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GSF26. Unità operai-studenti italiani, vento in poppa per la Flotilla


L’anno scorso si sono svolte mobilitazioni di massa nelle strade, con la partecipazione di molti studenti. Le proteste per la Global Sumud Flotilla hanno coinvolto anche le università italiane. Da Catania, i nostri compagni del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), sezione italiana della LIS, che hanno partecipato alle azioni, hanno parlato con Giulia, studentessa di filosofia, e con il lavoratore M. C., socio-educatore della Cooperativa Valdocco, entrambi di Torino. L’intervista invita a guardare più da vicino e a riflettere su come possiamo essere più forti la prossima volta, continuando a sostenere la Flottiglia.

Intervista realizzata dai compagni del PCL

Dopo le occupazioni del 2023, come è ripartita la mobilitazione per la Palestina a Torino?

Giulia: Dopo la fine dell’occupazione delle facoltà di lettere dell’Università di Torino (Palazzo Nuovo), le iniziative per la Palestina sono diventate molto più sporadiche. A dare una boccata d’aria fresca al movimento è stata la spedizione umanitaria della Global Sumud Flotilla. La solidarietà con la Flotilla non ha coinvolto solo i lavoratori portuali (che si sono mobilitati fin dalla sua partenza in tutti i porti italiani), ma anche e soprattutto gli studenti, in particolare quelli universitari. Molte organizzazioni hanno cercato di preparare una nuova mobilitazione unitaria per creare un “equipaggio a terra” a sostegno della missione. Tuttavia, a Torino le assemblee organizzative non sono riuscite a generare un movimento che andasse oltre le mura dell’università. L’autunno ha riprodotto dinamiche molto simili alle mobilitazioni dell’anno precedente. Sebbene si riconoscesse l’importanza della loro presenza in una lotta che «riguardava tutti e tutte», non si è mai cercato di estendere la mobilitazione ai lavoratori con azioni mirate a questo scopo: distribuzione di volantini, picchetti o assemblee davanti alle fabbriche.

Nonostante Torino sia un importante polo industriale in Italia e negli ultimi anni abbia ricevuto molti investimenti nel settore bellico, l’attivazione studentesca in quell’ambito è sempre stata poco funzionale alla creazione di un fronte unitario con rivendicazioni rivoluzionarie. La corrente autonoma, maggioritaria, si è nuovamente concentrata sul boicottaggio accademico senza cercare una vera convergenza con i lavoratori, invitando solo occasionalmente delegati di fabbrica ad alcuni incontri universitari. La seconda forza universitaria per numero, Cambiare Rotta–Collettivo Universitario Autoorganizzato, ha boicottato le assemblee dell’Intifada studentesca e ha preferito organizzare per conto proprio un nuovo accampamento presso la facoltà di scienze politiche. Le organizzazioni giovanili di Potere al Popolo–Rete dei Comunisti hanno seguito indicazioni settarie a livello nazionale dell’Unione Sindacale di Base, con la quale hanno realizzato alcuni incontri chiusi ad altre organizzazioni politiche e sindacali della città.

La grande manifestazione di Torino in occasione dello sciopero generale del 22 settembre (in risposta al blocco della Flottiglia) non è stata il risultato di un lavoro organizzato dell’avanguardia studentesca né ha coinvolto settori industriali chiave complici del genocidio in Palestina, come le fabbriche di Leonardo. La partecipazione si è limitata ai sindacati di base, agli studenti e ai lavoratori della conoscenza. Qualcosa di simile è accaduto il 3 ottobre, anche se in quel caso l’adesione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ha ampliato la mobilitazione.

Cosa pensi abbia determinato la mancanza di unità d’azione tra gli studenti?

Giulia: In realtà, la presenza studentesca nelle mobilitazioni e negli scioperi è stata molto forte, e le giornate del 22 settembre e del 3 ottobre ne dimostrano il ruolo di primo piano. Ma la partecipazione delle diverse correnti all’organizzazione evidenziava una divisione e una disorganizzazione generalizzate: le assemblee unitarie non analizzavano il movimento né definivano strategie, non c’erano dibattiti né scambi di opinioni. Le riunioni si limitavano a pianificare la prossima manifestazione, l’affissione di manifesti o un evento. L’orizzonte politico e strategico era completamente assente dal dibattito collettivo. Ogni organizzazione discuteva le proprie tattiche separatamente, mentre le riunioni comuni servivano solo a informare gli altri sulle proprie iniziative.

A ciò si aggiungeva una pratica assembleare fortemente antidemocratica, che allontanava le minoranze dall’assemblea “ufficiale”, egemonizzata dall’autonomia. Invece di votare, si ricorreva alla “sintesi” delle opinioni, cercando di conciliare tutte le proposte senza affrontarne le contraddizioni. Il risultato era che le proposte scomode venivano semplicemente ignorate. Ciò ha generato scoraggiamento: la mancanza di dibattito e di analisi ha allontanato gli studenti meno politicizzati o senza organizzazione. La mancanza di un coinvolgimento reale ha portato al progressivo smantellamento dell’assemblea dell’Intifada, anche di fronte alla quasi totale assenza di risultati in tre anni di mobilitazione.

Il movimento studentesco ha fatto un passo indietro definitivo?

Giulia: Assolutamente no. Negli ultimi mesi, gli studenti sono stati in prima linea in tutti i movimenti progressisti del Paese: dagli scioperi a sostegno della Flottiglia all’8 marzo, passando per le mobilitazioni contro la guerra imperialista in Iran e a sostegno del popolo curdo. Al di là della dispersione delle forze dovuta alla mancanza di un progetto politico unitario (come avrebbe potuto essere un’assemblea democratica di tutti gli studenti di Torino o anche un coordinamento nazionale anti-imperialista), ogni organizzazione ha contribuito a generare momenti di grande partecipazione popolare.

Tuttavia, in assenza di una direzione comune, i movimenti di massa tendono a seguire cicli determinati dalla situazione in Palestina e dalle condizioni del proletariato locale. Inoltre, esiste il rischio di rappresaglie governative nelle fasi di arretramento. Mentre nei momenti di ascesa si sono svolte azioni dirette senza conseguenze, in seguito sono arrivate multe e arresti quando è diminuita la protezione delle masse. Tuttavia, non si può subordinare la costruzione di un movimento unitario anticapitalista a tali oscillazioni. È necessario superare le tendenze settarie e opportuniste e costruire una lotta comune che colpisca coloro che sostengono il genocidio e l’aggressione imperialista, specialmente nei loro profitti. Ciò implica bloccare la produzione e il commercio, lavorare per uno sciopero unitario prolungato e promuovere un fronte intersindacale che includa anche la CGIL. In sintesi: lavoratori e studenti di tutto il paese, unitevi!

Continuiamo la conversazione con M. C.

Nel tuo ambiente di lavoro, qual è la posizione generale riguardo alla guerra in Palestina e com’è stata la partecipazione alle mobilitazioni?

M.C.: Lavoro come socio-educatore in una cooperativa molto nota a Torino. Il mio settore è quello sanitario, anche se in senso lato. I socio-educatori sono più vicini all’ambito scolastico, che è stato quello più mobilitato. Invece, tra gli operatori socio-sanitari (gli “operai” della sanità) c’è stata una minore partecipazione. Ciononostante, il sentimento generale è di rifiuto della violenza in Palestina, anche se spesso in modo vago. La sfida è far capire che l’azione collettiva può cambiare le cose, che le guerre esterne incidono sui diritti e sui salari interni, e che non bisogna temere ritorsioni se si agisce uniti. C’è ancora molta paura, frutto dell’individualismo e della passività.

Sei iscritto a un sindacato? Com’è stato il suo rapporto con gli scioperi?

M.C.: Sì, alla Confederazione Unitaria di Base (CUB). È stata attiva nel movimento “Torino per Gaza” e ha cercato di portare il dibattito nei luoghi di lavoro. Era un processo appena avviato, che si è complicato dopo episodi di violenza durante le proteste, mal interpretati da molti lavoratori influenzati dai media. Tuttavia, quel lavoro “ideologico” è fondamentale per ampliare la base. La massa protegge: quando eravamo in tanti, non si potevano criminalizzare le proteste. Ora, con una minore partecipazione, il governo risponde con la repressione.

Quali argomenti sono stati utilizzati per indire lo sciopero?

M.C.: Si è cercato di spiegare il rapporto tra economia e politica: la spesa militare comporta tagli alla sanità, precarietà lavorativa e benefici per pochi. Si è fatto appello anche al desiderio che lo Stato riprenda i servizi privatizzati. Ma la campagna stava iniziando quando il contesto è cambiato.

Com’è stato il rapporto con gli altri sindacati?

M.C.: Con la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ci sono state tensioni: la sua dirigenza evitava mobilitazioni così politiche, ma la pressione della base l’ha spinta a partecipare. È arrivata persino ad unirsi alle proteste indette dai sindacati di base, cosa piuttosto insolita.de base, algo poco habitual.

Ci sono possibilità che il movimento riemerga?

M.C.: Sì. Nulla di ciò che è stato fatto andrà perso; ha seminato consapevolezza e interrogativi.

Cosa dovrebbe fare il movimento in futuro?

M.C.: Deve portare i propri spazi nei luoghi di lavoro, specialmente quelli industriali. Settori come l’industria degli armamenti sono strategici. Bisogna generalizzare lotte come quella dei portuali e superare il carattere prevalentemente studentesco del movimento. È fondamentale abbandonare il settarismo e lavorare per una base ampia. Tutto deve ruotare attorno a un concetto: la massa. Più lavoratori partecipano, più cambierà il rapporto di forze. I lavoratori hanno il potere di bloccare le risorse economiche dei potenti.

Dichiarazione congiunta sulla Palestina

 


L'Opposizione Trotskista Internazionale (ITO) e la Lega per la Quinta Internazionale (LFI), trovandosi d'accordo sulle prospettive rivoluzionarie per la Palestina, hanno adottato questa dichiarazione congiunta.

English translation

La costante oppressione, l'espulsione e le uccisioni dei palestinesi in Israele, Cisgiordania e Gaza hanno nuovamente attirato l'attenzione del mondo attraverso il contrattacco condotto da Hamas e da altri combattenti della resistenza il 7 ottobre e la brutale risposta di Israele – superiore ai suoi precedenti attacchi – contro l'intera popolazione di Gaza. Tutto ciò ha indignato e mobilitato milioni di persone in tutto il mondo contro lo Stato sionista e il supporto incondizionato che riceve dai suoi sostenitori imperialisti e razzisti.

È dovere urgente di tutti i rivoluzionari dare il massimo sostegno a questo movimento mondiale, presentando al contempo una chiara prospettiva rivoluzionaria anticapitalista per il suo sviluppo. A tal fine, presentiamo la seguente dichiarazione e invitiamo tutti coloro che condividono la nostra visione della situazione a unirsi a noi in questo sforzo.


SIONISMO E IMPERIALISMO

Il sionismo è stato un progetto coloniale fin dalla sua nascita. Il suo obiettivo è quello di espellere la popolazione araba autoctona della Palestina per fare spazio ai coloni ebrei. Una colonia sionista in Palestina sembrava lontana fino a quando l'Olocausto non uccise sei milioni di ebrei europei e lasciò molti degli altri tre milioni alla disperata ricerca di un rifugio. L'antisemitismo impedì alla maggior parte degli ebrei di emigrare negli Stati Uniti e in Europa occidentale. Le organizzazioni sioniste portarono molti di essi in Palestina.

In una delle più grandi tragedie del ventesimo secolo, un popolo terribilmente oppresso, gli ebrei europei, inflisse una terribile oppressione a un altro popolo oppresso, gli arabi palestinesi. Con la Nakba del 1948, i sionisti si impadronirono del 78% della Palestina mandataria e la dichiararono Israele. Le milizie sioniste e l'esercito israeliano espulsero 750.000 palestinesi, e molte altre migliaia fuggirono. La Nakba ridusse la popolazione araba nel territorio rivendicato da Israele da 1.324.000 nel 1947 a 156.000 nel 1948.

Gli imperialismi statunitense ed europeo, alleati di Israele, hanno due interessi primari in Medio Oriente: la sua posizione strategica all'incrocio tra Asia, Europa e Africa e il suo petrolio e gas. Per più di un secolo hanno cercato di dominare la regione attraverso una combinazione di violenza e di contrapposizione tra settori della popolazione locale.

Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, gli Stati Uniti hanno soppiantato la Gran Bretagna e la Francia come potenza imperialista dominante nella regione e sono diventati junior partner. Questo trio ha sponsorizzato monarchi e dittature militari dal Marocco all'Iran e ha trovato il modo di incorporare governi nazionalisti, come quelli di Algeria, Egitto, Siria e Iraq, nel proprio ordine mondiale neocoloniale.

Israele si è dimostrato molto utile nella creazione dell'ordine imperiale neocoloniale, soprattutto dopo aver sconfitto Egitto, Siria e Giordania nella Guerra arabo-israeliana del 1967. Gli Stati Uniti hanno inviato miliardi di dollari in aiuti e armi per costruire Israele come gendarme al centro del mondo arabo. Israele ha anche una funzione politica, in quanto permette agli Stati Uniti di mascherare le proprie operazioni militari, e in quanto aiuta i governi arabi reazionari e compradori a distogliere l'attenzione dal proprio malgoverno a favore di un nemico esterno, Israele.


INTIFADA

Nella Guerra del 1967 Israele conquistò Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan, completando l'occupazione della Palestina dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. Occupò anche la penisola egiziana del Sinai. Nella guerra del 1973, l'Egitto e la Siria combatterono Israele fino a un punto di stallo. L'Egitto riconquistò il Sinai e, nel 1979, riconobbe Israele.

Da allora è emerso uno schema: Israele, sostenuto dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei, occupa la Palestina; gli Stati arabi protestano ma non fanno nulla; i palestinesi si sollevano periodicamente per opporsi alla loro emarginazione.

La Prima intifada del 1987-1993 ha portato agli Accordi di Oslo, che hanno creato l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per amministrare la Cisgiordania e Gaza. Gli accordi implicavano una soluzione a due Stati per il conflitto arabo-israeliano in Palestina, ma Israele non ha mai accettato tale soluzione, né una partizione sopportabile per i palestinesi.

La Seconda intifada del 2000-2005 ha costretto Israele a "disimpegnarsi" da Gaza, ritirando le truppe e smantellando gli insediamenti israeliani. Fatah, con sede in Cisgiordania, e Hamas, con sede a Gaza, si sono sfidati alle elezioni legislative palestinesi del 2006. Hamas ha ottenuto la maggioranza, il che ha portato Fatah a dividere l'ANP. Dopo una breve guerra civile, Fatah ha consolidato la sua posizione in Cisgiordania e Hamas ha preso il controllo di Gaza.


L'ESPANSIONE ISRAELIANA

Israele opprime i palestinesi in tutti e tre le zone della sua occupazione di apartheid: Cisgiordania, Gaza e Israele stesso.

Dal 2007 Israele si è ulteriormente espanso in Cisgiordania e sulle alture del Golan. 450.000 coloni israeliani si sono trasferiti in Cisgiordania, 220.000 a Gerusalemme Est e 25.000 sulle alture del Golan. I coloni sono una forza paramilitare armata. Sostenuti dall'esercito israeliano e dalla polizia dell'Autorità Nazionale Palestinese, essi terrorizzano i loro vicini palestinesi e rubano le loro terre.

Israele non ha coloni a Gaza, ma controlla lo spazio aereo del territorio, le sue coste e sei dei suoi sette valichi terrestri. Israele controlla l'approvvigionamento idrico, l'elettricità e le telecomunicazioni di Gaza. L'esercito israeliano mantiene una no-go zone all'interno di Gaza ed entra nel territorio a piacimento. Israele ha dichiarato guerra a Gaza nel 2008-2009 e nel 2014, e ha attaccato i manifestanti non violenti durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018-2019.

Israele sostiene di essere una democrazia, ma nega i diritti democratici non solo ai 5,5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza, e a un numero simile di rifugiati fuori dalla Palestina, ma anche ai 2,1 milioni di palestinesi che vivono in Israele. Un ebreo che vive in qualsiasi parte del mondo può trasferirsi in Israele e diventare cittadino a tutti gli effetti. Un palestinese la cui famiglia vive in Palestina da molto prima che Israele esistesse non potrà mai diventare cittadino a tutti gli effetti. I palestinesi sono sistematicamente discriminati, esclusi economicamente, e politicamente e trattati come nemici.


7 OTTOBRE

Fin dagli accordi di Camp David del 1978, gli Stati Uniti hanno cercato di convincere i governi degli Stati arabi a normalizzare le relazioni con Israele, nonostante il trattamento riservato ai palestinesi e l'odio che questo trattamento suscita nel popolo arabo. Nel 2020 gli Stati Uniti hanno mediato accordi che hanno normalizzato le relazioni di Israele con Bahrein, Marocco, Sudan ed Emirati Arabi Uniti. L'Arabia Saudita ha avviato colloqui nella stessa direzione.

L'attacco del 7 ottobre ha fatto saltare i piani israeliani e imperialisti. Dopo un anno di attenta pianificazione, ignorata dalle forze di sicurezza israeliane, i combattenti palestinesi guidati da Hamas hanno superato le difese di confine di Israele e hanno colpito decine di obiettivi militari, oltre ad alcuni civili. Hanno preso centinaia di ostaggi prima di essere costretti a tornare oltre il confine.

Il maltrattamento, la tortura e l'uccisione di civili disarmati, non in età militare, devono essere condannati senza equivoci, anche se riconosciamo che si è trattato, in parte, di un'espressione della rabbia dei palestinesi per i massacri e l'espropriazione del loro popolo da parte di Israele. Ha fatto il gioco della macchina propagandistica sionista che ha disumanizzato i palestinesi e "giustificato" i propri crimini di guerra, di portata maggiore rispetto a quelli di Hamas o delle altre forze di resistenza palestinesi. Ma la maggior parte dell'operazione, compresa la presa di ostaggi, era militarmente legittima.

L'attacco ha interrotto il processo di "normalizzazione" delle relazioni di Israele con gli Stati arabi e musulmani sponsorizzato dagli Stati Uniti, ha mostrato la guerra coloniale latente di Israele contro il popolo palestinese e ha riportato la Palestina all'ordine del giorno nel mondo.

Nelle settimane successive, Israele ha lanciato una guerra genocida contro Gaza. L'esercito israeliano ha bombardato case, ospedali, scuole e centri comunitari, causando un numero di vittime di gran lunga superiore a quello del raid del 7 ottobre. La metà delle vittime sono bambini, una percentuale molto più alta di quella del raid del 7 ottobre. L'esercito israeliano ha accettato un breve cessate il fuoco per lo scambio di prigionieri e ora ha ripreso il suo attacco genocida, spingendo i 2,3 milioni di abitanti in un angolo sempre più piccolo della Striscia di Gaza e minacciando una nuova Nakba.


SOLIDARIETÀ

L'audacia della resistenza palestinese e la ferocia del contrattacco israeliano hanno rilanciato il movimento di solidarietà con la Palestina in tutto il mondo. Enormi manifestazioni si sono svolte in tutto il mondo arabo, ma anche in Europa, negli Stati Uniti e altrove. Il movimento di solidarietà era stato assopito dal lento strangolamento della Palestina e dalla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e altri quattro Stati arabi. Il 7 ottobre ha riportato in vita il movimento.

I marxisti rivoluzionari devono partecipare a tutte le azioni di solidarietà. Il cessate il fuoco a Gaza e il ritiro delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), per fermare il genocidio, è la priorità più urgente, ma il movimento di solidarietà deve anche rivendicare aiuti umanitari per Gaza, lo stop all'avanzata dei coloni israeliani in Cisgiordania, la protezione dei diritti degli arabi israeliani e degli ebrei antisionisti in Israele, il diritto al ritorno dei rifugiati e l'interruzione dei legami militari con Israele.

Le azioni in corso comprendono già manifestazioni, disobbedienza civile, eventi pubblici, campagne mediatiche e di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele. Sindacati e altre organizzazioni stanno adottando risoluzioni che chiedono il cessate il fuoco e il taglio degli aiuti militari. In alcuni luoghi, i lavoratori stanno rispondendo all'appello della Federazione Generale Palestinese dei Sindacati (PGFTU) di interrompere la produzione e la spedizione di armi a Israele.


PROSPETTIVA

Sebbene i marxisti rivoluzionari debbano partecipare ad azioni di solidarietà ovunque sia possibile, il nostro ruolo particolare è quello di promuovere nella classe lavoratrice la comprensione della crisi e delle soluzioni.

Questo compito inizia con il dire la verità. Un cessate il fuoco a Gaza è necessario ma non sufficiente, poiché i sionisti continueranno la loro campagna per cacciare i non ebrei dalla Palestina. Un accordo negoziato è impossibile, poiché Israele non cederà abbastanza terra per uno Stato palestinese che sia accettabile e non rinuncerà alla supremazia ebraica per lasciare spazio a una democrazia laica in uno Stato binazionale. Gli imperialismi statunitense ed europeo non costringeranno Israele ad accettare la soluzione dei due Stai, o di uno Stato, poiché hanno bisogno che Israele li aiuti a dominare la regione.

Il capitalismo non ha una soluzione per la Palestina. Le alternative sono o il massacro e l'espropriazione dei palestinesi o l'intervento della classe operaia nella storia.

I lavoratori in Israele potrebbero fermare la società israeliana, dividere l'esercito e impedire ai sionisti di usare le loro armi nucleari. Ma per ora, la grande maggioranza della classe operaia israeliana è fedele al sionismo, e considerano lo sfruttamento in un regime di supremazia ebraica come migliore dello sfruttamento in un regime di assenza di supremazia ebraica. È una vecchia storia negli Stati coloniali. Solo la prospettiva di una Palestina democratica, laica e socialista potrebbe dare loro un motivo per rompere con i loro padroni.

I lavoratori negli Stati Uniti e in Europa potrebbero privare Israele del sostegno economico e militare di cui ha bisogno per perseguire le sue politiche genocide. La simpatia per i palestinesi sta crescendo, perché resistono e soffrono. Potrebbe raggiungere il livello dell'opposizione alla guerra del Vietnam alla fine degli anni Sessanta, che rese impossibile il proseguimento della guerra. I marxisti rivoluzionari e gli altri individui impegnati nel movimento di solidarietà palestinese - tra cui decine di migliaia di ebrei antisionisti e decine di migliaia di sindacalisti - dovrebbero fare tutto il possibile perché ciò accada.

I lavoratori dei Paesi arabi potrebbero rovesciare i loro governi collaborazionisti, costringere gli imperialisti statunitensi ed europei ad abbandonare Israele e offrire alla classe operaia israeliana la prospettiva di un futuro laico e democratico libero dal dominio capitalista e dalla guerra infinita. La Primavera araba ne ha mostrato il potenziale.

Non possiamo sapere come finirà l'ingiustizia del dominio sionista sulla Palestina, e nemmeno se finirà prima che il capitalismo faccia precipitare il mondo in un disastro ecologico o in una guerra nucleare. Quello che possiamo fare è proporre un programma d'azione per cui lottare, che parta da richieste immediate e culmini nell'unica soluzione reale: la rivoluzione dei lavoratori in tutta la regione. Questo è il nostro progetto.


Porre fine all'assalto genocida a Gaza. Cessate il fuoco immediato. Ritiro delle truppe israeliane. Porre fine all'assedio. Aprire i valichi.

Ricostruire le case, gli ospedali, le scuole, le università e le infrastrutture devastate di Gaza a spese di Israele e dei suoi finanziatori imperialisti.

Porre fine all'occupazione sionista della Cisgiordania. Ritirare l'esercito israeliano. Espulsione dei coloni.

Liberare tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Piena uguaglianza per i palestinesi nello Stato israeliano.

Porre fine agli aiuti e alle spedizioni di armi degli Stati Uniti e di altri imperialisti a Israele. Sostenere il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele.

Solidarietà con il popolo palestinese e arabo. Nessuna pace con il sionismo e l'imperialismo.

Per la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista. Per una Palestina laica, democratica e socialista dal fiume al mare.

Per il diritto al ritorno di tutti i rifugiati palestinesi. Pari diritti per la maggioranza araba e la minoranza ebraica della Palestina.

Abbasso i capitalisti, i proprietari terrieri, le monarchie e gli Stati arabi, agenti dell'imperialismo. Per l'unità rivoluzionaria del popolo arabo.

Per la rivoluzione proletaria in Medio Oriente e Nord Africa. Per una federazione socialista della regione.

International Trotskyist Opposition, League for the Fifth International

Per una terza intifada, per un progetto di liberazione

 


I fatti di Gerusalemme riportano all'attenzione la questione palestinese

Come sempre, sono piccoli episodi a innescare grandi avvenimenti.
Israele intendeva tenere l'annuale Marcia delle bandiere nella città vecchia di Gerusalemme per celebrare la propria conquista. A tal fine il governo di Tel Aviv ha transennato la piazza antistante la Porta di Damasco per impedire che potesse diventare un luogo di concentrazione della protesta palestinese contro la marcia. Ma il blocco degli accessi alla Spianata delle moschee è apparso un affronto alla popolazione araba, tanto più dopo il lungo periodo di limitazioni imposto dalla pandemia. La ribellione palestinese, al prezzo di 278 feriti, ha costretto le autorità sioniste a cambiare il percorso della marcia. Una piccola vittoria.

Negli stessi giorni nel quartiere arabo di Gerusalemme, Sheikh Jarrah, il piano di demolizione delle case palestinesi, spaventosamente incrementato sotto la pressione dei coloni, è inciampato nella volontà di resistenza di ventotto famiglie palestinesi che rivendicano i propri diritti di proprietà sulle case abitate e rifiutano di sloggiare. Una piccola resistenza che diventa il simbolo della volontà di ribellione al sionismo. La Corte suprema israeliana ha dovuto sospendere la sentenza per evitare di dar fuoco alle polveri, ma così ha confermato le difficoltà di Israele.


I NODI AL PETTINE

In realtà molti nodi stanno venendo al pettine. Gli “accordi di Abramo” tra Stato sionista e Stati Uniti, che sanciscono l'annessione della Cisgiordania e fanno di Gerusalemme la capitale d'Israele, sono stati celebrati troppo presto dalle potenze imperialiste.
Trump ha pensato di risolvere una questione storica incoronando l'onnipotenza di Israele in cambio di una manciata di soldi ai “vinti”. Biden non sembra avere intenzione di modificare gli accordi. Le borghesie arabe di diversi paesi si sono strette alla corte del sionismo incassando la contropartita di concessioni finanziarie e commerciali. Gli imperialismi europei hanno avallato il tutto col proprio silenzio, cercando di ricavarne un utile per i propri interessi.
Ma il quadro si va complicando in fretta su ogni versante.

Lo Stato d'Israele sta conoscendo una crisi politica interna senza precedenti. Quattro elezioni politiche in due anni misurano la difficoltà di trovare una stabilizzazione di governo. Il premier Netanyahu non riesce a trovare una maggioranza parlamentare nel mentre è inseguito da scandali finanziari e processi. Il rafforzamento delle organizzazioni di estrema destra sionista, incoraggiate dagli accordi di Abramo e dunque dallo stesso premier israeliano, complica ogni soluzione politica. Il fatto che oggi la ricerca di una maggioranza alternativa al Likud debba affidarsi ad un tentativo di accordo tra un'organizzazione reazionaria di coloni ipersionisti e un partito arabo israeliano dà la misura delle difficoltà. Netanyahu cerca di drammatizzare lo scontro militare con Hamas con tanto di bombardamenti su Gaza per restare in sella nel nome dell'emergenza nazionale contro “il nemico”. Ma è un gioco troppo ripetuto, in un contesto troppo logorato, per funzionare come in passato.

Problemi non meno gravi si pongono per la politica palestinese.
Il governo corrotto dell'ANP ha voluto rinviare le elezioni palestinesi nei territori occupati per timore di un esito catastrofico per al-Fatah, ma così perpetua una situazione di manifesta illegalità. Il mandato di Mahmoud Abbas è infatti scaduto nel 2009. Questa situazione sta disgregando l'unità interna di al-Fatah. La candidatura di Mohammed Dahlan, ex capo dei servizi segreti dell'ANP, da dieci anni in esilio, ha l'appoggio degli Emirati e di al-Sisi. Al polo opposto la candidatura di Marwan Barghouti, prigioniero da anni nelle carceri sioniste, richiama agli occhi dei palestinesi la domanda di rottura con le politiche collaborazioniste di Abbas. Il rinvio delle elezioni a data da destinarsi è il tentativo di sottrarsi all'esplosione interna di al-Fatah, ma contribuisce di fatto a radicalizzarla.
Quanto ad Hamas, l'unico vero obiettivo è preservare il proprio controllo su Gaza, costi quel che costi, coi metodi dell'integralismo confessionale e del dispotismo. La polarizzazione dello scontro con Israele serve solo a intestarsi il primato simbolico della contrapposizione al sionismo in funzione dello status quo.


UNA PROSPETTIVA DI LIBERAZIONE

Di certo nessuna delle componenti del gruppo dirigente palestinese avanza una prospettiva di liberazione del proprio popolo. Ciò proprio nel momento in cui si stringe la morsa degli accordi di Abramo e al tempo stesso si moltiplicano le difficoltà della loro attuazione.
In queste condizioni, uno spettro si aggira nella Spianata delle Moschee e per i vicoli di Gerusalemme: quello di una terza intifada. Fu nel miglio sacro di Gerusalemme che presero slancio l'intifada degli anni '80, e quella degli anni 2000, quando una grande massa di palestinesi si sollevò contro l'occupazione per chiedere la liberazione della propria terra. Questa è oggi la vera preoccupazione dei circoli sionisti e delle potenze imperialiste. Non temono né al-Fatah né Hamas, temono la sollevazione della giovane generazione palestinese. Un timore che percorre le élite al potere nei paesi arabi, asservite all'imperialismo, perché sanno che una sollevazione palestinese potrebbe richiamare, come già in passato, la mobilitazione della popolazione araba e scuotere di conseguenza il loro potere.

Certo proprio l'esperienza delle grandi intifade mostra la necessità di una prospettiva strategica verso cui indirizzarle. Non c'è possibile soluzione storica della questione palestinese senza il diritto al ritorno nella propria terra. Non c'è diritto al ritorno nella propria terra senza la dissoluzione rivoluzionaria dello stato d'Israele, con la distruzione delle sue basi confessionali, giuridiche, militari. L'idea dei “due popoli, due Stati” su cui si sono abbarbicate le sinistre riformiste di tutto il mondo, ha rappresentato per lungo tempo una mistificazione insostenibile: l'idea della possibile soluzione della questione palestinese all'ombra del sionismo. Oggi è morta la stessa credibilità di quella illusione.
Non c'è soluzione della questione palestinese fuori da una prospettiva di rivoluzione, che unisca la ribellione delle masse palestinesi e delle popolazioni arabe con la mobilitazione antisionista della parte migliore della popolazione ebraica. Per una Palestina unita e socialista, dentro una federazione socialista araba, nel rispetto dei diritti della minoranza ebraica: la prospettiva strategica della Terza Internazionale comunista dei suoi anni rivoluzionari. La prospettiva della Quarta Internazionale delle origini.

La storia reale riporta le cose ai fondamentali. Senza ripartire da lì, senza ricostruire una direzione rivoluzionaria del popolo palestinese e della nazione araba che sappia battersi per la grande causa della liberazione dall'oppressione sionista e dall'imperialismo, la storia della Palestina e del Medio Oriente resterà segnata dalla barbarie.

Partito Comunista dei Lavoratori