPES e RN di Marine Le Pen è usata da Macron per affondare il colpo. Sarebbe la prima volta nella storia della Francia che l'articolo 49 viene applicato sulla legge nazionale di bilancio.

In questo quadro generale la burocrazia sindacale di CGT è stata indotta a proclamare una giornata nazionale di sciopero. Il suo obiettivo è duplice: rimontare il sorpasso della CFDT nelle recenti elezioni sindacali, consolidare la propria direzione sul movimento di sciopero per evitare dinamiche fuori controllo. A ciò si aggiunge la “concorrenza” d'immagine con la France Insoumise di Mélenchon, che cerca di intestarsi la rappresentanza politico-elettorale degli scioperi nel nome della creazione di un fronte popolare che unisca tutte le componenti del popolo francese. Un approccio populista e interclassista. Mentre il Partito Comunista Francese si allinea alla burocrazia CGT, di cui è parte, contro «abusive interferenze politiche». Tanto per dare l'idea delle contraddizioni che attraversano la NUPES francese.

Vedremo gli sviluppi della situazione. I marxisti rivoluzionari francesi hanno un ruolo importante nell'avanguardia, e spingono alla generalizzazione del conflitto. I ferrovieri, gli infermieri, gli insegnanti, l'intero settore energetico, diverse aziende industriali, hanno ieri scioperato a fianco dei lavoratori delle raffinerie. Non solo in segno di solidarietà, ma rivendicando un aumento generale dei salari di almeno il 10% (7% per il recupero sull'inflazione e 3% per la redistribuzione dei profitti) e un salario minimo intercategoriale di 2000 euro.
Certo è che dopo l'ascesa degli scioperi operai per rivendicazioni salariali, in Gran Bretagna, in Belgio, negli Stati Uniti, è venuto il momento della Francia. Non è il momento migliore per Macron, che in questo clima ha annunciato il ritorno alla carica per l'aumento dell'età pensionabile. Una prova di forza che si annuncia durissima.

Tutto il movimento operaio italiano deve dare solidarietà al proletariato francese e alla sua lotta. Di certo lo fa il nostro partito. La migliore azione di solidarietà è quella di fare come in Francia, come in Gran Bretagna, come in Belgio, come negli Stati Uniti, rompendo finalmente la lunga pace sociale che la burocrazia CGIL ha garantito ai padroni e ai governi italiani.
Per un forte aumento salariale unificante di 300 euro netti, la scala mobile dei salari, il blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari. Per una lotta generale che vada sino in fondo. Non per un fronte popolare interclassista, ma per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lettera aperta alle compagne e ai compagni del PRC

 


Alle compagne e ai compagni del Partito della Rifondazione Comunista


Il necessario fronte unico di lotta contro il governo delle destre, che noi proponiamo a tutte le sinistre politiche, sindacali, associative e di movimento, non può e non deve silenziare il confronto interno alla sinistra. Combinare la massima unità d’azione con la massima franchezza nella critica ci pare il metodo più onesto di relazione. Il più leale perché il più sincero.

Partiamo da un principio di realtà. Unione Popolare ha largamente mancato, com’era prevedibile, l’annunciato ritorno in Parlamento. A migliaia di militanti era stato spiegato che nascondere la riconoscibilità di una sinistra classista sotto le vesti di una lista civico-progressista avrebbe favorito un approdo istituzionale; che il sostegno di Mélenchon avrebbe fatto la differenza col passato; che la crisi del M5S aveva liberato un nuovo spazio; che la subalternità di Sinistra Italiana al PD aveva fatto chiarezza. Che questa volta, insomma, era la volta buona per riscattare la sinistra cosiddetta radicale dalla sua marginalità.

I fatti hanno smentito alla radice tutto l’impianto di questa argomentazione. Sinistra Italiana entra in Parlamento, il M5S si rilancia con un profilo “sociale” capitalizzando la crisi del PD, l’effetto Mélenchon dura lo spazio di un discorso e del relativo applauso. Unione Popolare resta al palo, con un voto di poco superiore a quello di Potere al Popolo nel 2018. L’impegno generoso di tante compagne e compagni è esposto al disincanto e all’amarezza.

Ora i fatti hanno bisogno di una spiegazione. Il punto non è il risultato elettorale in quanto tale, se non di riflesso, ma la natura di un'impostazione politica che di elezione in elezione ripropone da quindici anni la stessa minestra. Prima Sinistra Arcobaleno, poi Rivoluzione Civile di Ingroia, poi l’Altra Europa con Tsipras, poi Potere al Popolo, poi La Sinistra con Fratoianni, infine Unione Popolare con De Magistris. Qual è l’elemento comune di queste diverse esperienze? La rimozione della centralità del lavoro salariato nel nome della cittadinanza democratica, a volte giustizialista, a volte progressista, a volte sociale, più spesso un impasto di tutti questi ingredienti. E al tempo stesso l’esibizione ogni volta di una nuova sigla e di una nuova figura con cui incorniciarla: Ingroia, Spinelli, Tsipras, De Magistris, tutti annunciati come i salvatori, tutti immancabilmente smentiti. Senza che si sia mai tracciato un bilancio.

L’elemento che semmai ha distinto Unione Popolare rispetto alle esperienze precedenti sta nell’ancor più marcato carattere personalistico e autocentrato attorno alla figura di De Magistris e alla sua cultura cittadinista e istituzionalista. Assieme al gruppo dirigente di Rifondazione Comunista, De Magistris ha ricercato sino all’ultimo minuto utile l’accordo col M5S, nonostante venisse da un'intera legislatura di governo antioperaio e antipopolare. Il risultato è stato quello di contribuire a riverniciare come soggetto “di sinistra” un partito borghese, cioè ad avallare l’operazione trasformista di Conte. Il tentativo di correggere la rotta nelle settimane successive, dopo il rifiuto di Conte, non poteva rimontare gli effetti del guasto prodotto, a danno della stessa Unione Popolare. È vero che Potere al Popolo non ha condiviso l’apertura al M5S da parte di De Magistris e del PRC. Ma non ha messo in discussione l’impianto politico-culturale da cui quella proposta veniva: la ricerca di un blocco civico-progressista al posto di una sinistra di classe anticapitalista.

Questa impostazione rivolta alla “cittadinanza”, a scapito della centralità del lavoro salariato, non è isolata in Europa. È stata coltivata da Tsipras quale coperta ideologica della propria ascesa al governo dopo il 2015, quando gestì i memorandum della Troika contro le lavoratrici e i lavoratori greci. È stata assunta come marchio culturale da Podemos, che oggi siede con quattro ministri nel governo dell’imperialismo spagnolo, votando l’aumento delle spese militari e l’allargamento della NATO. È da tempo richiamata da Mélenchon, già ministro di Jospin al tempo dei bombardamenti di Belgrado, che ha costruito la propria France Insoumise attorno a un impasto populista di sinistra, sensibile al tricolore, equivoco sull’immigrazione, indifferente all’autodeterminazione delle colonie francesi d’oltremare. E che oggi, in nome dell’alleanza con il Partito Comunista Francese, i Verdi e la socialdemocrazia francese (NUPES) ha di fatto rimosso la stessa rottura con la NATO. Sono questi i riferimenti internazionali esibiti e rivendicati da De Magistris e Unione Popolare nella speranza (vana) di un beneficio elettorale. Ma cosa hanno a che fare con una prospettiva anticapitalista?

Ciò che ha fatto e fa la differenza in termini di fortune elettorali tra queste sinistre riformiste e la sinistra “radicale” di casa nostra è la diversa relazione con le dinamiche di massa.
Tutte le sinistre riformiste prima richiamate hanno incrociato processi di radicalizzazione. L’ascesa di Syriza fu il sottoprodotto della resistenza sociale prolungata delle lavoratrici e dei lavoratori greci alla rapina del capitale finanziario. Podemos fu innalzato dalla mobilitazione di massa degli indignados nel 2011. La parabola di Mélenchon si è intersecata con grandi mobilitazioni radicali contro Hollande e Macron. Il loro successo elettorale fu sempre un effetto distorto della radicalizzazione sociale. E quando ha portato quelle sinistre al governo, le ha poste contro le lavoratrici e i lavoratori e ne ha innescato la crisi.

In Italia lo stesso film è stato girato negli anni ‘90 e nei primi anni 2000, quando Rifondazione prima raccolse la domanda di rappresentanza e di svolta di ampi settori di massa, e poi la tradì in cambio di ministeri, votando missioni militari (Iraq e Afghanistan), precarizzazione del lavoro (con la terribile controriforma del Pacchetto Treu, votata nel 1997, quando il PRC era “solo” in maggioranza), detassazione dei profitti (7 miliardi di euro di riduzione annua solo per banche ed assicurazioni), etc... Quello fu il punto di rottura e di declino non solo del PRC, ma del movimento operaio italiano. Il salto dell’arretramento della sua coscienza politica, dei suoi livelli di mobilitazione, della sua stessa rappresentanza politica. A tutto vantaggio non solo dei padroni, ma dei peggiori populismi reazionari e della loro penetrazione nell’immaginario collettivo dei salariati. Le percentuali elettorali della sinistra radicale, tutta, sono la registrazione di questa dinamica. La ritirata di Rifondazione nel civismo democratico e progressista, nell’ultimo decennio, non ha fatto che accompagnare e aggravare il processo.

Si può invertire la rotta solo con un cambio drastico. Solo assumendo la classe operaia come riferimento centrale e la prospettiva di rivoluzione socialista come obiettivo strategico. Solo ponendo a tema la ricostruzione del partito della classe lavoratrice attorno ad un programma anticapitalista. Il partito che oggi manca, l’unico di cui le lavoratrici e i lavoratori hanno bisogno. Un partito che in ogni lotta e movimento si batta per unificare il fronte di classe, sviluppare la sua coscienza, ricostruire la fiducia nelle proprie forze, fare della classe operaia la direzione egemone di tutte le lotte di emancipazione e liberazione: ambientaliste, di genere, contro la guerra e gli imperialismi.

Questo cambio drastico di prospettiva è inseparabile da un bilancio. Il bilancio che il gruppo dirigente del PRC si è mostrato incapace di fare. Quando nel 2006 rompemmo col PRC, nel momento stesso della sua compromissione con Prodi, lo facemmo nel nome di una prospettiva strategica alternativa, realmente di classe e comunista. Allo stesso tempo indicammo che la scelta governista avrebbe avuto conseguenze deleterie sul PRC in quanto tale. Le elezioni del 2008 dimostrarono che avevamo avuto ragione anche su questo. Purtroppo per le tante e i tanti militanti colpiti dalla sconfitta, la logica comprensione che l’alternativa che avevamo indicato due anni prima era l’unica corretta fu bloccata assurdamente da una pretesa battaglia di sinistra all’interno del partito guidata da Paolo Ferrero. E così, come in altre drammatiche situazioni nella storia del movimento operaio, tante compagne e compagni in buona fede dimenticarono il passato recente. In questo caso dimenticarono che Paolo Ferrero era stato il solo ministro del PRC nel governo, che aveva votato a favore di tutte le misure antioperaie e militariste, e che non aveva mai, fino al disastro elettorale (dopo la caduta del governo per scelta di Mastella), sollevato la minima obiezione ad una politica di cui con Bertinotti era stato il massimo artefice e su cui non ha mai fatto alcun bilancio critico. Molte e molti di coloro che allora si illusero sulle posizioni di Ferrero sono “tornati a casa”, demoralizzati. Tante e tanti altri hanno retto di fronte a sempre nuove sconfitte. È ora che essi e quei pochi giovani che si sono aggiunti a loro traggano finalmente il bilancio del passato e del presente, e prendano un’altra via. La stessa che gli proponemmo per anni nel PRC e poi con la nostra rottura nel 2006. Gli effetti del crollo previsto del PRC sono ricaduti su tutti, anche sul PCL. Ma la prospettiva anticapitalista, rivoluzionaria, internazionalista è l’unica bussola da cui ripartire. L’unica che può segnare un cammino di coerenza, tanto più in tempi difficili.

Per questo vi proponiamo di costruire insieme il Partito Comunista dei Lavoratori. Un partito che non si è mai subordinato ai partiti borghesi né mai ha dovuto nascondersi in liste civiche.
Un partito comunista, di nome e di fatto.

Partito Comunista dei Lavoratori

Perché non possiamo indicare il voto per Unione Popolare

 


Lettera aperta alle compagne e ai compagni del PRC e di PaP

Care compagne e compagni,

questa lettera è per voi, non per altri. Perché a voi ci legano tante battaglie comuni.

Come sapete il PCL cerca sempre di essere presente alle elezioni per presentare il proprio programma rivoluzionario, ciò che non contraddice la ricerca della massima unità d’azione a sinistra sul terreno della lotta di classe. Tuttavia, in questo caso una normativa particolarmente reazionaria ci ha impedito di essere presenti come in altre occasioni, con l’eccezione della Liguria al Senato. In passato, nei casi di assenza obbligata dalla competizione elettorale, abbiamo spesso espresso un appoggio, sia pure critico, a liste della sinistra riformista. Ma in questo caso non riteniamo vi siano le condizioni per tale scelta.

Naturalmente respingiamo ogni ipotesi di sostegno alle liste di sinistra che oggi si presentano in coalizione col PD liberal-borghese (Sinistra Italiana) o in blocco rossobruno con destre sovraniste (come il partito di Rizzo). Pensiamo anzi che la denuncia di questa scelte debba rappresentare una occasione di chiarificazione.

Ma non per questo possiamo fornire un appoggio critico ad Unione Popolare. Unione Popolare si presenta come l’ennesima riedizione di una lista civica progressista in cui la sinistra classista (PRC e PaP) finisce col nascondersi. In passato fu Ingroia. Oggi è De Magistris. La logica ci pare immutata: la ricerca di un “rispettabile” esponente istituzionale o ex istituzionale di natura piccolo-borghese cui affidare la propria speranza di tornare in Parlamento. Nel caso di De Magistris la scelta ci pare ancor più subalterna che in passato. Perché l’unico scopo di De Magistris è costruire un proprio partito personale usando PRC e PaP come manovalanza elettorale. La disponibilità dei gruppi dirigenti di PRC e PaP ad assecondare questo disegno ci pare profondamente negativa. Ed oltretutto senza alcuna credibile aspettativa di superare il 3%.

La ricerca da parte di PRC e De Magistris di un accordo col M5S sino all’ultimo minuto non è stata un incidente, ma l’espressione di un’impostazione “cittadinista” di tipo democratico, estranea alla centralità del lavoro. Un’impostazione che di fatto si è resa disponibile a mascherare la natura stessa del grillismo nel momento del suo tracollo, sino ad accordarsi col partito più governativo di tutta la legislatura: firmatario dei decreti infami di Salvini, dell’aumento delle spese militari, del travaso di miliardi nel portafoglio delle imprese. È vero che Potere al Popolo non ha condiviso la proposta di accordo col M5S. Ma purtroppo non ha messo in discussione l’impostazione politico-culturale da cui quella proposta nasceva. Né il tentativo di recuperare la polemica contro il M5S negli ultimi giorni annulla il disastro della proposta iniziale di alleanza. Semmai cerca di rimontarne gli effetti.

Certo, il programma su cui Unione Popolare si presenta elenca diverse rivendicazioni progressiste, come fa ogni programma riformista. Ma appunto le subordina all’ennesima illusione di un possibile governo progressista del capitalismo. I riferimenti a Podemos, che con quattro ministri siede nel governo spagnolo, sono in continuità coi passati riferimenti al governo Tsipras. In entrambi i casi l’illusione riformista è stata schiaffeggiata dalla realtà. Nel caso di Tsipras dalla continuità delle politiche della troika. Nel caso di Podemos dalla permanenza delle politiche di respingimento dei migranti e dell’aumento delle spese militari. Quanto al mito di Mélenchon – ex ministro del governo Jospin e in quanto tale bombardatore di Belgrado – va osservato che pur di accordarsi col Partito Socialista ha rinunciato a rivendicare la rottura con la NATO. E che il suo sovranismo di sinistra, ostile alle bandiere rosse, non promette nulla di buono, al di là delle affabulazioni retoriche.

Il punto è che se la prospettiva rivoluzionaria è ritenuta impossibile l’unico orizzonte resta il governo del capitalismo. E questa prospettiva non riguarda il futuro, ma il presente. Un solo esempio. Cercando in tutte le sedi di mostrarsi uomo di governo nell’ambito delle istituzioni di questo Stato, De Magistris imprime alla campagna elettorale un taglio governista che scavalca a destra il programma di UP. Su il manifesto (20 agosto) dichiara che una volta in Parlamento UP potrebbe rendersi utile per la formazione di un futuro governo “se ci saranno condizioni per essere determinanti”.

Con chi se non col PD e il M5S? Inoltre, l’ex sindaco curva in chiave compatibilista le stesse proposte sociali. Sul caro bollette (3 settembre) rivendica “lo scostamento di bilancio”, alla coda del M5S. Ciò che significherebbe far nuovo debito pubblico a carico dei salariati. Un governismo esibito come prova di “concretezza” rivela in realtà l’equivoco di fondo di una impostazione.

L’equivoco peraltro è figlio del passato. Negli ultimi 30 anni il PRC è stato nell’area di governo per quattro anni complessivamente (coi due governi Prodi), Rizzo per ben sei anni (aggiungendo i governi D’Alema e Amato). Il solo PRC ha votato il lavoro interinale, il record di privatizzazioni in Europa, le leggi antimmigrazione Turco-Napolitano (con il blocco navale verso l’Albania, sino all’affondamento in mare di una nave di profughi con oltre 100 morti), la massima detassazione dei profitti di banche e imprese (IRES passata dal 34% al 27,5% nella finanziaria del 2007) e diversi rifinanziamenti delle missioni di guerra. “Errori” di cui si è fatto ammenda? No, sostegno all’avversario di classe contro la propria classe di riferimento. Il crollo della sinistra politica tra i salariati, e lo sfondamento populista che ne è seguito, hanno questa precisa radice. E hanno finito col colpire tutti. Anche chi quelle politiche le contrastò con forza, come nel caso del PCL.

Non pensiamo al passato, guardiamo al futuro” si obietta spesso. Ma se non si fa un bilancio della storia si è condannati a ripeterla. Del resto, tutti noi giustamente elenchiamo le responsabilità passate del PD e dei partiti borghesi (pensiamo agli ex dalemiani) contro ogni loro tentativo di camuffarle. Perché non applicare lo stesso metodo anche al bilancio della sinistra classista? Non è da comunisti usare due pesi e due misure.

La nostra scelta elettorale per tutte queste ragioni è l’astensione. Ciò non significa per parte nostra ignorare il fatto che molti di voi, magari condividendo in parte la nostra critica, intendano votare UP in contrapposizione ai partiti borghesi, cercando in UP uno strumento di replica all’avversario nel contesto dato. Non condividiamo questa illusione, ma la comprendiamo.

Tuttavia, vi chiediamo quantomeno di non votare le liste di UP laddove siano capeggiate, come capilista, o dall’ex sindaco De Magistris (e dai suoi sodali di DemA) o dall’ex ministro Paolo Ferrero. Nel primo caso perché De Magistris e la sua area impersonificano la scelta aclassista di Unione Popolare al suo massimo livello. Nel secondo caso perché Paolo Ferrero ha condiviso e gestito al massimo livello di responsabilità le misure antioperaie del governo Prodi in quanto ministro di quel governo, ed è espressione particolarmente negativa di ipocrisia riformista tra quanto si afferma e quanto si fa. Pensiamo che, in ogni caso, il voto di un comunista non possa e non debba rivolgersi a loro.

Come sapete, la nostra critica non significa in alcun modo rifiuto del confronto e dell’unità d’azione su obiettivi comuni sul terreno dell’azione. Al contrario, nei limiti delle nostre forze l’abbiamo sempre ricercata e praticata contro ogni forma di settarismo. Ma l’unità d’azione non esclude la chiarezza, che è anche una forma di rispetto.

Nella chiarezza vi diciamo che oggi manca una rappresentanza politica del lavoro salariato che il lavoro salariato possa riconoscere come tale. Questo è l’enorme vuoto dello scenario politico, allargato dal suicidio del PRC tra il 2006 e il 2008, che le diverse sinistre non solo non affrontano ma concorrono a preservare. Sia quelle che si subordinano a forze borghesi, sia quelle che si nascondono dietro panni civici.

Non è certo il PCL oggi con le sue forze che può colmare questo vuoto. E neppure l’alleanza elettorale che avevamo proposto in questa occasione straordinaria a diverse sinistre classiste, anticapitaliste, internazionaliste, purtroppo da queste declinata.

Ma oggi solo il PCL pone con forza l’esigenza di un partito della classe lavoratrice e di un programma d’azione anticapitalista, fuori e contro ogni illusione riformista. È questa l’esigenza che solleveremo in ogni mobilitazione, a partire dalle battaglie di autunno. Assieme alla proposta del più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche e sindacali.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il programma necessario per un nuovo autunno caldo



...che questa volta vada davvero fino in fondo

Mentre i salari sono in picchiata e i tassi dei mutui in rialzo, i profitti delle banche e delle grandi imprese conoscono un'impennata impressionante.
In testa naturalmente i monopoli energetici, a partire da ENI, che accresce del 600% i propri utili. Ma non solo. Unicredit ha registrato il miglior semestre degli ultimi dieci anni, Banca Intesa il miglior risultato dal 2008. Stellantis ha realizzato 8 miliardi di profitto netto nel solo primo semestre 2022, nonostante le difficoltà del mercato automobilistico. Prysmian, Brembo, Campari, Essilux realizzano incrementi degli utili di oltre il 20%. Così il gruppo Mediobanca. Così tutta l'industria bellica, la farmaceutica, l'informatica. Ed anche l'industria alimentare.

Come si spiega questo Eldorado dei profitti? Nel modo più semplice. Da un lato salari schiacciati, precariato dilagante, 90% di nuove assunzioni con contratti a termine e part time involontario, contratti non rinnovati da anni per il 40% del lavoro privato e ampi settori dei dipendenti pubblici (scuola). Dall'altro una montagna di miliardi girati ai padroni in tutti i modi possibili: credito d'imposta, taglio dell'IRAP, miliardi a fondo perduto, copertura con risorse pubbliche del credito bancario alle imprese (per cui se l'impresa non paga è lo Stato che ripaga la banca), ristori à gogo a un numero enorme d'imprese che hanno usato abusivamente la cassa integrazione senza averne bisogno (mentre si apre il safari contro gli abusivi... del reddito di cittadinanza).
Secondo i calcoli degli stessi sindacati, che li citano senza imbarazzo, sono stati versati in due anni sul portafoglio del padronato oltre 170 miliardi di risorse pubbliche. A questo si aggiunge la pratica ormai universale del buy-back: quella per cui gli azionisti comprano in Borsa le proprie azioni per accrescerne il valore e ingrassare i dividendi. Il parassitismo più spudorato.

Se poi aumentano i costi delle materie prime e dell'energia, prima per la ripresa, poi per le strozzature dell'offerta, infine per la guerra e le sanzioni, nessun problema: si aumentano i prezzi delle merci, dei servizi, di tutto.
Di più. Se è ragionevole prevedere che determinati beni rincareranno ulteriormente nella prossima fase, si investe nei titoli di Borsa corrispondenti e si trasferisce il costo dell'investimento sui consumatori. L'inflazione fuori controllo è la risultante di questo gioco.

Naturalmente il gioco rende a una sola condizione: che non aumentino i salari in modo proporzionale. Per cui assistiamo all'inverecondo spettacolo di tutta la stampa padronale, liberale o reazionaria che sia, contro la “rincorsa tra prezzi e salari”, il vero spettro d'autunno. Che è il modo aulico per dire che devono correre solo i prezzi. Esattamente come sta avvenendo. Salvo che poi gli stessi giornali “progressisti” lamentano la crescita delle disuguaglianze e i rischi di una rivolta sociale. La lingua batte sempre dove il dente duole, anche quando è biforcuta.

In questo quadro generale spicca l'assenza di una risposta che sia proporzionale all'attacco. Anzi, di qualsiasi risposta.

Le burocrazie sindacali fanno tappezzeria penosa. L'ultimo incontro col governo dimissionario è un vero pezzo d'antologia. Il governo offre ai lavoratori precari 200 euro una tantum – il nulla – mentre nega persino il rinnovo di questa miseria ai lavoratori già “beneficiati”. Cancella anche il pannicello della tassa del 25% sugli extraprofitti dei monopoli energetici, visto che questi avevano aggrottato le ciglia. Annuncia un taglio del 2% del cuneo fiscale sui salari, che significa scaricare sull'erario pubblico, cioè sui lavoratori, il taglio dei contributi, salvando integralmente i profitti aziendali che non pagano un euro. Ebbene, i segretari confederali sono usciti soddisfatti dall'incontro vantando il positivo interessamento del governo. Salvo poi scoprire, con Landini, di essere stati buggerati e spendere le solite “critiche” platoniche. Una vergogna.

E a sinistra? Un altro spettacolo imbarazzante. Non per la sua divisione, ma per la sua subordinazione in ordine sparso alle forze avversarie (o estranee al lavoro).
Fratoianni si accoda al PD, quindi al confindustriale Calenda, salvo vedersi scaricato all'ultimo miglio e precipitare la crisi del proprio partito. Rizzo fa blocco con destre reazionarie nazionaliste nel nome del rossobrunismo. Rifondazione Comunista si accoda al civico De Magistris (come già ad Ingroia) e propone insistentemente l'alleanza ai Cinque Stelle, che hanno governato contro gli operai per cinque anni firmando decreti infami contro i loro stessi diritti. Potere al Popolo critica la proposta di blocco coi Cinque Stelle ma non mette in discussione l'impianto politico culturale da cui nasce.

Naturalmente tutti parlano di lotte, di ragioni sociali, di diritti ma senza una proposta reale di azione di massa in cui investire unitariamente le proprie forze. La vera speranza di questi gruppi dirigenti non è la sollevazione di massa contro i capitalisti, ma il proprio ritorno in Parlamento. Nella prospettiva un domani di tornare al governo in qualche combinazione cosiddetta progressista. Come già con Prodi, con Tsipras, con Sanchez (Podemos), con Boric... Come con Mélenchon, che fu già ministro di Jospin quando bombardò Belgrado e che oggi rimuove l'uscita dalla NATO per accordarsi col Partito Socialista...

Noi non ci aggreghiamo a questa carovana. In direzione ostinata e contraria, diciamo tanto più oggi che il tema vero e centrale su cui unire nell'azione tutte le forze della sinistra politica e sindacale è la rivolta di classe contro i capitalisti, i loro governi, tutti i loro partiti. Se c'è un momento in cui dopo anni di sacrifici immensi andrebbe detto “basta” è esattamente questo.

Al tempo stesso, una rivolta sociale, dopo decenni di arretramenti e sconfitte, ha bisogno di parole d'ordine. Semplici, dirette, unificanti, capaci di rispondere all'esperienza quotidiana di grandi masse e al tempo stesso di sviluppare la loro coscienza politica indipendente, che è innanzitutto la coscienza della propria forza. Per una grande vertenza generale di 18 milioni di salariati. Innanzitutto.


BLOCCO IMMEDIATO DEI PREZZI ALIMENTARI E DELLE TARIFFE DI GAS, LUCE, BENZINA

I prezzi reali sul carrello aumentano ben più rapidamente di quanto dicano i dati ufficiali. Occorre un controllo operaio e popolare sui prezzi, con la costituzione di un comitato nazionale indipendente di lavoratori e consumatori, e comitati corrispondenti sul territorio. Occorre rivendicare l'abolizione del segreto commerciale e industriale, paravento di mille speculazioni padronali. Nessuna fiducia nei capitalisti, apertura dei libri contabili in ogni azienda.


FORTE AUMENTO SALARIALE, SCALA MOBILE DEI SALARI, SALARIO MINIMO DI 1500 EURO NETTI

I salari italiani sono quelli che in tutta Europa hanno perso di più negli ultimi trent'anni, a esclusivo vantaggio dei profitti. Occorre innanzitutto recuperare il maltolto chiedendo l'aumento generale e immediato di almeno 300 euro netti per tutti i lavoratori e le lavoratrici. Occorre istituire un salario minimo per legge di almeno 12 ore all'ora, 1500 euro netti su scala mensile. Ma non basta. Di fronte a un'inflazione fuori controllo che sta falcidiando le buste paga, va reintrodotta la scala mobile dei salari, conquista storica del movimento operaio, cancellata trent'anni fa. Se c'è, come c'è, la rincorsa dei prezzi, ci vuole un incremento automatico e corrispondente dei salari, privati e pubblici. L'alternativa è la continuità dell'immiserimento progressivo


REQUISIZIONE INTEGRALE DEGLI EXTRAPROFITTI E NAZIONALIZZAZIONE DEI MONOPOLI ENERGETICI, SENZA INDENNIZZO E SOTTO CONTROLLO OPERAIO

Gli extraprofitti delle grandi compagnie energetiche (ENI, ENEL, SNAM, Edison) non hanno precedenti nell'ultimo mezzo secolo. Quaranta miliardi in soli sei mesi nel 2022. Accumulati anche attraverso una cinica speculazione riconosciuta a denti stretti persino dal (loro) ministro Cingolani. Il buffetto fiscale una tantum del 25%, peraltro impugnato legalmente dalle compagnie, è un insulto. L'intera somma degli extraprofitti va requisita, e investita nel blocco delle tariffe. I monopoli energetici vanno nazionalizzati, senza indennizzo (perché se lo sono già preso) e sotto il controllo dei lavoratori: condizione decisiva per pianificare una transizione ecologica vera, a partire dall'investimento massiccio nelle energie rinnovabili, altrimenti impossibile.


PATRIMONIALE STRAORDINARIA DEL 10% SUL 10% PIÙ RICCO

Negli ultimi trent'anni si sono ridotte progressivamente le tasse sui profitti mentre i salariati e in pensionati si caricano sulle proprie spalle oltre l'80% del carico fiscale. Ora basta. Esistono oltre 4000 miliardi di grandi patrimoni, esentasse o progressivamente detassati. Una patrimoniale straordinaria del 10% liberebbe la cifra imponente di 400 miliardi, da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al risanamento ambientale, ai lavori di bonifica, alla riparazione della rete idrica ridotta ormai a un colabrodo... È il caso di dire “paghi chi non ha mai pagato!”


CANCELLAZIONE DEL DEBITO PUBBLICO VERSO LE BANCHE E LORO NAZIONALIZZAZIONE SENZA INDENNIZZO PER I GRANDI AZIONISTI

La zavorra del debito pubblico è sempre più insopportabile. Lo stesso Stato che detassa i capitalisti si finanzia vendendo titoli alle banche e ripagandole con 70-80 miliardi di euro ogni anno di soli interessi. Sono soldi ricavati dal taglio della sanità, della scuola, delle pensioni, del lavoro. Un trasferimento di ricchezza nel portafoglio del capitale finanziario che è tanto più insopportabile di fronte ai suoi profitti da favola e alla sua cronica evasione fiscale. Questa corvée va cancellata. Il debito pubblico verso le banche va ripudiato. Una rivendicazione tanto più necessaria di fronte ai piani annunciati di ripagamento del nuovo enorme indebitamento pubblico, nazionale e continentale, accumulato negli anni della pandemia. Quanto alle banche, vanno nazionalizzate e unificate in una unica grande banca pubblica da porre al servizio di un piano di nuovo lavoro e investimenti sociali.


A chi obiettasse che questo programma è eccessivamente radicale rispondiamo che è tanto radicale quanto la politica quotidiana dei capitalisti. A chi obietta che i rapporti di forza attuali non consentono di realizzarlo rispondiamo che un programma per la ribellione di massa aiuta anche a ribaltare i rapporti di forza. A chi obietta che la coscienza dei lavoratori è oggi troppo arretrata per sostenere simili rivendicazioni rispondiamo che occorre lavorare ad elevare quella coscienza all'altezza delle necessità obiettive, e non confonderla con le solite utopie riformiste, o peggio con intossicazioni rossobrune. A chi obietta che oggi nessun governo realizzerà mai quel programma, rispondiamo che è vero: per questo ci battiamo per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione.

Questo è il punto decisivo. Solo una prospettiva di rivoluzione può indicare una vera svolta. Far maturare questa consapevolezza tra gli sfruttati è sempre molto difficile ma è l'unica via. Ed è anche l'unica via per strappare risultati concreti, seppure parziali. Perché tanto più oggi solo la paura di una sollevazione può indurre la borghesia a fare concessioni. Solo la minaccia di una rivoluzione può strappare riforme. La sola supplica di “riforme” resta lettera morta, come dimostra l'ultimo trentennio.

La borghesia italiana non ha certo paura del risultato elettorale del 25 settembre. Userà come sempre i vincitori. Troverà come sempre una combinazione parlamentare e istituzionale, fosse pure instabile e malferma, per gestire la propria politica.
L'unico evento che preoccupa realmente il capitale è l'insubordinazione delle masse. Le burocrazie sindacali lo sanno e si offrono preventivamente come salvagente. Le sinistre riformiste a loro volta presentano le proprie ricette progressiste per “riconciliare istituzioni e popolo” (De Magistris) a difesa delle istituzioni stesse. I comunisti rivoluzionari fanno l'opposto: costruiscono tra i lavoratori, controcorrente, una coscienza rivoluzionaria contro la borghesia e le sue istituzioni, approfondiscono da un versante anticapitalista la linea di frattura tra masse e Stato. Che è anche l'unico modo di evitare che quella frattura possa essere capitalizzata dal populismo reazionario.

È questa la linea che proponiamo in ogni ambito dell'avanguardia, in ogni movimento, in ogni sindacato, in ogni conflitto di classe e di massa. Per il più ampio fronte unitario di lotta di tutte le organizzazioni del movimento operaio. È la linea d'intervento del PCL, quando possibile, anche dalla tribuna delle elezioni borghesi. La normativa antidemocratica che prevede una montagna di firme autenticate in pochi giorni d'agosto, dispensando dall'onere i partiti borghesi, ostacola pesantemente e molto spesso preclude questa possibilità. Ma in ogni caso presenteremo ovunque questo programma e agiremo in funzione di esso. Perché questo è un programma per l'azione. Le elezioni passano, la lotta di classe resta. Solo una rivoluzione può cambiare le cose. Occorre costruire un partito rivoluzionario che sappia sviluppare controcorrente questa consapevolezza.

Partito Comunista dei Lavoratori

Unione Popolare tra il cielo e la terra

 


Il cartello di De Magistris: una lista Ingroia 2.0

Il primo capitolo di una storia nuova o l'ultimo capitolo della storia vecchia?

Parte in tutta Italia l'Unione Popolare”. Roma, 9 luglio. Sfrondata della retorica d'occasione, si tratta dell'ennesimo nuovo nome dell'ennesima lista civica per le elezioni politiche del 2023, anticipate al 2022. È il tentativo del Partito della Rifondazione Comunista e di Potere al Popolo di salire in groppa al successo elettorale di Mélenchon in Francia per sbarcare in Parlamento in Italia. Ma soprattutto il tentativo dell'ex sindaco di Napoli di usare lo sgabello di PRC e PaP per costruire un proprio partito autocentrato. Ci provò Ingroia, ci riprova ora De Magistris. Tutto legittimo, beninteso. Basta chiamare le cose con il loro nome, senza farsi incantare dalle fiabe.


RIENTRARE IN PARLAMENTO IN FUNZIONE DI QUALE CLASSE?

Provare a rientrare in Parlamento è comprensibile. Ma in funzione di quale classe e per quale prospettiva?
Il PRC in Parlamento c'è stato per ben sedici anni (1992-2008), con percentuali ben più ragguardevoli di quelle oggi attese da De Magistris. Ma è finito col votare i programmi del capitale nei cinque anni dei due governi Prodi: lavoro interinale, privatizzazioni, missioni militari, la più grande detassazione dei profitti del dopoguerra (IRES dal 34% al 27% nel 2007!), sino a distruggere la propria riconoscibilità.
Si dirà che “tutti possono sbagliare” e che una seconda occasione non si nega a nessuno. Ma qui non si tratta di “errori” sulla via impervia del socialismo, bensì del sostegno alle peggiori misure del capitalismo, contro la classe lavoratrice. Senza che nessuno, tra dirigenti e ministri di quella stagione, con l'eccezione obbligata di Bertinotti, abbia sentito il bisogno di farsi da parte per ragioni di decenza.
Se Grillo, Salvini, Meloni, hanno sfondato uno dopo l'altro in ampi settori di salariati, lo si deve in ultima analisi anche al suicidio di Rifondazione, pagato a sinistra da tutti, anche da chi lo contrastò con coerenza.

Peraltro le “seconde occasioni” non sono certo mancate. Nei quattordici anni successivi all'estromissione dal Parlamento, la sinistra cosiddetta radicale ha provato a rientrarci sotto mentite spoglie, attraverso il ricorso a sigle fantasiose, ogni volta diverse, dietro cui nascondersi: dopo Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L'Altra Europa con Tsipras, Potere al Popolo, la Sinistra... L'elemento comune è stato l'arretramento culturale e persino di vocabolario. I lavoratori sono stati rimpiazzati dai “cittadini”. La lotta al capitalismo, fosse pure declamata, ha ceduto il passo alla critica del liberismo. Invece della (farlocca) “via italiana al socialismo”, di togliattiana memoria, una sorta di via mimetica al Parlamento (per tornare un domani ai lidi di governo). Ma l'operazione è fallita. E non solo. Proprio negli anni della grande crisi sociale ha contribuito a rimuovere anche culturalmente un elementare argine di classe all'intossicazione populista, mentre l'esperienza traumatica del governo Tsipras, sostenuto da tutta la sinistra italiana, ne ha confermato gli equivoci irrisolti e tarpato le ambizione di rilancio.

L'Unione Popolare non è dunque il primo capitolo di una storia nuova, ma l'ultimo capitolo della storia vecchia. Si dirà che questa volta il successo elettorale di Mélenchon fornisce un ancoraggio all'esperimento, e che la crisi verticale del grillismo apre uno spazio elettorale nuovo. Possibile, anche se è bene dire che Mélenchon ha capitalizzato in parte una dinamica di lotte che oggi ancora latita in Italia. Tuttavia il punto non è elettorale, è politico.


ALLA RICERCA DEL GRILLISMO PERDUTO

L'appello pubblico che promuove l'Unione Popolare è un elenco di valori democratici e progressisti, assieme all'immancabile richiamo alla Costituzione di Togliatti e De Gasperi. Chi cercasse un qualsivoglia riferimento alla lotta di classe rimarrebbe deluso. A maggior ragione chi pretendesse l'evocazione, fosse pure formale, del socialismo.
Non dipende solo dal fatto che le formazioni della sinistra radicale hanno da tempo dismesso la centralità di questi riferimenti, come peraltro ha fatto il patriottico Mélenchon. È che il senso stesso di Unione Popolare consiste nel rimuovere l'immagine della “sinistra radicale”, in ogni possibile declinazione. Non a caso Rifondazione Comunista e Potere al Popolo non hanno figurato in quanto tali nell'assemblea nazionale promotrice di Unione Popolare a Roma. Neppure sono intervenuti. La loro presenza è muta. Gli stessi nomi riconoscibili dei loro dirigenti di partito sono relegati in coda al lungo elenco di personalità firmatarie dell'appello, che è e deve apparire l'appello della società civile progressista, non di PaP e PRC. I loro militanti, come sempre, saranno chiamati alla manovalanza in campagna elettorale. Ma la loro identità di partito sarà anonima. Così vuole e ottiene De Magistris, alfa e omega dell'intera operazione. «Sgombriamo il campo da un equivoco: Unione Popolare non è una semplice proposta di sinistra radicale che tenta di riunire ciò che resta della sinistra estrema. Non ha nulla a che vedere con tutto questo...» dichiara Salvatore Pace, ex vicesindaco di Napoli, primo collaboratore di De Magistris. Non vi è ragione di dubitarne.

La ricerca insistita dell'accordo con il M5S, patrocinata in particolare da PRC e De Magistris, sta in questo quadro. Non è una sgrammaticatura casuale, o un errore. È il riflesso di un'impostazione politica. «Io sono come i 5S dei meetup» dichiara De Magistris al Fatto Quotidiano (28 luglio). E così vuole apparire.
L'accordo con Conte viene presentato come una convergenza naturale di istanze comuni, sociali, democratiche, ecologiche. Il fatto che il M5S sia stato il partito più governativo della legislatura, che Conte sia stato due volte Presidente del Consiglio, che abbia inondato il padronato di miliardi, che abbia promosso leggi forcaiole contro i migranti e i diritti di sciopero (decreti Salvini), che abbia aumentato in entrambi i governi le spese militari, che abbia sostenuto tutte le politiche di Draghi (taglio dell'IRAP incluso), appare un trascurabile dettaglio. Ciò che conta per De Magistris è rientrare in partita.
Purtroppo per lui, Conte non sembra sinora disposto a imbarcare Unione Popolare, preferisce salvaguardare il profilo istituzionale di ex Presidente del Consiglio, cerca di rivendere l'ennesima truffa a cinque stelle “soli contro tutti, a difesa dei deboli”. UP purtroppo con le sue profferte unitarie copre di fatto quella truffa, mentre la concorrenza del M5S sui temi sociali – non sbugiardata ma avallata da UP – limita lo spazio di De Magistris anche sul terreno elettorale.
Come sempre, l'opportunismo finisce con l'essere il peggior nemico di sé stesso.


MELENCHONISMO SENZA MÉLENCHON

Unione Popolare è un'operazione complicata. De Magistris non è Mélenchon, né per cultura politica né in fatto di organizzazione.
Mélenchon ha costruito negli anni un proprio soggetto politico (La France Insoumise) sulle rovine parallele del Partito Comunista Francese e del Partito Socialista, coi quali ha siglato l'intesa per le elezioni legislative da una posizione di forza. Il suo sovranismo di sinistra dispone di una base d'appoggio organizzata, che oggi fa da baricentro di NUPES.
De Magistris è solo un ex magistrato e un ex sindaco, che dispone unicamente del proprio nome. Il suo progetto DemA, non casualmente affidato al fratello, è rimasto una sigla vuota. L'unico vero punto di forza di De Magistris è la prostrazione della sinistra politica che si è sdraiata ai suoi piedi. Il suo fine è usare la generosità di PRC e PaP per costruire sulle loro rovine il partito di De Magistris, la sua Italia Insoumise.

Quanto al programma politico, sarà l'ultimo dei problemi di De Magistris. La sua Persona travalica ogni confine. Si presenta come “uomo delle Istituzioni ma contro il Sistema”. Rivendica rottura del sistema e affidabilità di governo. Evoca «onestà, libertà, autonomia, competenza, coraggio, amore, passione, la corazza con cui ho retto a molti tsunami istituzionali, sempre tra la gente e con la gente». Esalta la «testimonianza esplosiva del Papa». Promette che con Lui «l'umanità andrà al potere e sarà un potere di servizio». Insomma, il programma di De Magistris è De Magistris, e tanto basta. Come l'Uno di Nicolò Cusano, raccoglie in sé la totalità degli opposti. Ogni pretesa di definirlo sminuirebbe la sua infinità. Quanto all'Umanità, dovrà avere pazienza.


UNIONE POPOLARE DALLA POESIA ALLA PROSA

Disgraziatamente, nel mondo reale la poesia scolora nella prosa, e si vendica di tanta enfasi. Prima il sodalizio con Di Pietro nella famosa Italia dei Valori, ai tempi in cui si opponeva alla commissione d'inchiesta sul G8 di Genova a difesa dell'onore della polizia, e all'introduzione del reato di tortura. Poi i dieci anni di sindacatura a Napoli dentro le ordinarie compatibilità di un'amministrazione borghese: pagamento del debito pubblico alle banche, privatizzazione delle Terme di Agnano, tagli agli asili nido con relativi milioni ai privati, blocco della contrattazione in Comune, vendita delle quote comunali dell'aeroporto di Capodichino, affidamento ai privati della gestione dei cimiteri, denuncia dei lavoratori in sciopero nel trasporto cittadino, nel nome del “popolo utente”... Il tutto compensato dalle concessioni di spazio ai centri sociali della città, con questo assunti e arruolati quale guardia del corpo del sindaco, tra comizi roboanti e toni messianici. Insomma, una sorta di Chavez de' noantri, o se si vuole di zapatismo partenopeo, presentato (letteralmente) come “laboratorio mondiale dell'incontro tra potere e popolo”. In realtà una forma di subordinazione del popolo al potere.


DA PODEMOS A MÉLENCHON, UNA SINISTRA DI GOVERNO DEL CAPITALISMO

Oggi parlano per De Magistris i suoi riferimenti internazionali, pur esibiti come punti di forza.
Podemos, con ben quattro ministri, partecipa del governo dell'imperialismo spagnolo, quello che aumenta le spese militari, approva l'estensione della NATO, massacra i migranti in accordo col Marocco, rifiuta l'autodeterminazione della Catalogna.
Mélenchon, ex ministro del governo Jospin e bombardatore di Belgrado, ha appena rimosso la richiesta di uscita dalla NATO per accordarsi col Partito Socialista, non chiede né l'indipendenza per le colonie di Oltremare né il ritiro delle truppe francesi dal Sahel (limitandosi all'”apertura di un dibattito”), nel nome degli “interessi strategici della Francia”.
Peraltro Manon Aubry, presente all'assemblea di Roma di Unione Popolare in rappresentanza della France Insoumise, ha pensato bene di benedire anche la lista di Sinistra Italiana e dei Verdi, tutta interna al campo largo di Letta. Meglio evitare di compromettersi, e tenersi aperta ogni strada. Con buona pace di De Magistris e dei suoi reggicoda.

Non sappiamo quale sarà la risultante elettorale di Unione Popolare e dei calcoli incrociati che la sottendono. Sappiamo che l'esigenza di un partito indipendente della classe lavoratrice e di un programma di rivoluzione sociale non ha nulla a che spartire con la vecchia riproposizione di equivoci populisti attorno a personaggi in cerca di autore.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dialogo sulle elezioni con un compagno/a (dubbioso/a) della sinistra radicale

 


Vedo che vi presentate come PCL in quasi tutte le grandi città: Roma, Milano, Torino, Bologna. Che senso ha questa vostra presentazione? Ci si doveva unire, invece di contribuire alla divisione e alla confusione.


Caro/a compagno/a, capiamo il tuo punto di vista, ma sei tu a far confusione tra piani diversi. Sul terreno delle lotte siamo i primi a batterci per l’unità più ampia del movimento operaio e di tutte le sue organizzazioni attorno a obiettivi comuni contro il padronato e contro il governo. Non a caso il PCL è stato ed è con un ruolo propulsivo in tutti i circuiti unitari dell’avanguardia (Patto d’azione anticapitalista, Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi, Coordinamento delle sinistre di opposizione). Ma sul terreno elettorale i rivoluzionari presentano da sempre il proprio programma generale, e il nostro programma generale è non solo contrapposto ai partiti borghesi (liberali, reazionari o populisti che siano), ma anche distinto dai programmi di altri partiti della sinistra.


Ma dov’è la distinzione? Non siamo forse tutti per la difesa dei lavoratori, contro il capitalismo e l’imperialismo, ecc.?

A parole sicuramente, anche perché le parole non costano nulla. Nella pratica le cose sono più complicate. Il Partito della Rifondazione Comunista è stato complessivamente per cinque anni al governo, o nell’area di governo (col primo governo Prodi tra il 1996 e il ‘98 e col secondo governo Prodi tra il 2006 e il 2008), votando di tutto: lavoro interinale, privatizzazioni, tagli alla sanità e alla scuola, addirittura una gigantesca detassazione dei profitti (IRES dal 34% al 27,5%) a vantaggio degli industriali e dei banchieri. Per non palare del voto alle missioni militari, Afghanistan incluso. Solo Marco Rizzo ha fatto di peggio, perché oltre alle schifezze dei governi Prodi ha votato anche quelle del governo D’Alema tra il 1998 e il 2000 e del secondo governo Amato (2000-2001): dai bombardamenti su Belgrado alla parificazione tra scuola pubblica e scuola privata.


Ma sono cose vecchie, occupiamoci dell’oggi!

A noi hanno insegnato che è il passato che spiega il presente. È una verità che vale sempre e su tutti i piani. Quando denunciamo Fratelli d’Italia non ricordiamo anche che Meloni ha votato la legge Fornero? Quando denunciamo la Lega non spieghiamo anche che ha massacrato le pensioni votando il sistema contributivo? Quando denunciamo il PD non ricordiamo anche che ha difeso e gestito tutte le politiche passate di austerità, senza sconti di sorta? E giustamente. Per quale ragione dovremmo dire che il passato non conta solo quando si tratta della sinistra cosiddetta radicale?


D’accordo, avranno fatto errori, ma hanno anche fatto autocritica.

In primo luogo, non si tratta di errori, ma di crimini. Se si vota la detassazione dei profitti, o le missioni di guerra, o il taglio della spesa sanitaria per pagare il debito alle banche, non è che si sbaglia la via del socialismo. È che si vota il programma dell’avversario di classe, in cambio di ruoli ministeriali e istituzionali. Il movimento comunista è nato rompendo con queste politiche. Non le ha considerate “errori”.
In secondo luogo, con tutto il rispetto, dov’è l’autocritica? Rifondazione ha recentemente sostenuto con entusiasmo il governo Tsipras che ha tagliato salari, pensioni, diritti. E oggi sostiene il governo “di sinistra” in Spagna (PSOE-Podemos) che butta a mare i migranti e negozia l’aumento dell’età pensionabile. Non è un caso che Rifondazione indichi il governo Sanchez come modello di riferimento: il suo sogno, sottotraccia, resta quello di una ricomposizione di governo col PD. Oggi impossibile certo, ma...


Vabbè, d’accordo, non avranno fatto autocritica e saranno pure un po’ ambigui, ma qui e ora abbiamo a che fare con un'offensiva padronale terribile che ci sta distruggendo, e voi siete lì che spaccate il capello.

Caro/a compagno/a, stai mischiando le pere con le mele. L’offensiva padronale ci sta distruggendo non perché il PCL si presenta al voto, o perché ci sono troppe liste a sinistra, ma perché quell’offensiva non incontra una risposta proporzionale all’attacco. Questa è l’esperienza degli ultimi quindici anni.
Noi diciamo che occorre alzare un argine sul terreno della lotta. Che occorre unire tutte le vertenze attorno ad un’azione comune: cassa nazionale di resistenza, occupazione delle aziende che licenziano – come hanno fatto in GKN – e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Abbiamo attivato un appello nazionale che sta raccogliendo attorno a questa rivendicazione le adesioni di numerosi operai d’avanguardia impegnati in diverse vertenze. Sia chiaro: qui le elezioni non c’entrano, qui c’entra l’azione di massa. Perché le diverse sinistre politiche e sindacali non uniscono i loro sforzi ai nostri per favorire insieme un'esplosione sociale? Si presentino pure diverse liste, se corrispondono a programmi diversi. Ma si uniscano le forze nell’azione! Lenin diceva “marciare separati, colpire uniti”.


In effetti, farebbero bene a farlo.

Certo, ma attento: quelle rivendicazioni e quel terreno d’azione implicano una prospettiva anticapitalista, la lotta per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unico che realisticamente possa realizzare queste misure di rottura. Se non ci si batte per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, se si persegue la ricomposizione di un “nuovo” centrosinistra, se ci si muove in ogni caso in una logica solo istituzionale ed elettorale, alla fine non ci si batte neppure per l’occupazione delle aziende che licenziano. E infatti siamo purtroppo solo noi ad oggi a batterci per questa parola d’ordine. Guarda caso siamo l’unico partito che ha nel proprio programma la lotta per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza e autorganizzazione.


Mmm, ci penserò. Però questo vostro discorso spazia su tutto tranne sui problemi locali. Queste sono elezioni amministrative, non elezioni politiche.

Sì, sono elezioni amministrative, ma i problemi sono politici ad ogni livello, anche a livello locale. Tutte le giunte locali, di centrodestra come di centrosinistra come pentastellate, hanno tagliato le spese sociali, esternalizzato i servizi, precarizzato il lavoro, in ragione delle politiche nazionali di austerità. Oppure si sono indebitate con le banche sino al collo per compensare i tagli subiti. Noi diciamo che se vuoi regolarizzare il lavoro dei precari, investire in trasporti, sanità, istruzione, devi ribellarti alle politiche d’austerità e cancellare il debito dei comuni con le banche. Oltre a cessare i finanziamenti pubblici alle scuole private. Così se vuoi riconoscere il diritto alla casa, devi requisire le migliaia di appartamenti sfitti oggi controllati dalle grandi società immobiliari, o dalle banche, o dal clero. Possiamo ricordarti che le altre sinistre purtroppo hanno governato per decenni col PD nelle amministrazioni locali gestendo sui territori le politiche nazionali dei sacrifici e della speculazione immobiliare? Come vedi, politica e amministrazione locale sono indissolubilmente legate.


Insomma, mi state dicendo che voi del PCL siete gli unici coerenti... Ma io penso che sarebbe importante unire tutti in uno stesso partito comunista invece che farci la guerra tra piccoli partiti da zero virgola.

Caro/a compagno/a, bisogna intenderci. Rifondazione quando nacque univa “tutti i comunisti”, salvo il fatto di avere un programma riformista. Il risultato è che le sue contraddizioni sono esplose quando entrò nel governo, con l’inevitabile collasso. Dovremmo ora riavvolgere il nastro all’indietro per ripetere in condizioni peggiori un'operazione fallita, come se nulla fosse accaduto? Oggi vi sono migliaia di militanti comunisti in partiti, o attorno a partiti, che comunisti non sono, indipendentemente dal nome che portano. Noi vorremmo unirli in un vero partito comunista. Ma per questo è necessario che tanti compagni e compagne come te acquistino consapevolezza della realtà, fuori dal mito dell'unità. La sinistra era tutta unita quando votava l’austerità e le guerre nei governi Prodi. È proprio l’unità nella compromissione che l’ha distrutta. C’è allora bisogno di costruire una sinistra vera, coerentemente classista, anticapitalista, internazionalista.
Quando abbiamo costituito il PCL abbiamo indicato alcuni principi discriminanti attorno ai quali raggruppare le forze: stare all’opposizione dei governi borghesi, nazionali e locali, di centrodestra, centrosinistra e sinistra riformista; battersi per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori; legare gli obiettivi immediati e concreti di ogni lotta a una prospettiva anticapitalista; costruire sugli stessi principi un partito internazionale del lavoro. Su questa linea discriminante siamo per unire incondizionatamente tutti coloro che la condividono, indipendentemente dalla diversità dei percorsi.


“Indipendentemente dalla diversità dei percorsi”? Mi stupite. Pensavo che foste trotskisti tutti d’un pezzo.

Lo siamo, e ne siamo orgogliosi. Proprio perché lo siamo, il nostro obiettivo non è difendere un recinto ma costruire un partito rivoluzionario. La costruzione di un partito rivoluzionario passa per una selezione di militanti e di quadri dalla più diversa esperienza e provenienza. L’essenziale è la chiarezza dei principi generali su cui si costruisce, principi che certo non sono neutri, perché sono selezionati dalla storia del movimento operaio. Se non c’è chiarezza sui principi, se non c’è un bilancio della storia, si costruisce su basi d’argilla e prima o poi tutto crolla. La crisi del partito di Rizzo ci parla anche di questo.


Però Rizzo dice più o meno quello che dite voi, a parte il passato, naturalmente.

No. Rizzo contrappone i diritti sociali ai diritti civili, sino ad essere per questo omaggiato da ambienti apertamente reazionari. Noi pensiamo, con Lenin, che i comunisti devono costruire un'egemonia classista e anticapitalista su tutte le domande di liberazione. Negare le ragioni degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, delle soggettività LGBTQIA+ nel nome delle ragioni degli operai è pura demagogia reazionaria degna di un Salvini o di Meloni. Non certo dei comunisti. Se a questo aggiungiamo l’esaltazione rizziana del Partito Comunista Cinese, che conta nelle proprie file fior fiore di miliardari capitalisti tutti provenienti dalla nomenclatura stalinista, il quadro è completo. L’esempio di Rizzo semmai dimostra quanto il passato influisce sul presente. Come fai a riconoscere i diritti degli omosessuali se rivendichi un regime staliniano che nel 1933 introdusse in URSS il reato di omosessualità? Noi siamo comunisti, non rossobruni.


In alcune città si presenta il PCI, un partito comunista con la falce e martello. Cosa mi dite di loro?

Abbiamo un buon rapporto con il PCI sul terreno dell’azione, ad esempio nel Coordinamento delle sinistre di opposizione. Rispetto al vecchio Partito dei Comunisti Italiani di Cossutta, Diliberto e Rizzo hanno compiuto un passo a sinistra. Ma purtroppo è un partito che resta prigioniero della vecchia tradizione togliattiana. Assumono la Costituzione borghese di De Gasperi e Togliatti come una specie di Bibbia, proprio nel momento in cui l’ipocrisia della democrazia borghese è sempre più evidente. Rispolverano l’utopia di un nuovo modello di sviluppo in ambito capitalistico proprio nel momento storico in cui è fondamentale dimostrare il contrario, e cioè che tutte le rivendicazioni progressive – sociali, politiche, ambientali... – sono incompatibili con il capitale e richiedono il suo rovesciamento. Da comunisti dobbiamo sviluppare una coscienza politica rivoluzionaria tra i lavoratori e i giovani, non creare nuove (vecchie) illusioni riformiste. In fondo la differenza tra PCL e PCI è quella tra marxisti rivoluzionari e riformisti onesti. Il sostegno del PCI alla Cina, presentata addirittura come paese socialista, misura una distanza profonda anche sul piano internazionale. Il nostro internazionalismo è quello che unisce tutti gli sfruttati, inclusi i proletari cinesi, contro tutti gli imperialismi, incluso quello di Pechino.


Noto che non avete citato Potere al Popolo, almeno con loro avreste potuto unirvi, magari appaiando i simboli.

Potere al Popolo non si è compromesso in soluzioni di governo con i partiti borghesi, è giusto riconoscerlo. Ma le ambiguità non mancano. Intanto, a quale Potere al Popolo dobbiamo riferirci? La loro componente che fa riferimento a Je so' pazzo esalta il mutualismo come soluzione sociale. Nulla da eccepire sulle pratiche di solidarietà, anche noi vi abbiamo preso parte. Ma se il mutualismo diventa il programma, è come svuotare l’oceano con il cucchiaino da caffè: un ritorno alle antiche utopie premarxiste. Viceversa, la componente della Rete dei Comunisti, che controlla l'USB, combina una politica spesso settaria sul piano sindacale con una visione positiva della Cina, un gigante imperialista in ascesa che sta colonizzando l’Africa. In Europa gli uni e gli altri hanno come riferimento Jean-Luc Mélenchon, colui che sostituisce il tricolore francese alla bandiera rossa e fa discorsi equivoci su immigrati e vaccini. Insomma, molta confusione dentro PaP. Un'alleanza con loro avrebbe accresciuto, non ridotto, questa confusione.


Insomma, mi state dicendo che dovrei votare per voi.

No. Ti stiamo dicendo che dovresti votare per noi se sei comunista. Se pensi che il capitalismo non sia riformabile e che occorra una democrazia vera dove siano i lavoratori e le lavoratrici a governare. Ma soprattutto, se sei comunista, dovresti aiutarci a sviluppare il PCL, al di là della scelta di voto, nelle battaglie di classe di ogni giorno. Il voto per il PCL è un aiuto al suo sviluppo. Ci farebbe piacere se diventasse anche un tuo investimento. A presto, in ogni caso, nelle lotte.

Partito Comunista dei Lavoratori