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8 marzo. Contro tutti gli imperialismi e ogni violenza di genere


 L’8 marzo del 1917, nella Giornata internazionale della donna, le operaie tessili di Pietrogrado entrano in sciopero e una massa di donne si riversa nelle strade, chiamando all’unità i lavoratori e rivendicando il pane e la fine della guerra, innescando così la Rivoluzione russa di febbraio (secondo il calendario giuliano).


A poco più di un secolo di distanza, ancora oggi le donne e le persone queer pagano il prezzo più alto delle guerre, della devastazione degli imperialismi e del capitalismo, in quanto oggetto di violenze, stupri, migrazioni forzate.

L’imperialismo di casa nostra ha già garantito, in ottemperanza al Patto Atlantico, l’invio di armi e contingenti militari, e la continuità dell’impiego di risorse che alimenteranno il conflitto e prosciugheranno il sistema sociale, la sanità, la scuola, i consultori e tutti i servizi pubblici, già smantellati da tagli e privatizzazioni e ulteriormente provati da due anni di emergenza sanitaria.

La crisi economica accentuata dal Covid e la ristrutturazione capitalistica che sta caratterizzando la risposta a essa, hanno aggravato l’indebolimento e la precarizzazione dell’occupazione femminile e aumentato il divario di genere. Tra disoccupazione, dimissioni volontarie per seguire figli e genitori anziani, part-time obbligati, le donne perdono la possibilità di autonomia e autodeterminazione. Il lavoro di cura rimane un ambito femminilizzato, una prigione costruita dall’ideologia patriarcale e capitalistica, che scarica sulle donne compiti e necessità per sopperire alla mancanza di servizi pubblici universali e gratuiti.

La violenza patriarcale ci costringe a contare il numero dei femminicidi, dei lesbicidi e dei trans*cidi, a scontare l’esclusione sociale, le tante violenze fisiche e/o psicologiche dentro e fuori le mura domestiche, l’omo-lesbo-bi-transfobia e la patologizzazione psichiatrica delle persone LGBTQIA+. Una lunga catena di sfruttamento e oppressione, che relega ai margini soprattutto soggettività trans* e donne migranti.

Il Covid ha anche complicato l’accesso all’interruzione di gravidanza e alle cure per la salute sessuale e riproduttiva, già sotto l’attacco dell’obiezione di coscienza e di politiche reazionarie, familistiche e clericali.

Tra arretramenti e vittorie sulla strada della depenalizzazione e legalizzazione dell’aborto vissuti contemporaneamente su scala mondiale, serve un fronte di lotta internazionale, che inserisca la conquista dell’accesso all’aborto libero, sicuro e gratuito all’interno di una piattaforma generale contro le oppressioni e le violenze generate dall’alleanza tra capitalismo e patriarcato.

- Per dire no alla guerra e alle aggressioni imperialiste! La solidarietà di classe non conosce confini. Vogliamo l’eliminazione di tutte le leggi securitarie che legittimano violenze, in particolare su donne migranti e persone LGBTQIA+.

- Per difendere il lavoro, unico strumento di emancipazione e autodeterminazione, con il blocco permanente dei licenziamenti, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, un salario garantito a chi è disoccupat* e in cerca di occupazione e un salario pieno in caso di cassa integrazione.

- Per socializzare il lavoro di cura, attraverso servizi pubblici gratuiti adeguati, che creeranno altri posti di lavoro, contro tagli, privatizzazioni ed esternalizzazioni.

- Per ottenere una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco e un sistema di tassazione fortemente progressivo. Prendiamo le risorse da chi ha abbondantemente vissuto di rapina!

- Per una scuola pubblica e laica, liberata da tutte le controriforme che l’hanno resa un’azienda. Basta con l’alternanza scuola-lavoro (PCTO), i tirocini e tutte le forme di lavoro gratuito. Vogliamo un’educazione senza stereotipi di genere e l’educazione sessuale nelle scuole, con il coinvolgimento dei centri antiviolenza e delle associazioni LGBTQIA+.

- Per l’abolizione dell’obiezione di coscienza e di ogni influenza della Chiesa nelle nostre vite. Per consultori pubblici e sotto il controllo dell* utenti, donne e persone LGBTQIA+, per l’accesso alla contraccezione e all’aborto farmacologico.


Liberiamo le nostre vite, uniamo le nostre forze per costruire la rivoluzione mondiale contro l’ordine sociale eterocispatriarcale e capitalista!



Volantino allegato in basso

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Lettera aperta a tutte le realtà della sinistra di classe in occasione dell’8 marzo

 


Car* compagne e compagn*,

la fase che stiamo attraversando, determinata dalla pandemia da Covid-19, che sta scaricando i suoi effetti in modo pesante e particolare sulle donne, segna la necessità del più ampio fronte nel campo delle oppressioni di genere.

Il nuovo governo presieduto da Draghi riprenderà il cammino tracciato dai governi precedenti, ma forte del suo presunto “tecnicismo” e puntando tutto sulla immagine del capo super partes alla guida di una squadra di unità nazionale della borghesia e dei suoi partiti. Quale figura più adatta per imporre decisioni che peseranno sulla classe lavoratrice e le masse e popolari?

Il Recovery Fund, 209 miliardi di cui 130 in prestito con tasso “agevolato”, pone già una ipoteca su pensioni, scuola e sanità. A questo si aggiungono le pressioni di Confindustria per lo sblocco dei licenziamenti, per dirottare parte cospicua di quei finanziamenti alle ristrutturazioni industriali e per tentare la mossa di una riforma del fisco chiedendo la cancellazione dell’IRAP e la revisione degli scaglioni IRPEF.

Come giovani e donne stiamo già ora affrontando duramente la crisi pandemica che ha aggravato la situazione di crisi economica preesistente e la fase che ci aspetta, per quanto difficile da prevedere con precisione, non promette nulla di buono. 

I soggetti più colpiti dal Covid da un punto di vista economico siamo proprio noi: su un calo occupazionale di circa 550.000 posti di lavoro il 60% riguarda le donne. A ciò si aggiunge l’aumento della disoccupazione e al contempo le richieste di lavoro part-time per sostenere il doppio lavoro che da sempre contraddistingue la nostra condizione di vita. Molte di noi oggi devono prendersi cura non solo dei figli a casa da scuola, ma anche dei genitori o dei nonni.

Si affianca a tutto questo l’attacco alla salute sessuale e riproduttiva, che vede in campo la minaccia congiunta di forze reazionarie e mondo cattolico. Le regioni Umbria, Marche e ora anche Abruzzo, sotto la guida delle destre, si sono schierate contro l’uso ambulatoriale della RU486, considerata, a torto e senza evidenze scientifiche, una procedura pericolosa, preferendo a questa l’utilizzo della IVG chirurgica (!), in un periodo peraltro delicato e nel quale andrebbe garantita la deospedalizzazione di alcune procedure per evitare il rischio del contagio da coronavirus.

Infine, uno sguardo dovuto a quanto accade tra le mura domestiche, nelle case di tanti paesi del mondo. Durante la pandemia sono aumentati gli episodi di violenza di genere e i femminicidi. Il confinamento ha acuito il fenomeno, pur non essendone la causa, poiché la ricerca di aiuto e l’isolamento non hanno potuto ricevere adeguati e pronti interventi. I percorsi di denuncia e fuoriuscita dalla violenza sono già di per sé molto difficili e dolorosi da affrontare, a maggior motivo in una situazione come questa.

Violenza che purtroppo si abbatte anche su donne immigrate che subiscono le peggiori nefandezze nei luoghi di lavoro, per non parlare della violenza disumana agita sulle donne e le trans all’interno della tratta.

Quando pensiamo a come poter reagire a tutto questo, guardiamo alle esperienze che ci danno la forza per lottare, ammiriamo il coraggio delle donne argentine che hanno ottenuto con la loro lotta una importante vittoria sulla legalizzazione dell’aborto, nonostante il diritto all’interruzione di gravidanza sia comunque rimasto ostacolato dall’obiezione di coscienza e la legge non corrisponda agli elementi e alle rivendicazioni progressive avanzate dalla Campagna Nazionale per il Diritto all’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito – la marea verde – e rischi di essere sottoposta a eventuali successive modifiche. Sappiamo bene che le conquiste non sono mai date per sempre (come dimostrano i riflussi reazionari che anche nel nostro paese minano l’applicazione delle Legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza) e che vanno mantenute con la forza e il presidio del conflitto. Le donne polacche non sono certo da meno, per quanto vivano in un contesto molto differente e siano riuscite a costruire tenacemente una lotta estesa contro il fronte antiabortista, cattolico e reazionario.

Ci sono nel mondo realtà di movimento, come in questi ultimi anni quello di Non Una di Meno, che sono state capaci di riportare migliaia di donne in piazza per denunciare il dilagare dei femminicidi, difendere l’autodeterminazione nella salute sessuale e riproduttiva, i propri diritti sociali e le proprie condizioni economiche, alla ricerca di una emancipazione necessaria per mettere la parola fine al patriarcato.

Di questo movimento, pur non potendone condividere da un punto di vista marxista, anticapitalista e rivoluzionario l’impostazione, che non indica la necessità di una rottura rivoluzionaria con questo sistema sociale, noi appoggiamo diverse importanti rivendicazioni di carattere progressivo. Soprattutto riteniamo che sia necessaria la convergenza delle lotte e la più ampia dimensione di massa delle mobilitazioni contro tutte le oppressioni di genere: il tenersi insieme in un fronte ampio, diversamente composto da un punto di vista politico e sindacale ma che si collochi nettamente contro l’alleanza criminale del capitalismo e del patriarcato, in una prospettiva internazionalista.

Un fronte d’azione unitario nelle piazze e soprattutto nei luoghi di sfruttamento. Un fronte che sappia mobilitare le donne e tutte le persone che subiscono oppressione di genere e che ponga all’interno delle strutture sindacali e politiche la necessità di fronteggiare con radicalità questo sistema criminale, oppressivo e violento.
Un fronte che deve nascere da tutt* noi, superando ciascun* steccati e settarismi, atteggiamenti autocentrati e isolazionismi: la gravità del momento storico e la portata degli attacchi che subiamo in quanto donne rende questo fronte non solo necessario, ma dolorosamente urgente.

Bisogna ripartire dal bagaglio della memoria collettiva e depurarla dalle distorsioni della cultura borghese attualmente egemone.

Durante la seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, la grande rivoluzionaria Clara Zetkin aveva proposto di fissare nel mese di marzo la giornata internazionale della donna in omaggio alle operaie che avevano portato avanti le prime lotte radicali contro il capitalismo, nelle fabbriche tessili newyorkesi. Nel 1914 le socialiste tedesche, russe e svedesi scelsero proprio l’8 marzo per celebrare questa giornata. Proprio in quella data nel 1917 le operaie tessili di Krasnaja Nit’ a Pietrogrado furono la scintilla che innescò la Rivoluzione russa.

L’urgenza dell’azione unitaria che dobbiamo mettere in campo oggi, uccise nelle nostre case, ammalate sui posti di lavoro, gravate da compiti di assistenza disumani e da tutti i costi di una crisi sanitaria ed economica globale, richiama ciò che spinse alla ribellione le donne del ‘17.

Questa è la linea di intervento di noi compagne e compagn* del PCL, che oggi come sempre saremo impegnat* in ogni percorso che possa contribuire ad abbattere congiuntamente capitalismo e patriarcato nella prospettiva del rovesciamento di questa società fallita e necrotica.

Una giornata, dunque, di lotta e di mobilitazione, che non può essere taciuta e che deve necessariamente riprendere lo spirito con cui è nata. Oggi come ieri.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere
IL VIDEO DELL'INIZIATIVA "LE DONNE AL TEMPO DELLA PANDEMIA"  che si è tenuta domenica 7 marzo:




Risposta al SICobas sull'assemblea del 29 novembre

 


Care compagne e cari compagni,


siamo tra coloro che all'assemblea dei lavoratori e lavoratrici combattivi/e del 29 novembre hanno votato per la proposta di Luca Scacchi di mantenere una data aperta per la realizzazione dello sciopero generale (crediamo che sarebbe più logico chiamarlo sciopero nazionale intercategoriale, ma questo è secondario), indicando in ogni caso “i primi mesi del 2021”, cioè entro marzo, come confini della nostra proposta.

Nel commento che fanno i/le compagni/e della direzione del SICobas a quanto avvenuto vi è una polemica, del tutto legittima se realistica, contro chi vorrebbe limitare ad libitum l’indicazione di una data; si parla di chi vorrebbe «aspettare Godot».
Non sappiamo se questa critica si rivolga a noi, o anche a noi. Ad ogni modo, se così fosse noi, la riterremmo sbagliata e ingiusta. La nostra proposta non era funzionale ad attendere nessuno. Né sigle relativamente importanti del sindacalismo di base (come USB e CUB) e neppure la maggioranza dell'area di opposizione CGIL, da un paio d’anni scivolata su posizioni che giudichiamo almeno parzialmente moderate. Questo senza minimizzare l’importanza di sviluppare una battaglia nelle organizzazioni sindacali di base che hanno rifiutato di impegnarsi insieme con noi, e nell'opposizione CGIL, cui appartiene la grande maggioranza di noi.

Ma esattamente per questo, e soprattutto per allargare alla base nei luoghi di lavoro tra delegati/e, attivisti/e e lavoratori/trici l’impatto del nostro appello unitario, noi abbiamo pensato che fosse necessario un tempo maggiore. Ci sono ad esempio compagni di fabbriche importanti aderenti all’opposizione CGIL che sono vicini alle nostre posizioni (alcuni dei quali hanno partecipato all’assemblea del 27 settembre, ma non a quella del 29 novembre) che non è certo che si impegnino per la riuscita dello sciopero. E anche compagni di altri sindacati di base, sempre vicini alle nostre posizioni, che devono prendere una decisione che li può portare in rotta di collisione con la propria organizzazione (l’USB a quanto ci è stato detto ha già minacciato di sanzionare quei pochi di loro che hanno partecipato alla nostra assemblea di settembre). Si tratta di discuterci, di lasciar loro il tempo in questa situazione difficile di verificare l’atteggiamento della loro base di fabbrica o azienda, e tutto questo nella difficile situazione generale in cui siamo. Infatti se non vivessimo la situazione attuale, determinata dall’epidemia di Covid, la data del 29 gennaio avrebbe potuto essere corretta, ma a nostro giudizio non in questa situazione, o almeno non senza una verifica (diciamo ad inizio anno) della praticabilità.

Nel testo stesso della direzione del SICobas si dice che è necessario il massimo impegno perché le date del 29 e 30 gennaio non siano l’ennesimo rituale autocelebrativo di una sigla, ma coinvolgano centinaia di migliaia di lavoratori. Ma questo obbiettivo non è dato. Bisogna lavorarci, ed è difficile. Per questo (e speriamo che non sia così) il rischio che lo sciopero del 29 possa apparire alla stessa avanguardia larga della classe – dati i rapporti di forza ad oggi esistenti tra noi sul piano sindacale, che non misconosciamo – come uno sciopero del SICobas, appoggiato dallo "SLAI Cobas per il sindacato di classe", dalla sinistra dell'opposizione CGIL, speriamo dal SGB più pochi altri. Niente di drammatico in ciò, ma sarebbe una sconfitta, certo parziale e temporanea, del progetto comune che ci siamo dati il 27 settembre. Solo cercare di evitare questo rischio è quello che ci ha motivato nella nostra proposta. In questo senso ci è parso di essere i più fedeli allo spirito di nascita della nostra iniziativa con l’assemblea del 27 settembre.

A ciò avremmo voluto accompagnare anche altre proposte di obiettivi programmatici per la nostra piattaforma comune che riteniamo importanti, come quella della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle industrie che delocalizzano, ristrutturano, licenziano. Cosa che effettivamente uno di noi ha sollevato, ma che è stato impossibile discutere seriamente in un quadro di dibattito centrato sulla questione della data dello sciopero, che ha appunto visto prevalere nel voto la proposta del 29 gennaio.

Per questo, vista la decisione maggioritaria dell'assemblea, noi vogliamo qui sottolineare con forza, se ci fosse qualche dubbio, che noi prendiamo atto di tale decisione, la accettiamo e faremo il massimo possibile per il successo dello sciopero del 29 gennaio, di cui oggi ci sentiamo tra i promotori e organizzatori.

Perché, per concludere, vogliamo sottolineare una cosa. Noi siamo pienamente d’accordo con i compagni e le compagne della direzione del SICobas nel segnalare l’importanza che si sia votato, senza trucchi o esasperazioni, sulle due posizioni in presenza e che sia «una metodologia e pratica di non poco conto, di cui tutte le componenti e sensibilità presenti all’assemblea dovrebbero fare tesoro se davvero si coltiva l’ambizione di aprire una pagina nuova nella storia del sindacalismo di classe nel nostro paese».
Sono infatti molti anni (per alcuni di noi decenni) che combattiamo contro le pratiche paraburocratiche e imbroglione dei rappresentanti dei vari partiti, sindacati, gruppi e gruppetti, che in camera caritatis litigano e urlano, per poi o rompere facendo fallire i movimenti oppure trovare compromessi spuri, normalmente destinati al fallimento, e poi li presentano come “volontà unanime” di tutto il movimento, condannando all’inferno chi osa contestarli in nome delle proprie legittime posizioni particolari. (Naturalmente queste considerazioni non escludono la costruzione di fronti unici, in particolare politici o politico-sindacali, e il rispetto e il riconoscimento di tutte le forze presenti; ma è ovvio che si tratta di altra cosa).

In questo senso il decidere nel modo in cui lo abbiamo fatto, nonostante alcune criticità emerse rispetto alla gestione dell’assemblea, è stato per l'Italia (perché ad esempio in Francia o in Gran Bretagna, per non parlare della Argentina per il peso maggiore della tradizione marxista rivoluzionaria, si è quasi sempre votato nelle assemblee dei vari movimenti) un salto, e si è data una lezione non solo per chi era presente, ma anche per gli assenti.
È questa tradizione consiliare, vorremmo dire sovietica, ciò che noi vogliamo (speriamo insieme a tutti voi) prospettare a tutte e tutti nel movimento operaio e negli altri movimenti degli oppressi e delle oppresse.

Certo la tradizione consiliare-sovietica è una tradizione di delegati dalla base. Che questo si possa fare anche in un movimento di massa ce lo ha dimostrato nei prima anni Duemila il grande movimento dei piqueteros argentini, che riunivano ogni tre-sei mesi assemblee nazionali dei lavoratori occupati e disoccupati con tremila-quattromila delegati eletti in assemblee di base in ragione di uno ogni quaranta partecipanti (quindi circa centocinquantamila in totale) e in proporzione delle diverse posizioni presenti, e poi si confrontavano e votavano su tutto in assemblea nazionale.

Ma in attesa di poter realizzare qualcosa di analogo anche qui in Italia – ciò che è il nostro obbiettivo – è bene partire da ciò che si può, cioè un'assemblea nazionale senza trucchi e cammellaggio.

Ricordando, per terminare realmente con un grande esempio (proprio in quest'anno in cui ricorre l’ottantesimo anniversario del vile assassinio del principale organizzatore e dirigente, al fianco di Lenin, della rivoluzione russa dei soviet, del principale dei quali appunto il personaggio storico di cui stiamo parlando, cioè Leone Trotsky, era presidente), che senza democrazia operaia e libero confronto e scontro politico nei soviet, la rivoluzione del 1917 non avrebbe mai potuto trionfare.

Noi siamo oggi microbi rispetto a quegli eventi, e le nostre divergenze sono all’interno di militanti classisti e rivoluzionari, e non tra rivoluzionari e riformisti. Ma, come appunto ricordava proprio Trotsky, per essere fedeli e coerenti nelle grandi cose bisogna cominciare ad esserlo nelle piccole.

È quindi con questo spirito, lo ripetiamo ancora una volta, che noi accettiamo la decisione maggioritaria dell’assemblea del 29 novembre e ci impegniamo, nei limiti delle nostre forze, per il successo più ampio possibile dello sciopero del 29 gennaio.



Donatella Ascoli, FILCAMS CGIL Venezia

Ercole Mastrocinque, NIDIL CGIL Torino

Francesco Doro, FILCTEM CGIL Venezia

Franco Grisolia, SPI CGIL Milano

Antonio Tralongo, CUB Palermo

Luca Tremaliti, FILT CGIL Roma

Luigi Sorge, FIOM CGIL Cassino

Maurizio Aprea, USB Lavoro privato

Mauro Goldoni, FILLEA CGIL Ancona

Renato Pomari, FIOM CGIL Monza

Riccardo Spadano, SGB Roma

Roberto Bonasegale, FIOM CGIL Ticino-Olona

Sergio Castiglione, FLC CGIL Caltanissetta

Vincenzo Cimmino, FLC CGIL Milano

6/12/2017- ore 18: PRESENTAZIONE DEL LIBRO CENTO ANNI


 (http://www.redstarpress.it/index.php/catalogo/product/view/2/63) Interrogando i cento anni che separano l’oggi dai fatti del 1917, Marco Ferrando indaga il cammino e l’evoluzione della lotta di classe, riflettendo sulle sue conquiste come sulle sue sconfitte all’interno di un libro unico nel suo genere: una storia sociale e politica completamente dedicata al movimento dei lavoratori di tutto il mondo che, malgrado il trascorrere del tempo, continua a non avere nulla da perdere. A parte, s’intende, le proprie catene (in collaborazione con il Partito Comunista dei Lavoratori).

MERCOLEDI’ 6 DICEMBRE - ORE 18

SALA CONS.PORTO – VIA DELLO SCALO, 21

Saranno presenti l’autore

Marco Ferrando – portavoce nazionale PCL


Massimo Betti – esecutivo nazionale SGB

Cento anni dai giorni che sconvolsero il mondo


Ciclo di conferenze nazionali del Partito Comunista dei Lavoratori sulla storia e attualità della Rivoluzione russa

Cento anni dopo la Rivoluzione d'ottobre, il capitalismo attraversa la crisi più profonda degli ultimi decenni. Il crollo dell'URSS e la restaurazione capitalistica in Cina non hanno prodotto un rilancio storico del capitalismo, ma una nuova contesa per l'egemonia mondiale tra vecchi e nuovi imperialismi. Parallelamente, il vecchio compromesso sociale tra capitale e lavoro, sospinto nel dopo guerra dall'esistenza dell'URSS, lascia il posto ad una profonda regressione di conquiste e diritti della classe lavoratrice. L'Europa è al centro di questa regressione storica. Come un secolo fa, la crisi combinata del capitalismo e del riformismo ripropone la prospettiva della rivoluzione socialista quale unica soluzione progressiva della crisi dell'umanità.

Nel cuore dell'Europa, Syriza e Podemos configurano una nuova illusione riformistica proprio nel momento storico in cui essa è priva di una base materiale. Tutta la loro esperienza è e sarà la documentazione viva di questa illusione. Ogni eventuale simulazione di quel “modello”, non farebbe che riproporne le insuperabili contraddizioni.

La ricostruzione di una sinistra rivoluzionaria non può essere un'improvvisazione. Richiede un bilancio di verità del movimento operaio del '900, a partire dalla pagina tragica dello stalinismo. La riattualizzazione delle concezioni di Lenin, Trotsky, Rosa Luxemburg e Gramsci è parte insostituibile del recupero del nostro patrimonio, così come un secolo fa il recupero e il rinnovamento del programma di Marx fu alla base della nascita della Terza Internazionale e dello stesso successo della Rivoluzione d'ottobre.


Le conferenze nazionali del PCL sulla Rivoluzione russa si terranno a:

- Milano: Sabato 4 novembre 2017 alle ore 15:00 - Sala CAM "Falcone e Borsellino", Corso Garibaldi 27 (M2 Lanza)

- Firenze: Domenica 5 novembre 2017 alle ore 15:00 - Casa del Popolo "Il Progresso", Via Vittorio Emanuele 135

- Reggio Calabria: Sabato 11 novembre 2017 alle ore 16:30 - Sala Fondazione Lucianum, Via Monsignore De Lorenzo 30
Partito Comunista dei Lavoratori

1917-2017 CENTO ANNI DOPO

Il Partito Comunista dei Lavoratori
in collaborazione con RedStarPress e Associazione Culturale Victor Serge

organizza:


Storia, politica e attualità della rivoluzione comunista

Diego Giachetti - Centro studi Livio Maitan
Virginia Pili - Storica
Graziano Giusti - Redattore di Pagine Marxiste
Natale Azzaretto - Partito Comunista dei Lavoratori
Cristiano Armati - Red Star Press
Michele Terra - Direttore Unità di Classe, PCL
Gigi Roggero - Collettivo Hobo
Francesco Giliani - Storico, Sinistra Classe Rivoluzione
Chiara Mazzanti - Commissione oppressione di genere, PCL
Emilio Quadrelli - Saggista

Sabato, 27 Maggio 2017 
10:30-16:30
Casa Del Popolo 20 Pietre
Via Marzabotto 2, Bologna


Bus n.13-19-81-91-39-35 fermata Ospedale Maggiore - parcheggio interno su via Marzabotto
È previsto il pranzo presso la casa del popolo
Partito Comunista dei Lavoratori

Le loro ragioni, il nostro progetto

Prosegue il tesseramento 2017 al PCL

 

È passato un secolo dalla Rivoluzione d'ottobre. Un secolo da quando per la prima volta nella storia milioni di lavoratori, e con essi tutti gli sfruttati e i diseredati dell'Impero zarista, centro e periferia dell'impero capitalista, presero parola e varcarono il proscenio della storia, impossessandosene, e imposero loro stessi come soggetto e oggetto di un'azione politica che avrebbe cambiato le sorti dell'umanità.

Per molti, a sinistra, tutto ciò sarà tema di rievocazione commossa, con tanto di professione di fede, trovando magari occasione per interrompere per qualche attimo il loro tran tran quotidiano, a ciglio asciutto, fra sottoboschi assessorili e altrettante professioni di fede... alle istituzioni e ai poteri borghesi. Proprio quelle istituzioni e quei poteri che quella rivoluzione aveva mandato gambe all'aria.

Per noi no. Non ci interessano rievocazioni, perché si rievoca ciò che non solo è passato, ma che è concluso; ciò il cui svolgimento è stato compiuto e perciò stesso archiviato. Si rievocano gli spiriti, o i cari estinti. Per noi, invece, quella storia e quelle azioni non si sono interrotte (contrariamente a quello che dicevano venticinque anni fa gli apologeti del mondo libero [del capitale], e che ripete oggi, da buon ultimo, anche Fausto Bertinotti), ma hanno continuato a valere, a parlarci e a parlare. Per noi sono il contenuto di un'attività politica quotidiana, che costituisce la sostanza della nostra lotta contro quel capitalismo che, oggi come un secolo fa, sui suoi fallimenti manda uomini a morire e intere civiltà a schiantarsi.

Ed è in ragione di questa vigenza che sulla tessera del 2017 del Partito Comunista dei Lavoratori ci saranno loro, gli attori della nostra lotta. Migliaia di soldati - lavoratori in uniforme - che in quel fulgido frangente del 1917 marciano in direzione dello Smolny a Pietrogrado, in sostegno ai bolscevichi, innalzando drappi rossi e insegne inneggianti al potere dei Soviet e alla rivoluzione. Ai lati della strada, giovani, donne e bambini che seguono la marcia e si aggregano. Per la prima volta da protagonisti. Quel secolo vale ancora. Quella storia vale ancora.
Partito Comunista dei Lavoratori
(per contattare la Sez. di Bologna scrivi a pclavoratoribologna@gmail.com. La sezione di Bologna si riunisce tutti i lunedì alle ore 21 in via Marini 1/b)