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Bandiere tricolori in Africa

 

Retorica e realtà. Il “nuovo modello di business” del piano Mattei

Bandierine tricolori festanti in mano ad un’ignara scolaresca hanno accolto la recente visita di Meloni ad Addis Abeba. Un classico della coreografia coloniale. Una visita regolarmente accompagnata dal capitalismo italiano al gran completo: ENI, Enel, Leonardo, Acea, Terna, Snam, con le rispettive delegazioni di amministratori delegati.

Una presenza comprensibile. L’obiettivo di fondo del Piano Mattei in Africa è allargare la presenza italiana negli spazi scoperti dalla crisi del vecchio colonialismo francese, e al tempo stesso interagire con gli interessi americani ed europei (Global Gateway) nel contenimento dell’espansionismo imperialista cinese.

L’Etiopia è un punto cruciale dell’operazione. Lo è in quanto vecchia eredità del (peggiore) colonialismo italiano. Lo è in termini di posizionamento strategico quale crocevia di Nord Africa, Corno d’Africa e Golfo, lungo un crinale di profonda instabilità in cui si affacciano nuove medie potenze, quali Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Lo è in termini di affari economici, grazie alle politiche di liberalizzazione imposte all’Etiopia dal Fondo Monetario Internazionale, a partire da telecomunicazioni e banche, ciò che consente (anche) ai capitali italiani una più agevole penetrazione. Del resto, in Africa tutto ormai è stato interamente privatizzato nell’ultimo quarto di secolo, sanità ed istruzione incluse. L’Etiopia non fa certo eccezione. E l’Italia partecipa al banchetto.

La retorica di accompagnamento della sorella d’Italia è scontata: l’Italia porterebbe in Africa una logica nuova “non predatoria”, “non assistenziale”, mirata allo “sviluppo”. Lo proverebbe ad esempio una esibita disponibilità italiana verso l’enorme esposizione debitoria dell’Etiopia, e più in generale di larga parte degli Stati africani: in caso di catastrofe climatica, dichiara Meloni, l’Italia sarebbe disponibile a “sospendere” la propria richiesta di incasso sui prestiti elargiti.

È facile osservare che la catastrofe climatica, anche in Africa, è una realtà del presente, non una eventualità futura, e che l’attuale rinuncia degli imperialismi (tutti) persino alle promesse di “transizione ecologica” – col governo italiano in prima fila nella ritirata – è uno dei fattori che vi concorre.

Ma c’è di più. L’Italia propone in realtà la cosiddetta conversione del debito africano. Volete che vi sospendiamo il pagamento del debito? Basta che lo “convertiate” in nuove offerte decennali vantaggiose per le nostre aziende e i nostri monopoli. Tutti in prima fila ad accaparrarsi commesse, infrastrutture, materie prime, terre. Naturalmente… per beneficenza. Il sostegno italiano ad Addis Abeba nel suo duro contenzioso con l’Egitto in fatto di risorse idriche (vedi lo scontro sulla Diga della Rinascita etiope) rientra in questa logica di scambio.

Non è solo una questione di Etiopia. Il Piano Mattei candida l’Italia a “ponte privilegiato” fra L’Africa e l’Europa, coinvolgendo ben quattordici paesi africani, tra cui l’Angola, il Ghana, il Kenya, la Mauritania, il Mozambico, il Congo. ENI, prima azienda estera in tutta l’Africa, sta moltiplicando la scoperta di nuovi giacimenti di gas e petrolio, dalla Costa d’Avorio al Mozambico all’Angola. Ma fa solo da apripista di altri interessi e operazioni.

Il Congo è, sotto questo profilo, esemplare. «In Congo è pronta la prima farm agricola made in Italy» dichiara gongolante Il Sole 24 Ore (10 febbraio), presentando il nuovo investimento agroalimentare di BF International in quel di Malolo come «un nuovo modello di business per tutta l’Africa». Che sia un business è indubbio. L’azienda ottiene 10000 ettari di terra in concessione per 49 anni, naturalmente rinnovabile. Godrà di esenzioni doganali e fiscali e di procedure organizzative accelerate. Produrrà innanzitutto soia a volontà per il mangime destinato agli allevamenti del Presidente del Congo, Denis Sassou Nguesso, grande proprietario e investitore nel settore. Ma potrà anche «offrire lo stesso servizio di gestione ad altri committenti del medesimo Paese oppure di Paesi vicini». Insomma carta bianca, pieni poteri. «Abbiamo una sconfinata capacità di crescita», afferma l’amministratore delegato dell’impresa, «la superficie fondiaria che possiamo intercettare con i nostri servizi è enorme, milioni di ettari su cui generare valore senza comprare la terra». Non a caso BF International sta esportando lo stesso modello di business in Senegal, Ghana, Algeria… Naturalmente «col supporto delle istituzioni alle spalle», dichiara sorridente l’amministratore delegato.

La bandiera tricolore avvolge solo un nuovo modello di business per i capitalisti di casa nostra (e non solo). In un continente nel quale quasi seicento milioni di persone risultano prive delle risorse vitali più elementari, si va scatenando una nuova grande corsa al saccheggio imperialista. L’imperialismo italiano vuole semplicemente un posto a tavola. Per meglio dire, un nuovo posto al sole.

Solo un’alternativa socialista potrà liberare l’Africa dal vecchio e nuovo colonialismo, comunque mascherato. Le sezioni africane della Lega Internazionale Socialista sono e saranno in prima fila in questa lotta di liberazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il piano trumputiniano per l'Ucraina

 


Trump consegna l'Ucraina a Putin, in un mercimonio tra grandi potenze

24 Novembre 2025

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Il piano di Trump per l'Ucraina ha la stessa impronta del piano Trump per la Palestina . Nel caso della Palestina si tratta di un protettorato coloniale sulla pelle del popolo palestinese e dei suoi diritti, al servizio di uno Stato coloniale genocida. Nel caso dell'Ucraina di un piano di resa nazionale all'imperialismo russo invasore, direttamente pattuito con quest'ultimo, sulla pelle del popolo invaso.

Al di là dei diversi contesti, si tratta della stessa logica di fondo. Donald Trump negozia cinicamente coi vincitori la resa dei vinti, nell'interesse dell'imperialismo americano e della sua nuova logica imperiale: l'America agli americani, a partire dal Venezuela; la Palestina ai sionisti con l'accordo dei regimi reazionari arabi, e col lasciapassare di Russia e Cina e la loro complice astensione all'Onu. In cambio la Russia si prenda quel che vuole in Ucraina dopo quasi quattro anni di invasione, in soluzione condominiale con gli USA. Il mercimonio tra imperialismi vecchi e nuovi sulla pelle di popoli invasi non potrebbe essere più spudorato.

I 28 punti del piano Trump sull'Ucraina sono eloquenti, non meno dei 20 punti del piano per Gaza. In entrambi i casi il piano fa capo a un Consiglio di pace presieduto da Trump. A Gaza Trump deve supervisionare il disarmo di Hamas e della Resistenza palestinese, l'ingresso di una forza multinazionale di occupazione, la grande torta della ricostruzione, le garanzie per lo Stato genocida sionista, la continuità della politica di terrore in Cisgiordania, la connivenza servile delle borghesie arabe. Russia e Cina non hanno posto veti a questo abominio, consentendo agli USA di presentare la propria pace come la “pace” delle Nazioni Unite, col mandato delle Nazioni Unite.

In Ucraina Trump vuole supervisionare il piano di resa e spartizione dell'Ucraina a vantaggio delle forze d'occupazione russe.

Consegna alle forze di occupazione russe non solo dei territori occupati con l'invasione ma anche dei territori non ancora conquistati, seppur “annessi”. Disarmo di metà della forza militare Ucraina, come Putin chiedeva insistentemente dal 2022. Cogestione russo-americana della ricostruzione dell'Ucraina, anche attraverso l'uso di cento miliardi di beni russi congelati, con gli USA che si accaparrano il 50% dei relativi profitti, un ulteriore fondo congiunto di investimento russo-americano con relativa spartizione degli utili tra i due paesi. Rientro della Russia nel G8 con accordo di cooperazione con gli Stati Uniti. Nei fatti, da ogni punto di vista, l'umiliazione di una nazione invasa al servizio dell'invasore, in cambio degli interessi americani.

Le elezioni in Ucraina entro cento giorni completano il quadro. Trump e Putin puntano a rimpiazzare Zelensky dopo averlo costretto all'umiliazione. Quanto alla cosiddetta garanzia offerta da Trump all'Ucraina circa la difesa da nuove aggressioni russe, è solo un pezzo di carta che serve a mascherare il contenuto vero del piano: la cessione dell'Ucraina all'area di influenza dell'imperialismo russo in cambio di un avvicinamento della Russia agli USA in termini sia di comuni interessi affaristici sia di relazioni globali (Artico in primis).

Trump punta a separare l'imperialismo russo dall'imperialismo cinese? Possibile, anzi probabile. Gli USA possono fornire a Mosca tecnologie digitali e intelligenza artificiale, La Russia può fornire a Washington materie prime necessarie per gran parte dello hardware tecnologico, rompendo la dipendenza occidentale dalle terre rare della Cina. Soprattutto, gli USA offrono alla Russia una via d'uscita dal rischio del vassallaggio verso la Cina.

Non sappiamo se questo disegno riuscirà: molti sono gli ostacoli e le contraddizioni. Ma sappiamo che, in ogni caso, l'Ucraina è oggi merce di scambio dell'operazione. Tutt'altro che un'operazione improvvisata. Lo stesso Putin ha dichiarato, senza essere smentito, che il negoziato sul piano Trump era iniziato tra Russia e USA già prima del famoso incontro in Alaska. Del resto, solo gli imbecilli potevano non vedere e capire la progressiva apertura dell'imperialismo americano all'imperialismo russo nel corso dell'ultimo anno. Purtroppo non erano pochi.

“Meglio la pace che la continuità della guerra”, “la pace prima di tutto”: una vasta schiera di commentatori, di diversa estrazione, da Marco Travaglio a buona parte della sinistra cosiddetta radicale, plaude al piano Trump, mischiando il realismo cinico di improvvisati esperti militari con l'esibizione di una vocazione gandhiana. Ma la pace di chi e per chi?

La pace di Gaza è la pace dei cimiteri, e la negazione dei diritti palestinesi, dopo due anni di genocidio. La pace che si propone all'Ucraina è la resa, a quattro anni di invasione, il saccheggio delle risorse nazionali, l'amputazione territoriale, la rinuncia all'autodifesa. Non sappiamo se il governo ucraino accetterà la capitolazione, cioè “la perdita della dignità”, o se la respingerà. Ma sappiamo e denunciamo la pace che gli viene proposta come un arbitrio delle grandi potenze, un ultimatum imposto con la forza del ricatto, dettato da ragioni imperiali. È scandaloso che organizzazioni che si dichiarano “comuniste” o anche solo “democratiche” possano addirittura applaudire questa lordura.

La verità è che tutte le idiozie propagate per quattro anni sulla cosiddetta “guerra per procura” degli Stati Uniti contro la Russia sono fatte a pezzi dalla realtà. Una realtà non solo diversa ma capovolta. Ieri e oggi. Nel 2022 la prima proposta USA all'Ucraina a due giorni dall'invasione russa fu di offrire a Zelensky una via di fuga. Fu solo la scelta della resistenza ucraina all'invasione a costringere gli USA a sostenerla, seppur col contagocce e mille limiti. Oggi è l'imperialismo USA a pugnalare l'Ucraina consegnandola alla Russia mani e piedi legati, e a concordare con la Russia una comune amministrazione delle sue spoglie. Un protettorato russo-americano in Ucraina, una “pace per procura”, imperialista.

Qui sta la vera responsabilità di Zelensky. Non quella di aver difeso l'Ucraina. Ma quella di aver puntato tutte le proprie carte sulla protezione americana e della UE, di aver nascosto agli occhi della popolazione ucraina, e innanzitutto della sua classe operaia, la vera natura dei vampiri imperialisti d'Occidente e della loro cosiddetta democrazia.

Di più: aver ceduto agli investitori occidentali aziende pubbliche, infrastrutture, terreni agricoli, materie prime sotto la pressione delle loro richieste ricattatorie. Aver regalato all'Unione Europea e alla borghesia ucraina la liberalizzazione dei licenziamenti, la compressione dei diritti sindacali, la limitazione del diritto di sciopero.

Tutto questo doveva servire nella propaganda di Zelensky a “modernizzare” il paese e difendere la patria. È invece servito solamente a demoralizzare i lavoratori, a fiaccare il morale della resistenza, a incoraggiare la rapina dei capitalisti, ad avvantaggiare l'invasione russa, sino all'annunciato “tradimento” americano. La corruzione degli ambienti di governo e dell'apparato statale ucraino è solo un risvolto fisiologico di queste politiche, in Ucraina come in Russia come ovunque. E oggi certo favorisce una volta di più il ricatto anti-Zelensky di Mosca e di Trump.

Si conferma dunque ancora una volta la posizione del nostro partito, della Lega Internazionale Socialista di cui siamo parte, della sua coraggiosa sezione ucraina. In questi quattro anni di guerra, i nostri compagni ucraini hanno combattuto su due fronti: contro l'invasione imperialista russa a difesa dei diritti nazionali dell'Ucraina, e al tempo stesso contro il governo borghese di Zelensky, a difesa dei lavoratori e delle lavoratrici, per una soluzione anticapitalista e socialista; per l'esproprio dell'oligarchia borghese ucraina, la cancellazione del debito estero, una milizia operaia e popolare per la difesa del paese.

Solo un governo dei lavoratori può realizzare queste misure, contro il piano russo-americano.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il semaforo verde di Russia e Cina al piano coloniale di Trump

 


Il popolo palestinese non ha amici in alto ma solo in basso

19 Novembre 2025

English version

L'astensione di Russia e Cina nel Consiglio Generale dell'ONU sul piano Trump per la Palestina è densa di significato politico. L'astensione è la rinuncia a ogni potere di veto. La rinuncia al potere di veto significa che il piano coloniale americano avrà la copertura delle Nazioni Unite.

Un imperialismo USA che per due anni ha fatto scudo alla barbarie sionista anche col ricorso al proprio potere di veto in sede ONU ha ottenuto dagli imperialismi rivali non solo un sospirato lasciapassare ma la più alta copertura diplomatica. È ciò che Trump chiedeva. È ciò che Trump ha ottenuto.

La soluzione maschera un mercimonio negoziale tra interessi diversi.

La Cina non solo è un grande partner commerciale di Israele ma è impegnata nel negoziato globale con gli USA: sul piano commerciale, lungo la partita di scambio fra terre rare e dazi, e sul più ampio scenario degli equilibri mondiali, a partire dai mari dell'Asia. Il via libera di Pechino a Trump sarà messo sul piatto di questa bilancia negoziale.

La Russia, dal canto suo, non solo è il secondo partner politico dello Stato sionista dopo gli USA, ma punta a incassare le aperture di Trump nella partita ucraina e sul Mare Artico. Il semaforo verde al bonaparte di Washington chiede dunque contropartite su altri terreni.

Peraltro, sia l'imperialismo russo che l'imperialismo cinese sono interessati a buone relazioni con i regimi arabi, in particolare con le grandi monarchie del Golfo. E i regimi arabi avevano e hanno bisogno della copertura diplomatica ONU per imbarcarsi in una “forza internazionale di stabilizzazione” in Palestina a guida USA, con tutte le incognite e i rischi del caso, anche nel rapporto con le proprie opinioni pubbliche. Mosca e Pechino hanno garantito la copertura richiesta.

Ogni ipocrisia diplomatica si nutre naturalmente di tortuosità. Due giorni prima del clamoroso lasciapassare, la Russia aveva avanzato una propria proposta nel Consiglio di sicurezza che citava l'eterna bufala dei “due Stati per due popoli”. Lo scopo era quello di poter vantare l'inserimento successivo nella risoluzione ONU di un vaghissimo riferimento alla questione palestinese quale frutto della propria pressione. La verità è che le finzioni retoriche stanno a zero. Servono ai regimi arabi per mascherare la propria subordinazione all'imperialismo USA e al sionismo, così come servono a Russia e Cina per esibire benemerenze presso i regimi arabi. Ciò che conta materialmente è altro.

Il piano Trump può procedere con le spalle coperte, da una posizione più avanzata. Mentre lo Stato sionista prosegue la propria macelleria: a Gaza, ulteriormente smembrata dalle forze israeliane, dove continuano distruzione di case, deportazioni, fame; in Cisgiordania, dove prosegue l'azione terrorista di esercito e coloni contro i palestinesi.

Il genocidio, in altre forme, perdura. Il disarmo e la distruzione della resistenza palestinese restano l'obiettivo comune di Trump, dello Stato sionista, delle borghesie arabe, degli imperialismi europei. Quanto alla ANP , già da decenni sul libro paga di Israele, chiede solo di essere caricata a bordo dell'operazione con qualche patacca di riconoscimento formale, fosse pure a futura memoria.

Certo, non mancano le contraddizioni. Israele non vuole la presenza turca nella forza internazionale a guida americana che entrerà nella Striscia. I regimi arabi, Egitto e Giordania in testa, sono disponibili a fornire truppe di occupazione, ma vorrebbero prima che altri facessero il lavoro sporco di disarmare Hamas. I governi europei sono in prima fila per il business della ricostruzione ma non vorrebbero arrischiare truppe, offrendo in cambio l'addestramento all'estero di una futura polizia palestinese, magari attraverso i Carabinieri. Persino Trump, che pur si candida a presiedere il protettorato coloniale da lui stesso insediato, non vuole un coinvolgimento diretto di truppe statunitensi a Gaza, perché teme contraccolpi elettorali in caso di bare americane.

Insomma, tutte le forze dominanti vogliono incassare la propria parte del bottino finale del genocidio ma senza pagarne il prezzo. La pentola non trova il coperchio. Il copione è ancora in cerca di firma.

Ma in ogni caso emerge, tanto più oggi, una verità incontestabile: il popolo palestinese e la sua resistenza non hanno amici tra le potenze imperialiste vecchie e nuove, nella diplomazia truffaldina dell'ONU, presso i governi arabi, nelle cosiddette democrazie europee. I suoi possibili alleati stanno in basso, fra i popoli oppressi, nella classe lavoratrice, e innanzitutto in quella nuova generazione che in tutto il mondo si è mobilitata con la Palestina nel cuore.

Solo una rivoluzione cambia le cose. Vale per tutti. Vale a maggior ragione per il popolo palestinese e per le masse oppresse di tutto il Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'accusa di antisemitismo: una clava contro il movimento

 


No al ddl Gasparri!

La lotta del popolo palestinese, che oggi non deve arretrare ma resistere al piano coloniale di Trump, una battaglia fondamentale l’ha già vinta: la battaglia per la conquista del cuore delle masse.
Movimenti enormi di solidarietà con la lotta di liberazione palestinese hanno attraversato i cinque continenti, dagli USA all’Europa, dall’Asia al Sud America, dall’Africa all’Australia.

In Italia, dopo due anni di mobilitazioni forse di tenore inferiore a quelle di altri paesi europei, si è avuta un’autentica esplosione della partecipazione di massa nelle giornate dal 22 settembre al 4 ottobre, quando milioni di persone sono scese in piazza per mostrare la propria vicinanza al popolo palestinese e la propria solidarietà all’impresa della Global Sumud Flotilla.
Un’immensa partecipazione caratterizzata soprattutto dalla presenza di giovani e giovanissim3, studenti medi e universitari, e da ultimo anche da una crescente componente di classe lavoratrice.

Si è trattato di un autentico salto di qualità nella mobilitazione, un movimento che fa paura al governo e che incontra i favori dei sondaggi. Un movimento politico oltre che umanitario che denuncia la complicità del governo italiano nel genocidio di Gaza, che condanna la ferocia disumana e il razzismo dell’ideologia sionista, e che canta nelle strade la liberazione della Palestina dal fiume al mare.

Mai come oggi l’immagine di Israele è gettata nella polvere, la sua propaganda non creduta e derisa, i suoi atti criminosi denunciati con forza ad ogni livello della società, dai lavoratori, dagli studenti, dagli intellettuali e dagli artisti.
L’entità sionista è costretta a reagire come un animale ferito, e allora lancia ad ogni latitudine geografica, politica e culturale, come un disco rotto, la litania dell’accusa infamante: antisemita.

L’accusa è infame perché rivolta non contro i depositari storici dell’antisemitismo, quell’estrema destra i cui eredi oggi in grande maggioranza in Europa appoggiano il sionismo, ma contro il grande movimento di solidarietà con il popolo palestinese, proprio quando questo denuncia il più grave genocidio del XXI secolo.
Accusare di antisemitismo chi si oppone allo sterminio è ridicolo e volgare. Nondimeno però è un’arma in mano a governi complici che tentano di reprimere la mobilitazione di massa, come Germania, Francia, Inghilterra e ovviamente… l’Italia.

Alcuni esponenti del governo italiano sono intenti ad usare l’accusa di antisemitismo come una clava per colpire la mobilitazione crescente. Nelle università, nelle scuole, negli enti culturali è in corso una lotta accanita per denunciare ogni forma di collaborazione con lo stato genocidario di Israele. Gli esponenti filosionisti sono travolti, e non sanno più quali argomentazioni utilizzare per giustificare la propria collaborazione. Allora per questo viene utile la vecchia e sempre verde accusa di antisemitismo.

Vogliamo precisare che non è possibile sottovalutare il rigurgito di sentimenti antisemiti, ma essi sono in massima parte da imputare agli atti criminali commessi da Israele, la più grande fonte di antisemitismo.
Per propalare questa grande menzogna, dunque, non bastano più la grande stampa ossequiosa con il governo e con i sionisti, non è più sufficiente la propaganda e la repressione ordinaria da parte delle forze di polizia. Per questo è necessario approntare uno strumento nuovo, più adeguato alla bisogna. In altre parole, uno strumento legale con cui armare la repressione.

Il ddl (disegno di legge) Gasparri si incarica di dare soddisfazione a questa necessità. Non è l’unico ad essere in discussione al Senato, ma è quello più avanzato in tal senso.
Tale ddl così riporta nelle premesse; «…i focolai di antisemitismo già presenti in tutta Europa (documentati per l'Italia dal CDEC e dall'Eurispes) si sono estesi e propagati sotto la veste di antisionismo, dell'odio contro lo Stato ebraico e del suo diritto a esistere e difendersi».

L’antisemitismo è connesso all’antisionismo, tanto che:

«Il comma 2 prevede l'istituzione, presso le scuole di ogni ordine e grado, di corsi annuali di formazione per studenti sull'antisemitismo e sull'antisionismo».

Il che comporta l’indottrinamento studentesco nei confronti dell’adesione al regime israeliano e alla giustificazione dei suoi crimini.
Art.2 comma 2: «…Il Ministro dell'istruzione e del merito istituisce, presso le scuole di ogni ordine e grado, corsi annuali di formazione rivolti agli studenti, al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse, e di contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l'antisionismo» (sottolineature nostre).

Non manca l’invito alla delazione, soprattutto di insegnanti e professori universitari. Ma ciò che è più importante è che la pena stabilita dal codice penale si deve applicare come recita l’art. 4 comma:

«La stessa pena si applica qualora la propaganda, l'istigazione o l'incitamento si fondano, in tutto o in parte, sull'ostilità, sull'avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all'esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione» (sottolineature nostre).

È evidente che questo dispositivo normativo ha l’obiettivo di abbattersi come una scure contro le masse soprattutto giovanili che hanno alimentato le grandiose mobilitazioni delle settimane scorse. In quelle manifestazioni, fra gli slogan più recitati vi erano proprio quelli che dimostravano l’ostilità al sionismo, un’ideologia politica suprematista e razzista, che ha giustificato negli ultimi 77 anni l’occupazione coloniale delle terre e delle città dei palestinesi, con il corredo di massacri e pulizia etnica. Un’ideologia che ha interessato solo parte dei popoli ebraici, e sostanzialmente la parte più reazionaria e violenta. La parte più progressista e socialista, maggioritaria negli anni ’20 e ‘30 in Polonia, era rappresentata dal partito più grande di matrice ebraica, il Bund (Unione di Lotta dei Lavoratori Ebrei), e avversava il sionismo, definito come “un movimento reazionario capitalista e colonialista al servizio dell’imperialismo”.

La maggioranza dei combattenti dell’insurrezione del ghetto di Varsavia apparteneva in effetti al Bund, compreso il suo eroico comandante militare Marek Edelman, che si rifiutò sempre di andare in Israele e che nel 2002 espresse la sua solidarietà alle organizzazioni combattenti palestinesi.

È assolutamente risibile che, se fosse stata in vigore una legge analoga a quella voluta da Gasparri, il Bund, la maggioranza yiddish del popolo ebraico europeo e il comandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia sarebbero stati perseguibili a norma di legge!

Anche in ossequio a questa grande tradizione dei popoli ebraici, che ha fornito al movimento rivoluzionario comunista degli anni ’20 alcune tra le menti più luminose, non si può che riaffermare la lotta irriducibile al sionismo e la necessità, per i popoli del Medio Oriente e dell’umanità intera, della sua sconfitta definitiva.

Un altro grande slogan ha connotato le mobilitazioni in Italia e nel mondo tanto da essere gridato da moltitudini di persone di ogni età: “Palestina libera dal fiume al mare”.
Questo slogan ha un significato molto preciso, vuole intendere la liberazione della Palestina storica, ciò che implica la distruzione dello stato di Israele.

Questa rivendicazione elementare, ma potentemente espressa da centinaia di migliaia di cittadini, che vuole sostenere il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, è frutto del diritto a esprimere il proprio pensiero, ma secondo Gasparri dovrebbe essere semplicemente sottoposta a censura pena la possibilità di finire in carcere.

È il caso di dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio parafascista di istituire reati d’opinione del tutto antidemocratici.

In conclusione, il Partito Comunista dei Lavoratori, erede dell’unica tradizione politica che si è sempre opposta all’esistenza di Israele, difende il diritto del movimento per la Palestina ad esprimere il proprio pensiero e a scendere in piazza per manifestarlo, rifiuta ogni forma di intimidazione nella sua lotta contro il sionismo e invita a proseguire con più forza la mobilitazione contro il piano coloniale di Trump; l’unica mobilitazione che è in grado di rendere inapplicabile e far crollare questo disposto normativo.

Quali che siano le leggi della borghesia filosionista, il Partito Comunista dei Lavoratori ribadisce:

Lo Stato sionista dell’apartheid coloniale non può essere riformato, ma va distrutto.

Per una Palestina unita, laica e socialista (con il ritorno incondizionato dei profughi palestinesi e con i diritti di minoranza nazionale per gli ebrei, ad eccezione dei coloni fascisti e nazisti da espellere).

Per una Repubblica araba socialista unita.

Per una Federazione socialista del Medio Oriente e del Nord Africa, con il diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi della regione (curdi, berberi, etc.)

Partito Comunista dei Lavoratori

No al piano coloniale Trump-Netanyahu

 


Per la continuità della mobilitazione unitaria contro il sionismo e l'imperialismo

15 Ottobre 2025

L'universo politico mediatico a 360 gradi sta celebrando il piano Trump per la Palestina con la retorica più grottesca. Anche i commentatori più sobri si sperticano in lodi commosse per la ritrovata “pace” in Medio Oriente, attribuendo a Donald Trump il ruolo storico di pacificatore.

Ma di quale pace stiamo parlando?

Cessazione dei bombardamenti, scambio dei prigionieri, ingresso degli aiuti alimentari: se l'accordo si limitasse a questo sarebbe ovviamente del tutto legittimo e positivo. Ma non è questo il contenuto di fondo dell'accordo. Al contrario. Questo è solo il bordo inzuccherato di un bicchiere velenoso. Velenoso per il popolo palestinese, per la sua resistenza, per la sua liberazione. Chi non vede questo ignora semplicemente la realtà. E danneggia pesantemente la stessa mobilitazione antisionista.

Guardiamo in faccia la realtà dell'accordo. Di ciò che dice e di ciò che tace.


LA REALTÀ DELL'ACCORDO DI “PACE”

La Cisgiordania, di cui il piano non parla, è abbandonata di fatto alla furia dei coloni e delle forze di occupazione. Il fatto che a Ramallah persino i festeggiamenti per i prigionieri liberati siano stati proibiti dalle autorità israeliane, e che le case dei loro familiari siano state saccheggiate preventivamente dai militari occupanti a fini di intimidazione, ci parla dell'immutata quotidianità del terrore sionista. Non meno della prostrazione fisica dei prigionieri palestinesi liberati dopo anni o decenni di torture e angherie.

Per Gaza è prevista un'occupazione militare multinazionale a guida americana sotto la supervisione diretta del Presidente USA. Mentre le forze di occupazione sioniste che ancora controllano oltre il 50% della Striscia manterranno in ogni caso una propria presenza militare. Si tratta di un protettorato mandatario di classica tradizione coloniale. Un'occupazione per procura. Due milioni di gazawi, dopo due anni di genocidio, non avranno neppure il diritto formale a eleggere una propria rappresentanza, ridotti a oggetto passivo di un piano concordato tra imperialismo USA, Stato sionista e borghesie arabe.

Lo Stato sionista, che ha distrutto Gaza, non verserà un solo euro per la sua ricostruzione. Il punto 10 del piano Trump affida la ricostruzione al libero mercato di capitali privati, con l'obiettivo dichiarato di edificare “città medio-orientali”: investimenti immobiliari di lusso garantiti dalle monarchie del Golfo in concerto con le grandi compagnie americane ed occidentali.

I palestinesi poveri di Gaza, con le proprie case distrutte dai bombardamenti, non potranno certo comprare i nuovi immobili di lusso. Saranno destinati alla vita di paria in accampamenti di fortuna, in uno stato permanente di umiliazione e ricatto.
In compenso, è già partito lo sgomitamento tra le grandi aziende e i rispettivi governi per la spartizione del bottino. Il cosiddetto Consiglio di pace sarà solo il comitato d'affari di questo business. Ignoti tecnocrati palestinesi, scelti dalle potenze straniere, daranno copertura all'operazione. L'Italia manderà i carabinieri a supporto delle proprie ragioni contrattuali.

Per le organizzazioni della resistenza palestinese non c'è futuro in questo piano imperialista se non quello della propria subordinazione e/o della propria resa.

La cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese, che già svolge da tempo un ruolo di polizia sussidiaria delle forze di occupazione in Cisgiordania, ha prontamente offerto la propria collaborazione al piano Trump alla ricerca di uno strapuntino a Gaza. Ma dovrà guadagnarsi il lasciapassare dello Stato sionista, per il momento non disponibile.

Per Hamas e le forze della resistenza, che in questi due anni hanno combattuto valorosamente, il piano Trump-Netanyahu prevede il disarmo e l'esilio. Al più, nell'attesa della subentrante “forza multinazionale di stabilizzazione” (e dunque nel suo proprio interesse), Trump consente ad Hamas un ruolo provvisorio di polizia locale per mantenere l'ordine. Non più di questo. Lo Stato sionista lo accetta in cambio dell'impegno di Hamas al disarmo.

In sostanza: Trump ha garantito a Israele l'impegno al disarmo di Hamas, ed ha garantito ad Hamas che Israele non riprenderà la guerra dopo la liberazione degli ostaggi. Di certo il negoziato diretto fra gli uomini di Trump e la direzione di Hamas è stato determinante mercoledì scorso per sbloccare l'accordo “di pace”. Ma presentare questo accordo come una vittoria della resistenza sarebbe davvero un macabro scherzo. L'intero piano di “pacificazione” imperialista del Medio Oriente richiede la distruzione della resistenza palestinese.


UN ACCORDO “FIGLIO DELLA MOBILITAZIONE”?

Chi presenta l'accordo “di pace” come un sottoprodotto positivo della grande mobilitazione in Occidente contro il genocidio sionista confonde la propria fantasia con la realtà.

L'accordo non è figlio della mobilitazione antisionista ma dello sfondamento militare di Israele in Medio Oriente.
È vero: mai l'odio contro Israele è stato tanto grande nel mondo, e questo è sicuramente causa ed effetto della grande mobilitazione internazionale contro il genocidio. Ma al contempo mai la forza militare di Israele è stata tanto grande nella regione mediorientale.

In due anni, grazie al sostegno militare delle grandi potenze imperialiste, in primo luogo dell'imperialismo USA, la guerra di Israele ha progressivamente piegato a proprio vantaggio i rapporti di forza nella regione. Ha ridimensionato l'Iran, ha annientato la direzione di Hezbollah, ha capitalizzato il crollo del regime siriano. Tutto ciò ha incentivato alla lunga il rilancio degli Accordi di Abramo, cioè la gravitazione dei regimi arabi attorno all'attuale vincitore militare della partita. Trump è stato l'attivo mediatore di questa ricomposizione. Ha portato in dote ad Israele l'apertura, una dopo l'altra, delle borghesie arabe. Ed ha offerto in cambio ai regimi arabi (Qatar in primis) le proprie garanzie da possibili attacchi israeliani

L'accordo, naturalmente, non è privo di contraddizioni ed incognite. I regimi arabi vorrebbero qualche promessa, fosse pure retorica, sulla questione palestinese a beneficio delle proprie opinioni pubbliche. La Turchia neoottomana di Erdogan si candida a contrappeso regionale dello Stato sionista. Gli imperialismi europei cercano spazi affaristici e diplomatici in queste contraddizioni in funzione della loro più generale relazione negoziale con gli USA. Ma, al di là di contraddizioni e incognite, resta il dato di fatto: l'accordo “di pace” è un indubbio successo dell'imperialismo USA e dell'amministrazione Trump. Che ha bisogno di una normalizzazione del Medio Oriente per potersi concentrare sulla sfida del Pacifico verso la Cina.

Peraltro, la normalizzazione dei rapporti tra paesi arabi ed Israele, ed il coinvolgimento in questa dell'India, libera un canale di transito commerciale alternativo (India, penisola arabica, Tel Aviv) alla Via della Seta cinese. Anche questo è parte del piano Trump.

Un altro fattore nella dinamica degli avvenimenti è stato il relativo isolamento della resistenza palestinese in Medio Oriente. Grande è la sproporzione tra la grande mobilitazione pro Palestina in Occidente e il livello di mobilitazione delle masse arabe.
Subito dopo il 7 ottobre, diversi paesi arabi (Giordania, Iraq, Tunisia...) videro imponenti mobilitazioni di solidarietà coi palestinesi, in aperta polemica coi propri governi. Ma in seguito il movimento arabo ha conosciuto un progressivo riflusso. L'eccezione del Marocco, dove il movimento pro Palestina resta importante, non cambia il quadro d'insieme. Di certo questo riflusso ha favorito lo spazio di manovra dei governi arabi verso Israele e l'imperialismo USA, consentendo loro di massimizzare le pressioni sulla direzione di Hamas per indurla ad accettare il piano Trump.

Tutto ciò ripropone un nodo strategico centrale per la resistenza palestinese. Solo l'incontro fra resistenza palestinese e rivoluzione araba può spezzare la dominazione sionista e imperialista sulla regione, e liberare la via per la stessa liberazione della Palestina. In altri termini, una Palestina unita dal fiume al mare, libera laica e socialista, è indissolubile da un movimento rivoluzionario di liberazione dell'intera nazione araba e della regione mediorientale. Ciò che richiede a un tempo un cambio di direzione e prospettiva della stessa resistenza palestinese e lo sviluppo del marxismo rivoluzionario tra le masse arabe, a partire dalla loro avanguardia.


CONTINUARE LA MOBILITAZIONE ANTISIONISTA. PER LA ROTTURA DI OGNI RELAZIONE CON ISRAELE

Il colpo subito dal popolo palestinese e dalla sua resistenza non deve significare in alcun modo un arretramento della mobilitazione antisionista in casa nostra. Al contrario. La mobilitazione internazionale a sostegno della Palestina è, se possibile, più importante di prima.

Le diplomazie imperialiste sono ovunque al lavoro per ripulire l'immagine di Israele e cancellare la memoria del genocidio. Gli stessi governi che hanno finanziato e armato per due anni la barbarie sionista contro il popolo di Gaza e Cisgiordania cercano non solo di abbellire il cosiddetto accordo “di pace” ma di intestarsene il merito. Governo Meloni in primis. Questa operazione va denunciata e contrastata ovunque: nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Nessuno deve sfuggire alle proprie responsabilità. Nessun crimine, nessuna complicità, devono essere rimossi o perdonati.

La battaglia per la rottura di ogni relazione con lo Stato sionista deve continuare, a partite dal blocco a oltranza di ogni traffico con Israele nei porti e negli aeroporti. Il fronte unico di lotta che si è realizzato, dopo la spinta del 22 settembre, nelle grandi giornate dello sciopero generale del 3 ottobre, e nella gigantesca manifestazione del 4 ottobre, dev'essere salvaguardato e rilanciato contro ogni logica di defilamento o di ripiegamento autocentrato. Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà impegnato ovunque in questa direzione.

Partito Comunista dei Lavoratori