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Per una Palestina libera dal fiume al mare. No all'ingannevole accordo di Trump e Israele

 


Dichiarazione internazionale

21 Ottobre 2025

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La massiccia e crescente mobilitazione e lo spostamento della maggioranza dell’opinione pubblica mondiale a favore del popolo palestinese e contro il genocidio dello Stato sionista di Israele hanno accelerato gli sforzi dell’imperialismo per ottenere una nuova e precaria tregua, il cui obiettivo è smantellare tale mobilitazione internazionale e fornire al sionismo nuovi mezzi; tregua basata su un patto controrivoluzionario con la leadership palestinese.

Comprendiamo e condividiamo il conforto della popolazione di Gaza per la cessazione dei bombardamenti quotidiani durati per due anni e per la possibile fine dell’assedio criminale, che l’ha sottoposta a una inesorabile crisi umanitaria. Ma dobbiamo essere onesti: questo non significa una vittoria della resistenza palestinese, come affermano erroneamente varie organizzazioni. La realtà è molto più complessa.

Questa tregua è in parte il risultato della straordinaria mobilitazione globale, così come del pericolo che la situazione di Gaza diventasse imprevedibile. Ma l’accordo parallelo che Hamas e Israele hanno firmato è stato negoziato alle condizioni imposte dagli Stati Uniti. I suoi 20 punti, se si concretizzassero, rappresenterebbero un arretramento per la lotta per l’emancipazione della Palestina. Questo accordo, in sostanza, propone alla Palestina di accettare di sottomettersi all’imperialismo e di legittimare l’occupazione sionista.

Per raggiungere questo accordo, le potenze imperialiste hanno contato sulla collaborazione diretta del Qatar, dell’Egitto e della Turchia, e sulla celebrazione complice dell’intera borghesia occidentale, delle autocrazie arabe e persino della Russia e della Cina.

L’accordo, se l’imperialismo riuscisse a impedirne il fallimento prima che si raggiunga la sua seconda fase, oltre al rilascio degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi, che è già in via di definizione, propone la trasformazione di Gaza in un protettorato statunitense sotto la tutela di un governo fantoccio guidato da Donald Trump e Tony Blair.

Non richiede che Israele ritiri completamente le sue truppe da Gaza né che ponga fine alla sua avanzata coloniale in Cisgiordania. Richiede però che Hamas si disarmi e non ostacoli né la formazione di un nuovo governo di tecnocrati palestinesi “apolitici” e di “esperti internazionali” né l’istituzione di una forza militare straniera che assumerebbe il controllo della Striscia.

La risposta genocida del sionismo alle azioni di Hamas del 7 ottobre ha scatenato una mobilitazione internazionale a favore della Palestina ben oltre qualsiasi mobilitazione precedente. Il processo si è esteso ben oltre il suo epicentro storico nei settori di sinistra, esplodendo nei principali paesi imperialisti del mondo. È stato massiccio negli Stati Uniti, con accampamenti in varie università e in significativi settori della comunità ebraica che si sono dissociati dal sionismo. Centinaia di migliaia e milioni hanno marciato in Australia e in Europa, nonostante il fatto che i maggiori sindacati e i partiti socialdemocratici nei paesi imperialisti si siano tenuti al margine di questo movimento o abbiano effettivamente continuato a sostenere Israele, e i regimi mediorientali (a eccezione degli houthi) abbiano impedito alla cosiddetta piazza araba di mobilitarsi per forzare il blocco di Gaza, contro i sionisti e gli stati occidentali che sostenevano il genocidio. In numerosi paesi imperialisti diverse organizzazioni palestinesi sono state vietate e migliaia di manifestanti sono stati criminalizzati o addirittura accusati di terrorismo. Ma nonostante tutto ciò, il movimento è cresciuto e lo sciopero generale recente e i blocchi portuali in Italia, in solidarietà con la Global Sumud Flottilla, hanno scosso il mondo e cominciato a servire da esempio.

È un dato di fatto che gli Stati Uniti e Israele, nonostante il complice sostegno dell’intera sovrastruttura capitalista, hanno perso la battaglia contro l’opinione pubblica mondiale. Questo è il risultato più significativo che la causa palestinese ha ottenuto. Israele non era mai stato prima nella storia così isolato a livello internazionale, né così soggetto a condanne e critiche.

Tuttavia, a due anni dal perpetrarsi del genocidio, il popolo palestinese non è in condizioni migliori rispetto a prima del 7 ottobre 2023. Gaza è stata distrutta e militarmente occupata dall’esercito sionista; sono state perse almeno 67.000 vite palestinesi, probabilmente molte di più, comprese quelle di 20.000 bambine e bambini; decine di migliaia sono rimasti feriti e mutilati. La Cisgiordania continua a perdere territorio a favore dei coloni sionisti e la vita a Gerusalemme Est è sempre più difficile.

L’azione di Hamas del 7 ottobre ha raggiunto il suo obiettivo immediato, ossia di interrompere il processo di “normalizzazione” delle relazioni tra Israele e i paesi arabi, note come Accordi di Abramo. Ma l’aspettativa di Hamas che il colpo inferto a Israele esercitasse sufficiente pressione per costringerlo a negoziare un accordo non si è concretizzata. Né si è verificata l’ipotesi che l’Iran avrebbe risposto con forza a una reazione smisurata di Israele. È divenuto chiaro che il regime dei mullah difende solo i propri interessi capitalisti e di casta. Anche i regimi arabi hanno fallito nel sostenere la Palestina, e stanno appoggiando l’accordo in corso, che cerca la resa della resistenza per tornare al percorso della “normalizzazione” delle relazioni con Israele e con l’imperialismo.

La scommessa sbagliata di Hamas ha portato al genocidio, alla distruzione e all’occupazione di Gaza, e ora a un patto pieno di concessioni, che ricorda quello firmato da Arafat a Oslo più di trent'anni fa. Non è un caso che, sotto la pressione delle mobilitazioni, diversi paesi, come Spagna e Regno Unito, abbiano riesumato il sogno dei due stati, che nell'accordo non è nemmeno menzionato come obiettivo.

Nessuno Stato palestinese è possibile fintanto che esisterà, sulle sue terre storiche, uno Stato coloniale, espansionista e genocida. È stato dimostrato che Israele non permetterà mai questo. Al contrario, il suo progetto strategico è la completa pulizia etnica del popolo palestinese e la costruzione di un “Grande Israele”, conquistando sempre più territori.

Per ottenere la pace, e perché essa sia duratura e giusta per il popolo palestinese e per tutti i popoli della regione, dobbiamo prima sconfiggere il mostro sionista e la sua continua espansione coloniale. Finché lo Stato terrorista di Israele, costruito col sangue e col fuoco dagli imperialisti, continuerà a esistere, l’unica “pace eterna” possibile sarà quella pronunciata nelle litanie funebri.

Solo la costruzione di una Palestina unita, libera, laica e socialista, dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, potrà permettere ai popoli della regione di vivere nuovamente in pace. Ma questa soluzione non verrà dalle mani del capitalismo arabo, né dai mullah iraniani, né attraverso patti con alcuna potenza imperialista. Potrà venire solo dalle masse lavoratrici arabe, qualora guidino una rivoluzione che rovesci i governi capitalistici del Medio Oriente, che sconfigga il mostro sionista e istituisca una federazione di repubbliche socialiste in tutta la regione.

Nel 1948, i nostri predecessori politici della Quarta Internazionale, l’unica organizzazione del movimento operaio mondiale che si oppose alla creazione dello Stato sionista, dichiararono:

«Grazie alla direzione borghese e feudale dei paesi arabi – agenti dell’imperialismo – siamo stati sconfitti in una fase della lotta contro l’imperialismo. Dobbiamo prepararci alla vittoria nella fase successiva, cioè all’unificazione della Palestina e di tutto il Medio Oriente, creando l’unica forza che può raggiungere questi obiettivi: il partito proletario rivoluzionario unificato del Medio Oriente».

Oggi come allora, questa è la strategia su cui scommettono coloro che hanno sottoscritto questa dichiarazione. Pertanto, ci impegniamo a promuovere, aiutare e costruire partiti rivoluzionari nella regione, ricompattando senza alcun settarismo i militanti combattivi che condividono questi obiettivi.

Lega Internazionale Socialista (LIS), Lega per la Quinta Internazionale (L5I)

La confluenza dell'Opposizione Trotskista Internazionale nella Lega Internazionale Socialista

 


Avanza l'unità dei marxisti rivoluzionari nel mondo

26 Maggio 2025

English version

Il congresso dell'Opposizione Trotskista Internazionale (OTI), tenutosi a Rimini il 23-24-25 maggio, ha deciso a larghissima maggioranza il proprio scioglimento in funzione della confluenza nella Lega Internazionale Socialista (LIS). È un passo avanti dell'unità dei trotskisti conseguenti nel mondo.

La scelta compiuta dall'OTI è coerente con la sua impostazione di fondo. L'OTI è stata una piccola organizzazione internazionale (presente in Italia, Stati Uniti, Danimarca, Gran Bretagna, Francia, Ungheria), di cui il PCL ha rappresentato la principale sezione, che si è sempre battuta per il raggruppamento rivoluzionario internazionale attorno a un quadro comune di programma generale e di principi fra tutte le organizzazioni e tendenze che condividono tale programma, indipendentemente dalla loro diversa provenienza, sulla base del centralismo democratico leninista. Una impostazione esattamente opposta alla logica assurda della frammentazione fra tante piccole internazionali-frazione autocentrate che purtroppo ha segnato tanta parte del movimento trotskista, anche nella sua area rivoluzionaria.

L'incontro con la LIS è maturato su questo terreno. La LIS è un'organizzazione internazionale marxista rivoluzionaria presente in quaranta paesi del mondo, in tutti i continenti. È nata nel 2019 dal raggruppamento internazionale, su una comune base programmatica, di organizzazioni di diversa storia e provenienza, a partire dal forte Movimiento Socialista de los Trabajadores (MST, Movimento Socialista dei Lavoratori) argentino, proveniente dalla tradizione morenista, e da The Struggle, consistente organizzazione pachistana proveniente dalla tradizione di Ted Grant. Il suo rapido sviluppo è passato anche per la conquista di organizzazioni che hanno rotto con lo stalinismo, come nel caso delle sezioni kenyota e libanese della LIS, entrambe nate da una scissione dei settori giovanili dei partiti comunisti dei rispettivi paesi.

Due anni di intenso confronto politico con la LIS ci hanno permesso di verificare non solo la comune base programmatica e metodo di costruzione, ma anche una comune analisi del mondo, in tutti i suoi aspetti decisivi: a partire dalla comprensione dello scontro fra vecchie e nuove potenze imperialiste, quale chiave di lettura dello scenario internazionale. Il pronunciamento comune sulla complessa crisi ucraina, contro l'invasione dell'imperialismo russo e contro la spartizione imperialista del paese; il pronunciamento comune sulla questione palestinese, per la distruzione rivoluzionaria dello stato sionista; il comune pronunciamento sulla guerra indo-pachistana, a favore di una impostazione disfattista bilaterale; la comune battaglia contro il riarmo imperialista ed ogni economia di guerra, hanno misurato non solo lo stesso posizionamento di fondo sui principali fatti mondiali, ma anche la capacità di applicare correttamente l'impostazione leninista in tutte le sue articolazioni. Contro ogni posizione campista o semicampista. Contro ogni subordinazione al pacifismo imperialista. Contro ogni negazione antileninista dei diritti nazionali dei popoli oppressi.

Lo stesso vale per la comune linea generale di intervento nella lotta di classe, nelle organizzazioni sindacali, nei movimenti femministi e trasfemministi, nel movimento ambientalista: per ricondurre le rivendicazioni immediate di ogni movimento di classe o progressivo alla prospettiva rivoluzionaria del governo dei lavoratori e delle lavoratrici, contro ogni subordinazione a impostazioni riformiste, piccolo-borghesi, aclassiste. Da qui la centralità delle rivendicazioni transitorie e del metodo transitorio. Non a caso il congresso dell'OTI ha registrato la totale convergenza con la LIS circa la linea di intervento sulla questione di genere, a partire dalla ricca discussione sull'importante documento elaborato dalle nostre compagne, approvato unitariamente dal congresso.

La confluenza dell'OTI nella LIS è tanto più importante perchè non si tratta di un fatto isolato. La Lega per la Quinta Internazionale, proveniente dalla tradizione del Socialist Workers Party britannico, e oggi presente in diversi paesi (Germania, Gran Bretagna, Svezia, Pachistan...) è stata anch'essa coinvolta nella prospettiva della propria confluenza nella LIS, condividendo con LIS e OTI i comuni pronunciamenti prima citati e il confronto politico che li ha accompagnati. Da qui la previsione ottimistica formulata dalla delegazione della Lega per la Quinta Internazionale presente al nostro congresso, circa la prospettiva del proprio ingresso a breve nella LIS.

Non solo. L'avvenuta confluenza dell'OTI nella LIS, e quella altamente probabile della Lega per la Quinta Internazionale, ponendosi finalmente in controtendenza rispetto alle dinamiche di frammentazione settaria, possono moltiplicare a loro volta la capacità attrattiva della LIS nei confronti di altre importanti organizzazioni rivoluzionarie di diversi paesi e continenti. Organizzazioni che in diversi casi hanno già hanno espresso la propria attenzione e giudizio positivo sul processo di raggruppamento in corso. Lo scopo della LIS infatti non è quello di preservare sé stessa ma di lavorare alla costruzione della nuova Internazionale rivoluzionaria, quale direzione alternativa dell'avanguardia di classe nel mondo. «Raccogliere il meglio delle diverse tradizioni del trotskismo per costruire insieme una nuova tradizione» è lo scopo dichiarato della LIS, e al tempo stesso un passo avanti necessario per la prospettiva della nuova Internazionale.

La confluenza dell'OTI nella LIS è infine un fatto di estrema importanza per il Partito Comunista dei Lavoratori. Di ulteriore motivazione della nostra organizzazione militante e di rilancio della sua capacità di aggregazione e di crescita. Per questo tanto più oggi rivolgiamo un appello a tutti/e i compagni e compagne che condividono il nostro progetto perchè rafforzino il PCL, quale nuova sezione italiana della Lega Internazionale Socialista. Il momento è ora. Invitiamo i nostri aderenti a passare a militanti, e dunque a partecipare a pieno titolo al congresso mondiale della LIS che si terrà alla fine del 2025. Invitiamo tanti nostri interlocutori e simpatizzanti a sciogliere ogni riserva e ad aderire al PCL nella forma che ognuno liberamente sceglierà.

La prospettiva della costruzione di una nuova Internazionale rivoluzionaria ha fatto un importante passo in avanti. Facciamo insieme il nuovo cammino.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dichiarazione congiunta sulla Palestina

 


L'Opposizione Trotskista Internazionale (ITO) e la Lega per la Quinta Internazionale (LFI), trovandosi d'accordo sulle prospettive rivoluzionarie per la Palestina, hanno adottato questa dichiarazione congiunta.

English translation

La costante oppressione, l'espulsione e le uccisioni dei palestinesi in Israele, Cisgiordania e Gaza hanno nuovamente attirato l'attenzione del mondo attraverso il contrattacco condotto da Hamas e da altri combattenti della resistenza il 7 ottobre e la brutale risposta di Israele – superiore ai suoi precedenti attacchi – contro l'intera popolazione di Gaza. Tutto ciò ha indignato e mobilitato milioni di persone in tutto il mondo contro lo Stato sionista e il supporto incondizionato che riceve dai suoi sostenitori imperialisti e razzisti.

È dovere urgente di tutti i rivoluzionari dare il massimo sostegno a questo movimento mondiale, presentando al contempo una chiara prospettiva rivoluzionaria anticapitalista per il suo sviluppo. A tal fine, presentiamo la seguente dichiarazione e invitiamo tutti coloro che condividono la nostra visione della situazione a unirsi a noi in questo sforzo.


SIONISMO E IMPERIALISMO

Il sionismo è stato un progetto coloniale fin dalla sua nascita. Il suo obiettivo è quello di espellere la popolazione araba autoctona della Palestina per fare spazio ai coloni ebrei. Una colonia sionista in Palestina sembrava lontana fino a quando l'Olocausto non uccise sei milioni di ebrei europei e lasciò molti degli altri tre milioni alla disperata ricerca di un rifugio. L'antisemitismo impedì alla maggior parte degli ebrei di emigrare negli Stati Uniti e in Europa occidentale. Le organizzazioni sioniste portarono molti di essi in Palestina.

In una delle più grandi tragedie del ventesimo secolo, un popolo terribilmente oppresso, gli ebrei europei, inflisse una terribile oppressione a un altro popolo oppresso, gli arabi palestinesi. Con la Nakba del 1948, i sionisti si impadronirono del 78% della Palestina mandataria e la dichiararono Israele. Le milizie sioniste e l'esercito israeliano espulsero 750.000 palestinesi, e molte altre migliaia fuggirono. La Nakba ridusse la popolazione araba nel territorio rivendicato da Israele da 1.324.000 nel 1947 a 156.000 nel 1948.

Gli imperialismi statunitense ed europeo, alleati di Israele, hanno due interessi primari in Medio Oriente: la sua posizione strategica all'incrocio tra Asia, Europa e Africa e il suo petrolio e gas. Per più di un secolo hanno cercato di dominare la regione attraverso una combinazione di violenza e di contrapposizione tra settori della popolazione locale.

Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, gli Stati Uniti hanno soppiantato la Gran Bretagna e la Francia come potenza imperialista dominante nella regione e sono diventati junior partner. Questo trio ha sponsorizzato monarchi e dittature militari dal Marocco all'Iran e ha trovato il modo di incorporare governi nazionalisti, come quelli di Algeria, Egitto, Siria e Iraq, nel proprio ordine mondiale neocoloniale.

Israele si è dimostrato molto utile nella creazione dell'ordine imperiale neocoloniale, soprattutto dopo aver sconfitto Egitto, Siria e Giordania nella Guerra arabo-israeliana del 1967. Gli Stati Uniti hanno inviato miliardi di dollari in aiuti e armi per costruire Israele come gendarme al centro del mondo arabo. Israele ha anche una funzione politica, in quanto permette agli Stati Uniti di mascherare le proprie operazioni militari, e in quanto aiuta i governi arabi reazionari e compradori a distogliere l'attenzione dal proprio malgoverno a favore di un nemico esterno, Israele.


INTIFADA

Nella Guerra del 1967 Israele conquistò Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan, completando l'occupazione della Palestina dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. Occupò anche la penisola egiziana del Sinai. Nella guerra del 1973, l'Egitto e la Siria combatterono Israele fino a un punto di stallo. L'Egitto riconquistò il Sinai e, nel 1979, riconobbe Israele.

Da allora è emerso uno schema: Israele, sostenuto dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei, occupa la Palestina; gli Stati arabi protestano ma non fanno nulla; i palestinesi si sollevano periodicamente per opporsi alla loro emarginazione.

La Prima intifada del 1987-1993 ha portato agli Accordi di Oslo, che hanno creato l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per amministrare la Cisgiordania e Gaza. Gli accordi implicavano una soluzione a due Stati per il conflitto arabo-israeliano in Palestina, ma Israele non ha mai accettato tale soluzione, né una partizione sopportabile per i palestinesi.

La Seconda intifada del 2000-2005 ha costretto Israele a "disimpegnarsi" da Gaza, ritirando le truppe e smantellando gli insediamenti israeliani. Fatah, con sede in Cisgiordania, e Hamas, con sede a Gaza, si sono sfidati alle elezioni legislative palestinesi del 2006. Hamas ha ottenuto la maggioranza, il che ha portato Fatah a dividere l'ANP. Dopo una breve guerra civile, Fatah ha consolidato la sua posizione in Cisgiordania e Hamas ha preso il controllo di Gaza.


L'ESPANSIONE ISRAELIANA

Israele opprime i palestinesi in tutti e tre le zone della sua occupazione di apartheid: Cisgiordania, Gaza e Israele stesso.

Dal 2007 Israele si è ulteriormente espanso in Cisgiordania e sulle alture del Golan. 450.000 coloni israeliani si sono trasferiti in Cisgiordania, 220.000 a Gerusalemme Est e 25.000 sulle alture del Golan. I coloni sono una forza paramilitare armata. Sostenuti dall'esercito israeliano e dalla polizia dell'Autorità Nazionale Palestinese, essi terrorizzano i loro vicini palestinesi e rubano le loro terre.

Israele non ha coloni a Gaza, ma controlla lo spazio aereo del territorio, le sue coste e sei dei suoi sette valichi terrestri. Israele controlla l'approvvigionamento idrico, l'elettricità e le telecomunicazioni di Gaza. L'esercito israeliano mantiene una no-go zone all'interno di Gaza ed entra nel territorio a piacimento. Israele ha dichiarato guerra a Gaza nel 2008-2009 e nel 2014, e ha attaccato i manifestanti non violenti durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018-2019.

Israele sostiene di essere una democrazia, ma nega i diritti democratici non solo ai 5,5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza, e a un numero simile di rifugiati fuori dalla Palestina, ma anche ai 2,1 milioni di palestinesi che vivono in Israele. Un ebreo che vive in qualsiasi parte del mondo può trasferirsi in Israele e diventare cittadino a tutti gli effetti. Un palestinese la cui famiglia vive in Palestina da molto prima che Israele esistesse non potrà mai diventare cittadino a tutti gli effetti. I palestinesi sono sistematicamente discriminati, esclusi economicamente, e politicamente e trattati come nemici.


7 OTTOBRE

Fin dagli accordi di Camp David del 1978, gli Stati Uniti hanno cercato di convincere i governi degli Stati arabi a normalizzare le relazioni con Israele, nonostante il trattamento riservato ai palestinesi e l'odio che questo trattamento suscita nel popolo arabo. Nel 2020 gli Stati Uniti hanno mediato accordi che hanno normalizzato le relazioni di Israele con Bahrein, Marocco, Sudan ed Emirati Arabi Uniti. L'Arabia Saudita ha avviato colloqui nella stessa direzione.

L'attacco del 7 ottobre ha fatto saltare i piani israeliani e imperialisti. Dopo un anno di attenta pianificazione, ignorata dalle forze di sicurezza israeliane, i combattenti palestinesi guidati da Hamas hanno superato le difese di confine di Israele e hanno colpito decine di obiettivi militari, oltre ad alcuni civili. Hanno preso centinaia di ostaggi prima di essere costretti a tornare oltre il confine.

Il maltrattamento, la tortura e l'uccisione di civili disarmati, non in età militare, devono essere condannati senza equivoci, anche se riconosciamo che si è trattato, in parte, di un'espressione della rabbia dei palestinesi per i massacri e l'espropriazione del loro popolo da parte di Israele. Ha fatto il gioco della macchina propagandistica sionista che ha disumanizzato i palestinesi e "giustificato" i propri crimini di guerra, di portata maggiore rispetto a quelli di Hamas o delle altre forze di resistenza palestinesi. Ma la maggior parte dell'operazione, compresa la presa di ostaggi, era militarmente legittima.

L'attacco ha interrotto il processo di "normalizzazione" delle relazioni di Israele con gli Stati arabi e musulmani sponsorizzato dagli Stati Uniti, ha mostrato la guerra coloniale latente di Israele contro il popolo palestinese e ha riportato la Palestina all'ordine del giorno nel mondo.

Nelle settimane successive, Israele ha lanciato una guerra genocida contro Gaza. L'esercito israeliano ha bombardato case, ospedali, scuole e centri comunitari, causando un numero di vittime di gran lunga superiore a quello del raid del 7 ottobre. La metà delle vittime sono bambini, una percentuale molto più alta di quella del raid del 7 ottobre. L'esercito israeliano ha accettato un breve cessate il fuoco per lo scambio di prigionieri e ora ha ripreso il suo attacco genocida, spingendo i 2,3 milioni di abitanti in un angolo sempre più piccolo della Striscia di Gaza e minacciando una nuova Nakba.


SOLIDARIETÀ

L'audacia della resistenza palestinese e la ferocia del contrattacco israeliano hanno rilanciato il movimento di solidarietà con la Palestina in tutto il mondo. Enormi manifestazioni si sono svolte in tutto il mondo arabo, ma anche in Europa, negli Stati Uniti e altrove. Il movimento di solidarietà era stato assopito dal lento strangolamento della Palestina e dalla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e altri quattro Stati arabi. Il 7 ottobre ha riportato in vita il movimento.

I marxisti rivoluzionari devono partecipare a tutte le azioni di solidarietà. Il cessate il fuoco a Gaza e il ritiro delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), per fermare il genocidio, è la priorità più urgente, ma il movimento di solidarietà deve anche rivendicare aiuti umanitari per Gaza, lo stop all'avanzata dei coloni israeliani in Cisgiordania, la protezione dei diritti degli arabi israeliani e degli ebrei antisionisti in Israele, il diritto al ritorno dei rifugiati e l'interruzione dei legami militari con Israele.

Le azioni in corso comprendono già manifestazioni, disobbedienza civile, eventi pubblici, campagne mediatiche e di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele. Sindacati e altre organizzazioni stanno adottando risoluzioni che chiedono il cessate il fuoco e il taglio degli aiuti militari. In alcuni luoghi, i lavoratori stanno rispondendo all'appello della Federazione Generale Palestinese dei Sindacati (PGFTU) di interrompere la produzione e la spedizione di armi a Israele.


PROSPETTIVA

Sebbene i marxisti rivoluzionari debbano partecipare ad azioni di solidarietà ovunque sia possibile, il nostro ruolo particolare è quello di promuovere nella classe lavoratrice la comprensione della crisi e delle soluzioni.

Questo compito inizia con il dire la verità. Un cessate il fuoco a Gaza è necessario ma non sufficiente, poiché i sionisti continueranno la loro campagna per cacciare i non ebrei dalla Palestina. Un accordo negoziato è impossibile, poiché Israele non cederà abbastanza terra per uno Stato palestinese che sia accettabile e non rinuncerà alla supremazia ebraica per lasciare spazio a una democrazia laica in uno Stato binazionale. Gli imperialismi statunitense ed europeo non costringeranno Israele ad accettare la soluzione dei due Stai, o di uno Stato, poiché hanno bisogno che Israele li aiuti a dominare la regione.

Il capitalismo non ha una soluzione per la Palestina. Le alternative sono o il massacro e l'espropriazione dei palestinesi o l'intervento della classe operaia nella storia.

I lavoratori in Israele potrebbero fermare la società israeliana, dividere l'esercito e impedire ai sionisti di usare le loro armi nucleari. Ma per ora, la grande maggioranza della classe operaia israeliana è fedele al sionismo, e considerano lo sfruttamento in un regime di supremazia ebraica come migliore dello sfruttamento in un regime di assenza di supremazia ebraica. È una vecchia storia negli Stati coloniali. Solo la prospettiva di una Palestina democratica, laica e socialista potrebbe dare loro un motivo per rompere con i loro padroni.

I lavoratori negli Stati Uniti e in Europa potrebbero privare Israele del sostegno economico e militare di cui ha bisogno per perseguire le sue politiche genocide. La simpatia per i palestinesi sta crescendo, perché resistono e soffrono. Potrebbe raggiungere il livello dell'opposizione alla guerra del Vietnam alla fine degli anni Sessanta, che rese impossibile il proseguimento della guerra. I marxisti rivoluzionari e gli altri individui impegnati nel movimento di solidarietà palestinese - tra cui decine di migliaia di ebrei antisionisti e decine di migliaia di sindacalisti - dovrebbero fare tutto il possibile perché ciò accada.

I lavoratori dei Paesi arabi potrebbero rovesciare i loro governi collaborazionisti, costringere gli imperialisti statunitensi ed europei ad abbandonare Israele e offrire alla classe operaia israeliana la prospettiva di un futuro laico e democratico libero dal dominio capitalista e dalla guerra infinita. La Primavera araba ne ha mostrato il potenziale.

Non possiamo sapere come finirà l'ingiustizia del dominio sionista sulla Palestina, e nemmeno se finirà prima che il capitalismo faccia precipitare il mondo in un disastro ecologico o in una guerra nucleare. Quello che possiamo fare è proporre un programma d'azione per cui lottare, che parta da richieste immediate e culmini nell'unica soluzione reale: la rivoluzione dei lavoratori in tutta la regione. Questo è il nostro progetto.


Porre fine all'assalto genocida a Gaza. Cessate il fuoco immediato. Ritiro delle truppe israeliane. Porre fine all'assedio. Aprire i valichi.

Ricostruire le case, gli ospedali, le scuole, le università e le infrastrutture devastate di Gaza a spese di Israele e dei suoi finanziatori imperialisti.

Porre fine all'occupazione sionista della Cisgiordania. Ritirare l'esercito israeliano. Espulsione dei coloni.

Liberare tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Piena uguaglianza per i palestinesi nello Stato israeliano.

Porre fine agli aiuti e alle spedizioni di armi degli Stati Uniti e di altri imperialisti a Israele. Sostenere il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele.

Solidarietà con il popolo palestinese e arabo. Nessuna pace con il sionismo e l'imperialismo.

Per la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista. Per una Palestina laica, democratica e socialista dal fiume al mare.

Per il diritto al ritorno di tutti i rifugiati palestinesi. Pari diritti per la maggioranza araba e la minoranza ebraica della Palestina.

Abbasso i capitalisti, i proprietari terrieri, le monarchie e gli Stati arabi, agenti dell'imperialismo. Per l'unità rivoluzionaria del popolo arabo.

Per la rivoluzione proletaria in Medio Oriente e Nord Africa. Per una federazione socialista della regione.

International Trotskyist Opposition, League for the Fifth International