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Liguria, i lavoratori irrompono nella campagna elettorale

 


Nella mattinata di oggi, i lavoratori del bar ristorante Moody di Genova hanno fatto irruzione a Palazzo Ducale all'inizio del confronto promosso dal quotidiano Il Secolo XIX tra i candidati presidenti della Regione, sfidando pubblicamente i candidati a prendere posizione sulla loro vicenda.


La nuova proprietà del locale, subentrata alla Qui! Group (società che ha seminato negli ultimi anni una lunga scia di disastri a catena, non solo a Genova, con licenziamenti e chiusure, a seguito del suo fallimento), ha deciso di chiudere definitivamente il bar ristorante senza nemmeno un'ombra di investimento, mettendo lavoratori e lavoratrici davanti alla scelta fra il licenziamento puro e semplice o il trasferimento in altre regioni.

Il sindaco Bucci, ora candidato della destra alla successione a Toti, ha avuto come unica preoccupazione quella di spegnere la contestazione con la promessa di un incontro martedì prossimo (guardacaso, a elezioni archiviate). Orlando, candidato di PD e alleati, ha auspicato un tavolo di confronto tra i padroni di Moody e i sindacati.
Nell'un caso come nell'altro, raccomandazioni a futura memoria, senza alcuna conseguenza concreta e immediata per i lavoratori, secondo un minuetto già sperimentato con la chiusura della Rinascente anni fa. Promesse rinnovate a ogni occasione utile (magari sotto elezioni, appunto) che non deviano di un millimetro il corso degli eventi. "Tavoli di confronto" annunciati per anni, e licenziamenti che procedevano intatti.

Anche Marco Ferrando, candidato per il PCL, ha discusso con i lavoratori durante la loro azione di protesta, confrontandosi con le loro proposte e tentando di contrastare le promesse a buon mercato degli altri candidati. Durante il confronto con i lavoratori, Ferrando è stato l'unico a rivendicare il blocco dei licenziamenti, e in caso contrario, la requisizione della proprietà, a difesa incondizionata del lavoro.

Accettare l'ipotesi dell'utilizzo degli ammortizzatori sociali (che comunque la nuova proprietà ha già dichiarato di non voler attivare), come chiesto fin da subito dal segretario della FILCAMS-CGIL Genova, significa accettare in partenza l'ipotesi della chiusura, e quindi di conseguenza l'inevitabilità dei licenziamenti. È una logica della sconfitta, che non può e non deve trovare spazio. Occorre invece dare ai lavoratori e alle lavoratrici una prospettiva di vittoria contro l'arroganza padronale, che raccolga la loro volontà di mobilitazione e la faccia valere per una lotta che miri in primo luogo, senza cedimenti, alla salvaguardia del loro lavoro e dei loro diritti.

Il sostegno alla lotta e all'organizzazione dei lavoratori (di Moody e non solo), per un'alternativa di potere e di società, è la ragione della presenza del Partito Comunista dei Lavoratori alle elezioni, in Liguria e altrove.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per una lotta classista e anticapitalista contro tutte le politiche securitarie e repressive

Decreto Minniti-Orlando sull'immigrazione e decreto Orlando sulla sicurezza urbana. La repressione di sfruttati, migranti, poveri e senza tetto si fa sempre più totalitaria e capillare.

10 Maggio 2017
Siamo nel momento in cui la “sicurezza”, l' “ordine”, la “pulizia”, il “decoro” sono le parole d'ordine dominanti, la copertura ideologia populistica e ideale per la stretta repressiva contro tutti coloro che hanno subito e subiscono gli effetti della crisi economica e delle politiche di aggressione ai servizi pubblici e sociali, alle condizioni di lavoro, ai diritti sindacali, alle condizioni di vita della grande massa di salariati e disoccupati, studenti e immigrati, donne e discriminati.

In questo senso intervengono i due decreti dei magnifici esponenti del Governo Gentiloni, il governo della continuità, mascherata da transizione, delle politiche del Partito Democratico, di Renzi, della Confindustria e in generale degli interessi padronali italiani ed europei. Un compendio di capillarizzazione del controllo sociale e della repressione, anche preventiva; della criminalizzazione della povertà, della marginalità, della difficoltà economica e sociale; della ghettizzazione di questi elementi e della loro espulsione dalle zone della città messe a profitto e mercificate per un turismo del consumo; della criminalizzazione e repressione preventiva di tutte le forme di protesta, dissenso o lotta con l'utilizzo di DASPO urbani e poteri extra conferiti finanche a sindaci sceriffi dell'ordine, della pulizia e della sicurezza; della condanna a tutti i migranti di ulteriori ricatti, di condizioni di reclusione concentrazionarie, di espulsioni facilitate e arbitrarie, di legittimazione di forme di schiavismo e lavoro gratuito, di messa a profitto del business dell' “accoglienza”.

Insomma, essere sfruttati, poveri, emarginati corrisponde sempre più ad essere soggetti sgraditi di una società che deve essere vetrina lucida e scintillante della merce più vendibile e profittevole, ma elementi necessari su cui garantirsi il meccanismo dello sfruttamento, della precarietà, del controllo sociale e del ricatto occupazionale.



LE MISURE SULLA “SICUREZZA URBANA”



Su queste, il ministro Orlando si è dato alla pazza gioia. Il ministro della Giustizia che rappresenta la continuità totale con l'era Renzi, ha dato dimostrazione di saper divenire il perfetto traduttore delle istanze liberiste nella gestione della geografia umana per garantire la messa a valore di città vetrine e vettori di un consumo omologante e che nasconde sotto il tappeto, o dietro l'armadio, il suo prodotto principale: povertà, senzatetto, precarietà, assenza di servizi pubblici e sociali, proteste, contestazioni. Così per garantire decoro e pulizia, mentre si privatizzano i servizi pubblici, licenziando, tagliando, non fornendo un servizio dignitoso nelle zone periferiche, popolari, non messe a valore e in vetrine, si prendono una serie di provvedimenti che un po' trasformano i sindaci in sceriffi, un po' rendono i Prefetti dei plenipotenziari dell'ordine pubblico e della repressione, un po' rendono orwelliano il controllo tecnologico sociale. Invece che affrontare il fatto che esiste la povertà, invece che affrontare il fatto che i servizi sociali sono costantemente tagliati, invece che affrontare il fatto che le case popolari vengono svendute o lasciate al degrado e non si assegnano alloggi popolari, invece che affrontare il fatto che ci siano centinaia di migliaia di sfratti ogni anno, invece che affrontare la disoccupazione e la creazione di sacche di popolazione senza diritti perchè troppo povere o immigrate, invece che affrontare l'abbandono alla speculazione di tutta la città si fa altro.



Con i “Patti per la sicurezza urbana” si definiscono


  • aree della città particolarmente importanti in cui non possono esserci elementi che disturbino il decoro: poveri, mendicanti, ambulanti, abusivi, proteste, contestazioni, picchetti, bivacchi etc

  • la possibilità di costruire reti di controllo sociale, attraverso l'installazione di sistemi di videosorveglianza privati con tanto di sconti fiscali per chi collabora. Così se rubi una mela puoi essere arrestato fino a 48 ore dopo. E per ovviare al taglio dei servizi di igiene ambientale e pulizia si “inventano” reti di volontariato, in cui magari infilare migranti ricattati dal sistema di accoglienza attuale. Meno salariati per quel lavoro e più volontari a titolo gratuito, magari ricattabili e che sperano di trovare un lavoro.

  • poteri ai sindaci per imporre ordinanze restrittive e preventive per fermare tutti i fenomeni sociali annessi alle condizioni imposte da questo sistema, mescolando criminalità e spaccio, a fenomeni sociali come, l'abusivismo degli ultimi, l'accattonaggio, l'abuso di alcool, la prostituzione coatta o pratiche politiche come le occupazioni di spazi pubblici e abitative. Non avendo alcun potere sulle politiche sociali (perchè tanto si applicano le solite direttive di tagli, privatizzazioni, vendite di immobili, aiuti fiscali e regolatori per speculazioni), possono però imporre ad un senzatetto di non avvicinarsi mai più ad una determinata panchina, e a un mendicante ad un determinato ingresso di museo. Anzi, addirittura potranno permettersi di fare multe in caso di picchetti, occupazioni di binari, cortei, manifestazioni e, oltre a questo, intervenire con dei DASPO localizzati.

  • I Prefetti divengono i grandi decisori degli sgomberi di occupazioni abitative singole e collettive. Le uniche cose di cui devono assicurarsi sono ovviamente i diritti del proprietario dell'immobile, la sicurezza e l'ordine pubblico. Se poi gli sgomberati non hanno soluzioni alternative, adeguate al loro reddito e alle loro condizioni economiche, nel caso anche con alloggi popolari o a canone sociale, di ciò non ci si fa minimo problema. Al massimo occuperanno altrove o rimarranno nelle loro auto a dormire. Non è un affare di Stato, o di Comune...sono fatti loro. L'importante è che la proprietà, che magari manteneva l'alloggio vuoto o abbandonato perchè “il mercato non tira”, possa ritornare ad avere sotto controllo il proprio patrimonio, sia esso pubblico o privato.

  • La diffusione sempre più capillare della videosorveglianza ad alta tecnologia tramite investimenti specifici e sgravi fiscali per i privati che installano questi sistemi, rendendo sempre più facile l'arresto sino a entro 48 ore in base alla valutazione dei video, il tutto dentro la logica del "per la tua sicurezza: denuncia il tuo vicino".

  • Se un povero morto di fame, magari immigrato, osa fare il parcheggiatore abusivo deve essere seriamente punito, e questo argomento merita una voce particolare, proprio perchè emblema del pericolo in cui incorriamo tutti giorni come lavoratori e cittadini nelle nostre città. Per cui se per guadagnare qualche euro si fa il “parcheggiatore abusivo” si rischia una bella multa da 1000 a 3500 euro! Il concetto è: non puoi trovare lavoro perchè non ti faccio avere i documenti, oppure non trovi lavoro perchè non assume quasi nessuno, ti metti a arrangiarti facendo sicuramente un lavoro poco utile e produttivo per tirare su quattro euro, quale modo migliore per affrontare la tua situazione se non quella di condannarti ad una multa che difficilmente potrai pagare senza grandi conseguenze.




LE MISURE PER IL “CONTRASTO DELL'IMMIGRAZIONE IRREGOLARE”



Bisogna fare poco sforzo logico per comprendere, già nel titolo, tutta la faziosità che ha saputo esprimere la centrifuga di menti brillanti come quella del tandem Minniti-Orlando. Al figuro del decreto precedente si aggiunge qui la “svolta a sinistra” nel Ministero dell'Interno del Governo Gentiloni: l'ex membro del PCI Marco Minniti. In perfetta continuità con la sua specializzazione in servizi segreti, sicurezza e intelligence si butta in un'operazione per rafforzare la sicurezza degli italiani dalla minaccia dell'invasione di masse di poveri, sfruttati e fuggitivi dell'Africa Nera, del Medio Oriente macellato e, quindi, di tutta una serie di potenziali terroristi e islamisti, criminali e spacciatori, stupratori e sporcaccioni. Dopo l'aumento dei CIE, i centri di concentramento per immigrati, dove uomini e donne senza diritti vengono abbandonati a fame, condizioni igeniche devastanti e maltrattamenti, e dopo il raddoppio delle espulsioni; dopo l'accordo, coperto di sangue di migranti e fiumi di capitali, con uno dei governi libici, quello riconosciuto dall'establishment internazionale di al-Sarraj, che ha sancito la condivisione di interessi nel mantenere uno status di corruzione, affari e poteri nel business della merce umana dei migranti; ora arriva questo nuovo decreto.

Obiettivo: tutti coloro che non sono riconosciuti come soggetti che abbiano diritto a status di rifugiato o di protezione internazionale (molto pochi e con tempistiche infinite e sempre maggiori difficoltà, e soprattutto costretti per questo a rimanere in Italia anche qualora volessero solo transitare) divengono irregolari, quindi da espellere perchè minaccia per la sicurezza, l'ordine, il benessere, il decoro. Per cui l'immigrato economico, la donna che sfugge da situazioni di violenza, clandestini perchè diversamente non potevano arrivare, il rifugiato non riconosciuto come tale, il ricattato e povero immigrato senza contratto in regola etc, sono tutti soggetti senza diritti, senza servizi, senza assistenza che possono al massimo lavorare in nero sotto costante ricatto,sfruttati senza alcun diritto e ghettizzati o divenire manovalanza della criminalità organizzata. Il tutto potenziando la macchina delle espulsioni e l'universo concentrazionario disumano che, si assicura, sarà distante dai luoghi abitati, vicino agli aeroporti, per non turbare troppo le coscienze e non costringere la massa a occuparsene e agli internati di poter nel caso tentare di denunciare particolari condizioni di disagio con delle proteste. Il tutto rientra perfettamente nel paradigma del signor Minniti lanciato già a fine anno passato: i migranti sono “non più solo un problema di ordine pubblico, ma una questione su cui si gioca la tenuta del tessuto democratico del Paese".

Già. Perchè i flussi di circa 500.000 migranti all'anno causati dal sistema economico e sociale predatorio del capitale nel Mondo, a beneficio delle borghesie nazionali e internazionali, mettono in mostra l'effetto che fa il capitalismo: guerre e guerre civili, miseria, fame, distruzione di tessuti sociali, schiavismo, depredamento di risorse naturali per il profitto di multinazionali, tratta di esseri umani come merce di bassissimo valore (tanto che possono morirne a migliaia in mare ogni mese ed essere considerati marginali e rapidamente dimenticati danni collaterali, se fossero barili di petrolio sarebbe considerata una catastrofe). Ma i flussi al tempo stesso servono alle borghesie nazionali, perchè creano allarme nel meccanismo della competizione, per quel poco lavoro senza diritti, che viene richiesto per garantirsi l'erosione dei salari di tutti. Creare eserciti di disoccupati, lavoratori potenzialmente ricattabili da accettare di svolgere lavori gratuiti, a cottimo, sotto caporalato, in nero, con orari stressanti e turni massacranti è lo strumento migliore per dividere i lavoratori, evitandoche ritrovino nella lotta per pretendere migliori condizioni la via per colpire il reale nemico, chi le proprie condizioni le ha sempre mantenute o migliorate, anche grazie ai meccanismi della crisi economica, così come con le guerre e le devastazioni.



Così il decreto prevede:


  • l'istituzione di 20 “Centri di permanenza per il rimpatrio” con cui sostituire nel nome ma non nell'essere i “Centri di Identificazione e Espulsione”. Un più capillare servizio concentrazionario in cui infilare individui senza alcun diritto, privati di assistenza medica e sanitaria, in sovraffollamento, senza servizi igienici adeguati, con poco cibo e al freddo. Come già detto, distanti da centri abitati e in prossimità di aeroporti, per facilitare il carico/scarico della merce umana;

  • Abolizione del secondo grado per i richiedenti asilo, impedendo così il ricorso al primo giudizio del tribunale in caso di rifiuto della protezione internazionale, il migrante non avrà gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadino di fronte alla magistratura e alle forze dell'ordine;

  • Abolizione dell'udienza, così il migrante oltre ad avere un grado in meno, può vedere giudicata la propria espulsione o la presa in carico della richiesta di asilo o protezione internazionale senza neppure il “rito sommario di cognizione”, ossia senza neppure un contraddittorio e un confronto con il giudice, che potrà semplicemente guardarsi una bella videoregistrazione del richiedente. Almeno si può star tranquilli che non si farà prendere da sentimenti umani inutili, sarà come in un talk show: guarda il video, pigia il tasto rosso o il tasto verde, metti il like a chi ha rischiato la vita per una traversata di fortuna dove migliaia di suoi connazionali, e magari familiari, sono morti nelle onde.

  • Si istituisce sostanzialmente una procedura ed un tribunale speciale per la gestione dei migranti e dei profughi, in cui i diritti dei “giudicati” sono inferiori a quelli della comune gestione liberale e borghese, già quella sufficientemente repressiva con gli sfruttati e clemente con gli sfruttatori.

  • Lavoro schiavistico in cambio di accoglienza. E questo è sicuramente un elemento centrale del decreto. Istituisce e formalizza che il sistema di accoglienza, essendo puramente un sistema di mantenimento in uno status di dipendenza dalle cooperative, dai privati e dal sistema generale dell'attuale accoglienza prefettizia, diviene la giustificazione per ottenere dai CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e dal sistema SPRAR masse di lavoratori senza retribuzione, chiamati “volontari”.

  • La trasformazione degli operatori del sociale, spesso “volontari” o lavoratori sottopagati su cui ricade la gestione relazionale di tutte le politiche di abbandono e di diserzione di una reale integrazione, in pubblici ufficiali, “controllori sociali”, come dichiarato dall'Assemblea autoconvocata di alcune centinaia di operatori sociali che vogliono opporsi al Decreto Minniti-Orlando praticando una forma di “obiezione di coscienza”.




COME RISPONDERE A TUTTO CIO'?



La risposta, secondo noi del Partito Comunista dei Lavoratori non può che essere classista e dalla parte degli sfruttati. Tanto più adesso che decreti come questi pongono chiaramente in campo gli interessi di padroni e speculatori contro gli interessi degli oppressi. La divisione tra lavoratori comunitari ed extra-comunitari, la divisione tra lavoratori italiani e non italiani, tra lavoratori del sud e del nord, e così via, sono solo divisioni funzionali a chi i lavoratori e i disoccupati li sfrutta e li rende la base dei propri profitti. La risposta non può limitarsi al solo rifiuto di questi decreti, ma deve porsi nella prospettiva di indicare soluzioni alternative, con la consapevolezza che possono essere solo contro il sistema che si fonda su questi meccanismi. Solo una risposta che possa porre la prospettiva dell'unità di tutti gli sfruttati, italiani e stranieri, immigrati regolari e non, può essere una risposta che sappia contrapporsi con forza ad una tendenza internazionale e non solo italiana.

Per questo rivendichiamo la lotta contro questo sistema di accoglienza e la necessità di unire italiani ed immigrati in un programma classista e rivoluzionario:


  • Lotta per un salario dignitoso per tutti, per i pieni diritti sindacali a tutti gli immigrati regolari e non, per un posto di lavoro stabile e contro il precariato, il caporalato, il lavoro nero e quello gratuito, anche quando mascherato da “lavoro volontario”. Lotta inserita entro la logica generale del lavorare meno ma lavorare tutti, a parità di salario.

  • Contro il sistema di accoglienza fondato sull'appalto a privati, che nei fatti viene gestito per mantenere i richiedenti asilo in uno stato di dipendenza e necessità, senza la reale fornitura dei servizi che gli spettano (avviamento al lavoro, corsi di lingua, formazione e orientamento, assistenza medica e sociale, mediazione sulle procedure di accesso a permessi di soggiorno e status di rifugiati). Per un sistema di accoglienza statalizzato, sotto controllo dei lavoratori e dei migranti accolti

  • Lotta per velocizzare e snellire le procedure per la richiesta del permesso di soggiorno e per l'accesso alla carta di soggiorno, contro i ricatti delle forze dell'ordine e delle amministrazioni che ne gestiscono le domande, contro gli abusi e le estorsioni nei confronti dei migranti; Per la cancellazione del reato di clandestinità, perchè non può esser reato una condizione sociale.

  • Lotta per lo Ius soli e per un procedimento di formazione e accesso alla cittadinanza a tutti gli immigrati che ne fanno richiesta;

  • Lotta per la chiusura di tutti i CIE e CPR esistenti e in programma, contro ogni sistema concentrazionario che crei campi di internamento in cui privare di qualsiasi diritto i reclusi;

  • Lotta per l'autorganizzazione dei migranti e per l'unione di questi con i lavoratori del settore dell'accoglienza e del sociale, e di tutti e due con tutti i lavoratori italiani, e non, in lotta per il proprio posto di lavoro, per il proprio salario e per i propri diritti

  • Lotta per l'apertura di canali umanitari protetti e garantiti attraverso il controllo popolare per evitare le traversate che producono migliaia di morti ogni anno. Oltre 5.000 nel 2016, anche grazie agli accordi bilaterali che sono garanzia di flussi di euro per governi amici per mantenere il tutto così come è, al massimo con qualche truffa e trappola, che possono costare la vita e la libertà a migliaia di migranti tra corruzioni, giochi di potere, accordi tra milizie, clan, politici, etc.

  • Lotta per dei servizi pubblici universali, statali, gratuiti e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici, per garantire accesso all'assistenza sanitaria, all'istruzione, al trasporto e alla casa a tutti i lavoratori, i precari e i disoccupati, indistintamente dal sesso, genere, nazionalità, etnia, religione etc

  • Lotta per la costruzione di comitati di quartiere fondati sull'antirazzismo, sulla solidarietà, sulla lotta per il salario indiretto e per il sostegno delle lotte dei lavoratori della città, per una gestione dal basso dei quartieri e delle città, contro ogni politica securitaria, repressiva e fondata su un sistema di controllo orwelliano dei comportamenti e delle condizioni di vita;

  • Per un decoro urbano che significhi pieni servizi e accesso al necessario per tutti e tutte, per una lotta alla povertà, alla marginalità, alla precarietà che si traduca in una lotta per migliori condizioni per tutti e non nell'espulsione di chi è vittima di questo sistema in zone periferiche o in ghetti. Per città a misura d'uomo, gestite dai lavoratori, dagli sfruttati per i lavoratori e gli sfruttati.

  • Per una lotta antirazzista che individui e affronti le organizzazioni politiche che si fanno portatrici di messaggi di divisione nazionale, di minaccia di invasione, di politiche securitarie reazionarie e contro gli sfruttati, nelle più svariate ed edulcorate forme: partendo dalle organizzazioni neofasciste e neonaziste (ForzaNuova, CasaPound, FronteVenetoSkinHead, Lealtà e Azione etc...) a vari partiti politici della destra post-MSI (Alternativa Tricolore, La Destra ), alle forze politiche della destra liberista e liberale (Forza Italia, Fratelli d'Italia, NCD etc) passando per i populisti razzisti e neo-nazionalisti della Lega Nord e i populisti reazionari del Movimento 5 Stelle. Con l'aggiunta a pieno titolo di tutte le forze dei passati governi di centrosinistra, fin dalle leggi Turco-Napolitano, per arrivare all'attuale svolta totalitario-securitaria del PD Renziano.

  • Contro tutte le politiche securitarie interne e contro i migranti, europee e nazionali. Contro tutte le politiche di guerra, imperialistiche e predatorie. Per un vero internazionalismo dei lavoratori uniti contro i padroni e gli sfruttatori, le banche e i loro governi in tutto il Mondo!

  • Per l'unica prospettiva che possa realmente abbattere i confini e, con essi, le divisioni in seno alla classe lavoratrice e a tutti gli sfruttati e gli oppressi: Il Governo dei Lavoratori e delle Lavoratrici, fondato sugli organi di autogoverno dei lavoratori e degli oppressi, in Italia come in tutto il Mondo. Solo la prospettiva della presa del potere della classe lavoratrice può garantire un sistema socio-economico e politico tale in cui siano inutili le divisioni nazionali, le guerre tra borghesie (combattute dai proletari) per spartirsi fette di pianeta, il saccheggio delle risorse da parte delle classi padronali, la guerra tra poveri per le poche briciole concesse, al prezzo del lavoro, del sudore e del sangue per garantire il banchetto.
Partito Comunista dei Lavoratori

La crisi politica italiana

Tra incognite di prospettiva e contraddizioni del blocco dominante

 L'intera situazione politica è segnata dall'onda lunga del 4 dicembre.
Scissione del PD, indebolimento del renzismo, stabilizzazione relativa del governo Gentiloni, lavori di ricomposizione a sinistra e nel centrodestra, rilancio del M5S, stanno tutti per ragioni dirette o indirette, e in relazione intrecciata, all'interno di questa cornice d'insieme. Da cui non emerge alcuna prospettiva di soluzione politica stabile per la prossima legislatura.


INDEBOLIMENTO DI RENZI, STABILIZZAZIONE RELATIVA DI GENTILONI

Renzi concepiva il nuovo esecutivo Gentiloni come una propria protesi mascherata, con l'idea di liquidarlo in tempi brevi nella prospettiva di elezioni politiche anticipate. Ma lo stesso indebolimento del renzismo che ha partorito il nuovo governo ostacola la sua liquidazione.

L'indebolimento del renzismo si esprime in forme diverse.
Innanzitutto all'interno del PD.
Renzi vincerà naturalmente le primarie. E rilancerà la propria offensiva, sempre alla ricerca di un plebiscito. Ma il combinato del 4 dicembre e della scissione di MDP ha scosso gli equilibri interni. La candidatura di Orlando è emblematica. Rivela una frattura della vecchia maggioranza renziana, e lo smarcamento dal renzismo di un pezzo importante di apparato che ormai diffida del corso bonapartista-populista del capo e cerca la ricomposizione di un'alleanza di governo di centrosinistra. Il fatto che una parte importante del vecchio apparato DS (incluso Napolitano) e del mondo prodiano (incluso Prodi) sostenga Orlando ha un significato politico che va al di là degli esiti delle primarie. Riflette una ricollocazione politica di settori decisivi dell'establishment in fuga dal renzismo. Il fatto che Orlando sia ministro di Gentiloni aggiunge alla sua candidatura un significato ulteriore. La galassia franceschiniana del PD, che pur sostiene formalmente Renzi, approfitta del suo indebolimento per accrescere il proprio peso negoziale interno.

In secondo luogo nel rapporto col grande capitale.
Il grande capitale, interno ed europeo, non asseconda la tentazione renziana di elezioni politiche anticipate.
La Confindustria, che aveva investito sul referendum istituzionale con una proiezione politica inedita, ha subìto il 4 dicembre come propria sconfitta. Più in generale la vecchia linea dell'investimento politico nel renzismo, nella stagione del suo attacco frontale e vincente al movimento operaio (Jobs Act), è oggi disarmata dall'indebolimento di Renzi e dalla sua ritirata forzata (vedi vicenda voucher). La crisi interna a Confindustria - riflesso più generale della disarticolazione degli assetti capitalistici - è anche una risultante della sua crisi di linea.
Il potere bancario, a sua volta, è segnato dalla crisi irrisolta dei crediti deteriorati e da processi di profonda ristrutturazione o ricapitalizzazione (MPS, banche venete, Unicredit), che da un lato rafforzano la sua dipendenza dal quadro politico di governo e dalle sue relazioni negoziali in sede UE su tutti i terreni cruciali (assicurazione sui depositi, criteri della vigilanza, tetti consentiti di titoli di Stato nel patrimonio bancario...); dall'altro, proprio per questo, espongono le banche più di ieri a ogni rischio di crisi politica. Il fatto che Gentiloni abbia messo 20 miliardi a garanzia delle banche, mentre i gruppi parlamentari a trazione renziana del PD hanno votato con M5S e Lega per una commissione d'inchiesta parlamentare sulle banche (in una logica di pura concorrenza populistico elettorale) dà la misura delle contraddizioni del quadro politico rispetto alle ragioni di sistema del capitale finanziario.

In questo quadro l'idea renziana di liquidare Gentiloni alla vigilia della futura legge di stabilità, per scaricarne gli oneri impopolari sul governo successivo, è apertamente osteggiata dalla borghesia italiana e dalla grande stampa. Elezioni a settembre (in coincidenza con quelle tedesche) obbligherebbero a fare un nuovo governo in tempi rapidissimi per il varo della legge di bilancio proprio nel contesto in cui tutte le previsioni attendibili annunciano una probabile crisi di governabilità nel prossimo Parlamento. Il rischio di un intreccio esplosivo di crisi economica e istituzionale si farebbe altissimo. La borghesia non vuole porre a rischio i propri interessi generali per subordinarli al gioco di poker di un avventuriero dalle incerte fortune.

Il governo Gentiloni, per quanto precario, è il paradossale beneficiario passivo di questo scenario d'insieme. Beneficia dei suoi elementi politici: l'indebolimento di Renzi; il sostegno obbligato di MDP, che vorrebbe smarcarsi dal governo ma non può provocare la sua crisi; l'interesse di FI a guadagnare tempo anche in attesa di una sentenza di riabilitazione per Berlusconi. Ma beneficia anche del sostegno di una borghesia che si aggrappa all'attuale esecutivo come unico ancoraggio di stabilità, per quanto di breve durata, di fronte alle incognite del futuro.


LE CONTRADDIZIONI TRA GOVERNO E RENZISMO E LA MANOVRA ECONOMICA SUL 2018

Per questa stessa ragione, l'allungarsi dei tempi di durata del governo si combina con contraddizioni crescenti tra esecutivo e renziani.
La manovra economica di aggiustamento dei conti del 2017 e soprattutto la definizione del DEF e della prossima legge di stabilità ne sono la cartina di tornasole.
Dentro la cornice del fiscal compact, e dopo l'esaurimento dei famosi margini di flessibilità negoziale concessi al governo Renzi, la prossima legge di stabilità per il 2018 è zavorrata al piede di partenza dalla necessità di trovare 19,5 miliardi per la sola sterilizzazione degli aumenti dell'Iva. Cui si aggiunge l'”obbligo” di una riduzione del deficit dall'attuale 2,2% all'1,2%, e l'esigenza di invertire la dinamica del debito pubblico (salito a 2250 miliardi, il 133,1% del PIL).

I ministri economici chiave del governo (Padoan e Calenda) puntano a un'intesa in sede europea. Sanno che i margini negoziali sono molto ridotti, tanto più alla vigilia delle elezioni tedesche. Ma soprattutto sanno di non potersi permettere procedure d'infrazione. Con una crisi bancaria in pieno corso, e con la prospettiva dell'esaurimento del quantitative easing della BCE (decisivo in questi anni per la tenuta delle banche italiane e per la riduzione drastica degli interessi sul debito), una rottura in sede UE, o anche solo un braccio di ferro prolungato ed estenuante con la Commissione europea, potrebbero trascinare con sé effetti economici pesanti sui titoli di Stato (e dunque sulle banche che li detengono). Da qui il tentativo di trovare una via d'uscita in un mix di operazioni congiunte: rilancio delle privatizzazioni, incluse Ferrovie e Poste (con l'obiettivo di cassa di 8 miliardi), tagli di spesa orizzontali su ogni ministero (riduzione del 3%), estensione alle società partecipate dal Tesoro del meccanismo dello split payment (lo Stato trattiene l'Iva ai fornitori). Inoltre, per garantirsi un margine di manovra più certo, Padoan e Calenda vorrebbero tenersi aperta la possibilità di un aumento parziale dell'Iva, fortemente consigliato peraltro dalla Commissione europea (il famoso trasferimento del prelievo fiscale “dalle persone alle cose”), e oggi sostenuto da Confindustria contro Confcommercio.

Ma questa impostazione generale cozza significativamente con le ambizioni elettorali del renzismo. Renzi già ha posto un veto sull'aumento delle accise per la benzina in ordine alla manovrina di aggiustamento di primavera. A maggior ragione osteggia frontalmente l'aumento dell'Iva e chiede una nuova operazione di decontribuzione a vantaggio delle imprese sui nuovi assunti. La campagna d'immagine sulla cosiddetta diminuzione delle tasse, rivolta al blocco popolare piccolo borghese, non può essere compromessa dalla cosiddetta subordinazione a Bruxelles. Al contrario: il rilancio da parte di Renzi di una impostazione di sfida verso la UE e “le sue regole”, «anche a costo di subire una procedura d'infrazione», si configura come marchio della sua reinvestitura, e come terreno di concorrenza aperta con M5S e Lega.

Il punto di equilibrio all'interno del governo tra le pressioni opposte della Commissione europea e del renzismo non sarà semplice. Renzi userà la vittoria annunciata alle primarie per accrescere le pressioni sul governo, sino a minacciare nuovamente elezioni a settembre. Gentiloni prova a smussare preventivamente la pressione di Renzi, garantendogli una volontà negoziale e non remissiva verso la UE. Ma la mediazione letteraria è più facile di quella sui conti. E ancora una volta la grande stampa borghese milita con Gentiloni, non con Renzi.


LE INCOGNITE DI PROSPETTIVA GENERALE

Ma la preoccupazione centrale della borghesia italiana non riguarda le sorti di Gentiloni, che pure sostiene. Riguarda le prospettive più generali dello scenario italiano.
La sconfitta del referendum istituzionale del 4 dicembre ha non solo colpito il progetto del bonapartismo renziano, ma ha aggravato tutte le incognite di prospettiva in termini di governabilità.

Il bipolarismo dell'alternanza, già da tempo in crisi, è stato sepolto dal 4 dicembre. Il disegno di un populismo di governo (il renzismo) in grado di contenere il populismo di opposizione (M5S) e di sfondare nell'elettorato del centrodestra è definitivamente fallito. Il tripolarismo attuale configura uno scenario per molti aspetto opposto. Parallelamente, la spinta proporzionalista del 4 dicembre favorendo una nuova frammentazione politica (MDP sul versante del centrosinistra, Energie per l'Italia di Parisi al centro, il nuovo polo sovranista di Storace e Alemanno sul versante del centrodestra) introduce un fattore di ulteriore complicazione e disarticolazione interna ai poli tradizionali.

La paralisi della legge elettorale è un riflesso di questo scenario generale.

Nessuno dei tre poli è oggi in grado realisticamente di ambire alla soglia del 40% che consenta di incassare il premio di maggioranza alla Camera, secondo la legge elettorale scaturita dalla Consulta. Al tempo stesso, una rappresentanza proporzionale dei soggetti politici esistenti non configura alcuna maggioranza politica nel prossimo Parlamento. Neppure nella forma di una maggioranza PD-Forza Italia. Da qui l'invocazione di una nuova legge elettorale di tipo maggioritario che “consenta di governare” da parte di tutte le forze dell'establishment. Ma la stessa crisi politica che sospinge l'invocazione di una nuova legge elettorale ostacola pesantemente il varo della nuova legge.
Il Mattarellum - che peraltro rappresenterebbe una incognita nell'attuale quadro tripolare - è respinto sia da M5S sia da Forza Italia, e non ha i numeri per passare al Senato.
Il premio di maggioranza per le coalizioni invece che per le liste è ovviamente osteggiato dal M5S, ma oggi anche dalla maggioranza renziana del PD: Renzi avrebbe potuto concedere questa soluzione a Pisapia prima della scissione, in una logica di propria egemonia su un centrosinistra a propria immagine e somiglianza; non vuole concederla oggi a MDP, perché non vuole incoraggiare la spinta della scissione; e tutta la sua impostazione sembra riproporre la campagna elettorale per il 40% al PD contro Lega e M5S, per schiacciare lo spazio a sinistra nel nome del voto utile e riprovare a capitalizzare una quota di voto di centrodestra contro M5S. Una impostazione finalizzata a massimizzare il risultato per sé, e per il proprio controllo sul PD, ma che tanto più nelle condizioni date post-scissione non può offrire una soluzione di governo.
Parallelamente incide la disarticolazione interna al centrodestra. Berlusconi si tiene aperte tutte le porte. Un po' per calcolo, un po' per necessità. È sospinto dalla crisi del renzismo a un rilancio della coalizione di centrodestra. E al tempo stesso non sa se potrà ricomporla, dubita che possa vincere, e vuole tenersi libero lo spazio per ipotesi di governo col PD e altre forze di sistema, senza vincolarsi a un patto con la Lega. Anche per questo propone un proporzionale puro con soglia di sbarramento del 5% in entrambe le Camere. Per la stessa ragione è restio a concedere un premio di coalizione al PD, dubitando di poterlo utilizzare lui.
La terza soluzione è la cosiddetta armonizzazione della legge elettorale tra le due Camere, attraverso l'estensione dell'attuale “Consultellum” al Senato (con sbarramento unificato al 3%). Renzi punta a questa soluzione, perché gli permetterebbe sia di rispondere alle condizioni poste da Mattarella sia di salvaguardare una impostazione propagandistica di campagna elettorale maggioritaria (“per il 40%”), e i capilista bloccati, col relativo controllo dei gruppi parlamentari. Il M5S è interessato perché è la soluzione più congeniale per le proprie ambizioni, ma non vuole sottoscrivere per pure ragioni di immagine i capilista bloccati, essenziali per Renzi e Berlusconi. E senza i voti di M5S la soluzione si arena.
In ogni caso, neppure questa soluzione di legge elettorale, rispondente agli interessi del renzismo, configurerebbe una soluzione di governo.
In questo quadro di paralisi la possibilità che si vada al voto con l'attuale Consultellum, con la relativa difformità tra Camera e Senato, non può essere esclusa. Ma configurerebbe non solo il rischio di nessun vincitore, bensì quello (estremo) di due diversi vincitori nelle due Camere, con la crisi verticale di tipo istituzionale che questo scenario inevitabilmente aprirebbe.


LA PARTICOLARITÀ DELLA CRISI ITALIANA IN EUROPA

Lo scenario italiano si colloca nel quadro della crisi politica europea, ma con un tratto particolare.
Tutti i paesi imperialisti europei, a dieci anni dall'esposione della grande crisi capitalistica e dopo l'effetto di una doppia recessione (2008/2009 e 2011/2012), sono stati investiti in forme diverse da processi di polarizzazione politico-elettorale che hanno indebolito le basi d'appoggio dei partiti borghesi tradizionali, e in qualche caso destabilizzato il vecchio pendolo dell'alternanza.
Ma la maggior parte di essi sembrano ancora disporre o di strumenti politici o di meccanismi istituzionali che in qualche modo possano preservare, in varie forme, gli equilibri della governabilità borghese, o quantomeno ostacolare la loro rottura.

La Germania, principale imperialismo europeo, può ancora confidare sulla forza della CDU e della socialdemocrazia, che insieme contengono l'avanzata del nazionalismo populista. L'Olanda ha fermato la corsa di Wilders grazie alla forza del principale partito borghese di governo. La Gran Bretagna, segnata dalla Brexit, può contare sulla forza del Partito Conservatore e su un sistema maggioritario puro. La Spagna, segnata dalla crisi del vecchio bibartitismo e minacciata dalla pressione indipendentista catalana, continua a disporre nonostante tutto della forza centrale del Partito Popolare. La Francia, segnata dalla crisi verticale del Partito Socialista e dall'avanzata del lepenismo, si affida ai meccanismi istituzionali della Quinta Repubblica e alle ambizioni di Macron per fare argine alla deriva lepenista (seppur con un rischio davvero inedito, anche a livello di UE).

L'imperialismo italiano non dispone ad oggi di una prospettiva certa di “governabilità”. Né in termini di una forza di sistema capace di fare baricentro, né in termini di coalizioni di governo sperimentate o dotate di sufficiente consenso, né in termini di leggi elettorali e meccanismi istituzionali "di garanzia". A un anno (o forse meno) dalle elezioni politiche, la politica borghese procede a fari spenti, a fronte di una crisi bancaria immutata e della prospettiva di esaurimento del Quantitative Easing della BCE. Il M5S e le sue ambizioni di governo sono al momento i beneficiari della crisi politica borghese. E una nuova precipitazione della crisi di governabilità in Italia potrebbe avere ricadute pesanti sulla UE, nel momento della sua massima instabilità.

Difendere l'autonomia del movimento operaio dai tre poli reazionari (renzismo, salvinismo, grillismo), rilanciare e unificare l'opposizione sociale di massa attorno a un proprio programma indipendente, costruire la prospettiva di un'alternativa di classe alla crisi politica borghese, è tanto più oggi il compito dell'avanguardia.
Marco Ferrando