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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Ennesimo suicidio nei CPR. No alle prigioni di stato! Abbattiamo i muri del capitale!

 


"Se un giorno dovessi morire, vorrei che il mio corpo fosse portato in Africa, mia madre ne sarebbe lieta (…) I militari italiani non capiscono nulla a parte il denaro. Mi manca molto la mia Africa e anche mia madre. Non c’è bisogno di piangere su di me, la pace sia con la mia anima e che io possa riposare in pace."


Con queste parole, scritte sul muro della sua prigione di Ponte Galeria, Ousmane Sylla, guineano di 22 anni, si è sottratto alla reclusione insensata e crudele inflittagli dallo stato italiano negli ultimi mesi della sua vita. Una reclusione dovuta al suo aver varcato i confini di questo paese, e solamente a questo. Ousmane si trovava in un CPR. Non aveva quindi commesso alcun reato. Era recluso in quanto privo di lavoro, e quindi di permesso di soggiorno.

Con queste parole Ousmane, senza saperlo, risponde anche a Giorgia Meloni e alla sua Africa immaginaria, l'Africa di quel Piano Mattei che dovrebbe tradurre in pratica l'"aiutiamoli a casa loro", cioè l'Africa fantasticata e propagandata a uso e consumo di quella classe capitalista europea che, a suon di prestiti e investimenti, si accinge a spolpare l'osso lanciato dal neocolonialismo dal volto meloniano.

Non c'è nulla di nuovo, in questo ultimo ordinario suicidio di Stato, che lo differenzi dalle decine di altri che sono già avvenuti negli oltre venticinque anni di esistenza degli infami Centri di Permanenza per i Rimpatri, lascito politico del Padre della Patria Giorgio Napolitano, ministro del centrosinistra di Romano Prodi (legge Turco-Napolitano), rimasti in vita con peggioramenti successivi sin dal 1998.
Nulla di nuovo nella modalità in cui il giovane era stato ritenuto idoneo a una permanenza nel CPR. Nulla di nuovo nell'iter burocratico che aveva eliminato ogni possibilità di una sua uscita. Nulla di nuovo nelle proroghe successive, che avevano trasformato la sua detenzione in un incubo che era apparso ai suoi occhi, e che era, senza fine. Nulla di nuovo nella constatazione dell'humus di corruzione del luogo e delle istituzioni coinvolte ("i militari italiani non capiscono nulla a parte il denaro"). Nulla di nuovo neanche nella solitudine e nello strazio con cui la sua vita è giunta a conclusione, fra abbandono, assenza di cure e controllo, ritardo nei soccorsi, impossibilità di prevenzione.

Non poteva esserci nulla di nuovo perché l'inferno della cosiddetta detenzione amministrativa non può che generare solo, e sempre, la morte di chi non riesce a trovare abbastanza forza per poter a quell'inferno sopravvivere.
Ousmane quella forza non l'ha trovata, perché anche di quella forza è stato privato.

Non esiste un caso "CPR di Milano" o "di Potenza", "di Trapani", "di Macomer", "di Gradisca" o "di Roma": esiste solo un caso "CPR" e "detenzione amministrativa". Facciamo nostre le parole della Rete Mai più Lager - No ai CPR.
Ciò significa, per noi, che non può esserci lotta allo strumento CPR, al suo fine e alla sua logica, se non riconoscendo la loro natura stessa di dispositivo atto a selezionare, smistare, ed eventualmente ed eccezionalmente sopprimere, quella particolare merce che è la forza lavoro importata in questo paese. Ciò vuol dire, semplicemente, affrontare la regolamentazione capitalistica del lavoro immigrato, "regolare" o "irregolare," in Italia e in Europa.

La lotta ai CPR nel nome dello stato di diritto equivale a lottare contro il capitalismo nel nome della bontà d'animo (1). Come se non fosse già il testo della legge a prescrivere che nei CPR (e nelle altre strutture simili) «lo straniero deve essere trattenuto con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza ed il pieno rispetto della sua dignità». Come se, una volta che si dovesse mai riuscire ad ottenere (ammesso che ciò sia possibile) il rispetto della dignità umana dei detenuti e la trasformazione dei meccanismi di funzionamento dei CPR, il problema sarebbe risolto.

Al contrario. La lotta ai CPR chiama in causa i lavoratori in quanto tali, immigrati e nati in Italia. Chiama in causa i sindacati. Chiama in causa un programma che unifichi le lotte in difesa delle condizioni di lavoro, del salario, con le lotte per i diritti di chi vive e chi arrivi in Italia.
La lotta ai CPR è una lotta a questo modello di società, una società che innalza muri intorno alle persone mentre li abbatte intorno alle merci e al denaro. La lotta ai CPR è la lotta al capitalismo.




(1) Ci chiediamo che senso abbia, da comunisti, parlare di «assenza di titoli per cui si è presenti nel territorio nazionale» come di una «condizione» da dover affrontare e sanare con non meglio precisati «processi di regolarizzazione». È proprio il concetto di "titolo per poter essere sul territorio nazionale" che va respinto, in quanto cardine della logica criminale e criminogena, oltre che reazionaria in sé, della irregolarizzazione (e clandestinizzazione) dei migranti. Da comunisti e anticapitalisti, la parola d'ordine dovrebbe essere: abbasso le frontiere, no alla divisione dei migranti e alla criminalizzazione, accoglienza di tutti e tutte coloro che cercano migliori condizioni di vita

Partito Comunista dei Lavoratori

Patto UE su immigrazione e asilo: una coltre di putrida ipocrisia blinda l'Europa contro i migranti


 Nausea. Non ci sono altre parole. Il Patto su Migrazione e Asilo dell’UE stimola solo questa sensazione. Oltre 2500 sono stati i migranti morti affogati nelle acque del Mediterraneo. Bisognerebbe forse dire meglio: uccisi.


Uccisi dall’incapacità di accoglienza da parte di una UE che per altro, lo vediamo bene in questi giorni nel conflitto mediorientale e altrettanto nel continente africano, è pienamente implicata e corresponsabile dello stato di guerra e fame che attanaglia le enormi masse popolari dalle cui file partono masse di diseredati nella speranza di un qualche futuro per la propria vita e per i propri cari.
Da questo punto di vista la differenza tra richiedente asilo, profugo e migrante economico non ha alcuna importanza se non a giustificare politiche repressive sobillate dall’estrema destra.

La stampa borghese definisce il Patto un accettabile compromesso. Per gli interessi imperialisti dei paesi UE è certamente così. Dal punto di vista dei migranti, in massima parte rappresentati da proletari e classi popolari, la realtà è ben diversa.

Questo Patto legittima la chiusura delle frontiere europee al flusso dei migranti (Frontex), con il corollario di terribili tragedie, come quella del 3 ottobre del 2013 sulle coste di Lampedusa in cui morirono 368 persone, o quella più recente sulla spiaggia di Cutro in cui hanno perso la vita oltre 100 migranti.

Riduce la possibilità umanitaria di soccorso in mare, mettendo in preventivo altre migliaia di morti, mentre la UE d’altra parte sostiene le azioni dei suoi Stati membri impegnati in politiche giudiziarie repressive nei confronti di chi presta soccorso e sostegno umanitario (vedi il caso Lucano in Italia).

Limita la possibilità di esigere il diritto d’asilo legalizzandone le violazioni da parte dei singoli Stati, e favorendo le espulsioni rapide verso i paesi considerati “sicuri” come la Tunisia, dove il presidente Saied ha avviato da tempo una campagna di stampo razzista di internamento nei confronti dei migranti, o verso paesi i cui governi ricevono finanziamenti dalla UE che vengono destinati tra l’altro anche al mantenimento di autentici lager per migranti, come in Libia.

Favorisce l’apertura di nuovi centri di detenzione anche tramite patti indegni, come quello recentemente stipulato tra Meloni e Rama. Il recente scandalo del CPR di via Corelli a Milano ha rivelato impietosamente le condizioni inumane nelle quali vengono detenuti uomini donne e bambini colpevoli solo di cercare condizioni di vita accettabili.

Limita fortemente, infine, i cosiddetti movimenti secondari, negando così il diritto a recarsi verso la meta desiderata una volta entrati nel territorio della UE.

Questo Patto è stato eufemisticamente definito un compresso. In realtà si tratta di un atto di guerra verso quelle masse di diseredati in fuga dalle condizioni politiche ed economiche create dallo scambio diseguale e dalla politica di potenza dei paesi imperialisti della UE, in Africa e in Medio Oriente.

L’Europa, che si vanta di essere la culla del diritto, ha così ucciso il bambino. Lo testimonia anche la legge di riforma dell’immigrazione da poco approvata in Francia con il plauso della destra lepeniana, che rappresenta una stretta persecutoria e razzista nei confronti di immigrati e richiedenti asilo.
Tutto ciò accade mentre la popolazione europea invecchia rapidamente ed è in una forte decrescita demografica. Soprattutto in Italia, dove ogni anno la popolazione diminuisce di oltre 100000 unità.

I media borghesi, dai liberali a quelli della destra, ne approfittano per chiamare in causa l’insostenibilità dell’attuale sistema pensionistico e annunciare nuovi aumenti dell’età pensionabile e riduzione degli assegni.
Invece è evidente che questo gap potrebbe essere facilmente e proficuamente superato da politiche di accoglienza che consentissero tutti gli anni ad alcuni milioni di persone di venire a vivere e a lavorare in UE.

Ma allora perché la borghesia non adotta misure politiche che vadano in questa direzione?
Non possiamo completamente escludere che la realtà dei fatti presenti il proprio conto, per cui i governi borghesi siano costretti a un orientamento di maggior apertura sul tema immigrazione. Tuttavia, una ragione strutturale milita contro tali soluzioni: la necessità insopprimibile per il capitalismo imperialista europeo di alimentare la rapina sociale a danno del proletariato, quello proprio e quello internazionale, tramite il dirottamento delle risorse destinate al welfare state pubblico.

Questa rapina stringe al collo i cordoni della borsa per i proletari a tutto vantaggio di enormi svalutazioni fiscali, commesse, appalti e in generale largo pascolo di profitti per le grandi concentrazioni capitalistiche, che così ricavano annualmente utili miliardari da distribuire ai propri azionisti. La rapina sociale è talmente intersecata con il metodo di estrazione del profitto da parte del capitale contemporaneo da non poter essere messa in discussione, seppur timidamente, pena il crollo del sistema capitalistico stesso.

Nello stesso tempo le lavoratrici e i lavoratori migranti, tenuti ai margini della vita sociale in situazioni di povertà e scarsa assistenza, possono essere costretti a subire condizioni di sfruttamento feroce soprattutto in quei settori industriali “straccioni” a maggior tasso di profittabilità, come l’agro-zootecnico (braccianti), il logistico (riders), l’edile, il turistico (gli stagionali), ecc.

Per questo la soluzione dell’”arcano problema” dell’immigrazione deve risiedere nella lotta per un’alternativa di governo e di società.
Solo il governo delle lavoratrici e dei lavoratori può avere nel suo programma misure per una vasta e strutturata accoglienza dei migranti senza fare speciose distinzioni tra migranti “politici” ed “economici”. Solo l’avvio dell’edificazione socialista e dell’esproprio degli immensi capitali detenuti da pochissime e spesso anonime mani può fornire le risorse per finanziare questa accoglienza e in generale tutte le misure di previdenza ed assistenza sociale.
Solo la prospettiva della rivoluzione mondiale con la distruzione di tutti gli imperialismi può consentire, con una equa ripartizione delle risorse tra tutti i paesi del mondo, la fine di quelle condizioni di vita inaccettabili, guerre, fame, sfruttamento, cambiamenti climatici, che spingono centinaia di milioni di persone a lasciare la propria terra.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione dell’Opposizione Trotskista Internazionale, è impegnato quotidianamente a costruire in Italia e a livello internazionale questa prospettiva.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una vita contro gli operai

 


La storia vera di Giorgio Napolitano, il "comunista" preferito di Kissinger

In queste ore la memoria di Giorgio Napolitano è omaggiata a reti unificate. Non è un caso.
La sua biografia riassume storia e deriva della sinistra italiana tra prima e seconda Repubblica. Dallo stalinismo al liberalismo borghese. La massima coerenza nel trasformismo. La massima coerenza contro gli operai.

Da dirigente stalinista del Partito Comunista Italiano, promosso nel Comitato Centrale col fatidico VIII Congresso (1956) si guadagnò i galloni dorati di Togliatti partecipando attivamente al plauso dei carri armati di Mosca contro gli operai ungheresi. Un bagno di sangue che Napolitano, appena trentunenne, salutò come «difesa del socialismo» e «contributo decisivo alla pace mondiale».

Negli anni '60, responsabile del PCI per il Mezzogiorno al posto del vecchio Li Causi, e pupillo prediletto di Giorgio Amendola, inaugurò la propria carriera nell'ala destra della burocrazia PCI, quella che chiedeva una politica di apertura al governo del centrosinistra, e in particolare al partito socialista, in funzione di una promozione istituzionale del PCI. Fu il celebre congresso del 1966, con la dialettica interna all'apparato stalinista tra la posizione movimentista di Ingrao e la destra amendoliana. L'ambizione di Napolitano era quella di succedere a Luigi Longo quale segretario del partito. Ma la sua posizione di confine nella dialettica d'apparato non giocò a suo favore. La nomina di Berlinguer fu per lui uno smacco che si appuntò al dito.

Negli anni '70, aperti dall'autunno caldo e conclusi con l'unità nazionale, Napolitano giocò un ruolo importante. Al fianco dell'anziano Giorgio Amendola combinò la massima diffidenza verso le lotte dei lavoratori e “il ribellismo del '68” con la massima postura governista.
L'allentamento delle relazioni del PCI con Mosca sancito dal «franco dissenso» sull'invasione della Cecoslovacchia (agosto 1968) e al tempo stesso, e soprattutto, l'ascesa di massa che attraversava il paese spinsero i settori decisivi della borghesia italiana (Carli, Agnelli, La Malfa) ad aprire al PCI per una sua corresponsabilizzazione di governo. Era l'unica via per fermare la classe operaia e ricondurla all'ovile. Napolitano fu un uomo di punta dell'operazione. Attivo sostenitore del compromesso storico di Berlinguer, in omaggio alla tradizione togliattiana del dopoguerra, Napolitano fu il principale elaboratore della politica di austerità e sacrifici che accompagnò la politica dei governi di unità nazionale tra il 1976 e il 1978 (prima manomissione della scala mobile, apertura alle privatizzazioni, esaltazione della produttività...). Il "Piano a medio termine" del PCI, che razionalizzò l'austerità, fu scritto da Giorgio Napolitano, quale responsabile economico del partito.
Ma il suo ruolo e scopo principale da allora divenne un altro: quello di legittimare il PCI quale partito di governo presso la diplomazia dell'imperialismo USA. Napolitano fu il primo dirigente del PCI ospitato a Washington. Kissinger, appena reduce dal golpe fascista di Pinochet, chiamò Napolitano «il mio comunista preferito» (1978). Una onorificenza meritata.

Negli anni '80, gli anni del declino del PCI, Napolitano fu il capofila della cosiddetta ala migliorista del partito, il settore della burocrazia maggiormente legato alle amministrazioni locali, quello più aperto verso le socialdemocrazie europee e in Italia verso il PSI di Bettino Craxi.
Quando il governo Craxi varò il decreto di San Valentino del 1984 contro la scala mobile, costringendo Berlinguer a replicare col referendum per tutelare il peso negoziale del PCI, Napolitano capeggiò l'ala della burocrazia più refrattaria a ogni forma di conflitto col PSI. Ebbe dalla sua anche Luciano Lama, che si allineò a Berlinguer solo per disciplina. Dopo la morte di Berlinguer, quando si aprì nella burocrazia la lotta per la successione, Napolitano puntò a rilanciare una propria candidatura: ma la sua posizione di confine nell'apparato ancora una volta gli precluse quello sbocco, aprendo la via prima a Natta e poi a Occhetto.

Fu solo negli anni '90 che Napolitano cominciò finalmente ad andare all'incasso dei meriti acquisiti in precedenza presso la borghesia italiana (e non solo italiana).
In prima fila nello scioglimento del PCI alla Bolognina, dopo la caduta del Muro di Berlino, Napolitano incrociò il crollo della prima Repubblica e l'avvio della seconda.
Eletto Presidente della Camera nel 1992, fu sufficientemente abile per evitare di restare sotto le macerie del craxismo e al tempo stesso sufficientemente spregiudicato per puntare in prima persona a ruoli di governo.
Quando nacque il primo governo Berlusconi, nel 1994, intervenne in Parlamento per censurare ogni opposizione pregiudiziale. Berlusconi andò platealmente a stringergli la mano. Napolitano divenne il primo ministro degli Interni di estrazione PCI, nel governo di Romano Prodi (1996-1998), quello che con i voti della Rifondazione di Bertinotti, Ferrero, Rizzo, varò il lavoro interinale e il record delle privatizzazioni in Europa. Da ministro degli interni di scuola Pecchioli, Napolitano contribuì col varo di una legge che per la prima volta istituiva la detenzione amministrativa dei migranti (legge Turco-Napolitano), la legge antesignana dei futuri CPR. Una legge infame. Erano gli anni del tentato blocco navale contro l'”invasione” degli albanesi, quello con cui nel 1997 si speronò e affondò nel mare d'Otranto un barcone con più di cento migranti. Un crimine impunito. Il ministro degli Interni Napolitano gestì e coprì l'operazione, e la sua cancellazione successiva dalla memoria nazionale della sinistra.

Ma la carriera di Napolitano nella sua seconda vita era appena iniziata. Nel 2006, forte del suo prestigio, venne nominato Presidente della Repubblica. Da Presidente della Repubblica, collaborò prima col secondo governo di Romano Prodi tra il 2006 e il 2008 (quello che col voto di Rifondazione detassò i profitti passando l'IRES dal 34% al 27,5%), poi col terzo governo Berlusconi (2008-2011), di cui coprì per “responsabilità istituzionale” tutta la legislazione ad personam, le leggi contro il lavoro, la controriforma Gelmini contro la scuola pubblica, firmando e controfirmando tutte le peggiori schifezze.
Quando nel 2011 precipitò la crisi della maggioranza che sorreggeva Berlusconi, cercò di fare l'impossibile per cercare di garantirgli la sopravvivenza. Lo mollò solo sotto la pressione del capitale finanziario nazionale e internazionale con lo spread a 575 punti. Ma invece di convocare le elezioni, patrocinò il governo di unità nazionale di Mario Monti e la sua politica di lacrime e sangue contro i salariati, a partire dalla famigerata legge Fornero. Una politica sostenuta dal PD e consentita dalla CGIL – con la pubblica benedizione di Napolitano – che spianò la strada all'ondata populista tra i salariati.
Rieletto nel 2013 per mancanza di alternative, Napolitano sospinse il tentativo di riforma reazionaria delle istituzioni con un esplicito appello al Parlamento italiano nel nome della governabilità. Fu Matteo Renzi a raccogliere il mandato di Napolitano. La sua gestione personalistica dell'operazione la condannò, com'è noto, alla rovina. Napolitano fu abile ancora una volta a sottrarsi alle macerie di quel renzismo che aveva sospinto, e poi a concludere la propria carriera con un ritiro onorato.

Napolitano uomo delle istituzioni? Certamente. Un servitore fedele dello Stato borghese in tutte le vite che ha attraversato. Sempre dall'altra parte della barricata di classe. Sempre contro i lavoratori.
La borghesia giustamente lo acclama, col coro unanime di tutti i partiti. Landini ha parlato in queste ore, vergognosamente, di «uno di quei padri di cui possiamo sempre andare fieri» (testuale). A noi allora il compito di ricostruire tra i lavoratori la memoria vera di un loro ostinato avversario.

Partito Comunista dei Lavoratori

Blocco navale e memoria nazionale

 


La gara tra Salvini e Meloni contro i migranti. Le responsabilità del centrosinistra

18 Settembre 2023

Torna l'evocazione del blocco navale per fermare le partenze dei migranti dalla Tunisia. Prima sulla bocca di Salvini, poi di Meloni. È il vecchio cavallo di battaglia elettorale della destra, alla fine rispolverata come “misura risolutiva”, in un gioco di scavalcamenti interni alla maggioranza di governo.
A prescindere da ogni altra considerazione, si potrebbe facilmente obiettare che non esiste flotta navale che possa sorvegliare l'intera costa nord-africana. Che se mai esistesse, sarebbe un atto di guerra contro i paesi coinvolti. Che l'atto di guerra sarebbe tanto più paradossale nei confronti di un governo tunisino col quale Meloni aveva concordato in cambio di soldi proprio il blocco delle partenze. Quello stesso governo Saied, dispotico e torturatore, della cui “democrazia” il governo italiano si è fatto garante. Sono le obiezioni scontate e ricorrenti dal versante democratico o liberale.

Ma noi vogliamo ricordare un episodio rimosso dalla memoria nazionale liberaldemocratica, e purtroppo anche da quella della sinistra. Un blocco navale anti-immigrati ci fu, da parte italiana. Fu sperimentato nel 1997. Il bersaglio dell'epoca era l'”invasione degli albanesi”. Una nave militare italiana, la corvetta Sibilla, speronò per l'occasione un barcone carico di migranti, affondandolo. I morti furono più di cento. Molti di loro giacciono ancora in fondo al mare del Canale d'Otranto. Le disposizioni del blocco non erano venute da un governo di destra, ma dal governo di centrosinistra di Romano Prodi, allora sostenuto da Rifondazione Comunista. Lo stesso governo che varò i campi di detenzione per i migranti, la Legge Turco-Napolitano. Come si vede, non è necessario essere di destra per fare politiche reazionarie in fatto di immigrazione. Il centrosinistra ha concimato il terreno, la destra peggiore ha raccolto.

Certo, l'attuale governo Meloni rilancia il peggio delle posture reazionarie contro i migranti. Dal suo insediamento ha fatto di tutto: ha colpito i poteri di intervento delle ONG costringendole a un solo salvataggio e a porti lontani; ha esteso i rimpatri ai territori di transito, e non solo ai paesi di provenienza; ha progettato la moltiplicazione dei centri di detenzione amministrativa (i famigerati CPR), estendendo ora la durata della detenzione a 18 mesi; ha ridotto le spese di sostentamento per i minori non accompagnati; ha ridotto l'assistenza legale per i richiedenti asilo... E infine, come abbiamo ricordato, ha replicato col dittatore Saied il memorandum d'intesa già stipulato da Minniti coi tagliagola libici: soldi e patrocinio politico presso il Fondo Monetario Internazionale in cambio della segregazione o espulsione dei migranti che intendessero prendere il mare. Magari respingendoli nel deserto, come tante volte è già avvenuto.

L'obiettivo propagandato è sempre lo stesso: il blocco delle partenze. L'unico vero terreno d'intesa a livello europeo tra i governi capitalisti di ogni colore.
Ma l'esperienza dimostra che le peggiori misure o minacce non possono bloccare la fuga dalla fame, dalle torture, dalla privazione di libertà, dai disastri climatici, dalle guerre, tutti doni del capitalismo in Africa e Medio Oriente. Possono solo moltiplicare i crimini contro i migranti e le loro sofferenze, in cambio di voti.
Solo una soluzione anticapitalista internazionale può liberare l'umanità dall'orrore. Il resto è già stato sperimentato, sotto ogni bandiera

Partito Comunista dei Lavoratori

Per un movimento LGBTQIAP+ anticapitalista e rivoluzionario

 


Testo del volantino del PCL in distribuzione nei pride 2023

Anche quest'anno il mese di giugno – il Pride Month per la comunità LGBTQIAP+ – si apre all'insegna della rabbia e della frustrazione. Tutti e tutte noi abbiamo ben impresse le recenti immagini della polizia locale di Milano, città peraltro guidata da una giunta cosiddetta "progressista" e che si proclama "aperta" e "sicura" per le persone LGBTQIAP+, che picchiano e arrestano Bruna, una donna trans di origine brasiliana, che stava attraversando un momento di fragilità. Ma questo è solo il più recente (e uno dei pochi rimbalzati sulla stampa generalista) episodio di odio omolesbobitransafobico avvenuti nel corso degli ultimi mesi.


Negli stessi giorni a Bologna, la "città più libera del mondo" si diceva qualche anno fa, veniva sgomberato l'ennesimo spazio occupato ad opera della solerte questura cittadina e della giunta comunale "più progressista d'Italia": si trattava della Vivaia TFQ, uno spazio transfemminista queer nato solo da qualche mese all'interno di un'area di proprietà privata ormai abbandonata da anni. L'unica colpa di questi/e compagni e compagne: aver messo in dubbio un sistema fondato su profitto, sfruttamento e omolesbobitransfobia e aver di conseguenza costruito uno luogo libero da tali logiche.

Quelle che subiamo, però, sono una violenza e un'oppressione che non conoscono confini nel nostro paese come nel resto del mondo. Nel periodo compreso tra marzo 2022 e marzo 2023 ci sono state 115 aggressioni (tra cui 2 omicidi) a sfondo omolesbobitransafobico. Sempre lo scorso anno solo la transfobia ha causato 10 vittime nel nostro paese. Si tratta del dato peggiore di tutto il continente, ma la cosa purtroppo non ci sorprende, visto quando detto poco fa.
E la situazione non è affatto migliore se guardiamo agli ultimi mesi: dall'inizio di quest'anno si contano, secondo l'osservatorio di Non Una di Meno, 35 casi di femminicidio, lesbicidio e trans*cidio. Tutte morti che – insieme alle migliaia di lavoratori e lavoratrici uccisi/e ogni anno e ai migranti abbandonati a morire nel Mediterraneo o condannati all'inferno dei CPR – hanno un solo e univoco responsabile: il modello capitalista e la società borghese, ossia la "civiltà" (se così vogliamo chiamarla) degli sfruttatori e degli oppressori.

Inoltre, nel nostro paese, alla perdurante instabilità a livello internazionale, causata dalle conseguenze socio-economiche della pandemia globale e dal sanguinoso conflitto russo-ucraino con la conseguente crisi, si deve anche sommare la pericolosa deriva reazionaria e autoritaria che ha caratterizzato le istituzioni repubblicane dopo la vittoria elettorale di Fratelli d'Italia e la nascita del governo Meloni.,
Durante questi otto mesi di governo postfascista e sovranista abbiamo visto susseguirsi una lunga serie di misure e di dichiarazioni che candidamente hanno svelato la natura ferocemente classista, filopadronale, misogina, razzista e omolesbobitransafobica dell'attuale compagine di potere. Una combriccola che per noi – sfruttati/e ed oppressi/e – ha da offrire solo repressione, povertà e annullamento dei diritti acquisiti, mentre non smette di offrire regalie e favori al padronato e continua a fare inquietanti promesse e a dare aperto supporto alle organizzazioni neofasciste e fondamentaliste, che sono tra le principali fautrici del clima sempre più esasperato di intolleranza e odio di cui sono bersaglio primario soggettività queer, donne, persone razzializzate, subculture (pensiamo al cosiddetto "decreto anti-rave" o ai divieti imposti ad alcuni collettivi punk), i movimenti sociali (come abbiamo visto accadere ai/lle giovani attivisti e attiviste dei movimenti ambientalisti) e le avanguardie politiche e sindacali.

Mentre tutto ciò accade, assistiamo al balbettio inconsistente e alla falsa opposizione dei partiti di centrosinistra e del movimento LGBTQIAP+ e femminista mainstream che, al di là della sbiadita patina di progressismo e antifascismo sotto cui tentano di nascondersi, sono solo la cassa di risonanza di coloro che da sempre ci sfruttano e ci odiano.
Il tempo della fiducia nelle istituzioni e nelle illusioni riformiste e assimilazioniste per noi è finito per sempre. Il nostro movimento deve creare, autorganizzandosi su basi anticapitaliste e antifasciste, un fronte ampio che unisca tutte le lotte e persegua questi obiettivi fondamentali:

• La cacciata del governo Meloni e la fine di ogni forma di oppressione e sfruttamento, di ogni morte ingiusta e di ogni atto di violenza. La fine di questo mondo barbaro, l'avvento della rivoluzione!

• Per un movimento LGBTQIAP+ antifascista, antirazzista e anticlericale! Lotta senza quartiere contro le organizzazioni integraliste neocattoliche, neofasciste, razziste e bigotte. Nessuna legittimità e nessuna agibilità per chi attenta alla vita e alla libertà delle donne e delle soggettività LGBTQIAP+ e razzializzate!

• Il riconoscimento e il diritto di autodeterminazione di tutte le identità trans* e non binarie, dello spettro Bi+ e di quello AroAce, delle persone intersex e la distruzione definitiva del paradigma [cis]eteronormativo, così che ogni forma di discriminazione e oppressione basata sull'orientamento sessuale e/o sull’identità di genere perda la propria forza. Per Bruna, per Cloe, per Maudit, per Elios, per Morgana, per Naomi, per Sasha, per Chiara, per Camilla, per tutte le persone queer vittime della
violenza di questo sistema!

• Per la convergenza tra le battaglie per i diritti civili e quelle del movimento operaio in una comune prospettiva rivoluzionaria e internazionalista. Non può esistere dittatura del proletariato senza liberazione delle donne e delle persone LGBTQIAP+! Non può esistere liberazione della donna e delle persone LGBTQIAP+ senza dittatura del proletariato!

• La difesa degli spazi di incontro e autodeterminazione come consultori, centri antiviolenza, e di tutti gli spazi sicuri, in particolar modo le realtà occupate, gestiti da gruppi e collettivi femministi, transfemministi e queer.
Solidarietà alla Vivaia TFQ di Bologna e a tutti gli spazi occupati e transfemministi queer sgomberati o fatti oggetto della repressione di stato!

• Cancellare le numerose e molteplici forme di patologizzazione e violenza perpetrate contro le persone LGBTQIA+, disabili e neurodivergenti all’interno dei contesti e dei percorsi medici, psicologici e socio-sanitari; per un diritto alla salute – totalmente pubblico, gratuito e garantito – veramente inclusivo e perciò definitivamente libero dalla morale borghese: senza discriminazioni di classe, razzismo, sessismo, omolesbobitransafobia e abilismo.

• No alle divise al pride e negli altri momenti di lotta della comunità LGBTQIAP+! Dobbiamo riconoscere la natura reazionaria e repressiva di queste istituzioni e fare come a Stonewall: nessuno spazio per le forze dell'ordine e per le forze armate dentro al movimento queer!

• Per la difesa incondizionata del diritto all'aborto; perché il diritto all'aborto deve essere realmente libero, garantito e inclusivo in ogni luogo. Cacciamo antiabortisti e preti dagli ospedali e dai consultori!

• La cancellazione di tutte le forme di precarietà nei luoghi di lavoro, con il ripristino dell’articolo 18 e l’inserimento di norme che contrastino in modo sostanziale e inflessibile le discriminazioni contro l’identità di genere e l’orientamento sessuale da parte della classe padronale.

• Annientare il ruolo reazionario della Chiesa cattolica: abolizione del Concordato e di tutte le regalie concesse al Vaticano, come la truffa dell’8x1000. No all'insegnamento della religione nella scuola pubblica! No alle ingerenze del Vaticano sulla libertà e sulla salute delle donne e delle soggettività queer!

• Il riconoscimento della genitorialità per le persone single e per le coppie LGBTQIAP+.


Questa è la prospettiva per cui lottiamo.

Partito Comunista dei Lavoratori - commissione donne e altre oppressioni di genere

Rastrellamenti cittadini e razzismo istituzionale

Quando la caccia all'emarginato e all'immigrato divengono il leitmotiv trasversale

Dalla Lega Nord al Movimento 5 Stelle, dal PD a NCD, tutte le forze politiche intervengono e vogliono apporre al proprio petto istituzionale le medaglie della nuova gloriosa guerra al migrante, al clandestino, all'irregolare, al povero, al senzatetto.
Decoro, pulizia, ordine, legalità. Parole d'ordine sulla bocca di tutti. Parole d'ordine perfette per scatenare la guerra tra poveri, scatenando gli sfruttati italiani e comunitari contro i diseredati extracomunitari, clandestini e con loro tutti i senzatetto, barboni, clochard.

È così che il governo PD vara il decreto Minniti-Orlando, che va a rafforzare un regime separato per tutti i migranti, permettendo l'accesso al "gratta e perdi" dell'accoglienza solo a pochissimi fortunati; per gli altri esistono i "moderni" campi di concentramento ed espulsione, lo status di sgradito e non riconosciuto "clandestino", il limbo esistenziale dell'irregolare senza diritti. Tutti costretti ad un regime di sorveglianza totale, costante e capillare; a quotidiani trattamenti da criminale nelle strade, con reparti di squadroni della morte di polizia e carabinieri a caccia della minima occasione per appioppare una bella denuncia, un provvedimento di espulsione accompagnato da qualche scarica di botte; un biglietto di sola andata per un CIE, o un CPR; disprezzo e odio di massa in quanto capro espiatorio di ogni problema sociale.

Così, in questo clima da stato d'emergenza, in cui il migrante è il terrorista, il pericolo per la nostra società e il nostro benessere, la causa della nostra disgrazia economica e politica, tutto è consentito.
Nei quartieri popolari, nelle stazioni e nelle piazze vengono messe in moto pattuglie di forze dell'ordine in tenuta da controguerriglia urbana, pronti a frugare nelle tasche, e non solo, di qualsiasi migrante. L'obiettivo è riempire elenchi di destinati ai campi di internamento, comunque li si voglia chiamare.

Così il 2 maggio a Milano, contro questo nemico interno minaccioso e mendicante, alla stazione centrale centinaia di poderosi poliziotti e carabinieri, con tanto di elicotteri e cavalleria, hanno fatto una bella "pulizia" sociale ed etnica della zona, per difendere il diritto dei turisti a non vedere l'esistenza di povertà, miseria e abbandono nella città della moda. Non per nulla, eliminata la "spazzatura" umana, colpevole di essere vittima della disumanità di questo sistema, può passare l'AMSA, per eliminare i giacigli e tutti i pochi averi di chi è stato rastrellato.

Così il 3 maggio, i Vigili urbani della Roma targata Movimento 5 Stelle, in perfetto ossequio ai nuovi poteri affidati dall'assist del PD col Decreto Orlando sulla sicurezza urbana, danno vita ad un'essenziale e strategica retata contro i pericolosissimi ed indecorosi ambulanti (da cui poi, magari, comprano roba a buon prezzo quando non la "requisiscono") provocando la morte di un cinquantatreenne senegalese, Nian Mougette, colpevole di cercare di sopravvivere vendendo qualche cianfrusaglia o qualche vestito contraffatto a turisti e romani. Per lui la morte in una fuga dai manganelli, dall'internamento, dall'espulsione. Per i manager che fanno fallire aziende e organizzano bancarotte, che licenziano migliaia di lavoratori, che fanno morire in incidenti mortali i dipendenti per risparmiare sui costi, che vivono sulla guerra e sulla distruzione di intere società, ci sono premi milionari, benefit stellari accompagnati da onore e gloria.

Così, il presidente della Commissione Ambientale del Comune di Roma, il pentastellato Diaco, di fronte all'inaccettabile immagine dei senzatetto che recuperano un pasto dalla Caritas presso il parco di Colle Oppio, sente un fremito securitario e in difesa del decoro. Come si può accettare che ci siano dei poveri senzatetto e che per di più si presentino in un luogo turistico a prendere quelle poche briciole che la gerarchia ecclesiastica concede per darsi una maschera umana? Questo problema deve essere risolto, e per combattere l'indecenza della povertà non ha trovato miglior soluzione di vietare i pasti serali della Caritas. Se non mangiano se ne vanno, o al massimo muoiono di fame, ma almeno non sporcano e non disturbano i selfie dei turisti.

Non è un caso che il farneticatore Salvini si sia con più forza lanciato ad inneggiare a ruspe, pulizie etniche, rastrellamenti, espulsioni, muri, olio di ricino.
Non è un caso che i Cinque Stelle cavalchino la vergognosa strumentalizzazione del procuratore Carmelo Zuccaro sulle ONG, con cui un pezzo di magistratura cerca di utilizzare i tribunali per far passare il paradigma politico dell'invasione e dell'errore di tentare di salvare le persone buttate in mare dagli scafisti e dai trafficanti, paventando collusioni tra ONG e scafisti (in alcuni casi sicuramente possibili), quando son gli stessi accordi governativi e istituzionali con i vari governi criminali locali che garantiscono a trafficanti, istituzioni, forze militari e di polizia locali enormi flussi di denaro per poter giocare con la vita di masse di disperati.

Solo una mobilitazione generale del mondo del lavoro contro banchieri, padroni, industriali, speculatori e guardie armate di questi poteri potrà mettere in campo una forza uguale e contraria a quella con cui i potenti e loro governi opprimono e reprimono gli sfruttati e gli emarginati. Una vertenza generale che unisca intorno a sé le ragioni di tutti gli sfruttati e di tutti gli emarginati, e che possa aprire la strada alla prospettiva fondamentale di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, l'unico governo che può farla finita finalmente con le leggi liberticide, col razzismo di Stato, con la xenofobia istituzionale.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI