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Bolivia. Abbasso il patto con Paz! Riorganizzare la lotta con l’obiettivo di conquistare il potere! Abbasso lo stato di eccezione!

 


MST Bolivia

Mario Argollo e i dirigenti del “doppio potere” della COB salvano il governo dal crollo, firmano un accordo con Paz e concedendogli un termine di 90 giorni per soddisfare le richieste.

La dirigenza della COB ha ceduto il comando del potere, che era praticamente nelle sue mani, al debole governo di Rodrigo Paz. Argollo si è rifiutato di percorrere fino in fondo la strada definitiva della presa del potere, dopo cinquanta giorni di lotta ha deciso di fare un patto e ha ordinato di revocare i blocchi, compromettendo l’alleanza con i contadini e le organizzazioni di quartiere di El Alto.

L’accordo impone al governo di non privatizzare le imprese pubbliche né cedere le risorse naturali a interessi privati nazionali o internazionali; di garantire la non ingerenza straniera nel rispetto della sovranità nazionale, e il rifiuto di impegni con organismi finanziari internazionali come il FMI; di garantire l’approvvigionamento di carburante a prezzi stabili; di risarcire i danni subiti dai trasportatori a causa della benzina scadente. Riguarda inoltre la protezione del paniere familiare, del potere d’acquisto salariale e della stabilità lavorativa, la revisione della legge 065 sulle pensioni per rispondere alla richiesta della COB di una pensione pari al 100% dello stipendio, nonché la costituzione di tavoli di lavoro per affrontare la piattaforma rivendicativa della COB e la non violazione delle aree protette a tutela dell’ambiente, tra le altre richieste.

L’accordo ha inoltre istituito una commissione legale composta da rappresentanti del governo e della COB per gestire il rilascio delle persone arrestate durante i cinquanta giorni di proteste sociali.

L’appello alla smobilitazione si inserisce in un contesto di negoziazione tra due poteri: il potere dei dirigenti della classe operaia guidata dalla COB e il potere borghese oligarchico guidato da Paz, in uno scontro in cui il peso dei lavoratori aveva chiaramente la meglio. Ora è la dirigenza della COB a sostenere Paz, non l’oligarchia né l’imperialismo, poiché il potere borghese è stato sconfitto insieme alle sue bande fasciste da una potente lotta nelle strade. Paz rimane in piedi per volontà delle dirigenze di un organismo antagonista di classe, la COB.

Sulla base di questo accordo, si lascia che Paz governi nel tentativo di disarticolare dall’interno il doppio potere venutosi a creare. I blocchi stradali risultano indeboliti. Di questa situazione ha approfittato Paz, che ha decretato lo stato di eccezione nelle prime ore del 20 giugno. Paz, tuttavia, non dispone ancora della forza necessaria per un processo controrivoluzionario in grado di schiacciare le masse, essendo invece vincolato dall’accordo con la COB. Per questo la sua offensiva non può imporre coprifuoco, dovendo invece ricorrere all’uso di agenti chimici di dispersione.

Questa offensiva viene concessa a un governo allo sbando e sull’orlo del baratro. Si tratta di un enorme tradimento, che concede al governo il tempo di riprendersi per tentare di sconfiggere il movimento operaio, contadino e popolare.

Abbasso il patto con il governo!
Riorganizzare la lotta con l’obiettivo del potere!
Abbasso lo stato di eccezione!

La Paz, 20 giugno 2026

Cassa di resistenza per i lavoratori Sofalegname di PCL Romagna · Agosto 3, 2025 Invitiamo tutti i compagn3 a contribuire alla raccolta fondi per i lavoratori in lotta!

 


DONATE QUI!

Il PCL Romagna ha contribuito e contribuirà alla cassa di resistenza per i lavoratori in lotta. Invitiamo tutti i compagni e le compagne a sostenere la raccolta fondi e a prestare solidarietà militante ai picchetti.
Siamo accanto a Sudd Cobas e ai lavoratori Sofalegname contro lo sfruttamento di un capitale senza scrupoli e senza vergogna, che non vuole operai, ma schiavi, e che scappa altrove invece di rispettare i diritti dei lavoratori.

Per conquistare i diritti! Per rovesciare lo sfruttamento! Solidarietà operaia nella lotta! Per durare un minuto in più del padrone!


Ps.: un contributo è già venuto anche dal PCL Nazionale e dalla sez. di Bologna

_________________________

Da Sudd Cobas

I lavoratori della filiera Gruppo 8 di Forlì stanno scioperando e hanno bisogno del nostro aiuto!

Dopo 17 giorni di sciopero nel mese di Luglio, dal 1 agosto i lavoratori sono di nuovo in sciopero ad oltranza, con due presidi permanenti!

Inoltre non hanno ricevuto lo stipendio di Giugno, e chiaramente sono in difficoltà per le spese di affitto e di sussistenza. Quanto più i lavoratori possono resistere in sciopero tanto più sono le possibilità di vincere questa battaglia, ma per farlo hanno bisogno di essere sicuri di poter pagare le spese necessarie. Sappiamo quanto può essere duro scioperare per i propri diritti e stare giorno e notte davanti alla fabbrica, ma è ancora più difficile farlo se non sai come pagare le bollette.

Per questo motivo chiediamo il sostegno di tutte le persone che hanno a cuore la loro lotta e che pensano sia necessario battersi per mettere un freno a multinazionali senza scrupoli, che sfruttano territori e persone e poi provano a scappare via, lasciando i lavoratori senza lavoro e senza stipendio.

Gli scioperi di questo tipo in italia sfortunatamente non sono molti, ma è un motivo in più per sostenere chi li porta avanti, sperando che possano essere di esempio ai molti che ancora lavorano sfruttati.

I lavoratori della filiera Gruppo 8 hanno scioperato, dal 3 Luglio, per 17 giorni contro la delocalizzazione dello stabilimento. Gruppo 8 produce divani di lusso, ma non è mai stata disposta a pagare i lavoratori in modo corretto.

Questo di Luglio era già il secondo sciopero. Prima a Dicembre hanno scioperato una settimana contro le condizioni disumane cui erano costretti: turni di 12 ore al giorno, costretti a dormire in un capannone ad una temperatura di 4°!

Con la prima mobilitazione hanno ottenuto contratti regolari e il rispetto dei loro diritti fondamentali, ma dopo soli 7 mesi l’azienda ha provato a delocalizzare, per liberarsi di chi pretendeva di essere pagato correttamente.

A Luglio dopo 17 giorni di sciopero era stato siglato un accordo dove l’azienda garantiva la riapertura dello stabilimento. Dopo una settimana però,l’accordo non è stato rispettato e l’azienda ha riprovato a spostare la produzione. Il picchetto è ricominciato, ma ad oggi mancano anche gli stipendi di Giugno.

Il mancato rispetto dell’accordo, firmato con la Prefettura di Forlì e in presenza anche della Regione Emilia Romagna è un affronto a tutto il territorio. Multinazionali che si sentono impunite pensando di poter sfruttare persone e risorse, per poi andarsene quando gli fa più comodo. Per questo motivo lo sciopero è ricominciato il 1 Agosto, per pretendere il rispetto dell’accordo e per dare un messaggio chiaro a queste multinazionali: non rimarremo a guardare, difenderemo i posti di lavoro dignitosi e non permetteremo che la produzione ancora un volta venga fatta dove i diritti minimi non ci sono.

Facciamo appello quindi a tutte le cittadine e cittadini, le associazioni, i collettivi di sostenere la mobilitazione e partecipare alla raccolta fondi essenziale per la continuazione di questa battaglia.

Per gli aggiornamenti potete seguire il nostro sito www.suddcobas.it o le nostre pagine sui social.

Condividete la raccolta fondi e donate!

I fondi andranno alla COM Soccorso Attivo, Società di Mutuo Soccorso che distribuirà la raccolta tra i lavoratori in sciopero.

Il negoziato fra imperialismi si riversa sui salariati

 

Significato e ricadute dell'accordo sui dazi fra USA e UE. Per un'alleanza internazionale dei salariati contro tutti gli imperialismi. Solo una rivoluzione socialista può dare all'Europa una prospettiva storica nuova

31 Luglio 2025

L'imperialismo USA scarica il proprio declino sugli imperialismi concorrenti, a partire dagli imperialismi “alleati”. L'accordo sui dazi fra Trump e von der Leyen rientra in questo quadro generale.

Il rilancio del protezionismo su larga scala da parte della nuova amministrazione americana mira a obiettivi combinati: incassare nuove risorse con cui detassare i capitalisti USA; e soprattutto riportare negli USA l'industria manifatturiera che aveva battuto altri lidi negli anni d'oro della globalizzazione.
Si tratta di un piano di rilancio delle basi materiali dell'imperialismo americano a fronte dell'ascesa della concorrenza imperialistica della Cina. “Fare di nuovo grande l'America” trova nel protezionismo il proprio credo.

La politica protezionista USA si muove a raggiera sull'intero globo, secondo una logica negoziale spregiudicata. Spazia non solo in America attraverso Canada e Messico – nel nome dell'antico motto ”l'America agli americani” – ma persino in Asia, dove non risparmia neppure gli alleati tradizionali degli USA, come il Giappone e la Corea del Sud, nonostante l'interesse strategico USA al contenimento della Cina (ciò che pone qualche interrogativo, tuttora irrisolto, sul codice di priorità delle scelte trumpiane).

È certo tuttavia che sul tavolo da gioco planetario l'Unione degli imperialismi europei ha subito, se così si può dire, un trattamento particolare da parte di Trump. Simile a quello riservato all'imperialismo giapponese. Più oneroso di quello offerto al vecchio imperialismo britannico.

L'accordo è ancora oggetto di interpretazioni fluttuanti, ma la sua natura appare evidente a occhio nudo: un accordo clamorosamente squilibrato a vantaggio dei capitalisti USA e del governo americano. Il dazio di riferimento del 15% riguarderà il 70% delle merci europee esportate negli USA (che ammontano complessivamente a 531 miliardi di euro); e si somma al “dazio informale” della svalutazione del dollaro del 15%.
Parallelamente la UE si impegna nei tre anni rimanenti dell'amministrazione Trump a comprare prodotti energetici USA per 750 miliardi di dollari (essenzialmente gas e petrolio), ad investire negli USA 600 miliardi di dollari delle imprese europee, ad accrescere i rifornimenti militari presso l'industria bellica americana, i cui titoli azionari non a caso sono esplosi in Borsa.
L'unica contropartita per la UE è la (temporanea) rinuncia degli USA ad elevare i dazi al 30%.

Larga parte del commentario borghese europeo è sconsolato: “per evitare la guerra abbiamo accettato la resa”. In particolare la postura remissiva esibita durante il negoziato dalla Presidente della Commissione Europea è spesso oggetto di critica o di scherno. Comprensibile. Ma al di là della superficie scenica, occorre andare alla sostanza di quanto è avvenuto.


LA CRISI DELL'UNIONE EUROPEA

La debolezza contrattuale dell'Unione Europea è il riflesso della sua base materiale. Esiste un imperialismo americano, un imperialismo cinese, un imperialismo russo. Non esiste un imperialismo europeo. Esiste un'unione di stati imperialisti nazionali, di diversa taglia, da tempo penalizzati nella competizione globale, separati da interessi tra loro divergenti e conflittuali. Imperialismi nazionali che si contendono gli investimenti esteri attraverso la corsa al ribasso della tassazione sui profitti; che dispongono di sistemi energetici differenziati; che si disputano il mercato dell'acciaio, dell'industria farmaceutica, dell'industria bellica continentale; che si spartiscono in una lotta al coltello i fondi europei all'agricoltura e all'industria; che si contendono le aree di influenza in Europa, nei Balcani, in Nord Africa, in Medio Oriente, così come le proiezioni di mercato in Cina, India e America Latina.

Il crollo del muro di Berlino, poi la grande crisi del 2008, infine la concorrenza combinata e agguerrita delle altre potenze imperialiste (USA e Cina in primis) hanno indotto gli imperialismi nazionali europei prima a creare e poi a preservare la propria unione. Ma mai come oggi i diversi interessi degli Stati nazionali appaiono conflittuali.
Il contenzioso tra Germania e Francia sul primato in Europa, il conflitto latente tra Francia e Italia in Nord Africa, la concorrenza fra Italia e Germania nei Balcani, le infinite controversie sulle politiche di bilancio (sia nazionale che comunitario) ne sono un riflesso. La cosiddetta “costruzione federale” della UE non ha superato la soglia della moneta comune (2000), ed è di fatto bloccata da più di vent'anni. Il ricorso eccezionale all'indebitamento comune in risposta alla pandemia (2020) non ha avuto seguito. Lo stesso piano di riarmo recentemente varato risponde prevalentemente, non a caso, alle capacità di bilancio dei diversi Stati nazionali, e per questo approfondisce la loro divaricazione (a partire da quella franco-tedesca).


NEGOZIATO EUROPEO, INTERESSI NAZIONALI

Il negoziato commerciale tra UE e USA, e il suo esito, non potevano essere estranei a questo quadro d'insieme. Da un punto di vista formale, era ed è l'Unione Europea, attraverso la sua Commissione, la titolare del negoziato commerciale. Ma dietro il paravento di un negoziato continentale si agitano le diverse pressioni nazionali.
Berlino ha cercato principalmente di salvaguardare la propria industria automobilistica. Roma ha provato a tutelare la propria industria agroalimentare e farmaceutica. Parigi si sente minacciata da un accordo che la penalizza nei comparti chiave della propria industria bellica ed energetica, e protesta (“l'ora buia della sottomissione”).
Von der Leyen ha trattato per tutti e per nessuno. Così ora tutte le diverse filiere nazionali e/o di settore lamentano lo scarto tra i risultati e le attese. Tra il risultato e il proprio “mandato”, per lo più nazionale.

Peraltro, un negoziato commerciale non è mai solo commerciale, tanto più nel contesto attuale. Pesano i rapporti di forza complessivi sul piano della potenza imperialista. L'imperialismo USA in questi mesi ha messo sul piatto della bilancia il proprio primato indiscusso sul piano militare (NATO), la forza del proprio comparto energetico, il peso dei grandi monopoli tech. Gli impegni europei ad acquistare armi, gas, petrolio USA, e ad investire massicciamente negli Stati Uniti, sono il sottoprodotto della pressione materiale dell'imperialismo americano, e oggi soprattutto della svolta nazionalista della sua nuova direzione politica.

Certo colpisce un “impegno” europeo a spendere 750 miliardi in gas e petrolio USA quando l'intero export USA in petrolio e gas ammonta a 141 miliardi, come stupisce l'impegno a investire negli USA 600 miliardi delle imprese europee quando si tratta di investimenti privati, difficilmente prevedibili e quantificabili.
È possibile che la cifra comprenda in realtà l'impegno a comprare i titoli di Stato americani, oggi in evidente difficoltà anche perché minacciati da un parziale disinvestimento cinese. Ma al di là di incognite e contraddizioni, resta il dato di fondo: l'unione degli imperialismi europei si è piegata alle pressioni dell'imperialismo USA.


PER L'INDIPENDENZA DI CLASSE DEI SALARIATI EUROPEI

Ora tutte le borghesie del continente battono cassa chiedendo “compensazioni”. In altri termini, una nuova montagna di miliardi da girare ai capitalisti europei per indennizzarli dai dazi americani. Gli stessi capitalisti che magari, in risposta ai dazi, stanno valutando se trasferire negli USA le loro produzioni.
Da un lato le organizzazioni padronali chiedono soldi ai propri governi, presentando il conto del danno subito (22,6 miliardi, secondo la sola Confindustria italiana), e invocando deroghe alla normativa europea in fatto di aiuti di stato. Dall'altro, battono cassa direttamente presso l'Unione Europea, chiedendo la sospensiva del Patto di stabilità e persino un nuovo ricorso al debito continentale (cui la Germania continua a opporsi).

In ogni caso si sventola la bandiera dell'interesse comune fra padroni e lavoratori. Sia esso il ritrovato interesse nazionale contro l'Europa matrigna, secondo lo spartito sovranista, sia esso l'interesse europeo contro la protervia americana di Trump. secondo la narrativa liberal-europeista.

Questa operazione truffaldina va respinta. Non debbono essere i salariati a pagare il conto della concorrenza tra i capitalisti, i loro Stati, le loro unioni.
Contro le delocalizzazioni annunciate va rivendicata la nazionalizzazione senza indennizzo, e sotto il controllo dei lavoratori, delle aziende interessate. Contro nuove operazioni a debito va rivendicata la tassazione straordinaria e progressiva dei grandi profitti e patrimoni, assieme alla cancellazione del debito pubblico verso le banche. Contro nuovi tagli alle spese sociali (magari per finanziare le spese in armamenti, siano essi europei o americani) va rivendicato un vasto piano di investimenti pubblici nella sanità, nell'istruzione, nei servizi sociali, nel risanamento ambientale e riconversione energetica – oggi rinnegata persino formalmente con l'impegno assunto verso gas e petrolio USA – a spese dei capitalisti. Contro ogni pretesa di interesse comune tra le classi, va rivendicata e perseguita l'alleanza internazionale tra i salariati europei, e tra questi ultimi e i proletari americani, che sono e saranno colpiti dal mix micidiale di inflazione e tagli sociali.


PER UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA EUROPEA

Al tempo stesso, quanto avvenuto richiama una riflessione più generale sulla prospettiva strategica dell'Europa e sul suo ruolo nel mondo.

Negli anni Trenta Trotsky scrisse che l'ascesa storica dell'imperialismo USA avrebbe messo all'angolo gli imperialismi europei, e che l'unico futuro storico progressivo per il vecchio continente avrebbe potuto delinearsi solo su basi socialiste. Oggi uno scenario per molti aspetti opposto produce lo stesso esito: è il declino storico degli Stati Uniti che viene messo a carico dell'Europa, sempre più vaso di coccio nella morsa delle grandi potenze planetarie.

I circoli borghesi liberali che invocano l'urgenza di una unità europea su basi federali, nel nome di una replica dell'antica federazione americana, ignorano le contraddizioni nazionali insuperabili tra i diversi stati imperialisti del vecchio continente: la loro unione non solo è stata edificata contro i lavoratori europei, ma rappresenta un progetto arenato e fallito.

Gli ambienti sovranisti che invocano la dissoluzione dell'Unione Europea e/o l'alleanza dei paesi europei con l'imperialismo russo e cinese, chiedono di fatto una nuova subordinazione dell'Europa, diversamente declinata, verso nuove potenze imperialiste emergenti. Nulla che corrisponda agli interessi dei salariati europei.

Solo una rivoluzione socialista può unificare l'Europa su basi progressive. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, in ogni paese, e su scala continentale, può dare all'Europa una prospettiva storica nuova.
Per una federazione socialista europea! Per gli Stati uniti socialisti d'Europa! È questa la parola d'ordine della Lega Internazionale Socialista, di cui il PCL è sezione italiana.

Partito Comunista dei Lavoratori

Accordo truffa

 


Le burocrazie sindacali presentano come vittoria lo sblocco dei licenziamenti, senza aver fatto un'ora di sciopero per contrastarlo

Un vecchio adagio dice che più la merce è scadente più la confezione dev'essere voluminosa.
L'accordo tra governo, burocrazie sindacali e Confindustria sui licenziamenti calza alla perfezione con questo assunto. In questo caso però la sproporzione tra merce e confezione è talmente ampia da meritare la categoria della truffa.

"Un grande risultato per i lavoratori e per il Paese dovuto alle mobilitazioni sindacali" esulta Landini. Ma dove sarebbe il grande risultato? Di certo non lo ha visto il quotidiano di Confindustria:

«Nel testo, limato fino all'ultimo momento, e sottoscritto dal Presidente del Consiglio, da Orlando e dalle parti sociali, si dà sostanzialmente il via libera al superamento del blocco dei licenziamenti, con le eccezioni che saranno introdotte dal Decreto oggi al vaglio del Consiglio dei Ministri, e al tempo stesso viene sottolineato l'impegno a “raccomandare l'utilizzo degli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente ed il decreto legge in approvazione prevedono in alternativa alla risoluzione del rapporto di lavoro”» (Il Sole 24 ore, 30 giugno).

Dunque: il blocco dei licenziamenti finisce col 30 giugno. Dal 1 luglio la libertà di licenziare riprende a pieno regime. Le eccezioni riguardano il comparto tessile-abbigliamento-pelletteria, per il quale si proroga il blocco in cambio di altre 17 settimane di cassa integrazione gratuita. Punto.
Tutto il resto è aria fritta. Il governo mette a disposizione altre 13 settimane di cassa per le imprese che avessero esaurito gli ammortizzatori, e chi ne usufruisse non potrebbe licenziare per il periodo considerato. Ma sono i padroni a scegliere se usufruirne o meno, a seconda dei propri interessi aziendali.

L'«impegno a raccomandare l'utilizzo degli ammortizzatori» vale meno di zero dal punto di vista giuridico e pratico. Ammesso che vi sia l'“impegno”... la “raccomandazione” non si nega a nessuno, come ogni supplica di misericordia. Qualsiasi padrone resta libero di ignorarla.
«Non si tratta di un accordo, non vi sono vincoli veri e propri», precisa a scanso di equivoci Il Sole 24 Ore (30 giugno), che si “impegna” da subito a chiarire ai capitalisti che potranno fare ciò che vogliono. In altri termini, nessuna azienda che voglia licenziare invece che usare gli ammortizzatori subirà la minima sanzione. Gli unici che non potranno scegliere sono gli operai.

L'accordo risponde ai diversi interessi degli attori in gioco. Il governo copre i partiti della sua maggioranza e le loro ipocrite “preoccupazioni” per il lavoro. La Confindustria offre una foglia di fico alle burocrazie sindacali in cambio dell'incasso della libertà di licenziare. Le burocrazie sindacali offrono a padroni e governo il proprio lasciapassare in cambio del riconoscimento della concertazione.

Landini recita la “pubblica soddisfazione” della CGIL per mascherare la propria capitolazione. È l'arte consumata di vendere fumo per celare l'arrosto. Ma i fatti hanno la testa dura.
“Mai accetteremo lo sblocco dei licenziamenti, ricorreremo alla mobilitazione” aveva tuonato Landini nelle settimane scorse. Siamo ora di fronte a uno scenario opposto: non solo la CGIL ha evitato lo sciopero generale e qualsiasi indicazione di lotta, ma ha il coraggio di presentare oggi come vittoria dei lavoratori la libertà di licenziare dei loro padroni.

È una responsabilità pesante, tanto più a fronte di un governo di unità nazionale che ha deciso la liberalizzazione dei subappalti, abbatte i controlli ambientali e persino quelli anticorruzione, progetta la riduzione delle tasse per le rendite finanziarie. Dare il via libera allo sblocco dei licenziamenti, senza aver attivato la minima resistenza, significa rafforzare il corso generale delle politiche borghesi a scapito della classe operaia, dei suoi interessi, della sua combattività, contro quelle dinamiche di scioperi di solidarietà che in queste settimane, dopo l'assassinio di Adil, hanno unito lavoratori della logistica e dell'industria, al di là delle diverse sigle sindacali, attorno a una comune appartenenza di classe.

Questo accordo va dunque denunciato e respinto da tutto il sindacalismo di classe, che tanto più oggi ha la responsabilità di unire nell'azione le proprie forze per contrastare l'offensiva padronale che si annuncia.

Quanto alla battaglia interna in CGIL, è il momento di chiedere conto a Maurizio Landini delle responsabilità che si è assunto, con le relative conseguenze, senza sconti e timidezze reverenziali. Un tradimento si chiama tradimento, nelle assemblee dei lavoratori come nelle strutture sindacali. L'opposizione alla burocrazia sindacale affronta oggi un nuovo banco di prova.

Partito Comunista dei Lavoratori

Coraggiosa?

Dopo la vittoria di Bonaccini in Emilia, sorge una nuova stella a sinistra del PD.
Il risultato riportato dalla lista "Emilia-Romagna Coraggiosa Ecologista Progressista” all'interno della coalizione di centrosinistra è diventato il nuovo irresistibile magnete. Norma Rangeri per Il Manifesto non ha perso tempo per rivendicare in tutta Italia la replica di "Coraggiosa": «Tra le nostre speranze c'è anche quella che altri, a sinistra, prendano esempio dalla lista Coraggiosa» (martedì 28 gennaio). Nicola Fratoianni per Sinistra Italiana si è prontamente accodato il giorno dopo in una lunga intervista sullo stesso giornale dal titolo “Ora una Coraggiosa nazionale, alleata con il centrosinistra”.
Inutile dire che i risultati elettorali riportati dalle tre liste indipendenti a sinistra del PD (1% sommate) sono stati esibiti a riprova dell'operazione, nel nome del realismo, dell'”empatia col popolo della sinistra” e di tutto il tradizionale vocabolario frontista.

Ora, noi abbiamo detto e scritto sui magrissimi risultati delle sinistre indipendenti in Emilia. Vittima, secondo ogni evidenza, della polarizzazione dello scontro con Salvini e del richiamo del voto utile. E non vogliamo soffermarci qui sulle ragioni della nostra critica alla politica di queste formazioni, che va ben al di là dei fatti contingenti e dell'ambito elettorale. Il punto ora è un altro. Fratoianni ripropone a sinistra, come se nulla fosse avvenuto, l'eterna soluzione dell'accordo di governo col PD, la stessa prospettiva che aveva solennemente escluso appena otto mesi fa nella campagna elettorale delle europee. E lo fa col candore di chi rimuove la memoria.

Non è bastato il primo governo Prodi, che col sostegno di Bertinotti, Ferrero e Rizzo, votò l'introduzione del lavoro interninale.
Non è bastato il governo D'Alema, che col sostegno di Cossutta, Diliberto, Rizzo, votò la parificazione tra scuola pubblica e scuola privata tra un bombardamento umanitario e un altro.
Non è bastato il secondo governo Prodi, che col sostegno di Ferrero e Diliberto, votò la più grande detassazione dei profitti del dopoguerra (Ires dal 34% al 27,5%).
Non è bastata, insomma, la distruzione del patrimonio di Rifondazione Comunista, che ha concimato il campo dell'ascesa populista, prima di Grillo e poi di Salvini.

No, ora si vuole replicare la stessa operazione, con forze infinitamente più esigue e in un contesto infinitamente peggiore... E a volerla replicare è quello stesso Nicola Fratoianni che in sodalizio con Gennaro Migliore sostenne in Rifondazione tutte le scelte governiste dei suoi segretari. Ogni volta nel nome del “realismo”, ogni volta per ripudio dell'”estremismo”.

Già, ma perché meravigliarsi? Sinistra Italiana al governo col PD c'è già, con lo strapuntino di un sottosegretario all'Istruzione, nello stesso ministero che non trova un euro per la scuola pubblica e per l'università. Forse spera che la prossima volta, con maggior peso negoziale, possa ottenere dal PD almeno un ministero. È una speranza fondata. Sempre che l'attuale governo non spiani la strada alla destra di Salvini e Meloni, un po' frettolosamente sepolti in Emilia. Come i governi di centrosinistra hanno fatto regolarmente in passato.

E tuttavia la tragica ironia della sorte vuole che nello stesso giorno – 29 gennaio – in cui si rilancia per il futuro semplicemente la continuità del presente, i fatti si incarichino di presentare la realtà. È ufficiale: la ministra degli interni comunica che restano in piedi gli accordi con la Libia presi da Salvini e da Minniti, col loro carico di orrori, torture e stupri; col governo PD-M5S-LeU-Renzi che continua a finanziare una guardia costiera di trafficanti corrotti per riportare nei lager chi cerca la fuga nel mare. Inoltre, nello stesso maledettissimo giorno, il ministero del tesoro annulla “obblighi e sanzioni” per le aziende che delocalizzano (Il Sole 24 Ore, 30/1), mentre gli operai Whirlpool sono gettati su una strada da una proprietà protetta dal governo.
Ora, vedete, governare col PD è legittimo. Ed è legittimo sperare di continuare a farlo negli anni. Ma definirla una scelta “coraggiosa” forse è un tantino azzardato. A meno che per coraggio si intenda la faccia di bronzo. In questo caso indubbiamente abbonda.
Partito Comunista dei Lavoratori

Bloccare la produzione, occupare la fabbrica, nazionalizzare la Whirlpool

[testo del volantino per gli operai in lotta] Il PCL rinnova, in queste ore drammatiche, il pieno sostegno agli operai e alle operaie della Whirlpool.
L'azienda ha confermato una volta di più che gli accordi sottoscritti sono carta straccia.
Le promesse del governo, com'era prevedibile, valgono zero. 
Giusto il tempo delle campagne elettorali. 
La verità è che gli operai possono contare solo sulla propria forza. È ora che i sindacati la usino sino in fondo.
Il tempo delle passerelle, delle interpellanze, degli incontri istituzionali, è finito. Basta con le prese in giro. Occorre cambiare registro.
La produzione va bloccata. 
Gli stabilimenti Whirlpool vanno occupati, dalla fabbrica non deve uscire un bullone. 
Va rivendicata la nazionalizzazione della Whirlpool senza un centesimo di indennizzo per gli azionisti e sotto il controllo degli operai.
Questa è l'unica reale soluzione per conservare il lavoro, non ne esistono altre.
Il PCL sosterrà in ogni caso sino in fondo tutte le azioni di lotta che deciderete di intraprendere.

Partito Comunista dei Lavoratori

Accordo italo-libico: accordo infame contro i migranti


L'intesa tra il governo Gentiloni e il premier fantoccio libico Serraj è stata presentata come grande successo diplomatico italiano. L'intero consesso dei governi europei ha espresso le proprie congratulazioni. L'unica loro riserva riguarda la credibilità del soggetto contraente: un “governo” libico in realtà confinato nella sola Tripoli, e apertamente minacciato dal governo rivale di Bengasi, appoggiato da Francia, GB, Egitto e Russia. Eppure non sono riusciti a contenere la “fiduciosa speranza in un giro di boa nelle politiche migratorie”.

La ragione è molto semplice. Avete presente l'accordo tra UE e Turchia sul respingimento dei migranti lungo la rotta balcanica? L'intesa tra Italia e Libia vuole replicare lo stesso schema lungo la rotta mediterranea. A prezzo inferiore, ma nella stessa logica. La UE, e la Germania in primis, appalta al regime di Erdogan il respingimento inumano di chi fugge dalla guerra di Siria? L'Italia fa lo stesso col governo libico in relazione a chi cerca la via del mare. Affida alla Guardia costiera libica, opportunamente rafforzata col proprio contributo, il lavoro sporco del respingimento in mare dei barconi. Affida alla Libia e ad altri stati africani confinanti, in cambio di centinaia di milioni, il respingimento a sud di chi cerca la via per arrivare al mare. Il tutto nel nome del “respingimento dell'immigrazione irregolare e clandestina” come recita il testo dell'intesa.

L'ipocrisia non potrebbe essere più squallida. Non perché si ripropone formalmente la distinzione tra migranti “economici” e richiedenti asilo. Ma proprio perché in realtà persino questa distinzione abusiva viene ignorata. Infatti nell'intesa non compare neppure formalmente la parola “asilo”. Il respingimento dei migranti, via mare e via terra, non fa distinzioni di status. I migranti debbono essere respinti in massa. Punto. Una volta respinti verranno ammassati se necessario nei cosiddetti “centri di accoglienza” libici (formalmente 24), rispetto ai quali i famigerati CIE sono hotel di lusso. Centri recentemente definiti lager persino da un ambasciatore tedesco. Centri gestiti da clan mercenari dove si pratica regolarmente lo stupro e la tortura. Centri per di più esterni all'area controllata da Sarraj, e dunque estranei persino formalmente ad ogni possibilità di controllo. Sarebbero questi i luoghi ove si garantisce “la salvaguardia dei diritti”? La verità è che il governo italiano e i governi europei vogliono solo liberarsi dell'angosciante fardello dei migranti, che fanno perder voti e "causano problemi". Non c'è nulla di meglio che provare a liberarsene alla fonte bloccando le partenze, costi quel che costi. Anche se questo significa impedire l'esercizio di quel “diritto universale all'asilo”, formalmente benedetto da tutti i trattati e convenzioni. Persino gli uffici dell'ONU sono imbarazzati. Ma la loro funzione è solo quella di coprire in silenzio, magari con qualche preoccupazione salva coscienza, crimini e cinismo dei governi del capitale.

La verità è nuda: gli stessi governi europei che storcono il naso in questi giorni di fronte a Trump e al suo respingimento indiscriminato dei migranti messicani o degli islamici, realizzano di fatto le stesse politiche in casa propria, nei Balcani e nel Mediterraneo.

Il capitalismo è ovunque miseria, sociale e morale. Solo una rivoluzione può fare pulizia.
Partito Comunista dei Lavoratori
6 Febbraio 2017