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Sionismo e bolscevismo

 


«Compagni,


il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista ha dato un fraterno benvenuto ai compagni da voi delegati al III Congresso Internazionale e con loro ha esaminato molto attentamente la questione dell’affiliazione della vostra organizzazione all’Internazionale Comunista. Il Comitato Esecutivo riconosce il fatto che avete iniziato a espellere dalle vostre file gli elementi apertamente riformisti e centristi. Riconosce che, in quasi tutti i paesi in cui avete organizzazioni, siete pronti a condurre la lotta contro la borghesia a fianco delle sezioni comuniste di quei paesi. Riconosce inoltre che, grazie ai vostri sforzi comuni, siete riusciti a gettare le basi di un movimento comunista in Palestina che, una volta ratificate tutte le condizioni stabilite dal Comitato Esecutivo, sarà idoneo a diventare la sezione nazionale dell’Internazionale Comunista.
Tuttavia, nel vostro movimento esistono tendenze in linea di principio incompatibili con quelle dell’Internazionale Comunista, che ci preoccupano molto. L’idea che la concentrazione delle masse proletarie, semiproletarie ed ebraiche in Palestina possa fornire una base per l’emancipazione sociale e nazionale della classe operaia ebraica è utopica e riformista e in realtà controrivoluzionaria nelle sue conseguenze pratiche, poiché equivale alla colonizzazione della Palestina, che, in ultima analisi, rafforzerebbe la posizione dell’imperialismo britannico in Palestina.
La completa liquidazione di tale ideologia è la condizione più importante che ci sentiamo in dovere di stabilire. Il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista è consapevole del fatto che la forte emigrazione, che è un’espressione concreta delle peculiari condizioni industriali del proletariato ebraico, è un problema di cui le sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista devono occuparsi nella misura in cui possono essere utilizzate nella lotta per la dittatura del proletariato e per l’adempimento delle rivendicazioni vitali concrete dei lavoratori. È dovere delle sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista istituire gli organi appropriati per l’indagine e la soluzione di questa questione.
Il Comitato Esecutivo ha deciso di istituire un Ufficio Ebraico nel centro dell’attività ebraica, il cui compito sarà quello di portare avanti la propaganda comunista tra i proletari ebrei in tutto il mondo. Il Comitato Esecutivo invita il vostro Ufficio Centrale a convocare una conferenza internazionale di tutte le organizzazioni comuniste del Poale Zion entro sei mesi, allo scopo di sciogliere definitivamente la vostra organizzazione internazionale e di fondere le vostre organizzazioni nelle sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista, entro un periodo non superiore a due mesi e alle condizioni sopra menzionate.
In conclusione, il Comitato Esecutivo fa appello a tutti i lavoratori comunisti ebrei affinché combattano contro le tendenze particolaristiche prevalenti nel movimento operaio comunista ebraico e si rendano conto che i lavoratori ebrei rivoluzionari possono diventare parte integrante della famiglia dei Grandi Lavoratori Comunisti solo all’interno dell’Internazionale Comunista.
Lunga vita all’Unione degli Operai Comunisti Ebrei nell’Internazionale Comunista!
Lunga vita alla Terza Internazionale che sola è in grado di guidare la lotta per l’emancipazione dei lavoratori di tutte le nazioni alla vittoria finale!»

Così il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista rispondeva alla richiesta di adesione del Poale Zion, il 26 agosto 1921. Di fronte alle condizioni del Comintern, una parte del movimento sionista-socialista rinunciò al sionismo e si mise sulla strada dell’internazionalismo proletario. Nel Poale Zion divennero dominanti le tendenze sioniste e riformiste.

Era stata la ex bundista Maria «Esther» Jakovlevna Frumkina, a dichiarare al II congresso del Comintern:

«Un esempio mostrerà di quali menzogne siano state vittime le masse lavoratrici di una nazionalità oppressa, menzogne che rappresentano una grande risorsa per l’Intesa e per la borghesia delle nazioni in questione. È il caso dei sionisti in Palestina che, con il pretesto di fondare uno stato ebraico indipendente, reprimono la popolazione lavoratrice e gli arabi che vivono in Palestina sotto il giogo britannico, sebbene gli ebrei siano ancora una minoranza. Questa menzogna senza precedenti deve essere combattuta, e in modo molto energico, poiché i sionisti in ogni paese lavorano avvicinando tutte le masse arretrate di lavoratori ebrei e cercando di creare gruppi di lavoratori con tendenze sioniste (Poale Zion), che ultimamente si sforzano di adottare una versione comunista. Vorrei citare qui uno degli esempi più eclatanti del movimento sionista. In Palestina non abbiamo a che fare con una popolazione a maggioranza ebraica. Abbiamo a che fare con una mera minoranza che cerca di sottomettere la maggior parte dei lavoratori del Paese alla capitale dell’Intesa. Dobbiamo combattere questi tentativi con la massima energia. I sionisti cercano di conquistare sostenitori in ogni paese e, attraverso la loro agitazione e la loro propaganda, servono gli interessi della classe capitalista. L’Internazionale Comunista deve combattere questo movimento con la massima energia».

Nel 1943, morirà nei gulag staliniani.

Il sionismo non è una creatura atavica, come millanta la mistica delle élite ebraiche. È artefatto tutto contemporaneo, figlio della decadenza capitalistica. L’avaria del sistema classista manifesta con forza la necessità del suo superamento. Chi non vuol concedersi a questo superamento si ritrova costretto a conservare il sistema oltre i suoi limiti razionali, indicando la responsabilità dei suoi guasti in cause fantasiose, col risultato di protrarre e aggravare ogni guasto. La borghesia nazista creerà il mito del giudeo parassita dell’economia, cospiratore filostraniero e filocomunista, principale ragione della sconfitta nazionale della Prima Guerra mondiale.

La borghesia ebraica risponderà non con la confutazione della mistica, ma col suo rovesciamento: l’ebreo che da millenni aspira al ritorno alla primordiale patria di Sionne, per sfuggire all’antisemitismo strutturale del mondo intero. La verità è che, dall’esilio babilonese e dalla dispersione romana lungo tutto il medioevo fino alla storia recente, gli ebrei hanno vissuto in altre terre e, se poté in essi conservarsi un sentimento religioso, caratteristiche culturali e una memoria più o meno condivisa a identificarli come popolo, non è vero che questo popolo ambì al ritorno a una terra perduta millenni addietro. I problemi del popolo ebraico contemporaneo sono i problemi della contemporaneità, risolvibili solo nel suo quadro, non col ricorso a leggende. Di questo avviso furono gli stessi ebrei che, per secoli, pretesero un posto nelle società in cui vivevano e mai invece guardarono a tali società come un luogo di passaggio, in attesa che il Messia ponesse fine alla diaspora.

Dirà Abraham Léon: «il sionismo è un movimento recente e il più giovane dei movimenti nazionali europei, ma ciò non gli impedisce di pretendere – ancor più degli altri nazionalismi – (oggi, anzi, diremmo “ferocemente contro gli altri nazionalismi”) di avere le sue radici nel lontano passato».

La genesi del sionismo, ideologia rovesciata dell’antisemitismo, si annida nella patria dei pogrom, l’impero zarista. Fu il pamphlet Autoemancipazione! (1882) del medico ebreo russo Leo Pinsker, il primo a parlare della fobia secolare e irrazionale per gli ebrei, una «malattia della mente delle nazioni non ebraiche», un pregiudizio insuperabile in qualunque modo non fosse la formazione di una colonia «in America o in una terra adatta in Oriente» (il fondatore dell’Hibbat Zion puntava già alla Palestina). Che il massimo esponente del sionismo politico, Theodor Herzl, lo abbia letto o meno, spiccheranno le analogie col suo Lo Stato degli ebrei. Quando Herzl elabora la sua ideologia si trova a Parigi, scenario dell’affare Dreyfus, il processo a un ufficiale ebreo dell’esercito francese ingiustamente accusato di tradimento, e dell’esplosione di antisemitismo che ne seguì. Si ribadisce: la metafisica sionista venne generandosi come risposta piccolo-borghese alla metafisica della borghesia imperialista, russa, francese, più tardi tedesca.

Nel 1897 Herzl, raccogliendo l’appello di Pinsker per un Congresso Ebraico, ideerà, convocherà e presiederà a Basilea il primo Congresso Sionista. Al cospetto di 17 delegati, fonderà l’Organizzazione Sionista Mondiale (WZO). Quanto mai eloquente il suo manifesto: «Formiamo una parte del baluardo per l’Europa contro l’Asia, saremo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie». Nasceva ufficialmente un nuovo movimento, il quale tuttavia si trovava inevitabilmente a misurarsi col panorama politico del secolo, venendone alternamente condizionato. Il sionismo conobbe diverse articolazioni, tutte costitutive di un medesimo progetto coloniale. Tra le più importanti: il sionismo politico di Herzl, la cui cifra distintiva era una insistenza sull’aspetto diplomatico del progetto, l’importanza del riconoscimento internazionale e di un mandato legale per l’insediamento in Palestina. Costola tattica di questa articolazione ideologica fu il sionismo sintetico di Chaim Weizmann, che nell’Italia fascista giocò un ruolo diplomatico di rilievo. Col motto «Conquista o muori!», seguì il sionismo-revisionista, la variante ultramilitarista e parafascista di Vladimir Ze’ev Jabotinsky, fondatore del Betar per la «Grande Israele», ispiratore delle squadracce punitive del Brit HaBirionim in Palestina, comandante in capo delle milizie dell’Igrun. Dal Partito Revisionista Sionista (Hatzohar) discende l’Herut (1948-1988) da cui discende l’attuale Likud di Benjamin Netanyahu.

Ma il grande fermento rivoluzionario che agitava il mondo non poteva esimere dal rapporto col socialismo quella parte di popolo ebraico variamente interessato al sionismo. Dal rifiuto del Bund ebraico di integrare l’ideologia sionista, nacque il Poale Zion (Operai di Sion), prima come movimento e nel 1906, per impulso di Ber Borochov, costituitosi in partito.

Il Bund sosteneva che la lotta del proletariato ebraico avrebbe dovuto svilupparsi all’interno della diaspora, nei Paesi in cui viveva, senza la necessità di un’emigrazione di massa o della creazione di uno Stato ebraico. Sul piano ideologico, considerava la proposta sionista come una fuga dalla lotta di classe. Circa le ricadute materiali, il Bund, che nel 1921 si scioglieva in maggioranza nel Partito Comunista Russo, maturò una lettura del sionismo in tutto combaciante col Comintern dopo l’inizio della Prima guerra mondiale e del mandato britannico in Palestina: il progetto sionista come manovra della borghesia occidentale, quinta colonna dell’imperialismo britannico in Medio Oriente.

Prima della Nakba, i marxisti-rivoluzionari che si espressero sul sionismo non poterono prevedere l’immane carneficina cui Israele avrebbe dato corso nei decenni, ma diffusamente si ritrovano preziose intuizioni. Nell’intervista rilasciata ai corrispondenti della stampa ebraica al suo arrivo in Messico (gennaio 1937), Trotskij affermava già che «il conflitto tra ebrei e arabi in Palestina assume un carattere sempre più tragico e minaccioso» e che, in regime capitalistico, ogni tentativo di risoluzione del problema ebraico «non può che essere un palliativo e spesso persino un’arma a doppio taglio, come dimostra l’esempio della Palestina», avendo in mente le prime sollevazioni arabe contro gli ebrei.

La Prima Guerra mondiale si conclude con la sconfitta dell’Impero Ottomano e la sua perdita della regione palestinese. La Rivolta Araba esplosa nel 1916, prima dell’arrivo delle truppe britanniche, aveva cominciato una lotta su vasta scala contro l’oppressione turca finalizzata alla creazione di uno stato arabo indipendente. Strumentalmente, il Regno Unito supportò l’insurrezione; poi si unì militarmente al conflitto. La corrispondenza Hussein-McMahon (1915-1916), con la quale la Gran Bretagna, tramite il suo alto commissario in Egitto Henry McMahon, prometteva allo Sharif Hussein della Mecca, leader della Rivolta, il riconoscimento di un grande regno arabo in cambio del suo aiuto militare contro l’Impero Ottomano, portò dapprincipio una parte dell’insurrezione a battersi a fianco delle truppe inglesi, credendo sincere le promesse.

Le illusioni si sgretolarono quando, nel 1917, gli arabi scoprirono che, con l’accordo di Sykes-Picot, stipulato un anno prima, inglesi e francesi programmavano la spartizione del Medio Oriente in zone di influenza, contraddicendo apertamente la promessa di un regno arabo unito e indipendente; e soprattutto che, con la Dichiarazione Balfour, il Regno Unito s’impegnava a sostenere la creazione di una «patria nazionale per il popolo ebraico» nella Palestina che gli arabi consideravano parte del loro futuro Stato.

Da quel momento, fu un prosieguo ininterrotto di sollevazioni popolari contro l’occupazione britannica e i sionisti suoi protetti, che compravano terreni dagli effendi residenti in altri stati e ne cacciavano gli arabi che li abitavano e li coltivavano. Da parte araba, nasceva un nazionalismo che portava a una inedita lotta anche contro ebrei non sionisti, in una regione in cui da sempre arabi ed ebrei avevano convissuto. Da parte inglese e sionista, massacri di migliaia di arabi. I moti di Gerusalemme (1920) e il massacro di Hebron (1929), centinaia di morti. La seconda Grande Rivolta Araba (1936-1939), seimila arabi uccisi. L’ultimo dei capitoli prima della fondazione di Israele e della Nakba, ma che naturalmente le comprende, fu la guerra civile del 1947-1948, quando l’ONU sancisce di fatto la nascita dello Stato Ebraico e le truppe inglesi si ritireranno. Dopo averla aggiogata, l’Inghilterra lascerà la Palestina in dote all’ONU e, col declinare progressivo del proprio primato imperialista, perderà la supremazia della sua partnership con Israele in favore degli USA, emergenti dalla Seconda Guerra Mondiale come nuova superpotenza.

Nel frattempo, lo stalinismo aveva vinto nel mondo e anche dell’antisionismo genetico del bolscevismo si apprestava a far strame. Credendo di poter istituire un’alleanza con Israele e di farsene strumento di pressione contro l’imperialismo, in sede ONU anche il Cremlino votava a favore della fondazione di Israele. Il veto dell’Unione Sovietica, potenza temuta e decisiva per gli equilibri internazionali, avrebbe fatto saltare il progetto. Ma Stalin non si fermò a ignorare la natura sociale di uno Stato che si fondava sulla soppressione più efferata del diritto di autodeterminazione dei popoli, lui che, del resto, georgiano, era stato il primo a negarlo alla Georgia. Fece di più. Fu il primo a rifornire di armi Israele.

Data l’escalation preoccupante del conflitto in Palestina, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU impose un embargo sulle armi a tutti i paesi della regione coinvolti nel conflitto. Ma l’embargo penalizzava soprattutto Israele, che si ritrovò ad affrontare gli eserciti di diversi Stati arabi con una quantità molto limitata di armamenti. Tradotto in parole semplici, l’operazione equivaleva a dire "ci abbiamo provato! Ma se il rischio è di trovarci nuovamente trascinati in un conflitto mondiale, non intendiamo correrlo per Israele". Fu Stalin a salvare Israele, ripetendo la mossa del Molotov-Ribbentrop quando aggirò l’embargo e armò Hitler. Egli vide nella violazione dell'embargo un’opportunità per indebolire l’influenza occidentale in Medio Oriente e per creare un potenziale alleato. Decise quindi di fornire armi a Israele attraverso la Cecoslovacchia, divenuta stato satellite il febbraio 1948.

Le forniture, organizzate nell’ambito dell’«Operazione Balak», furono decisive per le sorti del conflitto. Tra il 1948 e il 1949, la Cecoslovacchia vendette a Israele un’enorme quantità di armi, tra cui fucili, munizioni, mitragliatrici e persino aerei da caccia come gli Avia S-199, una versione cecoslovacca dei Messerschmitt Bf 109 tedeschi. Queste armi, trasportate con ponti aerei clandestini, furono fondamentali per permettere a Israele di resistere all’attacco e di riportare la vittoria nella sua guerra coloniale.

Il Partito Comunista di Palestina guidato da Radwan Hassan al Hilou (Musa), sezione palestinese dell’Internazionale Comunista, veniva lacerato da una crisi irreversibile. La componente araba, nella quale spiccava Najati Sidqi, abbondonò in massa il partito. Il PCP perse quasi completamente la sua credibilità e la sua influenza all’interno della comunità araba palestinese. La spaccatura rese il partito un’organizzazione prevalentemente ebraica e lo isolò dal movimento nazionalista palestinese e dalle masse arabe. La rottura sancì il fallimento del progetto di un partito misto, arabo-ebraico, che secondo la tradizione bolscevica saldava la lotta di classe e l’anticolonialismo in un’unica organizzazione.

Israele, oggi, è tra le mostruosità più sanguinose che la degenerazione del socialismo su scala internazionale, la controrivoluzione stalinista, ha lasciato in eredità al ventunesimo secolo.

La storia presenta sempre il conto. Non è un caso che i marxisti-rivoluzionari siano arrivati al nuovo secolo anche sulla base della rottura con la tradizione stalinista su Israele e sull’autodeterminazione dei popoli. Progetto Comunista, l’area embrionale del Partito Comunista dei Lavoratori, rompeva dal Partito della Rifondazione Comunista proprio per la sua denuncia del ruolo imperialista giocato dalle truppe italiane in Iraq e sul rifiuto della soluzione "due popoli, due stati" per la Palestina. In Palestina, lo stato sionista nasce proprio contro la nascita di uno o più stati arabi. Nasce come avamposto dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente. Qualunque sia la forma di governo di cui possa dotarsi, lo Stato sionista è la pallottola che la prima terribile guerra globale tra le potenze imperialiste ha lasciato nel cuore del Medio Oriente e lo sta uccidendo per avvelenamento.

Dal socialdemocratico Ben Gurion all’ultranazionalista Netanyahu, Israele non ha fatto altro che sfruttare e rubare, espellere e sterminare. Non ha mai conosciuto eccezioni a questa politica. Perché altra politica non può avere il colonialismo. Il sionismo era ieri e tanto più lo è oggi una vergognosa copertura ideologica di un’impresa criminale. Con la sua strumentalizzazione dell’Olocausto per riprodurre lo stesso crimine contro altri popoli, è la più grande offesa che abbia mai conosciuto il popolo ebraico. Solo la rivoluzione saprà far sì che sia l’ultima.

Salvo Lo Galbo

Barbarie sionista, complicità americana

 


Il patto fra Trump e Netanyahu rilancia il massacro di Gaza

La tregua è finita. Lo stato sionista ha rilanciato la propria guerra sterminatrice contro il popolo di Gaza.
L'attacco notturno a sorpresa ha fatto strage di centinaia di palestinesi, uomini, donne, bambini. Un nuovo grande lago di sangue in un paese già martoriato e distrutto. Donald Trump, preventivamente informato dell'attacco, ha dato la piena copertura e sostegno: i bombardamenti americani contro gli houthi erano in preparazione dei bombardamenti israeliani sulla Striscia.

Netanyahu ha attribuito ad Hamas la responsabilità della ripresa della guerra. Ma è, come sempre, una spudorata menzogna. La verità è che il governo israeliano si regge sullo stato di guerra e sulla complicità americana. Il piano di deportazione di due milioni di palestinesi di Gaza, annunciato da Trump a fine febbraio, ha fornito a Netanyahu l'ennesima riprova dell'affidabilità USA. Il famigerato video (fake) del brindisi fra Trump e Netanyahu a bordo piscina, sulle rovine di Gaza, non è stato solamente coreografia d'immagine rivoltante, ma anche la registrazione fedele della loro cinica intesa. Un'intesa che va al di là del Medio Oriente. Il voto congiunto all'ONU tra USA e Israele contro la denuncia dell'invasione russa in Ucraina (e contro la richiesta del ritiro delle truppe russe di occupazione) misura il patto di ferro tra il governo sionista e il nuovo corso dell'amministrazione americana sul terreno della politica mondiale. La vendetta repressiva di Trump nelle università USA contro gli attivisti pro Palestina è anche un riflesso di questo patto.

Netanyahu fa leva sull'appoggio di Trump per perseguire il disegno della “grande Israele”. La guerra genocida a Gaza, la colonizzazione sionista della Cisgiordania (sempre più estesa e violenta), l'espansione israeliana in Siria a partire dalla alture del Golan, sono tasselli di questo disegno. L'obiettivo è una nuova espulsione dei palestinesi dalla loro terra, una seconda Nakba.
Trump vorrebbe nuovi Accordi di Abramo, estesi all'Arabia Saudita, a garanzia dello stato sionista. Ma la paura di una ribellione di massa, nel nome della Palestina, frena sinora i governi arabi, e intralcia i piani dell'imperialismo. Di certo lo spettro della rivoluzione araba resta un fattore di primo piano dello scenario mediorientale.

I fatti si incaricano di dimostrare una volta di più che non può esservi pace tra colonizzati e colonizzatori, tra il popolo palestinese e lo stato d'Israele. Persino le tregue, inevitabilmente, si rivelano di cartapesta.
Solo l'incontro fra l'eroica resistenza palestinese e una grande rivoluzione araba potrà liberare la Palestina dall'oppressione congiunta del sionismo e dell'imperialismo, e consentire la piena autodeterminazione del popolo palestinese.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dichiarazione congiunta sulla Palestina

 


L'Opposizione Trotskista Internazionale (ITO) e la Lega per la Quinta Internazionale (LFI), trovandosi d'accordo sulle prospettive rivoluzionarie per la Palestina, hanno adottato questa dichiarazione congiunta.

English translation

La costante oppressione, l'espulsione e le uccisioni dei palestinesi in Israele, Cisgiordania e Gaza hanno nuovamente attirato l'attenzione del mondo attraverso il contrattacco condotto da Hamas e da altri combattenti della resistenza il 7 ottobre e la brutale risposta di Israele – superiore ai suoi precedenti attacchi – contro l'intera popolazione di Gaza. Tutto ciò ha indignato e mobilitato milioni di persone in tutto il mondo contro lo Stato sionista e il supporto incondizionato che riceve dai suoi sostenitori imperialisti e razzisti.

È dovere urgente di tutti i rivoluzionari dare il massimo sostegno a questo movimento mondiale, presentando al contempo una chiara prospettiva rivoluzionaria anticapitalista per il suo sviluppo. A tal fine, presentiamo la seguente dichiarazione e invitiamo tutti coloro che condividono la nostra visione della situazione a unirsi a noi in questo sforzo.


SIONISMO E IMPERIALISMO

Il sionismo è stato un progetto coloniale fin dalla sua nascita. Il suo obiettivo è quello di espellere la popolazione araba autoctona della Palestina per fare spazio ai coloni ebrei. Una colonia sionista in Palestina sembrava lontana fino a quando l'Olocausto non uccise sei milioni di ebrei europei e lasciò molti degli altri tre milioni alla disperata ricerca di un rifugio. L'antisemitismo impedì alla maggior parte degli ebrei di emigrare negli Stati Uniti e in Europa occidentale. Le organizzazioni sioniste portarono molti di essi in Palestina.

In una delle più grandi tragedie del ventesimo secolo, un popolo terribilmente oppresso, gli ebrei europei, inflisse una terribile oppressione a un altro popolo oppresso, gli arabi palestinesi. Con la Nakba del 1948, i sionisti si impadronirono del 78% della Palestina mandataria e la dichiararono Israele. Le milizie sioniste e l'esercito israeliano espulsero 750.000 palestinesi, e molte altre migliaia fuggirono. La Nakba ridusse la popolazione araba nel territorio rivendicato da Israele da 1.324.000 nel 1947 a 156.000 nel 1948.

Gli imperialismi statunitense ed europeo, alleati di Israele, hanno due interessi primari in Medio Oriente: la sua posizione strategica all'incrocio tra Asia, Europa e Africa e il suo petrolio e gas. Per più di un secolo hanno cercato di dominare la regione attraverso una combinazione di violenza e di contrapposizione tra settori della popolazione locale.

Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, gli Stati Uniti hanno soppiantato la Gran Bretagna e la Francia come potenza imperialista dominante nella regione e sono diventati junior partner. Questo trio ha sponsorizzato monarchi e dittature militari dal Marocco all'Iran e ha trovato il modo di incorporare governi nazionalisti, come quelli di Algeria, Egitto, Siria e Iraq, nel proprio ordine mondiale neocoloniale.

Israele si è dimostrato molto utile nella creazione dell'ordine imperiale neocoloniale, soprattutto dopo aver sconfitto Egitto, Siria e Giordania nella Guerra arabo-israeliana del 1967. Gli Stati Uniti hanno inviato miliardi di dollari in aiuti e armi per costruire Israele come gendarme al centro del mondo arabo. Israele ha anche una funzione politica, in quanto permette agli Stati Uniti di mascherare le proprie operazioni militari, e in quanto aiuta i governi arabi reazionari e compradori a distogliere l'attenzione dal proprio malgoverno a favore di un nemico esterno, Israele.


INTIFADA

Nella Guerra del 1967 Israele conquistò Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan, completando l'occupazione della Palestina dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. Occupò anche la penisola egiziana del Sinai. Nella guerra del 1973, l'Egitto e la Siria combatterono Israele fino a un punto di stallo. L'Egitto riconquistò il Sinai e, nel 1979, riconobbe Israele.

Da allora è emerso uno schema: Israele, sostenuto dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei, occupa la Palestina; gli Stati arabi protestano ma non fanno nulla; i palestinesi si sollevano periodicamente per opporsi alla loro emarginazione.

La Prima intifada del 1987-1993 ha portato agli Accordi di Oslo, che hanno creato l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per amministrare la Cisgiordania e Gaza. Gli accordi implicavano una soluzione a due Stati per il conflitto arabo-israeliano in Palestina, ma Israele non ha mai accettato tale soluzione, né una partizione sopportabile per i palestinesi.

La Seconda intifada del 2000-2005 ha costretto Israele a "disimpegnarsi" da Gaza, ritirando le truppe e smantellando gli insediamenti israeliani. Fatah, con sede in Cisgiordania, e Hamas, con sede a Gaza, si sono sfidati alle elezioni legislative palestinesi del 2006. Hamas ha ottenuto la maggioranza, il che ha portato Fatah a dividere l'ANP. Dopo una breve guerra civile, Fatah ha consolidato la sua posizione in Cisgiordania e Hamas ha preso il controllo di Gaza.


L'ESPANSIONE ISRAELIANA

Israele opprime i palestinesi in tutti e tre le zone della sua occupazione di apartheid: Cisgiordania, Gaza e Israele stesso.

Dal 2007 Israele si è ulteriormente espanso in Cisgiordania e sulle alture del Golan. 450.000 coloni israeliani si sono trasferiti in Cisgiordania, 220.000 a Gerusalemme Est e 25.000 sulle alture del Golan. I coloni sono una forza paramilitare armata. Sostenuti dall'esercito israeliano e dalla polizia dell'Autorità Nazionale Palestinese, essi terrorizzano i loro vicini palestinesi e rubano le loro terre.

Israele non ha coloni a Gaza, ma controlla lo spazio aereo del territorio, le sue coste e sei dei suoi sette valichi terrestri. Israele controlla l'approvvigionamento idrico, l'elettricità e le telecomunicazioni di Gaza. L'esercito israeliano mantiene una no-go zone all'interno di Gaza ed entra nel territorio a piacimento. Israele ha dichiarato guerra a Gaza nel 2008-2009 e nel 2014, e ha attaccato i manifestanti non violenti durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018-2019.

Israele sostiene di essere una democrazia, ma nega i diritti democratici non solo ai 5,5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza, e a un numero simile di rifugiati fuori dalla Palestina, ma anche ai 2,1 milioni di palestinesi che vivono in Israele. Un ebreo che vive in qualsiasi parte del mondo può trasferirsi in Israele e diventare cittadino a tutti gli effetti. Un palestinese la cui famiglia vive in Palestina da molto prima che Israele esistesse non potrà mai diventare cittadino a tutti gli effetti. I palestinesi sono sistematicamente discriminati, esclusi economicamente, e politicamente e trattati come nemici.


7 OTTOBRE

Fin dagli accordi di Camp David del 1978, gli Stati Uniti hanno cercato di convincere i governi degli Stati arabi a normalizzare le relazioni con Israele, nonostante il trattamento riservato ai palestinesi e l'odio che questo trattamento suscita nel popolo arabo. Nel 2020 gli Stati Uniti hanno mediato accordi che hanno normalizzato le relazioni di Israele con Bahrein, Marocco, Sudan ed Emirati Arabi Uniti. L'Arabia Saudita ha avviato colloqui nella stessa direzione.

L'attacco del 7 ottobre ha fatto saltare i piani israeliani e imperialisti. Dopo un anno di attenta pianificazione, ignorata dalle forze di sicurezza israeliane, i combattenti palestinesi guidati da Hamas hanno superato le difese di confine di Israele e hanno colpito decine di obiettivi militari, oltre ad alcuni civili. Hanno preso centinaia di ostaggi prima di essere costretti a tornare oltre il confine.

Il maltrattamento, la tortura e l'uccisione di civili disarmati, non in età militare, devono essere condannati senza equivoci, anche se riconosciamo che si è trattato, in parte, di un'espressione della rabbia dei palestinesi per i massacri e l'espropriazione del loro popolo da parte di Israele. Ha fatto il gioco della macchina propagandistica sionista che ha disumanizzato i palestinesi e "giustificato" i propri crimini di guerra, di portata maggiore rispetto a quelli di Hamas o delle altre forze di resistenza palestinesi. Ma la maggior parte dell'operazione, compresa la presa di ostaggi, era militarmente legittima.

L'attacco ha interrotto il processo di "normalizzazione" delle relazioni di Israele con gli Stati arabi e musulmani sponsorizzato dagli Stati Uniti, ha mostrato la guerra coloniale latente di Israele contro il popolo palestinese e ha riportato la Palestina all'ordine del giorno nel mondo.

Nelle settimane successive, Israele ha lanciato una guerra genocida contro Gaza. L'esercito israeliano ha bombardato case, ospedali, scuole e centri comunitari, causando un numero di vittime di gran lunga superiore a quello del raid del 7 ottobre. La metà delle vittime sono bambini, una percentuale molto più alta di quella del raid del 7 ottobre. L'esercito israeliano ha accettato un breve cessate il fuoco per lo scambio di prigionieri e ora ha ripreso il suo attacco genocida, spingendo i 2,3 milioni di abitanti in un angolo sempre più piccolo della Striscia di Gaza e minacciando una nuova Nakba.


SOLIDARIETÀ

L'audacia della resistenza palestinese e la ferocia del contrattacco israeliano hanno rilanciato il movimento di solidarietà con la Palestina in tutto il mondo. Enormi manifestazioni si sono svolte in tutto il mondo arabo, ma anche in Europa, negli Stati Uniti e altrove. Il movimento di solidarietà era stato assopito dal lento strangolamento della Palestina e dalla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e altri quattro Stati arabi. Il 7 ottobre ha riportato in vita il movimento.

I marxisti rivoluzionari devono partecipare a tutte le azioni di solidarietà. Il cessate il fuoco a Gaza e il ritiro delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), per fermare il genocidio, è la priorità più urgente, ma il movimento di solidarietà deve anche rivendicare aiuti umanitari per Gaza, lo stop all'avanzata dei coloni israeliani in Cisgiordania, la protezione dei diritti degli arabi israeliani e degli ebrei antisionisti in Israele, il diritto al ritorno dei rifugiati e l'interruzione dei legami militari con Israele.

Le azioni in corso comprendono già manifestazioni, disobbedienza civile, eventi pubblici, campagne mediatiche e di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele. Sindacati e altre organizzazioni stanno adottando risoluzioni che chiedono il cessate il fuoco e il taglio degli aiuti militari. In alcuni luoghi, i lavoratori stanno rispondendo all'appello della Federazione Generale Palestinese dei Sindacati (PGFTU) di interrompere la produzione e la spedizione di armi a Israele.


PROSPETTIVA

Sebbene i marxisti rivoluzionari debbano partecipare ad azioni di solidarietà ovunque sia possibile, il nostro ruolo particolare è quello di promuovere nella classe lavoratrice la comprensione della crisi e delle soluzioni.

Questo compito inizia con il dire la verità. Un cessate il fuoco a Gaza è necessario ma non sufficiente, poiché i sionisti continueranno la loro campagna per cacciare i non ebrei dalla Palestina. Un accordo negoziato è impossibile, poiché Israele non cederà abbastanza terra per uno Stato palestinese che sia accettabile e non rinuncerà alla supremazia ebraica per lasciare spazio a una democrazia laica in uno Stato binazionale. Gli imperialismi statunitense ed europeo non costringeranno Israele ad accettare la soluzione dei due Stai, o di uno Stato, poiché hanno bisogno che Israele li aiuti a dominare la regione.

Il capitalismo non ha una soluzione per la Palestina. Le alternative sono o il massacro e l'espropriazione dei palestinesi o l'intervento della classe operaia nella storia.

I lavoratori in Israele potrebbero fermare la società israeliana, dividere l'esercito e impedire ai sionisti di usare le loro armi nucleari. Ma per ora, la grande maggioranza della classe operaia israeliana è fedele al sionismo, e considerano lo sfruttamento in un regime di supremazia ebraica come migliore dello sfruttamento in un regime di assenza di supremazia ebraica. È una vecchia storia negli Stati coloniali. Solo la prospettiva di una Palestina democratica, laica e socialista potrebbe dare loro un motivo per rompere con i loro padroni.

I lavoratori negli Stati Uniti e in Europa potrebbero privare Israele del sostegno economico e militare di cui ha bisogno per perseguire le sue politiche genocide. La simpatia per i palestinesi sta crescendo, perché resistono e soffrono. Potrebbe raggiungere il livello dell'opposizione alla guerra del Vietnam alla fine degli anni Sessanta, che rese impossibile il proseguimento della guerra. I marxisti rivoluzionari e gli altri individui impegnati nel movimento di solidarietà palestinese - tra cui decine di migliaia di ebrei antisionisti e decine di migliaia di sindacalisti - dovrebbero fare tutto il possibile perché ciò accada.

I lavoratori dei Paesi arabi potrebbero rovesciare i loro governi collaborazionisti, costringere gli imperialisti statunitensi ed europei ad abbandonare Israele e offrire alla classe operaia israeliana la prospettiva di un futuro laico e democratico libero dal dominio capitalista e dalla guerra infinita. La Primavera araba ne ha mostrato il potenziale.

Non possiamo sapere come finirà l'ingiustizia del dominio sionista sulla Palestina, e nemmeno se finirà prima che il capitalismo faccia precipitare il mondo in un disastro ecologico o in una guerra nucleare. Quello che possiamo fare è proporre un programma d'azione per cui lottare, che parta da richieste immediate e culmini nell'unica soluzione reale: la rivoluzione dei lavoratori in tutta la regione. Questo è il nostro progetto.


Porre fine all'assalto genocida a Gaza. Cessate il fuoco immediato. Ritiro delle truppe israeliane. Porre fine all'assedio. Aprire i valichi.

Ricostruire le case, gli ospedali, le scuole, le università e le infrastrutture devastate di Gaza a spese di Israele e dei suoi finanziatori imperialisti.

Porre fine all'occupazione sionista della Cisgiordania. Ritirare l'esercito israeliano. Espulsione dei coloni.

Liberare tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Piena uguaglianza per i palestinesi nello Stato israeliano.

Porre fine agli aiuti e alle spedizioni di armi degli Stati Uniti e di altri imperialisti a Israele. Sostenere il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele.

Solidarietà con il popolo palestinese e arabo. Nessuna pace con il sionismo e l'imperialismo.

Per la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista. Per una Palestina laica, democratica e socialista dal fiume al mare.

Per il diritto al ritorno di tutti i rifugiati palestinesi. Pari diritti per la maggioranza araba e la minoranza ebraica della Palestina.

Abbasso i capitalisti, i proprietari terrieri, le monarchie e gli Stati arabi, agenti dell'imperialismo. Per l'unità rivoluzionaria del popolo arabo.

Per la rivoluzione proletaria in Medio Oriente e Nord Africa. Per una federazione socialista della regione.

International Trotskyist Opposition, League for the Fifth International

Al fianco della resistenza palestinese

 


In queste ore le forze dell’IDF stanno occupando porzioni crescenti della striscia di Gaza. Dopo giorni di bombardamento a tappeto, che hanno causato circa 30000 vittime tra i civili palestinesi, tra morti e feriti, con un tragico bilancio soprattutto per i bambini e le donne, le forze armate israeliane stanno procedendo al tentativo di rastrellamento dei combattenti palestinesi e si apprestano al combattimento casa per casa.


Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene il pieno diritto dei palestinesi a prendere le armi e resistere all’invasione genocidaria da parte dei sionisti.

Riconosciamo che oggi le forze armate palestinesi comprendono partiti e fazioni politiche diverse.


L’URGENZA E I COMPITI DELLA RESISTENZA ARMATA ALL’INVASIONE COLONIALE ISRAELIANA

La connotazione di Hamas, la maggiore delle organizzazioni che dirigono la resistenza a Gaza, il suo carattere antiproletario, su cui torneremo, non deve significare alcun arretramento, nemmeno di un millimetro, dal pieno appoggio alla resistenza armata del popolo palestinese.
Per questo sosteniamo la lotta armata di Hamas e degli altri combattenti, e salutiamo con favore una possibile rivolta popolare in Cisgiordania. Una rivolta che deve affrontare le forze israeliane e purtroppo anche la polizia dell’ANP, a cui chiediamo di interrompere immediatamente il proprio ruolo di governo collaborazionista con le forze colonialiste dello Stato sionista.

Auspichiamo inoltre che tutte le organizzazioni combattenti palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania mettano da parte ogni divisione e si riuniscano in un coordinamento unificato che consenta loro di prendere con efficacia tutte le misure militari necessarie a respingere l’invasione di Gaza e inferire le massime perdite all’esercito occupante.

Questo è infatti l’obbiettivo militare e politico prioritario del momento, che se dovesse essere fallito aprirebbe la strada alla pulizia etnica e ad una nuova Nakba per il popolo palestinese.


I MARXISTI RIVOLUZIONARI E I COMPITI FONDAMENTALI DELLA LOTTA DEL POPOPOLO PALESTINESE

Lo scopo della liberazione della Palestina, il che implica la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista di Israele, deve essere incondizionatamente sostenuto dai marxisti rivoluzionari di ogni parte del mondo.
Su questo non vi possono essere ambiguità che diano spazio all’illusoria possibilità che in qualsiasi forma, persino “socialista”, possa sorgere ed avere vita legittima uno Stato palestinese a fianco dello Stato sionista. Questa possibilità, oltre che dalla logica, oggi è esclusa dai fatti storici che avvengono sotto i nostri occhi.

Ma la liberazione della Palestina non può avvenire né nella forma della Repubblica islamica, come vogliono Hamas e la Jihad islamica, né in quella democratico-borghese. In questo senso, l’esistenza di uno Stato palestinese effettivamente libero e indipendente sarebbe meramente illusoria, perché sarebbe invariabilmente sottomessa a potenze capitaliste e imperialiste che continuerebbero la rapina delle sue risorse e lo sfruttamento delle sue masse proletarie.

Solo la rivoluzione socialista può realizzare il compito storico dell’autodeterminazione nazionale del popolo palestinese. Solo la sua estensione a tutto il Medio Oriente, con il fine della realizzazione di una Federazione socialista del Medio Oriente, può proteggere i diritti e le condizioni di vita tanto delle masse proletarie palestinesi quanto di quelle arabe.


LA NATURA REAZIONARIA DI HAMAS

L’accordo al coordinamento e al comando unificato delle operazioni militari non significa in alcun modo un appoggio politico, nemmeno transitorio, ad Hamas, verso cui i rivoluzionari devono nutrire, al contrario, la massima sfiducia.
Hamas, che in arabo vuol dire "Movimento islamico di resistenza", è un partito islamista piccolo-borghese dotato di un’ala politica ed un’ala militare non necessariamente unite sotto la stessa direzione.

Il reclutamento al partito e alla sua ala combattente avviene per il tramite della fidelizzazione mistica e religiosa che si sublima nell’ideologia della Jihad, ossia la guerra santa contro gli osservanti di altre religioni ed in primo luogo di quella ebraica.
La jihad costituisce un terreno di reclutamento per Hamas, così come il nazionalismo lo ha assunto spesso per direzioni piccolo-borghesi che hanno promosso lotte di liberazione nazionale in Europa e nel resto del mondo nei decenni passati.

Questa ideologia è inoltre resa lugubre da un marcato antisemitismo, che professa la cacciata e l’uccisione degli ebrei in quanto ebrei, e non solo la lotta contro i coloni ed il colonialismo, così come il nazionalismo spesso degenera nella sua forma fascista.
Inoltre è finalizzata a subordinare l’aspirazione nazionale palestinese all’interesse di regimi monarchici e capitalisti che finanziano il partito (Qatar).

I marxisti rivoluzionari da sempre denunciano queste ideologie e mettono in guardia il proletariato delle nazioni oppresse contro il loro inevitabile tradimento delle aspirazioni di liberazione nazionale. Questa infatti può essere garantita, nel quadro dell’attuale spartizione imperialistica del mondo, solo dalla rivoluzione socialista, che instaurando la dittatura del proletariato con il metodo della democrazia operaia, è la sola forma che può garantire la fine dell’oppressione nazionale così come di tutte le altre forme di oppressione.

Allo stesso tempo, contestiamo come obiettivo reazionario e antiproletario il fine politico strategico di Hamas, che è quello di costituire una repubblica islamica sul territorio della Palestina.
Una repubblica islamica simile a quella iraniana che oggi è attraversata dall’eroica rivolta del movimento delle donne, che il PCL sostiene incondizionatamente


IL MOVIMENTO MONDIALE A SOSTEGNO DELLA PALESTINA

Un grande e inaspettato movimento popolare, soprattutto giovanile, da est a ovest, da sud a nord sta attraversando tutti i continenti al grido “free Palestine”.

I marxisti rivoluzionari devono portare in questo grande movimento la consapevolezza del sostegno incondizionato alla resistenza palestinese, rifiutando ogni equidistanza tra oppressori ed oppressi, tra aggressori e aggrediti, anche se ammantata di un ipocrita pacifismo. Ciò nella prospettiva della liberazione della Palestina e la distruzione dello Stato sionista, per l’istaurazione di uno Stato operaio socialista che garantisca tutti i diritti del popolo ebraico e per l’estensione della rivoluzione proletaria a tutto il Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per una Palestina libera, laica e socialista

 


In un Medio Oriente socialista

26 Ottobre 2023

Testo del Volantino che distribuiremo Sabato 28, a Roma, alla manifestazione.


Non c’è soluzione della questione palestinese senza la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista.

In queste ore si susseguono i bombardamenti sulla popolazione civile di Gaza. Non vengono risparmiati luoghi di culto, scuole ed ospedali, dove cercano un disperato rifugio soprattutto bambini e donne. Un massacro. Ma forse l’aspetto ancora più disumano è l’assedio totale, di stampo medievale, dichiarato dal governo israeliano ad un territorio in cui vivono oltre due milioni di persone. Centinaia di migliaia sono i cittadini costretti a scappare di casa per non fare più ritorno. È una nuova catastrofe per il popolo palestinese, una nuova Nakba, paragonabile a quella del 1948.

Innanzitutto, è necessario fermare questo genocidio. Il popolo palestinese sia a Gaza che in Cisgiordania sta resistendo. Lo sta facendo da anni, sia con le mobilitazioni di piazza che con le armi. Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Opposizione Trotskista Internazionale (OTI) (https://ito-oti.org/), è incondizionatamente al fianco di questa resistenza, seguendo la tradizione sempre propria del trotskismo, che nel 1948 fu l’unica corrente del movimento operaio internazionale che si pronunciò contro la nascita dello Stato di Israele, mentre tutte le altre, in particolare gli stalinisti, sostennero apertamente lo Stato coloniale sionista contro il popolo arabo.


Lo Stato d’Israele si fa forte del sostegno delle potenze “democratiche” d’Occidente. Un sostegno politico, economico, militare. Lo stesso sostegno che già viene offerto alla prossima annunciata invasione di terra. Lo stesso sostegno di cui Israele ha goduto nei 75 anni di occupazione della Palestina.

“Lo Stato d’Israele non si tocca”. Questa è la sintesi della diplomazia mondiale, ma anche della pubblica informazione. Noi abbiamo denunciato da sempre la natura reazionaria di Hamas e le sue azioni contro i civili. Ma un conto è criticare Hamas dentro il campo della resistenza palestinese, un altro è usare cinicamente l’azione di Hamas per coprire i crimini del sionismo contro i palestinesi e la loro resistenza. L’assimilazione di antisionismo e antisemitismo è assunta come clava nel dibattito pubblico, come forma di intimidazione verso il sostegno alla Palestina, come scudo protettivo dei crimini d’Israele.

“Due popoli, due Stati” dicono i benpensanti, ma dove dovrebbe situarsi uno Stato palestinese a fianco dell’intoccabile Israele? Basta porre questa domanda elementare per diradare la nuvola di fumo. Oggi la Cisgiordania è occupata da settecentomila coloni israeliani armati che, impuniti e protetti dalle truppe, organizzano spedizioni squadristiche contro i contadini palestinesi. Gaza è sotto un assedio genocida. Dunque, chiediamo ancora: dove dovrebbe situarsi un fantomatico Stato palestinese rispettoso dello Stato d’Israele? In quale sgabuzzino dovrebbe rassegnarsi a vivere?


Solo una Palestina libera dal sionismo, una Palestina laica, una Palestina socialista, può realizzare l’autodeterminazione del popolo palestinese
, a cominciare dal diritto al ritorno di milioni di palestinesi cacciati dalla propria terra fin dal 1948. Solo questa Palestina, riconoscendo i diritti nazionali della minoranza ebraica, può consentire la pacifica convivenza di arabi ed ebrei.

Le grandi mobilitazioni delle masse arabe in questi giorni, in Algeria, in Egitto, in Tunisia, e soprattutto in Giordania e in Iraq, ci dicono che la grande maggioranza della popolazione araba supporta la lotta palestinese come una propria ragione di liberazione e di riscatto. Sviluppare ed estendere la ribellione araba a fianco del popolo palestinese, guadagnarla ad una prospettiva antimperialista e antisionista, è il compito dei marxisti rivoluzionari palestinesi e arabi. Estendere al massimo la mobilitazione al fianco del popolo palestinese a livello mondiale è il compito urgente dei marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.

• Per la fine dell’assedio e del massacro di Gaza
• Al fianco della resistenza palestinese
• Per la liberazione della Palestina e la distruzione rivoluzionaria dello Stato di Israele
• Per una Palestina libera, laica e socialista nell’ambito di una Federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori - Sezione italiana della Opposizione Trotskista Internazionale (OTI)

L'assedio di Gaza è lo specchio del sionismo

 


Non c'è soluzione della questione palestinese senza chiamare in causa lo Stato d'Israele

23 Ottobre 2023

A Gaza siamo in presenza di un assedio disumano a due milioni di palestinesi, un crimine di massa silenzioso che si aggiunge alle vittime dei bombardamenti su case, scuole, chiese e ospedali. Tale è la privazione di acqua, cibo, medicinali, elettricità, benzina, quella che moltiplica i morti ogni giorno, ogni ora, nelle corsie d'ospedale, nelle case, sotto le tende, tutte già bombardate. Quella che persino l'Organizzazione Mondiale della Sanità si vede costretta a denunciare.

Ogni persona dotata di un minimo senso di umanità dovrebbe provare ribrezzo per questo cinismo criminale, esibito agli occhi del mondo con la più indifferente arroganza.

Il punto è che lo Stato d'Israele si fa forte del sostegno delle potenze “democratiche” d'Occidente. Un sostegno politico, economico, militare. Lo stesso sostegno che già viene offerto alla prossima annunciata invasione di terra. Lo stesso sostegno di cui Israele ha goduto nei 75 anni di occupazione della Palestina.

Lo Stato d'Israele non si tocca”. Questa è la sintesi della diplomazia mondiale, ma anche della pubblica informazione. Uno stuolo infinito di intellettuali e commentatori di estrazione liberale o addirittura “democratica” fanno a gara nel presentarsi ovunque come tutori dello Stato sionista. Tutti i sepolcri imbiancati che ogni giorno recitano il rosario sulle vittime israeliane del 7 ottobre tacciono sul crimine immensamente più grande che si sta consumando contro i civili palestinesi in queste ore sotto gli occhi dell'umanità intera. Noi abbiamo denunciato da sempre la natura reazionaria di Hamas e le sue azioni contro i civili. Ma un conto è criticare Hamas dentro il campo della resistenza palestinese, un altro è usare cinicamente l'azione di Hamas per coprire i crimini del sionismo contro i palestinesi e la loro resistenza. Crimini storici e crimini in corso. In ogni caso crimini incomparabilmente più numerosi, prolungati, efferati. O qualcuno vuol dire che incendiare villaggi, torturare prigionieri, deportare settecentomila palestinesi come nella Nakba del 1948, con uno strascico di orrori senza fine, sarebbe legittima difesa umanitaria?

La verità è che lo scempio di Gaza è un tragico fascio di luce sulla natura reale d'Israele. “Grande democrazia del Medio Oriente”? È uno Stato che non ha Costituzione, che non riconosce i propri confini orientali, che nega a due milioni di propri cittadini arabi l'uguaglianza elementare dei diritti nel nome dello Stato dei soli ebrei, che promuove e protegge la colonizzazione dei territori occupati col carico di distruzioni, umiliazioni, assassinii che la colonizzazione comporta ogni giorno... Sarebbe questa la democrazia?

Difendiamo Israele perché gli ebrei sono state vittima dell'Olocausto”. Ma perché l'infinito orrore dell'Olocausto nazista contro gli ebrei, il peggio della storia intera del Novecento, senza paragone alcuno, dovrebbe legittimare la pulizia etnica contro i palestinesi, la loro storica deportazione e oppressione? Semmai dovrebbe essere una ragione in più per rifiutare ogni oppressione e persecuzione. Perché nessun popolo può essere libero se ne opprime un altro. Eppure la più sconcia assimilazione di antisionismo e antisemitismo è assunta come clava nel dibattito pubblico, come forma di intimidazione verso il sostegno alla Palestina, come scudo protettivo dei crimini d'Israele.

Due popoli, due Stati” concedono al più i benpensanti. Curioso. Dopo essere stata osannata per mezzo secolo dalle sinistre riformiste di tutto il mondo, la formula “due popoli, due Stati” è oggi talmente vuota e ipocrita da essere assunta in prima persona da tutti i peggiori sostenitori della guerra d'Israele contro Gaza. Dall'immancabile imperialismo USA sino a Giorgia Meloni. Passando per quei regimi arabi che per mezzo secolo hanno scaricato i palestinesi quando non li hanno direttamente repressi e ammazzati (Settembre nero in Giordania, 1970). E per i nuovi imperialismi russo e cinese che cercano nuovi clienti tra questi stessi regimi sfruttando la crisi dell'egemonia americana.

Di grazia, dove dovrebbe situarsi uno Stato palestinese a fianco dell'intoccabile Israele? Basta porre questa domanda elementare per diradare la nuvola di fumo. La risposta sta nei famosi accordi di Oslo: accordi truffa che in cambio del riconoscimento dello Stato sionista relegavano i palestinesi in piccoli bantustan senza futuro, territori occupati e colonizzati dallo Stato sionista con la complicità crescente della stessa leadership palestinese.
Oggi peraltro la Cisgiordania è occupata da settecentomila coloni israeliani, armati dalla testa ai piedi, che scorrazzano impuniti e protetti dalle truppe, e Gaza è sotto un assedio genocida. Dunque chiediamo nuovamente: dove dovrebbe situarsi un fantomatico Stato palestinese rispettoso dello Stato d'Israele? I sei milioni di palestinesi dei campi profughi, i quattro milioni di palestinesi di Cisgiordania, i due milioni di palestinesi di Gaza, i due milioni di arabi israeliani, una netta maggioranza della popolazione di Palestina (e ancor più, in proiezione demografica) in quale sgabuzzino dovrebbe rassegnarsi a vivere?

La verità è che ogni soluzione della questione palestinese passa per il diritto al ritorno. E ogni diritto al ritorno mette in discussione l'esistenza dell'attuale Stato d'Israele. Non degli ebrei naturalmente, ma dello Stato sionista. Di uno Stato coloniale nato dall'espulsione di un altro popolo.
Solo una Palestina libera dal sionismo, una Palestina laica, una Palestina socialista, può realizzare l'autodeterminazione del popolo palestinese, riconoscendo i diritti nazionali della minoranza ebraica. Solo una simile soluzione consentirebbe la pacifica convivenza di arabi ed ebrei.

Ma questo significherebbe cancellare l'attuale geografia del Medio Oriente” protestano in nome del realismo non pochi progressisti. Sì, significherebbe esattamente questo. Significherebbe cancellare quello che le potenze imperialiste e lo Stato sionista hanno disegnato con riga e compasso in terra araba, con tanto di guerre d'invasione e di massacri. Significherebbe mettere in discussione gli stessi corrotti regimi arabi. Significherebbe saldare la rivoluzione palestinese con una rivoluzione nazionale araba, in direzione di una federazione socialista araba e del Medio Oriente.

Le grandi mobilitazioni delle masse arabe in questi giorni, in Algeria, in Egitto, in Tunisia, e soprattutto in Giordania e in Iraq, ci dicono che la grande maggioranza della popolazione araba, al di là degli attuali confini, vive la questione palestinese come una propria ragione di liberazione e di riscatto. Non a caso proprio il timore di una grande rivolta araba agita le cancellerie di tutto il mondo, e tutte le borghesie del Medio Oriente.

Sviluppare ed estendere la ribellione araba a fianco del popolo palestinese, guadagnarla ad una prospettiva antimperialista e antisionista, è il compito dei marxisti rivoluzionari palestinesi e arabi. In alternativa ad ogni fondamentalismo panislamista, ad ogni conciliazione col sionismo, a ogni forma di subordinazione agli imperialismi, vecchi e nuovi che siano.

Marco Ferrando

I buoni affari del colonialismo israeliano

 


La guerra di occupazione di Israele da un altro punto di vista


La grancassa mediatica nei paesi imperialisti USA e UE ha puntato tutta la sua attenzione sugli attacchi terroristici di Hamas e la guerra in Israele. Questa guerra è descritta come una guerra tra due popoli, tra due religioni e tra due concezioni della vita civile. Inutile aggiungere che la stragrande maggioranza dei mass media in modo esplicito o indiretto parteggia per il popolo di Israele, la sua religione e la sua civiltà.

I diritti del popolo palestinese al massimo vengono a rimorchio. Ma siamo sicuri che tutti i motivi del conflitto si riducano a questi?

Israele è un media potenza industriale. Il suo PIL nel 2002 è stato di oltre 500 miliardi di dollari, circa un quarto di quello italiano, uno dei paesi imperialisti d’Europa, mentre il PIL pro capite è di oltre il 55% maggiore di quello italiano. Non è un paese imperialista, ma un ricco paese capitalista con un’alleanza di ferro con l’imperialismo USA.

In confronto il territorio amministrato dall’Autorità nazionale Palestinese, la Cisgiordania o West Bank, ha un’economia poverissima, che la banca mondiale ha definito “insostenibile” nel 2022. Gaza unisce all’estrema povertà, con tassi di disoccupazione giovanile oltre il 70%, un sistema totalitario di controllo sociale da parte delle autorità israeliane che la rende una prigione a cielo aperto. Questo divario tra l’economia di Israele e i territori palestinesi non è un caso. Non è dovuto alla buona volontà e all'industriosità dei cittadini di Israele, ma è uno dei fattori della floridità economica israeliana.

Con la Tonak (Bibbia ebraica) e la Torah in mano i coloni israeliani non mirano soltanto a riconquistare la terra promessa. Piuttosto aprono la strada allo sfruttamento capitalistico dei territori occupati sia da parte delle compagnie israeliane che quelle multinazionali.

Nel 2010 l’economia dei Kibbutz, alcuni dei quali risiedono nei territori occupati da Israele dopo il 1947, con le loro fabbriche e le loro aziende agricole arrivavano a costituire il 9% del prodotto industriale e il 40% di quello agricolo.
Negli insediamenti illegali di Israele in Cisgiordania dell’ultimo mezzo secolo, sono state demolite migliaia di abitazioni palestinesi allo scopo di costruire nuove abitazioni e sono state dirottate, ossia letteralmente rapinate, le risorse naturali palestinesi come le terre più fertili e soprattutto l’acqua.

Da cosa nasce cosa, cosicché questi insediamenti sono diventati una risorsa sempre più lucrosa da sfruttare.
Oltre allo sfruttamento agricolo è diventato profittevole l’investimento nella industria del turismo.

Come denuncia Amnesty International nel suo rapporto “destination: occupation", del 2019, 4 grandi agenzie turistiche internazionali offono numerosissime destinazioni site nei territori occupati:

Airbnb, con sede negli USA, ha 300 proprietà negli insediamenti dei Territori palestinesi occupatiTripAdvisor, anch’essa con sede negli USA, Usa, oltre 70 tra attrazioni, tour, ristoranti, bar, alberghi e appartamenti in affitto; Booking.com, con sede in Olanda, 45 alberghi e affitti; Expedia, nove destinazioni di soggiorno, tra cui quattro grandi alberghi.

Così siti archeologici e naturalistici illegittimamente occupati dallo stato israeliano diventano meta del turismo di massa e fonte di profitto per le aziende internazionali e israeliane, oltre a creare un indotto economico da cui ovviamente la popolazione palestinese è esclusa.

Ma i meccanismi di sfruttamento coloniale coinvolgono anche altri e più grandi attori dei più svariati settori produttivi e di fornitura dei servizi.

Alcuni di questi sono elencati nel database fornito dall’ONU
 che enumera oltre alle numerosissime compagnie israeliane, anche gradi gruppi USA ed europei tra cui Egis Rail, grande compagnia di trasporti francese appartenente ad un gruppo di 1,5 miliari di euro di capitale; la C Bamford Excavators Limited, più conosciuta come JCB, multinazionale inglese che produce attrezzature per la costruzione edilizia, la demolizione e l'agricoltura (è inoltre il terzo più grande produttore di macchine agricole del mondo con un fatturato di circa 4 miliardi di sterline); la Tahal group International BV, multinazionale ingegneristica con sede ad Amsterdam; la francese Alstom che opera nel settore delle costruzioni ferroviarie con un reddito netto di 275 milioni di euro nel 2022; Altice Europe N.V. multinazionale olandese che si occupa di telecomunicazioni e mezzi di comunicazione di massa con un fatturato di 3 miliardi di euro nel 2013; eDreams con sede in Lussemburgo, una delle più grandi compagnie di viaggio on line; la General Milss, multinazionale americana del settore alimentare con un fatturato di oltre 17 miliardi di dollari nel 2020; Motorola solutions fornitore statunitense di apparecchiature di comunicazione e telecomunicazione le cui azioni in Borsa valgono attualmente circa 290 dollari.

Tuttavia queste compagnie non sono che una goccia nel mare.

Il rapporto Don’t Buy into Occupation (DBIO), composto da 25 ONG palestinesi ed europee, è risalito ai rapporti finanziari che queste società hanno a loro volta con circa 700 gruppi europei. Si tratta per lo più di istituzioni finanziarie, banche, compagnie di assicurazione, fondi pensionistici, che hanno fornito loro 114 miliardi di dollari nel 2020 e ben 141 in azioni e obbligazioni nel 2021.

50 grandi compagnie sono coinvolte nello sfruttamento dei territori occupati. I loro finanziamenti dipendono da 10 gruppi individuati bancari e finanziari che hanno fornito loro, da soli, attraverso prestiti e sottoscrizioni, 77,81 miliardi di dollari alle imprese che sono attivamente coinvolte negli insediamenti israeliani: BNP Paribas (Francia, 17,30 miliardi), Deutsche Bank (Germania, 12,03 miliardi), HSBC (Gran Bretagna, 8,72 miliardi), Barclays (Gran Bretagna, 8,69 miliardi), Société Générale (Francia, 8,20 miliardi), Crédit Agricole (Francia, 5,55 miliardi), Santander (Spagna, 4,75 iliardi), ING Group (Olanda, 4,60 miliardi), Commerzbank (Germania, 4,37 miliardi). L’ultima della top ten, l’italiana UniCredit, ha fornito 3,58 bilioni di dollari.

Due considerazioni emergono immediatamente.

La prima è che sono “miliardi” i motivi per cui i governi dei paesi imperialisti europei si sono posti incondizionatamente al fianco di Israele. Semplicemente difendono i propri listini.

Il governo Meloni ovviamente non si distingue e fa, della sua morale a corrente alternata, carta igienica per l’affarismo criminale e putrescente dei patrii interessi. Come scrive Altreconomia:

«La multinazionale tedesca HeidelbergCement - una delle principali multinazionali del cemento sul mercato mondiale, proprietaria dell’italiana Italcementi - è complice della violazione dei diritti della popolazione palestinese che vive nei Territori palestinesi occupati (OPT). A sostenerlo sono Al-Haq, organizzazione impegnata in attività di denuncia degli abusi commessi da Israele, e Somo, centro di ricerca sulle multinazionali con sede ad Amsterdam».

«Le operazioni estrattive, effettuate attraverso la controllata Hanson Israel, “hanno avuto luogo in un contesto caratterizzato da deliberate politiche istituzionali che mirano alla confisca e allo sfruttamento delle terre e risorse palestinesi da parte di Israele. Inoltre queste attività hanno consentito di mettere a disposizione materiali poi utilizzati per espandere le colonie israeliane”, scrivono Al-Haq e Somo in un comunicato indirizzato all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nel 2020»

Seconda considerazione. Il PIL israeliano è rappresentato in buona parte dallo sfruttamento illegale dei territori occupati ed è lecito pensare che anche il territorio di Gaza sia nel mirino di questi appetiti finanziari.

L’economia predatoria delle terre colonizzate supporta tanto i grandi capitalisti israeliani quanto i capitalisti dei paesi imperialisti, USA ed europei, che per questo hanno tutto l’interesse a rafforzare la forza armata sionista che rappresenta la vera ossatura e la ragione d’essere dello Stato di Israele. Il volume d’affari anche nella compravendita degli armamenti tra Israele e paesi imperialisti, in questo caso compresa la Russia, ne è un necessario corollario.

L’assalto ai territori palestinesi ci ricorda la “conquista del west” da parte dei coloni statunitensi che provocò lo sterminio genocida dei popoli nativi, i cui pochi rimasti vennero rinchiusi nelle riserve. Il futuro dei palestinesi, se Israele non viene fermata, sarà segnato da una nuova Nakba.

Come allora negli Usa, nonostante tutta l’epopea cinematografica di Hollywood, non si tratta di portare la civiltà.
Quale civiltà ci chiediamo: quella che organizza spedizioni squadristiche contro i cittadini palestinesi o che, tramite il proprio esercito, massacra scuole e ospedali di Gaza?

Più prosaicamente, dietro la cortina fumogena del conflitto tra religioni e culture, ci stanno gli ottimi affari e l’inserimento di Israele nel mercato capitalista e finanziario mondiale.

La rapina di acqua, terre, risorse minerarie e archeologiche a danno dei palestinesi con tutte le sue specificità, non costituisce altro che un episodio, della rapina che il capitalismo, nella sua fase imperialista, commette ai danni dei popoli sfruttati del mondo e ai danni del proletariato internazionale.

Questo, come d’altra parta su scala mondiale lo scontro tra le grandi aree geopolitiche (ad esempio USA e UE contro l’alleanza tra gli imperialismi russo e cinese), è il vero motore del conflitto israelo-palestinese.

La rapina israeliana e imperialista costituisce un elemento fondamentale della natura di tale conflitto.

La necessita di fermare questa rapina, con la distruzione rivoluzionaria dello Stato d'Israele, è una condizione obbiettiva della necessità della liberazione della Palestina, che possa consentire ai palestinesi il diritto al ritorno nella propria terra.

Solo la piena e libera autodeterminazione del popolo palestinese potrà permettere una pacifica convivenza con la minoranza ebraica.

Per questo la liberazione del popolo palestinese non è concepibile se non riconducendola ad una prospettiva socialista, in Palestina e in tutto il Medio oriente.

Federico Bacchiocchi

Strage sionista a Gaza

“Violenti scontri”, “drammatici fatti”, “sangue lungo il confine di Gaza”. Il commentario borghese di giornali e tv si arrampica sugli specchi per non chiamare le cose con il loro nome: una strage dello Stato sionista contro il popolo palestinese. Sedici palestinesi caduti sotto il piombo delle truppe israeliane, che non hanno esitato ad aprire il fuoco contro giovani armati di pietre. Le centinaia di palestinesi feriti da armi da fuoco, oltre ai sedici assassinati, danno la misura della repressione militare israeliana. Le congratulazioni di Netanyahu con l'esercito, la sua esaltazione a “custode della sovranità”, è la pubblica firma del massacro.

Il salto della repressione sionista si lega a molti fattori. Di ordine interno, col governo Netanyahu che cerca di sottrarsi alle disavventure giudiziarie invocando l'unità contro il nemico palestinese. Ma soprattutto di ordine internazionale, dove il nuovo corso di Donald Trump rafforza l'asse centrale dell'imperialismo USA col sionismo, mentre ricompone i suoi rapporti con Egitto ed Arabia Saudita in chiave anti-iraniana. Lo Stato sionista fa leva su questi fattori per rilanciare la propria politica di potenza in Palestina, mentre la profonda crisi politica delle organizzazioni maggioritarie del campo palestinese rivela la profondità del loro fallimento. Sia dell'apparato corrotto di Abu Mazen, sia di Hamas, indebolito dal crollo della Fratellanza musulmana nella regione araba. Il regime di Erdogan cerca di inserirsi in questa crisi atteggiandosi ad alfiere della causa palestinese agli occhi delle masse arabe. In realtà cerca solo di allargare il proprio spazio negoziale nelle spartizione della Siria e di completare l'annientamento dei kurdi.

La giovane generazione palestinese - al pari dei kurdi - non ha alcun alleato nel campo imperialista o tra le potenze regionali del Medio Oriente. Può contare solamente sulla propria determinazione e sul proprio coraggio. Tutte le favole su “due popoli, due Stati” sono prive tanto più oggi di ogni credibilità, persino retorica. Così come l'auspicio di una democratizzazione dello Stato d'Israele. I fatti di Galilea dicono una volta di più che non vi potrà essere alcuna soluzione della questione palestinese se non per via rivoluzionaria. Se non attraverso la dissoluzione dello Stato sionista e la rottura con l'imperialismo. Se non attraverso l'incontro della sollevazione palestinese con una rivolta di massa della nazione araba e con la ribellione antisionista della parte migliore della popolazione ebraica. Per una Palestina unita e libera su basi socialiste - rispettosa dei diritti nazionali della minoranza ebraica - dentro una federazione socialista araba.

Nell'anniversario della Nakba (1948), della pulizia etnica contro il popolo palestinese, solo il programma della rivoluzione permanente può realizzare il “diritto al ritorno” dei palestinesi nella propria terra. Che è il diritto incancellabile alla loro piena autodeterminazione.
Partito Comunista dei Lavoratori