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Giorgia Meloni e gli extraprofitti delle banche

 


Come l'assenza di un'opposizione di classe lustra l'immagine del governo

11 Agosto 2023

Dopo aver privato centinaia di migliaia di famiglie del diritto alla sopravvivenza, cancellando il reddito di cittadinanza, il governo cerca di riequilibrare il proprio profilo d'immagine sul terreno sociale con la trovata della tassa sugli extraprofitti bancari. Lo scopo? L'equità sociale, dichiara Salvini, a vantaggio dei mutuatari e della riduzione delle tasse.
Una somma di balle e di inganni.

Intanto va detto subito che la tassa è irrisoria.
Nei soli primi sei mesi del 2023 i primi cinque gruppi bancari italiani (Intesa, Unicredit, Banco BPM, BPER e MPS) hanno realizzato quasi undici miliardi di profitti con un incremento del 65% sul 2022, e nel 2022 un incremento dei profitti del 60% sul 2021. Ciò che ora viene tassato non può superare lo 0,1% degli attivi. Meno di una spolveratina, che peraltro sarà ulteriormente alleggerita nel passaggio parlamentare previsto.
La cifra che si pensa di far su si abbassa infatti col passare dei giorni. In 48 ore è passata da tre miliardi a poco più di un miliardo. Se pensiamo che la tassazione prevista sugli extraprofitti delle aziende energetiche da parte di Draghi avrebbe dovuto fruttare dieci miliardi e ne sono arrivati meno di due, è lecito supporre che il ricavato dalle banche sarà davvero poco più che simbolico. Tanto più a fronte della continua crescita dei loro patrimoni azionari in Borsa, e soprattutto dei 300 (trecento!) miliardi di garanzie pubbliche – secondo le stime ufficiali della Banca d'Italia del 2022 – che i governi borghesi hanno girato alla banche dopo la crisi pandemica. Una montagna di soldi pubblici messi a copertura dei loro affari privati, e pagati dai salariati.

La finalità dichiarata del contributo richiesto (l'equità sociale) è una bufala. La tassa, oltre che irrisoria, è dichiaratamente una tantum. Come può finanziare misure strutturali? La soppressione del reddito di cittadinanza è strutturale, è per sempre. I mutui bancari hanno una lunga durata, e quelli variabili sono oggi del tutto insostenibili. E semmai c'è il fondato sospetto che le banche riverseranno sui propri clienti i costi del prelievo richiesto, non essendoci nulla che impedisca loro di farlo.
Quanto alla riduzione delle tasse annunciata dalla legge delega, strutturale anch'essa, beneficia unicamente i padroni. Nuovo abbattimento della tassa sui profitti (IRES), ulteriore riduzione della progressività fiscale, concordato preventivo e condoni vari per miliardari e plurimilionari... di quale “equità sociale” va parlando Salvini? A pagare la riduzione delle tasse per i padroni sarà la nuova riduzione annunciata della spesa sanitaria e dell'istruzione.

E tuttavia l'operazione d'immagine del governo Meloni per quanto truffaldina può avere successo grazie alla politica delle opposizioni.
Le opposizioni liberali progressiste oscillano tra il presentare la misura del governo come propria vittoria (“hanno dovuto darci ragione” dicono Conte e Fratoianni) e la preoccupazione di tutelare le banche (“non si può disturbare il mercato e le attese degli investitori” dichiara Calenda). In entrambi i casi un regalo alla propaganda del governo, che con Fazzolari si affretta a dichiarare: «Noi siamo i soli che non tutelano le banche, abbiamo fatto ciò che altri prima di noi non hanno fatto».

Quanto alla CGIL, chiede al governo analoghe misure verso gli extraprofitti di aziende farmaceutiche e alimentari. Un rilancio platonico che ripropone la logica di pressione su Giorgia Meloni senza uno straccio di piattaforma di mobilitazione (reale). La stessa linea fallita dell'ultimo anno, e non solo.

Il risultato è che il governo continua a brillare della miseria altrui. Della assenza di un'opposizione vera che rivendichi una alternativa di società e si batta per conquistarla. Costruire questa opposizione è il fronte della battaglia d'autunno. L'unica via per contrastare la demagogia ingannevole di un governo a guida postfascista, e sviluppare la coscienza politica degli sfruttati.

Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta contro i licenziamenti

 


Per una risposta unitaria che sia pari all'attacco

31 Agosto 2021

Un contributo che il Partito Comunista dei Lavoratori sottopone alla riflessione e alla discussione di tutte le organizzazioni del Patto d'azione anticapitalista, di cui siamo parte

Cari compagni e care compagne,

Crediamo sia necessario aggiornare con uno sguardo d’insieme lo scenario che si presenta al piede di partenza dell’autunno dal punto di vista delle lotte per il lavoro. Anche per evitare, come talvolta è accaduto in passato, di dover rincorrere gli eventi, e di essere costretti a forme di precipitazione della nostra discussione.

Il padronato sviluppa la propria offensiva dopo lo sblocco dei licenziamenti, gentilmente concesso dalla burocrazia sindacale con uno scandaloso “avviso comune”. I licenziamenti non saranno un fatto generalizzato e indistinto, perché una parte della forza lavoro è stata già liquidata con il mancato rinnovo di un milione di contratti precari, e per via degli effetti compensativi parziali del rimbalzo economico in atto. Tuttavia, non saranno licenziamenti ordinari. Si concentreranno in settori centrali dell’industria e del proletariato italiano. Nel settore dell’automotive (dalla componentistica a Stellantis), interessato alla profonda riorganizzazione della produzione automobilistica; nella siderurgia, che resta in forte sovrapproduzione globale; nell’industria tessile e della moda, fortemente esposti sul terreno dell’esportazione, dove lo sblocco è previsto per il 31 ottobre. Parallelamente investiranno il settore dei trasporti (Alitalia) e del credito (MPS), interessati a forti processi di concentrazione capitalistica.

Questa offensiva si dispiega oltretutto senza disporre di una rete tempestiva di ammortizzatori, come chiedeva la burocrazia sindacale. L’operazione ammortizzatori dovrà entrare a bilancio nella prossima Legge di stabilità, assieme alle nuove misure sulle pensioni, e non potrà essere operativa prima del 2022. Peraltro, gli ammortizzatori in discussione si configurano come atterraggio morbido dei licenziamenti e creazione di nuovo precariato (allargamento della cassa differenziato per tipologia d’impresa, contratto di espansione come scivolo pensionistico a perdere, contratto di rioccupazione con declassamento incorporato attraverso l’apprendistato) più che come protezione sociale dei licenziati. La probabile revisione peggiorativa del reddito di cittadinanza, con l’obbligo di accettazione dei contratti stagionali, su richiesta delle imprese, completa il quadro. Per di più anche gli spiccioli della “riforma” saranno messi a carico dei salariati, perché la pressione sul debito pubblico italiano limita lo spazio di manovra del governo, già alle prese con la promessa corale di un'ulteriore detassazione del capitale (cancellazione IRAP e riduzione IRES).

La legge in gestazione contro le delocalizzazioni (Orlando-Todde) punta a normalizzare i licenziamenti dal punto di vista procedurale: tempi di preavviso, piani di mitigazione delle ricadute occupazionali, coinvolgimento di istituzioni e sindacati nella gestione dei licenziamenti. La minaccia di multe e di privazione dei contributi pubblici per chi non seguisse la procedura prevista è poco più che simbolica per aziende che vogliono chiudere. Peraltro, la procedura non riguarda le aziende che chiudono per crisi economico-finanziaria e le delocalizzazioni interne alla UE, tutelate dalla libera concorrenza continentale. Per di più la legge è ora sotto attacco di Confindustria e sarà rivista al ribasso, con la cancellazione delle sanzioni, già scomparse, non a caso, nell’ultima versione della legge. In altri termini, com’era prevedibile, si tratta di una truffa, al pari della legge Florange (Francia 2014) cui si ispira.

Il punto è come rispondere a questa specifica linea di attacco, sul piano della proposta e dell’azione, a partire dalle esperienze di lotta che già si sono prodotte nell’ultima fase.
Pensare che l’azione di sciopero generale dell’11 ottobre sia in sé “la risposta” sarebbe profondamente sbagliato. L’azione di sciopero del sindacalismo di classe è importante, tanto più perché finalmente unitaria. Tutte le organizzazioni del Patto d'azione sono impegnate, senza riserve, a sostenerla e promuoverla. Ma occorre capire come si prepara, con quali processi interferisce e si incrocia, quali prospettive dischiude. La stessa valenza concreta dello sciopero dipenderà in larga parte da questo

Il quadro della lotta di classe resta complessivamente negativo, ma nell’ultima fase si sono prodotti in controtendenza alcuni fatti rilevanti.

Il ciclo di lotta della logistica, a lungo isolato, ha rotto il proprio isolamento. Prima l’aggressione squadrista di Tavazzano e alla Texprint, e poi il tragico assassinio di Adil, hanno prodotto un salto di attenzione pubblica non solo sulla lotta della FedEx ma sulla condizione complessiva, lavorativa e sindacale, dell’intero settore. La dinamica di scioperi spontanei nelle fabbriche che sono seguiti all’omicidio ha coinvolto un settore dell’avanguardia larga della classe operaia, ed anche lavoratori impegnati in specifiche vertenze aziendali (Whirlpool). Nelle tre settimane che precedevano lo sblocco dei licenziamenti, il SI Cobas si è trovato al centro di una attenzione di massa, mediatica e sindacale, del tutto inedita nelle sue dimensioni, polarizzando un sentimento diffuso di solidarietà di classe che ha travalicato i confini di settore e di appartenenza sindacale.

In quel preciso contesto continuiamo a pensare che proporre pubblicamente alla CGIL di promuovere uno sciopero generale congiunto contro lo sblocco annunciato dei licenziamenti avrebbe significato mettere la burocrazia di fronte alle sue responsabilità agli occhi della parte più avanzata della sua base operaia, in particolare nell’industria. E avrebbe dunque permesso di capitalizzare in quei settori il prevedibile rifiuto e la successiva capitolazione vergognosa di Maurizio Landini. In altri termini, avrebbe rappresentato una forma di attacco efficace alla burocrazia, allargando la breccia nella sua base. Non averlo fatto ha rappresentato, a nostro avviso, un’occasione persa e un errore.

Dopo lo sblocco e la prevedibile capitolazione della CGIL, i licenziamenti annunciati in GKN, Whirlpool, Gianetti, Timken, hanno materializzato le sue conseguenze.
La lotta in GKN, a partire dall'occupazione dello stabilimento di Firenze, ha assunto in questo quadro una grande rilevanza sindacale e politica. Non è una vertenza sindacale ordinaria. L’alto tasso di sindacalizzazione FIOM, la direzione della lotta in mano a un settore classista (opposizione CGIL), la presenza nella sua direzione di compagni formati e sperimentati, conferiscono a questa vicenda un'importanza particolare che va molto al di là di una normale vertenza aziendale. Lo testimonia la vasta solidarietà incontrata sul territorio e la sua trasversalità sindacale e politica, ma anche il tentativo della burocrazia CGIL, e dello stesso Landini, di recuperare il bandolo della vicenda prima che gli esploda nelle mani.

Si tratta allora di dare una proiezione generale a queste lotte in controtendenza per mettere a frutto le loro potenzialità, superando il riflesso condizionato della routine. Da qui la responsabilità di proposta e di azione.

I compagni di GKN hanno detto “insorgiamo”, evocando la necessità di una ribellione operaia. Bene. Si tratta di dare una traduzione concreta all’appello, evitando che resti un'evocazione retorica. E questo interroga non solo i compagni di Firenze ma anche il nostro Patto d’azione anticapitalista e l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Abbiamo insomma una seconda occasione per dare un respiro di massa al nostro intervento in direzione della classe operaia industriale, che ha obiettivamente, come i fatti dimostrano, una valenza strategica. Non sprechiamola.

In primo luogo, crediamo vada generalizzata in termini di proposta la scelta compiuta dai compagni GKN per ciò che riguarda le forme di lotta: l’occupazione delle aziende che licenziano, per impedire che i padroni si portino via i macchinari, e la costruzione di una cassa di resistenza nazionale per le lotte esistenti e per quelle che verranno.

L’occupazione dell’azienda che licenzia è stata osteggiata dalla burocrazia sindacale in tutti passaggi cruciali della lotta di classe negli ultimi decenni (Fiat 1980, Alitalia 2008, FIAT Termini Imerese 2009, Whirlpool 2019). La ragione è semplice: l’occupazione è una prima forma di esproprio della proprietà, confligge con la concertazione, pone la questione della forza come strumento di risoluzione della vertenza. Per la stessa ragione è una forma di lotta necessaria come replica proporzionale alla radicalità del padrone. Contribuisce a tenere uniti i lavoratori, a contrastare la demoralizzazione, a infondere coraggio e determinazione, a polarizzare attorno alla lotta un più vasto campo di solidarietà, come dimostra già oggi l’occupazione di GKN Firenze. Dare l’indicazione di generalizzare questa risposta di lotta in condizioni analoghe significa dire “fare come GKN”.

Lo stesso vale per ciò che riguarda la cassa di resistenza. Si tratta di una forma di organizzazione della lotta che si è affacciata nella logistica, in Whirlpool, e ora in GKN. Risponde all’esigenza elementare di sostenere economicamente una lotta prolungata senza dover dipendere dal quadro precario e a termine degli ammortizzatori esistenti. È uno strumento di forza. Se si generalizza l’indicazione di occupare le aziende che licenziano, occorre proporre una cassa di resistenza nazionale unitaria, da porre sotto controllo collettivo, che possa sostenere materialmente quella scelta di lotta. Non si può “insorgere” senza un'autorganizzazione economica della lotta. Ciò che vale in GKN vale ovunque.

Infine, non è possibile dare una indicazione generale sulle forme di lotta e di organizzazione della stessa senza porsi la questione dell’obiettivo cui finalizzare la lotta. Dire “il ritiro dei licenziamenti” è necessario, ma non sufficiente. Rischia di ridursi a una pressione illusoria sulla proprietà che ha già deciso altrimenti, e da tempo, portando i lavoratori in un vicolo cieco (Whirlpool) e preparando il terreno per soluzioni a perdere (la ricerca dell’ennesimo compratore privato che o non esiste o pone come condizione d’acquisto il taglio degli organici e la cancellazione di diritti).

Occorre legare la parola d’ordine del blocco generale dei licenziamenti alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano. Abbiamo posto da tempo questa rivendicazione alla riflessione del Patto d'azione, avendo da tempo previsto lo sblocco dei licenziamenti come passaggio centrale dello scontro di classe. Ne è seguita una discussione che ha visto partecipi la larga maggioranza delle soggettività politiche e sindacali del Patto. Abbiamo risposto puntualmente a tutte le obiezioni, perplessità, fraintendimenti (“non esistono i rapporti di forza”, “non è realizzabile”, “i lavoratori non ci seguirebbero”, “meglio rivendicare il salario ai disoccupati”, etc.).

Ora la discussione va conclusa con una decisione, quale che sia, che naturalmente ci auguriamo positiva. Perché i tempi stringono e siamo in obiettivo ritardo.

Ci limitiamo ad osservare che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano è l’unica rivendicazione che può unire le vertenze a difesa del lavoro contrapponendosi alla loro frammentazione: opponendosi al governo confindustriale e alle sue leggi truffa; dando proiezione alla occupazione delle aziende; ponendo il tema della proprietà quando la proprietà è inconciliabile col lavoro. La sua funzione è rispondere alla radicalità dei padroni con una radicalità uguale e contraria. E di legare la difesa del posto di lavoro alla prospettiva di un’alternativa anticapitalista, cioè di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Peraltro, tutte le esperienze sul campo di presentazione di questa proposta nelle assemblee dei lavoratori in lotta hanno permesso di verificare l’ampio consenso di cui è capace. Proponiamo al Patto d'azione e all’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi di assumerla, e di farne oggetto di una vera e propria campagna unificante, proponendola a sua volta ai lavoratori e alle lavoratrici delle aziende in lotta. Non si può “insorgere” nel rispetto del diritto di proprietà.

A partire dall’insieme di questa proposta (occupazione delle aziende che licenziano, cassa nazionale di resistenza, nazionalizzazione delle aziende che licenziano senza indennizzo e sotto controllo operaio) crediamo sarebbe importante promuovere un'assemblea nazionale delle vertenze in lotta a difesa del lavoro, che decida democraticamente sulla piattaforma rivendicativa e di azione, e dia vita a un coordinamento nazionale stabile. Va da sé che se fosse il collettivo di fabbrica GKN a lanciare la proposta e promuovere l’iniziativa, questa potrebbe avere una risonanza e capacità di attrazione assai più elevata.

Infine, pensiamo centrale il raccordo col movimento di lotta dei proletari di altri paesi. Il collegamento stabilito dai lavoratori GKN di Firenze con gli operai GKN di Birmingham, anch’essi colpiti dai licenziamenti, è di estrema importanza. Così è importante guardare allo sviluppo della lotta contro i licenziamenti in Francia. Il Front Social, che raccoglie diversi settori dell’avanguardia di classe di diversa collocazione sindacale (CGT e SUD), come l’Assemblea dei combattivi in Italia, sta preparando una grande manifestazione nazionale a Parigi contro i licenziamenti, attorno a parole d’ordine simili a quelle che abbiamo proposto. Pensiamo sia necessario coinvolgere questo settore classista nel sostegno all’azione di sciopero generale previsto per l’11 ottobre e nelle assemblee preparatorie dello stesso, e assicurare per parte nostra un pieno coinvolgimento nella manifestazione in preparazione in Francia.

Partito Comunista dei Lavoratori


Unicredit e Monte dei Paschi, il governo è un comitato d'affari

 


2 Agosto 2021

Un'operazione a vantaggio esclusivo degli azionisti, e a carico dei salariati di tutta Italia

Quando si dice “governo comitato d'affari” si è sicuri di non sbagliare. Ieri come oggi.

Unicredit si candida a inglobare il Monte dei Paschi di Siena con una operazione che ricorda la cessione di Antonveneta a Banca Intesa. Monte dei Paschi è uscito con le ossa rotte dall'esame della BCE: ultimo in graduatoria europea tra le grandi banche in sofferenza. Una montagna di crediti deteriorati, scarse prospettive di sopravvivenza. I quattro miliardi di risorse pubbliche investite a suo tempo nella banca senese per raddrizzarne le sorti non hanno prodotto effetti, se non quello di sostenere i suoi azionisti. A questo punto l'ex ministro del Tesoro Carlo Padoan, divenuto guarda caso presidente di Unicredit, si fa avanti presso MPS, la stessa banca che in veste di ministro aveva ricoperto d'oro e di cui conosce morte e miracoli.

L'offerta è di quelle che non si possono rifiutare. Unicredit si candida a comprare la parte “sana” della banca senese, i crediti deteriorati (2,5 miliardi) vengano dirottati a spese dello Stato su una bad company. Naturalmente per salvare la parte “sana”, Unicredit chiede prezzi di saldo e pone condizioni: «L'aumento significativo dell'utile per azione, la protezione dai rischi di contenzioso legale, una adeguata protezione dello Stato sui prestiti che potremmo acquisire» (Il Sole 24 Ore, 31 luglio). In parole povere lo Stato si carica degli oneri a spese dell'erario pubblico – quindi dei salariati – e Unicredit incassa gli utili garantendo i propri azionisti.

Il governo Draghi sembra intestarsi l'operazione. Draghi e Padoan fanno parte della stessa scuderia del capitale finanziario di cui sono da sempre soci onorari.
Un ex ministro del Tesoro oggi alla testa della principale banca italiana chiede e ottiene l'appoggio di Draghi, ex presidente della BCE, per ingrassare Unicredit. Naturalmente, siccome il significativo aumento dell'utile per azione è condizione dell'affare, Unicredit ha già messo le carte in tavola: 150 sportelli di MPS verranno chiusi, in particolare nel Meridione, 6000 dipendenti verranno espulsi in quanto esuberi; un quarto dell'organico attuale della banca di Siena. Il costo complessivo per lo Stato sarà, secondo il quotidiano di Confindustria, tra i 5 e 10 miliardi. Quasi quanto costa mettere a posto le terapie intensive negli ospedali (12 miliardi).

Per Unicredit tutto procede a gonfie vele. Nel primo semestre dell'anno ha realizzato un utile netto di quasi due miliardi (1 miliardo e 921 milioni, per la precisione, con una crescita progressiva nel secondo trimestre). L'affare MPS servirà dunque a gonfiare ulteriormente il suo portafoglio.
La grande rivale, Banca Intesa, insidiata dall'operazione sul piano della concorrenza, sta studiando le contromosse. Sarà l'acquisizione di Carige la risposta di Banca Intesa a Unicredit? Vedremo.
Tutto lascia pensare che siamo all'inizio di un processo di concentrazione del capitale finanziario in Italia, a spese dei salariati del settore e a carico dei salariati di tutta Italia.

La battaglia per il blocco dei licenziamenti, per la nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che licenziano, non riguarda solo l'industria ma anche le banche. La costruzione del fronte unico di classe passa non solo per GKN e Whirlpool, ma anche per Unicredit e Monte dei Paschi. I salariati sono una classe enorme, colpita ovunque dalle leggi del capitale. Dare coscienza a questa classe, ovunque si produca il conflitto, significa moltiplicare la sua forza, trasformandola in un fattore rivoluzionario.
Di certo solo la nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori, può risolvere la crisi bancaria a favore della maggioranza della società. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzare questa misura, come fece un secolo fa la Rivoluzione d'ottobre, diretta da Lenin e da Trotsky.

Partito Comunista dei Lavoratori

Altri miliardi dello Stato per salvare le banche e garantire profitti

Concentrazione e centralizzazione di capitali con le tasche dei contribuenti e dei lavoratori

Mentre continuano le politiche di lacrime e sangue per i lavoratori e gli sfruttati, in tutto si regalano alle banche oltre 42 miliardi di euro e si consente di spalmare sulla collettività attraverso i meccanismi finanziari altri 26 miliardi di euro in titoli spazzatura. Questa è la volta di una doppia operazione MPS-banche venete, con il regalo di enormi capitali a Intesa San Paolo e lo scarico su collettività e lavoratori i costi del salvataggio e delle ristrutturazioni

Mentre continuano le politiche di lacrime e sangue per i lavoratori, i precari, i disoccupati e i migranti (causa di ogni male), la parte più consistente dei responsabili di questa crisi gode degli sforzi dello Stato e dei governi per poter forzare le regole europee e strappare la possibilità di salvare le tasche dei capitali finanziari e industriali.
Così, dopo gli oltre 37 miliardi di euro pubblici, tra garanzie, investimenti e acquisti di titoli tossici, per salvare le banche venete e garantire gratuitamente a Intesa San Paolo miliardi e miliardi di profitti e depositi, arriva la formalizzazione dell’operazione di salvataggio pubblico del Monte dei Paschi di Siena.

Altri 5,4 miliardi di euro pubblici per assumersi le perdite e 26,1 miliardi di titoli tossici spalmati sul mercato e su piccoli azionisti, diffusi tramite vari passaggi che prevedono il coinvolgimento del fondo finanziario Atlante2. Quest’ultimo, infatti, mostra come l’operazione banche venete e quella MPS siano strettamente collegate. Le lunghe trattative per cercare di non scontentare nessuna grande cordata di capitali si concludono con la scelta di accollare allo Stato, con una bad bank, i titoli tossici di quelle banche, regalare profitti e capitali a Intesa San Paolo, così Atlante2 - non più costretto ad occuparsi dei titoli tossici delle banche del Nord-est - può investire nella cartolarizzazione delle sofferenze di MPS, permettendo così allo Stato di divenire azionista di maggioranza fino a che tutta l’operazione di ristrutturazione non sarà conclusa. Solo allora verrà il momento per regalare nuovamente ai capitali privati un nuovo gioiellino che ha scaricato i costi del suo salvataggio sulla collettività.

Tra questi costi del programma di ristrutturazione di MPS - e nella stampa borghese vi si accenna sapientemente solo sottovoce – vi sono almeno 5.000 esuberi – posti di lavoro in meno, in qualsiasi modo si ottengano - e il taglio del 30% delle filiali con una bella aggressione al “costo e ai ritmi del lavoro”.

Ma non finisce qui. Tutte queste operazioni aprono lo scenario di un altro effetto domino. Perché appena si concluderà il cambio del pannolino alle venete e a MPS, si aprirà un nuovo caso di “necessaria ripulitura”. Quello delle Casse di Cesena, Rimini e S. Miniato che devono essere acquisite da Cariparma e Crédit Agricole Italia. Ovviamente i capitalisti coraggiosi si sentono sicuri di acquistare il tutto dopo che altri, principalmente lo Stato, si occupino di eliminare tutti i rischi e i titoli tossici “in eccesso” per altri due miliardi di NPL. L’ipotesi principale e preferita dai capitali finanziari, infatti, rimane quella sperimentata con Intesa San Paolo: una bella bad bank pubblica che si assorba debiti, sofferenze e titoli tossici per garantire profitti e accumulazione di capitali ai nuovi acquirenti.
Insomma, lo Stato mette a nuovo i pacchetti di capitali e mercato finanziario per fornirli senza rischi e complicazioni a cordate di capitali che possono migliorare i propri posizionamenti nelle classifiche del potere economico.
Nel frattempo continua la solfa del debito pubblico e della necessità di tagliare servizi, welfare, assistenza sociale e quant’altro, così come si pone come impensabile nel sistema del “libero mercato” l’intervento dello Stato per far pagare a industriali, banchieri e capitali privati di ogni sorta il costo del sistema che garantisce loro profitti, ricchezze e potere.

Lo Stato come capitalista collettivo e comitato d’affari della borghesia mostra sempre più il suo vero volto, ed è dovere di ogni sfruttato non accettare supinamente simili soprusi, simili dimostrazioni del disinteresse totale verso chi realmente produce e suda con le proprie sofferenze l’intero apparato produttivo, organizzativo e distributivo della società. Solo unendosi in una lotta generale per rivendicare condizioni di vita dignitose, salari adeguati e diritti sociali, economici e politici uguali per tutti si potranno mettere in discussione questi meccanismi. Solo battendosi per la nazionalizzazione di tutte le banche e istituti di credito in un’unica banca pubblica e gestita direttamente dai lavoratori e dall’intera società attraverso il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, si potrà dare un indirizzo diverso alle politiche di uscita dalla crisi economica oppure gli sfruttati rimarranno sfruttati e gli sfruttatori sempre più ricchi e potenti.
Partito Comunista dei Lavoratori