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Un Papa sicario contro i diritti delle donne

 


La lotta contro la reazione è inseparabile dalla lotta contro il papato

30 Settembre 2024

«Un aborto è un omicidio... Si uccide un essere umano. E i medici che si prestano a questo sono dei sicari».
Le parole di Bergoglio non aggiungono nulla di nuovo alle posizioni reazionarie della Chiesa in fatto di interruzione della gravidanza. Ma, nel momento in cui il governo italiano a guida postfascista promuove l'ingresso delle organizzazioni pro life nei consultori, e in cui sale la marea dell'estrema destra in Europa all'insegna della più volgare misoginia, quelle parole acquistano una valenza politica particolare: il papato cosiddetto “progressista” benedice pubblicamente, nella forma più perentoria, l'attacco peggiore ai diritti delle donne e alle loro conquiste.

In Italia in ben undici regioni esistono ospedali con il cento per cento di medici obiettori di coscienza (Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana). Lo stesso accesso alla pillola abortiva viene negato di fatto in numerosi consultori ed ospedali, sotto la pressione intimidatoria di ambienti cattolici antiabortisti. La Regione Piemonte ha aperto le porte degli ospedali pubblici all'associazione antiabortista Movimento per la Vita, con tanto di finanziamento con risorse pubbliche (2,34 milioni di euro): una associazione che organizza picchetti durante le giornate in cui si effettuano le interruzioni volontarei di gravidanza al grido di “assassine, assassine!”. La Lombardia ha da tempo aperto gli spazi ospedalieri pubblici all'ingresso ufficiale di tale associazione. In Liguria il gruppo regionale di Fratelli d'Italia ha proposto l'istituzione obbligata dell'"ascolto del battito del feto" per le donne intenzionate ad abortire. Ovunque in particolare le donne migranti sono escluse di fatto dall'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza per via di mille ostacoli e barriere procedurali...

Le parole del Papa sono dunque al servizio di questa valanga reazionaria. Tanto più oggi, la lotta contro la reazione è inseparabile dalla lotta contro il papato.
Sino a quando la sinistra cosiddetta radicale continuerà ad accreditare Papa Francesco, facendone regolarmente una propria icona?

Partito Comunista dei Lavoratori

Il crollo della sanità pubblica in Italia

 


L'emergenza sanitaria, l'urgenza di una svolta

20 Giugno 2023

Il disastro del sistema sanitario italiano non è una notizia. Lo è la precipitazione che l'investe, a partire dalla condizione di chi ci lavora. Il taglio di trentamila posti letto negli ultimi dieci anni ha falcidiato i posti di lavoro nel momento stesso in cui il ciclone della pandemia ha accumulato un gigantesco ritardo e abbattimento delle prestazioni ordinarie. Mediamente sono trecento le ore di lavoro extra non retribuite accumulate dal personale medico. Il personale infermieristico non è da meno. Gli stipendi sono in picchiata. Il contratto 2019/2021 è già scaduto e non viene rinnovato. Il governo offre un aumento del 4% che è esattamente la metà di quanto è stato già mangiato dall'inflazione. Un insulto.

Lo stanziamento previsto per la sanità dal famigerato PNRR è di una modestissima manciata di miliardi, per di più a debito. Le cosiddette Case di comunità che dovrebbero fare da maxiambulatori sono disegnate sulla carta ma non sono finanziate. Del resto il PNRR è un'operazione una tantum, non può farsi carico di un investimento strutturale in nuove assunzioni. La risultante è la fuga del personale sanitario in direzione delle cliniche private, quelle invece lautamente retribuite con risorse pubbliche. Il tutto sullo sfondo di una divaricazione sempre più ampia tra regione e regione, che l'autonomia differenziata minaccia di accrescere drammaticamente.

È necessaria una svolta. Non si può rispondere all'emergenza sanitaria con misure ordinarie. Occorre un sistema di misure straordinarie in fatto di massicce assunzioni e di aumento delle retribuzioni. La riapertura delle duecento strutture sanitarie tagliate nell'ultimo decennio. La nazionalizzazione dell'intero sistema sanitario. Una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco, che da sola libererebbe 400 miliardi per opere sociali. La cancellazione del debito pubblico verso le banche (80 miliardi annui di soli interessi) e la devoluzione delle risorse così risparmiate in sanità pubblica, risanamento ambientale, istruzione.

È necessaria una grande mobilitazione del movimento operaio attorno a una piattaforma di svolta. L'emergenza sanitaria deve rappresentare un riferimento essenziale di questa piattaforma. Una piattaforma di lotta che non abbia paura di sfidare le compatibilità di questo sistema capitalista, che è capace di aumentare le spese militari, di detassare i profitti dei capitalisti, di saccheggiare l'ambiente naturale, ma non di curare chi ha bisogno e di dare dignità a chi lavora.

Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà segnare una svolta complessiva.

Partito Comunista dei Lavoratori

Perché sosteniamo l'azione di sciopero generale del 29 gennaio

 


Comunicato del Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

Mentre imperversa la discussione sulla scampata crisi di governo, sui lavoratori e le lavoratrici continua a riversarsi tutto il peso della crisi capitalista e dell'offensiva padronale. In un anno 800000 lavoratori precari gettati per strada, 11 miliardi di reddito persi dai salariati per via della cassa integrazione, blocco dei principali rinnovi contrattuali, ed ora la minaccia incombente a fine marzo dello sblocco dei licenziamenti, per oltre un milione di lavoratori. Parallelamente, lo stesso padronato che ha beneficiato del ricorso alla cassa integrazione anche in assenza di crisi ha intascato l'abolizione della prima tranche dell'IRAP, la copertura pubblica dei crediti bancari, la liberalizzazione ulteriore del lavoro precario, nel mentre attende la manna annunciata dei fondi europei. Fondi girati in misura preponderante alle imprese ma caricate come debito pubblico sulla schiena dei lavoratori, per le generazioni a venire. Intanto, lo stesso governo che continua a ingrassare la sanità privata rifiuta nuove assunzioni stabili nella sanità pubblica. Trovano i miliardi per le commesse militari, non per assumere medici e infermieri, se non attraverso contratti interinali. Un'infamia.

Eppure le classi dominanti continuano a godere di una sostanziale pace sociale, riconducibile anche alle responsabilità dei gruppi dirigenti delle organizzazioni sindacali confederali. Di fronte all'autentica tragedia sociale e sanitaria in corso, di cui il capitalismo porta l'intera responsabilità, non una seria iniziativa di lotta, non una mobilitazione vera. E laddove lotte sono scoppiate, a difesa del lavoro e dei suoi diritti, si è lavorato al loro isolamento per impedire che potessero estendersi e generalizzarsi, come è accaduto a marzo 2020.

Purtroppo anche sul fronte del sindacalismo di classe, che pure respinge queste politiche, è spesso prevalsa una logica di auto recinzione, di frammentazione, di concorrenza di sigla, a scapito dell'esigenza di unire i lavoratori in un unico fronte di lotta. Col risultato di contribuire obiettivamente al disorientamento e alla passività.

Per tutte queste ragioni salutiamo come positiva e importante la scelta dell'Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi di promuovere l'iniziativa di sciopero intercategoriale del 29 gennaio. Non ci nascondiamo limiti e difficoltà oggettive, in un quadro generale segnato dal peso della pandemia e dall'arretramento dei livelli di mobilitazione e coscienza di ampi settori di massa. Ma l'iniziativa controcorrente di un importante settore di classe dell'avanguardia può svolgere un ruolo positivo per affermare una presenza di lotta, mettere al centro una piattaforma di mobilitazione generale, e investire nella prospettiva futura.

Sosteniamo pienamente la piattaforma di sciopero del 29 gennaio, a partire dallo stipendio pieno per i cassaintegrati, dalla cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro, dalla riduzione generale dell'orario a parità di paga, da una effettiva sicurezza sanitaria nei luoghi di lavoro sotto il controllo dei lavoratori stessi, da un piano massiccio di assunzioni stabili nella sanità pubblica, da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco. Il senso è “paghi chi non ha mai pagato”, non la classe operaia e le masse lavoratrici. Sono rivendicazioni convergenti col documento “Una classe, una lotta” espresso dal nostro coordinamento.

È importante che l'azione di sciopero del 29 gennaio agisca da volano di questa piattaforma generale, la diffonda, la faccia emergere quale punto di riferimento alternativo in più ampi settori di lavoratori anche come investimento nella lotta futura. Perché il 29 gennaio sia il punto di partenza di una prospettiva più ampia.

Soprattutto ci pare importante segnalare la novità di un'azione generale di lotta, per quanto difficile, che è espressione di un percorso unitario dell'avanguardia di classe attorno all'Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Un percorso che mette insieme finalmente, su una piattaforma di lotta comune, lavoratori e attivisti di diversa collocazione sindacale. Un percorso controcorrente rispetto alle dinamiche di frammentazione, tanto più importante in una situazione di arretramento del movimento operaio in cui è decisivo costruire le premesse di una svolta unitaria di lotta. Un percorso che pensiamo importante lavorare ad allargare contro ogni logica settaria o pregiudiziale di sigla, e investire in una prospettiva di massa. Un percorso cui vogliamo dare il nostro contributo, a partire dalla presenza attiva nelle iniziative di lotta del 29 gennaio.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione
(Comunisti in movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Per difendere la salute e la vita

 


18 e 19 dicembre: iniziative territoriali in tutta Italia del patto d'azione anticapitalista

Il 18 e 19 dicembre il patto d'azione anticapitalista terrà iniziative in tutta Italia, prevalentemente davanti alle strutture ospedaliere, attraverso presidi, manifestazioni, volantinaggi, per difendere la salute e la vita delle proletarie e dei proletari, per far pagare ai padroni i costi della crisi.

Il PCL, che è parte del patto d'azione, partecipa e invita a partecipare alle iniziative previste.

La seconda ondata della pandemia ha messo a nudo la crudeltà classista della società borghese e dei governi che l'amministrano. Dopo le promesse solenni nella primavera scorsa del “nulla sarà come prima”, tutto è rimasto come prima. È saltato il sistema di tracciamento, mancano ovunque medici e infermieri, la medicina territoriale è scomparsa, gli ospedali restano sottoposti a una pressione travolgente, a partire dai pronto soccorso. Il risultato è il numero di morti per Covid più alto d'Europa, cui vanno aggiunti i morti per Covid non registrati come tali, e i morti per altre patologie (cardiache o tumorali) che non hanno potuto essere curate per via del crollo delle strutture sanitarie.
Perché tutto questo? Perché per decenni i governi borghesi di tutti i colori hanno tagliato 37 miliardi alla sanità pubblica per ingrassare la sanità privata, che vola in Borsa, e per pagare il debito pubblico alle banche, italiane in primis. Le stesse banche che proprio oggi riprendono a distribuire lauti dividendi ai propri azionisti.

Parallelamente, se i capitalisti attendono la manna europea e annunciano una valanga di licenziamenti, milioni di lavoratori e lavoratrici continuano a lavorare e produrre in condizioni di supersfruttamento, senza rinnovo di contratto, senza condizioni minime di sicurezza. Mentre i portavoce più cinici dei capitalisti, come nel caso di Confindustria Marche, arrivano a dichiarare pubblicamente che la produzione di profitto viene prima del diritto alla vita. Che non è affatto una frase dal sen fuggita, ma esattamente ciò che pensano i padroni. Sono gli stessi che nel marzo scorso si opposero alla zona rossa in Val Seriana, con la conseguenza del più alto tasso di contagio e di morti a livello mondiale.

Difendere la salute significa liberare l'umanità dalla dittatura di questa classe.


- Assumere 100.000 medici e infermieri nel servizio sanitario pubblico

- Riaprire i duecento ospedali soppressi e ricostruire la medicina territoriale

- Raddoppiare l'investimento nella sanità pubblica, finanziandolo con una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco

- Nazionalizzare la sanità privata e l'industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici

- Screening e tamponi gratuiti per i salariati nelle fabbriche e nelle aziende

- Per il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici sulle condizioni di sicurezza in ogni luogo di lavoro



Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il solo che possa realizzare l’insieme di queste misure di svolta.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'emergenza dei lavoratori della sanità, l'altra faccia della crisi sanitaria

 


A differenza che a marzo, nessuno parla più di medici e infermieri. Le celebrazioni ipocrite sono terminate, sfruttamento bestiale, rischi e mancanza di garanzie continuano

A marzo e aprile erano “gli eroi”. La stessa società borghese che li ha mandati al fronte senza mascherine, che li ha tagliati e spremuti oltre ogni limite di resistenza umana, espiava a buon mercato la propria miseria morale. L'immagine dell'infermiera crollata per la fatica sul proprio computer fece il giro d'Europa, con tanto di encomio nazionale e di ricevimento al Quirinale.

La seconda ondata della pandemia ha spazzato via questa montagna di ipocrisia. Medici e infermieri sono tornati ad essere più che mai le bestie da soma su cui si appoggia l'intero carico dell'emergenza. Sono gli stessi di marzo, perché le assunzioni promesse non ci sono state, o essendo a termine sono scadute. Lavorano come allora, con turni massacranti di dodici ore, senza poter andare in bagno o a bere una volta vestiti, per ragioni di sicurezza sanitaria. Lavorano come allora in condizioni ogni giorno più gravi, senza posti letto sufficienti, senza garanzie adeguate, sotto la pressione dell'emergenza e della responsabilità delle vite. Di quella dei malati e della propria, oltre a quella dei propri familiari. In compenso, chi tra loro ha osato criticare le condizioni di lavoro o addirittura di igiene si è visto punire per lesione d'immagine all'azienda. Il caso di Francesca Perri a Roma, privata di un mese di stipendio per aver lamentato il mancato cambio dei guanti, è solo il caso più noto. La disciplina militare vige ormai negli ospedali, come in guerra. Nell'ospedale-azienda il direttore è il padrone.

Però a differenza che a marzo nessuno parla più di medici e infermieri. Le proteste di ristoratori, baristi, commercianti, colpiti dal lockdown occupano il dibattito pubblico. I salariati restano fantasmi. Nelle fabbriche, nella logistica, negli ospedali, milioni di lavoratori e lavoratrici con stipendi da fame, privi di contratto, minacciati di licenziamento e punizioni, continuano a reggere sulle proprie spalle la guerra quotidiana contro il virus. Tra loro sinora ha prevalso il silenzio, indotto talvolta dalla paura. Ma non durerà, neppure negli ospedali.

In ogni caso, di fronte ad una situazione ospedaliera di drammatica emergenza occorrono prime misure immediate e improrogabili, di interesse generale, che l'intero movimento operaio e sindacale dovrebbe far proprie e rivendicare:

- Centomila nuove assunzioni immediate a tempo indeterminato nel servizio sanitario nazionale (tracciatori, medici di base, personale di laboratorio, infermieri, anestesisti, pneumologi...) con l'immediato ingresso in servizio degli specializzandi del terzo, quarto e quinto anno.

- Requisizione immediata delle strutture della sanità privata per metterle al servizio dell'emergenza, a partire dai pronto soccorso.

- Riapertura immediata dei 200 ospedali che sono stati soppressi negli ultimi 15 anni per pagare il debito alle banche.

- Controllo dei lavoratori e delle lavoratrici sulle condizioni del proprio lavoro e della propria sicurezza, anche negli ospedali.
Via le norme punitive contro i lavoratori che denunciano il degrado della sanità!

Partito Comunista dei LavoratorI

Rilanciare l'iniziativa di classe

 


29 Ottobre 2020

La crisi sanitaria mette a nudo l'incapacità e le armi spuntate del governo. A differenza che a marzo e aprile, questa volta emergono segni di reazione e mobilitazione. Ma la presenza ancora mancante è quella del movimento operaio e delle sue ragioni di classe

Lo scenario italiano è in movimento. L'ultimo Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) ha fatto da detonatore delle contraddizioni di questa fase. Far emergere un punto di vista classista e anticapitalista è più che mai il compito del momento. Contro ogni forma di negazionismo reazionario o di subordinazione alle ragioni di altre classi.

La seconda ondata della pandemia è in pieno corso e ben lontana da un prevedibile picco. Lo è in tutta Europa e in Italia. Non siamo a marzo ma ad ottobre, non c'è a tempi brevi la pista d'atterraggio dell'estate. Abbiamo davanti a noi un lungo e temibile inverno, senza la speranza a breve di un vaccino (disponibile concretamente nella migliore delle ipotesi non prima della prossima estate), con una curva epidemiologica in forte rialzo ovunque. Una pandemia che in Italia, a differenza che nella primavera scorsa, non risparmia le regioni del Sud, le più sguarnite sotto il profilo sanitario, le più depresse sotto il profilo sociale, a partire dalla Campania.


L'EMERGENZA SANITARIA SI AGGRAVA

Questo quadro drammatico fa la radiografia alla politica dei governi capitalisti e alla natura della società borghese. Innanzitutto in Italia.

La seconda ondata era prevedibile e prevista, ma il sistema sanitario è lo stesso del marzo scorso. C'è maggiore abbondanza di mascherine, grazie all'interessata conversione produttiva di diversi gruppi industriali opportunamente compensati (FCA). C'è un maggior numero di ventilatori polmonari e qualche letto di terapia intensiva in più. Ma tutto il resto è rimasto com'era. Ed è l'essenziale.
Mancano medici e infermieri ospedalieri, a partire da anestesisti e pneumologi. Mancano i tamponi e i medici di base che li somministrano, anche per l'assenza di strutture idonee in cui fare i test. Mancano i laboratori pubblici che li trattano (a vantaggio di quelli privati). Mancano i tracciatori – appena 9000 su scala nazionale – e dunque la possibilità di tenere sotto controllo i contatti dei positivi e la proliferazione del contagio. Mancano le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) per l'assistenza domiciliare dei quarantenati, e dunque l'intasamento ingestibile dei pronto soccorso. Mancano addirittura le autoambulanze, al punto che si è oggi costretti a bandire la gara. Mancano gli spazi e i letti per i ricoveri ordinari per altre patologie, anche gravi, col blocco obbligato in molte strutture persino dei reparti di chirurgia.
In una parola: la prima linea di contenimento della pandemia è crollata (tracciamento e diagnostica), la seconda linea (ospedaliera) è minacciata e in più punti travolta (Milano, Napoli, Genova).
Questo contesto drammatico rimanda in ultima analisi a una precisa responsabilità: i 37 miliardi di tagli alla sanità pubblica in dieci anni per foraggiare quella privata e pagare il debito pubblico alle banche. Tagli fatti e gestiti da tutti i governi e da tutti i partiti di governo, di ieri e di oggi, senza eccezione. Non uno può chiamarsi fuori, a destra come a “sinistra”. In questo quadro l'investimento irrisorio di 6 miliardi nella sanità nel 2020, contestuale a un aggiuntivo investimento doppio di 12 miliardi nella Difesa, non ha fatto che confermare il disastro, tanto più a fronte di una crescita esponenziale del contagio.


LA CRISI DEL TRASPORTO PUBBLICO

La precipitazione della crisi sanitaria si è combinata con l'incapacità strutturale del trasporto pubblico di garantire a pendolari e studenti le condizioni minime di sicurezza. È un punto chiave per comprendere la dinamica del contagio.

La riapertura delle scuole era stata presentata dal governo come fiore all'occhiello della ripresa dell'Italia “in sicurezza”, la bandiera della ritrovata normalità. È avvenuto l'opposto. Non solo per la mancata assunzione di molte migliaia di precari, l'aggiunta di nuovo precariato, la mancata riduzione del numero di alunni per classe, la carenza di nuovi spazi e strutture; ma perché lo spostamento di otto milioni di studenti richiedeva nelle condizioni sanitarie date una riorganizzazione radicale del sistema di trasporto pubblico (bus, tram, metropolitana, ferrovie regionali), con l'aumento massiccio dei mezzi e delle corse. Invece tutto, anche qui, è rimasto com'era. Una manciata di milioni alle Regioni, per lo più neppure spesi, per il resto ognuno si arrangi. Mentre è rimasto inutilizzato l'enorme parcheggio delle compagnie di trasporto private. Il risultato è stato la coincidenza della riapertura delle scuole con l'esplosione della seconda ondata. Non perché il contagio si prenda in classe (non più di quanto si prende altrove) ma perché si prende per arrivarci. Il numero di studenti positivi asintomatici è stato a sua volta il principale veicolo di diffusione del virus in famiglia, con effetto moltiplicatore e concentrato.


IL GOVERNO CONTE IN UNA CRISI DI NERVI

La moltiplicazione di un contagio fuori controllo ha prodotto nel governo una crisi di panico. I tre DPCM degli ultimi dieci giorni portano questo segno, ma nessuno di essi interviene sui fattori strutturali della crisi.

Nessun intervento reale sulla crisi sanitaria. La stabilizzazione di migliaia di infermieri con contratto a termine, già operanti in corsia, non ha cambiato di una virgola la condizione del servizio. Il bando di assunzione di 2000 nuovi tracciatori è un pannicello caldo nell'emergenza attuale. Né il richiamo di pensionati al lavoro può essere considerato diversamente. Per di più le Regioni rispondono al fallimento del controllo sulla diffusione del contagio con la proposta di abbandonare il tracciamento degli asintomatici, cioè con la resa sul punto decisivo del tracciamento.
Lo stesso vale per la questione del trasporto pubblico. Nessuna maggiorazione di mezzi e di corse. «Acquistare subito [!] centinaia di nuovi mezzi pubblici è impossibile» dichiara candidamente il Presidente del Consiglio in una lettera al Fatto Quotidiano (27 ottobre). Mentre centinaia di mezzi privati possono tranquillamente restare in rimessa perché evidentemente... la proprietà privata non si tocca.

Ma senza intervenire radicalmente sulla sanità e sul trasporto davvero si può fronteggiare l'emergenza?


LE CONSEGUENZE OBBLIGATE DI UNA POLITICA DI CLASSE

Prigioniero dei limiti della propria base di classe, il governo ha cercato la soluzione altrove. Richiude la scuola in presenza nelle superiori (perché un 75% di livello minimo a distanza, con il permesso alle regioni di estenderlo, significa generalizzare di fatto il 100% su cui si attestano oggi già sei Regioni); spinge lo smart working in tutta l'amministrazione pubblica (saltando peraltro ogni negoziato coi sindacati); chiude cinema e teatri; chiude bar e ristoranti dalle ore 18.

«Abbiamo ridotto tutte le occasioni di socialità che spingono le persone a uscire nelle ore serali e a spostarsi con i mezzi pubblici. Uscire la sera per andare al ristorante, cinema o teatro significa prendere mezzi pubblici o taxi [...] diminuendo le occasioni di socialità, abbassiamo anche il numero di contatti che ognuno di noi può avere rendendo così più facile fare i tracciamenti nel caso in cui una persona risulti positiva. Senza queste misure la curva è destinata a sfuggirci di mano»: così Giuseppe Conte spiega al Fatto Quotidiano la ratio dei provvedimenti assunti. E la ratio, a modo suo, c'è.
Ma è una ratio che spiega, più di quanto Conte vorrebbe, la natura del suo governo e della società borghese.

Invece di estendere il tracciamento con la massiccia assunzione di personale (che oltretutto dovendo telefonare e monitorare non richiede nel caso specifico una particolare formazione), il governo interviene solo sui tracciabili, dunque sulla “socialità”. Intendiamoci: diversamente da quanto affermano le idiozie negazioniste, una riduzione della socialità nelle condizioni di emergenza sanitaria è una misura necessaria, e può essere persino più drastica, sia localmente che a livello generale. Ma se la socialità deve reggere su di sé l'intero carico dell'emergenza perché non si interviene sui fattori strutturali, allora si producono precise conseguenze, tanto obbligate quanto spiacevoli.
La scuola a distanza può essere a certe condizioni ed entro certi limiti una soluzione di emergenza obbligata, non lo vogliamo negare. Ma estenderla al 100% della scuola superiore, primi anni inclusi, significa penalizzare una fascia consistente di studenti di famiglie povere, sopprimere la attività di laboratorio (che negli istituti tecnici è centrale), danneggiare gli studenti disabili, favorire la dispersione scolastica, in particolare nel Meridione. Mentre tagliare cinema, teatro, cultura significa tagliare uno spazio di relazione sociale particolarmente prezioso proprio nel clima della pandemia, oltre che gettare su una strada altre decine di migliaia di lavoratori precari.

Peraltro la socialità su cui si interviene suscita non pochi interrogativi. «Uscire la sera per andare al ristorante, cinema, teatro significa prendere mezzi pubblici», d'accordo. Ma uscire al mattino per andare in fabbrica non significa fare lo stesso, in misura anche più concentrata? La produzione evidentemente non si tocca a priori, al pari dei trasporti, o della santissima messa.
A marzo si evitò di recintare come zona rossa i comuni della bergamasca, pur di inchinarsi ai diktat di Confindustria, generando il più alto tasso di contagio e di morti sull'intero pianeta. Un crimine ancora impunito. Nelle settimane di lockdown si permise di fatto a migliaia di aziende di continuare a produrre anche in situazioni di massimo rischio attraverso gli accordi locali con le prefetture. Oggi si evita di realizzare, o si ritardano, possibili e veri lockdown mirati nelle città di massimo contagio (come Milano e Napoli) per non indispettire uno nuovo stato maggiore confindustriale già gravato dal brusco calo dei profitti e proteso a batter cassa su tutta la linea. La risultante obbligata è colpire scuola e cultura. Non è una risultante neutra. È un risvolto dell'incapacità del capitale di venire a capo dei problemi che crea senza ledere la maggioranza della società.


LA CRISI DI CONSENSO SOCIALE DEL GOVERNO

Questa gestione della seconda ondata incappa in una diffusa ostilità sociale. Anche da questo punto di vista la differenza con la primavera scorsa è profonda.
Nei mesi di marzo e aprile, di fronte a un'esperienza di massa traumatica e inedita in cui si era sprofondati all'improvviso, il senso comune popolare è stato di affidamento al governo. Non sono mancate le contraddizioni sociali, a partire dagli scioperi operai, ma l'elemento prevalente fu una relativa fiducia nell'autorità costituita e in particolare nella presidenza del Consiglio, vista come figura protettrice e paterna. Questo affidamento all'autorità ha avuto peraltro il proprio riflesso nello stesso esito delle elezioni regionali, col successo indifferenziato dei governatori.
Oggi molto è cambiato, e molto in fretta. La crisi sociale precipita. Le deboli avvisaglie di ripresa industriale sono state gelate dalla seconda ondata del contagio e dalle nuove obbligate restrizioni. Tutta la fanfara retorica del governo attorno al recovery fund e alla mano salvifica dell'Europa è rapidamente evaporata. Il disincanto sociale si tramuta in un sentimento di paura, disorientamento, sfiducia.
Lo si vede e si sente negli ospedali, dove medici e infermieri si vedono ripiombati in prima linea in un incubo già vissuto e con energie logorate dalla fatica. Lo si vede nella scuola, scossa da una sequenza impressionante di disposizioni contrastanti, e di ripetuti dietrofront, tra riaperture e nuove chiusure, in un clima di incertezza totale. Lo si vede nelle fabbriche, dove si vive col fiato sospeso la spada di Damocle dello sblocco dei licenziamenti sullo sfondo del mancato rinnovo dei contratti, a partire da quello dei metalmeccanici.

Ma la prima linea di faglia su cui il governo inciampa non viene dal lavoro dipendente. Viene dalla piccola borghesia e dalla sua reazione alla chiusura degli esercizi dopo le ore 18. È la mobilitazione delle associazioni di settore che ha fatto il proprio esordio a Napoli con le manifestazioni di venerdì 23 ottobre contro il governatore De Luca, in un intreccio confuso con settori sottoproletari della città, ma ha soprattutto trovato la propria proiezione nei giorni successivi con le manifestazioni contro il governo e il suo DPCM nelle piazze di diverse città. È in larga misura la base sociale tradizionale della destra, attorno alle proprie organizzazioni professionali e di categoria (Confcommercio, Federalberghi, RetImpresa...). La Lega, FdI, Forza Italia, le loro giunte regionali, i loro sindaci, si sono schierati con le manifestazioni o ne sono stati in qualche caso gli organizzatori. L'obiettivo delle organizzazioni di settore è ottenere o il ripristino delle proprie attività o uno spostamento delle fasce orarie della chiusura, o in ogni caso un ristoro consistente del fatturato perduto. Il governo, diviso al suo interno e in evidente difficoltà, prova a offrire alle classi medie un trattamento compensativo di riguardo: un ristoro sino a quattro volte superiore a quello concesso col decreto di marzo, e rivolto anche a imprese con un fatturato superiore a cinque milioni. Per ottenerlo sul proprio conto corrente non si deve fare domanda, è sufficiente il riferimento al codice Ateco. Certo un trattamento diverso da quello riservato ai salariati del settore, ai quali viene destinato un sussidio una tantum di mille euro, che nel caso di percettori del reddito di cittadinanza sarà condizionato a paletti stringenti, fiscali e patrimoniali. In altri termini, il sostegno alle imprese è incondizionato, quello ai lavoratori no. Due pesi e due misure divisi da un confine di classe.

Parallelamente si muove il terzo settore legato alle attività culturali e artistiche colpite dal decreto governativo, ARCI in testa, con il sostegno di un vasto ambiente intellettuale e progressista. Un settore che giustamente chiede che senso ha chiudere cinema e teatri mentre in diverse Regioni si lasciano aperte le sale bingo. Questa mobilitazione è più limitata di quella delle classi medie tradizionali, ma interviene direttamente sulle contraddizioni interne al blocco sociale di centrosinistra. Per questo il Presidente del Consiglio cerca anche qui di tamponare la falla rispondendo direttamente a Riccardo Muti dalle colonne del Corriere, anche qui offrendo ristori immediati agli imprenditori del settore, e un trattamento differenziato ai relativi salariati.


PER L'IRRUZIONE SULLA SCENA DELLA NOSTRA CLASSE

La presenza ancora mancante è quella del movimento operaio attorno alle proprie ragioni di classe indipendenti.
La massa dei salariati è enorme. Durante il lockdown della primavera scorsa, quando si doveva tutti restare a casa, 16,218 milioni di salariati hanno continuato a lavorare, reggendo sulle proprie spalle il peso intero dell'emergenza. Oggi sono al lavoro 20,626 milioni di persone, l'86% del totale degli attivi. Tutta l'attenzione è concentrata sulle chiusure di bar e ristoranti alle 18; pochi hanno presente che milioni di operai lavorano dalle 5 alle 18 o alle 24, a partire da un personale sanitario spesso impegnato in turni massacranti di dodici ore per sopperire alla mancanza degli organici, e che non hanno visto un euro dei famosi soldi promessi agli “eroi”. E soprattutto i milioni di lavoratori e lavoratrici dell'industria, sottoposti nelle condizioni peggiori ad una disciplina di fabbrica sempre più dispotica, con un contratto vacante e la minaccia pendente del licenziamento.

Questa è la classe che non è ancora entrata sulla scena. Pesa come un macigno il calmiere della burocrazia sindacale, così come il lascito di un lungo ciclo di arretramenti, delusioni, sconfitte. Ma le sconfitte non sono mai per sempre, anche quando appaiono insuperabili. Nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro si è accumulata negli anni una montagna di fascine. Umiliazioni subite in silenzio da milioni di uomini e di donne lasciano un deposito profondo in chi le vive. Le classi dominanti lo sanno, e ne parlano nei propri salotti. Lo spettro della vera ribellione sociale ai loro occhi non è quella dei cassonetti bruciati ai margini di qualche manifestazione, ma è quella dello sciopero di massa e l'ingovernabilità del conflitto. Per questo lo stesso Bonomi che vuole lo scalpo degli operai cerca nonostante tutto il coinvolgimento della burocrazia che li controlla. Per questo la burocrazia che li controlla offre ai padroni la funzione preziosa di calmiere.

Sino a quando reggerà questo precario equilibrio?
Questo è l'interrogativo centrale che sottende non solo la vicenda sindacale ma l'intero scenario politico. Senza l'irruzione sulla scena dell'azione di classe del proletariato saranno le classi medie a occupare il palcoscenico, dando una propria forma alla contestazione sociale del governo. Sino a trascinare con sé in qualche caso ambienti sottoproletari o domande sociali che sono oggi prive di un riferimento alternativo. Ma quando la classe operaia entrerà sulla scena, con le proprie forme di lotta, e in una dimensione di massa, allora e solo allora si aprirà uno scenario nuovo. Uno scenario nel quale sia la massa dei disoccupati sia i settori declassati della piccola borghesia potranno disporre di un nuovo polo di aggregazione e ricomposizione, e di una nuova parola d'ordine: i necessari lockdown li paghino i padroni, non i lavoratori, i disoccupati, le partite Iva, i piccoli esercizi.

Lavorare a questa prospettiva è il compito di tutte le avanguardie di classe, politiche e sindacali, ovunque collocate. L'importante assemblea nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi/e che si è tenuta a Bologna il 27 settembre, le iniziative di piazza promosse il 24 ottobre, possono e debbono porsi in questa prospettiva generale: quella di un fronte unico di classe e di massa attorno a una piattaforma di lotta indipendente.
La voce dell'avanguardia di classe e di un programma anticapitalista deve cercare già nelle prossime settimane un proprio spazio di visibilità e di rilancio su tutto il territorio nazionale, magari a partire dalla lotta degli operai della Whirlpool e dall'assemblea aperta da loro convocata il 31 ottobre. Il PCL naturalmente ci sarà, come sempre.

Partito Comunista dei Lavoratori

Nuova emergenza, vecchio dramma

 


Pubblica responsabilità e responsabilità pubblica

12 Ottobre 2020

Una seconda ondata del contagio Covid-19 si è levata in larga parte d'Europa, a partire dalla Francia, dalla Spagna, dalla Gran Bretagna. In Italia il contagio ha ripreso a salire con una forte accelerazione, e una pesante concentrazione in alcune regioni del Sud, particolarmente in Campania. Il governo dispone misure più rigide in fatto di prevenzione sanitaria e si appella al comportamento corretto delle persone: usare le mascherine, mantenere i distanziamenti necessari, lavare frequentemente le mani. Disposizioni di buon senso sanitario, che solo l'imbecillità reazionaria dei complottisti e dei negazionisti può contestare.

E tuttavia questo appello alla pubblica responsabilità nasconde paradossalmente la responsabilità pubblica di chi lo promuove. Mancano i tamponi necessari, con code interminabili e umilianti davanti ai pronto soccorso; mancano i test rapidi salivari e sierologici, col conseguente ricorso obbligato (e costoso) al privato; manca spesso il tracciamento da parte delle ASL, a causa della drammatica penuria di personale; mancano medici e infermieri necessari per l'esecuzione dei test e i laboratori che li trattino; mancano le dosi necessarie del vaccino antinfluenzale, conteso tra regioni e farmacie; mancano molte migliaia di insegnanti perché non sono stati assunti coloro che ne avevano diritto; mancano i mezzi pubblici necessari per portare gli studenti a scuola in condizione di sicurezza.

Eppure sono trascorsi più di sei mesi dall'inizio della pandemia, tutti sapevano di una possibile seconda ondata in autunno, il governo si era prodigato quotidianamente in solenni rassicurazioni dell'opinione pubblica circa il fatto che nulla sarebbe stato più come prima. Invece tutto in sostanza è rimasto com'era, se si esclude l'aumento dei letti per la terapia intensiva. Nel mentre si allunga tragicamente la lista d'attesa per i malati di altre gravi patologie, a partire dai malati oncologici.
Chi si arricchisce in questa tragedia è solo la sanità privata, quella che a marzo aveva destinato al Covid... l'1% delle proprie prestazioni. Quella che ogni giorno “si lava le mani” mentre intasca i dividendi in Borsa.

La società borghese è un malato incurabile. Chi vuole risanarla è un illuso, non meno di chi pensa che possa scomparire per morte naturale.

Occorre che il movimento operaio e tutte le sue organizzazioni si battano per un investimento massiccio nella sanità pubblica, finanziato da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco: per assicurare screening, tracciamento, tamponi a tutti coloro che ne hanno bisogno; per predisporre ovunque presidi sanitari territoriali preposti a test e controlli, con la piena assunzione immediata del personale necessario; per assicurare in ogni scuola e luogo di lavoro una adeguata presenza medica; per ricostruire la medicina territoriale; per una sanità interamente pubblica, universale, gratuita, liberata dal mercato e dal profitto.

Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà realizzare compiutamente tutto questo. Solo una rivoluzione può aprirgli la via.

Partito Comunista dei Lavoratori

La condizione degli eroi

I lavoratori e le lavoratrici della sanità e il cinismo ipocrita dei capitalisti

27 Marzo 2020
Medici, infermieri, barellieri, personale di cucina e delle pulizie, un popolo. Il popolo della sanità, oggi al fronte. C'è un naturale sentimento di ammirazione e ringraziamento da parte di tutti per il lavoro del personale sanitario sul fronte di guerra del coronavirus. C'è in quel lavoro una componente di generosità e di coraggio, la consapevolezza di un ruolo sociale e solidale verso altri esseri umani, che è merce rara dopo tanti anni di reazione politica e culturale. Una merce che invece è assente ai piani alti della società borghese. Ciò che più indigna infatti è il trattamento cinico che le classi dirigenti riservano proprio ai lavoratori e alla lavoratrici della sanità.

Tutti conoscono ormai gli orari di lavoro massacranti cui questi lavoratori sono oggi costretti, dalle dodici alle quindici ore giornaliere: un carico “obbligato” non solo dal numero dei ricoveri e degli assistiti, ma anche e soprattutto dal taglio di decine di migliaia di posti di lavoro negli ospedali italiani nel corso degli ultimi 30 anni, sotto i governi di ogni colore, per pagare il debito pubblico alle banche ed elargire miliardi alle imprese. Incluse ovviamente le imprese della sanità privata.

Così tutti sanno della mancanza di dispositivi di sicurezza adeguati per il personale, con operatori costretti a indossare per diversi giorni la stessa mascherina o gli stessi guanti persino nei reparti della terapia intensiva, proprio dove l'esposizione al contagio è più diretta. Ciò che spiega l'altissima percentuale di morti tra medici e infermieri, non solo in Italia, ma anche in Spagna e in Francia.

Invece non tutti conoscono altri aspetti della loro condizione. Un numero esorbitante di contratti a termine, stipendi miserabili, mancato rinnovo contrattuale (nella sanità privata da ben 13 anni!), pochissime ore di formazione professionale per tagliare i costi aziendali, divieto di congedo parentale, impossibilità di denunciare pubblicamente la propria condizione di servizio senza incorrere nel reato di procurato danno all'azienda, ciò che significa licenziamento certo. Insomma, una situazione di ricatto e di impotenza, resa oggi ancor più pesante non solo dal numero delle ore di lavoro, ma dallo stress emotivo della relazione quotidiana con persone in pericolo di vita, disperatamente sole, per le quali il medico e l'infermiere non è solamente tale ma diventa spesso l'unica presenza affettiva disponibile. Solo se si guarda complessivamente a questa situazione di lavoro si comprendono le conseguenze gravi che a volte ne discendono: la scelta delle dimissioni, in qualche caso estremo persino il suicidio.

Ora, di fronte a tutto questo, fa veramente ribrezzo che la grande stampa borghese, quella che ha predicato per decenni i tagli alla sanità, riservi a questi lavoratori la patente di “eroi”. Tanto più se viene affibbiata, come ieri è accaduto, dal presidente di Confindustria lombarda (Bonometti), primo responsabile della strage quotidiana di Bergamo e di Brescia, escluse per sua volontà dalle misure di Codogno per non turbare produzione e profitti delle imprese metalmeccaniche. Quanto al governo, il prezzo attribuito ai lavoratori della sanità, come ad altri, è un premio di 100 euro in più in busta paga. Un eroismo davvero a basso costo, non c'è che dire. Nulla a confronto dei grassi dividendi di oltre 5 miliardi che le grandi banche tricolore (Intesa Sanpaolo, Banco BPM, UBI, BPER, Unicredit) riservano proprio nella giornata di oggi ai rispettivi grandi azionisti. Respingendo oltretutto l’invito della Federazione bancaria europea (EBF) a rinviare la spartizione degli utili a un momento più “consono”.

Sì, siamo in guerra. Una grande guerra. Coi generali che mandano la truppa a crepare in trincea mentre loro si spartiscono il bottino. Ma i dopoguerra riservano a volte spiacevoli sorprese agli stati maggiori. Così è stato nel secolo scorso, così potrebbe succedere domani.
Partito Comunista dei Lavoratori