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Polonia, la guerra santa contro le donne e le persone LGBTQIA+

 


Cresce la rabbia contro le forze reazionarie in Polonia

Oltre ottanta manifestazioni lungo tutto il territorio polacco, con la partecipazione di migliaia di persone, soprattutto donne, hanno dato corpo alla protesta suscitata dalla morte di Izabela Sajbor, una giovane parrucchiera trentenne, avvenuta il 22 settembre nell'ospedale della contea di Pszczyna.

Secondo quanto è stato denunciato negli ultimi giorni dalla famiglia e dall’avvocata Jolanta Budzowska, la ragazza era stata ricoverata alla ventiduesima settimana di gravidanza per gravi malformazioni del feto e perdita del liquido amniotico. I medici hanno atteso la morte del feto prima di intervenire, rifiutandosi di praticare l’aborto, causando la morte della ragazza per setticemia. Risalta in questo fatto l'assoluto spregio della vita della donna, che resta così ridotta a mero contenitore, a fattrice la cui sopravvivenza è determinata in base a norme ideologiche e reazionarie, fortemente segnate da una cultura religiosa cattolica identitaria e fondamentalista.

Questa tragica vicenda è il risultato dell’ulteriore inasprimento delle leggi antiabortiste dello stato polacco in seguito alla sentenza del Tribunale costituzionale che il 22 ottobre 2020 ha dichiarato incompatibile con la costituzione l’articolo della legge che prevedeva l’interruzione di gravidanza in caso di gravi malformazioni del feto, lasciando nel perimetro della legalità solo il caso di aborto in seguito a violenza sessuale. Una sentenza che aveva già scatenato le proteste e gli scioperi organizzati e lanciati dal movimento Ogolnopolsky Strajk Kobiet (Osk - Sciopero nazionale delle donne, costituitosi nel 2016) contro il governo reazionario, nazionalista, di ispirazione clericale, PIS (Prawo i Spradwiedliwosc, “Diritto e Giustizia”) (1).

Secondo le associazioni che si occupano di tutela dei diritti riproduttivi fino alla sentenza del 2020 oltre il 90% dei circa 1000 aborti legali in Polonia sono stati attribuiti a gravi malformazioni del feto, per cui l’obiettivo del governo è quello di eliminare del tutto la possibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza.

Inoltre, come denuncia Amnesty International sulla scorta di un rapporto del Consiglio d’Europa, sebbene lo stupro sia riconosciuto come motivo previsto dalla legge per ricorrere all’aborto, le donne polacche si scontrano puntualmente con mille difficoltà per ottenere il riconoscimento della gravidanza come conseguenza di un atto di violenza e per accedere alle cure e ai servizi che effettuano l’interruzione di gravidanza.

Secondo il Parlamento europeo negli ultimi 10 mesi solo 300 donne polacche hanno avuto accesso ai servizi per l’aborto, mentre secondo diverse ONG gli aborti clandestini oscillano dal 2016 al 2019, gli anni del maggior irrigidimento della normativa, tra i 100 mila e i 200 mila casi. Una tragica realtà che ha una conseguente ed evidente connotazione di classe, esponendo le donne proletarie, che non hanno la possibilità di andare all’estero per accedere a un aborto legale e sicuro dal punto di vista sanitario, a un grave rischio per la propria salute e per la loro stessa vita.

La politica reazionaria del governo guidato dal PIS è intervenuta anche pesantemente contro gli immigrati, le minoranze religiose e le persone LGBTQIA+.
Negli ultimi due anni, con un particolare impulso a ridosso delle elezioni parlamentari del 2019 e di quelle presidenziali del 2020, la campagna del PIS contro le persone LGBTQIA+ e la presunta “ideologia gender”, come contro la generalità dei diritti civili, considerati dal partito al governo un ostacolo ai valori della società polacca, ha visto un forte sviluppo, anche grazie all’appoggio della Chiesa cattolica, i cui principali esponenti, tra cui l’arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszewski, definiscono il movimento LGBT una “piaga arcobaleno”, “neo-marxista” nel suo anelito alla liberazione. Una violenta esternazione a cui ha fatto eco Andrzej Duda, rieletto presidente il 12 luglio 2020, che oltre ad annunciare l’uscita della Polonia dalla Convenzione di Istanbul e promettere un emendamento alla Costituzione per impedire alle coppie omosessuali le adozioni, ha ampiamente dichiarato che le persone LGBTQIA+ non sono esseri umani, ma “ideologia peggiore del comunismo”.

Non solo. Per coprire lo scalpore suscitato dalle rivelazioni contenute in Zabawa w Cowanego (Giocare a nascondino) (2), il secondo film – dopo Tylko nie mów nikomu (Non dirlo a nessuno) (3) – dei fratelli Marek e Thomasz Sekielski sugli abusi sessuali commessi dal clero (è emerso come negli ultimi 30 anni circa 400 sacerdoti abbiano abusato di minori), il Ministero della Giustizia polacco nello scorso anno ha destinato risorse pubbliche al sostegno di una campagna sul settimanale Do Rzeczy in difesa della Chiesa cattolica e delle radici cristiane dell’Europa, contro la “persecuzione dei cristiani” assediati dalla barbarie della sinistra e dell'ideologia LGBT.

Mentre in tutto il paese non esistono forme di riconoscimento per le coppie omosessuali, tra il 2019 e il 2020 oltre ottanta governi locali, concentrati soprattutto nella polonia sudorientale, dove il PIS gode di grande consenso, hanno adottato risoluzioni contro la comunità LGBT e in difesa della famiglia tradizionale, impegnandosi ad astenersi dal fornire assistenza finanziaria alle ONG che lavorano per promuovere la parità di diritti e proclamandosi “liberi dall’ideologia LGBT”. Una operazione che è stata concettualizzata con la definizione di “zone senza LGBT”, sostenuta dalla Chiesa cattolica e propagandata con una campagna promossa dal giornale filogovernativo Gazeta polska, con tanto di adesivi allegati all’edizione settimanale recanti lo slogan “LGBT free zone” (4).

In seguito a questa campagna omo-lesbo-bi-transfobica, i collettivi LGBT hanno organizzato una serie di azioni di protesta.
Il 7 agosto 2020 la carcerazione preventiva dell’attivista Margot Szutowicz (rilasciata solo a fine mese) ha sospinto le azioni dei collettivi LGBT, alimentando quella che è stata definita la Polish Stonewall, brutalmente repressa dalle forze dell’ordine con 48 fermi e l’arresto di numeros* attivist*, che hanno subito percosse, lesioni e molestie sessuali dalla polizia (5).

La campagna “stop LGBT” non si è arrestata. Nel Sejm, la camera bassa del parlamento polacco, è tuttora depositata una legge di iniziativa popolare (sostenuta da 140 mila firme) che si prefigge di mettere fuori legge i Pride - le manifestazioni per i diritti LGBT – e tutte le esternazioni di orientamenti sessuali e identità di genere non conformi.

I promotori di questa legge sono gli attivisti Kaja Godek e Krzysztof Kasprzak, della fondazione antiabortista Zycie i Rodzin (Vita e Famiglia), già candidati nel 2019 alle europee tra le file del partito di destra KORWiN (Koalicja Odnowy Rzeczypospolitej Wolnosc i Nadzieja - Coalizione per il Rinnovamento della Repubblica, Libertà e Speranza). Non sorprendentemente convinti no vax. Secondo quale fantasiosa teoria? Quella secondo la quale i vaccini sarebbero fatti con resti di feti abortiti, ovviamente… (6).

Nei fatti, prima che nelle proposte di legge, da tempo il sostegno ideologico del partito al governo ha spinto l'estrema destra ad accanirsi con maggiore forza contro le persone LGBT, come è avvenuto recentemente nell’occasione dei Pride del 2021, che sono stati minacciati da diverse contromanifestazioni omofobe.

L’alleanza solida tra Stato e Chiesa cattolica arma la crociata reazionaria contro i diritti delle donne e di tutte le soggettività non conformi alla regola patriarcale, clericale, eteronormata e a sostegno della famiglia nucleare tradizionale, fondamento della struttura sociale capitalistica.

Esattamente come il PIS nel corso del 2020, La Conferenza Episcopale polacca ha attaccato la Convenzione di Istanbul. Sotto accusa sono soprattutto la definizione di identità di genere - quindi il riferimento ai ruoli, ai comportamenti, alle attività che la società attribuisce alle persone secondo il genere - e l’avere indicato la religione e la famiglia tradizionale come cause di violenza contro le donne.

Ancora, in un documento sulle tematiche e sul movimento LGBT (7) la Chiesa polacca alimenta e sostiene ogni tipo di oppressione e delirio oscurantista, contro l’avanzamento dei diritti civili, contro l’educazione sessuale nelle scuole, promuovendo la patologizzazione delle identità di genere, mediante il sostegno a centri di consulenza medica e psicologica per le cosiddette terapie di conversione, un abuso e violenza indicibile sul corpo e la psiche delle persone LGBTQIA+.

Donne e persone lgbt si trovano sotto attacco e in prima linea contro la Chiesa, contro il governo reazionario del PIS - che in questi giorni sta concentrando la sua violenza reazionaria anche contro i profughi al confine bielorusso - e contro l’avanzare dell’estrema destra nazionalista, che con il sostegno delle istituzioni ha organizzato a Varsavia la Marcia dell’Indipendenza, un raduno annuale a cui partecipa tutta l’ultradestra europea (per l’Italia l’immancabile Forza Nuova).

Soltanto il più ampio fronte di classe, anticapitalista e rivoluzionario, organizzato su scala internazionale, può avere la meglio sulle forze fasciste, reazionarie, clericali, in Polonia, come ovunque. Un fronte che unisca tutte le lotte - contro tutte le violenze e oppressioni di genere, per i diritti civili e sociali, per il lavoro, per la tutela dell’ambiente - in una lotta sola contro l’ordine economico da cui derivano tutte le forme di controllo sociale che subiamo, per una società socialista emancipata da abusi e sfruttamento che liberi l’umanità intera.



(1) Vedi Unità di Classe, n. 7, dicembre 2020, pp. 5-6

(2) https://retelabuso.org/2020/05/16/hide-and-seek-film-completo/

(3) https://retelabuso.org/2019/05/19/il-documentario-di-cui-si-parla-un-sacco-in-polonia/

(4) ILGA - Europe’s Annual Review of the Human Rights Situation of Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex People covering events that occurred in Europe and Central Asia between January-December 2020, p. 90

(5) https://www.hrw.org/news/2020/08/12/poland-punishes-lgbt-rights-activist-pretrial-detention

(6) https://wiadomosci.onet.pl/kraj/krzysztof-kasprzak-wraz-z-kaja-godek-stoja-za-projektem-stop-lgbt-kim-jest-kasprzak/92vfy51

(7) https://ita.calameo.com/books/006329419534c12b63f95

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere



Una nuova stagione di lotta di classe per contrastare il programma oscurantista dei sovranisti

 


La carta dei valori siglata tra i 16 principali partiti sovranisti e conservatori europei, tra cui Lega e Fratelli d’Italia, testimonia il ruolo da protagonista che l’estrema destra vuole giocare in Europa nei prossimi anni. In nome di un’Europa che rimette al centro le singole identità nazionali, le forze dell’estrema destra nazionalista chiamano a raccolta quanti vogliono un continente senza immigrati, islamici e omossessuali.

I sovranisti, rivendicando «l’eredità giudaico-cristiana dell’Europa», ripropongono la difesa della famiglia tradizionale, lo stop all’immigrazione, l’opposizione "all’iperattivismo morale dell’Unione europea". Questo manifesto ideologico disvela un’Europa cupa e reazionaria: quella sovranista e oscurantista dei diritti cancellati e delle libertà negate, quella che discrimina le donne e la comunità Lgbtq+.
Le dure parole di molti leader europei arrivano tardi e servono a poco. Non saranno certo le élite liberali del continente, le stesse che negli ultimi vent’anni non hanno mosso un dito per salvare le decine di migliaia di migranti annegati nel Mediterraneo, a difendere i diritti civili e democratici. Solo la ridiscesa in campo di una forte mobilitazione operaia su scala continentale, capace di saldare in un unico fronte la battaglia per i diritti civili e democratici con quelli sociali, può spazzare via la folata reazionaria che attraversa gran parte d’Europa. Solo una nuova stagione di lotta che rimetta al centro i bisogni e le aspirazioni delle classi subalterne può essere il lampo di magnesio che illumina una notte senza stelle.


UN FRONTE COMPOSITO ALLA RICERCA DI UNA CONVERGENZA

Questo manifesto ideologico è stato sottoscritto dalle forze politiche che fanno parte di tre gruppi diversi nel Parlamento UE, ovvero Identità e Democrazia (ID) e Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), più Fidesz. Accanto al Rassemblement National di Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox, spicca la presenza del partito del premier ungherese Viktor Orbán, recentemente uscito dal PPE, e del partito del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, due forze di governo che confermano il peso rilevante che le nazioni dell’Europa centrale rivestono in questo schieramento. Anche i sovranisti di casa nostra rivestono un ruolo importante. Matteo Salvini e Giorgia Meloni ricoprono un ruolo apicale all’interno dei loro rispettivi gruppi europei, e in caso di successo elettorale nelle prossime elezioni politiche, possono aspirare a diventare il perno imprescindibile del mondo conservatore e sovranista del vecchio continente, potenzialmente in grado di saldare le forze politiche dell’Europa Occidentale con quelle dei paesi di Visegrad.

La convergenza realizzata dal documento siglato lo scorso 2 luglio rende manifesto un duplice obiettivo: allargare l’area delle forze identitarie e al contempo rassicurare l’establishment sul fatto che il fronte sovranista in via di costruzione non sarà di stampo puramente estremista. Non a caso, la dichiarazione d’intenti non contiene le posizioni più schiettamente euroscettiche che alcuni dei sottoscrittori avevano sostenuto nel recente passato, come l’uscita dalla UE e l’abbandono della moneta unica. L’edulcorazione delle posizioni più accesamente antieuropeiste è funzionale al progetto di trasformare quest’area composita in un baricentro politico capace di attrarre quelle forze di centrodestra che si sentono a disagio nel Partito Popolare Europeo. Anche per questo dall’elenco dei firmatari sono state escluse le forze che più di altre vengono percepite come forze radicali e antisistema, come i tedeschi dell’AfD.


LE INCOGNITE DEL PROCESSO IN CORSO

L’arco politico che ha siglato la “carta dei valori” potenzialmente potrebbe associare 115 deputati, diventando a Strasburgo la terza formazione dopo i popolari e i socialdemocratici. Un numero ragguardevole, che potrebbe anche fungere da leva per accaparrarsi presidenze di commissioni e quote rilevanti dei finanziamenti dell’europarlamento.
Ovviamente la costituzione di un gruppo comune non rappresenterebbe il primo passo verso la costruzione di un’internazionale sovranista, che in sé sarebbe un vero e proprio ossimoro. Più realisticamente questo confronto che si è aperto nel campo sovranista potrebbe favorire la definizione di un nuovo contenitore politico dell’estrema destra al parlamento europeo, anche se la strada appare scoscesa e irta di ostacoli. La galassia sovranista, del resto, è assai composita e conflittuale, e le convergenze fra i suoi membri sono spesso parziali e momentanee. Da sempre questo mondo è attraversato da rivalità non episodiche, ma vi sono anche interessi specifici e questioni di merito assai significative che in alcuni casi riflettono visioni diametralmente opposte, come nel caso di Vlaams Belang e di Vox, entrambi uniti nel richiedere una ferrea regolamentazione dell’immigrazione, ma con gli spagnoli feroci nemici degli indipendentisti di casa loro, e con i fiamminghi che si battono apertamente per la secessione delle Fiandre dal Belgio. Altre formazioni, invece, all’ultimo momento si sono defilate dalla dichiarazione congiunta, come gli olandesi di JA21, che volevano che nella dichiarazione comune fosse contemplato il no al trasferimento di risorse dal Nord al Sud dell’Europa.

L’evoluzione di questo processo dipenderà anche dai rapporti di forza tra la Lega e Fratelli d’Italia, una partita che si gioca a Strasburgo ma soprattutto a Roma, dove in palio c’è la conquista del primato nella coalizione di destra che concorrerà alle prossime elezioni politiche. Da verificare saranno anche le linee di faglia che, nel prossimo periodo, si possono aprire all’interno delle singole forze politiche, come nella Lega, dove il ministro dello sviluppo economico Giorgetti può appoggiarsi a settori importanti del Carroccio, quelli maggiormente legati ai ceti produttivi del Nord Italia, per perseguire un indirizzo politico diverso da quello salviniano: scolorire il profilo sovranista della Lega per avvicinarsi al PPE.
Anche nel partito di Marine Le Pen si possono aprire delle contraddizioni, come si è iniziato a vedere al recente congresso di Perpignan, dove l’estrema destra transalpina ha iniziato ad interrogarsi sull’efficacia della cosiddetta dédiabolisation, una strategia volta a presentare un’immagine rassicurante intesa a conquistare il consenso tra i ceti moderati che tradizionalmente votano per le formazioni che collocano al centro. Una strategia che alle ultime elezioni regionali ha segnato il passo, non riuscendo ad allargare il consenso e creando malumore tra la base militante (con la chiusura di alcune federazioni) ed anche tra l’elettorato più radicale, che in previsione delle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe essere attratto dai proclami accesamente retrivi di Eric Zemmour, se il noto commentatore deciderà di correre per l’Eliseo.


L’INEFFICACIA DELLA RISPOSTA EUROPEISTA

A questa ventata oscurantista, lo schieramento liberale e socialdemocratico contrappone i valori della costruzione europea, che a loro dire difenderebbero i diritti civili e democratici dei cittadini. In questo quadro, le cancellerie europee hanno usato parole di fuoco per denunciare la deriva illiberale dell’Ungheria di Orbán. Da quando è uscito dal PPE, il premier magiaro è costantemente pressato dalla critica dei governi dell’Unione Europea che gli imputano il non rispetto dei valori comunitari in merito allo stato di diritto e all’indipendenza della magistratura. Gli strali si sono appuntati soprattutto sulla legge omofoba e discriminatoria approvata dal parlamento di Budapest. Persino il Consiglio d’Europa si è sentito in dovere di prendere posizione per il rispetto dei diritti Lgbtq+. Tali vibranti proteste in difesa dei diritti civili sono una novità assoluta per i paludati ambienti di Bruxelles, visto che non hanno proferito parola per una legge approvata alla fine del 2018 che impone ai lavoratori ungheresi di effettuare una mole di ore di lavoro straordinario non pagato. Una legge significativamente ribattezzata “legge schiavitù”, che ha gonfiato i profitti non solo degli imprenditori locali, ma anche dei capitalisti stranieri (in specie tedeschi) che lì hanno delocalizzato una parte della loro produzione. Segno che per l’Unione Europea le necessità dell’economia capitalista prevalgono sui valori, e che i diritti sociali si fermano davanti ai cancelli delle fabbriche.


LA NECESSITÀ DI UNA RISPOSTA DI CLASSE

Al di là delle fortune elettorali altalenanti, le forze della destra e dell’estrema destra europea dimostrano di essere ben radicate nella società. Non solo confermano la capacità di produrre fatti politici rilevanti, ma soprattutto continuano ad essere in grado di veicolare le loro posizioni reazionarie, xenofobe e razziste in amplissimi strati della società.

In un’Europa ferita dalla pandemia, dove chi già subiva gli effetti delle politiche di austerità si ritrova ancora più povero ed abbandonato, la malapianta della predicazione sovranista può trovare nuova linfa vitale, riproponendo falsi miti, nuove identità e facili capri espiatori a cui addossare la colpa del disagio e della crisi. Il razzismo nei confronti dei migranti, la contrapposizione tra gli ultimi e i penultimi, e la discriminazione delle minoranze, possono cioè conoscere una nuova stagione capace di occultare le contraddizioni di fondo – quelle di classe – che muovono e determinano i destini individuali e collettivi.
Lo scenario dominato dalla falsa contrapposizione tra élite europeista e nazionalismo sovranista si potrà nuovamente riprodurre se le forze del movimento operaio non abbandoneranno la fallimentare politica collaborazionista, per rilanciare invece una decisa e coerente mobilitazione anticapitalista che si batta contro i veri responsabili della crisi economica e sociale. Anche perché la narrazione reazionaria dei nazionalisti si è finora nutrita di quel groviglio di risentimento e di senso di abbandono che negli ultimi decenni è cresciuto nel seno delle classi subalterne, mentre i cosiddetti progressisti sposavano la causa della “buona globalizzazione” e lasciavano le classi inferiori preda delle loro paure e delle loro sofferenze.

Piero Nobili

Lettera aperta a tutte le realtà della sinistra di classe in occasione dell’8 marzo

 


Car* compagne e compagn*,

la fase che stiamo attraversando, determinata dalla pandemia da Covid-19, che sta scaricando i suoi effetti in modo pesante e particolare sulle donne, segna la necessità del più ampio fronte nel campo delle oppressioni di genere.

Il nuovo governo presieduto da Draghi riprenderà il cammino tracciato dai governi precedenti, ma forte del suo presunto “tecnicismo” e puntando tutto sulla immagine del capo super partes alla guida di una squadra di unità nazionale della borghesia e dei suoi partiti. Quale figura più adatta per imporre decisioni che peseranno sulla classe lavoratrice e le masse e popolari?

Il Recovery Fund, 209 miliardi di cui 130 in prestito con tasso “agevolato”, pone già una ipoteca su pensioni, scuola e sanità. A questo si aggiungono le pressioni di Confindustria per lo sblocco dei licenziamenti, per dirottare parte cospicua di quei finanziamenti alle ristrutturazioni industriali e per tentare la mossa di una riforma del fisco chiedendo la cancellazione dell’IRAP e la revisione degli scaglioni IRPEF.

Come giovani e donne stiamo già ora affrontando duramente la crisi pandemica che ha aggravato la situazione di crisi economica preesistente e la fase che ci aspetta, per quanto difficile da prevedere con precisione, non promette nulla di buono. 

I soggetti più colpiti dal Covid da un punto di vista economico siamo proprio noi: su un calo occupazionale di circa 550.000 posti di lavoro il 60% riguarda le donne. A ciò si aggiunge l’aumento della disoccupazione e al contempo le richieste di lavoro part-time per sostenere il doppio lavoro che da sempre contraddistingue la nostra condizione di vita. Molte di noi oggi devono prendersi cura non solo dei figli a casa da scuola, ma anche dei genitori o dei nonni.

Si affianca a tutto questo l’attacco alla salute sessuale e riproduttiva, che vede in campo la minaccia congiunta di forze reazionarie e mondo cattolico. Le regioni Umbria, Marche e ora anche Abruzzo, sotto la guida delle destre, si sono schierate contro l’uso ambulatoriale della RU486, considerata, a torto e senza evidenze scientifiche, una procedura pericolosa, preferendo a questa l’utilizzo della IVG chirurgica (!), in un periodo peraltro delicato e nel quale andrebbe garantita la deospedalizzazione di alcune procedure per evitare il rischio del contagio da coronavirus.

Infine, uno sguardo dovuto a quanto accade tra le mura domestiche, nelle case di tanti paesi del mondo. Durante la pandemia sono aumentati gli episodi di violenza di genere e i femminicidi. Il confinamento ha acuito il fenomeno, pur non essendone la causa, poiché la ricerca di aiuto e l’isolamento non hanno potuto ricevere adeguati e pronti interventi. I percorsi di denuncia e fuoriuscita dalla violenza sono già di per sé molto difficili e dolorosi da affrontare, a maggior motivo in una situazione come questa.

Violenza che purtroppo si abbatte anche su donne immigrate che subiscono le peggiori nefandezze nei luoghi di lavoro, per non parlare della violenza disumana agita sulle donne e le trans all’interno della tratta.

Quando pensiamo a come poter reagire a tutto questo, guardiamo alle esperienze che ci danno la forza per lottare, ammiriamo il coraggio delle donne argentine che hanno ottenuto con la loro lotta una importante vittoria sulla legalizzazione dell’aborto, nonostante il diritto all’interruzione di gravidanza sia comunque rimasto ostacolato dall’obiezione di coscienza e la legge non corrisponda agli elementi e alle rivendicazioni progressive avanzate dalla Campagna Nazionale per il Diritto all’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito – la marea verde – e rischi di essere sottoposta a eventuali successive modifiche. Sappiamo bene che le conquiste non sono mai date per sempre (come dimostrano i riflussi reazionari che anche nel nostro paese minano l’applicazione delle Legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza) e che vanno mantenute con la forza e il presidio del conflitto. Le donne polacche non sono certo da meno, per quanto vivano in un contesto molto differente e siano riuscite a costruire tenacemente una lotta estesa contro il fronte antiabortista, cattolico e reazionario.

Ci sono nel mondo realtà di movimento, come in questi ultimi anni quello di Non Una di Meno, che sono state capaci di riportare migliaia di donne in piazza per denunciare il dilagare dei femminicidi, difendere l’autodeterminazione nella salute sessuale e riproduttiva, i propri diritti sociali e le proprie condizioni economiche, alla ricerca di una emancipazione necessaria per mettere la parola fine al patriarcato.

Di questo movimento, pur non potendone condividere da un punto di vista marxista, anticapitalista e rivoluzionario l’impostazione, che non indica la necessità di una rottura rivoluzionaria con questo sistema sociale, noi appoggiamo diverse importanti rivendicazioni di carattere progressivo. Soprattutto riteniamo che sia necessaria la convergenza delle lotte e la più ampia dimensione di massa delle mobilitazioni contro tutte le oppressioni di genere: il tenersi insieme in un fronte ampio, diversamente composto da un punto di vista politico e sindacale ma che si collochi nettamente contro l’alleanza criminale del capitalismo e del patriarcato, in una prospettiva internazionalista.

Un fronte d’azione unitario nelle piazze e soprattutto nei luoghi di sfruttamento. Un fronte che sappia mobilitare le donne e tutte le persone che subiscono oppressione di genere e che ponga all’interno delle strutture sindacali e politiche la necessità di fronteggiare con radicalità questo sistema criminale, oppressivo e violento.
Un fronte che deve nascere da tutt* noi, superando ciascun* steccati e settarismi, atteggiamenti autocentrati e isolazionismi: la gravità del momento storico e la portata degli attacchi che subiamo in quanto donne rende questo fronte non solo necessario, ma dolorosamente urgente.

Bisogna ripartire dal bagaglio della memoria collettiva e depurarla dalle distorsioni della cultura borghese attualmente egemone.

Durante la seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, la grande rivoluzionaria Clara Zetkin aveva proposto di fissare nel mese di marzo la giornata internazionale della donna in omaggio alle operaie che avevano portato avanti le prime lotte radicali contro il capitalismo, nelle fabbriche tessili newyorkesi. Nel 1914 le socialiste tedesche, russe e svedesi scelsero proprio l’8 marzo per celebrare questa giornata. Proprio in quella data nel 1917 le operaie tessili di Krasnaja Nit’ a Pietrogrado furono la scintilla che innescò la Rivoluzione russa.

L’urgenza dell’azione unitaria che dobbiamo mettere in campo oggi, uccise nelle nostre case, ammalate sui posti di lavoro, gravate da compiti di assistenza disumani e da tutti i costi di una crisi sanitaria ed economica globale, richiama ciò che spinse alla ribellione le donne del ‘17.

Questa è la linea di intervento di noi compagne e compagn* del PCL, che oggi come sempre saremo impegnat* in ogni percorso che possa contribuire ad abbattere congiuntamente capitalismo e patriarcato nella prospettiva del rovesciamento di questa società fallita e necrotica.

Una giornata, dunque, di lotta e di mobilitazione, che non può essere taciuta e che deve necessariamente riprendere lo spirito con cui è nata. Oggi come ieri.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere
IL VIDEO DELL'INIZIATIVA "LE DONNE AL TEMPO DELLA PANDEMIA"  che si è tenuta domenica 7 marzo:




Per abbattere la violenza patriarcale e capitalista ci vuole la rivoluzione socialista!

 


25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Quest'anno la giornata mondiale contro la violenza sulle donne cade nel pieno della crisi sanitaria, che si innesta nella fase di lunga crisi economica avviata nel 2008, approfondendola e aggravandola nelle sue conseguenze sociali.
Le donne delle classi subalterne stanno pagando un prezzo enorme per questa crisi a tutti i livelli della loro condizione generale.

Questa è dominata, prima di tutto, dall’incertezza del lavoro e del salario, elementi imprescindibili di autonomia.
I contraccolpi hanno investito il vasto settore del lavoro precario, nel quale le donne sono la maggioranza, come lo sono nei settori fortemente in crisi, il turismo e i servizi (soprattutto ricettivi, ristorativi, culturali e di assistenza sanitaria e domestica).
In Italia si sono persi rispetto all’anno scorso 274.000 posti di lavoro occupati da donne (dati ISTAT di agosto 2020), e c’è un forte incremento di donne inattive, specialmente nelle fasce giovanili (+8,5%).
D’altra parte anche per le donne occupate, ma temporaneamente in cassa integrazione, è venuta meno la certezza del salario (in ogni caso generalmente basso, anche per la grande diffusione del part time, molto spesso involontario), estremamente ridotto ed erogato con forti ritardi dall’INPS, quando non anticipato dal datore di lavoro.
Nei settori che si trovano a contatto con il Covid-19 – nella sanità pubblica e privata, nell’assistenza domestica – o in relazione con il pubblico, come nel commercio e la grande distribuzione, le lavoratrici subiscono invece un sovraccarico di lavoro e una elevata esposizione al contagio, spesso sprovviste di adeguate misure di sicurezza.

La situazione altalenante delle scuole e la condizione di vulnerabilità delle persone anziane ha determinato un maggiore carico di lavoro sulle spalle delle donne, sulle quali grava il maggiore peso delle attività di cura, peggiorato dai tagli e dalla privatizzazione e aziendalizzazione dei servizi sanitari e sociali.

In questo quadro lo smart working si sta strutturando come una forma di ulteriore sfruttamento, veicolato attraverso la mistificazione di una possibile (ed evidentemente normale e doverosa nell’ottica capitalistica) conciliazione tra il lavoro produttivo e il lavoro riproduttivo, con il risultato di confondere i confini dei due ambiti, aumentandone la durata e l’intensità di entrambi. Inoltre ciò condanna le donne a rinchiudersi nella sfera privata dell’ambiente domestico, che molto spesso non è uno spazio sicuro.
Questo è confermato dall’aumento dei casi di violenza domestica, registrati con un incremento delle richieste di aiuto del 119,6% (dati ISTAT marzo-giugno 2020), che i centri antiviolenza e le case rifugio, colpiti dai tagli delle risorse e dalle difficoltà operative causate dall’emergenza, hanno faticosamente seguito.

Tra le diverse forme di violenza che le donne stanno subendo in forma aggravata in questa fase di emergenza sanitaria c’è il contrasto all’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), già di norma ostacolato dalla pratica nelle strutture sanitarie dell’obiezione di coscienza. In questi ultimi mesi in molti ospedali si è verificata la sospensione o la riduzione del servizio, mentre in diverse regioni nei consultori e negli ambulatori non viene somministrata la pillola abortiva RU486. Esemplari sono stati il caso dell’Umbria, dove la giunta di centrodestra guidata dalla presidente Tesei aveva abrogato una delibera che permetteva di praticare l'aborto farmacologico in day hospital, rendendolo possibile solo con un ricovero di tre giorni, rendendo l’interruzione di gravidanza più traumatica e invasiva; e il più recente caso del Piemonte, dove a inizio settembre, su iniziativa di un consigliere di Fratelli d’Italia, è stata emessa una circolare che vieta l’aborto farmacologico direttamente nei consultori, riservandone l’attuazione solo negli ospedali, e attiva l’ingresso dei movimenti per la vita nelle strutture dove si pratica l’interruzione di gravidanza.
In una fase di crisi, le politiche reazionarie e repressive, la violenza e il controllo dello Stato, cercano di avere la meglio sulla nostra libertà di scelta, e necessitano di una radicale risposta, come dimostrano la mobilitazione delle donne polacche, e in Argentina quella della Campagna nazionale per il diritto all'aborto, sostenuta dai partiti della sinistra marxista rivoluzionaria, che sta in questi giorni riempiendo le piazze, mentre è stato depositato un disegno di legge al Congresso dal presidente peronista Alberto Fernandez.

Di fronte all’aggravarsi di tutte le forme di violenza che le donne subiscono, è necessaria una mobilitazione femminista a livello internazionale su basi anticapitaliste e rivoluzionarie, all’interno di un movimento unitario di tutta la classe oppressa e sfruttata, e attraverso la costruzione di un fronte che unisca la lotta contro tutte le oppressioni di genere alle lotte per il lavoro, per la casa, per la difesa dell’ambiente e a quelle antifasciste.

Una lotta con rivendicazioni chiare e radicali:

• difesa del lavoro, strumento di autonomia e di autodeterminazione, rivendicando il blocco permanente dei licenziamenti e la cancellazione di tutte le leggi che hanno precarizzato la condizione lavorativa e che hanno sottoposto le donne alla dipendenza familiare, a ricatti, abusi e molestie nei luoghi di lavoro. Cancellazione di appalti e privatizzazioni, fonte di lavoro precario;

• ripartizione del lavoro tra tutte e tutti, con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga; 30 ore per tutti, pagate 40, con l’introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro;

• difesa del salario, rivendicandone la copertura al 100% e rivendicando un salario garantito in caso di disoccupazione o inoccupazione. Contro ogni ipotesi di reddito universale o di autodeterminazione slegato dal lavoro;

• cancellazione delle controriforme delle pensioni e ritorno al sistema retributivo;

• nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo delle lavoratrici e dei lavoratori delle imprese che chiudono, inquinano e delocalizzano;

• patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione e cancellazione del debito pubblico verso le banche, e nazionalizzazione di queste ultime;

• servizi sociali pubblici e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici e delle utenti per i servizi legati alla cura. Fine della pratica della sussidiarietà privata. La prospettiva deve essere la socializzazione del lavoro di cura;

• aborto libero, sicuro e gratuito; accesso all’aborto farmacologico; contraccezione gratuita e garantita;

• abolizione dell’obiezione di coscienza e consultori pubblici e laici;

• autorganizzazione dell'autodifesa femminista con il potenziamento di centri di aiuto e ascolto; fondi ai centri antiviolenza e case di tutela per donne maltrattate, organizzati da donne e per donne, senza nessun finanziamento a enti o case famiglia religiose o private;

• eliminazione di tutte le leggi securitarie che violano i diritti delle donne immigrate; lotta al caporalato e alle forme di schiavismo cui sono soggette le lavoratrici; lotta alla tratta e allo sfruttamento della prostituzione.

Dentro questo sistema economico e sociale non è possibile la liberazione delle donne dalle diverse forme di violenza e oppressione. In una società di sfruttamento, in una società divisa in classi, non saremo mai libere.
Solo con il rovesciamento di questo ordine sociale innestato sul capitalismo e il patriarcato, solo con una rivoluzione socialista potremo spezzare le catene dello sfruttamento e della violenza, e liberare noi stesse e l’umanità intera.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Si estende la ribellione delle donne in Polonia

 


Mobilitazioni anticlericali e per la libertà di aborto in tutto il paese

28 Ottobre 2020

Una vasta mobilitazione di donne sta scuotendo la Polonia. Il tribunale costituzionale polacco, controllato dal partito reazionario Diritto e Giustizia (PiS), ha recentemente sentenziato che l'aborto è incostituzionale anche in caso di malformazione grave e irreversibile del feto. Nei fatti è la cancellazione del diritto all'interruzione volontaria della gravidanza in Polonia. Questo fatto ha prodotto una reazione di massa delle donne in tutte le principali città polacche, ma anche nelle cittadine e persino in alcune zone rurali. La parola d'ordine rilanciata sui social è “Avete voluto la guerra!”.

Le forme di lotta del movimento sono a modo loro radicali e creative. Blocchi prolungati del traffico cittadino, cortei rumorosi di automobili, assedio delle sedi istituzionali, ma anche un'azione di “sciopero generale” con manifestazione nazionale a Varsavia. Gli slogan hanno un profilo anticlericale ed antigovernativo: “Io penso, io decido”, “Libertà, uguaglianza, diritto di aborto”, “PiS e la Chiesa hanno del sangue sulle loro mani”.
«La nostra violenza è la risposta a ciò che ci riserva l'avvenire» dichiara Karolina Wozniak, una studentessa di 24 anni, uno dei volti pubblici del movimento.

I muri delle città polacche sono segnati da una campagna di graffiti che rilancia le rivendicazioni delle donne. Domenica 25 ottobre in tutto il paese si sono tenute manifestazioni davanti alle chiese, con irruzione e interruzione delle messe, e scritte con lo spray in rosso. «Una profanazione mai vista prima nel bastione cattolico d'Europa» scrive Le Monde.
Il ministro della giustizia ha annunciato che «punirà con severità queste azioni sacrileghe», ma contro ogni previsione il partito di governo incontra sinora difficoltà a organizzare una contromobilitazione. Ci ha provato a Varsavia e Katowice con proprie militanti nazionaliste, ma il risultato è stato assai deludente: poche decine di attiviste, che oltretutto hanno avuto la peggio negli scontri con le femministe. A Katowice è dovuta intervenire la polizia con manganellate e gas lacrimogeni per proteggere la sparuta manifestazione filogovernativa. Mentre a Nowy Dwór Gdanski, un comune rurale di 10000 abitanti del nord del paese, i contadini hanno fatto sfilare i propri trattori a sostegno del movimento delle donne.

Jaroslaw Kaczynski, grande capo del PiS e uomo forte del paese, si trova di fronte a un movimento imprevisto: «Una guerra culturale di tali proporzioni che potrebbe sfuggire al suo controllo» (Le Monde). Vedremo gli sviluppi. Ma è l'ulteriore riprova, se ve ne era bisogno, che l'instabilità è la cifra dello scenario internazionale. Persino là dove ancora domina la reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Parlamento europeo anticomunista

23 Settembre 2019 - Dai loschi figuri di Fratelli d'Italia sino a Giuliano Pisapia, passando per Lega, liberali e PD. È l'arco politico dei firmatari italiani di una risoluzione anticomunista votata a larga maggioranza dal Parlamento Europeo con 535 voti a favore contrari, 66 contrari, 52 astenuti. Una risoluzione che pone sullo stesso piano «nazismo e comunismo», invita a rimuovere i «simboli comunisti», denuncia il «totalitarismo comunista». Non è una risoluzione casuale o irrilevante. Dà una sponda alle misure liberticide dichiaratamente “anticomuniste” assunte da regimi reazionari come il regime polacco e quello ungherese, che mettono di fatto fuorilegge ogni formazione che fa riferimento a simboli e idee comuniste. Celebra l'espansione della UE nell'est europeo come espansione della “frontiera della libertà” rivendicando la fedeltà alla NATO come presidio della “democrazia” e della “pace”.

La risoluzione rappresenta a tutti gli effetti un manifesto ideologico degli imperialismi europei nella fase storica delle guerre commerciali e delle nuove contraddizioni mondiali per la spartizione delle zone di influenza. È singolare. Nel momento stesso della massima contraddizione tra interessi europei e politica USA, della massima marginalizzazione del peso degli imperialismi europei nella tenaglia tra imperialismo USA e imperialismo cinese, della massima divaricazione di interessi tra gli stessi imperialismi europei all'interno della UE (tra Germania e Francia, tra Francia e Italia...), il Parlamento Europeo innalza la bandiera “anticomunista” come collante ideologico della UE. Celebra sul piano ideologico la sola unità di cui gli imperialismi sono capaci, quella contro i lavoratori salariati e i loro diritti. Un'unità che travalica non solo le frontiere ma i confini politici tra gli schieramenti all'interno di ogni paesi. Un'unità celebrata in venticinque anni di attacco congiunto contro salari, lavoro, sanità, pensioni, istruzione, al solo scopo di ingrassare i profitti e pagare il debito alle banche. Un'unità celebrata nelle misure e campagne contro i migranti che fuggono da guerre e rapine degli stessi imperialismi europei. Politiche condotte dai governi borghesi di ogni colore: di centrodestra, di sovranismo nazionalista, di centrosinistra liberalprogressista, di socialdemocrazia. Il fatto che gli stessi campioni “democratici” del PD che denunciano il reazionario Salvini firmino con la Lega e i parafascisti una comune risoluzione anticomunista non è un incidente, è la confessione pubblica della propria ipocrisia.

Ma c'è un risvolto ideologico particolarmente odioso della risoluzione votata: quello che si appoggia sui crimini staliniani per denunciare il «totalitarismo comunista». Come se proprio i comunisti non fossero stati le prime vittime dello stalinismo. Come se il regime totalitario di Stalin non avesse realizzato il più grande massacro dei comunisti del Novecento. Come se gli imperialismi “democratici” non avessero applaudito a suo tempo allo sterminio staliniano dei comunisti, dalla copertura diplomatica occidentale (innanzitutto USA) dei processi di Mosca alla repressione sanguinosa della rivoluzione spagnola.

Non è un'operazione nuova. L'utilizzo scientifico dello stalinismo nel proprio interesse è una costante del capitalismo mondiale da quasi un secolo. E non è solo un'operazione ideologica. Certo l'identificazione tra comunismo e stalinismo è anche questo, un modo di compromettere l'idea stessa del comunismo come progetto di liberazione agli occhi della giovane generazione. Ma non è solo questo. L'imperialismo ha usato lo stalinismo e il suo fallimento anche per espandere il proprio dominio materiale nel mondo. Cos'è accaduto se non questo dopo il crollo del muro di Berlino e dell'URSS? I burocrati stalinisti divennero capitalisti, trasformandosi da casta parassitaria in nuova classe proprietaria nel nome del mercato. E gli imperialismi europei allargarono ad Est il confine del capitalismo, assimilando uno dopo l'altro i vecchi paesi “socialisti”. Per i lavoratori di quei paesi la distruzione dei vantaggi sociali che l'economia pianificata aveva consentito, nonostante la sua gestione burocratica. Per gli imperialismi d'Occidente e i loro profitti un nuovo gigantesco affare. Il fatto che oggi gli imperialismi europei e i loro partiti condannino a parole quello stesso stalinismo che ha finito per regalare loro prima la distruzione delle conquiste politiche della Rivoluzione d'ottobre (il potere dei soviet), poi la distruzione dell'Internazionale rivoluzionaria e del suo programma, infine la distruzione del contenuto sociale della rivoluzione (economia pianificata) appare un grottesco paradosso. Un paradosso che tuttavia dimostra i vantaggi postumi che lo stalinismo continua ad assicurare al capitale. Per questo il nostro rigetto dell'imperialismo è inseparabile dalla denuncia dello stalinismo.

L'Unione Sovietica e l'Armata rossa ebbero un ruolo determinante nella sconfitta del nazismo, al prezzo di 25 milioni di morti. Il fatto che il Parlamento europeo rimuova questa elementare verità storica è vergognoso. I marxisti rivoluzionari difesero incondizionatamente l'Unione Sovietica dall'aggressione nazista e festeggiarono la sua vittoria. Ma lo fecero per difendere le trasformazioni sociali della Rivoluzione d'ottobre su cui l'URSS continuava a basarsi, non lo fecero nel nome di Stalin e del suo regime. Un regime che, prima con la decimazione dei vertici dell'Armata rossa del 1937-'38, e poi col famigerato Patto Molotov-Ribbentrop del 1939, contribuì alla seconda guerra imperialista e all'avanzata nazista in Europa per ben due anni, finendo con l'esporre la stessa URSS alla furia hitleriana.

Nel rigettare con sdegno la risoluzione anticomunista del Parlamento Europeo non le faremo dunque il regalo più grande: quello di avallare l'identificazione tra comunismo e stalinismo che impregna da cima a fondo l'intera risoluzione.
Partito Comunista dei Lavoratori