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Il negoziato fra imperialismi si riversa sui salariati

 

Significato e ricadute dell'accordo sui dazi fra USA e UE. Per un'alleanza internazionale dei salariati contro tutti gli imperialismi. Solo una rivoluzione socialista può dare all'Europa una prospettiva storica nuova

31 Luglio 2025

L'imperialismo USA scarica il proprio declino sugli imperialismi concorrenti, a partire dagli imperialismi “alleati”. L'accordo sui dazi fra Trump e von der Leyen rientra in questo quadro generale.

Il rilancio del protezionismo su larga scala da parte della nuova amministrazione americana mira a obiettivi combinati: incassare nuove risorse con cui detassare i capitalisti USA; e soprattutto riportare negli USA l'industria manifatturiera che aveva battuto altri lidi negli anni d'oro della globalizzazione.
Si tratta di un piano di rilancio delle basi materiali dell'imperialismo americano a fronte dell'ascesa della concorrenza imperialistica della Cina. “Fare di nuovo grande l'America” trova nel protezionismo il proprio credo.

La politica protezionista USA si muove a raggiera sull'intero globo, secondo una logica negoziale spregiudicata. Spazia non solo in America attraverso Canada e Messico – nel nome dell'antico motto ”l'America agli americani” – ma persino in Asia, dove non risparmia neppure gli alleati tradizionali degli USA, come il Giappone e la Corea del Sud, nonostante l'interesse strategico USA al contenimento della Cina (ciò che pone qualche interrogativo, tuttora irrisolto, sul codice di priorità delle scelte trumpiane).

È certo tuttavia che sul tavolo da gioco planetario l'Unione degli imperialismi europei ha subito, se così si può dire, un trattamento particolare da parte di Trump. Simile a quello riservato all'imperialismo giapponese. Più oneroso di quello offerto al vecchio imperialismo britannico.

L'accordo è ancora oggetto di interpretazioni fluttuanti, ma la sua natura appare evidente a occhio nudo: un accordo clamorosamente squilibrato a vantaggio dei capitalisti USA e del governo americano. Il dazio di riferimento del 15% riguarderà il 70% delle merci europee esportate negli USA (che ammontano complessivamente a 531 miliardi di euro); e si somma al “dazio informale” della svalutazione del dollaro del 15%.
Parallelamente la UE si impegna nei tre anni rimanenti dell'amministrazione Trump a comprare prodotti energetici USA per 750 miliardi di dollari (essenzialmente gas e petrolio), ad investire negli USA 600 miliardi di dollari delle imprese europee, ad accrescere i rifornimenti militari presso l'industria bellica americana, i cui titoli azionari non a caso sono esplosi in Borsa.
L'unica contropartita per la UE è la (temporanea) rinuncia degli USA ad elevare i dazi al 30%.

Larga parte del commentario borghese europeo è sconsolato: “per evitare la guerra abbiamo accettato la resa”. In particolare la postura remissiva esibita durante il negoziato dalla Presidente della Commissione Europea è spesso oggetto di critica o di scherno. Comprensibile. Ma al di là della superficie scenica, occorre andare alla sostanza di quanto è avvenuto.


LA CRISI DELL'UNIONE EUROPEA

La debolezza contrattuale dell'Unione Europea è il riflesso della sua base materiale. Esiste un imperialismo americano, un imperialismo cinese, un imperialismo russo. Non esiste un imperialismo europeo. Esiste un'unione di stati imperialisti nazionali, di diversa taglia, da tempo penalizzati nella competizione globale, separati da interessi tra loro divergenti e conflittuali. Imperialismi nazionali che si contendono gli investimenti esteri attraverso la corsa al ribasso della tassazione sui profitti; che dispongono di sistemi energetici differenziati; che si disputano il mercato dell'acciaio, dell'industria farmaceutica, dell'industria bellica continentale; che si spartiscono in una lotta al coltello i fondi europei all'agricoltura e all'industria; che si contendono le aree di influenza in Europa, nei Balcani, in Nord Africa, in Medio Oriente, così come le proiezioni di mercato in Cina, India e America Latina.

Il crollo del muro di Berlino, poi la grande crisi del 2008, infine la concorrenza combinata e agguerrita delle altre potenze imperialiste (USA e Cina in primis) hanno indotto gli imperialismi nazionali europei prima a creare e poi a preservare la propria unione. Ma mai come oggi i diversi interessi degli Stati nazionali appaiono conflittuali.
Il contenzioso tra Germania e Francia sul primato in Europa, il conflitto latente tra Francia e Italia in Nord Africa, la concorrenza fra Italia e Germania nei Balcani, le infinite controversie sulle politiche di bilancio (sia nazionale che comunitario) ne sono un riflesso. La cosiddetta “costruzione federale” della UE non ha superato la soglia della moneta comune (2000), ed è di fatto bloccata da più di vent'anni. Il ricorso eccezionale all'indebitamento comune in risposta alla pandemia (2020) non ha avuto seguito. Lo stesso piano di riarmo recentemente varato risponde prevalentemente, non a caso, alle capacità di bilancio dei diversi Stati nazionali, e per questo approfondisce la loro divaricazione (a partire da quella franco-tedesca).


NEGOZIATO EUROPEO, INTERESSI NAZIONALI

Il negoziato commerciale tra UE e USA, e il suo esito, non potevano essere estranei a questo quadro d'insieme. Da un punto di vista formale, era ed è l'Unione Europea, attraverso la sua Commissione, la titolare del negoziato commerciale. Ma dietro il paravento di un negoziato continentale si agitano le diverse pressioni nazionali.
Berlino ha cercato principalmente di salvaguardare la propria industria automobilistica. Roma ha provato a tutelare la propria industria agroalimentare e farmaceutica. Parigi si sente minacciata da un accordo che la penalizza nei comparti chiave della propria industria bellica ed energetica, e protesta (“l'ora buia della sottomissione”).
Von der Leyen ha trattato per tutti e per nessuno. Così ora tutte le diverse filiere nazionali e/o di settore lamentano lo scarto tra i risultati e le attese. Tra il risultato e il proprio “mandato”, per lo più nazionale.

Peraltro, un negoziato commerciale non è mai solo commerciale, tanto più nel contesto attuale. Pesano i rapporti di forza complessivi sul piano della potenza imperialista. L'imperialismo USA in questi mesi ha messo sul piatto della bilancia il proprio primato indiscusso sul piano militare (NATO), la forza del proprio comparto energetico, il peso dei grandi monopoli tech. Gli impegni europei ad acquistare armi, gas, petrolio USA, e ad investire massicciamente negli Stati Uniti, sono il sottoprodotto della pressione materiale dell'imperialismo americano, e oggi soprattutto della svolta nazionalista della sua nuova direzione politica.

Certo colpisce un “impegno” europeo a spendere 750 miliardi in gas e petrolio USA quando l'intero export USA in petrolio e gas ammonta a 141 miliardi, come stupisce l'impegno a investire negli USA 600 miliardi delle imprese europee quando si tratta di investimenti privati, difficilmente prevedibili e quantificabili.
È possibile che la cifra comprenda in realtà l'impegno a comprare i titoli di Stato americani, oggi in evidente difficoltà anche perché minacciati da un parziale disinvestimento cinese. Ma al di là di incognite e contraddizioni, resta il dato di fondo: l'unione degli imperialismi europei si è piegata alle pressioni dell'imperialismo USA.


PER L'INDIPENDENZA DI CLASSE DEI SALARIATI EUROPEI

Ora tutte le borghesie del continente battono cassa chiedendo “compensazioni”. In altri termini, una nuova montagna di miliardi da girare ai capitalisti europei per indennizzarli dai dazi americani. Gli stessi capitalisti che magari, in risposta ai dazi, stanno valutando se trasferire negli USA le loro produzioni.
Da un lato le organizzazioni padronali chiedono soldi ai propri governi, presentando il conto del danno subito (22,6 miliardi, secondo la sola Confindustria italiana), e invocando deroghe alla normativa europea in fatto di aiuti di stato. Dall'altro, battono cassa direttamente presso l'Unione Europea, chiedendo la sospensiva del Patto di stabilità e persino un nuovo ricorso al debito continentale (cui la Germania continua a opporsi).

In ogni caso si sventola la bandiera dell'interesse comune fra padroni e lavoratori. Sia esso il ritrovato interesse nazionale contro l'Europa matrigna, secondo lo spartito sovranista, sia esso l'interesse europeo contro la protervia americana di Trump. secondo la narrativa liberal-europeista.

Questa operazione truffaldina va respinta. Non debbono essere i salariati a pagare il conto della concorrenza tra i capitalisti, i loro Stati, le loro unioni.
Contro le delocalizzazioni annunciate va rivendicata la nazionalizzazione senza indennizzo, e sotto il controllo dei lavoratori, delle aziende interessate. Contro nuove operazioni a debito va rivendicata la tassazione straordinaria e progressiva dei grandi profitti e patrimoni, assieme alla cancellazione del debito pubblico verso le banche. Contro nuovi tagli alle spese sociali (magari per finanziare le spese in armamenti, siano essi europei o americani) va rivendicato un vasto piano di investimenti pubblici nella sanità, nell'istruzione, nei servizi sociali, nel risanamento ambientale e riconversione energetica – oggi rinnegata persino formalmente con l'impegno assunto verso gas e petrolio USA – a spese dei capitalisti. Contro ogni pretesa di interesse comune tra le classi, va rivendicata e perseguita l'alleanza internazionale tra i salariati europei, e tra questi ultimi e i proletari americani, che sono e saranno colpiti dal mix micidiale di inflazione e tagli sociali.


PER UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA EUROPEA

Al tempo stesso, quanto avvenuto richiama una riflessione più generale sulla prospettiva strategica dell'Europa e sul suo ruolo nel mondo.

Negli anni Trenta Trotsky scrisse che l'ascesa storica dell'imperialismo USA avrebbe messo all'angolo gli imperialismi europei, e che l'unico futuro storico progressivo per il vecchio continente avrebbe potuto delinearsi solo su basi socialiste. Oggi uno scenario per molti aspetti opposto produce lo stesso esito: è il declino storico degli Stati Uniti che viene messo a carico dell'Europa, sempre più vaso di coccio nella morsa delle grandi potenze planetarie.

I circoli borghesi liberali che invocano l'urgenza di una unità europea su basi federali, nel nome di una replica dell'antica federazione americana, ignorano le contraddizioni nazionali insuperabili tra i diversi stati imperialisti del vecchio continente: la loro unione non solo è stata edificata contro i lavoratori europei, ma rappresenta un progetto arenato e fallito.

Gli ambienti sovranisti che invocano la dissoluzione dell'Unione Europea e/o l'alleanza dei paesi europei con l'imperialismo russo e cinese, chiedono di fatto una nuova subordinazione dell'Europa, diversamente declinata, verso nuove potenze imperialiste emergenti. Nulla che corrisponda agli interessi dei salariati europei.

Solo una rivoluzione socialista può unificare l'Europa su basi progressive. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, in ogni paese, e su scala continentale, può dare all'Europa una prospettiva storica nuova.
Per una federazione socialista europea! Per gli Stati uniti socialisti d'Europa! È questa la parola d'ordine della Lega Internazionale Socialista, di cui il PCL è sezione italiana.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una nuova stagione di lotta di classe per contrastare il programma oscurantista dei sovranisti

 


La carta dei valori siglata tra i 16 principali partiti sovranisti e conservatori europei, tra cui Lega e Fratelli d’Italia, testimonia il ruolo da protagonista che l’estrema destra vuole giocare in Europa nei prossimi anni. In nome di un’Europa che rimette al centro le singole identità nazionali, le forze dell’estrema destra nazionalista chiamano a raccolta quanti vogliono un continente senza immigrati, islamici e omossessuali.

I sovranisti, rivendicando «l’eredità giudaico-cristiana dell’Europa», ripropongono la difesa della famiglia tradizionale, lo stop all’immigrazione, l’opposizione "all’iperattivismo morale dell’Unione europea". Questo manifesto ideologico disvela un’Europa cupa e reazionaria: quella sovranista e oscurantista dei diritti cancellati e delle libertà negate, quella che discrimina le donne e la comunità Lgbtq+.
Le dure parole di molti leader europei arrivano tardi e servono a poco. Non saranno certo le élite liberali del continente, le stesse che negli ultimi vent’anni non hanno mosso un dito per salvare le decine di migliaia di migranti annegati nel Mediterraneo, a difendere i diritti civili e democratici. Solo la ridiscesa in campo di una forte mobilitazione operaia su scala continentale, capace di saldare in un unico fronte la battaglia per i diritti civili e democratici con quelli sociali, può spazzare via la folata reazionaria che attraversa gran parte d’Europa. Solo una nuova stagione di lotta che rimetta al centro i bisogni e le aspirazioni delle classi subalterne può essere il lampo di magnesio che illumina una notte senza stelle.


UN FRONTE COMPOSITO ALLA RICERCA DI UNA CONVERGENZA

Questo manifesto ideologico è stato sottoscritto dalle forze politiche che fanno parte di tre gruppi diversi nel Parlamento UE, ovvero Identità e Democrazia (ID) e Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), più Fidesz. Accanto al Rassemblement National di Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox, spicca la presenza del partito del premier ungherese Viktor Orbán, recentemente uscito dal PPE, e del partito del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, due forze di governo che confermano il peso rilevante che le nazioni dell’Europa centrale rivestono in questo schieramento. Anche i sovranisti di casa nostra rivestono un ruolo importante. Matteo Salvini e Giorgia Meloni ricoprono un ruolo apicale all’interno dei loro rispettivi gruppi europei, e in caso di successo elettorale nelle prossime elezioni politiche, possono aspirare a diventare il perno imprescindibile del mondo conservatore e sovranista del vecchio continente, potenzialmente in grado di saldare le forze politiche dell’Europa Occidentale con quelle dei paesi di Visegrad.

La convergenza realizzata dal documento siglato lo scorso 2 luglio rende manifesto un duplice obiettivo: allargare l’area delle forze identitarie e al contempo rassicurare l’establishment sul fatto che il fronte sovranista in via di costruzione non sarà di stampo puramente estremista. Non a caso, la dichiarazione d’intenti non contiene le posizioni più schiettamente euroscettiche che alcuni dei sottoscrittori avevano sostenuto nel recente passato, come l’uscita dalla UE e l’abbandono della moneta unica. L’edulcorazione delle posizioni più accesamente antieuropeiste è funzionale al progetto di trasformare quest’area composita in un baricentro politico capace di attrarre quelle forze di centrodestra che si sentono a disagio nel Partito Popolare Europeo. Anche per questo dall’elenco dei firmatari sono state escluse le forze che più di altre vengono percepite come forze radicali e antisistema, come i tedeschi dell’AfD.


LE INCOGNITE DEL PROCESSO IN CORSO

L’arco politico che ha siglato la “carta dei valori” potenzialmente potrebbe associare 115 deputati, diventando a Strasburgo la terza formazione dopo i popolari e i socialdemocratici. Un numero ragguardevole, che potrebbe anche fungere da leva per accaparrarsi presidenze di commissioni e quote rilevanti dei finanziamenti dell’europarlamento.
Ovviamente la costituzione di un gruppo comune non rappresenterebbe il primo passo verso la costruzione di un’internazionale sovranista, che in sé sarebbe un vero e proprio ossimoro. Più realisticamente questo confronto che si è aperto nel campo sovranista potrebbe favorire la definizione di un nuovo contenitore politico dell’estrema destra al parlamento europeo, anche se la strada appare scoscesa e irta di ostacoli. La galassia sovranista, del resto, è assai composita e conflittuale, e le convergenze fra i suoi membri sono spesso parziali e momentanee. Da sempre questo mondo è attraversato da rivalità non episodiche, ma vi sono anche interessi specifici e questioni di merito assai significative che in alcuni casi riflettono visioni diametralmente opposte, come nel caso di Vlaams Belang e di Vox, entrambi uniti nel richiedere una ferrea regolamentazione dell’immigrazione, ma con gli spagnoli feroci nemici degli indipendentisti di casa loro, e con i fiamminghi che si battono apertamente per la secessione delle Fiandre dal Belgio. Altre formazioni, invece, all’ultimo momento si sono defilate dalla dichiarazione congiunta, come gli olandesi di JA21, che volevano che nella dichiarazione comune fosse contemplato il no al trasferimento di risorse dal Nord al Sud dell’Europa.

L’evoluzione di questo processo dipenderà anche dai rapporti di forza tra la Lega e Fratelli d’Italia, una partita che si gioca a Strasburgo ma soprattutto a Roma, dove in palio c’è la conquista del primato nella coalizione di destra che concorrerà alle prossime elezioni politiche. Da verificare saranno anche le linee di faglia che, nel prossimo periodo, si possono aprire all’interno delle singole forze politiche, come nella Lega, dove il ministro dello sviluppo economico Giorgetti può appoggiarsi a settori importanti del Carroccio, quelli maggiormente legati ai ceti produttivi del Nord Italia, per perseguire un indirizzo politico diverso da quello salviniano: scolorire il profilo sovranista della Lega per avvicinarsi al PPE.
Anche nel partito di Marine Le Pen si possono aprire delle contraddizioni, come si è iniziato a vedere al recente congresso di Perpignan, dove l’estrema destra transalpina ha iniziato ad interrogarsi sull’efficacia della cosiddetta dédiabolisation, una strategia volta a presentare un’immagine rassicurante intesa a conquistare il consenso tra i ceti moderati che tradizionalmente votano per le formazioni che collocano al centro. Una strategia che alle ultime elezioni regionali ha segnato il passo, non riuscendo ad allargare il consenso e creando malumore tra la base militante (con la chiusura di alcune federazioni) ed anche tra l’elettorato più radicale, che in previsione delle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe essere attratto dai proclami accesamente retrivi di Eric Zemmour, se il noto commentatore deciderà di correre per l’Eliseo.


L’INEFFICACIA DELLA RISPOSTA EUROPEISTA

A questa ventata oscurantista, lo schieramento liberale e socialdemocratico contrappone i valori della costruzione europea, che a loro dire difenderebbero i diritti civili e democratici dei cittadini. In questo quadro, le cancellerie europee hanno usato parole di fuoco per denunciare la deriva illiberale dell’Ungheria di Orbán. Da quando è uscito dal PPE, il premier magiaro è costantemente pressato dalla critica dei governi dell’Unione Europea che gli imputano il non rispetto dei valori comunitari in merito allo stato di diritto e all’indipendenza della magistratura. Gli strali si sono appuntati soprattutto sulla legge omofoba e discriminatoria approvata dal parlamento di Budapest. Persino il Consiglio d’Europa si è sentito in dovere di prendere posizione per il rispetto dei diritti Lgbtq+. Tali vibranti proteste in difesa dei diritti civili sono una novità assoluta per i paludati ambienti di Bruxelles, visto che non hanno proferito parola per una legge approvata alla fine del 2018 che impone ai lavoratori ungheresi di effettuare una mole di ore di lavoro straordinario non pagato. Una legge significativamente ribattezzata “legge schiavitù”, che ha gonfiato i profitti non solo degli imprenditori locali, ma anche dei capitalisti stranieri (in specie tedeschi) che lì hanno delocalizzato una parte della loro produzione. Segno che per l’Unione Europea le necessità dell’economia capitalista prevalgono sui valori, e che i diritti sociali si fermano davanti ai cancelli delle fabbriche.


LA NECESSITÀ DI UNA RISPOSTA DI CLASSE

Al di là delle fortune elettorali altalenanti, le forze della destra e dell’estrema destra europea dimostrano di essere ben radicate nella società. Non solo confermano la capacità di produrre fatti politici rilevanti, ma soprattutto continuano ad essere in grado di veicolare le loro posizioni reazionarie, xenofobe e razziste in amplissimi strati della società.

In un’Europa ferita dalla pandemia, dove chi già subiva gli effetti delle politiche di austerità si ritrova ancora più povero ed abbandonato, la malapianta della predicazione sovranista può trovare nuova linfa vitale, riproponendo falsi miti, nuove identità e facili capri espiatori a cui addossare la colpa del disagio e della crisi. Il razzismo nei confronti dei migranti, la contrapposizione tra gli ultimi e i penultimi, e la discriminazione delle minoranze, possono cioè conoscere una nuova stagione capace di occultare le contraddizioni di fondo – quelle di classe – che muovono e determinano i destini individuali e collettivi.
Lo scenario dominato dalla falsa contrapposizione tra élite europeista e nazionalismo sovranista si potrà nuovamente riprodurre se le forze del movimento operaio non abbandoneranno la fallimentare politica collaborazionista, per rilanciare invece una decisa e coerente mobilitazione anticapitalista che si batta contro i veri responsabili della crisi economica e sociale. Anche perché la narrazione reazionaria dei nazionalisti si è finora nutrita di quel groviglio di risentimento e di senso di abbandono che negli ultimi decenni è cresciuto nel seno delle classi subalterne, mentre i cosiddetti progressisti sposavano la causa della “buona globalizzazione” e lasciavano le classi inferiori preda delle loro paure e delle loro sofferenze.

Piero Nobili

Lo scambio tra il MES e la cancellazione dell'IRAP

I soldi del MES servono ai capitalisti italiani, altro che “subordinazione alla Germania”

Confindustria non tiene pudore.
Dopo essere stata determinante nella precipitazione dell'epidemia e delle morti in Lombardia, dopo aver dettato i tempi della ripresa produttiva in tutta Italia senza reali condizioni di sicurezza per i lavoratori e le lavoratrici spesso persino sui terreni più elementari (mascherine, tamponi, test, riorganizzazione dei trasporti), ora i vertici di Confindustria non solo chiedono lo scudo penale sui casi di Covid-19 in azienda, ma rivendicano con rullo di tamburi la cancellazione dell'IRAP, cioè di quella tassa sulle attività produttive che in Italia finanza la sanità pubblica o ciò che ne resta.

«È ciò che serve in questo momento. La proposta più immediata, senza interventi a pioggia. È semplice ed automatica e si toglierebbe pure un adempimento. Abolirla è giusto eticamente, perché così si sostengono le imprese che finora hanno pagato le tasse» dichiara testualmente Emanuele Orsini, vicepresidente di Confindustria (Il Sole 24 Ore, 12 maggio).
Ora, lasciamo perdere in questa sede chi paga le tasse e chi no, quando salariati e pensionati reggono l'80% del carico fiscale e la tassa sui profitti (IRES) è stata portata dal 34,5% a poco più del 20% nel giro di poco più di dieci anni. Invece vogliamo soffermarci sull'eticità della soppressione della principale fonte di sostegno del Servizio Sanitario Nazionale nel momento della più grande epidemia del dopoguerra. Dopo più di 30000 morti e centinaia di decessi tra medici e infermieri. Dopo la verifica devastante di decenni di tagli alla sanità richiesti prima di tutto da Confindustria.

Guardiamo le cifre. La soppressione dell'IRAP significa, secondo gli stessi calcoli confindustriali, la cancellazione di 9 miliardi annui di introito fiscale destinati alla sanità. Non proprio bruscolini. Nove miliardi travasati sui profitti, nel momento in cui ne occorrerebbero bel dodici in più solo per adeguare le postazioni di terapia intensiva.

Domanda: cosa vuole ancora tagliare Confindustria nel servizio sanitario nazionale?
Confindustria schiva la domanda imbarazzante con una replica preventiva: «Ha un senso ricorrere a tutte le risorse europee, a partire da quelle destinate alle spese sanitarie, in modo da liberare spazi nel bilancio italiano e recuperare risorse da destinare a politiche industriali. Eliminare l’IRAP, comunque, non vuol dire, sottrarre risorse alla sanità, si possono prevedere diverse fonti di finanziamento che sostengano le Regioni.»

E quali sarebbero, di grazia, le “diverse fonti di finanziamento” cui attingere? Non certo una patrimoniale sulle grandi fortune, che per i padroni è bestemmia. Non certo l'IRES, di cui hanno chiesto il continuo ribasso. Restano le “risorse europee”.
Ecco. La partita sul MES acquista ora un significato più chiaro. Perché i padroni chiedono in coro di ricorrere ai 36 miliardi del MES? Non per sottomettere la nazione alla Germania, o alla dittatura di Bruxelles, come blaterano gli ambienti nazionalisti reazionari e i sovranisti “di sinistra” a rimorchio, ma per l'interesse del proprio portafoglio tricolore. I miliardi del MES servono a finanziare di fatto la cancellazione dell'IRAP a vantaggio dei capitalisti italiani. Altro che investimenti sulla sanità.
Peraltro l'accordo sul MES parla non solo di spese sanitarie dirette ma anche indirette, guarda caso su precisa richiesta italiana. Significa che coi soldi del MES, oltre al taglio dell'IRAP verranno finanziati i costi delle riorganizzazioni aziendali connesse alla pandemia, dai dispositivi individuali alle sanificazioni. Il tutto naturalmente a debito, e dunque scaricando i costi, prima o poi, sulle tasse. Quelle pagate sempre più dai lavoratori e sempre meno dai capitalisti. E qui il cerchio si chiude.

Il nemico è in casa nostra, come dicevano i comunisti un secolo fa contro i propri sovranismi. È una linea di confine tanto più invalicabile oggi.
Partito Comunista dei Lavoratori

Unione Europea, malata sintomatica

La UE alla sua prova tampone

29 Marzo 2020
La borghesia liberale ha idolatrato per trent'anni l'Unione Europea, col sostegno dei tanti a sinistra che sognavano l'”Europa sociale”. Le destre sovraniste denunciano invece l'Europa matrigna nel nome del primato della nazione, contando sul seguito di sventurati ambienti sinistrorsi a caccia di di plausi presso i media reazionari.
Gli uni e gli altri nascondono ai lavoratori la realtà della UE: quella di una unione continentale di imperialismi nazionali, legati da reciproche convenienze e al tempo stesso segnati da insuperabili contraddizioni. Contraddizioni e convenienze messe sul conto del proletariato europeo.

Il dramma del coronavirus è da questo punto di vista un'ottima cartina di tornasole.


UNA CRISI PROFONDA INVESTE L'UE

L'Europa è colpita da una crisi sanitaria senza paragoni nel secondo dopoguerra e dal rischio di una depressione continentale. I sistemi sanitari nazionali, saccheggiati per trent'anni da parte di tutti i governi (inclusi i Prodi e gli Tsipras) hanno fatto bancarotta sotto la pressione dell'epidemia, sino a scivolare nei fatti verso forme di medicina di guerra. La crisi sanitaria ha tracimato ovunque in una crisi economico-sociale devastante. La recessione, già prima annunciata, ha preso la china di un precipizio. In Italia, in Francia, in Spagna, in Germania, ovunque. Da qui la domanda che i circoli dominanti si pongono: come fronteggiare la valanga?

Ogni Stato nazionale della UE, a partire dagli stati imperialisti, ha una drammatica esigenza di risorse finanziarie nel momento stesso in cui non sa dove prenderle. Tutti gli Stati imperialisti vogliono soccorrere le proprie banche e le proprie imprese, pena la propria ulteriore marginalizzazione sul mercato mondiale in tempesta. Ma non possono prendere i soldi dalle tasche dei padroni, con ipotesi di patrimoniali o tassazioni dei profitti, perché sarebbe una partita di giro per i propri assistiti, e perché la concorrenza tra capitalisti su scala mondiale avviene da trent'anni (anche) sulla detassazione dei profitti, e quindi sui colpi alle protezioni sociali. Al tempo stesso, i governi nazionali dopo la grande crisi del 2008 e il lungo ciclo di austerità attraversano tutti una grave crisi di credibilità e di consenso che rende più problematiche nuove politiche di tagli sociali, tanto più nel momento in cui lo scandalo pubblico agli occhi di tutti è proprio lo sfascio dei sistemi sanitari. Allora che fare? Questo è il cuore del negoziato in corso tra i governi europei.


COME FRONTEGGIARE LA VALANGA?

Il nodo è tanto più spesso perché ogni governo nazionale, spaventato dall'emergenza, ha già annunciato in casa propria una mobilitazione straordinaria di risorse. Gli stessi partiti che in anni recenti inserivano il pareggio di bilancio in costituzione per blindare la tosatura di sanità e pensioni scoprono di punto in bianco che i bilanci si possono e si debbono sfondare quando si tratta di soccorrere i capitalisti. La Germania annuncia un investimento di 550 miliardi, la Spagna una spesa aggiuntiva di 200 miliardi, l'Italia una manovra di 50 miliardi e passa. Sotto la pressione degli Stati nazionali, la stessa Commissione Europea ha fatto di necessità virtù. I parametri di Maastricht, il tetto del deficit al 3%, la progressione prevista da Fiscal Compact per la riduzione del debito, tutti i riferimenti biblici del passato decennio, sono stati archiviati o sospesi con la stessa fretta con cui erano stati varati.

Ma il problema sta proprio qui: nel fatto che le cifre ambiziose garantite ai propri capitalisti – in una corsa frenetica al rialzo per non sfigurare nella concorrenza – non si sa ancora su quali spalle si appoggiano. I bilanci degli Stati nazionali, con la parziale eccezione tedesca, sono gravati da un debito pubblico molto più alto di quello di dieci anni fa, cresciuto proprio per aiutare con risorse pubbliche i bilanci privati di banche e imprese. Il loro margine di manovra è dunque più limitato di allora, mentre la crisi è probabilmente più grave. L'aumento degli interessi sui titoli di stato, il famoso spread, è un segnale d'allarme significativo.


CHI PAGA COSA, E A CHI

Per questo Italia, Francia, Spagna hanno finito col battere cassa presso la BCE, chiedendo una nuova mole di miliardi. La BCE è attraversata a sua volta da contraddizioni nazionali, con la Bundesbank tedesca che ha mal digerito la politica monetaria espansiva di Mario Draghi perché ha abbattuto i tassi di interesse danneggiando le banche tedesche. Ciononostante, il crollo delle Borse ha spinto la nuova Presidente Christine Lagarde ad un aiuto finanziario su scala continentale di 750 miliardi per l'acquisto dei titoli pubblici (ma anche di obbligazioni private delle imprese) in continuità con le politiche di Draghi. Una cifra apparentemente imponente, ma in realtà ancora poca cosa se spartita tra gli stati nazionali. All'Italia toccherebbero ad esempio “appena” una settantina di miliardi, quando deve piazzare sul mercato 400 miliardi di titoli pubblici, coi tassi già oggi in rialzo, e in piena recessione. Lo stesso vale per Francia e Spagna. La coperta, insomma, si è rivelata troppo corta.

Ecco allora la nuova richiesta corale di nove Stati nazionali europei, con in testa gli imperialismi mediterranei di Italia, Francia, Spagna, per aggiungere un nuovo strumento finanziario che offra una coperta larga per tutti: un "eurobond" emesso da una entità europea (o BCE o BEI o MES) da vendere sul mercato finanziario, per distribuire il ricavato ai diversi padronati di casa propria e dunque sostenere le spese annunciate. Ma l'imperialismo tedesco si mette di traverso nel nome del proprio interesse nazionale: il bond tedesco è oggi il dominus europeo sul mercato finanziario, al punto da finanziarsi a tasso zero o negativo; un bond continentale farebbe insomma una concorrenza ostile. Da qui l'impasse. Una vera e propria crisi dell'Unione, non ancora in terapia intensiva, ma fortemente sintomatica.

Vedremo nei prossimi giorni il prosieguo e l'epilogo del negoziato in corso sotto la frusta della crisi. Ma l'unica cosa certa in questo tiro alla fune nel groviglio di interessi nazionali contrastanti è che nessuno di questi interessi ha a che vedere con quelli dei lavoratori. Al contrario. Tutte le operazioni che vengono fatte e pattuite, su scala nazionale e continentale, sono per lo più fatte a debito. Gli Stati, o altre entità europee, si indebitano col capitale finanziario che compra i titoli. Che i titoli siano nazionali o europei per i lavoratori non cambia molto: i debiti dovranno essere rimborsati in ogni caso, prima o poi, con un tasso d'interesse più alto o più basso, a chi li ha comprati. A intascare saranno comunque le banche, a pagare sarà chiamato il lavoro.

La verità è che dentro la UE o fuori di essa, tutto il mondo è capitale. Dentro la UE o fuori di essa, come ad esempio negli USA o in Gran Bretagna, i governi nazionali sono solo i comitati d'affari dei propri capitalisti, nel caso dei propri imperialismi, quelli che sotto l'euro, o sotto il dollaro, o sotto la sterlina, hanno distrutto il servizio sanitario.
La vera gabbia non è la UE ma il capitale. Rompere con la UE è parte di un programma di alternativa socialista, in ogni paese europeo e su scala continentale. Ma ridurre l'alternativa alla rottura con la UE significa mettersi a rimorchio del nazionalismo. Contro le ragioni dei lavoratori e delle lavoratrici, che oggi più di ieri “non hanno patria”, come diceva Marx, perché la loro patria è il mondo.
Partito Comunista dei Lavoratori

Sanità privata con i soldi pubblici

L'assurdità di un sistema sociale che lucra sulla salute di tutti

25 Marzo 2020
Il commentario quotidiano dei media documenta lo stato pietoso della sanità pubblica a fronte dell'epidemia: mancanza di letti, di personale medico e paramedico, di ventilatori, di ambulanze, di servizi di assistenza domiciliare per i non ospedalizzati, di presidi sanitari territoriali, di laboratori. Di tutto. L'alto tasso di decessi prima ancora di arrivare in terapia intensiva è il riflesso di questa condizione, come lo è l'improvvisa scoperta in una grande metropoli di 1800 malati all'interno delle proprie abitazioni, fuori dal raggio di ogni ricognizione e assistenza.

Tutto ciò è il prodotto dei tagli portati alla sanità pubblica degli ultimi vent'anni. Colpisce che questo massacro sociale sia emerso alla cronaca al prezzo di migliaia di morti. Ma tant'è. Ciò che invece non emerge ancora sufficientemente, ed anzi viene rimosso, è la ragione sociale di quei tagli. Che direzione hanno preso i 37 miliardi sottratti al servizio sanitario pubblico? Quale classe ha intascato il malloppo? È un interrogativo che non si può più ignorare. Perché inchioda il mandante del crimine in corso.


CHIUDERE OSPEDALI PER PAGARE I BANCHIERI
Per rispondere a questo interrogativo è sufficiente leggere le motivazioni che hanno accompagnato ogni legge finanziaria, già prima della grande crisi del 2008 e a maggior ragione dopo: la necessità di tagliare la spesa in ragione del contenimento del debito pubblico. In realtà in ragione del pagamento del debito pubblico e degli interessi sul debito: 60 o 70 miliardi di soli interessi ogni anno. Una cumulazione di interessi che ha concorso oltretutto ad espandere proprio quel debito pubblico che si doveva “contenere”. Ma a chi è andata ogni anno questa gigantesca mole di risorse sottratte ai servizi sociali, sanità inclusa? Naturalmente a chi ha comprato i titoli pubblici, cioè ai detentori del debito italiano. Principalmente le banche. Non le banche tedesche o straniere, come vorrebbe la propaganda sovranista un tanto al chilo. Ma principalmente, più di ogni altro, le grandi banche italiane, assieme alle compagnie di assicurazione. Cioè le stesse banche italiane che controllano coi propri pacchetti azionari buona parte di quella grande stampa che documenta... il disastro della sanità. Curioso no? È la misura della pubblica ipocrisia.


I CAPITALISTI DELLA SALUTE INGRASSANO IN BORSA

C'è tuttavia un altro soggetto che ha beneficiato largamente dei tagli alla sanità pubblica. È la sanità privata. Privata ma coi soldi pubblici.
Nel 2000 la sanità privata convenzionata assorbiva un esborso di 15,8 miliardi. Nel 2016 l'esborso arrivava a 31,5 miliardi, praticamente un raddoppio. Proprio in quel quindicennio, guarda caso, dilagava la soppressione degli ospedali pubblici, e con essi di 30.000 posti letto, incluse le postazioni di terapia intensiva. Già nel 2004 il convegno internazionale di Trieste sulla medicina d'urgenza denunciava la drammatica carenza dei posti di terapia intensiva negli ospedali italiani, che stavano al di sotto del 3%, un terzo della media europea. Nei tredici anni successivi quella soglia è stata ulteriormente tagliata al ribasso.

Parallelamente, la sanità privata ha conosciuto, nello stesso periodo, un autentico sfondamento, in un rapporto di complicità (e corruzione) coi governi regionali di ogni colore (Formigoni docet). I margini di profitto garantiti ai capitalisti della salute sono stati ingenti.
Più si tagliava lo spazio della sanità pubblica, più si ampliava il mercato di quella privata, e più saliva il drenaggio dei privati sulle risorse pubbliche attraverso il sistema delle convenzioni. Grazie a queste risorse diversi gruppi capitalistici della sanità privata hanno accumulato enormi fortune, investendole a loro volta in lucrosi affari immobiliari e finanziari. Basti pensare al gruppo Tosinvest, agli Angelucci, ai Rotelli, ai Rocca. Nuove dinastie della borghesia italiana si sono fatte largo per questa via, sino a fare nel 2018 il proprio ingresso in borsa, dove i titoli della sanità privata hanno conosciuto in soli due anni una crescita di valore del 56,9%. Un autentico record.

Ecco, quando parliamo ogni giorno del dramma sanitario in atto, delle morti silenziose e terribili senza il conforto delle persone care, teniamo anche uno sguardo d'insieme sulla natura della società capitalista. Perché la radice di tutto sta lì. Ripartire dai bisogni dei malati e della salute significa chiamare in causa l'intero ordine sociale, ben al di là di un virus. Ricordiamocelo per quando tutto sarà finito. Quando dovremo presentare il conto.
Partito Comunista dei Lavoratori

Chi lavora per un governo Draghi

Il grande capitale manovra per il dopo coronavirus

25 Marzo 2020
Nel momento stesso in cui chiedono agli operai di lavorare senza condizioni di sicurezza, i circoli dominanti iniziano a interrogarsi sulla prospettiva politica. Il Corriere della Sera, controllato da Banca Intesa, è all'avanguardia: «Da destra a sinistra tutti evocano Draghi per guidare l'Italia finita l'emergenza» (25 marzo). E fa filtrare in virgolettato le ipotesi che circolano al ministero dell'Economia: «un crollo del Pil per il 2020 tra il 5 e il 7% [sono ipotesi] da ritenersi ottimistiche: "Bisognerà prepararsi a una manovra choc, che non si potrà fare senza un patto nazionale"».
Il richiamo della Presidenza della Repubblica all'unità nazionale del dopoguerra non è casuale. De Gasperi e Togliatti si unirono al governo per ricostruire il capitalismo italiano uscito malconcio dalla guerra. Agli operai si imposero sacrifici enormi mentre ai padroni che avevano sostenuto il fascismo si restituirono fabbriche e profitti. Fu il tradimento della Resistenza.

Oggi, di fronte alla recessione annunciata e ai suoi effetti catastrofici, si recupera lo stesso canovaccio dell'unità nazionale. Contesti diversi, protagonisti diversi, ma la stessa filosofia di fondo.
I capitoli della manovra choc non sono difficili da indovinare: una pioggia di miliardi alle imprese per la “ricostruzione”, un'altra più estesa copertura finanziaria alle banche per consentire loro di far credito alle imprese e acquistare i titoli del debito pubblico, pagamento del debito pubblico alle banche coi relativi interessi in un quadro di difficoltà sul mercato finanziario. Ai lavoratori e alle lavoratrici si presenterà il conto della spesa nel nome della solidarietà patria.

Il Corriere dà informazioni utili sul retroscena di questo lavorio e sui diversi attori coinvolti: una parte del gruppo dirigente del PD che giudica insufficiente per la prospettiva un semplice tavolo di collaborazione tra governo Conte e opposizioni; e il regista politico della Lega, Giorgetti, che rilascia una dichiarazione significativa: «[...] il debito italiano salirà fino al 140-160% di rapporto con il Pil. E dovremo trattare con i mercati e con l'Europa per non affondare. Con tutto il rispetto, mi chiedo: è possibile che questo governo possa affrontare la più grave crisi del dopoguerra?».

La risposta è nel nome di Mario Draghi, il nome già suggerito e avallato in tempi recenti sia da Salvini che da Renzi. L'uomo che avendo coperto e sospinto alla guida della BCE il lungo ciclo di austerità negli anni della grande crisi è perciò stesso la massima garanzia agli occhi degli industriali e dei banchieri. Ecco il candidato naturale a salvatore della Nazione, colui che potrebbe gestire un secondo ciclo di austerità contro i lavoratori e le lavoratrici. Non il “commissario di Bruxelles”, come recita un certo spartito sovranista, ma l'uomo del grande capitale tricolore di cui rappresentare al meglio gli interessi anche in sede europea. Quello stesso capitale tricolore, per capirsi, che con Banca Intesa e Unicredit ha ieri annunciato che distribuirà agli azionisti lauti dividendi, mentre i pazienti muoiono per la mancanza dei letti d'ospedale.

Questa prospettiva politica non è certa, e dovrà affrontare contraddizioni e resistenze da parte di diversi ambienti, da Conte a Meloni, che avrebbero tutto da perdere in fatto di ruolo all'interno di quello scenario. Ma questo è il canovaccio di lavoro che si è iniziato ad imbastire dietro le quinte. Gli stessi capitalisti che hanno massacrato per trent'anni le condizioni del lavoro e la sanità pubblica si candidano a gestire il dopo coronavirus.
La nostra opposizione a ogni unità nazionale tra sindacati e Confindustria nel nome dell'emergenza è anche l'opposizione a questa prospettiva politica.
Partito Comunista dei Lavoratori

IL PCL ADERISCE E SOSTIENE LO SCIOPERO DEL 26 OTTOBRE

Cambiar tutto per non cambiare nulla.

Testo del volantino nazionale che il PCL distribuirà ai cortei dello sciopero del 26 Ottobre

24 Ottobre 2018
Il cosiddetto governo del cambiamento, dopo il decreto “dignità” e quello “sicurezza”, dopo la chiusura della vicenda ILVA (vedi riquadro) e il lancio di una proposta per Alitalia, ha presentato la sua “finanziaria del popolo”. Questo governo, cioè, ha oramai definito le sue politiche e la sua impronta sul paese. Non è un governo di passaggio. Non è un governo dalla parte del lavoro. È un governo reazionario, con un consenso di massa anche tra le classi subalterne, che sta gestendo la crisi per permettere la ripresa di questo sistema capitalista, sostenendo il padronato e reprimendo il lavoro.

Certo, la sua politica meno restrittiva (la previsione di un indebitamento al 2,4%) è un evidente segno di discontinuità rispetto ai precedenti governi tecnici o del PD. E quindi è in conflitto con BCE e Commissione Europea. Questa politica, però, difende interessi diversi da quelli del lavoro.

Sostiene piccole imprese e capitale italiano: riduce le tasse e le imposte a piccole imprese, professionisti e artigiani (flat tax, Ires e 4.0); prevede un nuovo grande condono (pace fiscale) per chi in questi anni ha evaso ed eluso (spesso ancora piccole imprese, professionisti ed artigiani); programma una ripresa degli investimenti, da realizzare soprattutto attraverso il “partenariato pubblico-privato” (cioè nuove occasioni di utilizzare risorse di tutti/e per fare gli interessi dei padroni); non a caso, infine, riprende e sostiene nuove privatizzazioni (dopo tutti i discorsi sui “prenditori” e la sceneggiata contro i Benetton). 

Disciplina il lavoro. Non solo nei dettagli, come introducendo “strumenti biometrici (impronte digitali o iride) per verificare le presenze” (ora tra i pubblici, poi come sempre a tutti/e). Proprio il cuore della sua politica economica, il Reddito di Cittadinanza, è soprattutto uno strumento di controllo per lavoratori e lavoratrici. Infatti, lungi da esser una redistribuzione generalizzata o un salario sociale (una suddivisione del plusvalore collettivo, in chiave disobbediente), è tracciata sul salario di disoccupazione inglese o tedesco (Harz IV): strutture pubbliche e private (i centri per l’impiego) che obbligano a lavori malpagati e monitorano la vita dei singoli (come ha ricordato Di Maio: attenti a comportamenti e spese “immorali”).

Frega lavoratori e lavoratrici. In primo luogo, sulle pensioni. La cosiddetta “quota 100”, che finalmente rivede la Fornero, non solo avrà probabilmente un meccanismo flessibile, ma per far tornare i conti rischia di eliminare il retributivo (tagliando il 10-15% delle pensioni di chi oggi va in pensione) e mantenere il rapporto con la speranza di vita (rischiando di far abbassare i coefficienti e quindi le future pensioni per tutti/e). In secondo luogo, sui contratti. Il celebre Def "del popolo" non ha stanziato un euro a bilancio per i CCNL pubblici: anzi, si scrive che il loro salario continuerà a scendere. Qualcuno pensa che se andrà così, nel privato sarà molto diverso? No, perché si applicherà pienamente l’accordo quadro con Confindustria (vedi riquadro).

Reprime i migranti. Non solo Salvini rivendica e generalizza quello che Minniti aveva silenziosamente iniziato (respingimenti in mare e campi di concentramento in Libia), non solo Lega e 5stelle legittimano le campagne razziste coprendo un’estrema destra violenta ed aggressiva, ma questo governo implementa anche direttamente politiche discriminatorie (da Riace a Monfalcone). Non solo si lascia morire in mare uomini e donne, vecchi e bambini. Non solo si continua a devastare altri paesi per difendere i nostri interessi politici ed economici. Si reprime anche una parte dei lavoratori e delle lavoratrici in questo paese, indebolendo chi è già debole, togliendo diritti e colpendo le condizioni di tutti/e. Come l’art. 25 del decreto Salvini (reato penale per picchettaggio stradale, punibile da 1 a 6 anni, con rimpatrio dei migranti), che attacca le lotte nella logistica, la difesa di diritti e salari per tutti i lavoratori e le lavoratrici di quel settore e non solo.

Si creano ulteriori 70 miliardi di debito, contro il lavoro e le classi popolari. Come sostiene l’agenzia di rating J.P. Morgan “l’impennata dello spread è una opportunità di investimento” (immaginiamo in titoli di stato). Finanziando queste politiche, chi pagherà i costi della crescita del debito? I proletari e la popolazione povera, attraverso i soliti tagli a sanità, scuola e ad agevolazioni fiscali per famiglie di lavoratori. 
Questo è il governo giallo-verde, queste le sue scelte. Contro queste politiche, è ora di lottare!

Ilva: un accordo contro il lavoro e contro l’ambiente
L'accordo raggiunto da CGIL-CISL-UIL e USB non tocca infatti i cardini dell’ipotesi Calenda:
- Arcelor Mittal impiegherà solo 10.700 lavoratori (per Genova ci sarà una trattativa a parte), 8.200 dei quali a Taranto. Dovranno sottoscrivere "dimissioni consensuali", rinunciando alla continuità garantita dall'art. 2112 del Cod. civile (cessione di ramo d'azienda) che prevede uguale inquadramento, retribuzione e luogo di lavoro.
- Gli esuberi sono 3.100, ai quali verrà fatta una proposta di esodo incentivato (da 15 mila a 100 mila euro lordi). 
- Con la nuova assunzione, si dovrà rinunciare ad intentare qualsiasi causa per malattie o danni causati dal datore di lavoro (art.2087 Cod. civ.), anche per chi accetta l'esodo anticipato.
- Chi non verrà assunto, subito potrà usufruire della cassa integrazione per un periodo massimo di 7 anni. 
- Entro otto mesi (con qualche anticipo rispetto Calenda) l'azienda dovrà coprire il 50% del parco minerario. 
E’ un cedimento, sul piano dei diritti e della salute. Ormai da tempo questo è un modello di riferimento: esodi incentivati e qualche posto di lavoro in cambio dei diritti, anche quelli fondamentali (come sicurezza e salute). Questo scambio oggi è stato sottoscritto anche da USB. Avrebbero potuto battersi per una soluzione diversa: far saltare questa vendita e lottare per la nazionalizzazione. La FIOM non ci ha mai creduto. USB ha preferito invece lasciare questa parola d’ordine ai cortei del sabato, preferendo firmare l’accordo e chiudere così, senza frizioni con il governo 5 stelle, la vicenda ILVA.

Contro l’accordo quadro sulla contrattazione ed il 10 gennaio, per una pratica sindacale democratica, la difesa dell’autonomia del lavoro. 

Lo scorso marzo Cgil Cisl Uil e Confindustria hanno raggiunto l’accordo sugli indirizzi nella contrattazione dei settori industriali. In questo modo, il padronato incassa il risultato dell’ultima stagione contrattuale ed in particolar modo la capitolazione della FIOM nei metalmeccanici. Infatti, l’accordo quadro si caratterizza per tre elementi fondamentali:
Primo. Gli aumenti salariali nei contratti nazionali vengono bloccati sotto l’inflazione, attraverso l’utilizzo dell’indice IPCA (inflazione al netto dei settori energetici), nei contratti di secondo livello vengono legati esclusivamente ad indici variabili (spesso legati a prestazioni individuali, di squadra o di stabilimento), rendendo imprevedibile il salario e facendone strumento di controllo del lavoro.
Secondo. Nel Trattamento economico complessivo (cioè, nel salario), viene compreso una parte non monetaria, ma legata a benefit variabili (sanità e pensioni integrative, buoni acquisto, buoni benzina, ecc). In pratica, utilizzando la defiscalizzazione (cioè risorse pubbliche di tutti/e) per non far sentir la differenza al singolo lavoratore e lavoratrice, viene tagliata silenziosamente una parte di retribuzione (quella indiretta legata agli aumenti, cioè la relativa quota di contributi pensionistici, TFR e tredicesima, pari a circa un terzo di quella complessiva).
Terzo. Viene confermato e rilanciato (dopo 4 anni di silenzio) l’accordo del 10 gennaio sulla rappresentanza. Un accordo che irreggimenta la democrazia sindacale, togliendo diritti ai lavoratori/lavoratrici e trasferendoli alle organizzazioni sindacali (limitazione alla presentazione delle liste e alla titolarità dei delegati/e, vincolo di mandato delle RSU alla sigla di appartenenza, non si prevede obbligatoriamente il voto dei lavoratori e delle lavoratrici per l’approvazione degli accordi). Soprattutto, limita l’agibilità e gli spazi di resistenza sindacale, introducendo il principio della esigibilità per le imprese, limitando persino il diritto di sciopero, con procedure di raffreddamento e la possibilità di sanzionare chi dissente.
Contro questo accordo, la sua implementazione e la sua applicazione, prassi alternative e conflittuali, in grado di far progressivamente saltare ogni ingabbiamento della democrazia sindacale e dell’autonomia di lavoratori e lavoratrici.

RIPRENDERE LE LOTTE, GENERALIZZARE IL CONFLITTO 

Contro queste politiche di gestione della crisi, contro l’immobilismo della CGIL e le titubanze di USB, contro ogni interlocuzione con questo governo reazionario, contro ogni irreggimentazione della democrazia sindacale, ricostruiamo nelle lotte una vertenza generale, sosteniamo ogni sciopero e generalizziamo il conflitto

Occorre una svolta vera. Occorre spazzare via ogni illusione nelle politiche di Lega e 5stelle, demagogiche e sovraniste. Seppur diverse da quelle liberali del PD, sono comunque dalla parte dei padroni: difendono piccoli imprenditori e capitali nazionali, non salari e diritti dei lavoratori.
Per questo il Partito comunista dei Lavoratori sostiene pienamente e convintamente lo sciopero generale convocato per il 26 ottobre da diversi sindacati di base (indetto da CUB, S.I. COBAS, SGB, Slai Cobas e USI). Solo una mobilitazione generale può riportare al centro la difesa dei diritti e dei salari. È necessario infatti portare in campo un’opposizione di massa dal versante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati. Sostenere e diffondere la resistenza contro ogni provvedimento e ogni offensiva dalla parte dei padroni, generalizzare le lotte, unire tutto ciò che l'avversario vuole dividere: privato e pubblico, nord e sud, precari e “stabili”, italiani e immigrati. Ricostruendo nelle lotte una piattaforma generale che tracci un confine chiaro: chi sta con i lavoratori e chi sta con i padroni; facendo ciò anche attraverso assemblee decisionali unitarie di delegati/e fino al livello nazionale in tutti i luoghi di lavoro, in cui il sindacalismo di classe possa fare sentire la sua voce e le sue proposte all’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici.

Una piattaforma che, dalla lotta alla precarietà alla redistribuzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore, dall'introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro all’abolizione della legge Fornero (in pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro), da un vero salario sociale a disoccupati e giovani in cerca di prima occupazione alla nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano o licenziano, possa unire la maggioranza della società contro la piccola minoranza di padroni, grandi azionisti e banchieri che oggi detta legge. Tutti i governi, in forme diverse, sono agenti di questa minoranza. Occorre un governo della maggioranza, un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

L'unica vera alternativa allo stato di cose presente.
Partito Comunista dei Lavoratori

L'armata tricolore verso la Libia

«Pronta un'armata con navi, aerei e droni per fermare le partenze dei migranti». Così il Corriere della Sera annuncia con squillo di fanfare la nuova impresa di Libia.

I dettagli forniti dalla stampa più accreditata presso il ministero della Difesa sono molto istruttivi. Prevedono l'invio di una flotta militare guidata da una nave comando, seguita da cinque navi leggere, e accompagnata da aerei ed elicotteri, per un totale di mille uomini in divisa. La flotta dovrebbe entrare per la prima volta in acque libiche coordinando l'intervento della guardia costiera locale per intercettare, bloccare, respingere sotto costa i barconi di migranti, prima che entrino nelle acque internazionali. I migranti, letteralmente sequestrati, verrebbero poi “trasferiti a terra” e internati nei campi libici, dove “i richiedenti asilo” dovrebbero inoltrare le proprie richieste.

Il cinismo regna sovrano. Lo scopo evidente della missione militare è impedire con la forza il diritto di fuga dalla fame e dalle guerre provocate dalle rapine imperialistiche, segregando in fetide galere centinaia di migliaia di persone disperate, già provate da violenze indicibili, e ora date nuovamente in pasto a vessazioni, torture e stupri. Il richiamo al controllo dell'ONU è pietoso. È come sempre la coperta diplomatica e rassicurante offerta alla opinione pubblica democratica per coprire le peggiori nefandezze. L'ipocrisia sulla natura “umanitaria” della missione è svelata dalle regole d'ingaggio richieste dal governo italiano. Infatti verrà utilizzato il cosiddetto modello SOFA (Status Of Forces Agreement) della Nato, che ha lo scopo di «concedere ai militari presenti nei Paesi ospiti la massima immunità possibile dalle leggi locali» (Corriere 27/7). Questo significa una cosa sola: il diritto dei militari occupanti a delinquere impunemente, in mare e in terra.

Non è casuale peraltro il modello esemplare indicato: quello della cosiddetta missione Alba del 1997 contro la “invasione albanese". Il Corriere la esalta perché «riuscì a frenare il flusso migratorio dalla Albania alla Puglia». In realtà la fuga dall'Albania continuò sino ai primi anni 2000. In compenso le navi militari tricolori speronarono e affondarono nel Mare di Otranto la barcarola albanese Kater i Rades, assassinando 108 persone. Un crimine tuttora impunito, e persino rimosso a sinistra come non fosse avvenuto. Governava Romano Prodi, con l'appoggio di Bertinotti, Cossutta, Ferrero, Rizzo. Si vuole oggi rinverdire quelle gesta nel mare di Libia?

Il calendario della missione militare non è casuale, e non riguarda solo la partita migranti. La missione italiana è annunciata il giorno dopo l'incontro a Parigi del presidente francese Macron con al-Sarraj e il generale Haftar. Un incontro funzionale a rilanciare l'imperialismo francese quale forza egemone in Nord Africa, a tutela della presenza della Total in Cirenaica, e del controllo sulla fascia del Sahel (Niger, Mali, Ciad). L'imperialismo italiano, già in forte contrasto con gli interessi francesi su altri fronti (cantieristica), non è disposto a subire in silenzio. Dopo essersi accorto di essere salito sul cavallo sbagliato (al-Sarraj), mentre i francesi cavalcavano il vincente Haftar (col sostegno interessato di Egitto e Russia), il governo italiano ora cerca rimedio allestendo una propria diretta presenza militare sul campo a supporto degli interessi di Eni e del proprio ruolo negoziale in Nord Africa e sui confini del Niger: là dove passano le carovane tormentate dei migranti che Minniti vuole bloccare alla partenza. La pioggia di miliardi promessa dalla UE ai diversi governi africani interessati serve non solo a ingrassare le corrotte polizie locali e a dissodare il terreno per nuovi investimenti rapina (sotto la bandiera dell'“aiutiamoli a casa loro”), ma anche a coprire il braccio di ferro tra imperialismo francese e imperialismo italiano per l'egemonia nel Nord Africa.

I migranti e le loro sofferenze sono dunque ostaggio di una partita più grande tra le vecchie potenze coloniali. Anche per questo la mobilitazione contro la missione italiana non può muovere solo da un versante “democratico” a tutela dei migranti e dei loro diritti. Deve muovere anche da un'aperta denuncia degli interessi dell'imperialismo, innanzitutto del nostro imperialismo. Quello che piace a tanti improvvisati sovranisti (magari di sinistra), e che invece resta per noi, come un secolo fa, il nemico principale.
Marco Ferrando