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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir
Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...
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Il Senato affossa il DDL Zan, la lotta prosegue nelle piazze e nell’autorganizzazione
Per il rilancio di una lotta anticapitalista e rivoluzionaria per i diritti civili
Secondo qualcun* quanto accaduto nell’aula del Senato sarebbe disgustoso in un paese civile. In questa sede non possiamo esimerci dal dire che i fatti in questione non mettono in dubbio il grado di civiltà di un singolo paese, ma confermano invece la nostra analisi sul grado di civiltà di un intero sistema.
Facciamo un passo indietro. Il giorno 27 ottobre il Senato è stato chiamato a votare a scrutinio segreto la cosiddetta “tagliola” (voluta da Lega e Fratelli d’Italia) sul DDL Zan. La “tagliola” è un provvedimento previsto dall’articolo 96 del Capo XII del Regolamento del Senato. Si tratta della proposta, che può essere avanzata da singole senatrici e singoli senatori, di non procedere all’esame dei vari articoli di cui si compone un disegno di legge. Quando tale richiesta viene approvata l’iter del disegno di legge in oggetto viene bloccato e sostanzialmente deve essere ridiscusso, dopo almeno sei mesi dal voto, con una nuova proposta di legge, dalla commissione competente. Durante la seduta del 27 ottobre tale misura è stata approvata con 154 voti favorevoli, 131 voti contrari e 2 astensioni, portando alla fine del percorso della proposta di legge “contro omofobia, misoginia e abilismo”.
Prima di tutto, vogliamo esprimere sinceramente la nostra solidarietà e unirci alla sacrosanta rabbia di tutte le persone LGBTQIA+, di tutte le donne* e di tutte le persone con disabilità che continueranno a subire senza alcuna tutela il peso dell’esistenza all’interno di un sistema capitalista, cis-eteronormativo e patriarcale. Una legge contro l’omo-lesbo-bi-transfobia, la misoginia e l’abilismo è una necessità urgente e quanto accaduto in questi giorni si configura come un attacco violento e diretto contro la vita di tutte queste persone e come tale va contrastato.
Il voto di pochi giorni fa conferma per l’ennesima volta la bancarotta definitiva e irreversibile di qualsiasi illusione riformista. Qualsiasi proposta di cambiamento calata dall’alto è destinata al fallimento e all’oblio entro questa compagine sociale. Questo non a causa dei contenuti, dei modi o delle forme di tale cambiamento, ma semplicemente perché il sistema capitalista non è e non è mai stato riformabile.
Oltretutto smaschera anche la natura opportunista dei sostenitori della legge a partire dal PD, che cerca già di smarcarsi goffamente dalla sconfitta distribuendo responsabilità e accuse a destra e a manca (peraltro senza tenere conto della propria fronda interna subordinata ai diktat delle gerarchie cattoliche), fino al M5S, che continua ad alternare prese di posizione apparentemente progressiste con uscite degne della più becera reazione, passando per Italia Viva, che per prima ha accolto le richieste di revisione della legge proposte dal centro-destra finalizzate alla rimozione del concetto di identità di genere e della conseguente tutela delle persone transgender e non binarie, e infine per le insignificanti e inconsistenti rimostranze dei radicali (+Europa) e di Liberi e Uguali.
È necessario ribadire che ancora una volta l’avanzamento dei diritti civili non è stato affossato, come si sente dire da più parti in questi giorni, per l’eccessiva radicalità della proposta. Vale la pena ricordare che il DDL Zan è una legge, seppur necessaria, con grandi limiti politici e culturali, caratterizzata da un impianto espressamente punitivo che lascia intatta la struttura su cui si sviluppa l’oppressione e la discriminazione, oltre che dalla tendenza sistematica ad invisibilizzare molte soggettività LGBTQIA+. Altrettanto importante è ricordare che i proponenti e i sostenitori del DDL Zan, lungi dalla linea dura e muscolare di cui sono stati accusati, hanno cercato in più occasioni di giungere a patti con la controparte politica proponendo o accettando talvolta modifiche ulteriormente a ribasso del testo.
Ancora una volta l’illusione è crollata su sé stessa a causa della fragilità delle proprie fondamenta: l’assenza di un movimento ampio e combattivo (malgrado non siano assenti esperienze anche molto positive in diverse città), l’atteggiamento delle direzioni del movimento LGBTQIA+ mainstream volte a delegare tutte le proprie “lotte” in sede istituzionale, l’attuale debolezza del movimento LGBTQIA+ e femminista dopo due anni di pandemia e l’incapacità di far convergere in modo generalizzato le lotte per i diritti civili e la lotta di classe, la lotta transfemminista e le lotte del movimento operaio, in una fase storica di arretramento della coscienza di classe che rende difficile ogni avanzamento – ma persino la difesa – dei diritti civili e sociali, sono fattori che vanno sommati al tradimento operato dal centrosinistra in Parlamento.
D’altra parte non possiamo ovviamente restare indifferenti di fronte all’atteggiamento trionfale tenuto dalle forze reazionarie, clericali e fasciste dopo l’affossamento della legge tantomeno in un periodo caratterizzato da numerose espressioni reazionarie (come, per esempio, l’assalto squadrista alla CGIL oppure le “grandi” manifestazioni No green pass che si avvicendano di continuo nelle nostre città). Questa purtroppo è una vittoria che assume un significato simbolico molto importante nel quadro della conservazione dello status quo classista e patriarcale e nell’ottica di un rilancio dell’offensiva clerico-fascista e oscurantista contro i diritti civili e le soggettività oppresse.
La nostra reazione non può ridursi a sporadiche azioni difensive e a espressioni pubbliche di sdegno e rabbia, come le proteste che in questi giorni stanno animando le piazze di Roma, Milano, Torino e altre città italiane. Ad esse (indubbiamente positive in questo preciso momento) deve legarsi la volontà di organizzarsi e di lottare con pratiche radicali contro capitalismo e cis-eteropatriarcato.
È necessario – ora più che mai – perseverare nell’attuazione di un programma rivoluzionario e di classe che, unendo tutt* l* sfruttat* e tutt* l* oppress* attorno alle parole d’ordine della rottura e del sovvertimento radicale del paradigma capitalistico, possa finalmente portare a compimento una società socialista libera da ogni forma di sfruttamento, violenza e oppressione.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere
La polizia e la piazza di Trieste
20 Ottobre 2021
Siamo contro la violenza poliziesca anche quando si esercita contro ambienti e manifestazioni reazionarie. Perché è la stessa violenza poliziesca che colpisce le battaglie classiste e le ragioni del lavoro. Per questo condanniamo lo sgombero poliziesco del presidio di Trieste.
Detto questo, è bene chiarire cosa concretamente è avvenuto, fuori da ogni leggenda e mitologia.
L'accesso al porto non era bloccato dai portuali, come hanno continuato a ripetere i giornali. Il gruppo dei portuali del sindacato autonomo di destra che il giorno 15 aveva proclamato il blocco a oltranza annunciando la sollevazione generale per il ritiro del green pass aveva già ripiegato in meno di 48 ore, prima dicendo che i lavoratori che avessero voluto lavorare avrebbero potuto farlo tranquillamente, poi annunciando che tutto era finito in cambio di un incontro (promesso) con un ministro (forse). Non male per quella che doveva essere una... rivoluzione.
Il portavoce del coordinamento portuali Stefano Puzzer era stato per questo minacciato dalla parte più reazionaria del suo stesso ambiente, capitanata dal noto pugile di Forza Nuova Fabio Tuiach, e pertanto costretto alle dimissioni. In compenso, mentre i pochi portuali rimasti, tra loro divisi, hanno levato il disturbo, la scena è stata occupata dal movimento no vax e no green pass di Trieste, elettoralmente rappresentato dalla Lista Tre V ("Vaccini Vogliamo Verità"), e rinfoltito dalle presenze solidali provenienti da altre città. Un ambiente eterogeneo e pittoresco, popolato dai soggetti più disparati: portatori di croci e della Madonna di Medjugorje, piccolo-borghesi inferociti, avvocati del diritto violato, un po' di studenti. Dei novecento portuali triestini meno di due decine, a dir tanto. Da qui è nato il nuovo “coordinamento 15 ottobre”, che coi portuali non c'entra nulla, e che ha eletto Puzzer a portavoce. Alla testa del nuovo coordinamento stanno i peggiori figuri, a partire da Dario Giacomini, già candidato di CasaPound alle elezioni politiche del 2013, radiato dall'Ordine dei Medici per le sue campagne contro il vaccino, leader della FISI (Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali), il sindacato reazionario che aveva formalmente indetto lo sciopero al porto di Trieste.
La polizia ha sgombrato questo presidio, sotto la pressione dell'Autorità portuale, dei terminalisti ed armatori preoccupati dei propri affari, ma anche di un governo e di una ministra degli interni Lamorgese che dovevano mostrare il pugno duro per riabilitare la propria immagine dopo la copertura fornita ai fascisti nell'attacco alla sede della CGIL. La piazza di Trieste si prestava alla perfezione per l'occasione, per inaugurare una gestione più muscolare delle manifestazioni di piazza, rodando strumenti e forme d'intervento utili per il futuro. Forme d'intervento peraltro già praticate con determinazione e violenza bel superiori contro i picchetti degli operai immigrati della logistica, per fare solo un esempio.
La verità è che il governo sta usando le manifestazioni no vax e no green pass per limitare ancor di più lo spazio di libera manifestazione, restringere la libertà dei cortei, imporre solo manifestazioni stanziali ecc. La stessa manifestazione nazionale di Roma del 30 ottobre contro il G20 sarà oggetto di nuove “attenzioni” del ministro degli interni e dei corpi repressivi.
Per tutte queste ragioni siamo contro la repressione dello Stato anche quando si esercita contro manifestanti reazionari. Affilano le armi contro gli altri per usarle contro i lavoratori e le lavoratrici.
Partito Comunista dei Lavoratori
Giù le mani dei fascisti dalla CGIL!
Per l'autodifesa delle lavoratrici e dei lavoratori dalla violenza fascista e reazionaria. Per una svolta radicale della politica del sindacato
15 Ottobre 2021
Testo del volantino per la manifestazione del 16 ottobre
Questo è il volantino che il PCL distribuirà domani alla manifestazione antifascista convocata da CGIL, CISL e UIL dopo i fatti di sabato scorso. Parteciperemo alla manifestazione con le nostre bandiere, un nostro striscione, le nostre parole d'ordine; contro i fascisti ma da un'angolazione di classe indipendente. In solidarietà con la CGIL contro l'attacco fascista, ma senza un grammo di sconto alla sua burocrazia dirigente, alla sua politica, alle sue enormi responsabilità di fronte ai lavoratori e alle lavoratrici.
L’attacco fascista alla sede nazionale della CGIL è un atto infame. I fascisti non attaccano una politica sindacale ma il sindacato in quanto tale, ossia il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a una propria organizzazione, a tutela degli interessi della propria classe. È la natura stessa del fascismo, che si distingue da ogni altra espressione reazionaria proprio perché mira alla distruzione di tutte le organizzazioni del movimento operaio. Oggi le organizzazioni fasciste usano il movimento reazionario No vax e No green pass come proprio terreno di pascolo, di reclutamento, di organizzazione. L’attacco fascista del 9 ottobre è frutto di questa miscela.
Contro le organizzazioni fasciste è necessaria un’azione indipendente del movimento operaio. Affidarsi allo Stato è un'illusione, come dimostra l’intera esperienza del dopoguerra. Le leggi antifasciste già ci sono ma non hanno portato a risultati, o perché non vengono applicate o perché non producono effetti concreti. Lo scioglimento di Ordine Nuovo (1973), di Avanguardia Nazionale (1976), del Fronte Nazionale (2000) non ha cancellato la presenza dei fascisti, che si sono riorganizzati ogni volta in altre forme e sotto altre sigle. Ed oggi Fratelli d’Italia e la Lega provano addirittura a far leva sulla proposta di scioglimento di Forza Nuova per invocare misure liberticide contro le organizzazioni comuniste, sventolando la squallida mozione del Parlamento Europeo che equipara nazismo e comunismo.
La violenza reazionaria non è solo quella delle organizzazioni fasciste, che ha la sua specificità. È anche quella delle squadre di picchiatori assoldati dalle aziende contro i picchetti di lavoratrici e lavoratori in sciopero, nella logistica, alla FedEx, alla Texprint. Una violenza incoraggiata dalle leggi contro gli immigrati, dalla tolleranza degli abusi padronali, dalla copertura dello Stato. I decreti Salvini e la criminalizzazione delle forme di resistenza sociale (picchetti, blocchi stradali, etc.) ha moltiplicato i casi di repressione aziendale, poliziesca, giudiziaria contro le lotte operaie.
Tutto questo va contrastato e respinto. Contro le organizzazioni fasciste e ogni forma di violenza reazionaria le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a difendersi, a difendere le proprie Camere del lavoro, le proprie pratiche di lotta, i propri spazi, le proprie conquiste. La cultura dell’autodifesa appartiene alla storia migliore del movimento operaio. Se i fascisti vogliono riproporre azioni squadriste da anni ’20, allora le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a rispondere: presidiando le Camere del lavoro, organizzando la difesa dei picchetti, opponendo alla forza reazionaria la propria forza organizzata. Lo stesso vale contro le azioni squadriste di picchiatori o crumiri.
Parallelamente va rivendicata la cancellazione dei decreti Salvini, sia nella parte che criminalizza i migranti sia in quella che attacca i diritti di lotta del movimento operaio. Come va respinta la pretesa del governo Draghi e del Ministro degli Interni Lamorgese di restringere ulteriormente i diritti di manifestazione prendendo a pretesto l’aggressione fascista di sabato scorso. Far leva sulle azioni fasciste per restringere la libertà di manifestare è un'operazione inaccettabile che la CGIL ha il dovere di contrastare.
In realtà è tutta la politica sindacale a essere chiamata a un cambio di rotta. Come siamo intransigenti nel difendere la CGIL dalle minacce fasciste, così vogliamo essere netti nel giudicare la linea del suo apparato dirigente, che consideriamo disastrosa, sindacalmente e politicamente. Da anni e decenni si insegue la concertazione con il padronato e i suoi governi, cioè la trattativa sulla piattaforma della controparte. Prima sulla scala mobile; poi sulla precarizzazione del lavoro, le privatizzazioni, i tagli sociali; poi ancora sulle pensioni, con le ridicole tre ore di sciopero contro la Legge Fornero, che hanno regalato a Salvini milioni di voti operai; infine, persino sui licenziamenti, concedendo a padroni e governo lo sblocco in cambio di un “avviso comune” che è solo una truffa. Parallelamente si sono abbandonate a loro stesse centinaia di vertenze per la difesa del lavoro, senza dar loro una indicazione unificante né in fatto di rivendicazioni né in fatto di forme di lotta e di organizzazione.
Il risultato di tutto questo è uno solo: i padroni si sono rafforzati, la precarietà del lavoro è dilagata, e le morti sul lavoro ne sono una misura agghiacciante. Ma soprattutto è arretrata la coscienza delle masse. Milioni di lavoratrici e lavoratori, sentitisi senza tutela, hanno cercato a destra quello che non trovavano a sinistra, finendo con l’essere dirottati contro falsi bersagli: ieri contro i migranti e oggi magari contro i vaccini. Lo stesso movimento No vax e No green pass catalizza, su basi reazionarie, diversi motivi di malcontento. Lo spazio dei fascisti è figlio di questo clima.
La direzione della CGIL non può chiamarsi fuori da questo bilancio. In quanto direzione del più grande sindacato di massa, ne porta per intero la responsabilità. Eppure, vediamo che persevera come se nulla fosse accaduto. Persino i fatti di sabato scorso sembrano diventare una leva di accreditamento presso il governo Draghi, nel segno dell’abbraccio tra Draghi e Landini. Un abbraccio che non è solamente uno scatto d’immagine ma la cornice simbolica di una politica, una politica di unità nazionale con il governo del capitale finanziario. Lo stesso che liberalizza i licenziamenti, peggiora il reddito di cittadinanza, abbassa la tassazione delle rendite finanziarie, cancella persino l’elemosina di Quota 100, destina alla sanità pubblica l’ultima voce di spesa tagliando per di più l’IRAP che la finanzia. Continuare a sostenere di fatto questo governo, come fa Landini, significa disarmare le lavoratrici e i lavoratori, e alimentare anche nelle loro file gli umori peggiori.
Occorre allora un’altra direzione del sindacato e della CGIL. Occorre un sindacato che unifichi le vertenze del lavoro, che costruisca una cassa nazionale di resistenza, che dica che le lavoratrici e i lavoratori debbono occupare le aziende che licenziano, come hanno fatto in GKN, e che rivendichi la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Occorre un sindacato che si batta per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro e per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore pagate 40. Occorre un sindacato che chieda il raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica, finanziato dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche e da una patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco. Un sindacato che recuperi insomma la propria autonomia dai padroni e dal governo, e per questo possa unire le lavoratrici e i lavoratori in un vero sciopero generale.
Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte in CGIL e in ogni sindacato classista per questa svolta generale di indirizzo. Per restituire il sindacato a lavoratrici e lavoratori. Per unirli in una lotta comune, al di là di ogni diversa appartenenza sindacale. Per ricondurre ogni loro lotta alla prospettiva di un loro governo. Un governo anticapitalista, basato sulla forza e l’autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori. L’unico governo che possa cambiare davvero le cose.
Partito Comunista dei Lavoratori
Squadrismo fascista, no vax, autodifesa
10 Ottobre 2021
L'attacco squadrista del 9 ottobre a Roma contro la sede nazionale della CGIL richiede alcune considerazioni aggiuntive rispetto al comunicato che abbiamo pubblicato, anche a fronte di alcuni elementi di confusione presenti nello stesso dibattito dell'avanguardia, o di posizioni che riteniamo profondamente sbagliate.
La prima considerazione riguarda la natura dell'atto compiuto, la sua matrice, il suo retroterra. Su questo non possono esserci dubbi o rimozioni di sorta. Si è trattato di un atto squisitamente fascista, guidato dai massimi dirigenti politici (Roberto Fiore) e militari (Giuliano Castellino) di Forza Nuova, per l'occasione affiancati da squadristi riconosciuti di altre formazioni di estrema destra, inclusi i capi delle curve (Verona in primis). Un atto non improvvisato, ma preparato e organizzato per tempo, nel quadro di una manifestazione nazionale, come tale convocata con post e locandine on line, con simbologie tricolori e parole d'ordine di Forza Nuova. Un atto che rientra nella peggiore tradizione del movimento fascista, come sa chiunque conosca la storia d'Italia, e non solo.
L'attacco è stato rivolto contro la sede nazionale del principale sindacato italiano. Non è un fatto casuale. Il movimento fascista si distingue storicamente da ogni altra espressione reazionaria proprio perché mira in ultima analisi alla distruzione di tutte le organizzazioni del movimento operaio, dalle più moderate alle più radicali. L'aggressione alle Camere del lavoro fu infatti l'esordio dello squadrismo un secolo fa.
Nessuna considerazione sulla politica della burocrazia sindacale può giustificare il rifiuto di condannare l'azione squadrista e/o il rifiuto di dare la solidarietà all'organizzazione sindacale aggredita. Non è questa infatti la tradizione dei comunisti rivoluzionari.
La burocrazia sindacale della CGL di un secolo fa era la stessa che aveva tradito il biennio rosso, che giunse a siglare il patto di pacificazione coi fascisti nel 1921, che finirà con l'accettare il proprio scioglimento da parte del governo fascista nel 1925 (Patto di Palazzo Vidoni). Alcuni dei suoi massimi dirigenti passeranno dalla parte del regime dopo le leggi eccezionali. E allora? I comunisti che combattevano questa politica della burocrazia con tutte le proprie forze furono in prima fila a difendere le Camere del lavoro dallo squadrismo, lasciando sul campo per questo centinaia di morti e feriti. Perché difendere le Camere del lavoro non era difendere la burocrazia ma il sindacato, la propria organizzazione di classe, più in generale il proprio diritto ad avere un sindacato.
Così, su un piano diverso, nel secondo dopoguerra. La CGIL di Di Vittorio – nata in contrapposizione alla CGL classista di Napoli con un'operazione burocratica diretta da Togliatti – era quella che tra il 1943 e il 1947 difese i governi di unità nazionale con Badoglio, Bonomi, de Gasperi, e quindi la loro politica di sacrifici, sblocco dei licenziamenti, incremento dello sfruttamento, ritorno dei vecchi padroni (come Valletta), e persino l'amnistia per gli aguzzini fascisti decretata da Togliatti, ministro di Grazia e giustizia. Fu la stessa burocrazia stalinista che nel 1948 tradì l'enorme sciopero generale spontaneo in reazione all'attentato a Togliatti abbandonando decine di migliaia dei propri militanti alla vendetta dei padroni e di Scelba. Eppure, quando dopo il 1948 si scatenò la reazione contro il movimento operaio, e si moltiplicarono gli attacchi a diverse Camere del lavoro, tutti i militanti classisti difesero la CGIL dalla reazione condannando senza riserve le aggressioni. Perché difendevano il proprio sindacato, e più in generale il diritto al sindacato come diritto dei lavoratori.
Naturalmente ad oggi non siamo né al 1921 né al 1948. Ma il punto è di metodo generale. Quando si difende un sindacato dalla reazione si difende un diritto collettivo della classe operaia, non i burocrati che lo tradiscono ogni giorno. Confondere le due cose, smarrire il confine tra movimento operaio e reazione nel nome della denuncia della burocrazia sindacale e delle sue malefatte non solo favorisce la tenuta di quest'ultima nel rapporto con la propria base, ma rischia, oltre una certa soglia, di portare lontano. Come portò lontano un secolo fa settori disorientati del sindacalismo rivoluzionario che in odio alla burocrazia finirono col confluire nel campo della reazione. Nessuna organizzazione del sindacalismo di classe, sia chiaro, ha oggi propensioni del genere, ma è bene da subito segnalare e rimuovere posizioni equivoche e pericolose. Tanto più se e quando si manifestano nel campo del sindacalismo di classe più combattivo e radicale.
I fatti di Roma inducono a una chiarificazione ulteriore sulla natura del movimento no vax e no green pass. Lo ribadiamo a scanso di equivoci: non equipariamo il movimento no vax e no green pass al movimento fascista. Tanto meno ci sogniamo di affermare che tutti i no vax e no green pass sono fascisti. Ma non è possibile mantenere ambiguità ed equivoci sulla natura reazionaria di questo movimento. L'humus che lo alimenta – non l'unico ma quello essenziale – si fonda sulla “libertà individuale” contrapposta alla solidarietà sociale, e sulla contestazione della scienza a favore di ciarlatanerie grottesche.
Sono gli ingredienti classici di movimenti populisti di carattere reazionario, non diversi da quelli che negli USA si sono raccolti attorno a Trump per la libertà di non vaccinarsi, libertà che oltretutto ha moltiplicato contagi, ricoveri e morti negli stati repubblicani del Sud. Movimenti populisti di carattere reazionario non diversi da quelli che in Brasile, col sostegno delle Chiese evangeliche, impugnano i crocifissi contro i vaccini, in un paese in cui il Covid ha fatto oltre seicentomila morti (e sono solo quelli censiti). Il 9 ottobre a Roma è stato applaudito dalla piazza il messaggio fatto pervenire da Monsignor Carlo Maria Viganò, simpatizzante lefebriano: “La pandemia è stata causata da Dio per punire peccati individuali e sociali”. C'è bisogno di aggiungere altro?
Questa è la ragione per cui le organizzazioni fasciste trovano nei movimenti no vax, nelle loro diverse declinazioni, un terreno naturale di pascolo, di reclutamento, di organizzazione, di egemonia di piazza. Quei compagni che pensano di contrastare l'egemonia dei fascisti sul terreno da loro scelto non solo contraddicono le ragioni di classe ma sono destinati a una marginalità umiliante e subalterna. La Piazza del Popolo a Roma della giornata del 9 ottobre ha fornito in questo senso un'immagine plastica: i caporioni fascisti sul palco a comiziare davanti a un pubblico plaudente, e un gruppetto di sinistra ai margini della piazza a fare da comparsa impropria e infelice in un film che non solo non è il suo, ma ha registi, scenografi, attori che militano ogni giorno contro di lui. Gli stessi che magari domani davanti allo sciopero dei trasporti denunceranno “il caos , le code, i diritti violati dei consumatori...” e naturalmente “la libertà costituzionale” di muoversi violata e impedita. È la libertà del piccolo-borghese di ogni tempo.
Per queste ragioni ribadiamo che è stato un errore aver introdotto la parola d'ordine del no al green pass nella piattaforma di lotta dello sciopero di domani. Un conto è opporsi alla cancellazione dello stipendio per chi non si vuole vaccinare, cosa importante, necessaria e giusta. Altra cosa è contrastare in quanto tale una misura che favorisce di fatto l'estensione della vaccinazione senza imporne l'obbligo (obbligo che oggi non è necessario e che avrebbe implicazioni assai più vincolanti e pesanti per chi non vuole vaccinarsi). Il rischio ora è che settori dei media presentino lo sciopero dell'11 come sciopero contro il green pass, ignorando totalmente la sua piattaforma classista. Circuiti no vax, infarciti di reazionari e fascisti, già hanno annunciato in alcuni territori la volontà di partecipare alle manifestazioni dell'11 “contro il green pass”. Crediamo, tanto più dopo i fatti di Roma, che ogni inquinamento delle manifestazioni sindacali da parte di tali ambienti vada respinto con la massima chiarezza e fermezza da tutte le organizzazioni promotrici.
Infine i fatti di Roma introducono un nuovo tema nella riflessione sulle pratiche dell'antifascismo, il tema dell'autodifesa e dell'azione diretta. L'esperienza del 9 ottobre ha confermato una volta di più che non sarà lo Stato borghese a proteggere le Camere del lavoro, e più in generale a contrastare i fascisti. I fermi di Fiore e Castellino valgono lo spazio di una telecamera.
Ciò che tutti possono osservare e sperimentare è che i picchetti operai sono sfondati a manganellate, con licenziamenti e fogli di via, o magari assaliti a bastonate dalle guardie private delle aziende con i poliziotti che stanno a guardare, mentre ai fascisti è stato consentito di devastare la sede nazionale della CGIL nella capitale d'Italia, con tanto di inni e foto ricordo. Ciò che è accaduto a Roma può accadere altrove. Occorre allora affrontare seriamente la questione dell'autodifesa. Non si può delegare allo Stato borghese una funzione che per sua natura non può assolvere. Occorre che ci pensi il movimento operaio e le sue organizzazioni.
La questione dei fascisti rimarrà sul tappeto nella prossima fase, e non solo per i no vax. Il 2022 è il centenario della Marcia su Roma, e già si annunciano iniziative di commemorazione dell'evento (manifestazioni, conferenze, raduni anche di carattere internazionale...) con le diverse organizzazioni fasciste Forza Nuova, CasaPound, Lealtà Azione, che in parte unitariamente, in parte in concorrenza tra loro, stanno lavorando ai festeggiamenti. Noi pensiamo che queste manifestazioni, comunque mascherate, non si debbano tenere. Punto. Ma per impedirle è necessario preparare e organizzare per tempo una mobilitazione antifascista che miri allo scopo.
A mettere fuori legge i fascisti non sono le leggi della democrazia borghese, come mostra l'esperienza italiana del dopoguerra e la stessa esperienza della Repubblica di Weimar con i suoi decreti antinazisti dei primi anni '30. Può essere solo la forza organizzata del movimento operaio, in una logica di fronte unico d'azione, ampia e risoluta.
Il Partito Comunista dei Lavoratori intende porre a tema questa necessità in tutte le organizzazioni antifasciste, di classe e di massa.



