Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Chavez. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chavez. Mostra tutti i post

È morto Hugo Blanco

 


Dirigente trotskista e leader dei contadini peruviani

Pochi giorni fa, il 25 giugno, è mancato all’età di 88 anni Hugo Blanco Galdes, dirigente trotskista peruviano e internazionale, e leader dei contadini indigeni nativi (quechua) del suo paese, di cui organizzò la resistenza armata contro le forze di repressione statali e dei latifondisti.


Blanco nacque nel novembre 1934 nella storica città di Cuzco. Benché di famiglia borghese e “bianca”, fin da ragazzo contrastò il regime sociale esistente e la sua oppressione degli indigeni.

A metà degli anni ‘50 si recò a La Plata in Argentina per studiare agraria in quella città. Fu lì che conobbe e aderì al movimento trotskista, raggiungendo l’organizzazione Palabra Obrera diretta da Nahuel Moreno (che aderiva al Comitato Internazionale della Quarta Internazionale, la corrente antirevisionista, che aveva il principale esponente nell’americano Jim Cannon, già membro dell’Esecutivo dell’Internazionale Comunista negli anni ’20). Come militante di tale organizzazione, entrò nel 1957 in una grande fabbrica, per impratichirsi nel lavoro sindacale.

Rientrò poi alla fine degli anni ‘50 in Perù, per contribuire allo sviluppo della sezione peruviana del Comitato Internazionale della Quarta Internazionale, il Partito Operaio Rivoluzionario. Nella sua regione di Cuzco si recò nella zona della Valle de la Convencion, dove la massa dei contadini indigeni vivevano sottoposti ai latifondisti in condizioni di tipo feudale. Affittò un piccolo terreno per essere anche lui contadino, e si mise a organizzare sindacalmente i lavoratori.
Dal 1959 al 1962 modificò i rapporti di forza e la situazione, guidando occupazioni di terre ed espulsioni di latifondisti, e organizzando migliaia di contadini. Per sviluppare questa azione organizzò con i suoi compagni una milizia popolare armata. Questa organizzazione non aveva niente a che vedere con un gruppo guerrigliero. Come disse allora e in un’intervista ancora due anni fa, «io non sono mai stato un guerrigliero castrista». In tutta la sua azione si sentiva profumo di bolscevismo. Tutte le decisioni erano votate dalle assemblee, che nominano inoltre dal basso tutti i delegati e dirigenti. La zona della Valle del la Convencion era diventata, certo in piccolo, una specie di comune contadina di tipo sovietico.
Il governo peruviano non poteva permettere l’esistenza di tale situazione, tanto più che Hugo Blanco, oltre che segretario della confederazione contadina di tutta la regione di Cuzco, stava diventando un riferimento per i contadini a livello nazionale. Ci furono alcuni scontri della milizia contadina con la gendarmeria e altri incidenti. In questi vennero uccisi alcuni gendarmi. Blanco fu accusato dell’omicidio di uno di questi, arrestato, e condannato a morte.

Fu una grande campagna di mobilitazione, sia interna in Perù che internazionale (insieme alla paura delle conseguenze in Perù, da parte delle masse in primis contadine, dell’uccisione “legale” di Blanco), che permise che la condanna fosse mutata in venticinque anni di prigione. L'organizzazione che fu centrale nella campagna internazionale per Blanco fu il Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, cioè l’organizzazione nata dalla riunificazione, purtroppo opportunista, tra i revisionisti della frazione della vecchia Quarta Internazionale diretta da Mandel e Maitan, e la metà del vecchio Comitato Internazionale con Cannon e Moreno (il POR peruviano aveva seguito quest’ultimo) .

Nel 1968, proprio dopo la conclusione disastrosa dell'azione di Che Guevara in Bolivia, la maggioranza del Segretariato Unificato decise follemente di passare a una strategia di guerra di guerriglia in tutta l’America Latina. Informato in carcere di questa decisione, Blanco espresse il suo dissenso, ma non chiese di renderlo pubblico, perché isolato in carcere e perché credeva che fosse una posizione unanime dell’Internazionale.

Quando nel 1970 Blanco fu liberato, come vedremo, scoprì che quasi il 40% dell’Internazionale (tutti gli ex del Comitato Internazionale più alcuni altri) erano contrari alla svolta guerriglierista. Si lanciò quindi nella battaglia politica scrivendo diversi documenti e articoli, tra l’altro innervosito dal fatto che nessuno lo avesse chiaramente informato, come sarebbe stato possibile, della divisione dell’Internazionale.

Come abbiamo detto, Hugo Blanco era stato liberato anticipatamente. Questo derivava dal fatto che in Perù si era costituito un nuovo regime progressista. Alla fine del 1968 si era infatti realizzato un colpo di stato militare particolare. Un vasto settore di ufficiali di sinistra, capeggiati dal Generale Velasco Alvarado, aveva abbattuto il corrotto regime civile, costituendo un governo militare rivoluzionario in forma di dittatura bonapartista semitotalitaria, con un progetto parzialmente antimperialista e anticapitalista. Per fare un esempio moderno, il governo di Velasco aveva alcuni tratti comuni con quello di Chavez, però anche profonde differenze. La politica sociale chavista è stata sostanzialmente populista redistributiva, ma con pieno rispetto del capitalismo e degli stessi latifondisti; invece Velasco attuò un ampio piano di nazionalizzazione, a partire da quella del petrolio, estendendola ai settori principali dell'economia, come lo zucchero e la pesca. D’altro canto, mentre Chavez ha sempre mantenuto le forme della democrazia borghese (Chavez è sempre stato eletto), quella di Velasco era una dittatura che si basava sull’apparato militare, e non su un partito, come il PSUV chavista.

Anche sul terreno della riforma agraria il governo militare intervenne in maniera radicale espropriando i latifondisti e dividendo i latifondi tra i contadini, senza indennizzo ai proprietari (ma con i contadini costretti a pagare un indennizzo allo stato, che indebitò molti di loro rendendolo impossibile la modernizzazione delle loro proprietà).

Come detto, il governo militare liberò Blanco, che in carcere aveva scritto anche un libro sull'esperienza della lotta dei contadini di Cuzco. Anzi, Velasco gli propose di mettersi al suo servizio come esperto della questione contadina. Fedele alle sue posizioni conseguentemente trotskiste, Hugo Blanco rifiutò. Lottava per la rivoluzione socialista, e non per un regime bonapartista di capitalismo di stato.

Per ripicca, il governo “rivoluzionario”, con una decisione illegale, lo esiliò dal suo proprio paese. Così egli andò prima in Messico, poi in Cile. Erano gli anni del governo di fronte popolare di Salvador Allende. Militò lì con i compagni trotskisti locali, criticando anche tutte le mezze misure e i limiti del fronte popolare, che portarono alla tragica disfatta sua e del proletariato cileno. Al momento del golpe riuscì, come molti altri, a rifugiarsi in un'ambasciata, nel suo caso quella svedese, e come tutti i rifugiati, dopo alcuni mesi poté esiliarsi nel paese nella cui ambasciata si era rifugiato. In esilio in Svezia scrisse anche un volume sulla tragica esperienza cilena.

Nel frattempo in Perù, nel 1975, un golpe pacifico di settori militari moderati del governo “rivoluzionario” rovesciò Velasco. Il golpe fu certamente salutato, se non appoggiato direttamente, dall’imperialismo USA. Tuttavia permise il ritorno alla democrazia borghese. Blanco rientrò in Perù e fu tra i principali riferimenti del Fronte Operaio Contadino Studentesco e del Popolo (FOCEP), un blocco elettorale egemonizzato dalle forze trotskiste, con la presenza anche di altre organizzazioni, che prese il 12% alle elezioni dell’assemblea costituente, in cui Blanco fu il primo eletto per preferenze.
Per controbattere il ruolo dei trotskisti, nonostante le ingenuità unitarie dello stesso Blanco, che pensava in termini di fronte unitario per la rivoluzione piuttosto che di partito leninista che sconfiggesse le posizioni opportuniste, le componenti centriste del FOCEP e quelle, centriste e riformiste, rimaste esterne ad esso (il totale delle cinque liste di sinistra presentatesi fu del 29%, ma il FOCEP aveva il risultato migliore), compreso il Partito Comunista, lanciarono l’idea di un fronte elettorale di tutta la sinistra. Però il ruolo è l’immagine di Blanco è tale che quello che sembra il candidato unitario naturale per le presidenziali del 1980 è Hugo Blanco.
I mesi che precedono le elezioni vedono un susseguirsi di manovre, opportunismi e settarismi, che fanno sì che alla fine si presentino ben nove liste di sinistra. Blanco è quindi il candidato alla presidenza dei soli trotskisti. È il primo dei candidati di sinistra e il quarto fra tutti, ma con solo il 4% voti (l’insieme della sinistra scende dal 29% del 1978 al 17%). Però i trotskisti e il suo PRT (Partito Rivoluzionario dei Lavoratori) sono appunto il partito più forte elettoralmente (il PC stalinista continuava a dirigere la centrale sindacale operaia), con alcuni deputati e senatori. Avrebbe potuto costituire la futura direzione del proletariato e dei contadini poveri del Perù. Anche in riferimento a questo, tutte le forse maoiste, centriste, staliniste e riformiste si uniscono finalmente in una coalizione dal nome di Izquierda Unida (Sinistra Unita). Era chiaro che in un primo momento tale forza elettorale non poteva che attrarre l’attenzione della maggioranza delle masse di sinistra. Per cui alle elezioni comunali del 1983 IU ha un grande risultato, in particolare conquistando il sindaco di Lima, mentre il PRT, dalla struttura militante debole, ha risultati modesti. Era prevedibile. Si trattava di reagire stringendo i ranghi, denunciando i limiti riformisti di IU, proponendo un fronte unico su obbiettivi di mobilitazione classista e ribadendo, in primis a sé stessi, l’assoluta necessità di continuare controcorrente la lotta per la costruzione di un partito leninista.

È qui invece che Blanco commette il più grave e disastroso dei suoi errori, anche a causa del suo progressivo spostarsi, negli anni precedenti, verso le posizioni della maggioranza mandeliana del Segretariato Unificato. Va alla televisione nazionale, fa una piena autocritica per non essere stato in IU e dichiara per lui finita l'esperienza del PRT. Questi, di fronte a ciò, implode. Blanco con alcuni altri raggiunge Izquierda Unida, in forma non organizzata e senza ipotesi di battaglia politica programmatica. Ne sarà senatore per diversi anni, ma senza battaglia chiara contro il riformismo e il centrismo.

Nel 1990, il presidente populista di centro Fujimori realizza una specie di autogolpe con l’appoggio dell’esercito, che bonapartizza ulteriormente il regime. Blanco è minacciato di morte sia dai servizi segreti del regime che dai folli terroristi maoisti di Sendero Luminoso (Sentiero Luminoso). Deve quindi autoesiliarsi nuovamente, e va in Messico. Continua a dichiararsi trotskista, ma senza un rapporto organico con nessuna organizzazione.
Dopo la caduta di Fujimori nel 2000 rientra in Perù. Ormai la rottura col marxismo rivoluzionario reale e completa. Dopo le sconfitte subite, con l’incapacità di trovare risposte nel trotskismo realmente conseguente e anche di fronte al tracollo dell’Unione Sovietica, diventa, secondo la sua stessa definizione, ecosocialista. Rivendica ancora la sua tradizione trotskista, con cui non romperà formalmente mai, ma sostiene che la questione principale non è la rivoluzione proletaria, tantomeno la costruzione di partiti e di una Internazionale rivoluzionaria, ma, almeno per l’oggi, di un vasto fronte ecologista, certo anticapitalistico nella sua lotta, ma non classista e rivoluzionario. Dimentica così che senza la presa del potere come premessa dell’abolizione del modo di produzione capitalistico, non sarà mai possibile piegare quest’ultimo alle esigenze dell’umanità.

Benché molto vecchio, continua a sostenere energicamente le lotte contadine. Pubblica anche, con un vecchio militante trotskista, dirigente ancora oggi della UIT morenista, una rivista per il suo mondo (Lucha Indigena), e viene eletto presidente onorario del Sindacato Nazionale dei Contadini.

È morto in Svezia perché, all’inizio del 2020, vi si era recato per visitare sua figlia, che vive là. Bloccato dall’epidemia del Covid, quando avrebbe potuto rientrare in patria era ormai malato e ricoverato in ospedale, dove appunto si è spento il 25 giugno scorso.

Al di là di ogni aspetto politico, come chiunque lo ha conosciuto può testimoniare, e come la sua storia dimostra, Hugo Blanco era una persona di un carisma, una cortesia e un coraggio straordinari. Avrebbe potuto scegliere una vita se non ricca almeno comoda, e invece ha sempre voluto essere un proletario insieme agli altri proletari, per guidarli verso la lotta rivoluzionaria per la loro liberazione. Egli fu sempre un sostenitore, applicando i suoi principi, della democrazia operaia e contadina, non volendo mai che qualcuno si ritrovasse a “camminare obbedendo” (secondo lo slogan castro-guevarista), ma che tutti determinassero le proprie scelte sulla base dell’opinione della maggioranza di chi lottava.

Certo, dal punto di vista del marxismo rivoluzionario conseguente, egli rimane, a bilancio della sua vita, una figura contraddittoria. Ma resta che nei suoi anni giovanili e anche per un periodo più in là egli fu un militante e un dirigente degno del nome di trotskista. E del resto la responsabilità del suo abbandonare il trotskismo conseguente è anche di quegli epigoni di Trotsky che non hanno saputo difendere e sviluppare la Quarta Internazionale su basi conseguenti, e sono passati su posizioni revisioniste, opportuniste e, a volte, anche manovriere e settarie.

È per questo che Hugo Blanco rimane un esempio, insieme alla sua “non guerrilla” delle valli del Cuzco, del futuro della rivoluzione latinoamericana, che non sarà determinata dall’azione verticistica di un pugno di eroi, destinati alla inevitabile sconfitta, ma dalla ribellione di milioni di donne e uomini, proletari e oppressi, diretti democraticamente dai migliori di loro, come fu Hugo Blanco.

Addio Hugo. Il tuo nome vivrà nei secoli e nel futuro mondo socialista e umano che tu hai sognato.

FG

Grande successo elettorale del trotskismo argentino

 


Le lezioni di un'esperienza straordinaria

15 Novembre 2021

Il risultato delle elezioni legislative in Argentina del 14 novembre racchiude un grande significato politico.

Il governo peronista di Fernandez-Kirchner (Frente de Todos), dopo due anni di politiche antioperaie, perde 5.200.000 voti. Il centrodestra macrista (Juntos por el Cambio), oggi all'opposizione, si avvantaggia del crollo peronista, ma perde rispetto al 2019 1.700.000 voti (500.000 a Buenos Aires). Il vero vincitore politico delle elezioni è il Frente de Izquierda (FIT), che consegue il 6% su scala nazionale con 1.400.000 voti (di cui oltre 500.000 nella grande Buenos Aires), quarantamila voti in più di quelli riportati nelle elezioni primarie (PASO), con punte del 25% in Jujuy, del 8,19 in Nequen, del 8,53 in Chubut. A questo va aggiunto il risultato riportato in alcune circoscrizioni regionali da due altre organizzazioni trotskiste, Politica Obrera e Nuevo MAS. Complessivamente si può dire che il trotskismo conseguente argentino riporta un risultato storico attorno al 7% dei voti, affermandosi come terza forza su scala nazionale in contrapposizione ai peronisti e alle destre liberali, ed eleggendo quattro deputati nel Parlamento, nonostante il sistema elettorale non realmente proporzionale.

Partito Obrero (PO), Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS), Izquierda Socialista (IS), compongono nel loro insieme la larga maggioranza del FIT (80 percento dei voti nelle elezioni primarie) quali organizzazioni marxiste rivoluzionarie fondatrici del FIT nel 2011. Ad esse si è aggregato elettoralmente il Movimento Socialista de los Trabajadores (MST), su posizioni centriste, dando vita a FIT-U (Unidad). Nelle elezioni del 2019, dopo anni del governo di destra di Macri, il FIT aveva subito un arretramento a vantaggio dell'opposizione peronista. L'esperienza di due anni di governo antioperaio dei peronisti ha ampliato considerevolmente lo spazio e la capacità di attrazione delle organizzazioni del FIT. Ma decisivo è stato l'intervento di massa delle organizzazioni rivoluzionarie, in un paese che ha visto aumentare del 50 percento la povertà assoluta.

Il FIT non è un generico blocco elettorale di sinistra, ma un polo marxista rivoluzionario che si batte per il governo dei lavoratori, sulla base di un programma classista, anticapitalista, internazionalista. La sua campagna elettorale è stata la proiezione del suo intervento politico. Una campagna per il rifiuto di pagare il debito pubblico al capitale finanziario e al FMI, contro una riforma del lavoro mirata ad estendere ulteriormente la precarietà di massa, per l'esproprio sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, per la drastica riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga, per un forte aumento generalizzato dei salari a fronte della massiccia svalutazione in corso, per la nazionalizzazione delle banche. Non un programma “per la redistribuzione della ricchezza” ma per il potere dei lavoratori.

Questo programma anticapitalista ha conquistato il voto di un settore crescente della classe operaia, che ha rotto col peronismo e il suo governo per sostenere il trotskismo. Non un “trotskismo” sbiadito e simulato, quale eredità bibliografica e storica, come vediamo anche in Italia in alcune organizzazioni qui presenti. Ma il trotskismo autentico, cioè il programma della rivoluzione socialista. Un trotskismo che si è demarcato rigorosamente in tutta l'America Latina non solo dalla socialdemocrazia (PT brasiliano) e dalle sue succursali del Forum di San Paolo, ma anche dal nazionalismo piccolo-borghese (Chavez, Maduro, Morales) e dal castrismo.

Il risultato elettorale riflette una crescita delle organizzazioni marxiste rivoluzionarie che compongono il FIT sullo sfondo di una stagione di lotte radicali che hanno attraversato l'Argentina. Lotte operaie, come nell'industria della gomma, che hanno visto i trotskisti conquistare sindacati aziendali e di settore sconfiggendo la burocrazia sindacale. Ma anche grandi lotte delle donne per il diritto all'aborto, dei giovani contro la devastazione dell'ambiente, del movimento LGBTQI... Il risultato delle urne non è l'effetto del blocco elettorale in quanto tale, ma il portato di una crescita del radicamento di massa delle organizzazioni trotskiste, a partire dal Partito Obrero, che da solo ha portato in piazza a Buenos Aires trentacinquemila persone: lavoratori, lavoratrici, giovani, disoccupati e gente povera dei comuni della periferia della capitale.

Le sinistre riformiste e centriste di casa nostra, come la loro stampa di riferimento, continueranno a tacere con ogni probabilità sul voto argentino, e magari si lamenteranno della sconfitta del loro amato governo peronista cosiddetto progressista. Ma lo sviluppo del trotskismo conseguente in Argentina è una realtà che parla a tutta l'America Latina e alle avanguardie classiste di tutto il mondo. Dimostra che si può crescere e avanzare in un contesto di radicalizzazione sociale restando sé stessi. Senza annacquare il proprio profilo politico, senza pasticci trasformisti, senza edulcorare la propria battaglia programmatica rivoluzionaria, ma al contrario rivendicandola e presentandola sempre a livello di massa e di avanguardia per quello che è: la lotta per il potere della classe operaia. Come ha dichiarato Romina Del Plá, compagna dirigente del PO eletta nella circoscrizione di Buenos Aires, si tratta ora di investire il risultato elettorale nella lotta per un governo dei lavoratori.

Noi pensiamo che il programma del governo dei lavoratori – lo stesso programma del PCL – possa e debba condurre PO, PTS, IS all'unificazione centralista democratica delle proprie forze in un medesimo partito rivoluzionario in Argentina, al servizio della rifondazione della Quarta Internazionale nel mondo.
Di certo come PCL porteremo l''esperienza straordinaria del trotskismo argentino nella riflessione dell'avanguardia di classe del nostro paese e nel duro lavoro di ricostruzione dell'Internazionale rivoluzionaria.



Partito Comunista dei Lavoratori

Venezuela, l'elezione della Costituente madurista

Combattere la destra reazionaria senza appoggiare il bonapartismo piccolo-borghese

1 Agosto 2017
Domenica 30 luglio, in mezzo a disordini e scontri quasi da guerra civile, si sono svolte in Venezuela le elezioni della cosiddetta Assemblea costituente promossa dal governo Maduro. I risultati di tali elezioni sono controversi dal punto di vista del livello di partecipazione (41% secondo il governo, 12% secondo la MUD). Sono dati in realtà difficilmente accertabili. Anche se è verosimile che la crisi profonda di consenso del chavismo abbia favorito un'alta astensione al voto, ben al di là dell'influenza diretta della campagna boicottatrice delle destre.

Abbiamo indicato su questo sito le modalità di elezione dei deputati alla Assemblea (vedi articolo "Maduro presenta i criteri per l'elezione della Assemblea Costituente", 6 giugno). Non vi è nulla di democratico, né dal punto di vista della fasulla "democrazia borghese", né tanto meno da quello della democrazia operaia. I deputati della parte territoriale sono eletti con il sistema maggioritario, uno per municipalità indipendentemente se questa abbia duemila o settecentomila abitanti (unica eccezione Caracas che ne elegge ben... tre); quelli della parte sociale, che comprende anche i rappresentanti del padronato, sono eletti con criteri non consiliari, ma corporativi. Anche senza tenere conto di vari altri meccanismi di pressione (per esempio sui dipendenti pubblici), basta questo per svelare l'obbiettivo del regime chavista. Eliminare la formale democrazia borghese e sostituirla con istituzioni fortemente controllate da un regime che, di fronte alla propria crisi, accentua ulteriormente i propri caratteri bonapartisti e antidemocratici.

Tuttavia noi marxisti rivoluzionari non siamo dei democratici piccolo-borghesi innamorati del suffragio universale paritario. Partiamo sempre dagli interessi della classe operaia e della rivoluzione socialista, e subordiniamo a questi i pur importanti criteri della democrazia "pura" (una testa, un voto).


LA NATURA REAZIONARIA E FILOIMPERIALISTA DELLA MUD 

Nel quadro della situazione venezuelana dobbiamo riconoscere che il movimento di massa che si sta mobilitando contro il regime e per "libere" elezioni è un movimento reazionario e totalmente proimperialista. Una larga parte dei suoi dirigenti è costituito dallo stesso personale politico che nel 2002, quando Chavez godeva del sostegno della maggioranza della popolazione, fomentò un colpo di Stato militare contro di lui. Allora evidentemente a questi figuri la "democrazia" non importava granché. Una vittoria della MUD rappresenterebbe un drammatico passo indietro per il proletariato e il Venezuela. Il suo programma rivendica apertamente la privatizzazione di tutte le imprese dello Stato, la fine dei sussidi sociali alle famiglie povere, la liberalizzazione dei prezzi dei beni alimentari, la vendita dell'intero patrimonio immobiliare pubblico. In poche parole, la demolizione di quel sistema sociale delle missiones su cui il chavismo negli anni d'oro aveva costruito la propria base d'appoggio, a favore degli interessi del capitale finanziario internazionale. Non a caso l'imperialismo USA e tutti gli imperialismi della UE sono attivamente schierati con la MUD in nome della “libertà”: la libertà dei propri affari, per la riconquista del pieno controllo sul Venezuela. Non a caso la Federcameras, Confindustria venezuelana, ha apertamente sostenuto e finanziato il cosiddetto sciopero generale indetto da sindacati legati alla MUD contro il governo Maduro.

Tanto più in questo contesto appare in tutta la sua gravità l'appoggio che forze diverse del movimento trotskista riservano alla mobilitazione diretta dalla MUD, nel nome della lotta “per la democrazia” e “per una vera Assemblea costituente”. È il caso della Lega Internazionale dei Lavoratori (LIT) a cui appartiene il PdAC italiano, e ancor più della Unione Internazionale dei Lavoratori (UIT, una scissione della LIT) rappresentata in Venezuela dal Partito del Socialismo e della Libertà, dotato di una relativamente importante presenza nel sindacalismo combattivo di fabbrica, che è giunta a sostenere lo sciopero padronale della Federcameras. Per la LIT e la UIT moreniste, in particolare, si tratta in realtà di un intero corso politico internazionale che le ha condotte nell'ultima fase a salutare come “rivoluzionaria” la mobilitazione reazionaria di Piazza Maidan in Ucraina; ad esaltare una indistinta “rivoluzione siriana” rimuovendo l'evidenza – da un certo punto in poi - del carattere oggettivamente reazionario islamico e/o proimperialista assunto dall’essenzialità delle forze opposte al regime di Assad; a partecipare inizialmente alle mobilitazioni della destra contro il governo Rousseff in Brasile. Il tutto nel nome della... “democrazia” e della partecipazione ai “movimenti reali di massa”. Subordinare gli interessi del proletariato e della rivoluzione socialista alla bandiera della “democrazia” significa capovolgere il metodo e i principi del marxismo rivoluzionario, e contribuire a compromettere la sua immagine e credibilità internazionale nei settori dell'avanguardia, a tutto vantaggio di ambienti stalinisti e campisti. Quanto ai movimenti di massa, la storia ha ben visto movimenti a carattere reazionario, che i marxisti rivoluzionari hanno combattuto, senza subordinarsi ai governi borghesi o piccolo-borghesi ai quali essi si contrapponevano. Il fatto di dichiarare di voler sottrarre la direzione di tali movimenti alla destra o quello di rivendicare parole d’ordine operaie (non pagamento del debito, controllo operaio...) rende solo più assurdamente ridicola questa partecipazione oggettiva del morenismo alla controrivoluzione.


IL FALLIMENTO POLITICO DEL BONAPARTISMO CHAVISTA 

Al tempo stesso non possiamo condividere l'impostazione politica di quelle forze che, all'opposto, confondono la giusta contrapposizione alla destra reazionaria venezuelana con l'identificazione nel cosiddetto “socialismo bolivariano” o nell'appoggio critico al regime bonapartista del chavismo. Nell’ambito di chi si richiama al trotskismo, è stato il caso di Marea Socialista (già corrente di sinistra del PSUV chavista e organizzazione osservatrice del Segretariato Unificato in Venezuela) e del gruppo interno al PSUV della Tendenza Marxista Internazionale (IMT, a cui appartiene Sinistra Classe Rivoluzione, ex Falcemartello) (1). È una posizione che rimuove la realtà del chavismo. Il chavismo non rappresenta in alcun modo un regime socialista o di transizione al socialismo. Tanto meno un regime di “potere operaio e popolare”. Si tratta di un regime bonapartista piccolo-borghese, politicamente autonomo dall'imperialismo, ma che ha cercato e cerca di stabilizzare un compromesso con la borghesia venezuelana e con l'imperialismo stesso: paga regolarmente il debito estero, preserva la proprietà privata delle banche, salvaguarda la proprietà privata di larga parte dell'industria, paga indennizzi sontuosi a grandi gruppi nazionalizzati in un quadro economico in cui del resto (come ha dovuto ricordare lo stesso Manifesto) la quota del settore privato dell’economia venezuelana nell’epoca chavista è passato dal 65 al 71%. Parallelamente blocca le elezioni sindacali nelle aziende e nega i diritti sindacali dei lavoratori con una politica di irregimentazione del movimento operaio e di contrapposizione alle sue lotte, mentre affida agli alti gradi del corpo borghese degli ufficiali le leve di controllo del potere politico e istituzionale e i conseguenti benefici economici. Questo equilibrio politico e sociale, che reggeva negli anni del boom petrolifero, è precipitato con la crisi mondiale, spianando la strada alla destra reazionaria. Per questo abbellire e appoggiare il regime chavista, rimuovere il suo fallimento, significa privare la classe operaia venezuelana di una via d'uscita indipendente dalla crisi del regime. E contribuisce a confondere ulteriormente la coscienza politica dell'avanguardia di classe su scala internazionale.


CONTRAPPOSIZIONE ALLA DESTRA, SENZA SOSTEGNO A MADURO. PER UNA SOLUZIONE OPERAIA E SOCIALISTA DELLA CRISI 

È necessario più che mai sviluppare una politica indipendente, classista e socialista, nella crisi venezuelana. Una posizione di aperta contrapposizione alla mobilitazione reazionaria, senza riserve e ambiguità. E al tempo stesso pienamente autonoma dal chavismo, dal governo Maduro, dalle sue truffe bonapartiste. Si può e si deve lottare in prima fila contro Kornilov, senza appoggiare politicamente Kerenskij: è la grande lezione del bolscevismo e della rivoluzione russa, che riformismo e centrismo sistematicamente rimuovono.

Sul piano sociale va rivendicata l'aperta rottura con la borghesia venezuelana e il capitale finanziario internazionale. Cessazione del pagamento del debito pubblico, nazionalizzazione senza indennizzo delle banche e del commercio con l'estero, esproprio della grande industria sotto il controllo dei lavoratori, controllo operaio e popolare sui prezzi, a partire da medicinali e beni alimentari. Solo queste misure anticapitaliste e antimperialiste possono tagliare gli artigli della speculazione, unire la classe operaia venezuelana, costruire la sua egemonia sulle più ampie masse della popolazione povera, disgregare il blocco sociale reazionario.

Ma soprattutto è necessario congiungere questo programma sociale di emergenza ad una prospettiva politica indipendente. Non la “vera Assemblea costituente”, ma il potere dei consigli dei lavoratori e delle strutture di massa autorganizzate.

La parola d'ordine dell'Assemblea costituente in Venezuela è oggi una parola d'ordine subalterna: o si traduce nella rivendicazione di libere elezioni, ciò che oggi rivendica la MUD e che significherebbe secondo ogni evidenza la sua vittoria; oppure si traduce nell'avallo più o meno critico della cosiddetta Costituente di Maduro, ossia nella subordinazione al bonapartismo piccolo-borghese. Spiace che anche Frazione Trotskista (rappresentata in Italia dalla FIR) abbia fatto propria questa parola d'ordine (che oggi sembra generalizzare dal Brasile alla Spagna).

È invece centrale la battaglia per una autorganizzazione democratica di massa, per la libera elezione di consigli dei lavoratori nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, per la formazione di comitati popolari nei quartieri, per il coordinamento progressivo e la centralizzazione di queste strutture sul piano nazionale. Solo l'autorganizzazione democratica di massa, su basi consiliari, può costruire una alternativa di potere reale alla destra e al bonapartismo chavista, e far uscire la classe operaia industriale dalla situazione di passività di fronte alla crisi in atto. Solo un congresso nazionale di delegati eletti dai lavoratori, dalle masse oppresse, dalle loro strutture, può sviluppare un fronte unico di massa contro la reazione nella prospettiva di un governo dei lavoratori. L'unico governo che può realizzare le misure sociali di svolta e realizzare la democrazia vera: non la “democrazia” imperialista della MUD, né quella del bonapartismo chavista, ma la democrazia operaia.

È questa la posizione corretta alla fine assunta dalle organizzazioni del Coordinamento per la Rifondazione (dopo varie oscillazioni del Partido Obrero argentino sul tema della Assemblea costituente, e con differenziazione dalla posizione del gruppo venezuelano Opcion Obrera) (3) e del Comitato per una Internazionale Operaia (con l’organizzazione venezuelana Izquierda Rivolucionaria), che in mezzo a tanta confusione salvano in Venezuela l'onore del trotskismo.
Con l’evidente necessità di rifondare una Quarta Internazionale degna del suo nome e capace, come hanno mostrato cento anni fa Lenin, Trotsky e il partito bolscevico di andare controcorrente rispetto ai rappresentati, di “destra” o di “sinistra” delle altri classi, in nome esclusivamente degli interessi storici del proletariato e del socialismo mondiale.



Note:

(1) Il gruppo International Marxist Tendency ha mantenuto, con qualche cautela vista la disastrosa crisi sociale attuale, una politica di sostegno al bonapartismo bolivarista. Invece Marea Socialista ha rovesciato le sue posizioni. Ha rotto col PSUV nel 2014, accusandolo di degenerazione rispetto al chavismo. Ha cercato poi di presentarsi alle elezioni politiche, ma il regime le ha rifiutato “democraticamente” il riconoscimento come partito legale (come del resto al Partito Comunista Venezuelano). Oggi si pone su una posizione democraticista, proponendo, come la destra, elezioni subito e cercando di “mediare” tra le forze in lotta.

(2) La base della mobilitazione di massa diretta dalla MUD è la piccola borghesia, la gioventù studentesca e settori semiproletari impiegatizi. Il chavismo mantiene il sostegno dei settori più poveri della popolazione, semiproletari e sottoproletari, che hanno beneficiato delle missiones e dei sussidi della politica redistributiva del regime. La classe operaia industriale è, nella sua maggioranza, passiva.

(3) Opcion Obrera è l’unico gruppo rivoluzionario coerentemente all’opposizione del governo che ha deciso di sostenere la partecipazione critica alle elezioni della Assemblea costituente di Maduro, per cercare di eleggere deputati di opposizione di sinistra, dimostrando nel contempo una volontà di fronte unico alla base chavista. La Commisione internazionale del PO ha risposto con la riconferma del sostegno alla posizione del boicottaggio. Benché valutiamo errata la posizione di Opcion Obrera, data la chiarezza delle sue posizioni di opposizione di sinistra al regime, riteniamo la differenza esistente importante ma di carattere esclusivamente tattico.
Partito Comunista dei Lavoratori