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Il capitalismo distrugge l'ambiente, la salute, il lavoro

 


Solo una rivoluzione socialista può salvare il pianeta

Il testo del volantino distribuito a Roma alla manifestazione contro il G20

La realtà del mondo mostra ogni giorno di più la criminalità del profitto. La distruzione degli ecosistemi moltiplica le pandemie. Le multinazionali del farmaco privano la maggioranza dell’umanità del diritto di vaccinazione. La demolizione dei sistemi sanitari pubblici, per pagare il debito alle banche, massimizza le conseguenze mortali del Covid. La crisi sociale riversa i suoi effetti sui salariati con licenziamenti e miseria crescenti. Gli imperialismi vecchi (USA e UE) e nuovi (Cina e Russia) si contendono le spoglie del mondo che saccheggiano, con una nuova corsa agli armamenti e la minaccia di nuove guerre (Taiwan).

I governi capitalisti di ogni colore cercano di mascherare le proprie responsabilità dietro promesse ridicole, sbugiardate dai fatti. Il primo incontro internazionale per “la salvezza del pianeta” si tenne esattamente mezzo secolo fa, con la Conferenza ONU a Stoccolma dal titolo “Una sola Terra” (1972). Ma la Terra ha continuato a rotolare verso il baratro, sotto il peso di una produzione fondata sui fossili e di un capitale finanziario intrecciato con questi, se solo si pensa che il 95% dei fondi attivi delle banche è legato a energia fossile. Altro che “finanza verde ed ecologica”! Anche il caro prezzi che falcidia i salari si spiega così. Da un lato una ripresa capitalistica che continua a consumare carbone, petrolio e gas. Dall’altro la pura speculazione di capitalisti che comprano sul mercato finanziario i diritti di inquinamento, per questo sempre più cari, e scaricano i costi in bolletta. Inquinamento e parassitismo borghese sono due facce della stessa medaglia. È la ragione per cui le banche frenano sulla cosiddetta “transizione verde”. Senza una nazionalizzazione (senza indennizzo) delle banche e dei colossi energetici non vi sarà alcuna svolta ecologica nell’economia. Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori può realizzare una simile misura. Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, a livello nazionale, europeo, mondiale, può realizzare gli investimenti necessari su larga scala nelle energie rinnovabili secondo un piano di riconversione ambientale, facendone pagare il costo ai capitalisti.

Lo stesso nodo si ripresenta nel fronteggiare la pandemia. Siccome la ricerca scientifica sui vaccini è stata affidata dagli Stati capitalisti alle grandi case farmaceutiche, queste ultime nel 2003 hanno interrotto la ricerca sul coronavirus perché l’epidemia della Sars si era estinta troppo in fretta e non avevano più un interesse di mercato. Decenni di ritardo provocato dal profitto sono stati moltiplicatori di sofferenza e morte. Come non bastasse, gli Stati capitalisti hanno ora garantito agli azionisti del vaccino la segretezza dei contratti, per consentire loro di vendere ai migliori offerenti in giro per il mondo. E questo dopo averli ricoperti d’oro con risorse pubbliche pagate dai lavoratori. Il risultato è che continenti interi, privati del vaccino, diventano a loro volta moltiplicatori della pandemia. L’Unione Europea e tutti i suoi governi, a partire da Draghi, sono stati in prima fila in questa pubblica frode ai danni dell’umanità. Non basta. Gli stessi governi si coprono dietro la vaccinazione di massa – in sé progressiva e indispensabile, contro tutte le idiozie No Vax – per risparmiare sulle misure sanitarie di protezione nei luoghi di lavoro, nella scuola, nei trasporti e continuare a ingrassare la sanità privata.
E basti pensare che in piena pandemia il governo italiano ha destinato alla sanità l’ultima voce di spesa del PNRR, per di più in direzione della sanità privata. Senza contare che i soldi investiti sono presi a debito e andranno ripagati con gli interessi alle banche.

Solo la cancellazione dei brevetti, l’abolizione del segreto commerciale, la nazionalizzazione senza indennizzo dell’industria farmaceutica può consentire la produzione di massa del vaccino e la sua distribuzione su scala mondiale. Solo il raddoppio della spesa sanitaria, finanziato dalla cancellazione del debito verso le banche e da una patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco, può avviare una svolta vera. Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori può realizzare queste misure.

La crisi economica e sociale porta alla stessa conclusione. I capitalisti scaricano sui salariati la crisi del proprio sistema. La Confindustria italiana è in questo senso esemplare. Nell’epicentro della pandemia ha costretto i lavoratori e le lavoratrici ad andare al lavoro senza le minime condizioni di sicurezza, nel mentre buttava in mezzo a una strada un milione di precari. Ora nel nome della ripresa chiede e ottiene lo sblocco dei licenziamenti, il ritorno alla “normalità” della legge Fornero, il peggioramento del già miserabile reddito di cittadinanza perché non ostacoli il super sfruttamento del lavoro. Non solo: chiede la cancellazione dell’IRAP, che finanzia la sanità pubblica, e la detassazione delle rendite finanziarie, il tutto ovviamente a spese degli operai. I licenziamenti a GKN, Whirlpool, Elica, Giannetti, e in decine di altre imprese, sono l’antipasto di ciò che seguirà allo sblocco dei licenziamenti nell’industria tessile. Lo scandalo sta nel fatto che la burocrazia sindacale, invece di contrapporsi al governo e unificare le lotte di resistenza, ha seguito una politica opposta. Sino a regalare ai padroni il diritto di licenziare in cambio di una “raccomandazione”. Una truffa senza ritegno.

Ma a tutto questo ci si può opporre. Come dimostra la lotta esemplare dei lavoratori di GKN, che intreccia le ragioni del lavoro, della riconversione ecologica della produzione, dell’alternativa alla gestione capitalistica della pandemia.

Il ritorno a pieno regime della Legge Fornero non deve passare. È l’ora di uno sciopero generale vero, unitario, di massa, contro il governo Draghi! È necessario unire le lotte di resistenza della classe operaia generalizzando l’esperienza della GKN: costruendo una cassa nazionale di resistenza, occupando le aziende che licenziano, ponendo l’obiettivo della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio; rivendicando con forza la riduzione dell’orario di lavoro a 30/32 ore a parità di paga.

La classe operaia è l’unica classe che può guidare la maggioranza dell’umanità nel rovesciamento del capitalismo per una soluzione socialista. Per questo è l’unica che può dare un futuro a tutte le domande di vera svolta, nel campo dell’ambiente, della salute, del lavoro. Sviluppare la coscienza di questa necessità è il compito di un partito rivoluzionario. Costruisci con noi questo partito!

Partito Comunista dei Lavoratori

Chi sono i duri di Trieste?

 


Guardare in faccia la realtà

15 Ottobre 2021

«Il Covid ha poche differenze con l'influenza stagionale... Il vaccino me lo sono fatto anch'io ma chissà quanto veleno c'è dentro.». Sono le opinioni di Stefano Puzzer, di provenienza CISL, capo del Coordinamento dei Lavoratori Portuali di Trieste (CPLT), che ha rotto con USB nel 2019 da posizioni “indipendentiste”. Cosa significa posizioni indipendentiste? Significa che il Coordinamento chiede per il Porto di Trieste l'extraterritorialità, ossia la condizione di porto franco: un porto dove non si pagano le dogane e tariffe che si pagano negli altri porti italiani. Un porto per questo più competitivo che garantisca a terminalisti e armatori condizioni di vantaggio rispetto ai porti concorrenti. I portuali del Coordinamento triestino pensano di poter ricavare dall'extraterritorialità una condizione di privilegio rispetto a quella degli altri portuali italiani; non solo paghe più alte. Il manifesto costitutivo del Coordinamento rivendica testualmente “la priorità per i triestini nelle assunzioni e negli incarichi al Porto di Trieste”. È la logica reazionaria del leghismo.

La composizione politica del Coordinamento è eterogenea. Il suo presidente, Sebastiano Grison, vota dichiaratamente la Lega. Il suo segretario, Alessandro "Sandi" Volk, si definisce “un comunista che si trova meglio con i fascisti”, sostanzialmente un rossobruno. Un gruppo consistente è rappresentato dagli ultras della Triestina, area di estrema destra vicina a Forza Nuova. Il CPLT ha rapporti con la FISI (Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali), un sindacato di destra che ha proclamato lo sciopero generale dal 15 al 20 ottobre, la cui segreteria nazionale è composta da soggetti già candidati nelle liste di CasaPound (Pasquale Bacco).

Queste non sono opinioni, sono fatti. Non capiamo come sia possibile ignorarli. Soprattutto non capiamo come compagni e organizzazioni del sindacalismo di classe possano salutare con entusiasmo l'iniziativa del Coordinamento dei portuali triestini indicandolo come riferimento per la classe operaia. Il "no green pass" sta annebbiando non solo la ragione ma anche la vista?

Partito Comunista dei Lavoratori

Addio a Gino Strada, una voce generosa e autentica contro la guerra

 


“Non sono pacifista, sono contro la guerra”. Questa frase ricorrente sulle labbra di Gino Strada è richiamata in queste ore da tanti sepolcri imbiancati che si dichiarano pacifisti ma hanno votato le guerre. Non mischieremo il nostro ricordo di Gino Strada col loro.


Gino Strada non è stato certo un comunista rivoluzionario, né ha mai preteso di esserlo. Ma ha contrastato con coerenza le guerre dell’imperialismo, a partire da quelle cui ha partecipato l’imperialismo italiano. Ha contrastato la prima guerra del Golfo, costitutiva del nuovo ordine mondiale dopo il crollo del Muro. Ha denunciato la guerra della NATO in Jugoslavia, cui il governo D’Alema partecipò in prima fila, senza neppure il voto formale del Parlamento. Ha soprattutto denunciato la vera natura imperialista della guerra in Afghanistan, quella che ora si sta risolvendo nella rivincita dei tagliagole talebani, cui le politiche dell’imperialismo e dei suoi agenti corrotti ha spianato la strada.

Questo noi oggi lo vogliamo ricordare. E lo possiamo fare senza imbarazzo. Perché anche noi, da un versante rivoluzionario, abbiamo contrastato quelle guerre, l’aumento delle spese militari, il finanziamento delle missioni, l’ipocrisia delle menzogne “democratiche” o “umanitarie” dei governi che li promuovevano e delle sinistre che li votavano, in cambio di ministeri, o di sottosegretariati, o di cariche istituzionali. Gino Strada era di un’altra pasta, non aveva la lingua biforcuta, non amava contorsioni e bizantinismi quando si parlava di guerra. Non era opportunista, e non è cosa da poco.

Gino ha inoltre rivendicato il diritto alla salute come diritto universale. A un giornalista televisivo che un anno fa in piena pandemia gli chiedeva un parere sul rapporto tra sanità pubblica e sanità privata ha risposto con semplicità: “La sanità dovrebbe essere tutta pubblica, la sanità privata non dovrebbe esistere”. Con la stessa passione ha sostenuto il diritto universale e gratuito al vaccino, contro il brevetto delle multinazionali, ma anche contro le idiozie no vax. Denunciando sempre i tagli criminali alla sanità pubblica per pagare il debito pubblico alle banche che tutti i governi hanno compiuto e che sono tanta parte della tragedia sanitaria in corso.

Questo vogliamo ricordare di Gino Strada, persona generosa, onesta, autentica. A differenza di tanti che oggi lo ricordano in morte dopo aver calpestato i suoi valori in vita.

Addio Gino, che la terra sia lieve.

Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta dei palestinesi per il diritto al vaccino

 


La dittatura sanitaria è quella del sionismo contro i palestinesi

3 Agosto 2021

Lo stato d'Israele, che ha vaccinato l'85% della popolazione contro il Covid, ha privato i palestinesi del diritto al vaccino. Più precisamente ha vaccinato gli arabi palestinesi che vivono in Israele ma si è rifiutato di vaccinare il grosso dei 4,5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza. Sono stati vaccinati solamente 380.000 abitanti della Cisgiordania e 50.000 abitanti di Gaza. Questi ultimi, com'è noto, hanno ricevuto una pioggia di bombe al posto del vaccino.

Il nuovo governo israeliano di Bennett, che ha preso il posto del famigerato Netanyahu, ha finto alcuni giorni fa di compiere un bel gesto procurando all'Autorità palestinese un certo numero di dosi del vaccino Pfizer. Peccato che la donazione era truccata: la data di scadenza dei vaccini procurati era... giugno 2021.
In altri termini, Israele ha dato ai palestinesi i medicinali scaduti e inservibili che gli erano avanzati. Dopo il crimine, l'inganno. Alla fine persino la più che accomodante Autorità palestinese si è vista costretta a declinare l'offerta e a lamentare la violazione degli accordi di Oslo che formalmente prevedevano la collaborazione dello Stato occupante in caso di emergenza sanitaria. Ma com'è noto, gli accordi di Oslo, benedetti dalla sinistra internazionale, sono solo la prigione dei palestinesi. I vaccini sono come la terra, l'acqua e ogni altro diritto: materia proibita, come tutti i diritti per il popolo di Palestina. Col consenso di tutte le “democrazie” imperialiste del mondo.

I palestinesi dei territori occupati hanno registrato una percentuale altissima di contagi Covid (più di 300.000) e quasi 4.000 morti. La lotta per la vaccinazione della popolazione dei territori è oggi in primo piano nella lotta dei palestinesi. Non sappiamo se è una buona notizia per chi in casa nostra protesta contro il vaccino accodandosi di fatto all'estrema destra, e soprattutto facendo propri i suoi argomenti (“la dittatura sanitaria”). Certo è una prova in più che la lotta contro il capitalismo e l'imperialismo non passa per la guerra al vaccino ma per il diritto alla vaccinazione. Contro le multinazionali che sequestrano questo diritto per inseguire il massimo profitto, contro i governi capitalisti che proteggono i loro brevetti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Vaccinazione di massa e società borghese

 


La natura capitalistica della società ostacola ogni passo della vaccinazione

La vaccinazione di massa contro il Covid-19 è e sarà un'esperienza storica dell'umanità. Ma proprio per questo un'esperienza che mette a nudo una volta di più l'irrazionalità dell'attuale sistema sociale. Un sistema funzionale a sospingere nel mondo la corsa agli armamenti per spartire zone di influenza e fette di mercato si rivela inadatto a vaccinare l'umanità contro la pandemia.

A ogni passo la vaccinazione di massa inciampa sulla legge del profitto.


IL LUNA PARK DELLE BORSE ALL'INSEGUIMENTO DEL VACCINO

I colossi mondiali della farmaceutica, spalleggiati dai rispettivi stati, gareggiano senza risparmio di colpi per la spartizione del gigantesco mercato. Gli stati imperialisti, a partire dagli USA, si assicurano i primi stock della distribuzione attraverso contratti privilegiati con le proprie multinazionali. Il grosso dell'umanità resta in coda, a partire dall'Africa e dall'America Latina. Ma questi contratti sono in larga parte coperti da segreto negli stessi paesi imperialisti. Vengono rese pubbliche in linea di massima le quantità di dosi pattuite, non la parte economica e giuridica dei contratti stipulati. I lavoratori pagano i costi dei contratti, attraverso la tassazione – che ovunque grava principalmente sui salariati – ma sono privati del diritto di conoscere ciò che pagano, persino quando si tratta di vaccini. Del resto, il segreto industriale e commerciale protegge a monte i grandi monopoli dagli sguardi indiscreti di salariati e consumatori. Vale per gli articoli sanitari ciò che vale per ogni altra merce.

Pubblica è stata invece la concorrenza spietata tra gli azionisti di Pzifer, Moderna, Astrozeneca, in uno spregiudicato gioco a scavalco usando dichiarazioni di stampa sui gradi di copertura vaccinale offerti. La copertura giudicata sufficiente dagli scienziati era il 70%? Pzifer ha annunciato di riuscire a coprire il 90%, Moderna ha rilanciato due giorni dopo annunciando la copertura del 94%, Pzifer a questo punto ventiquattrore dopo proclamava il 95%. Nessuno di questi annunci al rialzo, sia chiaro, aveva allora validazione scientifica. Ma che importa? L'importante è che avessero successo in Borsa, con l'impennata straordinaria del valore delle azioni, con banche, imprese, compagnie di assicurazione, speculatori e faccendieri di ogni risma, che hanno comprato azioni di Pzifer e Moderna in attesa dei dividendi promessi. Eppure non stiamo parlando di profumi o di moda, stiamo parlando del vaccino contro la più grande pandemia dell'ultimo secolo, che ha già fatto quasi due milioni di morti al mondo. La verità è che tutto è merce nella società capitalista. I vaccini sono quotati nel luna park di Borsa al pari della Coca Cola o di un tappeto, perché il valore di scambio di una merce è indifferente al suo valore d'uso.


SISTEMI SANITARI DISOSSATI OVUNQUE INADATTI A GESTIRE LA VACCINAZIONE

Ma proprio l'uso del vaccino presenta ora grandi difficoltà.

Di fronte alla grande recessione mondiale, i governi borghesi hanno ricoperto d'oro i monopoli della farmaceutica ed esercitato pressioni sulle autorità sanitarie di validazione perché si operasse con la massima celerità. E il risultato è stato ottenuto. Ma non hanno fatto i conti coi sistemi sanitari che ora debbono gestire la vaccinazione, gli stessi sistemi sanitari disossati negli ultimi decenni per ingrassare sanità privata e banche.

Non parliamo dei paesi dipendenti e dei continenti arretrati. Parliamo dei principali paesi capitalisti. E non solo degli USA, ma di tutta l'Europa capitalista. La Germania, indicata dai liberali progressisti come modello ed esempio di welfare, conosce in questi giorni il cedimento clamoroso del proprio sistema sanitario: una sanità semiprivatizzata, con grave carenza di personale, decine di migliaia di infermieri con contratti interinali, un numero di letti pesantemente inferiore alla bisogna. Francia e Spagna seguono a ruota. Il problema ovunque è lo stesso: un sistema sanitario che si è mostrato incapace di contrastare adeguatamente la pandemia può ora affrontare lo sforzo gigantesco della vaccinazione, per di più nel momento in cui il Covid rialza la testa con nuove minacciose mutazioni del virus?

Il caso italiano è da manuale. Il 27 dicembre come in tutta Europa inizia la vaccinazione. La prima fascia di popolazione interessata, tra personale sanitario e degenti delle case di riposo, ammonta a un milione e ottocentomila unità. Sono ore frenetiche in cui le diverse ASL regionali rincorrono affannosamente il tempo perduto per predisporre le condizioni necessarie per partire. Il primo problema sono i frigo per conservare le dosi. Sul mercato si trovano freezer con prezzi da 7000 a 16000 euro, ovviamente lievitati verso l'alto, come in ogni logica speculativa; i loro tempi di consegna variano da pochi giorni a diversi mesi. Significa che il 27 dicembre diversi hub per la distribuzione si troveranno scoperti. Lo stesso dicasi per i congelatori.


LA MANCANZA DI PERSONALE SANITARIO IN ITALIA

Ma il problema più grande resta, guarda caso, la carenza di personale. E non si tratta solo dei somministratori del vaccino, di cui già ci siamo occupati, scelti da agenzie interinali ripagate con trenta milioni di euro, e ad oggi in larga parte mancanti, ma del personale sanitario nel suo insieme.

Il problema è semplice. Le disposizioni mediche prevedono che le persone cui viene inoculato il vaccino debbano tornare a casa dopo l'iniezione. Ma al primo giro sono proprio gli operatori sanitari che sono interessati dalla vaccinazione. Se vanno a casa dopo la puntura i medici e gli infermieri degli ospedali, chi provvede al loro rimpiazzo? Pare che nessuno avesse pensato a questo piccolo dettaglio. La penuria cronica delle piante organiche ospedaliere, che già costringono il personale a lavorare per più di dodici ore al giorno, diventa esplosiva proprio nel momento della vaccinazione di massa.

La vaccinazione prevede una rigida scansione temporale di lavoro, con passaggi tra loro incastrati, come in una catena di montaggio. Per ogni turno di cinque ore servono un medico, un infermiere, un amministrativo, un operatore socio-sanitario. Questa è l'unità di vaccinazione, per una media di 15 iniezioni all'ora, da replicare dopo 21 giorni. Serve una stanza per l'attesa e la registrazione, una stanza per l'inoculazione, una stanza dove il paziente riposa per una mezz'ora, per verificare la possibile manifestazione di reazioni allergiche. Tutto questo in aggiunta al normale servizio sanitario e contestualmente al suo esercizio ordinario. Dove si trovano persone, strutture, mezzi necessari?

Non è tutto. La vaccinazione non è solo inoculazione. Implica la costruzione di un'anagrafe vaccinale, con la storia sanitaria di ciascuno. Richiede soprattutto il controllo medico successivo dei vaccinati. Com'è possibile affrontare questa esigenza elementare quando la medicina territoriale è semplicemente scomparsa, perché smantellata per decenni? Certo, c'è la medicina privata, le strutture convenzionate con soldi pubblici, quelle cui molti hanno dovuto ricorrere pagando fior di quattrini per ottenere il sospirato tampone che la sanità pubblica collassata non è in grado di offrire. Ma anche il decorso medico dei vaccinati dev'essere affidato alle mani del profitto? E gli operai che non possono permettersi i costi del trattamento privato?

A ciò si sovrappone in Italia (ma in Germania coi Länder non è molto diverso) la moltiplicazione delle autorità di riferimento. Ventuno Regioni sono ventuno sistemi sanitari diversi con diverse disposizioni e livelli di trattamento. La vaccinazione è disposta dal ministero, ma saranno le Regioni a gestirla (convocazioni dei residenti, firma dei consensi, iniezioni e verifiche...).
«Sono giorni di confusione, stiamo impazzendo con la pianificazione. Non sappiamo neanche come porteremo le dosi nelle RSA, dobbiamo ancora completare la lista delle adesioni e il calendario delle vaccinazioni» esclama il dottor manager di una delle ASL laziali intervistato da Repubblica (20 dicembre), ad appena sei giorni dal V-Day. Ma la pianificazione è impossibile nell'anarchia del capitalismo, capace di tagliare trentasette miliardi alla sanità ma incapace di organizzare la vaccinazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il paziente inglese

 


L'ipocrisia britannica sul nuovo virus e la secretazione dei contratti con le multinazionali della farmaceutica

Il governo della Gran Bretagna pare abbia avvisato con oltre un mese di ritardo della mutazione del virus in corso nel proprio paese. Solo l'esplosione del contagio nel sud-est e nella Grande Londra ha costretto Boris Johnson a rivelare pubblicamente ciò che ormai era impossibile nascondere. E pensare che il governo britannico era stato a suo tempo il più solerte nel denunciare i lunghi ritardi della Cina nel rivelare al mondo il contagio di Wuhan. Meno di un anno dopo, e nel pieno della seconda ondata della pandemia, il governo britannico ha seguito lo stesso copione.

La verità è che ovunque i governi capitalisti antepongono gli interessi della propria borghesia all'interesse dell'umanità. Boris Johnson è al riguardo un caso da manuale. Un anno fa si appellava alla cosiddetta immunità di gregge contro ogni misura di contenimento sanitario, per salvaguardare la tenuta economica della Gran Bretagna e avvantaggiarsi sulla concorrenza continentale. Poi l'esperienza personale del contagio sino alla concreta paura di crepare lo ha condotto a più miti consigli, facendone persino un alfiere di quel rigore sanitario precedentemente deriso. Ma tutto si è complicato con la seconda ondata e il suo maledetto incrocio col negoziato conclusivo della Brexit. Il premier si è trovato a mal partito, tra le opposte pressioni di un padronato britannico che spinge per un'uscita concordata con la UE e quelle di una consistente fronda ultranazionalista dei conservatori pronta ad accusarlo di pubblico tradimento in caso di accordo. In più, la sconfitta di Trump negli USA ha privato il governo inglese di quell'asse privilegiato con l'amministrazione americana presentato al proprio elettorato come fattore di rilancio internazionale della Gran Bretagna. In tali condizioni, a fronte di una durissima recessione economica interna, il virus mutato dev'essere apparso agli occhi del premier come il classico chiodo che chiude la bara. Da qui il tentativo di secretare il più possibile l'evento per guadagnare tempo nella speranza di un suo ridimensionamento. Ma l'esplosione del contagio ha fatto saltare l'operazione di censura, rivelandone anzi l'estrema gravità e le serie conseguenze a livello continentale.
Il blocco generale e immediato dei trasporti aerei, ferroviari e su gomma con la Gran Bretagna cerca ora di chiudere la stalla. Ma ormai molti buoi sono a spasso in Europa.

Tuttavia, un altro fatto misura nelle stesse ore un'ipocrisia della Unione Europea non minore di quella britannica. Un fatto silenziato dalla grande stampa italiana, ma non da quella francese. Si tratta della divulgazione per errore dei prezzi dei vaccini pattuiti tra l'Unione Europea e i grandi monopoli della farmaceutica. La segretaria al bilancio del governo belga ha infatti confidato imprudentemente a propri interlocutori (troppo) ciarlieri la natura dei contratti stipulati dalla Commissione. Bene, si è saputo per questa via che i grandi monopoli della farmaceutica, da autentici strozzini, avevano chiesto ai governi europei committenti cifre da favola, sino a 25 o 30 euro per dose di vaccino, peraltro dopo aver già incassato fior di miliardi di finanziamenti pubblici dal governo USA. La Commissione Europea, centralizzando il negoziato, ha ottenuto prezzi assai più modici e vantaggiosi, ma in cambio ha fornito ai colossi farmaceutici la solenne assicurazione della segretezza dei contratti stipulati, in modo da consentire loro di poter trattare e ottenere prezzi più elevati da altri stati e attori internazionali. Ora la segretezza è caduta, per ragioni fortuite. E allora un grande funzionario anonimo di Bruxelles lamenta il «rischio che ora le case farmaceutiche possano diventare ancora più esigenti verso i poteri pubblici europei» (Le Monde, 22 dicembre).
In sintesi: gli stati dell'Unione avevano garantito ai banditi della farmaceutica il diritto di poter rapinare altri paesi e continenti in cambio del proprio silenzio sui prezzi pattuiti in Europa. Ora si preoccupano che i banditi possano reagire avanzando nuove pretese. Come dire che lo scandalo non sta nel fatto che si volevano nascondere all'opinione pubblica europea e mondiale i contratti siglati, ma nel fatto che il segreto... è stato rivelato.

Questa è la classe che domina il mondo, questi i governi che la proteggono. L'esproprio senza indennizzo dell'industria farmaceutica, sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori, è una misura di igiene morale e di valenza mondiale. Solo governi dei lavoratori e delle lavoratrici possono realizzare una misura simile.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il capitale e i vecchi

 


La strage di anziani nelle RSA. E non solo

20 Novembre 2020

Il capitale cerca ovunque il profitto. Anche l'indirizzo della ricerca medica ne è condizionato, perché è appaltato all'industria farmaceutica. Ad esempio i colossi della farmaceutica, dopo aver abbandonato nel 2003 le ricerche sul virus della SARS – per il fatto che la pandemia si era rapidamente esaurita, e con essa il relativo mercato – sgomitano adesso tra loro per assicurarsi il mercato gigantesco del vaccino anti-Covid. Un bene prezioso per l'umanità (al di là delle idiozie reazionarie dei negazionisti) diventa per alcune di esse l'affare del secolo. Un mercato che sarà finanziato dai bilanci statali di tutto il mondo, e dunque in larga parte dalle tasse pagate dai lavoratori. In questo caso la ricerca sta battendo, fortunatamente, ogni record di celerità, compiendo in meno di un anno un percorso che normalmente richiede un decennio.


I TEMPI DELLA RICERCA, UNA VARIABILE DEL PROFITTO

È comprensibile. La pressione del capitalismo mondiale in recessione sulla ricerca del vaccino è stata concentrata e irresistibile. Non si tratta solo del profitto delle case farmaceutiche ma dei profitti dell'intera classe capitalista, dei volumi della produzione e del commercio mondiale, dei rapporti di forza sul mercato mondiale tra imperialismi vecchi (USA e UE) e nuovi (Cina). La ricerca ha agito sotto la frusta della Borsa.

Per altri orizzonti di ricerca, meno profittevoli, i tempi sono diversi, o addirittura infiniti. È il caso ad esempio delle malattie degenerative delle persone anziane: Alzheimer, Parkinson, demenza senile. Qui la ricerca ristagna da molto tempo. Perché occuparsi di persone improduttive per un'economia fondata sul profitto? Quando il governatore Toti osserva che i vecchi non sono «indispensabili» per la ripresa economica, volgarizza cinicamente un principio di realtà per la società borghese. Indispensabile è solo chi genera profitto; per questo lo si spreme a mani basse. I vecchi sono invece un peso parassitario. Le loro pensioni un costo. Le loro vite un tempo ormai breve. Perché dunque occuparsi di loro?

Il capitale trova un altro modo di trattare i vecchi. Li usa fin che può come ammortizzatori sociali in tempi di crisi, laddove possono arrotondare con la propria pensione i salari dei loro figli e nipoti cassaintegrati e precari, oppure surrogare l'assenza degli asili nido. In questo caso la presenza dei nonni in famiglia copre i tagli massicci del welfare, compiuti per pagare il debito alle banche. Ma quanto la vecchiaia è troppo avanzata e le condizioni di salute dell'anziano non lo permettono, allora la società borghese lo scarica come un rifiuto. O carica la sua assistenza sulla donna di casa, magari costretta a lasciare il lavoro per assistere il padre o il suocero, o a reggere un doppio lavoro ancor più estenuante. Oppure lo affida alla cura privata di una badante (per chi se la può permettere), spesso in nero, senza documenti, ricattabile, più volte oggetto di molestie e di abusi impuniti in famiglia.


IL GRANDE AFFARE DELLE CASE DI RIPOSO

La terza soluzione è la casa di riposo: il destino delle persone sole e ormai ingestibili in casa. Il luogo che in Italia in soli quattro mesi ha visto il 40% di decessi per Covid-19. Fatalità? No, anche qui la legge del profitto lascia una impronta indelebile. Per molti aspetti la più vergognosa.

In Italia abbiamo 4,4 milioni di anziani over 80. I tassi attuali di invecchiamento della popolazione, anch'essi sospinti dalla crisi capitalista, fanno sì che nel 2050 saranno quasi 8 milioni. Eppure l'offerta dei posti letto non supera la cifra dei 200.000. Un numero irrisorio. Lo Stato non si occupa della questione, è già tanto che versi una pensione. Tutto è affidato al mercato delle strutture private, tra privati cosiddetti “no profit” (cooperative, fondazioni religiose...) che ne coprono il 50%, e strutture dichiaratamente profit che coprono quasi tutta l'altra metà, salvo una piccola quota gestita dai comuni. La retta mensile varia tra i 2400 e i 4000 euro, coperta solo per la metà dal finanziamento pubblico della Regione, il resto è a carico dell'ospite. A seconda delle Regioni, va dai 50 ai 100 euro al giorno.
Se poi non trovi posto, puoi ripiegare nelle cosiddette case famiglia (al massimo sette ospiti), interamente a carico del degente per 1800 euro mensili. Luoghi dove non viene esercitato alcun controllo pubblico, neppure saltuario, e dove non a caso si consuma il peggio dei maltrattamenti e degli omicidi colposi di cui le cronache si sono occupate.

Ma chi è il proprietario delle RSA? Korian-Segesta, il principale azionista Crédit Agricole; il gruppo Kos, controllato dalla famiglia De Benedetti; il San Raffaele, della famiglia Angelucci; Sereni Orizzonti (sic), gestito da Massimo Blasoni, indagato per truffa al servizio sanitario nazionale; il Gruppo Gheron, della famiglia Bariani.
Un gruppo di grandi famiglie capitaliste che fa affari d'oro. Fatturati annui che vanno dai 200 ai 600 milioni, utili netti che oscillano rispettivamente tra i 15 e i 30 milioni. Qual è il fondamento di tassi di profitto così elevati? Non solo il livello delle rette, per quelle famiglie che se le possono permettere, ma il supersfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, medici e infermieri/e. Costretti a orari massacranti, pagati molto meno che nelle strutture pubbliche (1200 euro di media contro i 1600), spesso dipendenti di cooperative e oggetto di caporalato. Gli stessi che giorni fa hanno scioperato in tutta Italia per chiedere regolarizzazione, internalizzazione del servizio, salario, dignità, diritti. sicurezza sul lavoro.
È l'assenza di tamponi per il personale di servizio il principale veicolo di contagio nelle RSA. A sua volta moltiplicatore di decessi, tra degenti e lavoratori. A produrre la morte non è solo il virus, ma anche e in primo luogo lo sfruttamento.


LA RIVOLUZIONE E LA VITA

Cosa fa sull'argomento il governo dell'emergenza sanitaria? Un atto davvero irresistibile: il ministro Speranza ha incaricato Monsignor Vincenzo Paglia, gran cancelliere del Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, di guidare un osservatorio sulle RSA. Commovente. Lo Spirito Santo accompagnerà i suoi lavori. Ma soprattutto la continuità dei decessi.

È invece necessaria una svolta radicale nel trattamento delle persone anziane e nel lavoro dell'assistenza, domiciliare e ospedaliera.

L'assistenza domiciliare degli anziani va assunta come funzione pubblica. Le badanti vanno assunte da un servizio nazionale dello Stato, che le metta in regola, formi il personale, garantisca la loro sicurezza, eserciti un controllo pubblico sulla funzione sociale dell'assistenza domiciliare.
Il sistema delle RSA va nazionalizzato, senza indennizzo per le famiglie capitaliste che lo gestiscono, e sotto controllo sociale, nell'ambito della requisizione e nazionalizzazione, senza indennizzo, dell'intera sanità privata.

Questa misura non sarà mai realizzata da un governo borghese, sia esso conservatore o progressista. Basta vedere gli affari della sanità privata in Spagna sotto il governo di PSOE e Podemos. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può liberare la salute dal profitto. Solo una rivoluzione può tutelare la dignità dell'ultimo tratto della vita.

Partito Comunista dei Lavoratori

L’unico vaccino è l’anticapitalismo

 
La vera velleità non è arrivare ad azzerare la somma dei contagiati e degli ammalati, ma è pensare di poter tenere insieme la salute delle persone e l’economia capitalista


Preservare la salute e l’economia tenendo insieme le due questioni, così ha dichiarato il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte nel corso della conferenza stampa di ieri, 25 ottobre.

«Gli ultimi dati epidemiologici che abbiamo analizzato non ci possono lasciare indifferenti. L’analisi segnala una rapida crescita con la conseguenza che lo stress sul sistema sanitario nazionale ha raggiunto livelli preoccupanti […] Dobbiamo fare il possibile per proteggere salute ed economia».

C’è chi accusa i comunisti di avere parole d’ordine antiche, vecchie, che non entusiasmano più nessuno o, ancora meglio, di possedere idee talmente irrealizzabili da essere utopiche. Così, almeno, è quel che dichiarano i detrattori, siano essi socialdemocratici, riformisti o ancor peggio liberali o radicali. Quel che ha dichiarato il Presidente Conte, nella conferenza stampa in cui ha presentato l’ultimo Dpcm, è infinitamente più utopico delle idee bollate come “antiche e irrealizzabili” che vengono attribuite, spesso ben condite da luoghi comuni e pregiudizi, ai comunisti. Nella fase attuale, nel concreto della situazione, entrando nella carne viva della pandemia in atto nel nostro paese e nel mondo, affermare di voler tenere insieme la salute delle persone, delle lavoratrici e dei lavoratori, con l’economia, è enormemente più fantascientifico di chi bolla i comunisti come superati dalla storia.

Il primo lockdown ci ha insegnato come i settori più colpiti fossero quelli su cui la scure del capitale si è abbattuta più duramente nel corso degli ultimi trent'anni. Non staremo qui a ripetere quanto il coronavirus abbia portato in superficie ogni contraddizione del sistema capitalistico, già ampiamente trattato dal nostro partito con articoli, analisi, volantini e iniziative a riguardo.
Già il 5 aprile di quest’anno, tuttavia, denunciavamo come si stesse aprendo una profonda contraddizione tra la «pressione confindustriale a ripartire subito e a qualunque costo, e la richiesta di continuità del confinamento per un tempo non breve da parte delle autorità sanitarie». Il governo, posto nella proverbiale condizione infelice tra il martello e l’incudine, tentennò un po’ salvo poi riaprire nel giro di breve tempo. Riaperture, in quella fase, in cui continuavano a mancare su tutto il territorio nazionale strumenti di protezione elementare per la popolazione, per gli operatori sanitari, per i lavoratori e le lavoratrici.
Una condizione evidentemente esplosiva, che ha portato con sé in dote l’aumento esponenziale di nuovi contagi. Ma il mantra era “l’economia non può permetterselo”, al punto che anche settori popolari hanno iniziato ad introiettare questo ritornello.

Stando sempre alle parole di ieri di Conte, pare sia “velleitario” arrivare alla somma di zero contagi, positivi e guariti. Il punto è che non c’è niente di velleitario nel rivendicare condizioni igienico-sanitarie adeguate alla vita quotidiana ed al lavoro delle persone.
Velleitarie sono le posizioni di Confindustria.
Quel che si sta andando a delineare nel prossimo mese è un lockdown non dichiarato, per cui le persone sono semplici unità di produzione che possono recarsi presso il proprio posto di lavoro, tornare a casa, fare la spesa. Produci-consuma-crepa.
Il mantra è sempre lo stesso. L’emergenza per i padroni è un conto, per i lavoratori è ben altra cosa, lo dimostrano i dati dell’incremento esponenziale delle ricchezze dei multimiliardari che gestiscono celeberrime aziende transnazionali.

La guerra – come giornalisti e professori universitari l’hanno chiamata nel corso dei primi mesi della pandemia – contro il coronavirus è una certezza, così come lo è quella contro il capitalismo, solo che quest’ultimo rappresenta una patologia infinitamente più grave: è lo stesso sistema sociale che ha demolito ovunque i servizi sanitari per favorire il sostentamento alle banche e ai capitalisti, e riverserà nuovamente la propria crisi sulla maggioranza della società a partire dai lavoratori.
Anche per questo la guerra contro il coronavirus è inseparabile da quella contro il capitalismo: o la Borsa o la vita.
Anche perché, davvero, non abbiamo nulla da perdere all’infuori delle nostre catene: abbiamo un mondo da conquistare.

Marco Piccinelli

Nuova emergenza, vecchio dramma

 


Pubblica responsabilità e responsabilità pubblica

12 Ottobre 2020

Una seconda ondata del contagio Covid-19 si è levata in larga parte d'Europa, a partire dalla Francia, dalla Spagna, dalla Gran Bretagna. In Italia il contagio ha ripreso a salire con una forte accelerazione, e una pesante concentrazione in alcune regioni del Sud, particolarmente in Campania. Il governo dispone misure più rigide in fatto di prevenzione sanitaria e si appella al comportamento corretto delle persone: usare le mascherine, mantenere i distanziamenti necessari, lavare frequentemente le mani. Disposizioni di buon senso sanitario, che solo l'imbecillità reazionaria dei complottisti e dei negazionisti può contestare.

E tuttavia questo appello alla pubblica responsabilità nasconde paradossalmente la responsabilità pubblica di chi lo promuove. Mancano i tamponi necessari, con code interminabili e umilianti davanti ai pronto soccorso; mancano i test rapidi salivari e sierologici, col conseguente ricorso obbligato (e costoso) al privato; manca spesso il tracciamento da parte delle ASL, a causa della drammatica penuria di personale; mancano medici e infermieri necessari per l'esecuzione dei test e i laboratori che li trattino; mancano le dosi necessarie del vaccino antinfluenzale, conteso tra regioni e farmacie; mancano molte migliaia di insegnanti perché non sono stati assunti coloro che ne avevano diritto; mancano i mezzi pubblici necessari per portare gli studenti a scuola in condizione di sicurezza.

Eppure sono trascorsi più di sei mesi dall'inizio della pandemia, tutti sapevano di una possibile seconda ondata in autunno, il governo si era prodigato quotidianamente in solenni rassicurazioni dell'opinione pubblica circa il fatto che nulla sarebbe stato più come prima. Invece tutto in sostanza è rimasto com'era, se si esclude l'aumento dei letti per la terapia intensiva. Nel mentre si allunga tragicamente la lista d'attesa per i malati di altre gravi patologie, a partire dai malati oncologici.
Chi si arricchisce in questa tragedia è solo la sanità privata, quella che a marzo aveva destinato al Covid... l'1% delle proprie prestazioni. Quella che ogni giorno “si lava le mani” mentre intasca i dividendi in Borsa.

La società borghese è un malato incurabile. Chi vuole risanarla è un illuso, non meno di chi pensa che possa scomparire per morte naturale.

Occorre che il movimento operaio e tutte le sue organizzazioni si battano per un investimento massiccio nella sanità pubblica, finanziato da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco: per assicurare screening, tracciamento, tamponi a tutti coloro che ne hanno bisogno; per predisporre ovunque presidi sanitari territoriali preposti a test e controlli, con la piena assunzione immediata del personale necessario; per assicurare in ogni scuola e luogo di lavoro una adeguata presenza medica; per ricostruire la medicina territoriale; per una sanità interamente pubblica, universale, gratuita, liberata dal mercato e dal profitto.

Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà realizzare compiutamente tutto questo. Solo una rivoluzione può aprirgli la via.

Partito Comunista dei Lavoratori

Farmaceutica e biotech: profitto privato, risorse pubbliche

La caccia al tesoro tra colossi privati per il vaccino contro il coronavirus

31 Marzo 2020
Abbiamo documentato come le grandi aziende farmaceutiche abbiano interrotto nel 2003 la ricerca sulla famiglia del coronavirus perché l'epidemia della SARS si era conclusa troppo in fretta per assicurare loro un adeguato mercato. Settecento morti su scala mondiale non valevano un investimento. Oggi tutti paghiamo il prezzo terribile di questa scelta.

L'attuale pandemia, con la rapidità della sua propagazione e le centinaia di migliaia di morti che prefigura, sembra configurare un mercato ben più appetitoso per le case farmaceutiche e la rete di interessi che le circonda. La ricerca non punta tanto sulle medicine per l'intervento immediato, che non offrono necessariamente un mercato duraturo, quanto sull'individuazione del vaccino, possibile investimento planetario per i prossimi decenni. Cinquanta sono i vaccini contro il coronavirus allo studio nel mondo, quarantotto in fase preclinica, rivela l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Si muovono le grandi aziende farmaceutiche del Big Pharma (Novartis, Roche, Glaxo, Janssen...), si muovono le grandi aziende biotech, si muovono i loro Stati nazionali di riferimento, a partire dagli USA, che in asse con Israele sperano di scoprire il vaccino prima della Cina per riequilibrare la competizione in corso e rimontare i propri insuccessi.

Si dirà: “Dopotutto è una competizione virtuosa, l'importante è che il vaccino lo trovino in fretta”. Ora, che sia competizione è indubbio, che sia virtuosa un po' meno.


LA RICERCA SCIENTIFICA E I CALCOLI DEGLI AZIONISTI

Interessante la documentazione fornita al riguardo dalla stampa confindustriale (Il Sole 24 Ore). Spiega che la concorrenza tra aziende farmaceutiche da un lato e le aziende biotech dall'altro è senza risparmio di colpi. Tuttavia la concorrenza tra i rispettivi cartelli non è solo su chi per primo scopre il vaccino, ma su chi riesce ad attrarre maggiori investimenti finanziari sul mercato azionario. E chi riesce ad attrarre maggiori investimenti è l'azienda o il cartello aziendale che dimostra di saper produrre il vaccino, non solo di scoprirlo; e di saperlo produrre su scala industriale, perché solo una produzione industriale su larga scala può assicurare l'agognato profitto di chi compra le azioni di borsa delle aziende in questione. Qui nascono i problemi.

Intendiamoci, nella grande recessione dell'economia mondiale che è iniziata l'industria farmaceutica e biotech, assieme a quella alimentare, è tra le poche che ha il vento in poppa. Le quotazioni di Wall Street, in particolare per il biotech, hanno fatto la parte del leone nelle ultime sedute. Ma Credit Suisse insinua il dubbio che possa trattarsi di una euforia a breve termine. Perché? Perché per produrre su scala industriale il vaccino bisogna fare un investimento al buio. Senza sapere quando il vaccino sarà scoperto, quale sarà l'azienda o il cartello che lo scoprirà, quale Stato gli coprirà le spalle, quale sarà l'azienda o le aziende capaci di produrlo su scala industriale. E se i miliardi investiti finissero gettati al vento? Nell'incertezza, dice Credit Suisse, meglio investire nell'industria militare, o nella produzione di grano, che hanno mercato sicuro e i prezzi in salita.

Ora, il punto per parte nostra non è valutare se le preoccupazioni di Credit Suisse sono fondate, perché non abbiamo ambizioni borsistiche. Il punto è che in ogni caso la ricerca scientifica è oggi affidata alle case farmaceutiche e/o biotech e alle loro convenienze di profitto. L'indirizzo della ricerca è solamente la variabile dipendente dei loro calcoli. Fu così per la SARS nel 2003, così è oggi per il coronavirus.


BILL GATES BATTE CASSA PRESSO I BILANCI PUBBLICI

C'è di più. Siccome l'investimento richiesto dalla ricerca è non solo incerto ma assai dispendioso, le aziende farmaceutiche e biotech battono cassa presso i bilanci pubblici. Volete la ricerca sui vaccini? Pagatecela. Bill Gates lo ha spiegato col suo proverbiale candore sulle colonne del New England Journal of Medicine, pubblicato da La Stampa (29 marzo):

«Occorrono miliardi di dollari in più per completare la sperimentazione della Fase III e garantire l'approvazione normativa per i vaccini contro il coronavirus, e saranno necessari ulteriori finanziamenti per migliorare il monitoraggio e la risposta alle malattie. Perché questo richiede finanziamenti pubblici? Il settore privato non può farcela da solo? I prodotti contro le pandemie sono investimenti straordinariamente ad alto rischio e le aziende farmaceutiche avranno bisogno di finanziamenti pubblici per mettersi subito al lavoro. Inoltre, i governi e altri donatori dovranno finanziare, come bene pubblico globale, strutture produttive in grado di assicurare la fornitura di vaccini nel giro di poche settimane. Queste aziende possono produrre vaccini per i programmi di immunizzazione di routine in tempi normali ed essere rapidamente riconvertite nel corso di una pandemia. Infine, i governi dovranno finanziare l'approvvigionamento e la distribuzione dei vaccini alle popolazioni che ne hanno bisogno.»

La ciccia del discorso, come si dice in gergo, è molto chiara: spesa pubblica, profitto privato. Il vaccino è un bisogno dell'umanità, ci spiega il campione del capitalismo “illuminato” del mondo. Lo avevamo capito da soli. Ma siccome i colossi privati non vogliono caricarsi sulle spalle investimenti costosi «ad alto rischio», siano i bilanci pubblici a farsi carico di tutto: ricerca, produzione, distribuzione del vaccino. Cosa resta ai privati? Il profitto naturalmente. A tasso altissimo, perché sgravato dal grosso dei costi. Gli azionisti sorridono felici, sempre nel nome dell'umanità.

Ma se industria farmaceutica e biotech hanno bisogno di ingenti sovvenzioni pubbliche «per mettersi subito al lavoro», come dice Bill Gates, perché non portarle sotto controllo pubblico, con una vera nazionalizzazione? Perché non ricondurre la ricerca scientifica sotto il controllo dello Stato, se è lo Stato in ogni caso ad assumersi i costi? Perché non scrollarci di dosso i mille condizionamenti del profitto sull'indirizzo stesso della ricerca, i suoi tempi, i suoi risultati? In una parola: perché non cancellare il parassitismo del profitto dall'intervento sulla salute umana?


NAZIONALIZZARE L'INDUSTRIA FARMACEUTICA!

Nazionalizzare l'industria farmaceutica, senza indennizzo per i grandi azionisti, sotto il controllo dei lavoratori: è una rivendicazione avanzata dall'avanguardia di classe in diversi paesi. Ed è attualissima in Italia.

L'Italia è alla testa, assieme alla Germania, della produzione farmaceutica in Europa. Tredici grandi aziende farmaceutiche si spartiscono il mercato facendo cartello sui prezzi, dettando il prontuario dei medicinali, incassando una montagna di finanziamenti pubblici: Menarini, Dompè, Molteni, Zambon, Abiogen Pharma, Angelini, Recordati, Chiesi, Italfarmaco, Mediolanum, IBN Savio, Kedrion, Alfa Sigma. Si tratta per lo più di grandi famiglie del capitalismo italiano. La loro produzione tra il 2009 e il 2018 è cresciuta del 38%, con un aumento esponenziale delle esportazioni (+17% nell'ultimo decennio). Si battono per prolungare il tempo dei brevetti a tutela dei propri profitti, contro l'esigenza della scienza e della salute. Gestiscono spesso interi rami della sanità privata (Angelini), anch'essi irrorati da risorse pubbliche.

Per quale ragione i lavoratori, le lavoratrici, i ricercatori scientifici non dovrebbero portare sotto il proprio controllo quello che in decenni, in un modo o nell'altro, hanno già pagato?

Un unico servizio sanitario, nazionale, pubblico, gratuito, ha bisogno di una produzione e ricerca farmaceutica finalmente liberate dal capitalismo. Nel mondo, in Europa, in Italia.
Partito Comunista dei Lavoratori