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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Rilanciare l'iniziativa di classe

 


29 Ottobre 2020

La crisi sanitaria mette a nudo l'incapacità e le armi spuntate del governo. A differenza che a marzo e aprile, questa volta emergono segni di reazione e mobilitazione. Ma la presenza ancora mancante è quella del movimento operaio e delle sue ragioni di classe

Lo scenario italiano è in movimento. L'ultimo Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) ha fatto da detonatore delle contraddizioni di questa fase. Far emergere un punto di vista classista e anticapitalista è più che mai il compito del momento. Contro ogni forma di negazionismo reazionario o di subordinazione alle ragioni di altre classi.

La seconda ondata della pandemia è in pieno corso e ben lontana da un prevedibile picco. Lo è in tutta Europa e in Italia. Non siamo a marzo ma ad ottobre, non c'è a tempi brevi la pista d'atterraggio dell'estate. Abbiamo davanti a noi un lungo e temibile inverno, senza la speranza a breve di un vaccino (disponibile concretamente nella migliore delle ipotesi non prima della prossima estate), con una curva epidemiologica in forte rialzo ovunque. Una pandemia che in Italia, a differenza che nella primavera scorsa, non risparmia le regioni del Sud, le più sguarnite sotto il profilo sanitario, le più depresse sotto il profilo sociale, a partire dalla Campania.


L'EMERGENZA SANITARIA SI AGGRAVA

Questo quadro drammatico fa la radiografia alla politica dei governi capitalisti e alla natura della società borghese. Innanzitutto in Italia.

La seconda ondata era prevedibile e prevista, ma il sistema sanitario è lo stesso del marzo scorso. C'è maggiore abbondanza di mascherine, grazie all'interessata conversione produttiva di diversi gruppi industriali opportunamente compensati (FCA). C'è un maggior numero di ventilatori polmonari e qualche letto di terapia intensiva in più. Ma tutto il resto è rimasto com'era. Ed è l'essenziale.
Mancano medici e infermieri ospedalieri, a partire da anestesisti e pneumologi. Mancano i tamponi e i medici di base che li somministrano, anche per l'assenza di strutture idonee in cui fare i test. Mancano i laboratori pubblici che li trattano (a vantaggio di quelli privati). Mancano i tracciatori – appena 9000 su scala nazionale – e dunque la possibilità di tenere sotto controllo i contatti dei positivi e la proliferazione del contagio. Mancano le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) per l'assistenza domiciliare dei quarantenati, e dunque l'intasamento ingestibile dei pronto soccorso. Mancano addirittura le autoambulanze, al punto che si è oggi costretti a bandire la gara. Mancano gli spazi e i letti per i ricoveri ordinari per altre patologie, anche gravi, col blocco obbligato in molte strutture persino dei reparti di chirurgia.
In una parola: la prima linea di contenimento della pandemia è crollata (tracciamento e diagnostica), la seconda linea (ospedaliera) è minacciata e in più punti travolta (Milano, Napoli, Genova).
Questo contesto drammatico rimanda in ultima analisi a una precisa responsabilità: i 37 miliardi di tagli alla sanità pubblica in dieci anni per foraggiare quella privata e pagare il debito pubblico alle banche. Tagli fatti e gestiti da tutti i governi e da tutti i partiti di governo, di ieri e di oggi, senza eccezione. Non uno può chiamarsi fuori, a destra come a “sinistra”. In questo quadro l'investimento irrisorio di 6 miliardi nella sanità nel 2020, contestuale a un aggiuntivo investimento doppio di 12 miliardi nella Difesa, non ha fatto che confermare il disastro, tanto più a fronte di una crescita esponenziale del contagio.


LA CRISI DEL TRASPORTO PUBBLICO

La precipitazione della crisi sanitaria si è combinata con l'incapacità strutturale del trasporto pubblico di garantire a pendolari e studenti le condizioni minime di sicurezza. È un punto chiave per comprendere la dinamica del contagio.

La riapertura delle scuole era stata presentata dal governo come fiore all'occhiello della ripresa dell'Italia “in sicurezza”, la bandiera della ritrovata normalità. È avvenuto l'opposto. Non solo per la mancata assunzione di molte migliaia di precari, l'aggiunta di nuovo precariato, la mancata riduzione del numero di alunni per classe, la carenza di nuovi spazi e strutture; ma perché lo spostamento di otto milioni di studenti richiedeva nelle condizioni sanitarie date una riorganizzazione radicale del sistema di trasporto pubblico (bus, tram, metropolitana, ferrovie regionali), con l'aumento massiccio dei mezzi e delle corse. Invece tutto, anche qui, è rimasto com'era. Una manciata di milioni alle Regioni, per lo più neppure spesi, per il resto ognuno si arrangi. Mentre è rimasto inutilizzato l'enorme parcheggio delle compagnie di trasporto private. Il risultato è stato la coincidenza della riapertura delle scuole con l'esplosione della seconda ondata. Non perché il contagio si prenda in classe (non più di quanto si prende altrove) ma perché si prende per arrivarci. Il numero di studenti positivi asintomatici è stato a sua volta il principale veicolo di diffusione del virus in famiglia, con effetto moltiplicatore e concentrato.


IL GOVERNO CONTE IN UNA CRISI DI NERVI

La moltiplicazione di un contagio fuori controllo ha prodotto nel governo una crisi di panico. I tre DPCM degli ultimi dieci giorni portano questo segno, ma nessuno di essi interviene sui fattori strutturali della crisi.

Nessun intervento reale sulla crisi sanitaria. La stabilizzazione di migliaia di infermieri con contratto a termine, già operanti in corsia, non ha cambiato di una virgola la condizione del servizio. Il bando di assunzione di 2000 nuovi tracciatori è un pannicello caldo nell'emergenza attuale. Né il richiamo di pensionati al lavoro può essere considerato diversamente. Per di più le Regioni rispondono al fallimento del controllo sulla diffusione del contagio con la proposta di abbandonare il tracciamento degli asintomatici, cioè con la resa sul punto decisivo del tracciamento.
Lo stesso vale per la questione del trasporto pubblico. Nessuna maggiorazione di mezzi e di corse. «Acquistare subito [!] centinaia di nuovi mezzi pubblici è impossibile» dichiara candidamente il Presidente del Consiglio in una lettera al Fatto Quotidiano (27 ottobre). Mentre centinaia di mezzi privati possono tranquillamente restare in rimessa perché evidentemente... la proprietà privata non si tocca.

Ma senza intervenire radicalmente sulla sanità e sul trasporto davvero si può fronteggiare l'emergenza?


LE CONSEGUENZE OBBLIGATE DI UNA POLITICA DI CLASSE

Prigioniero dei limiti della propria base di classe, il governo ha cercato la soluzione altrove. Richiude la scuola in presenza nelle superiori (perché un 75% di livello minimo a distanza, con il permesso alle regioni di estenderlo, significa generalizzare di fatto il 100% su cui si attestano oggi già sei Regioni); spinge lo smart working in tutta l'amministrazione pubblica (saltando peraltro ogni negoziato coi sindacati); chiude cinema e teatri; chiude bar e ristoranti dalle ore 18.

«Abbiamo ridotto tutte le occasioni di socialità che spingono le persone a uscire nelle ore serali e a spostarsi con i mezzi pubblici. Uscire la sera per andare al ristorante, cinema o teatro significa prendere mezzi pubblici o taxi [...] diminuendo le occasioni di socialità, abbassiamo anche il numero di contatti che ognuno di noi può avere rendendo così più facile fare i tracciamenti nel caso in cui una persona risulti positiva. Senza queste misure la curva è destinata a sfuggirci di mano»: così Giuseppe Conte spiega al Fatto Quotidiano la ratio dei provvedimenti assunti. E la ratio, a modo suo, c'è.
Ma è una ratio che spiega, più di quanto Conte vorrebbe, la natura del suo governo e della società borghese.

Invece di estendere il tracciamento con la massiccia assunzione di personale (che oltretutto dovendo telefonare e monitorare non richiede nel caso specifico una particolare formazione), il governo interviene solo sui tracciabili, dunque sulla “socialità”. Intendiamoci: diversamente da quanto affermano le idiozie negazioniste, una riduzione della socialità nelle condizioni di emergenza sanitaria è una misura necessaria, e può essere persino più drastica, sia localmente che a livello generale. Ma se la socialità deve reggere su di sé l'intero carico dell'emergenza perché non si interviene sui fattori strutturali, allora si producono precise conseguenze, tanto obbligate quanto spiacevoli.
La scuola a distanza può essere a certe condizioni ed entro certi limiti una soluzione di emergenza obbligata, non lo vogliamo negare. Ma estenderla al 100% della scuola superiore, primi anni inclusi, significa penalizzare una fascia consistente di studenti di famiglie povere, sopprimere la attività di laboratorio (che negli istituti tecnici è centrale), danneggiare gli studenti disabili, favorire la dispersione scolastica, in particolare nel Meridione. Mentre tagliare cinema, teatro, cultura significa tagliare uno spazio di relazione sociale particolarmente prezioso proprio nel clima della pandemia, oltre che gettare su una strada altre decine di migliaia di lavoratori precari.

Peraltro la socialità su cui si interviene suscita non pochi interrogativi. «Uscire la sera per andare al ristorante, cinema, teatro significa prendere mezzi pubblici», d'accordo. Ma uscire al mattino per andare in fabbrica non significa fare lo stesso, in misura anche più concentrata? La produzione evidentemente non si tocca a priori, al pari dei trasporti, o della santissima messa.
A marzo si evitò di recintare come zona rossa i comuni della bergamasca, pur di inchinarsi ai diktat di Confindustria, generando il più alto tasso di contagio e di morti sull'intero pianeta. Un crimine ancora impunito. Nelle settimane di lockdown si permise di fatto a migliaia di aziende di continuare a produrre anche in situazioni di massimo rischio attraverso gli accordi locali con le prefetture. Oggi si evita di realizzare, o si ritardano, possibili e veri lockdown mirati nelle città di massimo contagio (come Milano e Napoli) per non indispettire uno nuovo stato maggiore confindustriale già gravato dal brusco calo dei profitti e proteso a batter cassa su tutta la linea. La risultante obbligata è colpire scuola e cultura. Non è una risultante neutra. È un risvolto dell'incapacità del capitale di venire a capo dei problemi che crea senza ledere la maggioranza della società.


LA CRISI DI CONSENSO SOCIALE DEL GOVERNO

Questa gestione della seconda ondata incappa in una diffusa ostilità sociale. Anche da questo punto di vista la differenza con la primavera scorsa è profonda.
Nei mesi di marzo e aprile, di fronte a un'esperienza di massa traumatica e inedita in cui si era sprofondati all'improvviso, il senso comune popolare è stato di affidamento al governo. Non sono mancate le contraddizioni sociali, a partire dagli scioperi operai, ma l'elemento prevalente fu una relativa fiducia nell'autorità costituita e in particolare nella presidenza del Consiglio, vista come figura protettrice e paterna. Questo affidamento all'autorità ha avuto peraltro il proprio riflesso nello stesso esito delle elezioni regionali, col successo indifferenziato dei governatori.
Oggi molto è cambiato, e molto in fretta. La crisi sociale precipita. Le deboli avvisaglie di ripresa industriale sono state gelate dalla seconda ondata del contagio e dalle nuove obbligate restrizioni. Tutta la fanfara retorica del governo attorno al recovery fund e alla mano salvifica dell'Europa è rapidamente evaporata. Il disincanto sociale si tramuta in un sentimento di paura, disorientamento, sfiducia.
Lo si vede e si sente negli ospedali, dove medici e infermieri si vedono ripiombati in prima linea in un incubo già vissuto e con energie logorate dalla fatica. Lo si vede nella scuola, scossa da una sequenza impressionante di disposizioni contrastanti, e di ripetuti dietrofront, tra riaperture e nuove chiusure, in un clima di incertezza totale. Lo si vede nelle fabbriche, dove si vive col fiato sospeso la spada di Damocle dello sblocco dei licenziamenti sullo sfondo del mancato rinnovo dei contratti, a partire da quello dei metalmeccanici.

Ma la prima linea di faglia su cui il governo inciampa non viene dal lavoro dipendente. Viene dalla piccola borghesia e dalla sua reazione alla chiusura degli esercizi dopo le ore 18. È la mobilitazione delle associazioni di settore che ha fatto il proprio esordio a Napoli con le manifestazioni di venerdì 23 ottobre contro il governatore De Luca, in un intreccio confuso con settori sottoproletari della città, ma ha soprattutto trovato la propria proiezione nei giorni successivi con le manifestazioni contro il governo e il suo DPCM nelle piazze di diverse città. È in larga misura la base sociale tradizionale della destra, attorno alle proprie organizzazioni professionali e di categoria (Confcommercio, Federalberghi, RetImpresa...). La Lega, FdI, Forza Italia, le loro giunte regionali, i loro sindaci, si sono schierati con le manifestazioni o ne sono stati in qualche caso gli organizzatori. L'obiettivo delle organizzazioni di settore è ottenere o il ripristino delle proprie attività o uno spostamento delle fasce orarie della chiusura, o in ogni caso un ristoro consistente del fatturato perduto. Il governo, diviso al suo interno e in evidente difficoltà, prova a offrire alle classi medie un trattamento compensativo di riguardo: un ristoro sino a quattro volte superiore a quello concesso col decreto di marzo, e rivolto anche a imprese con un fatturato superiore a cinque milioni. Per ottenerlo sul proprio conto corrente non si deve fare domanda, è sufficiente il riferimento al codice Ateco. Certo un trattamento diverso da quello riservato ai salariati del settore, ai quali viene destinato un sussidio una tantum di mille euro, che nel caso di percettori del reddito di cittadinanza sarà condizionato a paletti stringenti, fiscali e patrimoniali. In altri termini, il sostegno alle imprese è incondizionato, quello ai lavoratori no. Due pesi e due misure divisi da un confine di classe.

Parallelamente si muove il terzo settore legato alle attività culturali e artistiche colpite dal decreto governativo, ARCI in testa, con il sostegno di un vasto ambiente intellettuale e progressista. Un settore che giustamente chiede che senso ha chiudere cinema e teatri mentre in diverse Regioni si lasciano aperte le sale bingo. Questa mobilitazione è più limitata di quella delle classi medie tradizionali, ma interviene direttamente sulle contraddizioni interne al blocco sociale di centrosinistra. Per questo il Presidente del Consiglio cerca anche qui di tamponare la falla rispondendo direttamente a Riccardo Muti dalle colonne del Corriere, anche qui offrendo ristori immediati agli imprenditori del settore, e un trattamento differenziato ai relativi salariati.


PER L'IRRUZIONE SULLA SCENA DELLA NOSTRA CLASSE

La presenza ancora mancante è quella del movimento operaio attorno alle proprie ragioni di classe indipendenti.
La massa dei salariati è enorme. Durante il lockdown della primavera scorsa, quando si doveva tutti restare a casa, 16,218 milioni di salariati hanno continuato a lavorare, reggendo sulle proprie spalle il peso intero dell'emergenza. Oggi sono al lavoro 20,626 milioni di persone, l'86% del totale degli attivi. Tutta l'attenzione è concentrata sulle chiusure di bar e ristoranti alle 18; pochi hanno presente che milioni di operai lavorano dalle 5 alle 18 o alle 24, a partire da un personale sanitario spesso impegnato in turni massacranti di dodici ore per sopperire alla mancanza degli organici, e che non hanno visto un euro dei famosi soldi promessi agli “eroi”. E soprattutto i milioni di lavoratori e lavoratrici dell'industria, sottoposti nelle condizioni peggiori ad una disciplina di fabbrica sempre più dispotica, con un contratto vacante e la minaccia pendente del licenziamento.

Questa è la classe che non è ancora entrata sulla scena. Pesa come un macigno il calmiere della burocrazia sindacale, così come il lascito di un lungo ciclo di arretramenti, delusioni, sconfitte. Ma le sconfitte non sono mai per sempre, anche quando appaiono insuperabili. Nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro si è accumulata negli anni una montagna di fascine. Umiliazioni subite in silenzio da milioni di uomini e di donne lasciano un deposito profondo in chi le vive. Le classi dominanti lo sanno, e ne parlano nei propri salotti. Lo spettro della vera ribellione sociale ai loro occhi non è quella dei cassonetti bruciati ai margini di qualche manifestazione, ma è quella dello sciopero di massa e l'ingovernabilità del conflitto. Per questo lo stesso Bonomi che vuole lo scalpo degli operai cerca nonostante tutto il coinvolgimento della burocrazia che li controlla. Per questo la burocrazia che li controlla offre ai padroni la funzione preziosa di calmiere.

Sino a quando reggerà questo precario equilibrio?
Questo è l'interrogativo centrale che sottende non solo la vicenda sindacale ma l'intero scenario politico. Senza l'irruzione sulla scena dell'azione di classe del proletariato saranno le classi medie a occupare il palcoscenico, dando una propria forma alla contestazione sociale del governo. Sino a trascinare con sé in qualche caso ambienti sottoproletari o domande sociali che sono oggi prive di un riferimento alternativo. Ma quando la classe operaia entrerà sulla scena, con le proprie forme di lotta, e in una dimensione di massa, allora e solo allora si aprirà uno scenario nuovo. Uno scenario nel quale sia la massa dei disoccupati sia i settori declassati della piccola borghesia potranno disporre di un nuovo polo di aggregazione e ricomposizione, e di una nuova parola d'ordine: i necessari lockdown li paghino i padroni, non i lavoratori, i disoccupati, le partite Iva, i piccoli esercizi.

Lavorare a questa prospettiva è il compito di tutte le avanguardie di classe, politiche e sindacali, ovunque collocate. L'importante assemblea nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi/e che si è tenuta a Bologna il 27 settembre, le iniziative di piazza promosse il 24 ottobre, possono e debbono porsi in questa prospettiva generale: quella di un fronte unico di classe e di massa attorno a una piattaforma di lotta indipendente.
La voce dell'avanguardia di classe e di un programma anticapitalista deve cercare già nelle prossime settimane un proprio spazio di visibilità e di rilancio su tutto il territorio nazionale, magari a partire dalla lotta degli operai della Whirlpool e dall'assemblea aperta da loro convocata il 31 ottobre. Il PCL naturalmente ci sarà, come sempre.

Partito Comunista dei Lavoratori

L’unico vaccino è l’anticapitalismo

 
La vera velleità non è arrivare ad azzerare la somma dei contagiati e degli ammalati, ma è pensare di poter tenere insieme la salute delle persone e l’economia capitalista


Preservare la salute e l’economia tenendo insieme le due questioni, così ha dichiarato il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte nel corso della conferenza stampa di ieri, 25 ottobre.

«Gli ultimi dati epidemiologici che abbiamo analizzato non ci possono lasciare indifferenti. L’analisi segnala una rapida crescita con la conseguenza che lo stress sul sistema sanitario nazionale ha raggiunto livelli preoccupanti […] Dobbiamo fare il possibile per proteggere salute ed economia».

C’è chi accusa i comunisti di avere parole d’ordine antiche, vecchie, che non entusiasmano più nessuno o, ancora meglio, di possedere idee talmente irrealizzabili da essere utopiche. Così, almeno, è quel che dichiarano i detrattori, siano essi socialdemocratici, riformisti o ancor peggio liberali o radicali. Quel che ha dichiarato il Presidente Conte, nella conferenza stampa in cui ha presentato l’ultimo Dpcm, è infinitamente più utopico delle idee bollate come “antiche e irrealizzabili” che vengono attribuite, spesso ben condite da luoghi comuni e pregiudizi, ai comunisti. Nella fase attuale, nel concreto della situazione, entrando nella carne viva della pandemia in atto nel nostro paese e nel mondo, affermare di voler tenere insieme la salute delle persone, delle lavoratrici e dei lavoratori, con l’economia, è enormemente più fantascientifico di chi bolla i comunisti come superati dalla storia.

Il primo lockdown ci ha insegnato come i settori più colpiti fossero quelli su cui la scure del capitale si è abbattuta più duramente nel corso degli ultimi trent'anni. Non staremo qui a ripetere quanto il coronavirus abbia portato in superficie ogni contraddizione del sistema capitalistico, già ampiamente trattato dal nostro partito con articoli, analisi, volantini e iniziative a riguardo.
Già il 5 aprile di quest’anno, tuttavia, denunciavamo come si stesse aprendo una profonda contraddizione tra la «pressione confindustriale a ripartire subito e a qualunque costo, e la richiesta di continuità del confinamento per un tempo non breve da parte delle autorità sanitarie». Il governo, posto nella proverbiale condizione infelice tra il martello e l’incudine, tentennò un po’ salvo poi riaprire nel giro di breve tempo. Riaperture, in quella fase, in cui continuavano a mancare su tutto il territorio nazionale strumenti di protezione elementare per la popolazione, per gli operatori sanitari, per i lavoratori e le lavoratrici.
Una condizione evidentemente esplosiva, che ha portato con sé in dote l’aumento esponenziale di nuovi contagi. Ma il mantra era “l’economia non può permetterselo”, al punto che anche settori popolari hanno iniziato ad introiettare questo ritornello.

Stando sempre alle parole di ieri di Conte, pare sia “velleitario” arrivare alla somma di zero contagi, positivi e guariti. Il punto è che non c’è niente di velleitario nel rivendicare condizioni igienico-sanitarie adeguate alla vita quotidiana ed al lavoro delle persone.
Velleitarie sono le posizioni di Confindustria.
Quel che si sta andando a delineare nel prossimo mese è un lockdown non dichiarato, per cui le persone sono semplici unità di produzione che possono recarsi presso il proprio posto di lavoro, tornare a casa, fare la spesa. Produci-consuma-crepa.
Il mantra è sempre lo stesso. L’emergenza per i padroni è un conto, per i lavoratori è ben altra cosa, lo dimostrano i dati dell’incremento esponenziale delle ricchezze dei multimiliardari che gestiscono celeberrime aziende transnazionali.

La guerra – come giornalisti e professori universitari l’hanno chiamata nel corso dei primi mesi della pandemia – contro il coronavirus è una certezza, così come lo è quella contro il capitalismo, solo che quest’ultimo rappresenta una patologia infinitamente più grave: è lo stesso sistema sociale che ha demolito ovunque i servizi sanitari per favorire il sostentamento alle banche e ai capitalisti, e riverserà nuovamente la propria crisi sulla maggioranza della società a partire dai lavoratori.
Anche per questo la guerra contro il coronavirus è inseparabile da quella contro il capitalismo: o la Borsa o la vita.
Anche perché, davvero, non abbiamo nulla da perdere all’infuori delle nostre catene: abbiamo un mondo da conquistare.

Marco Piccinelli

Stato di emergenza

Pubblichiamo un contributo di riflessione interessante da parte di un compagno simpatizzante del PCL


Ricordate Matteo Salvini e il suo “…chiedo agli italiani pieni poteri”?
Stato di emergenza
All'approssimarsi del 4 maggio l’euforia della liberazione diventa palpabile. Complice il sole e l’avvicinarsi di una bella stagione (si spera), tutti quelli che sono rimasti in buona salute aspettano il momento in cui le misure disposte a contrasto della pandemia Covid 19 diventino un fatto concreto. L’ottimismo è obbligato, ma la completa libertà, è ancora lontana.
Sono in fila per entrare al supermercato. Bologna. Tutto procede, distanziamento rispettato, mascherine indossate, i più rigorosi, o impauriti, portano anche i guanti. Questa condizione durerà ancora a lungo.
In fila ci sono persone di tutte le età, donne e uomini in età da lavoro, pensionati. Nessun adolescente, questo fa pensare. E tanto sole. Nonostante il caldo, nessuna esibizione di mezze maniche. Meglio evitare anche un semplice raffreddore. O qualsiasi malanno che imponga un contatta diretto con la sanità, il medico di base, il numero verde, o peggio l’ospedale. Probabili reduci da notti di informazione Covid, hanno ascoltato troppe parole, ricavandone poche certezze.
In fila l’euforia della liberazione sembra spegnersi. Prevalgono mestizia e rassegnazione nell’accettare un cambio tanto radicale dell’esistenza. Si conversa al telefonino, ma ci si guarda bene dal rivolgersi a chi fisicamente è davanti o dietro di noi. Distanziamento fisico, e soprattutto psicologico. Ognuno, credo, è percepito come un potenziale portatore, un probabile veicolo d’infezione. Non può essere diversamente, se tutti noi ci siamo nutriti al quel festival della notizia e dell’allarme, che spesso appare come frutto illegittimo dello showbiz.

Rimozione
Si tende a dimenticare, a rimuovere. Aiutati da quella che è ormai diventata la retorica del coronavirus, si diluiscono nella memoria, se mai ne sono emersi, alcuni aspetti sostanziali del periodo che stiamo vivendo. “Andrà tutto bene!” Forse, ma non è detto. La cronaca si è fatta epopea di eroi. Ce n’è bisogno? Probabilmente è il frutto dell’elusione a una domanda che il nostro paese deve porsi, oggi più che mai: abbiamo maggior bisogno di eroi o forse è meglio fare affidamento su efficienti e sufficienti strutture sanitarie? Ripartiremo. Certo, a meno che non si metta in conto l’estinzione della specie umana. Ma come ripartiremo?
Ancora in fila. Il distanziamento impone precauzione e contingentamento degli ingressi. È l’emergenza.
Siamo in democrazia. Al telefonino impazzano quesiti serissimi su cosa comprare per il pranzo, quale sia il detersivo mancante, dove trovare il vino alla spina per risparmiare. Poi vengono i contenziosi familiari, le notizie scambiate su parenti e nonni, che da un momento all’altro non abbiamo potuto più incontrare. Finirà la clausura. Pochi giorni ancora, è vero. Ma i contenuti del comunicare, sospesi in una lontananza inconsapevole dalla gravità della situazione, portano a galla una domanda. Quanti, qui e ora attori di questo serpentone schietto e consumista, sono consapevoli fino in fondo di cosa è cambiato sopra le loro teste, da gennaio a oggi?

31 gennaio: viene dichiarato lo stato di emergenza
Quale è il livello attuale delle garanzie istituzionali verso il singolo, rispetto a quanto sancito dalla Costituzione, con particolare riferimento ai contenuti dell’art. 13. La domanda sorge spontanea seguendo le notizie di cronaca. In che modo sono cambiati i limiti delle inviolabili libertà personali?

Con un certo senso di incredulità ho assistito all’esercizio sproporzionato della dissuasione verso solitari bagnanti da parte di elicotteri in volo a bassa quota; ho letto di una multa inflitta (e prontamente tolta, con tante scuse) a una famiglia che portava la figlioletta leucemica in ospedale per un controllo; non è mancata la sanzione a chi, pur proditoriamente seduto con giornale, era in fila per entrare al supermercato. Multa nonostante l’osteoporosi; mancava il certificato. Non sappiamo com’è andata a finire. Nella rete delle sanzioni anche un solitario canoista. Che tentasse di contagiare i pesci? D’altro canto abbiamo assistito ai report delle scuse più fantasiose, creative e assurde, per poter giustificare la propria presenza fuori dai confini dell’abitazione.
Tutto questo può accadere perché il 31 gennaio è stato dichiarato lo “stato di emergenza” a causa della pandemia Covid 19. Sei mesi la durata.
Una prima considerazione: lo “stato di emergenza” non è previsto dalla nostra Costituzione. L’unica emergenza contemplata è lo stato di guerra (art. 78).
Il dispositivo emesso dal Consiglio dei Ministri è una delibera, e come tale non è soggetta all’approvazione del Parlamento.
È l’art. 5 della L. 225\1992 a istituire il Servizio Nazionale della Protezione Civile e a prevedere la possibilità di dichiarare lo “stato d’emergenza”. Rileviamo una contraddizione, che riguarda la sua durata. Nella legge è indicata in 180 giorni rinnovabili per una volta. Nel regolamento della Protezione Civile (art. 24, comma 3 del D. legislativo n.1 del 2\1\2018) si legge invece che lo stato di emergenza nazionale “non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi”. Un chiarimento sarebbe utile.

Il decreto legislativo
Per l'attuazione degli interventi da effettuare durante lo stato di emergenza dichiarato a seguito degli eventi di cui all'articolo 2, comma 1, lettera c), si provvede anche a mezzo di ordinanze in deroga ad ogni disposizione vigente”.
Tanto potere viene attribuito al Consiglio dei Ministri, senza alcun passaggio parlamentare. A parte la prevista ratifica dei decreti legge. Che restano comunque efficaci per sessanta giorni.
Altra condizione che deve fare riflettere riguarda la natura stessa del decreto legislativo (fonte del regolamento di Protezione Civile). Esso ha forza di legge, e sancisce una delega del Parlamento al Governo, scavalcando il principio della separazione dei poteri. È il governo a legiferare, senza alcuna discussione in Parlamento. È accettabile?

Governo Conte bis
In principio era il Conte 1. La coalizione di governo Lega-5Stelle alla Camera di 344 deputati su 630. Fuori dalla maggioranza, risultavano ristretti in un unico vagone, passeggeri davvero incompatibili tra loro. Uno schieramento eterogeneo, a definirlo con un eufemismo, senza una concordanza d’indirizzi, che potesse riflettere una qualche efficacia politica. Diversa e un poco più ballerina per il governo la situazione in Senato.

Elezioni Europee del 26 maggio. La Lega arriva al 34%. Il Movimento 5Stelle si sgonfia fino al 17%, perdendone quasi il 19%. Diventa lecito qualche dubbio sulla rappresentatività del premier Conte. Salvini invoca nuove elezioni, ma le sue improvvide evoluzioni balneari, lo porteranno a dover subire il Conte bis.
Il Conte bis, o governo giallo-rosa entra in carica il 5 settembre. Tecnicamente dispone di una maggioranza in aula, ma solo considerando ancora attuali, e indicatori della volontà degli elettori i risultati del 4 marzo 2018. Fatto che i recenti sondaggi mettono in totale discussione. Molto è cambiato ad oggi, nelle percentuali di gradimento degli elettori.
L’attuale Governo, secondo i sondaggi, non ha il sostegno della maggioranza degli elettori. Questa condizione, certamente percepita a più livelli all’interno delle forze politiche, lo indebolisce, e lo allontana per naturale autodifesa, da una ricerca costante e ripetuta del confronto in Parlamento, per questo consultato nel limite dell’obbligo istituzionale. Pesa inoltre la perplessità a livello nazionale e internazionale sulla reale caratura politica del premier Conte, disposto a trasformare gli alleati politici in acerrimi nemici.

Quello che conta
Torniamo allo “stato d’emergenza”. Molte azioni legate alla vita quotidiana sono vietate o contingentate. Fino a data da destinarsi le nostre libertà personali restano limitate. E nonostante l’avvicinarsi della Fase 2, lo saranno anche dopo il 4 maggio. Al momento in cui scrivo non è possibile lasciare la propria residenza, se non per motivi di necessità o di salute, diversamente interpretati da regione a regione, attraverso i decreti attuativi. Passeggiare o correre non sempre è concesso. Ma non si vogliono descrivere qui solo le evidenze spicciole. C’è altro da sapere. Con sapore di paradosso.
Fino al 3 maggio non potrete sposarvi. Già, né in chiesa né in comune. Dopo si vedrà. Pensiamo a chi, magari travolto dalla tragedia del virus, poteva sperare in una pensione di reversibilità. È vita dura anche per i funerali. Esequie minime, solo al cimitero e la partecipazione ristretta ai familiari.
E in termini di diritti politici come vanno le cose? Nessuna manifestazione è possibile. Mentre scrivo so che non potrò partecipare alle celebrazioni del 25 aprile e del 1° maggio. Che restano però liberamente fruibili da chi rappresenta le Istituzioni. Una condizione che rappresenta un discrimine per chi dissente, e per tutti coloro che desiderano rendere pubblico il proprio punto di vista. Restano i social, ma l’accesso indiretto ai mezzi d’informazione esercitando il diritto di cronaca passivo, è più difficile, se non impossibile. Per essere fisicamente presenti, seppur distanziati, non viene lasciata che la finestra della disobbedienza, infrangendo la legge. Certo è vero che l’emergenza sanitaria esiste, ma a condizioni date l’esercizio delle prerogative politiche individuali ne è fortemente limitato.
Proviamo invece a vedere cosa è cambiato, con lo “stato di emergenza” dal punto di vista della produzione di beni. Prendiamo in esame due decreti della PdC emessi nelle date dell’11 e del 22 marzo 2020.
L’impressione che se ne ricava? Molto è possibile. Forse troppo. La delega è ampia per le imprese.
Un paragrafo, nel decreto dell’11, appare come una abdicazione al principio del distanziamento. “…laddove
non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento si impone l’uso di strumenti di protezione individuale”. Ma che genere di dispositivi si debbano indossare non è specificato. Ed è bene ricordare come in quel periodo le mascherine fossero pressoché introvabili. Senza distanza e senza protezioni quale tutela resta al lavoratore?
Abbiamo detto di una delega ampia. È bene ricordare la polemica scaturita dalla patente d’impunità rilasciata alle attività delle industrie “dell’aerospazio e della difesa”. Vengono definiti settori strategici. Dove si può lavorare a stretto contatto se dotati di strumenti di protezione individuale. Ritorna la domanda, quali?
Certo è che all’inizio di aprile Fincantieri annuncia il contratto con la Marina Militare: due sottomarini U 212 per una spesa di oltre un miliardo di euro. Se ne può fare a meno? A proposito, Fincantieri costruisce su licenza della Thyssen Krupp. Un nome che ricorda una pagina particolarmente dolorosa riguardo il capitolo delle morti sul lavoro. E relative impunità.
La produzione dell’F35 a Cameri continua. Cosa c’è di essenziale, oltre la tutela della salute degli operai, nell’assemblaggio di un cacciabombardiere dal costo di circa cento milioni di euro, cifra con cui si potrebbero realizzare mille posti letto di rianimazione.
Resta il fatto che fino al 4 maggio ogni imprenditore che ritenga la sua azienda essenziale all’interno della filiera produttiva potrà continuare a operare, inviando alla Prefettura una comunicazione. Vale il silenzio assenso. Secondo dati riferiti dalla Uil, attualizzati alla fine di marzo le richieste di deroga presentate sono state 15.980 in Emilia-Romagna, 14.279 in Lombardia, 4.664 in Piemonte. Quanti sono stati i controlli effettuati?

Concludiamo qui, ma già ora è urgente interrogarsi sui meccanismi di tenuta democratica del nostro paese. L’anomalia tutta italiana, di un governo nominato e non eletto, anche se prevista dalle leggi della Repubblica, indebolisce necessariamente l’azione di un esecutivo. Ancora di più la condizione delle due Camere, dove il divario tra la consistenza dei diversi gruppi e le attuali percentuali indicate dai sondaggi, rischia di trasformarle, in un sistema a circuito chiuso, lontano dal poter rappresentare efficacemente le istanze del paese.
Era davvero necessario dichiarare lo stato di emergenza? L’impressione è che venga svenduta dal sistema la grande illusione di vivere in una democrazia diffusa, dove la condizione irrinunciabile per partecipare è quella di dare potere ai tablet, ma quando le cose si fanno serie, le decisioni che contano si prendono nelle solite stanze.
In attesa della fase 2.
Mario De Pasquale



Art. 75 Cura Italia

(Acquisti per lo sviluppo di sistemi informativi per la diffusione
del lavoro agile e di servizi in rete per l'accesso di cittadini e
imprese)

1. Al fine di agevolare la diffusione del lavoro agile di cui
all'articolo 18 della legge 22 maggio 2017, n. 8, favorire la
diffusione di servizi in rete e agevolare l'accesso agli stessi da
parte di cittadini e imprese, quali ulteriori misure di contrasto
agli effetti dell'imprevedibile emergenza epidemiologica da COVID-19,
le amministrazioni aggiudicatrici, come definite dall'articolo 3
decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, nonche' le autorita'
amministrative indipendenti, ivi comprese la Commissione nazionale
per le societa' e la borsa e la Commissione di vigilanza sui fondi
pensione, in deroga ad ogni disposizione di legge diversa da quella
penale, fatto salvo il rispetto delle disposizioni del codice delle
leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto
legislativo 6 settembre 2011, n. 159, sono autorizzate, sino al 31
dicembre 2020, ad acquistare beni e servizi informatici,
preferibilmente basati sul modello cloud SaaS (software as a
service), nonche' servizi di connettivita', mediante procedura
negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara ai sensi
dell'articolo 63, comma 2, lett. c), del decreto legislativo 18
aprile 2016, n. 50, selezionando l'affidatario tra almeno quattro
operatori economici, di cui almeno una «start-up innovativa» o un
«piccola e media impresa innovativa», iscritta nell'apposita sezione
speciale del registro delle imprese di cui all'articolo 25, comma 8,
del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con
modificazioni, dall'art. 1, comma 1, L. 17 dicembre 2012, n. 221 e
all'articolo 4, comma 2, del decreto-legge 24 gennaio 2015, n. 3,
convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, L. 24
marzo 2015, n. 33.


Ovvero del fatto che il governo delle nostre vite è ad oggi e fino al 31 luglio, determinato da quanto consegue a uno “stato di emergenza”? Hanno consapevolezza di cosa significa e delle possibili conseguenze?
Quanti sono i cittadini in grado di recepire e interpretare i decreti e le leggi che ordinano il predetto stato? Credo che la risposta giusta sia pochi, pochissimi. La maggioranza dei cittadini basa le sue opinioni da quanto apprende dalla televisione e dal web. Pur riconoscendo che i dispositivi governativi e parlamentari sono accessibili con facilità dai siti dedicati, è da ritenere che ancora meno dei pochissimi siano andati alla consultazione diretta.
La coalizione al governo a fronte di una maggioranza di 353 deputati su 630, disporrebbe del consenso di soltanto il 37% degli elettori. Qualcuno può pensare di forzare i numeri, ma difficilmente si arriva a un plausibile 40%.