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Dichiarazione ISL-ITO sulle elezioni presidenziali USA 2024

 


Il 5 novembre si terranno le elezioni presidenziali USA. Come in tutte le maggiori occasioni elettorali, un coro di liberali, socialdemocratici, stalinisti e poststalinisti sta ribadendo la necessità del voto per il Partito Democratico come il “male minore”. Quest’anno il coro è più forte che mai, sostenendo che in gioco è la democrazia.


Noi ribadiamo l’urgenza di rigettare questo allarmismo. La logica del sostegno al “male minore” spiana la strada sempre più alle destre e subordina i lavoratori ai partiti dei nostri sfruttatori capitalisti. Abbiamo bisogno di costruire un nostro partito.

La crescente polarizzazione politica ed economica nel mondo ha una chiara espressione negli USA. Il trumpismo ha continuato a svilupparsi dopo la fine della presidenza Trump, consolidando una base sociale reazionaria e spostando ancora più a destra il Partito Repubblicano.

Dall’altra parte, le lotte della classe operaia stanno vedendo una significativa crescita, comprendente una maggiore sindacalizzazione dei lavoratori ed una crescita degli scioperi, il movimento Black Lives Matter, la battaglia per la difesa del diritto all’aborto, e la radicalizzazione di un settore significante di giovani intorno alla solidarietà verso la Palestina. Comunque, da queste lotte non è ancora emerso un soggetto politico espressione della classe operaia, e il Partito Democratico mantiene la sua egemonia su sindacati e movimento sociali.

Questo è il motivo per il quale le elezioni presentano una ingannevole scelta tra Trump e i repubblicani ed Harris e i democratici. Entrambi sono partiti espressione del capitalismo neoliberale, le cui amministrazioni portano avanti le stesse politiche , nonostante una differente retorica. Questa falsa scelta sposta il baricentro della politica verso destra, rafforzando i settori più reazionari e lasciando quelli più radicali privi di una rappresentanza.

Mentre il Partito Repubblicano a guida Trump ha visto una sua radicalizzazione verso destra, i democratici invece sono rimasti i difensori dei privilegi, spostandosi anch’essi verso destra. Chiamano al voto per loro solo perché Trump è peggio di loro, ma finendo con l’allontanare milioni di persone che decideranno di astenersi.
L’amministrazione Biden ha mantenuto il grosso delle politiche di Trump. Le politiche governative sono rimaste in gran parte le stesse, non solo per quanto riguarda le spese militari, la guerra e l’economia, ma anche per quanto riguarda le forze dell’ordine, l’immigrazione e lo sviluppo. Il genocidio a Gaza ha dato il colpo finale alla base elettorale dei democratici.

La guerra di Israele contro Gaza, la pulizia etnica della Cisgiordania, il suo attacco al Libano, e l’escalation delle tensioni con l’Iran ha mostrato a molte persone non solo la natura colonialista del sionismo ma anche la complicità degli USA in tutto ciò che fa Israele. L’opinione pubblica si è spostata da posizioni pro Israele a posizioni pro Palestina, che vanno dalla solidarietà con le vittime degli attacchi israeliani all’esplicito supporto all’autodeterminazione dei Palestinesi.

Il cambiamento è avvenuto anche tra settori di ebrei inizialmente filosionisti, che solidarizzano con i Palestinesi e riconoscono che l’Olocausto che Israele sta mettendo in atto non li mette al sicuro. Lottare contro l’antisemitismo richiede la solidarietà con tutte le vittime dell’imperialismo USA e i suoi gendarmi, incluso Israele.

Il presidente ampiamente deriso come “Genocide Joe” ha chiaramente ritirato la sua corsa alla rielezione ed è stato rimpiazzato dalla sua vicepresidente Kamala Harris. Ma milioni di Americani, specialmente i giovani e le comunità musulmane e arabo-americane, sono disilluse e molti di loro si rifiuteranno di votare per Harris, nonostante il loro odio per Trump.

Molti altri giovani e lavoratori, specialmente donne, persone di colore, immigrati, e persone LGBTQ+ che vedono i loro diritti e la loro sopravvivenza fisica in pericolo sotto una nuova amministrazione Trump, voteranno per Harris, anche se in disaccordo con molte delle sue politiche. Capiamo questa decisione e saremo in prima linea nelle lotte per difendere i diritti attaccati da un eventuale governo repubblicano che verrà presto o tardi.

Ma noi mettiamo in guardia sul fatto che i democratici non garantiranno questi diritti. Al contrario, depotenziando i movimenti di lotta e ostacolando la necessità di un partito della classe operaia, faciliteranno la continua avanzata della destra reazionaria e delle sue politiche.

Ancora e ancora, il movimento dei lavoratori e delle lotte sociali ha deviato le sue energie verso l’elezione di candidati democratici, che è il motivo per il quale il partito ha preso il soprannome di “cimitero dei movimenti”.
Ancora e ancora, i candidati progressisti sono emersi alle primarie democratiche per contenere le sinistre e chiamare al voto per i candidati ufficiali.

Questo porta il partito a spostarsi ancora più verso destra e a continuare a presentarsi come l’unica alternativa ai repubblicani. A dispetto della sua retorica socialdemocratica, Bernie Sanders ha giocato anch’egli questo ruolo. I DSA, che organizzano decine di migliaia di giovani radicalizzati, si rifiutano ancora di rompere con i democratici.

Un ostacolo centrale alla classe operaia degli USA è l’egemonia del Partito Democratico su di essa. Un compito centrale per i lavoratori negli USA è superare quest’ostacolo e costruire un partito della classe operaia. I rivoluzionari propongono che sia un partito socialista, antirazzista, femminista, ecologista ed internazionalista.

In queste elezioni, corrono due candidati non capitalisti: Jill Stein del Partito Verde e Cornel West, un radicale afroamericano che si presenta come indipendente. Le loro campagne sono piccolo-borghesi, non capitaliste, ed il loro programma socialdemocratico è a sinistra di quello dei partiti del Nuovo Fronte Popolare in Francia.

Ribadiamo l’urgenza che i lavoratori rompano con la falsa scelta del “male minore” non votando né per Trump né per Harris, anche in maniera affermativa dando un voto critico a Stein o a West o, scelta meno visibile, astenendosi.

Dopo le elezioni saremo al fianco delle lotte dei lavoratori e degli oppressi, per dare il nostro contributo alla loro vittoria. Nel mentre lavoreremo alla costruzione di un partito indipendente della classe operaia.

Militanti dell’Opposizione Trotskista Internazionale e della Lega Socialista Internazionale negli USA

Capitalismo, democrazia ed elezioni USA 2024

 


3 Novembre 2024

English translation

In tutte le principali elezioni statunitensi, il coro di liberali, socialdemocratici, stalinisti e poststalinisti esorta a votare per i candidati del Partito Democratico. “I democratici hanno i loro difetti”, dicono, "ma una vittoria repubblicana sarebbe un disastro".

Quest'anno il coro è più forte che mai. “È in gioco la democrazia!”, dicono i sostenitori del voto per i democratici. Ma è vero? L'elezione di Donald Trump distruggerebbe la democrazia negli Stati Uniti? L'elezione di Kamala Harris lo impedirebbe? In realtà, nessuna delle due asserzioni è vera.

Negli USA le ezioni sono divenute sempre più polarizzate negli ultimi trent'anni. Il Partito Repubblicano si è fatto sempre più stridente nella sua retorica sull'immigrazione, la criminalità, l'aborto, il gender, le tasse, i vincoli governativi “che ammazzano il lavoro”, e le élite liberali "woke". Il Partito Democratico si è presentato principalmente come il partito moderato, il partito del “loro no”, il partito del mantenimento dello status quo. La campagna di Bernie Sanders del 2016 è stata solo una parentesi.

I democratici sono il male minore, rispetto ai repubblicani, ma a parte la retorica, poco è cambiato dall'amministrazione Trump a quella Biden. La politica del governo è rimasta in gran parte la stessa, non solo per quanto riguarda il militarismo, la guerra e l'economia, ma anche per quanto riguarda la polizia, l'immigrazione e l'ambiente.

Nonostante l'aumento della polarizzazione, la democrazia rimane il miglior involucro possibile per il governo capitalista, e il sistema bipartitico funziona bene per i padroni. Il governo può fare solo ciò che la classe dominante vuole che esso faccia, e l'alternanza tra democratici e repubblicani intrappola i lavoratori nella continua ricerca del male minore.

I rivoluzionari dovrebbero sfruttare il momento didattico delle elezioni per educare i lavoratori alla trappola del male minore dei capitalisti, alla necessità di un partito operaio di massa, al nostro programma per quel partito, ai limiti della politica elettorale e alla necessità di un'azione di massa per resistere efficacemente.

Non dovremmo entrare in dispute con i lavoratori sul come votare, ma dovremmo raccomandare ai lavoratori politicamente avanzati che vogliono andare oltre la ricerca del male minore di votare per un candidato verde, indipendente o altri candidati non capitalisti, piuttosto che astenersi passivamente.


DEMOCRAZIA E FASCISMO

Una parte della sinistra statunitense dipinge le elezioni del 2024 come una battaglia tra democrazia e fascismo. Entrambi i termini devono essere esaminati. In Stato e rivoluzione, Lenin, citando Engels, descrive la democrazia come “il miglior involucro possibile per il capitalismo”:

«Nella repubblica democratica – continua Engels – "la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura", in primo luogo con la "corruzione diretta dei funzionari" (America), in secondo luogo con "l'alleanza tra governo e Borsa" (Francia e America).

Nel momento attuale, l'imperialismo e il dominio delle banche "hanno sviluppato" sino a farne un'arte raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due metodi di difesa e di realizzazione dell'onnipotenza della ricchezza. [...]

La repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito [...] di questo involucro - che è il migliore - fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell'ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo.
»

Il fascismo è un movimento reazionario di massa con componenti politiche, sociali, culturali, elettorali e paramilitari. Si basa su settori della popolazione che si sentono minacciati dalla crisi economica e dai cambiamenti sociali, in particolare la classe media, ma anche settori della classe operaia. Utilizza una demagogia razzista, sciovinista, xenofoba e sessista. Promette di rendere di nuovo grande la nazione e il suo popolo.

Storicamente, i capitalisti si sono rivolti al fascismo per schiacciare il movimento operaio durante le gravi crisi in cui la classe operaia si solleva e il miglior guscio possibile dei capitalisti non è in grado di contenere la rivolta. Se una leadership timida fa vacillare i lavoratori, i fascisti colgono l'occasione.

Il ricorso al fascismo è rischioso per i capitalisti. I fascisti hanno interessi e basi proprie, che li rendono, nel migliore dei casi, un parassita pericoloso e costoso. Possono provocare una rivoluzione operaia e perdere. Se vincono, possono portare il paese al disastro. I capitalisti non sceglieranno questa strada se non quando temeranno, in caso non la scegliessero, di perdere tutto.


IL SISTEMA POLITICO STATUNITENSE

Il sistema politico degli Stati Uniti è stato progettato e perfezionato per far sì che l'azione del governo si limiti solo a ciò che vuole la classe dirigente, ovvero ciò che vuole la totalità o la maggioranza della classe dirigente.

Gli Stati Uniti hanno tre livelli di governo: il governo federale, i cinquanta governi statali e migliaia di governi locali. All'interno di ogni unità governativa, i rami legislativo, esecutivo e giudiziario hanno poteri separati. Possono controllarsi e bilanciarsi a vicenda, come dicono i libri di scuola. I rami esecutivi hanno burocrazie permanenti di vario tipo, tra cui la polizia e l'esercito, che possono minare le decisioni democratiche.

Il Presidente degli Stati Uniti è scelto dal Collegio elettorale, non dal voto popolare. Ogni Stato ha un numero di elettori pari al numero di membri della Camera dei Rappresentanti e del Senato. Nella maggior parte degli Stati, il partito che vince la maggioranza del voto popolare ottiene tutti gli elettori. Nel 2016 Hillary Clinton ha vinto il voto popolare con tre milioni di voti, ma ha perso il Collegio elettorale. Nel 2020, Joe Biden ha dovuto vincere il voto popolare con sette milioni di voti per vincere il Collegio elettorale.

La Camera dei Rappresentanti dovrebbe essere il ramo più democratico del governo federale, eppure raramente riesce ad approvare leggi progressive. Il Senato è meno democratico, con due senatori per ogni Stato, indipendentemente dalle dimensioni, e regole che richiedono una supermaggioranza del 60% per approvare tutte le leggi tranne quelle di routine. Tuttavia, il Senato serve spesso a moderare le misure reazionarie adottate dalla Camera.

La Corte Suprema è il ramo meno democratico del governo federale. I suoi nove giudici, nominati dal Presidente con l'approvazione del Senato, restano in carica a vita. Eppure la Corte Suprema ha ripetutamente avviato riforme che il Presidente e il Congresso non hanno avuto il coraggio di avviare, dalla desegregazione scolastica negli anni Cinquanta al diritto all'aborto nel 1973, fino al matrimonio omosessuale nel 2015.

Con la nomina di tre giudici da parte di Donald Trump durante il suo primo mandato, la Corte è tornata al suo precedente ruolo di blocco delle riforme. Un sistema disfunzionante da cima a fondo, tranne quando la classe dirigente vuole agire.


DEMOCRATICI E REPUBBLICANI

A questa struttura si sovrappone il sistema bipartitico. I democratici e i repubblicani sono entrambi partiti capitalisti. Dipendono dalle donazioni dei capitalisti e dal riconoscimento dei media capitalisti. I loro politici di punta fanno la spola tra il governo, l'esercito, le imprese e il mondo accademico. Se non sono già ricchi personalmente quando entrano in politica, lo diventano rapidamente.

Sin dall'amministrazione di Woodrow Wilson del 1912-20, i democratici si sono posizionati come il partito capitalista liberale, o di centrosinistra, mentre i repubblicani si sono posizionati come il partito capitalista conservatore, o di centrodestra. Il loro terreno comune è l'agenda della classe dominante, che da oltre quarant'anni è l'imperialismo neoliberista.

Ci sono differenze tra i due partiti capitalisti. I democratici sono favorevoli a un maggiore intervento del governo per promuovere l'occupazione, ridurre la povertà e proteggere l'ambiente. Sono più favorevoli ai diritti civili, ai diritti riproduttivi e ai diritti LGBTQ+. Sono favorevoli al multilateralismo in politica estera.

I repubblicani sono favorevoli a tasse più basse, a una minore regolamentazione governativa e a lasciare le questioni economiche al mercato e quelle politiche ai singoli stati (e non al governo federale). Hanno un'ala isolazionista che vuole una politica estera ispirata all'“America first”. Proiettano un'immagine di legge e ordine, e proclamano le virtù del matrimonio, dei nuclei famigliari e della religione.

Il sistema bipartitico riduce la maggior parte delle differenze alla retorica. I democratici hanno controllato la presidenza, la Camera e il Senato con le elezioni del 1992, 2008 e 2020, senza cambiare nulla di fondamentale. I repubblicani hanno controllato la presidenza, la Camera e il Senato nel 2000 e nel 2016, e non hanno cambiato nulla di fondamentale. Negli altri anni, l'amministrazione è stata divisa, e ha potuto realizzare ben poco.

Le amministrazioni Trump e Biden hanno aumentato la spesa militare annuale a oltre 750 miliardi di dollari di spesa diretta e 1.500 miliardi di dollari di spesa totale (diretta e indiretta). Le amministrazioni hanno stanziato 3,5 trilioni di dollari ciascuna per contrastare la pandemia di Covid e lo sconvolgimento economico che ha causato. Trump ha imposto ingenti dazi sulle merci cinesi per aiutare la produzione statunitense a competere. Biden ha mantenuto le tariffe e ha aggiunto 1.000 miliardi di dollari di sussidi “buy American”.

Nonostante una retorica più umanitaria, l'amministrazione Biden ha attuato le politiche dell'amministrazione Trump per rendere chiuso il confine degli Stati Uniti con il Messico e tenere lontani i richiedenti asilo. I due partiti cercano di superarsi a vicenda sul sostegno a Israele.


KAMALA HARRIS E DONALD TRUMP

Le elezioni del 2020 hanno registrato la più alta affluenza alle urne dal 1952. Un terzo degli aventi diritto al voto ha scelto di non esercitare il suo diritto. Poco più di un terzo ha votato per Biden. Poco meno di un terzo ha votato per Trump. Le elezioni presidenziali del 2024 si preannunciano con un margine di risultato ancora più stretto.

I non votanti sono per lo più disillusi. Non hanno fiducia in nessuno dei due partiti, non credono che il governo agirà nel loro interesse, ripongono la loro fiducia unicamente in se stessi, nella famiglia e negli amici.

La base tradizionale dei democratici fin dagli anni '30 è costituita da lavoratori sindacalizzati, neri, latinos e altre persone di colore, liberi professionisti e capitalisti illuminati. Questa base si è frammentata, poiché il partito ha abbracciato il neoliberismo e si è spostato a destra. Alcuni elettori democratici credono alla retorica del partito; la maggior parte vede Harris e i democratici come il male minore, soprattutto per quanto riguarda l'aborto.

La base repubblicana tradizionale è costituita da grandi capitalisti, manager, piccoli imprenditori, agricoltori e lavoratori delle periferie e delle piccole città. Alcuni elettori repubblicani sono razzisti, xenofobi, autoritari e persino fascisti. Ma la maggior parte vede Trump e i repubblicani come il male minore, in base alla percezione dei loro interessi economici e alle loro opinioni sull'aborto e su altre questioni.

Una seconda amministrazione Trump renderebbe la politica degli Stati Uniti ancora più incattivita, ma il principale effetto pratico sarebbe sul diritto all'aborto. Con la sentenza Roe v. Wade del 1973, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso che la Costituzione dà alle donne il diritto di abortire fino alla vitalità fetale. Nel 2022, la Corte Suprema, con tre giudici nominati da Trump, ha rovesciato questa decisione.

La battaglia si è ora spostata nei singoli Stati. Un terzo degli Stati vieta l'aborto, un altro sesto lo consente in circostanze limitate, la metà di essi lo protegge. Le donne negli Stati che vietano l'aborto si recano in altri Stati per abortire, se hanno le risorse per farlo, oppure ricorrono ad aborti medici attraverso reti che aggirano i divieti. In alcuni Stati in cui i legislatori hanno emanato dei divieti, i cittadini hanno lanciato dei referendum per annullarli.

È improbabile che una seconda amministrazione Trump sia in grado di emanare un divieto di aborto a livello nazionale, dal momento che una maggioranza sostanziale della popolazione è favorevole al diritto all'aborto. Ma l'amministrazione potrebbe interferire con la distribuzione di mifepristone e misoprostolo, rendendo più difficile l'aggiramento delle leggi statali.


LA NECESSITÀ DI UN PARTITO DEI LAVORATORI DI MASSA

La guerra genocida di Israele contro Gaza, la pulizia etnica della Cisgiordania, l'attacco al Libano e l'escalation con l'Iran hanno mostrato a molti non solo la natura coloniale del sionismo, ma anche la complicità degli Stati Uniti in tutto ciò che Israele fa. L'opinione popolare si è sostanzialmente spostata dall'essere filoisraeliana a essere filopalestinese.

Gli elettori progressisti si trovano in una posizione difficile. Dovrebbero votare per Harris per proteggere il diritto all'aborto, sapendo che lei sostiene il genocidio di Israele? O dovrebbero rifiutare di acconsentire al genocidio e rischiare un'ulteriore restrizione del diritto all'aborto? Non c'è modo di uscire da questo dilemma rimanendo all'interno del sistema bipartitico.

Il problema è più generale. I lavoratori vogliono un lavoro, una pensione, l'assistenza sanitaria, l'istruzione, del tempo da trascorrere con le persone che amano e l'opportunità di perseguire i propri interessi. La maggior parte di loro è favorevole alla parità di diritti e di opportunità. Vogliono un ambiente pulito.
Dubitano che queste cose siano possibili, perché non le hanno mai viste, e i politici e i media dicono loro che sono impossibili da ottenere. Inseguono quello che percepiscono come il male minore, poiché non vedono la strada per qualcosa di meglio.

All'inizio degli anni '90, il Labor Party Advocates (LPA) aveva uno slogan accattivante: “I padroni hanno due partiti. A noi serve uno per noi”. Questo punto di vista era condiviso dalla maggior parte dei militanti della sinistra di classe nel mondo del lavoro e dai leader di alcuni sindacati, tra cui l'Oil, Chemical and Atomic Workers (OCAW), lo United Electrical Workers (UE), l'International Longshore and Warehousemen's Union (ILWU), la California Nurses Association (CNA), e altri.

Un congresso tenutosi nel giugno 1996 ha dato vita al Labor Party, guidato da questi sindacati. Il congresso ha adottato un programma socialdemocratico che, incoerentemente, non includeva il diritto all'aborto. Un congresso del 1998 ha rettificato la situazione.

Il Labor Party ha adottato quello che ha definito un “nuovo modello organizzativo per la politica”. Il modello consisteva nel “costruire il potere” prima che il partito presentasse i propri candidati alle elezioni. Questo linguaggio nascondeva un compromesso in base al quale i sindacati principali concedevano ai sindacati vicini al LPA di divertirsi nel loro parco giochi, a patto che non presentassero effettivamente candidati contro il Partito Democratico. Non avendo alcuna vera utilità, il Labor Party si è presto affievolito, dissolvendosi nel 2007.

Questo schema si è ripetuto più volte nei sindacati, nei movimenti sociali e nelle organizzazioni politiche socialdemocratiche, compresi i DSA (Democratic Socialists of America) resuscitati a nuova vita. Essi concedono al Partito Democratico il monopolio della rappresentanza politica. I loro leader sostengono che non è possibile fare altro. Questo rende i democratici il male minore rispetto ai repubblicani, il che porta quasi tutti gli attivisti a votare per loro. Una profezia che si autoavvera.


CHE TIPO DI PARTITO DEI LAVORATORI?

Il fondo di verità nel modello di costruzione del potere prima di correre alle elezioni è che non c'è modo di vincere le elezioni negli Stati Uniti senza avere un potere extraparlamentare. Il potere dei capitalisti è la loro ricchezza e il controllo che questa dà loro sulla vita politica. I partiti capitalisti spenderanno 12 miliardi di dollari per le elezioni del 2024, due miliardi solo per le elezioni presidenziali [si terranno elezioni anche per rieleggere la Camera dei Rappresentanti, un terzo dei seggi del Senato e numerose altre cariche locali, ndt]. Nemmeno i sindacati sono in grado di eguagliare questa cifra, per non parlare degli svantaggi derivanti dal mancato controllo dei media e dell'amministrazione.

L'azione di massa potrebbe superare l'impasse: costruire sindacati e altre organizzazioni di massa, organizzare manifestazioni, scioperi e occupazioni. Queste potrebbero creare una situazione in cui i capitalisti dovrebbero scegliere tra l'abbandono della democrazia e l'attuazione di riforme elettorali e di altro tipo che permettano a un partito dei lavoratori di poter competere efficacemente.

Ai capitalisti ciò non piacerebbe, e potrebbero provare ad impedirlo dapprima con misure autoritarie. Ma in tutti gli altri paesi capitalistici avanzati, i padroni hanno imparato da tempo a convivere con i partiti operai borghesi, cioè con partiti con una base operaia e con una linea politica di riforma del capitalismo attraverso l'azione di governo.

I rivoluzionari dovrebbero sostenere anche un partito operaio riformista come passo avanti per la classe operaia statunitense. Ma noi proponiamo per questo partito un programma di transizione anticapitalista: un programma per il lavoro, la sanità, l'istruzione, l'abolizione della polizia e delle carceri, i diritti riproduttivi, i diritti LGBTQ+, i tagli drastici alle spese militari, la pace e una giusta transizione verso l'energia pulita, l'industria, i trasporti, l'edilizia e l'agricoltura, che solo un governo dei lavoratori potrebbe attuare.

Proponiamo che questo partito non si limiti a partecipare alle elezioni, ma mobiliti i lavoratori per affrontare i capitalisti e il loro governo, per difendere il movimento operaio, per costruire consigli e altri organi del potere operaio e della democrazia operaia, al fine di istituire un governo operaio.

In Gran Bretagna, in Canada e in molti altri Paesi, il livello di lotta in cui la classe lavoratrice ha ottenuto una rappresentanza politica era troppo basso perché il partito dei lavoratori potesse essere rivoluzionario fin dalla nascita. Se questo si rivelerà essere anche il caso degli Stati Uniti, i rivoluzionari si troveranno sul terreno già noto della lotta al riformismo.

Tutto questo, ovviamente, è musica del futuro. Non accadrà nel 2024. Ma i rivoluzionari dovrebbero alzare lo sguardo e impegnarsi fin da ora su questo.


LA TATTICA ELETTORALE MARXISTA

I marxisti, a partire da Karl Marx e Friederich Engels, hanno visto le elezioni come un momento in cui i lavoratori sono più concentrati del solito sulla politica, un momento in cui i comunisti dovrebbero presentare le loro opinioni. Come spiegarono Marx ed Engels nel 1850 nell'Indirizzo del Comitato Centrale alla Lega dei Comunisti:

«A questo proposito il proletariato deve curare: 1) Che per nessun cavillo di autorità locali o di commissari del governo sia escluso, sotto nessun pretesto, un certo numero di operai. 2) Che dappertutto, accanto ai candidati democratici borghesi, siano presenti candidati operai, i quali dovranno il più che è possibile essere scelti fra i membri della Lega e per la cui elezione si deve lavorare con tutti i mezzi. Anche là dove non esiste nessuna speranza di successo, gli operai debbono presentare i loro candidati, per salvaguardare la loro indipendenza, per contare le proprie forze, per manifestare pubblicamente la loro posizione rivoluzionaria e il punto di vista del partito».

Quando un partito rivoluzionario non può presentare i propri candidati, o decide di non farlo per ragioni tattiche, il sostegno critico ai candidati di altri partiti può essere un modo per promuovere le proprie idee. La spiegazione più famosa di questa politica è quella di Lenin nel capitolo "Il comunismo di sinistra in Inghilterra", tratto da L’estremismo, malattia infantile del comunismo.

Oggi negli Stati Uniti non esistono partiti rivoluzionari in grado di organizzare una campagna elettorale a livello nazionale. Alle elezioni presidenziali del 2024, gli unici candidati non filocapitalisti sulla scheda elettorale nella maggior parte degli Stati sono Jill Stein del Partito Verde e Cornel West, un nero della sinistra radicale che corre da indipendente. Nel 2012 Jill Stein ha ottenuto 0,47 milioni di voti, nel 2016 ha ottenuto 1,45 milioni.

Stein e West hanno essenzialmente lo stesso programma socialdemocratico. Sono candidati piccolo-borghesi, cioè interclassisti, non candidati di un partito dei lavoratori. Ma non sono capitalisti, e il loro programma si colloca a sinistra di qualsiasi partito del Nouveau Front Populaire (NFP) in Francia.

I dirigenti del Partito Democratico preferirebbero che la sinistra votasse per i democratici. Ma la loro preoccupazione maggiore è quella di preservare il monopolio della rappresentanza politica. Finché lo avranno, la logica del male minore intrappolerà la maggior parte degli attivisti a sostenerli. “Non competere alle elezioni” è la loro linea rossa con i sindacati e i movimenti.

Per i rivoluzionari e gli anticapitalisti, la scelta tattica è quella di sostenere il voto per Stein o West o di astenersi. Io sono favorevole a sostenere il voto per Stein o West, per incoraggiare i sindacalisti, gli attivisti dei movimenti, i DSA – e, prima o poi, le loro organizzazioni – a superare la linea rossa imposta dai democratici.

Peter Solenberger

Viva la sconfitta del pinochetista Kast. Nessuna illusione in Boric

 


Per la costruzione del partito rivoluzionario in Cile

La vedova di Pinochet ha ricevuto la definitiva sepoltura domenica 19 dicembre, quando l'onda d'urto di cinque milioni di cileni ha abbattuto José Antonio Kast, erede dichiarato del pinochetismo, col 55% dei voti.
La dinamica del voto è significativa. Kast aveva riportato la maggioranza relativa al primo turno elettorale. Appariva pertanto il grande favorito. Proprio questa vittoria è stata la leva della sua disfatta. Per sbarrare la strada a Kast sono accorsi a votare milioni di cileni che al primo turno non avevano votato, nonostante le imprese del trasporto avessero ostacolato in ogni modo l'accesso alle urne. Operai, giovani, donne, popolazione povera delle periferie e della provincia sono il volto della vittoria di Boric. È la domanda del “cambio” che già si era affacciata nelle strade e nelle piazze del Cile nei giorni della grande ribellione popolare contro Piñera dell'autunno del 2019 e che aveva segnato lo stesso voto per l'Assemblea Costituente un anno dopo, quando il 78% dei cileni chiese di abrogare la Carta Magna di Pinochet.

Ma se la sconfitta di Kast è ragione di sacrosanta soddisfazione non solo per i lavoratori e i giovani del Cile ma per le masse oppresse di tutta l'America Latina, non è e non sarà il Presidente Boric la risposta alla domanda del cambio. “Hanno vinto i comunisti, la sinistra-sinistra, la sinistra unita” si sono affrettati a dichiarare i dirigenti riformisti della sinistra cosiddetta radicale a tutte le latitudini del mondo, con l'intento di beneficiare della vittoria di Boric in casa propria riscattando le proprie magre fortune. Ma alimentano così una illusione senza futuro. Guardiamo in faccia la realtà.

La coalizione di Apruebo Dignidad rappresentata da Boric tiene insieme il Frente Amplio e il Partito Comunista del Cile (di estrazione stalinista), assieme a una costellazione di formazioni minori (Convergencia Social, Revolución Democrática, Comunes, Federación Regionalista Verde Social, Fuerza Comun, Movimiento Unir, Acción Humanista, sinistra cristiana, Izquierda Libertaria...). Una coalizione della sinistra riformista. Alle primarie di coalizione Boric aveva prevalso come candidato moderato sul candidato del PC grazie al sostegno del Frente Amplio. PC e Frente Amplio hanno partecipato alla lunga stagione di governo di centrosinistra a guida Bachelet, che col suo fallimento aveva spianato la strada nel 2018 alla vittoria reazionaria di Piñera.

Quando nel 2019 si levò la grande ascesa del movimento operaio e popolare cileno contro il governo Piñera, PC e Frente Amplio, con Boric in testa, furono determinanti nel disinnescare la mobilitazione di strada e incanalarla su binari istituzionali. L'accordo di pacificazione del novembre 2019 (“Accordo per la pace sociale e la nuova Costituzione”) salvò la pelle a Piñera e gli garantì l'impunità in cambio di un'assemblea costituente, mentre decine di migliaia di operai e giovani protagonisti della rivolta stanno ancora a marcire nelle galere del Cile, sottoposti a vessazioni e torture.

Oggi Boric è presidente, beneficiando di quella stessa spinta del cambiamento che ha lavorato a contenere. La promessa di superare il sistema previdenziale pinochetista e di investire nella sanità e nella scuola è stata la bandiera del suo successo. Ma tutta la sua campagna elettorale è stata indirizzata a garantire la borghesia cilena, gli investimenti imperialisti, la stessa destra politica, circa la propria volontà di collaborazione sociale e di unità nazionale.
Sarò il presidente di tutti, sapremo costruire ponti, il progresso richiederà ampi accordi” ha immediatamente esclamato, con un occhio alle Borse e alle ambasciate. “Avanzare richiederà ampie intese, non vogliamo fare passi falsi” ha ribadito (Corriere della Sera, 21 dicembre). È del resto sulla base di tali rassicurazioni che al ballottaggio ha ottenuto l'appoggio della Concertacion, la coalizione di centrosinistra tra Partito Socialista e Democrazia Cristiana a guida Bachelet che assieme al PC ha governato il Cile per due lunghe legislature. Ed è con la Concertation che oggi Boric sta cercando l'intesa di governo per coprirsi le spalle nel rapporto con la borghesia. Persino la destra, sconfitta nelle urne, diventa oggetto di attenzioni da parte del vincitore: “È importante che la destra conservatrice, fondamentalmente la destra economica di questo paese, comprenda che la pace sociale si costruisce attraverso la trasformazione e che deve appoggiare tale processo. Altrimenti non ci saranno vantaggi nemmeno per loro” dichiara Alejandra Sepulveda, portavoce di Boric. Madame Rios, altra esponente di primo piano dello staff, conferma: "Il dialogo col centrosinistra, ma anche con l'opposizione di destra, è necessario. Non sarà possibile avanzare nello stesso tempo su tutte le riforme” (Le Monde, 21 dicembre).

Il messaggio di entrambi è chiarissimo: “cari industriali, agrari, banchieri, cileni e stranieri, noi vogliamo la pace sociale con voi. Voi lasciateci realizzare qualche misura riformatrice senza mettervi di traverso. Altrimenti la pressione sociale dei lavoratori e della popolazione povera rischia di travolgere non solo noi ma anche voi. Nel vostro stesso interesse, aiutateci”. In altre parole, lasciateci fare qualche misurata riforma per evitare il rischio di una rivoluzione, nell'interesse comune.

Non sarà semplice. Il nuovo Parlamento eletto il 21 novembre è molto frammentato, non definisce una maggioranza chiara, né Boric sembra intenzionato a forzare verso nuove elezioni per incassare una maggioranza più ampia. Ma soprattutto l'economia capitalistica cilena è in stagnazione, e non si prevede una ripresa in tempi brevi. Il debito estero con le banche e i paesi imperialisti è gigantesco, mentre la domanda di una svolta vera è incoraggiata proprio dalla sconfitta del pinochetismo.

L'esultanza popolare per la vittoria non è solo un omaggio al vincitore ma anche una ipoteca sulla vittoria. Tutte le domande della sollevazione di ottobre 2019 sono risuonate una dopo l'altra nella piazza festante: via i fondi pensione, salario minimo, istruzione pubblica e gratuita, scala mobile dei salari, privati e pubblici, indulto per tutti i prigionieri politici, diritto all'aborto libero e gratuito. Nessuna di queste rivendicazioni può essere soddisfatta senza una rottura anticapitalista, che cancelli il debito pubblico, espropri il capitale finanziario, colpisca i santuari storici della reazione cilena (le gerarchie militari, l'apparato repressivo, i privilegi clericali).
La collaborazione di classe e l'intesa politica con la destra dispongono dunque di una base materiale assai esile e instabile, esposta al rischio di nuove possibili esplosioni sociali. Di certo solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e la loro organizzazione può realizzare le misure di svolta necessarie.

La costruzione di un partito rivoluzionario della classe operaia del Cile è dunque più che mai all'ordine del giorno. Un partito irriducibile nemico della reazione pinochetista, forte ancora di un ampio consenso, e al tempo stesso un partito di opposizione classista al nuovo governo annunciato del centrosinistra cileno, che deluderà le attese popolari, come sempre è avvenuto nella storia del Cile. Con incognite serie, potenzialmente drammatiche.

Vayan a sus casas con la alegria sana de la limpia victoria alcanzada”: con queste parole Salvador Allende nel 1970 salutò la folla accorsa ad acclamare la sua vittoria elettorale. Fu l'inizio di una esperienza di governo che cercò di combinare riforme parziali e progressive con la ricerca affannosa di un accordo con la borghesia, con l'imperialismo, con la stessa casta militare. Augusto Pinochet fu ministro di Allende, prima di diventare il suo boia. Il dirigente stalinista Corvalan fu il principale ispiratore di questa politica suicida. Il prezzo lo pagò la classe operaia con un bagno di sangue e decenni di infame dittatura.

Oggi Boric ha voluto, nel giorno stesso del suo trionfo, ripetere alla folla quella frase di Allende, per rievocare il suo mito: “Tornate nelle vostre case con l'allegria sana della limpida vittoria ottenuta”. È comprensibile nella logica rassicurante della pacificazione nazionale e della smobilitazione. Ma la parola d'ordine dei marxisti rivoluzionari cileni è opposta: “Tornate nelle strade e nelle piazze del Cile, avanzate tutte le vostre rivendicazioni senza arretrare di un passo, chiedete la liberazione dei detenuti della rivolta del 2019 e la punizione dei loro aguzzini, sviluppate la vostra organizzazione indipendente nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri, abbiate fiducia solamente nella vostra forza”. È la prospettiva di una rivoluzione, la sola prospettiva che può regolare i conti, fino in fondo, con la reazione pinochetista. La sola prospettiva che può liberare il Cile dalla dittatura dei capitalisti e dal saccheggio dell'imperialismo.

Nella vicina Argentina, le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria trotskista (Frente de Izquierda) rappresentano ormai la terza forza politica del paese col 6-7% dei voti, una propria rappresentanza parlamentare di opposizione al governo di centrosinistra peronista di Fernandez, e soprattutto un vasto insediamento nella classe operaia, nelle organizzazioni sindacali, nei quartieri popolari, nelle università e nelle scuole, nel movimento delle donne. L'unificazione di queste organizzazioni in Argentina in un comune partito rivoluzionario darebbe una enorme spinta alla costruzione del partito rivoluzionario della classe operaia cilena. Di certo il Partito Comunista dei Lavoratori augura ai marxisti rivoluzionari del Cile una prospettiva di crescita, di radicamento, di organizzazione pari a quella argentina.

La sinistra di casa nostra si balocchi pure con il successo effimero di Boric come già di Fernandez, nel mentre tace scandalosamente sul trotskismo argentino. La realtà presenterà il conto alle illusioni. La vecchia talpa della rivoluzione continua, nonostante tutto, a scavare. Ha bisogno di un partito internazionale, quello che siamo impegnati a costruire, con i marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori

La sconfitta di Trump è un bene, la vittoria di Biden non è la soluzione

 


La grande polarizzazione americana. La necessità di un partito di classe indipendente

10 Novembre 2020

Larga parte del commentario borghese europeo plaude alla vittoria di Biden come all'America ritrovata, il ritorno rassicurante alla stabilità istituzionale e alla conciliazione sociale.
Ma la realtà è assai più complicata di questa rappresentazione rituale.
La borghesia plaude al ritrovato centro liberale nel momento stesso della massima polarizzazione politica americana dell'intero dopoguerra. Il voto del 3 novembre è lo specchio distorto di tale dinamica. La partecipazione al voto è senza precedenti dall'anno 1900, come lo è il risultato in voti assoluti di entrambi i contendenti. Né il Partito Democratico né il Partito Repubblicano avevano mai riscosso un simile suffragio elettorale. Il vincitore Biden ha superato di oltre dieci milioni di voti il risultato riportato da Hillary Clinton quattro anni fa (76 milioni contro 66). Il candidato sconfitto ha superato di otto milioni di voti il proprio exploit del 2016 (71 milioni contro 63).


LA STRAORDINARIA POLARIZZAZIONE DEL VOTO USA

Una radicalizzazione straordinaria dello scontro politico in America ha dunque soffiato nelle vele dei due elettorati contrapposti. Trump ha fatto il pieno della provincia profonda americana, urbana e rurale: piccola e media impresa, salariati dei sobborghi, il mondo della campagna, il popolo legato ai valori tradizionali della vecchia America bianca (Dio, patria, famiglia), ma anche un 30% dei latinos, ostili agli afroamericani e alla nuova immigrazione dal Messico. Biden ha invece raccolto il grosso del voto urbano, a partire dalle grandi metropoli. Ha recuperato una parte del voto operaio bianco che si era indirizzato su Trump nel 2016, in particolare negli stati dei Grandi Laghi; ha raccolto il grosso del voto cittadino impiegatizio; ha motivato al voto “contro Trump” il grosso degli afroamericani (86%), inclusa parte rilevante di coloro che quattro anni fa non avevano votato Hillary (Georgia); ha soprattutto polarizzato il voto dei giovani tra i 18 e i 29 anni (61%).

Si è molto parlato del peso della pandemia sugli orientamenti di voto. In realtà la pandemia ha agito come fattore indiretto su entrambi i lati dello scontro. La popolazione più acculturata delle città ha reagito alla crisi sanitaria e alla disastrosa gestione che Trump con un'ulteriore determinazione antitrumpiana. La provincia profonda ha vissuto le prescrizioni sanitarie come lesione della libertà e soprattutto dei propri interessi economici, raccogliendosi a maggior ragione attorno a Trump, contro la “dittatura sanitaria” dei poteri oscuri della città.

Ma il fattore che più ha influito sulla dinamica di polarizzazione è stato il grande movimento di massa che nella primavera scorsa ha scosso l'intero territorio degli Stati Uniti, a partire dai centri urbani. Il più grande movimento che l'America aveva vissuto nel secondo dopoguerra non poteva non lasciare una traccia sul terreno elettorale, in particolare nelle metropoli.
Lo straordinario successo democratico nei centri urbani è molto eloquente. A Detroit il Partito Democratico incassa il 94% dei voti, determinanti per la vittoria in Michigan. A Philadelphia prende l'80% dei voti, determinanti per la conquista della Pennsylvania. Ad Atlanta la valanga democratica capovolge l'esito elettorale della Georgia, dove i democratici non vincevano dai primi anni '90, e dove hanno pesato gli 800.000 nuovi elettori registratisi per votare contro Trump. Le elezioni comunali tenutesi a Portland, Oregon, città simbolo della ribellione antirazzista, sono un piccolo spaccato rivelatore: i democratici prendono il 48%, la seconda lista a sinistra dei democratici prende il 41%, la terza lista, anch'essa a sinistra, prende il resto. Più in generale ha votato in massa contro Trump la gioventù bianca e nera che si è mobilitata nelle piazze, in particolare la giovane generazione femminile. E questa ribellione di piazza delle città ha motivato a sua volta, al polo opposto, la corsa al voto della reazione “legge e ordine”, quella che invoca il pugno di ferro della polizia contro i sovvertitori della tradizione americana.


LA POLARIZZAZIONE INTERNA AI DUE SCHIERAMENTI

La polarizzazione non ha solamente gonfiato i due blocchi sociali contrapposti, si è anche riflessa in forma distorta all'interno dei due schieramenti.

Il fronte repubblicano è stato dominato dal trumpismo. Durante i suoi quattro anni di presidenza, Trump ha destabilizzato nel profondo il Grand Old Party, trasformandolo almeno in parte in un partito a propria immagine e somiglianza. Non il vecchio partito conservatore, ma un nuovo partito populista reazionario. Campagna elettorale, liste, eletti, recano in buona misura questa impronta. Le relazioni nuove tra l'ambiente di Trump e il sottobosco delle milizie reazionarie che lo sostengono sono figlie di tale contesto.
Quale sarà ora il riflesso della sconfitta di Trump all'interno del campo repubblicano? La vecchia guardia repubblicana vorrebbe far leva sulla sconfitta per liberarsi dell'intruso e riconquistare il partito. Di certo non vuole seguire il leader sconfitto nella avventura della contestazione del voto, moltiplicando i rischi di destabilizzazione del sistema. Ma per la stessa ragione, Trump non vuole mollare la presa. Forte di un voto ineguagliato in tutta la storia repubblicana, il Presidente sconfitto rivendica la vittoria, avvia contenziosi legali presso tutte le Corti d'appello degli stati contesi, minaccia il ricorso alla Corte suprema dove spera di poter contare su una maggioranza fedele. Nei fatti, Trump prova a prendere in ostaggio il Partito Repubblicano, anche per salvarsi dai debiti e dalle controversie giudiziarie che lo riguardano.

Anche il campo democratico esce scosso dal voto. Biden ha vinto, ma la maggioranza democratica alla Camera si è assottigliata, mentre al Senato solo la vittoria nelle due elezioni suppletive della Georgia a inizio gennaio potrebbe assicurare ai democratici il pareggio. Biden userà la situazione creatasi in funzione di una politica di collaborazione col settore non trumpiano dei repubblicani; una politica che corrisponde perfettamente al suo curriculum politico e ai suoi legami organici con Wall Street. Non a caso il primo messaggio del nuovo Presidente è stato quello di rassicurare le big corporations sul tema fiscale. Ma una parte consistente dell'elettorato democratico rifiuta la continuità col passato. I milioni di giovani, bianchi, neri, ispanici, che hanno attraversato per mesi le strade d'America, rivendicando la rottura col razzismo, il disarmo della polizia, la fine della precarietà sociale, il rifiuto della dittatura del profitto, non l'hanno fatto per «tornare alla normalità». La normalità è per loro il nemico da battere. Hanno votato in massa contro Trump ma non hanno fiducia in Biden. Il successo elettorale delle candidate “socialiste” nelle liste del Partito Democratico è un riflesso di questa domanda di svolta.


LE ILLUSIONI RIFORMISTE SPIAZZATE DALLA REALTÀ

Lo stato maggiore del Partito Democratico ha già iniziato ad addossare alle candidate “estremiste” la responsabilità della mancata onda blue e la stroncatura di non poche carriere. Ocasio-Cortez, la trentunenne portoricana del Bronx che ha vinto nel proprio collegio con oltre il 70% dei voti, protesta contro questa campagna moderata e rivendica il coinvolgimento della sinistra nel futuro governo. In altri termini, non vuole essere scaricata dopo essere stata usata. Ma il problema non è l'ottenimento o meno di un ministero nel governo di Biden. È che il governo Biden rappresenta organicamente Wall Street, che ha salutato la sua elezione col crepitio della Borsa. È il governo della prima potenza imperialista del mondo. Pensare che quel governo possa realizzare la svolta sociale e democratica che i giovani americani chiedono significa rinnovare l'eterna illusione smentita di tutta la storia degli Stati Uniti.

La verità è che i Socialisti Democratici d'America (DSA), che hanno moltiplicato i propri consensi, sono messi con le spalle al muro ancora una volta dal loro stesso successo. O capitolano al Partito Democratico e al suo governo, dopo aver capitolato alla candidatura di Biden, come già di Clinton, oppure rompono dando vita a un proprio partito indipendente, all'opposizione del governo Biden. Il fatto che Ocasio-Cortez lasci intendere che se non sarà coinvolta nel governo Biden potrebbe lasciare la politica (La Repubblica, 10 novembre) dà la misura di come il gruppo dirigente della sinistra – quello per cui si sbraccia Il Manifesto di casa nostra – non abbia intenzione di rompere coi democratici, perché non vuole rompere col riformismo. E non rompe col riformismo perché non vuole rompere coi democratici. Piuttosto preferisce abbandonare la scena.

Di certo la classe operaia americana non ha bisogno di un ministro a braccetto di Wall Street, né può abbandonare il campo della lotta. Ha invece bisogno più che mai di un proprio partito, fuori e contro il vecchio regime di alternanza tra democratici e repubblicani. Un partito indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici degli Stati Uniti che rompa con la classe capitalista in una prospettiva di rivoluzione.
L'alta percentuale di giovani americani che dichiara di preferire il socialismo al capitalismo non misura la coscienza, ma certo indica una pulsione nuova. Dare una coscienza rivoluzionaria a questo anticapitalismo latente è il compito dei marxisti rivoluzionari negli Stati Uniti. E non solo negli Stati Uniti.

Partito Comunista dei Lavoratori

La pazzia delle elezioni USA 2020

 


Pubblichiamo un'analisi dello scenario USA alla vigilia delle elezioni presidenziali, scritta per il PCL dal nostro compagno Peter Solenberger, militante di Solidarity nel Michigan

L’attenzione politica negli Stati Uniti è concentrata sulle elezioni del 3 novembre. Joe Biden e Kamala Harris batteranno Donald Trump e Mike Pence? Il Partito Democratico manterrà la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti? Conquisterà la maggioranza al Senato? Conseguiranno abbastanza vittorie con i parlamenti statali e i governatori per poter riorganizzare la divisione delle circoscrizioni elettorali?

Mettendola su un piano più inquietante, Trump e i repubblicani accetteranno i risultati delle elezioni? Porteranno le elezioni nei tribunali? Trasformeranno le elezioni presidenziali in una contingent election (1) attraverso la Camera dei Rappresentanti con un voto per ogni stato, in modo da assicurarsi la maggioranza? Organizzeranno manifestazioni dei suprematisti bianchi e porteranno i paramilitari fascisti nelle strade? La polizia si unirà a loro? Cosa farà l’esercito? Ci sarà una guerra civile?

Prima di entrare nella tana del coniglio, esaminiamo le basi di partenza.


COVID-19

Gli Stati Uniti hanno affrontato molto male la pandemia di Covid-19. Otto milioni di persone sono state contagiate. Secondo il conteggio dei casi accertati, più di 220.000 persone sono morte. Sulla base del conteggio dei decessi eccedenti, è più probabile che siano invece 300.000. Questi numeri potrebbero raddoppiare entro il primo anniversario dell’inizio della pandemia. I danni residui ai corpi e al cervello di milioni di sopravvissuti sono sconosciuti.

Le misure sanitarie necessarie per contenere il Covid-19 sono ben note: distanziamento fisico, mascherine, test, tracciamento dei contatti, e sospensione delle attività quando il virus sembra sfuggire al controllo. Questo fino a quando non saranno stati sviluppati vaccini efficaci.

Gli Stati Uniti hanno utilizzato male queste misure. Fin dall’inizio l’amministrazione Trump ha minimizzato la pandemia, e bloccato o sabotato gli sforzi per contenerla. A loro avviso il distanziamento fisico e le mascherine sono per fifoni, non sono necessari test e tracciamento dei contatti, le chiusure sono troppo costose. “Far ricominciare il business”, “riaprire le scuole”, dicono. “Non lasciare che il virus cinese ti domini”.

L’amministrazione Trump ha fallito la risposta al Covid-19. Ma i governi e le amministrazioni di tutti i livelli hanno commesso errori, compresi gli Stati e le città guidati dal Partito Democratico. Pressati dai capitalisti ansiosi di riprendere a fare profitto, da lavoratori disperati per l’assenza di salari, da genitori che vogliono i loro figli a scuola, e dai giovani che vogliono vivere liberamente la loro vita, hanno più volte imposto i lockdown troppo tardi e riaperto troppo presto.

Gli Stati Uniti sono ora alla terza ondata della pandemia, e la fine non è all’orizzonte. Con ogni probabilità questo inverno sarà piuttosto brutto, con la gente bloccata in casa e costretta a lavorare e vivere in condizioni non sicure.

Ciò vale soprattutto per le lavoratrici, che sono ancor più intrappolate in casa, costrette a lavori di cura e lavori di servizio senza un’adeguata protezione. Così come per i lavoratori neri e latini, che a causa della discriminazione, della povertà e del disinteresse del governo tendono ad avere lavori precari con poca protezione, vivono in condizioni di sovraffollamento, senza accesso a un’assistenza sanitaria adeguata e problemi di salute pregressi.

Il fallimento dell’amministrazione Trump nell’affrontare il Covid-19 è una delle ragioni principali per cui lui e i repubblicani sembrano destinati a perdere le elezioni del 3 novembre. Trump si è rivelato incompetente, oltre che bullo e bugiardo.


ABISSO ECONOMICO

L’economia statunitense era diretta verso una recessione già prima dell’arrivo del Covid-19. Con un enorme sovraccapacità in tutto il mondo, gli investimenti erano in stallo, e l'economia proseguiva soltanto attraverso la speculazione. La pandemia ha innescato la recessione e l’ha resa molto peggiore di quanto sarebbe stata altrimenti, ma non l’ha causata.

Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti è diminuito a un tasso annuo del 31,4% nel secondo trimestre del 2020, cioè nel periodo di pieno lockdown dovuto al Covid-19. Era diminuito a un tasso annuo del 5% nel primo trimestre, periodo solo parzialmente interessato dalla chiusura. Sempre nel secondo trimestre, gli investimenti interni lordi sono diminuiti a un tasso annuo del 46,6%.

Si tratta di diminuzioni della stessa entità di quelle della Grande depressione, sebbene non esistano statistiche trimestrali degli anni ‘30, in quanto negli Stati Uniti sono state raccolte statistiche comparabili solo a partire dal 1947. Il calo più netto registrato in precedenza è stato durante la Grande recessione del 2008, l’8,4% nel quarto trimestre del 2008.

Il tasso di disoccupazione ufficiale ha raggiunto l’apice nel maggio 2020, al 13,3%. A settembre è sceso al 7,9%, al di sotto del picco di maggio ma ben al di sopra del 3,3% dell’anno precedente. La cifra è tuttavia piuttosto fuorviante. Ai 12,6 milioni di disoccupati ufficiali andrebbero aggiunti 6,3 milioni che lavorano involontariamente part-time e 7,2 milioni che vorrebbero lavorare ma sono classificati come fuori dalla forza lavoro perché non stanno attivamente cercando lavoro.

Anche queste cifre, tuttavia, sottostimano l’effetto Covid-19, poiché non includono i lavoratori costretti a smettere di lavorare per proteggere la propria salute o quella degli altri, o perché hanno rinunciato alla possibilità trovare un lavoro adeguato e sicuro.

Come sempre, la disoccupazione varia in base al sesso, all’etnia e all’età. A settembre il tasso per gli uomini adulti era del 7,4%, per le donne adulte 7,7%, per i bianchi 7,0%, per i neri 12,1%, per gli ispanici 10,3%, per gli asiatici 8,9% e per i ragazzi 15,9%. Queste cifre sottovalutano le differenze, dal momento che donne, persone di colore e giovani, sono coloro che più sono stati spinti a lavori part-time o alla disoccupazione.

Il prossimo futuro appare cupo, dal momento che l’ondata autunnale e invernale dei contagi annullerà gran parte del terreno recuperato dalla produzione e dall’occupazione a partire dalla primavera. Anche le prospettive a medio termine sembrano deprimenti, poiché la sovraccapacità produttiva richiederà mesi o anni per essere recuperata.

Il CARES Act e altre misure bipartisan approvate a marzo e aprile hanno alleviato la sofferenza economica per la maggior parte dei capitalisti e molti lavoratori, stanziando tre trilioni di dollari di assistenza a fronte della pandemia. Da allora il governo federale è stato paralizzato dallo stallo dovuto allo scontro fra presidenza e Parlamento.

Con le elezioni di novembre dovrebbero arrivare altri aiuti in finanziamenti, qualsiasi partito vincesse. Se i democratici stravinceranno le elezioni, come suggeriscono i sondaggi, sarebbero riservati più soldi ai lavoratori e ai governi statali rispetto a un’eventuale vittoria dei repubblicani. Ma i settori più conservatori del Partito Democratico non mancheranno di sostenere che il deficit federale di tre trilioni di dollari è insostenibile e richiederà austerità, come dissero nel 2009.

L’uscita dall’abisso economico sarà probabilmente lunga e dolorosa, e lascerà un’economia molto cambiata. Molte piccole imprese falliranno, così come le imprese più grandi i cui modelli sono stati sostituiti, come i negozi dei centri commerciali. Ristoranti e bar riapriranno dopo la fine della pandemia, ma forse non saranno gli stessi. I monopoli aumenteranno, guidati da Big Tech.

La disuguaglianza si sta aggravando. La pandemia ha mostrato chiaramente cosa è essenziale e cosa non lo è, chi è essenziale e chi non lo è. Ma i parassiti al vertice della società usciranno dalla crisi più ricchi che mai. I lavoratori che svolgono lavori essenziali saranno più poveri e più vulnerabili che mai.

E la differenza continuerà per le generazioni future, dal momento che i ricchi trovano modi per garantire l’istruzione dei propri figli durante la pandemia, mentre gli studenti della classe lavoratrice vengono espulsi dalle scuole a tutti i livelli e non riescono a trovare alternative online adeguate.

Il futuro appare cupo, e lo sarà fintantoché non interverrà la classe lavoratrice.


PROBLEMI E NON-PROBLEMI ELETTORALI

All’inizio dell’anno le campagne per le primarie di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren hanno proposto misure da New Deal come alternativa al neoliberismo della leadership del Partito Democratico. In linea con i tempi, hanno proposto anche misure per rendere la polizia più responsabile, ridurre l’incarcerazione di massa, fermare le espulsioni degli stranieri, offrire agli immigrati un percorso verso la cittadinanza, garantire il diritto all’aborto, evitare l’abolizione dei matrimoni omosessuali, riconoscere le persone transessuali, proteggere l’ambiente.

Il successo delle campagne di Sanders e Warren ha mostrato che la maggioranza dei sostenitori del Partito Democratico è d’accordo con queste misure, e ciò ha costretto tutti i candidati democratici alla presidenza, compreso Joe Biden, a spostarsi a sinistra.

Alle primarie Sanders ha ottenuto alcune vittorie iniziali, a febbraio, ma poi la leadership del partito si è organizzata unitariamente contro di lui. Hanno persuaso tutti i candidati tranne Sanders e Warren a ritirarsi e hanno convinto la base del partito che la loro scelta sarebbe stata fra Biden o Trump. Così a marzo il vento è cambiato. Con Biden chiaramente diretto alla vittoria, Sanders ha sospeso la sua corsa e ha dichiarato il suo appoggio a Biden. Warren ha fatto lo stesso.

Con le elezioni presidenziali efficacemente ridotte a Biden contro Trump, Biden è tornato alle politiche di Bill Clinton e Barack Obama, candidandosi come Signor Bravo Ragazzo, il Non-Trump.

Tra i due candidati, tuttavia, ci sono differenze. Biden affronterebbe il Covid-19 con un più coerente impegno sanitario. Sosterrebbe l’HEROES Act, misura da tre trilioni di dollari approvata dalla Camera dei Rappresentanti per aiutare le imprese, i lavoratori e i governi statali e locali. Annullerebbe i tagli fiscali voluti da Trump per i ricchi.

Annullerebbe gli ordini esecutivi di Trump atti a terrorizzare i lavoratori immigrati con raid, espulsioni e separazioni familiari. Metterebbe fine al tentativo dell’attuale amministrazione di erodere i diritti all’aborto e i diritti delle persone trans. Ripristinerebbe gli ordini esecutivi di Obama per ridurre le emissioni di gas serra e per proteggere la salute e la sicurezza dei consumatori.

Soprattutto, non inciterebbe i bianchi contro le persone di colore e gli immigrati. Non chiederebbe alla polizia di usare la violenza per «dominare» i manifestanti. Non istigherebbe i paramilitari razzisti ad assumere il ruolo del Ku Klux Klan nella repressione dei neri, dei latini e dei nativi.

Queste sono differenze importanti, ma sui fondamenti del capitalismo neoliberista e dell’imperialismo Biden e Trump sono d’accordo. Fanno parte del sistema bipartitico, che garantisce che il governo non faccia nulla che la classe dominante possa disapprovare. Qualunque sia il partito che governa – Repubblicani o Democratici – il militarismo, la guerra, la disuguaglianza, il razzismo, la misoginia e la distruzione ambientale continuano.


NELLA TANA DEL BIANCONIGLIO

In Rage [Rabbia], il suo libro del settembre 2020 sull’amministrazione Trump, Bob Woodward scrive che il genero e consigliere senior di Trump Jared Kushner ha raccomandato Alice nel Paese delle Meraviglie come guida per comprendere la presidenza Trump. Kushner ha fatto riferimento a Gatto del Cheshire. Ecco un frammento del primo dialogo tra Alice e il Gatto:

“Che razza di gente abita qui attorno?”
“Da quella parte”, disse il Gatto agitando la zampa destra, “abita un Cappellaio, e da quella”, e agitò la zampa sinistra, abita una Lepre Marzolina. Vai pure a far visita a chi vuoi; sono matti tutti e due.
“Ma io non voglio andare tra i matti”, osservò Alice.
“Oh, non ne puoi fare a meno”, disse il Gatto: “Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.”
“Come fai a sapere che io sono matta?”, disse Alice.
“Lo devi essere per forza”, rispose il Gatto, “altrimenti non saresti venuta qui”.


Evidentemente Kushner pensava di star dicendo qualcosa di profondo e lusinghiero su suo suocero, ma non è ben chiaro a cosa si riferisse.

In questo caso un personaggio più appropriato di Alice nel Paese delle Meraviglie è la Regina di Cuori, che fa richieste assurde e continuamente diverse, gridando “Tagliategli la testa!” quando i suoi desideri non vengono esauditi. Proprio come la battuta finale di Trump nel suo programma televisivo The Apprentice, “Sei licenziato”.

Come conduttore televisivo, Trump era insopportabile e offensivo, ma non pericoloso. Come presidente degli Stati Uniti è una minaccia. Non è riuscito a ottenere molto dal punto di vista delle leggi, ma ha emesso ordini esecutivi molto dannosi e ha incitato al razzismo, alla xenofobia e alla misoginia. Gli Stati Uniti sono un posto molto peggiore di quanto non fossero prima che lui entrasse in scena.

La follia non abita solo dalla parte dei repubblicani. La sinistra del Partito Democratico ha iniziato l’anno facendo campagna per le politiche e candidati “New Deal”, e ora lo stanno finendo sostenendo un candidato padronale che continuerà le politiche delle amministrazioni Clinton e Obama.

La follia e il genio del sistema politico americano sono convincere i lavoratori e la sinistra a sostenere ciò che non vogliono per evitare qualcosa di peggio. Da qui la spirale discendente dal democratico cattivo al repubblicano peggiore. Questa è la vera follia.


NON PERDERE LA TESTA

La discussione mediatica su Alice nel Paese delle Meraviglie mi ha ricordato “White Rabbit”, una canzone scritta e cantata da Grace Slick dall’album Surrealistic Pillow del 1967, dei Jefferson Airplane, gruppo rock psichedelico. La canzone era un inno degli anticonformisti radicali negli Stati Uniti e altrove.
Le parole iniziali sono:

One pill makes you larger
And one pill makes you small,
And the ones that mother gives you
Don’t do anything at all
. (2)

Continua in un eccitante crescendo e finisce con le parole:

When logic and proportion
Have fallen sloppy dead,
And the White Knight is talking backwards
And the Red Queen’s “off with her head!”
Remember what the dormouse said:
“Feed your head. Feed your head.
” (3)

Quando ho sentito la canzone per la prima volta, ho pensato che l’ultima riga dicesse: «Keep your head, keep your head» [«non perdere la testa, non perdere la testa»]. Non mi sono reso conto del mio errore finché non ho cercato il testo della canzone per scrivere questo articolo. Mi atterrò quindi alla raccomandazione “Non perdere la testa”. Se sei nella tana del coniglio con Alice, se stai diventando matto, o se stai osservando le elezioni americane del 2020, non perdere la testa.

A sinistra del Partito Democratico, i socialdemocratici e gli eredi dello stalinismo hanno iniziato l’anno elettorale sostenendo Bernie Sanders e lo hanno concluso sostenendo Joe Biden. Non c’è da sorprendersi.

Ciò che colpisce è che molti comunisti e rivoluzionari hanno fatto lo stesso, nonostante le loro opinioni di sempre secondo cui la classe operaia dovrebbe mantenere la sua indipendenza politica e i comunisti non dovrebbero sostenere i democratici. Hanno sostenuto Sanders perché la sua politica del New Deal sembrava una scorciatoia per costruire un partito socialista di massa. Ora sostengono Biden e Harris perché pensano che sia necessario per fermare Trump.

I comunisti rivoluzionari che hanno continuato ad affermare l’indipendenza politica della classe operaia, anche dentro la follia delle elezioni statunitensi del 2020, hanno preso una strada diversa.

1) Rifiuto di sostenere i democratici, sia in versione New Deal sia in versione padronale, perché questa è una trappola nella quale i sindacati e i movimenti cadono ogni volta da più di un secolo. Il sistema bipartitico funziona alternando i mali e spacciandoli per democrazia.

2) Sostenere il voto per Howie Hawkins e Angela Walker, candidati per il Partito Verde. Hawkins e Walker sono comunisti rivoluzionari, candidati di un partito che, negli Stati Uniti, si definisce anticapitalista ed ecosocialista. Il voto per loro è un voto di protesta contro il duopolio capitalista e per un futuro socialista.

3) Se Trump e i repubblicani perdono le elezioni e tentano di annullare i risultati, unirsi per resistere. Con i sindacati, Black Lives Matter, le organizzazioni femminili, ambientali, democratici, repubblicani e chiunque altro voglia difendere la democrazia borghese dall’usurpazione autoritaria.

4) Organizzarsi per realizzare le richieste dei lavoratori e degli oppressi: lavoro, salari, alloggi, assistenza sanitaria, istruzione, uguaglianza, democrazia; e per proteggere l’ambiente dalla devastazione capitalista. Ricostruire i sindacati e i movimenti sociali. Rifiuto di subordinare la classe operaia alle esigenze del capitale.

5) Lottare per l’indipendenza politica della classe operaia. Il sistema bipartitico ha funzionato molto bene quest’anno per incanalare i lavoratori e la sinistra nel sostegno a un candidato delle multinazionali. La classe lavoratrice ha bisogno del proprio partito. Nessun "diamogli una possibilità" per Biden e Harris. Nessuna subordinazione al Partito Democratico.

6) Opposizione all’imperialismo, per l’internazionalismo. No alle spese militari. No alle guerre e agli interventi imperialisti, in qualsiasi modo esse siano giustificate. Anche in un paese potente come gli Stati Uniti, la classe operaia non può liberarsi a livello nazionale. Per riuscire a vincere, il movimento operaio deve agire a livello internazionale.

Non perdendo la testa possiamo aiutare la classe lavoratrice e la sinistra a non perdere la loro.






(1) la contingent election è un meccanismo previsto dalla Costituzione statunitense che permette l'elezione del Presidente da parte dei membri Camera dei Rappresentanti, nel caso nessun candidato abbia conseguito una maggioranza dei mandati dei singoli Stati.
(2) «Una pillola ti fa diventare più alta / e una pillola ti rimpicciolisce / e quelle che ti dà tua madre / non hanno proprio nessun effetto.»
(3) «Quando la logica e la proporzione / sono cadute a terra morte / e il Cavaliere Bianco parla al contrario / e la Regina di Cuori dice “tagliatele la testa!” / ricorda quello che ha detto il ghiro: / “Alimenta la tua mente, alimenta la tua mente”»

Peter Solenberger