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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

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In questo numero:


Editoriale. Dare prospettiva a un movimento nuovo - Marco Ferrando

Urne vuote, piazze piene - Federico Bacchiocchi

Flotta continua - Alessio Ecoretti

I leninisti e il 7 ottobre - Salvo Lo Galbo

Contro guerra e capitale. Il blocco di Amazon Brandizzo - Mauro Penoncelli

Lo sciopero generale del 28 novembre - Lorenzo Mortara

Il pestaggio degli operai de L'Alba a Montemurlo: una violenza di importanza capitale - Diego Pace

Ibrahim Traoré: rivoluzione o illusione bonapartista? - Lega Internazionale Socialista

Nepal, il riformismo fallisce ancora - Rahul J.P. e Imran Kamyana

Ottobre 1965, il massacro dei comunisti in Indonesia - Vincenzo Cimmino

...e poi il settimo congresso del Partito Comunista dei Lavoratori, notizie dalle sezioni e altro ancora.

Congresso di Rifondazione Comunista, lo scontro tra due posizioni diversamente subalterne


 Il congresso di Rifondazione Comunista si è appena concluso. Il segno del congresso è dato dallo scontro frontale tra due schieramenti interni di pari consistenza. Il primo a sostegno del segretario Maurizio Acerbo, il secondo sospinto dall'ex ministro Paolo Ferrero. È lo scontro che ha investito gli ultimi tre anni di vita del PRC, a livello centrale e nelle federazioni, senza risparmio di colpi. Il sostanziale equilibrio nel rapporto di forza tra i due schieramenti contrapposti si è riflesso nel risultato congressuale: settanta voti di differenza tra la mozione Acerbo e la mozione alternativa di Ferrero, a vantaggio del primo. Il segretario nazionale Maurizio Acerbo è stato confermato con un solo voto di scarto dal Comitato Politico Nazionale eletto dal congresso. Tutto lascia pensare che lo scontro proseguirà nel tempo a venire. L'unico fatto certo è che la crisi del PRC è ben lungi dall'essere risolta.


Dopo tre anni di instancabile guerriglia interna, l'ex ministro Ferrero non è riuscito a detronizzare il segretario Acerbo. Il segretario è sopravvissuto alla guerra ma non ha recuperato il controllo reale del partito. Se la posta in gioco del congresso era il controllo di ciò che resta del PRC, nessuno dei due schieramenti può cantare vittoria.
Ma non è questo l'aspetto che a noi interessa. Ci interessa invece esaminare il contenuto politico delle due posizioni a confronto. Due posizioni diversamente subalterne, accomunate da una inossidabile logica riformista. E al tempo stesso due posizioni che faticano nel quadro politico attuale a ritagliarsi uno sbocco politico reale, al di là delle retoriche di accompagnamento.

Il documento congressuale di maggioranza (Acerbo) si fonda su una precisa opzione politica: la volontà di ricomporre la relazione con il centrosinistra, in funzione di una prospettiva di governo borghese. È il richiamo nostalgico della foresta. Il tentativo di uscire dall'isolamento ritornando nella “politica che conta”.
Il riferimento esplicito alle esperienze di governo, passate e presenti, di diversi partiti della sinistra europea, da Syriza a Podemos, non è casuale. Questo è il vero contenuto della posizione di maggioranza. Naturalmente questo contenuto è avviluppato dalle immancabili rassicurazioni formali: “non intendiamo entrare nel campo largo, che vuole essere un'alleanza senza principi e programma, costruita solo su una generica opposizione alla destra... noi proponiamo al contrario punti dirimenti di programma...», ecc. ecc. In realtà è il solito vecchio canovaccio retorico del condizionamento programmatico a sinistra di PDS, DS, PD, evocato per quasi quindici anni da Fausto Bertinotti (con la sola opposizione della sinistra rivoluzionaria interna da cui nascerà il PCL) per motivare la propria prospettiva governista.

Prospettiva governista che ha coinvolto ciclicamente il PRC nelle politiche antioperaie e autodistruttive dei due governi Prodi. Nel primo caso (1996-1998), in maggioranza di governo, votando l'introduzione del lavoro interinale, il record europeo delle privatizzazioni, i campi di detenzione amministrativa per i migranti (legge Turco-Napolitano). Nel secondo caso (2006-2008), questa volta all'interno del governo, votando l'abbattimento delle tasse sui profitti di imprese e banche (IRES, dal 34% al 27,5%!), l'aumento delle spese per la Difesa, il sostegno alle missioni militari.
Sono politiche che hanno colpito i lavoratori e le lavoratrici, spianando la strada all'influenza reazionaria nelle loro file. Sono le politiche che distrussero il PRC come riferimento di massa, precipitando la sua crisi rovinosa.
La vera differenza è che allora il PRC aveva una rendita di posizione negoziale per candidarsi a sinistra del centrosinistra. Oggi quello spazio è presidiato da Sinistra Italiana. Pertanto l'unica possibilità reale di questa opzione politica è sperare di aggregarsi a Fratoianni come ultima eventuale ruota del carro. A questo si riduce la Rifondazione Comunista?

Il documento di minoranza di Paolo Ferrero contesta formalmente la ricomposizione col centrosinistra, la denuncia come capitolazione, e nello slancio critico giunge persino a riconoscere che la crisi del PRC non inizia col congresso di Chianciano del 2008 ma con le scelte di governo precedenti. Salvo rimuovere lo spiacevole dettaglio che il ministro di Rifondazione nel governo Prodi era proprio... Paolo Ferrero. Cioè colui che più di ogni altro si spese per la scelta governista del partito in contrapposizione alla sinistra rivoluzionaria del PRC; colui che più di ogni altro difese tra il 2006 e il 2008 la propria permanenza nel governo, contro l'ipotesi di un passaggio al sostegno esterno, ventilata dall'allora segretario Franco Giordano.
È un caso che il documento di minoranza rimuova totalmente la materialità delle scelte antioperaie dei due governi Prodi? Il bilancio di quella stagione viene ridotto all'eufemismo della impermeabilità del centrosinistra alle proposte riformatrici del PRC. Che è il modo di assolvere la permeabilità del PRC di Ferrero alle politiche controriformatrici del centrosinistra borghese.

La proposta “alternativa” del documento di minoranza è indicativa. La sintesi è che bisognerebbe «fare come Mélenchon»: prima capovolgere i rapporti di forza con la socialdemocrazia, grazie ad una politica autonoma, e poi ricomporre l'alleanza sotto la propria egemonia e candidarsi a governare come sinistra-centro.
Al di là di ogni principio di realtà (e delle profonde differenze con lo scenario francese), il governo del capitalismo resta dunque la bussola strategica di Ferrero. L'alfa e l'omega. La stella cometa, insensibile ad ogni lezione dell'esperienza. «Fare come Mélenchon» è la versione attuale del «fare come Tsipras». Salvo ignorare che il governo Tsipras, idolatrato a suo tempo da tutta la sinistra “radicale”, ha gestito le politiche antioperaie della troika contro la propria base sociale, e contro la domanda di svolta che ne aveva sospinto l'ascesa. E che Melenchon, già ministro di Jospin, ha un programma riformista simile a quello originario di Tsipras, prima che la sua esperienza di governo ne rovesciasse brutalmente il segno.
La verità è che oggi, dentro la crisi capitalistica e la polarizzazione dello scontro interimperialista, non c'è più lo spazio storico del riformismo, nonostante le illusioni dell'ex ministro Ferrero.

Ma l'aspetto più sconcertante del documento alternativo è la esaltazione dei BRICS, sino alla rivendicazione della adesione dell'Italia ai BRICS. Invece della doverosa contrapposizione a tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi, nel nome dell'interesse internazionale della classe lavoratrice e dei popoli oppressi, si rivendica il sostegno ad uno dei due poli imperialisti contro l'altro, nel nome del multipolarismo e della lotta contro la guerra. Ma le dinamiche di guerra non sono forse sospinte proprio dalla presenza di diversi poli imperialisti, gli uni contro gli altri armati, che si disputano la spartizione del pianeta? Il multipolarismo imperialista è esattamente l'attuale geografia del mondo. La lotta contro la guerra o è la lotta contro tutti gli imperialismi, e a difesa di tutti i popoli da questi oppressi, o non è. Dire che l'imperialismo cinese e russo sono fattore progressivo e di pace significa capitolare alla loro propaganda imperialista, speculare alla propaganda dell'imperialismo NATO di casa nostra.

La verità è che il documento alternativo strizza l'occhio a Potere al Popolo, e anche per questo si sintonizza sull'impostazione campista del suo gruppo dirigente (Rete dei Comunisti). Salvo tacere, in un documento tutto imperniato sulla lotta alla guerra, che Mélenchon vota l'invio di armi all'Ucraina (ben al di là del giusto sostegno all'Ucraina contro l'imperialismo russo, e dunque del suo diritto ad usarle). E che Unione Popolare, con Potere al Popolo, è sepolta da anni. Non sarà Ferrero a resuscitarla. Tanto più avendo perso il congresso.

In conclusione. Siamo stati ripetutamente accusati di muovere una critica al PRC basata sul passato. Ma senza un bilancio onesto del passato come è possibile tracciare una nuova via? Peraltro è stato proprio il passato a dominare, in forma diretta o indiretta, il confronto interno al congresso del PRC. Il nodo del rapporto col centrosinistra, la questione strategica del governo, l'esperienza della sinistra europea richiamano inevitabilmente il tema del bilancio. Semplicemente, il congresso ci ha detto una volta di più che chi non impara dalla storia è destinata a ripeterla. Magari in formato ridotto e residuale, come speranza del proprio immaginario.

La verità è che Rifondazione Comunista è da tempo una sopravvivenza postuma. La Rifondazione Comunista quale riferimento largo e riconoscibile da ampi settori di classe e di avanguardia morì diciannove anni fa tra le braccia di Prodi. I gruppi dirigenti di ciò che è rimasto di quel partito appaiono prigionieri del suo passato, incapaci sia di elaborare il lutto che di rimontare la china del loro disastro.
Ai militanti coerentemente comunisti del PRC che non vogliono restare sotto le macerie del proprio partito, e che al tempo stesso non si rassegnano alla passivizzazione e alla resa, proponiamo di costruire insieme, controcorrente, il Partito Comunista dei Lavoratori, sulle basi di principio del marxismo rivoluzionario. Le uniche basi che non si piegano come canne al vento. Le uniche basi che possono armare un reale progetto anticapitalista, sul terreno nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ferrero va alla guerra contro Acerbo

 

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9 Novembre 2024

Rifondazione va a congresso. Le confessioni di un ex ministro con la faccia di bronzo

È guerra dentro il Partito della Rifondazione Comunista. Paolo Ferrero, già “líder máximo” del partito e ancora fondamentale figura pubblica, con il sostegno di circa il 45% dei dirigenti del PRC è partito lancia in resta per disarcionare l’attuale segretario Maurizio Acerbo, che gode direttamente del sostegno di solo il 35% dei dirigenti, ma è appoggiato dal gruppo “partitista” di Pegolo e Tecce (20%). Per cui il prossimo drammatico congresso di Rifondazione vedrà due documenti contrapposti.
Oltre alle questioni personali, ci sono certamente degli elementi politici. Nella sostanza, Acerbo e i suoi alleati sperano di creare le condizioni per partecipare un domani al “campo largo” con il PD della Schlein. Ferrero, invece, vorrebbe cercare di creare una coalizione riformista di sinistra stabile con Potere al Popolo (salvo eccezioni in caso di convenienza: in Sardegna i ferreriani si sono presentati in una coalizione totalmente borghese).
Detto così, si potrebbe pensare che Ferrero sia a sinistra dei suoi avversari. In un certo senso questo è vero, ma se a una minestra di acqua e sabbia si aggiunge un po’ di sale non cambia molto. Tra l’altro Ferrero, anche per raccogliere gli elementi più stalinisti del partito e per favorire le prospettive, non facili, di rapporto con Potere al Popolo, è ormai arrivato su posizioni campiste, esaltando i BRICS e la loro politica, cioè scegliendo uno dei due campi imperialisti oggi presenti nella sfida mondiale, con posizioni catastrofiste-campiste.

Se questo è il quadro generale, c’è un particolare da aggiungere. Le due frazioni in lotta hanno depositato i documenti congressuali. Qui sotto riportiamo l’inizio del capitolo sul bilancio della storia del PRC (documento Ferrero). Qui si sviluppa una polemica contro Acerbo dichiarando che è totalmente falso dire che la crisi di Rifondazione nasce dal congresso di Chianciano (2008, dove la corrente di Ferrero sconfisse quella di Vendola), ma (citiamo):

«L’estromissione di Rifondazione dal Parlamento e la sua crisi non nascono dal congresso di Chianciano ma prima, ed erano palesemente maturate nella fase in cui apparivamo fortissimi, stavamo in maggioranza con Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli ed eravamo tutti i giorni in televisione. Far partire la sconfitta del progetto di Rifondazione da Chianciano determina un unico risultato: costruire una narrazione in cui qualunque ammorbidimento e compromesso nel rapporto con il PD rappresenterebbe un fatto positivo e di buon senso realista rispetto ad una linea “troppo rigida”. La realtà ci dice che la crisi di Rifondazione Comunista è nata quando era nella maggioranza che sosteneva il governo Prodi. Quella collocazione ne ha corroso pesantemente la credibilità, il valore simbolico e i rapporti di massa costruiti dopo le giornate di Genova, nella costruzione del movimento altermondialista e nell’attività di opposizione al governo Berlusconi. A meno che non si voglia usare Rifondazione Comunista per giocare al gioco dell’oca, noi riteniamo sia necessario prendere atto che è la collocazione in maggioranza con il centro sinistra che aperto la nostra crisi come, del resto, la partecipazione alla maggioranza del primo governo Prodi aveva prodotto un nulla di fatto sul piano dei risultati concreti e una pesante scissione del Partito».

Benissimo! Solo c’è un piccolo particolare. Quando Rifondazione stava in maggioranza con Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli, Paolo Ferrero era principale sostenitore con Fausto Bertinotti dell’alleanza appunto con i Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli. E quando finalmente i nostri eroi riformisti riuscirono a realizzare i loro sogni, entrando nel governo Prodi nel 2006, Ferrero divenne ministro di quel governo (l’unico ministro del PRC).

In quelle situazioni in cui il PRC era nella maggioranza (1997-98), Ferrero ha sostenuto, tra altre decine di gravi schifezze, la riduzione dell’aliquota massima e contemporaneamente l’aumento di quella minima delle tasse (primo governo della Repubblica a fare una tale operazione); la flessibilità lavorativa selvaggia (pacchetto Treu); l’abolizione dell’equo canone sugli affitti, e non si oppose al blocco navale contro i migranti con la strage degli albanesi della Pasqua 1997 nel canale d’Otranto.
Poi, nel 2006-2007, in seno al governo, Ferrero ha votato tra l’altro, senza alcuna obiezione o riserva: riduzione delle tasse per i capitalisti (quattro miliardi l’anno solo per banche e assicurazioni); aumento delle spese militari (17% in un solo anno); finanziamento alla missione militare imperialista in Afghanistan, oltre ad appoggiare (fuori dal Consiglio dei ministri) l’unico caso ufficiale di costruzione di un muro contro gli immigrati (dall’amico sindaco di Padova).

Addirittura, quando un ormai dimenticato Franco Giordano, un ingenuo dirigente del partito messo a fare il segretario come “uomo di paglia” per il duo Bertinotti-Ferrero, alla fine del 2007, rendendosi conto dei problemi di caduta di immagine del partito, avanzò timidamente l’idea del passaggio del PRC dalla presenza nel governo all’appoggio esterno, non solo Bertinotti, ma anche Ferrero gli chiesero se fosse impazzito.

Pochi mesi dopo Clemente Mastella (e non Bertinotti, come spesso si dice) ritirò il suo partito dal governo e lo fece cadere, ponendo fine all’esperienza governativa di Rifondazione.

Questa la vera storia del ruolo da ministro borghese che il nostro “prode” ha avuto in quegli anni, e che ha portato al disastro il PRC e – quello che più conta – l’insieme dell'avanguardia politica di sinistra in Italia.

Naturalmente Ferrero si guarda bene dal dire che c’era chi, piccolo ma non insignificante, nell’ambito del partito combatté le posizioni che oggi lui rivede, molto parzialmente e totalmente in maniera falsa e strumentale. Eravamo noi, che dicevamo che questa politica era peggio che riformista, filopadronale e anche (visto il voto per il finanziamento della guerra in Afghanistan) pro imperialista. Eravamo noi di Progetto Comunista, di cui il PCL è il continuatore diretto. Avevamo ragione quando dicevamo che quella politica era in primo luogo di tradimento della classe operaia, ma che avrebbe anche portato un partito nato, come dichiarato, “cuore dell'opposizione” al disastro (mentre qualcun altro si metteva un po’ in mezzo, parlando appoggi esterni, critiche, ma senza mai negare il progetto di sostenere il governo dei capitalisti).

Ricordare che una proposta politica contraria alla sua collaborazione di classe, una proposta veramente comunista esisteva nel PRC e fu costretta a uscire per non morire riformista, non poteva essere possibile per un voltagabbana per cui i principi politici valgono evidentemente meno delle scarpe che indossa.
Certo è difficile per noi militanti di un vero partito rivoluzionario capire come ancora tanti compagni e compagne sinceramente di sinistra e che si sentono comunisti, la maggioranza dei quali ha vissuto queste esperienze, possano restare in un partito come il PRC con appunto la sua storia e la sua reale politica di subordinazione alla borghesia. Ma questo, purtroppo, non è una novità, anzi è una costante della tragica storia del movimento operaio. Come diceva Trotsky, il pensiero umano tende ad essere conservatore, e nella sua specificità questo vale anche per l’avanguardia del proletariato.

Certo se tutti e tutte coloro che avrebbero dovuto rompere logicamente col PRC insieme a noi nel 2006 e poi negli anni seguenti lo avessero fatto, oggi il nostro certo combattivo e coerente, ma piccolo PCL sarebbe un partito ancora minoritario nella classe, ma con iscritti e attorno, una gran parte della sua avanguardia in lotta contro il capitalismo e tutti gli imperialisti, insieme a decine di migliaia di altri militanti marxisti rivoluzionari del mondo. Decine di migliaia di militanti e iscritti si sono dispersi, ma non è mai troppo tardi. Perché essere più onestamente riformisti, come Acerbo e Galieni e Pegolo e Tecce, se è moralmente meglio, politicamente non lo è per nulla.
Venga finalmente, di fronte a tutto questo, la comprensione per ogni comunista che il suo posto è fuori da Rifondazione e insieme a noi del Partito Comunista dei Lavoratori.

Franco Grisolia

La teppaglia reazionaria e il sacro tempio liberale

 


English translation

Il giorno dopo la cosiddetta insurrezione di Washington, la Borsa di Wall Street ha registrato un record di rialzi sui listini azionari. Il capitale finanziario USA non si è fatto impressionare dalla carnevalata della teppaglia reazionaria a spasso per le sale del Congresso; ha preferito festeggiare ciò che più gli interessa: il ritorno al governo dei democratici, per di più con la maggioranza dei seggi al Senato, ciò che sembra offrire maggiore stabilità ai vertici dell'imperialismo USA, ed anche agli stimoli fiscali anti-Covid promessi da Biden agli azionisti delle corporations.

Agli occhi di Wall Street Donald Trump ha rappresentato un outsider imprevisto. Ovviamente il grande capitale siede al banchetto di qualsiasi amministrazione, e Trump ha offerto alla borghesia americana sicuri vantaggi economici. Ma la linea di destabilizzazione delle relazioni e strutture del multilateralismo – dall'ONU alle Conferenze sul clima, sino alle intese sugli armamenti – non è risultata gradita alla grande borghesia americana, ai gangli profondi della sua diplomazia e dei suoi vertici militari. Né lo è stata la sua gestione pirotecnica, personalista e familista, affidata al ristretto manipolo dei fiduciari del Presidente e del suo giro d'affari. Tanto meno la sua pretesa grottesca di invalidare le elezioni presidenziali prendendo in ostaggio le istituzioni borghesi dello Stato, e chiamando per di più a supporto la folla colorita della sua base popolare, comprese le milizie incontrollabili dell'estrema destra.

Il ritorno al governo del Partito Democratico offre a Wall Street un riferimento più affidabile, sperimentato, equilibrato. E il fatto che Trump abbia perso parecchie piume nella vicenda del 6 gennaio, oltre che non pochi sostegni del suo stesso staff, ha richiamato un ulteriore sospiro di sollievo. La Borsa ha festeggiato a suo modo anche questo.

Significa dunque che il 6 gennaio non è accaduto nulla di rilevante a Washington? No.
Certo è accaduto ben poco di ciò che è stato rappresentato dal commentario mondiale della borghesia liberale e delle sinistre riformiste al suo guinzaglio. “Golpe in America”, “insurrezione a Washington”, “dissacrata la democrazia più antica del pianeta”... le parole si sono sprecate, nella rincorsa del vocabolario. In realtà non vi è stato alcun golpe o insurrezione di sorta, se si vuol dare un significato vero alla parole. Un migliaio di attivisti parafascisti, suprematisti, omofobi, più o meno equipaggiati alla bisogna, ha invaso le sale del Congresso americano, grazie alla latitanza e connivenza dei corpi locali di polizia. Naturalmente non c'è nulla di peggio di questa teppaglia reazionaria, blandita e corteggiata da quello stesso Trump che non ne può garantire il controllo.

Ma non siamo di fronte alla minaccia fascista negli USA. E in ogni caso l'atto compiuto da questa teppaglia non trasforma affatto il Congresso USA nel tempio profanato della “democrazia”. La celebrata “democrazia” americana è solo la forma della dittatura dei capitalisti, di uno Stato che si regge sullo sfruttamento dei salariati di casa propria, sulle mille forme di oppressione e discriminazione degli afroamericani e degli ispanici, sull'arbitrio impunito della violenza poliziesca, sul saccheggio secolare di altri popoli e nazioni, su una politica di aggressioni militari, intimidazioni e ricatti verso ogni popolo oppresso che voglia ribellarsi al suo dominio. La teppa fascistoide del 6 gennaio si nutre, in fondo, dei detriti peggiori della democrazia borghese americana.

Tuttavia, spogliati della veste immaginifica che è stata loro fornita, i fatti del 6 gennaio sono tutt'altro che irrilevanti. Sarebbero stati impensabili anche solo pochi anni fa. Acquistano invece il loro significato, seppur in forma estrema, all'interno della polarizzazione politica e sociale che attraversa la società americana (e non solo) sullo sfondo della grande crisi. Impoverimento dei salari, declassamento di ampi settori della classe media, disuguaglianze sociali abissali in fatto di redditi e patrimoni, che percorrono e aggravano i divari etnici e territoriali, tra grandi città e province, tra metropoli e campagne.
La lunga ripresa economica USA, formalmente la più prolungata del dopoguerra, non solo non ha minimamente scalfito questa dinamica profonda ma l'ha approfondita su ogni versante. La crisi dell'amministrazione Obama, la clamorosa sconfitta di Hillary Clinton, la vittoria di Donald Trump nel 2016 sono stati il portato indiretto di questi processi.

Il trumpismo ha costruito attorno a sé un ampio blocco sociale particolarmente concentrato nella provincia profonda americana. Trump è uscito indiscutibilmente sconfitto nelle elezioni presidenziali appena concluse, ma il suo blocco sociale ha tenuto. Ha perso la presidenza, non il suo popolo. Ed anzi i 74 milioni di voti riportati dal Presidente sconfitto sono significativamente superiori a quelli guadagnati nel 2016, quando riportò la vittoria. Soprattutto è e resta impressionante il successo del trumpismo presso l'elettorato bianco della provincia profonda, una roccaforte inespugnata. La folla accorsa al comizio di Trump del 6 gennaio è uno spaccato sociale fedele di questa provincia, segnato dal peso della tradizione religiosa, estraneo e diffidente verso i costumi della città, alieno a ogni forma di modernità, sensibile alle fiabe sui complotti occulti di poteri misteriosi. La tragedia della pandemia ha moltiplicato gli effetti di questo senso comune. Trump ha costruito con questo blocco sociale un rapporto di fidelizzazione autentica. Agli occhi di questa massa egli resta il Presidente della nazione, per questo estraneo e osteggiato da “quelli di Washington”.

Le milizie armate dei Proud Boys, dei Boogaloo Boys, di QAnon, pascolano in questo ambiente e si candidano a sua guardia del corpo, con le strizzate d'occhio alla (e della) polizia. Sono la componente estrema di una società patriarcale, legge ed ordine, profondamente misogina, col ruolo volontario di squadristi e mazzieri quando si tratta di aggredire e malmenare i Black Lives Matter e l'estrema sinistra. Trump li usa, ma non sono alle sue dipendenze. E la loro azione del 6 gennaio, lungi dall'essere commissionata da Trump, ha indebolito il Presidente in carica a tutto vantaggio dei democratici. Si può non vederlo?

Non è ancora chiaro cosa Trump voglia fare del blocco sociale che ha consolidato attorno a sé. Provare a dominare il Partito Repubblicano? Facile in veste di Presidente, assai più complesso con quattro anni di opposizione e un gruppo parlamentare assottigliato dalla sconfitta. Scindere il Grand Old Party e costruire un proprio partito? Possibile, e alcune pose dell'ultima fase sembrerebbero alludere quanto meno a questa tentazione. Ma il sistema elettorale e istituzionale americano di certo non favorisce tale soluzione, che rischia di consegnare al Partito Democratico una rendita di posizione. Vedremo. Di certo la polarizzazione politica americana ha scosso alle fondamenta il Partito Repubblicano, ben oltre le soglie del vecchio Tea Party, e pone incognite serie sulla sua tenuta e configurazione.

Ma anche la nuova amministrazione democratica di Joe Biden sarà chiamata a un banco di prova particolare. Dovrà ridefinire la politica estera dell'imperialismo USA, tenendo ferma sicuramente la contrapposizione strategica al neoimperialismo cinese, ma rivedendo i rapporti con gli imperialismi europei, che salutano tutti la vittoria di Biden come una sorta di liberazione ma sanno e sentono che non tutto tornerà come prima, e non a caso si dividono. Tra un imperialismo francese che punta a una sorta di autonomia strategica europea, naturalmente sotto l'egemonia di Parigi, e un imperialismo tedesco che cerca in Biden una sponda rassicurante su cui far leva (anche) per contenere le ambizioni francesi. Ma soprattutto Joe Biden dovrà trovare un punto di equilibrio e tenuta nella società americana. Non sarà facile.

La polarizzazione americana non si è sviluppata solamente a destra, ma anche a sinistra. Lo straordinario movimento di massa che ha attraversato le città americane nel 2020 ha sicuramente gonfiato le vele di Biden nelle recenti elezioni. Il successo plebiscitario dei democratici nelle città ne è una prova inequivocabile. Ma le vecchie illusioni mal riposte nel Partito Democratico convivono con una diffidenza aperta verso la sua politica. Il risultato elettorale dei candidati e delle candidate dei Socialisti Democratici d'America riflette a modo suo una domanda di cambiamento. Ma Biden, com'era prevedibile, l'ha già frustrata in partenza, componendo una squadra di governo tutta imperniata sul vecchio personale politico gradito a Wall Street, quello che i tredici milioni di elettori di Sanders nelle primarie democratiche avevano sonoramente contestato. Ed è solo l'inizio.

La costruzione di un partito indipendente della classe operaia americana, fuori e contro il vecchio bipolarismo USA, resta un nodo strategico inaggirabile. In questi anni di grande crisi si è fatta largo tra milioni di lavoratori e di giovani USA una diffusa ripulsa del capitalismo e una confusa domanda di “socialismo”. Questa parola, maledetta nella cultura dominante degli USA, ha fatto il suo ingresso nel vocabolario pubblico, quale che sia la sua reale traduzione politica. Il movimento sviluppatosi attorno ai Socialisti Democratici d'America è un portato di questo sentimento nuovo. I dirigenti e parlamentari riformisti legati a quel partito lo usano come arma di pressione e di scambio con il personale politico del Partito Democratico. Ma l'aspettativa di un proprio riconoscimento e ruolo nel nuovo governo, com'era da attendersi, non ha trovato spazio. E tutta la politica del nuovo governo di Wall Street sarà ogni giorno una doccia gelida per le vecchie illusioni nel Partito Democratico. I marxisti rivoluzionari degli Stati Uniti, nemici di Trump ma non per questo elettori di Biden, lavoreranno per dare al proletariato USA il proprio partito, e proporranno come suo programma l'unica vera prospettiva alternativa: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. La sola autentica rivoluzione americana.




Leggi qui la traduzione in inglese.

Partito Comunista dei Lavoratori

In Guatemala esplode una massiccia rivolta sociale

 


In Guatemala è esplosa la rivolta sociale, nel pieno di una crisi economica senza precedenti. In piena emergenza Covid, e dopo aver subito centinaia di morti provocati da due uragani devastanti all’inizio di novembre, che hanno messo in ginocchio la parte più povera e contadina del paese, la borghesia e le forze reazionarie dentro il governo della destra reazionaria “Vamos” e quello che è stato definito il “Patto della corruzione” (un'alleanza tra politici corrotti, il capitalismo locale e la mafia del narcotraffico al potere del Paese fin dalle dimissioni del presidente Otto Pérez Molina, nel 2015) hanno approvato tramite il Congresso il bilancio dello stato, che di fatto che mette in ginocchio i lavoratori e la parte più debole della popolazione guatemalteca.


Era stato lanciato un appello da diverse organizzazioni di sinistra, democratiche e dei lavoratori per una manifestazione convocata per sabato 21 novembre, contro il governo e la legge di bilancio che di fatto toglie ogni risorsa per la sanità, l’istruzione e i servizi essenziali. Alla manifestazione hanno partecipato in migliaia, e una parte del corteo ha fatto irruzione nel palazzo del Congresso, incendiandolo. Le forze di polizia, impreparate ad una così alta partecipazione di massa, non sono state in grado inizialmente di reagire, ma in serata hanno scatenato una feroce repressione ordinata dal governo di Alejandro Giammattei.
La rabbia della popolazione e dei manifestanti è totalmente diretta contro la destra di Vamos. Settori studenteschi e giovanili stanno in continuazione lanciando appelli per la mobilitazione e la resistenza sociale.
L'Unità Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca, partito di sinistra con rappresentanza parlamentare (erede del Partito Guatemalteco del Lavoro stalinista e delle organizzazioni guerrigliere castriste), intanto sta lanciando inviti alla protesta pacifica contro il governo e la corruzione. Il Presidente Giammattei ha promesso di non risparmiare una dura repressione.

Le proteste in Guatemala non sono isolate, e si stanno unendo a quelle di altri paesi in America latina: Cile, Colombia, Perù, Ecuador, Argentina, Costa Rica. La necessità principale è quella di unificare la lotta di classe in un continente sempre più in fiamme, devastato dalla pandemia e dalla crisi economica. Non limitandosi, come purtroppo fanno molte organizzazioni trotskiste, alla rivendicazione di nuove assemblee costituenti (quando questa rivendicazione è espressa dal movimento di massa), ma lanciando la prospettiva dell’autorganizzazione di massa in comitati e consigli eletti nei luoghi di lavoro, nelle scuole e università, nei quartieri e nei comuni rurali, come potere alternativo allo stato borghese, alla sua repressione e ai suoi inganni “democratici”.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione internazionale

I fatti del 30 giugno 1960 a Genova

Ritorna la fiamma dell’antifascismo operaio e di massa

2 Luglio 2020
Pubblichiamo un estratto dall'opuscolo L'antifascismo genovese ieri, oggi e domani, a cura della sezione di Genova del PCL. L'opuscolo è allegato in fondo a questa pagina
Tutta la storia dell'antifascismo genovese durante il fascismo e nella Resistenza inevitabilmente lasciò un segno indelebile nell’identità collettiva e politica della classe operaia e lavoratrice genovese. Questa coscienza politica radicata in anni di lotte, clandestinità, deportazioni e morti si riaccenderà con tutto il suo vigore quando Genova divenne l’epicentro di un’operazione politica del Movimento Sociale Italiano, che nel dopoguerra fu il partito in cui si riciclarono, entro la cornice “democratica”, la gran parte delle anime del Partito Nazionale Fascista e del Partito Fascista Repubblicano.

Gli antefatti sono importanti per comprendere il portato dell’operazione del MSI. Il 21 marzo il democristiano Fernando Tambroni, esponente dell’ala sinistra della DC, venne incaricato dal Presidente della Repubblica Gronchi di costituire un nuovo governo. Al momento della votazione della fiducia alla Camera, il governo, monocolore della DC, passò con i voti dei parlamentari del MSI senza i quali non avrebbe potuto avere la necessaria maggioranza.
Di fronte a questo, gli esponenti della sinistra della DC di quel Governo – Bo, Pastore e Sullo – dichiararono le loro dimissioni e, sotto le pressioni generali, anche lo stesso Tambroni li seguì. Dopo due tentativi di Amintore Fanfani di costituire un governo su maggioranze differenti, Gronchi decise di respingere le dimissioni di Tambroni, che il 29 aprile ottenne la maggioranza anche al Senato, di nuovo con i voti favorevoli dei senatori del MSI.

Questa operazione fece montare la protesta di tutti i partiti della sinistra, che accusarono Tambroni di favorire la legittimazione politica nazionale e di governo degli eredi del fascismo, considerato che già in circa 30 amministrazioni comunali – Roma compresa – le giunte democristiane si reggevano con l’appoggio anche di esponenti del MSI.
Il primo atto del MSI di fronte alle dimissioni di Tambroni, che ostacolavano e indebolivano l’operazione politica di legittimazione e di propria trasformazione in ago della bilancia degli equilibri istituzionali nazionali, fu il ritiro dell’appoggio alle giunte comunali democristiane di tutti i propri consiglieri.

Il 14 maggio 1960 il Movimento Sociale Italiano compì l’ennesima provocazione, dichiarando l’intenzione di organizzare il VI Congresso del MSI a Genova, al Teatro Margherita, in Via XX Settembre.
Da qui cominciò un’operazione, da parte del PCI e della sinistra, di propaganda e agitazione dei genovesi e dei lavoratori della città, che quindici anni prima furono i protagonisti dell’insurrezione, della liberazione e della resa dei nazisti.

Il 2 giugno Umberto Terracini, senatore e membro della ex Assemblea Costituente per il PCI, in un discorso a Lumarzo – in Val Fontanabuona – incitò alla chiamata di una riunione per organizzare una risposta alla provocazione missina.
Il 5 giugno, su L’Unità, organo del PCI, venne pubblicata una lettera-appello di un operaio che incitava ad una reazione di massa contro il congresso.
Il giorno dopo venne prodotto un manifestino in cui si definiva una “grave provocazione” il congresso fascista, su iniziativa del PSI locale, a cui aderirono il PCI, il Partito Radicale, il Partito Socialista Democratico Italiano e il Partito Repubblicano.
Il 13 giugno si unì al coro di chi condannava il congresso del MSI anche la Camera del Lavoro.

Il 15 giugno ci fu il primo corteo, indetto sulla base della richiesta del divieto ai lavori del congresso fascista. Parteciparono circa 20.000 persone, con i primi scontri tra il servizio d’ordine e alcuni manifestanti contro un gruppo di fascisti che osarono provocare la manifestazione in Via San Lorenzo, sedati poi dall’intervento in soccorso del gruppetto di fascisti dei Carabinieri.

Dopo che il 24 giugno la Questura vietò l’autorizzazione per un comizio della Camera del Lavoro e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) con la scusa del mancato preavviso – il vero motivo fu il timore di nuovi scontri e la volontà di impedire che gli animi venissero ulteriormente fomentati – il 25 venne convocato un corteo da parte delle federazioni giovanili dei partiti della sinistra (PCI, PSI, PRI, PSDI e radicali) a cui si unirono anche i portuali. La manifestazione diede vita a ulteriori scontri, questa volta con la polizia, in Via XX Settembre.

Questa escalation di agitazione e mobilitazioni da una parte spinge una componente del MSI a fare pressioni sul governo Tambroni per aumentare l’attenzione e fornire misure di garanzia viste le minacce di disordini e di una forte conflittualità che rischiava di scatenarsi contro il VI congresso; dall’altra i fascisti minacciarono l’organizzazione di “almeno un centinaio di attivisti romani, scelti tra i più pronti a menar le mani”, e annunciarono la partecipazione al congresso sia di Junio Valerio Borghese, celebre capo della X Flottiglia Mas utilizzata nei rastrellamenti contro i partigiani, sia di Carlo Emanuele Basile, il prefetto che nell’estate del 1944 ordinò e organizzò le deportazioni dei lavoratori e delle lavoratrici in Germania e nei campi di concentramento.

Il 28 giugno ANPI e Camera del Lavoro, assieme a tutti i partiti della sinistra, convocarono un corteo contro l’ormai prossimo congresso, a cui il governo della Democrazia Cristiana aveva ormai dato piena legittimità garantendone la protezione attraverso le Forze dell’Ordine. A questo corteo parteciparono oltre 30.000 persone, e si concluse con il celebre discorso di Sandro Pertini, che venne definito “u brichettu” (il fiammifero, in genovese), perché diede l’accensione alla miccia che avrebbe fatto esplodere la bomba della rabbia della classe lavoratrice e del proletariato genovese contro la provocazione fascista protetta dalle istituzioni democristiane:
«La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori (…) Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili, mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni. (…) Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi».

Il 29 giugno la Camera del Lavoro indisse uno sciopero generale politico per tutta la giornata del 30 giugno esteso a tutta la provincia, per permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di portare tutta la loro forza d’impatto nelle strade di Genova, assieme alle organizzazioni della sinistra e ai militanti politici.
Il corteo fu una mastodontica prova di forza di massa e di classe contro cui nulla potevano le misure repressive che il governo Tambroni aveva sperimentato in altri contesti cittadini: 100.000 antifascisti e antifasciste scesero nelle piazze di Genova. A nulla servì, quindi, l’invio della tristemente celebre celere di Padova, famosa per le sue tattiche antiguerriglia urbana, l’ispezione della città del comandante generale dell’Arma dei Carabinieri e la sostituzione del questore di Genova con Giuseppe Lutri, noto per l’attività antipartigiana a Torino durante la dittatura fascista.
La UIL, con il suo solito operato opportunista, si oppose allo sciopero ma nulla ottenne di fronte alla coscienza di un movimento dei lavoratori in cui era ancora fervida la memoria delle lotte contro l’occupazione. La CISL non si sbilanciò, lasciando libertà di scelta ai propri iscritti, da una parte per non perdere consensi e dall’altra per non mettere in difficoltà la propria cinghia di trasmissione con la Democrazia Cristiana, di cui era espressione.

I lavoratori e le lavoratrici genovesi, inoltre, venivano da un periodo di fortissima conflittualità contro la deindustrializzazione che era in corso da circa un decennio nonostante il cosiddetto “boom economico” italiano. Celebri furono le 82 giornate di occupazione della San Giorgio e le 72 giornate di occupazione degli stabilimenti Ansaldo nel 1950; l’occupazione di 9 mesi dell’ILVA tra il 1950 e il 1951; le 120 giornate di mobilitazione del porto a cui aderirono anche i metalmeccanici, sommando 4.537.033 ore di sciopero del 1955; le mobilitazioni a cavallo tra il 1957 e il 1958 per la riduzione dell’orario di lavoro e per fermare la chiusura dell’Ansaldo Fossati e dell’Ansaldo San Giorgio; gli scioperi generali dell’estate del 1959 per la difesa dei posti di lavoro e l’enorme conflittualità espressa proprio nel periodo di giugno-luglio del 1960 da parte dei marittimi, non solo con rivendicazioni salariali ma anche con rivendicazioni legate alla libertà e alla dignità sul lavoro, contro i soprusi e le angherie degli ufficiali. Tutta la rabbia e l’organizzazione che aveva rinsaldato la coscienza di classe con le celebri mobilitazioni di quegli anni ebbe un’occasione per esprimersi politicamente e per saldare due anime del movimento operaio: quella dei metalmeccanici e dei portuali professionalizzati che avevano lottato per dimostrare che si poteva lavorare senza padrone, e quella dei ragazzi delle “magliette a righe”, una giovane generazione che si vedeva colpita dalla contrazione delle possibilità occupazionali. I 100.000 antifascisti e antifasciste in piazza quel giorno erano espressione di questa grande mobilitazione generale rilanciata su basi politiche.

Quel giorno la manifestazione vera e propria fluì senza incidenti fino a che non venne conclusa in Piazza De Ferrari, ma il fermento era molto e la rabbia dei lavoratori continuava a non spegnersi. Molti manifestanti cominciarono a intonare canti partigiani e slogan contro la polizia, ai margini della piazza, e contro i Carabinieri, schierati a difesa del Teatro dove il 2 luglio avrebbe dovuto tenersi il VI Congresso del MSI.

A quel punto la polizia e il reparto della Celere risposero alle provocazioni dei manifestanti con lacrimogeni e manganellate. Fu l’inizio della battaglia. In poco tempo gli operai ritornarono in Piazza De Ferrari, furono oltre 5000 quelli che parteciparono fin da subito agli scontri con la polizia, armandosi di tutto ciò che potevano trovare. Molte camionette vengono rovesciate, i poliziotti vengono disarmati, il comandante della Celere viene gettato dagli operai nella fontana della piazza, alcune camionette vengono incendiate e gli operai, facendosi inseguire nei “caruggi” del centro storico, attirano le forze dell’ordine in una trappola, con gli abitanti che lanciano sulle loro teste vasi, bottiglie e tutto ciò che possa provocare dei danni. Alla fine la polizia si ritirò, e solo allora ebbero effetto gli annunci e i proclami di ritorno alla calma dei vertici della CGIL e dell’ANPI. Durante gli scontri furono sparati anche dei colpi di arma da fuoco, ma solo un lavoratore risultò ufficialmente ferito da un proiettile. Il bilancio fu incredibilmente favorevole: 162 feriti tra gli agenti e solo una quarantina tra i manifestanti.
Il movimento di massa e di classe di quella giornata aveva dimostrato che nessun dispositivo di repressione può nulla di fronte alla forza della mobilitazione generale, né tantomeno servono a nulla i tentativi di controllare e imbrigliare la rabbia di classe da parte delle dirigenze moderate e riformiste, più preoccupate delle istituzioni borghesi della possibilità che i disordini possano sfociare in un moto insurrezionale canalizzando il malcontento generale.

I giorni successivi furono, infatti, emblematici. Da una parte la dirigenza del PCI si confrontava con il governo e i vertici della DC nella ricerca di un compromesso per poter depotenziare la rabbia di militanti e lavoratori, disposti a continuare la battaglia anche nei giorni successivi qualora non fosse stata ritirata la concessione allo svolgimento del congresso del 2 luglio. Alla fine le burocrazie del “grande” Partito Comunista Italiano considerarono un “giusto” compromesso che il VI congresso del MSI si potesse svolgere a Nervi anziché in centro città. La CGIL invece non accettò il compromesso, sotto la sferzante pressione della sua base, riconoscendo il rischio di perdere ulteriormente la propria credibilità di fronte ad un movimento di massa combattivo e radicale. Vennero preparati trattori per sfondare le recinzioni della polizia, molotov, e issate barricate. Alcuni ex combattenti partigiani disotterrarono anche le loro armi nascoste per prepararsi alla guerriglia urbana verso cui pareva volersi dirigere l’azione delle forze dell’ordine, che militarizzarono le zone sensibili della città in tenuta da guerra, con filo spinato e grate.

Oltre mezzo milione di lavoratori e cittadini si mobilitano per lo scontro finale, il cui esito avrebbe potuto essere realmente insurrezionale e rivoluzionario, ma ciò che mancò, come sempre, fu la volontà delle dirigenze politiche e sindacali di assecondare questa potenza. Anzi, entrambe le dirigenze giocarono tutte le loro carte diplomatiche per calmare gli animi e trovare una soluzione con le istituzioni.
Tambroni, sotto la pressione della stessa borghesia intimorita dal potenziale insurrezionale della città e del movimento antifascista genovese, che stava ottenendo solidarietà anche in altre zone d’Italia – Roma, Milano, Torino, Livorno, Ferrara – in cui si erano tenuti cortei in supporto all’azione del 30 giugno, continuò a far pressioni sulle dirigenze MSI per lo spostamento del VI congresso a Nervi, al Teatro Ambra. I dirigenti del MSI chiesero in cambio il divieto di far sfilare gli antifascisti in centro città. Alla fine di questo braccio di ferro furono i dirigenti del Movimento Sociale Italiano a rinunciare al congresso e a ritirarsi di fronte alla sproporzione delle forze e al timore di finire spazzati via da una mobilitazione che si sarebbe fatta un baffo tanto delle forze dell’ordine quanto dei “cento militanti” fascisti disposti a menar le mani.

Di fronte a ciò, immediatamente la CGIL ritirò la convocazione dello sciopero e le dirigenze del PCI esultarono per la vittoria. Il vero scopo fu uno solo: gettare acqua sul fuoco di una rabbia sociale che avrebbe sorpassato qualsiasi velleità riformista e moderata di quelle dirigenze.

Nei giorni seguenti, sull’onda dei fatti di Genova, si scatenarono proteste e manifestazioni legate all’antifascismo in tutta Italia, in cui la polizia spesso aprì il fuoco tra i manifestanti, ferendo e ammazzando, per disperdere le forze di una pericolosa onda rossa. Il governo Tambroni e l’apparato statale borghese misero in mostra tutte le loro funzioni di garanzia del sistema socio-economico, di protezione della legittimità delle organizzazioni fasciste e, soprattutto, di difesa degli interessi delle borghesie contro la minaccia di un movimento radicale che potesse spingersi verso prospettive insurrezionali e rivoluzionarie. Le dirigenze riformiste del PCI e della CGIL, invece, cercarono di direzionare quella rabbia e quel malcontento verso soluzioni interne alle logiche democratico-borghesi, accontentandosi della caduta del governo Tambroni del 19 luglio e dell’apertura della fase dei governi di centrosinistra con il coinvolgimento del PSI al fianco della Democrazia Cristiana.
I processati per le giornate di Genova furono 43, per la maggior parte lavoratori. I condannati saranno praticamente tutti, 41, con pene fino a 4 anni e 5 mesi. A parte il supporto economico fornito dall’ANPI, divennero sostanzialmente la contropartita delle dirigenze riformiste per lo “sfogo” della piazza.
Una vittoria della mobilitazione di massa e di classe, sì, ma a metà.
Cristian Briozzo

L'SGB alla prova del suo primo congresso







 Verso una ricomposizione di una  parte del sindacalismo di base

24 Gennaio 2017
Ad un anno dall'uscita da USB e alla presenza di osservatori della CUB, si è svolto un Congresso non rituale, con l'obiettivo di marciare verso una ricomposizione di almeno una parte del variegato mondo del sindacalismo di base. Gran parte del dibattito è stata occupata dal rapporto con la CUB e si è parlato di confluenza, anche se non a breve termine. Una sessione specifica del Congresso è stata dedicata all'analisi del Testo Unico sulla Rappresentanza, con la consapevolezza che in molti posti di lavoro del settore privato chi non lo ha firmato non avrà una rappresentanza sindacale riconosciuta dalla controparte
Ad un anno dall'uscita dall'Unione Sindacale di Base (USB) si è svolto il 1° Congresso del Sindacato Generale di Base (SGB).
Alla presenza di due osservatori della CUB, con la quale sin dalla sua nascita SGB si è federata, i quasi cento delegati hanno discusso appassionatamente del futuro del sindacalismo di base, mettendo in luce le difficoltà di una situazione nella quale la drammaticità del quadro economico-sociale fa il paio con l'assenza di un conflitto generalizzato ("Bisogna umilmente fare i conti con la realtà, rimboccarsi le maniche e costruire gli strumenti necessari affinché ciò possa avvenire, sapendo che non esistono scorciatoie", si è detto nella relazione introduttiva).

La firma dei nuovi contratti di lavoro, a partire da quelli dei metalmeccanici e dell'igiene urbana, certifica la fine del contratto nazionale a favore di quello di secondo livello, che lega i salari alla produttività, derogando casomai in peggio su contenuti economici e normativi; accanto a ciò si fa strada il concetto di "welfare aziendale", sostitutivo di quello pubblico, prodromo di una distruzione del servizio sanitario universale.
Questa stagione contrattuale concretizza i contenuti degli accordi interconfederali degli anni passati, recepiti integralmente dal Testo Unico sulla Rapperesentanza (TUR) che, vietando la lotta e lo sciopero, "decreta il passaggio dalla ormai inutile concertazione, alla complicità sindacati-padroni".

Una sessione specifica del Congresso è stata dedicata alla conoscenza degli elementi specifici del TUR, con la collaborazione di due legali, che hanno informato sulle possibilità di esercitare attività sindacale, mantenendo il rifiuto di firmare un testo profondamente invalidante per chi si propone di costruire un sindacato di classe.

Gran parte della discussione congressuale è stata occupata dal rapporto con il sindacato al quale SGB si è federata, cioè la CUB, ai cui due osservatori va attribuito il merito di non aver svolto interventi di circostanza, ma di aver sollecitato un rapporto di collaborazione costante, fino a parlare di confluenza di SGB nella CUB, il cui gruppo dirigente si sta inevitabilmente svecchiando.
Tuttavia esistono ancora (e nessuno se lo è nascosto) divergenze più o meno profonde, a partire da quelle organizzative (modello intercategoriale, come quello di SGB, o modello categoriale, come quello della CUB?).
Se da un lato bisogna dare atto al "vecchio" gruppo dirigente di aver resistito in questi ultimi tre anni al canto delle sirene della firma del TUR (cosa per niente scontata, come dimostra la capitolazione di USB che, vincolata dal TUR, non può far scioperare, pena sanzioni, i lavoratori contro il contratto dell'igiene urbana), dall'altro permane ancora una concezione di autosufficienza, che non permette alla CUB anche solo di prendere in considerazione momenti comuni con le altre organizzazioni sindacali di base, pur nella diversità di posizioni. Certo, non soltanto per responsabilità della CUB.

La consapevolezza di costruire un sindacato non riconosciuto dalla controparte in molti posti di lavoro significa anche attribuire un ruolo importante alla formazione tecnica e politica di quadri sindacali, che possano aiutare la classe a riconquistare coscienza di sé, smarrita ormai da tempo.
In questo senso va colta la citazione di Gramsci, in coda alla relazione introduttiva del Congresso, che riportiamo integralmente: "Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con gli altri esseri (...). Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia".
E. L.

Per una risposta di classe alla crisi in corso. Per una sinistra rivoluzionaria

Dopo la sconfitta del tentativo bonapartista di Renzi, dopo la capitolazione FIOM sul CCNL, sviluppiamo l’intervento politico e sociale del PCL per una primavera di lotta

10 Gennaio 2017

Risoluzione conclusiva del Congresso nazionale del PCL
UNA NUOVA FASE DI INSTABILITÀ, CON IL CRESCENTE RISCHIO DI DERIVE REAZIONARIE

Il referendum del 4 dicembre ha rappresentato uno snodo dell'evoluzione politica italiana. 
La crisi del renzismo ha trovato il proprio riflesso nella clamorosa sconfitta del governo. La vittoria del No ha superato ogni previsione (59%), nel quadro di una partecipazione per molti aspetti straordinaria (quasi il 70%). La composizione sociale, generazionale e territoriale del No è stata altrettanto significativa: lavoro dipendente, giovani sotto i quarant'anni, periferie cittadine e metropolitane, Mezzogiorno d'Italia e isole. Sul No si è riversata la sofferenza della maggioranza della società italiana, in tutte le sue principali espressioni, sullo sfondo della grande crisi dell'ultimo decennio. Il No ha dunque travalicato lo stesso sentimento di ostilità verso il governo: ha rappresentato una crisi complessiva di rigetto delle politiche dominanti dettate dalla crisi e dei loro effetti sociali. Al tempo stesso è parziale interpretare questo risultato come una pura espressione sociale. Questo diffuso sentimento antisistema si combina infatti con la tenuta dei blocchi reazionari che si fronteggiano nello scenario italiano: quello leghista (voto veneto), quello berlusconiano (seppur oggi ridotto), quello grillino (periferie urbane). La sovrapposizione della geografia del No con quella elettorale del paese, confermata da tutte le analisi, riflette anche la perdurante influenza del populismo reazionario tra i salariati, i disoccupati e nella giovane generazione. Liberare la pulsione classista del voto dall'involucro populista che le si sovrappone è il compito della politica di classe. A partire dai milioni di No provenienti dal versante dell'opposizione classista e di sinistra su Jobs Act , Buona scuola, politiche ambientali. 

La disfatta del renzismo non investe unicamente le prospettive del progetto bonapartista racchiuso dalla controriforma costituzionale. 
In primo luogo investe gli equilibri politici di governo. Renzi, ancora a capo del PD, sogna la propria rivincita (primarie ed elezioni anticipate), capitalizzando larga parte del 41% di Sì. Tuttavia questa operazione sconta diverse difficoltà: la diffidenza di parte importante della grande borghesia la resistenza inerziale di vasti settori parlamentari ed istituzionali (a partire dal Presidente della Repubblica); un’immagine pubblica, già sfregiata dal risultato referendario, che viene ulteriormente sfigurata dalla smaccata continuità col governo precedente. Il piano di rivincita coltivato da Renzi, per quanto reale e determinato, è dunque tutt'altro che scontato nel suo esito. 
In secondo (ma non secondario) luogo, il crollo di una controriforma che concentrava i poteri nel Governo (nei confronti del parlamento) e nello Stato (nei confronti delle Regioni) è il fallimento di una possibile soluzione della crisi politico-istituzionale borghese. Dunque segna l'apertura di una nuova fase di riorganizzazione. Le dimissioni del governo, la rapida formazione del nuovo esecutivo Gentiloni, segnano solo l'inizio di questo convulso processo. Il quadro tripolare del sistema politico mina le prospettive di stabilità politica e istituzionale: nessuno appare oggi in grado di costruire attorno a sé un blocco maggioritario. La stessa discussione sulla nuova legge elettorale rivela la difficoltà di uno sbocco. 

A ciò si aggiungono le incognite sulla tenuta dei diversi poli, attraversati ognuno da evidenti linee di frattura interne. Dissolto il vecchio bipolarismo, sconfitto il progetto bonapartista, il sistema politico non ha un baricentro. Mentre si conferma una irrisolta crisi bancaria (Monte dei Paschi) e l'instabilità degli assetti del capitalismo italiano (acquisizione di Pioneer da parte francese, guerra in Confindustria sul Sole 24 Ore, iniziativa corsara del capitale francese su Mediaset), sullo sfondo di quella immutata crisi dell'Unione Europea cui la sconfitta di Renzi in Italia aggiunge un nuovo tassello, nella prospettiva di una chiusura del Quantitative Easing della BCE e delle sue conseguenze sulla tenuta del debito pubblico italiano e sui suoi livelli di governabilità. 

In questo quadro di grande instabilità politica e sociale, emerge un nuovo protagonismo ed una rinnovata forza sociale delle forze reazionarie di massa, sia nelle sue più classiche versioni xenofobe e nazionaliste (la Lega di Salvini e le forze dell’estrema destra), sia nelle nuove forme ibride e confuse del grillismo e del M5S. Forze che colgono il vento di una crescita significativa di queste tendenze in tutto il continente europeo, sospinte dalla perdurante crisi, dal precipitare della competizione fra poli e blocchi commerciali, dal persistente odore di guerra che serpeggia su quasi tutti i confini (Europa orientale, Medio Oriente, Nord Africa), dalla crisi dei profughi, da una sinistra riformista subalterna al quadro capitalista, dalla crisi diffusa del movimento operaio. Forze che oggi colgono anche un possibile ed incipiente cambio di fase nelle politiche internazionali, con la conquista del governo di uno dei principali poli capitalisti: l’amministrazione Trump potrebbe nei prossimi mesi attivare una decisa svolta nella gestione capitalista della crisi, con la definitiva archiviazione dei grandi accordi commerciali (TTIP e TTP), l’apertura di conflitti commerciali (con la Cina e non solo), la ripresa di una spesa pubblica statale per sostenere la domanda interna. Una svolta che potrebbe a sua volta dare nuovi ragioni nella propaganda di massa di queste forze reazionarie, ma soprattutto che potrebbe forgiare nuove alleanze con settori significativi dei grandi capitali, nazionali ed europei, disegnando una loro possibile ascesa al governo anche in Stati chiave del continente europeo (dalla Francia alla stessa Italia). 


IL CONTRATTO DEI METALMECCANICI: UN CAMBIO DI FASE NEI RAPPORTI DI FORZA TRA LE CLASSI

Il 26 novembre scorso, pochi giorni prima del referendum, FIM, FIOM e UILM hanno siglato il primo rinnovo unitario del contratto dei metalmeccanici dal 2008. Da mesi era in corso una prova di forza. Il padronato si era posto esplicitamente l’obbiettivo di destrutturare i contratti nazionali, sospinto dalla lunga crisi (dalla necessità di recuperare margini di profitto a partire dai costi) e dall’indebolimento sindacale - della classe nel suo complesso - dopo la sconfitta sul Jobs Act. La FIM di Bentivogli, dopo FCA, condivideva l’obbiettivo di ridefinire il CCNL, andando oltre l’impianto delle confederazioni (CGIL-CISL-UIL chiedevano, all’inizio della stagione dei rinnovi, aumenti nazionali in grado anche di redistribuire la produttività, cedendo invece sull’organizzazione del lavoro): chiedeva però aumenti più diffusi e la definizione di criteri omogenei per gli aumenti sul secondo livello. La FIOM, smantellata la fallimentare “coalizione sociale” ed alla ricerca di una gestione unitaria in CGIL (ingresso di Landini in Segreteria), si predisponeva a siglare in ogni caso un contratto, ma chiedeva delle minime condizioni per giustificare la capitolazione. In questo teatrino, nessuno aveva interesse a far scendere in campo lavoratori e lavoratrici: per mesi la trattativa si è trascinata senza scioperi, assemblee o mobilitazioni di massa. La stessa FIOM non ha quasi mai riunito l’assemblea dei cinquecento ed ha abbandonato la propria piattaforma senza colpo ferire. Con l’autunno l’accordo è arrivato. 
Non è solo un pessimo rinnovo. Sicuramente distribuisce pochi soldi in quattro anni (forse una cinquantina di euro, a fronte degli 80-100 degli altri contratti). Soprattutto, però, sfibra l’intero sistema contrattuale, indebolendo i rapporti di forza complessivi della classe: registra semplicemente l’inflazione reale (ex post), non prevedendo nessuna distribuzione della ricchezza; indirizza pesantemente la contrattazione aziendale su parametri variabili (aumentando così la flessibilità salariale); introduce assicurazioni sociali e buoni carrello (tagliando il salario complessivo e contribuendo a smantellare il welfare universale); conferma le flessibilità organizzative previste nel 2012 (a partire dagli straordinari obbligatori). Questa capitolazione, comunque, non è solo responsabilità della FIOM. Per contrastarla sarebbe stata necessaria una comprensione di massa della battaglia in corso, dell’attacco del padronato e delle prospettive di resistenza. Quasi nessuno ha invece lavorato nei mesi scorsi per creare questo clima. Partiti, comitati, associazioni, giornali, radio, siti e social: quasi nessuno nella sinistra ha seguito un contratto che rischia di segnare condizioni e prospettive di milioni e milioni di lavoratori e lavoratrici. È nel contempo tragico e buffo: da anni tutti declamano che per ricostruire una sinistra bisogna partire dal programma, dal lavoro, dalla realtà. I metalmeccanici però sono stati lasciati soli, per non disturbare Landini o per non sporcarsi le mani con il conflitto di classe. I rapporti di forza alla partenza, allora, erano molto chiari: da una parte i gruppi dirigenti e gli apparati sindacali, nel silenzio della stampa, delle piazze e di larga parte della sinistra; dall’altra un’opposizione a questo contratto sostenuto soprattutto dal basso, da delegati e delegate, dall'opposizione CGIL, dai sindacati di base. 

Con questo rinnovo si chiude comunque una fase politica sindacale, che ha visto bene o male la FIOM rappresentare una resistenza contro la gestione padronale della crisi, il tentativo di recuperare margini di profitto attraverso una compressione drastica del salario globale (diretto, indiretto e sociale) ed un aumento dello sfruttamento (durata e intensità del lavoro). Nei contratti separati, nella lotta contro Marchionne, nelle mobilitazioni nazionali del 2010 del 2012, nello scontro con Camusso, la FIOM ha rappresentato non solo per i metalmeccanici ma per tutto il mondo del lavoro un punto di tenuta: il simbolo di un interesse generale, quello di classe. Sappiamo, ed abbiamo sempre denunciato, che da tempo la FIOM aveva abbandonato questa battaglia nella sua azione concreta: con la capitolazione a Grugliasco sul modello Marchionne, con la rinuncia a condurre le lotte in FCA, con la repressione interna delle minoranze, con l’abbandono di ogni mobilitazione di massa e la sua semplice rappresentazione mediatica (la “coalizione sociale”). La firma di questo contratto, però, segna la chiusura anche simbolica di una parabola: il gruppo dirigente storico della FIOM abdica per primo alla difesa del contratto nazionale, normalizza la propria azione nel quadro del Testo Unico del 10 gennaio (che due anni fa contestò) e si approssima ad entrare stabilmente nella maggioranza della CGIL. Una CGIL che, concentrata sui referendum e sulla ricerca illusoria di un accordo padronale, non intende comunque sostenere e promuovere nessuna mobilitazione, nessun conflitto sociale nei prossimi mesi. 


UN FRONTE UNICO DEL LAVORO, CONTRO RENZISMO E DERIVE POPULISTE

In questo quadro generale di crisi sociale, politica, istituzionale, è necessario battersi per una azione di classe indipendente del movimento operaio, che entri nel varco aperto dalla sconfitta politica del renzismo per costruire uno sbocco e una prospettiva classista. In aperta contrapposizione alle tre destre che dominano lo scenario politico. È necessario cioè rivolgersi a quel diffuso sentimento antisistema che ha sostenuto il No al referendum, all’insieme dei settori popolari colpiti dalla crisi ed al complesso del mondo del lavoro, per far emergere uno sbocco politico alternativo a quello delle destre, dei movimenti populisti e delle forze reazionarie di massa. Trasformare cioè il No a Renzi nel rilancio di una mobilitazione unitaria e di massa che rivendichi la cancellazione di tutte le leggi reazionarie del renzismo, a partire dal Jobs Act e dalla Buona scuola; trasformare la mobilitazione contro le leggi di Renzi nella rottura generale con la stagione trentennale delle politiche antioperaie di austerità e sacrifici: questo è l'asse di iniziativa e proposta del nostro partito nella fase apertasi dopo il 4 dicembre. 
Per questo l’iniziativa del PCL, nella propaganda e nell’azione politica, deve essere principalmente e prioritariamente diretta alla costruzione di un fronte unico del lavoro, sul piano politico e su quello sociale. In primo luogo sul terreno concreto e diffuso che può offrire ogni occasione di mobilitazione e di lotta unitaria: in difesa di aziende o settori di lavoro, di diritti sociali e civili, o contro leggi, normative, disposizioni locali e nazionali che possano innescare dinamiche di questo genere. In secondo luogo, sul piano più generale, con un appello ed un’azione pubblica rivolta a tutte le organizzazioni sindacali e di massa che si sono pronunciate formalmente per il No alla riforma costituzionale di Renzi, e che hanno promosso referendum abrogativi delle sue leggi peggiori (Jobs Act), perché passino dalle parole ai fatti. Perché rompano col governo Gentiloni, continuità mascherata del renzismo e delle sue leggi. Perché rompano con Confindustria, massima sostenitrice del Jobs Act. Perché promuovano una svolta di lotta generale, unitaria e di massa, che ponga finalmente al centro dello scontro un'agenda di rivendicazioni operaie capace di configurare una soluzione di classe della crisi sociale e politica. La proposta del fronte unico di classe e di massa deve divenire uno strumento di aperta denuncia dell'immobilismo delle burocrazie, e di relazione con l'avanguardia larga di classe. 
I poli reazionari convergono sulla richiesta di elezioni politiche anticipate, nell'intenzione non solo di rafforzarsi nello scontro reciproco, ma anche di evitare il referendum sociale sul Jobs Act. Il loro obiettivo comune è evitare l'irrompere della questione di classe come terreno centrale di confronto. In aperta contrapposizione alle tre destre poniamo l'esigenza esattamente opposta. Non si tratta di attendere il referendum in una logica istituzionale. Si tratta di assumere il tema della cancellazione delle leggi del renzismo come leva e campagna di mobilitazione di massa. Che è anche la via, di riflesso, per vincere un domani sul terreno referendario. Ma soprattutto è la via per segnare una svolta nei rapporti di forza, disgregare i blocchi sociali reazionari, aprire il varco a una prospettiva di classe alternativa. Quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. 


PER UN'INIZIATIVA CLASSISTA E ANTICAPITALISTA NELLA CRISI

Questa azione politica, volta a sostenere ogni occasione di fronte unico, volta ad appellarsi alle principali organizzazioni della sinistra per una ripresa delle mobilitazioni, non può comunque fare a meno di confrontarsi con la realtà della capitolazione della FIOM, con la scelta della CGIL di sospendere ogni mobilitazione nell’attesa dei referendum sul Jobs Act (nell’attesa cioè di poter riprendere forza per via elettorale, per potersi nuovamente sedere ai tavoli della concertazione con governo e padronato). 
Nel contempo, infatti, alcuni settori di classe sono disponibili alla resistenza. Una resistenza che non è limitata ad avanguardie politiche marginali, ma che trova ascolto, consenso e coinvolgimento in settori significativi di classe. È questo il segnale che ci arriva dal voto nel contratto dell’igiene ambientale (43% di contrari nel settore pubblico), dagli scioperi nazionali nelle ferrovie e locali dei ferrotranvieri, dalle lotte della logistica come da alcune mobilitazioni studentesche. È, soprattutto, il segnale che ci arriva dal No al rinnovo del CCNL metalmeccanico, che si è espresso in particolare nelle grosse industrie, non solo dove è influente l’opposizione CGIL o qualche sindacato di base (Dalmine di Bergamo, Fincantieri di Marghera e di Ancona, cantieri liguri, in tutti gli stabilimenti della Electrolux, Marcegaglia di Forlì, Same, Piaggio, GKN, Ilva, STM di Agrate e di Catania, Ansaldo, AST di Terni, ecc.). Sul terreno dell'azione di avanguardia siamo quindi impegnati a contrastare questa nuova stagione di subalternità, non solo tra i metalmeccanici, ma anche in generale sul patto di fabbrica con Confindustria come nell'accordo sul pubblico impiego. Da qui la contrapposizione alla burocrazia sindacale, per una direzione alternativa del movimento operaio. Da qui il sostegno ai coordinamenti del No, nei metalmeccanici come in altri settori, come ad ogni altra forma di larga avanguardia che dovesse determinarsi. 
Non solo. La nostra azione d’avanguardia può rivolgersi anche su un terreno più generale e politico, avanzando una proposta di unità d’azione alle altre forze classiste e anticapitaliste, per sostenere una ripresa conflittualità sociale davanti allo stallo della sinistra riformista. Un’azione che, ovviamente, non può esser sostitutiva e non può pensarsi sostitutiva del fronte unico, della priorità di una ripresa della mobilitazione di massa nel nostro paese. Un’azione politica di avanguardia può però permettere la ricomposizione di percorsi e appuntamenti di lotta, che possono svolgere un ruolo anche significativo nel mantenere accesa, anche nella percezione di massa, la prospettiva di un’alternativa di classe. 

Questa unità d’azione può allora esser condotta localmente, per sostenere la conflittualità diffusa di movimenti e iniziative di lotta, nei posti di lavoro come sul territorio. Questa unità d’azione può esser condotta anche nazionalmente, per produrre almeno in una dimensione di avanguardia alcune possibili ricomposizioni, anche parziali. Un’azione da verificare, in primo luogo, nella costruzione di alcuni appuntamenti di lotta nella prossima primavera, che non lascino vuote le piazze del nostro paese: l’8 marzo il movimento di lotta dello scorso 26 novembre sta programmando uno sciopero dello donne; allo stesso modo, si pone l’opportunità di convocare un corteo unitario dell’estrema sinistra, della sinistra sindacale, dei movimenti antagonisti. Impegnandosi per evitare che, come lo scorso autunno, come gli scorsi anni, queste occasioni diventino il terreno di demarcazione delle diverse organizzazioni o dei diversi percorsi. Questa unità d’azione può quindi esser verificata innanzitutto a partire da alcuni soggetti con cui condividiamo una matrice classista, pur nella diversità dei progetti politici e delle impostazioni teoriche (Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, SGB, CUB, SiCobas...). Un coordinamento nell’azione con queste forze che, in questo quadro, ci può permettere anche di verificare possibili convergenze in funzione di un bilanciamento di quelle forze e quei settori neosovranisti e neocampisti, che stanno provando a sviluppare campagne d’egemonia sull’estrema sinistra. 


PER UNA SINISTRA CLASSISTA E RIVOLUZIONARIA, PER LO SVILUPPO DEL PCL

Il fronte unico del lavoro, l’unità d’azione nell’avanguardia sociale e di classe, il coordinamento della nostra azione con l’avanguardia politica classista, sono tutte linee d’intervento per la prossima primavera dirette a riprendere il conflitto sociale nel nostro paese. In tutte queste iniziative, la nostra proposta deve esser quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, per dare una soluzione di classe e anticapitalistica alla crisi della Repubblica. Un programma transitorio che, partendo dalla coscienza diffusa, dalle contraddizioni e dai conflitti presenti, indica la necessità e la prospettiva della rivoluzione. Questa prospettiva è e resta la nostra linea strategica di demarcazione dal resto della sinistra politica. 

La sinistra politica riformista, già vittima negli anni del proprio suicidio politico, è del tutto incapace anche solo di prospettare una soluzione indipendente della crisi politica e sociale. La dissoluzione di SEL è emblematica. La sua ala destra (Pisapia) si candida addirittura a supporto postumo del renzismo integrandosi direttamente nell'operazione del suo rilancio. Un'altra sua componente (Smeriglio) punta a ricomporre il vecchio centrosinistra puntando sulla minoranza del PD liberale (Bersani). Un'altra componente ancora (Fratoianni) punta ad una stagione ritemprante di opposizione per ricostruire le condizioni contrattuali di un centrosinistra futuro. Sinistra Italiana si annuncia come quadro costituente della continuità riformista: un'autonomia nazionale obbligata dal PD, imposta dal renzismo, in funzione della prospettiva di ricomposizione di una alleanza di governo col PD, una volta rimosso l'ostacolo Renzi. Mentre il PRC è segnato da una totale afasia politica, imprigionato dal fallimento di Tsipras e dai suoi effetti deflagranti sull'intero quadro del Partito della Sinistra Europea. 
Parallelamente, sul versante centrista, Rete dei Comunisti e gruppo dirigente USB rilanciano il proprio impasto politico-culturale di neosovranismo nazionalista e di mitologia costituzionalista (“applicare la Costituzione”): subalterni al tempo stesso sia al grillismo, sia alla tradizione del riformismo italiano. 

La costruzione di una sinistra rivoluzionaria classista attorno alla prospettiva del governo dei lavoratori si conferma come l'unica soluzione progressiva della stessa crisi della sinistra italiana. La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori è la traduzione politica di questa necessità. 
In questo quadro, si pone il prossimo appuntamento delle elezioni politiche, nel 2017 o nel 2018. Non sappiamo ancora con quale legge elettorale si svolgerà. Se rimarrà, in un Italicum modificato o in un Mattarellum rivisto, la moltiplicazione di piccoli collegi, sappiamo anche che sarà particolarmente difficile una nostra presentazione nazionalmente significativa. La presenza di una sinistra rivoluzionaria anche sul piano elettorale, nel quadro della crisi politica, sociale ed istituzionale che l’Italia sta attraversando, può esser un elemento importante per riattivare una coscienza politica di classe diffusa; la presenza del PCL in questo appuntamento, uno snodo rilevante per la sua costruzione ed il suo sviluppo. Per questo, nel quadro dell’impostazione sulla linea elettorale definita negli scorsi congressi e ribadita in quello attuale, il PCL tenterà in ogni modo di esser presente a quell’appuntamento, come ad esser in ogni caso presente nei grandi centri, in occasioni delle elezioni comunali che dovessero presentarsi nei prossimi anni.

Partito Comunista dei Lavoratori