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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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20 Ottobre 2025

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In questo numero:


Editoriale. Per un autunno di vera svolta - Marco Ferrando

Espropriare gli espropriatori. Convertire la conversione - Mauro Penoncelli

Il movimento No Ponte sullo Stretto non si ferma - Daniele Gravotta

Flotilla: per una virata a sinistra - Alessandra Giorgi

Quarantacinque anni fa, i 35 giorni della FIAT - Diego Pace

GKN e Le Radici del sindacato - Lorenzo Mortara

A cinquant'anni dalla presa di Saigon. Cosa fu e cosa resta della lotta antimperialista del popolo vietnamita (seconda parte) - Natale Azzaretto

La resa ingloriosa del PKK - Mario Georgiano

...e poi Palestina, il vertice di Anchorage, la rivoluzione portoghese del 1975, Venezuela e altro ancora

Le lezioni servono solo per chi le sa ascoltare

 


Il voltafaccia di Angelo D'Orsi, che vota PD perché “si è spostato a sinistra” (!)

«Ho constatato che Lo Russo nel corso della campagna elettorale ha raccolto varie indicazioni del mio programma e ha avuto un sia pur misurato ma evidente spostamento a sinistra». (La Stampa, 7 ottobre)

Con questa dichiarazione il professor Angelo D’Orsi – lo storico candidato a sindaco del Partito della Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, PCI e Sinistra Anticapitalista a Torino – ha motivato sul quotidiano della FIAT il proprio voto per il candidato del PD Lo Russo in vista del ballottaggio.

A Torino il PD è da sempre il partito della FIAT. Il partito che in città e alla Regione ha amministrato per decenni gli interessi del padronato, delle banche, delle grandi società immobiliari. Il partito della privatizzazione della sanità, della svendita dei trasporti pubblici, degli sfratti. Il partito del TAV, delle questure e delle procure nella repressione di centinaia di attivisti.

Ora il professor D’Orsi ci informa che il PD si è «spostato a sinistra». Uno spostamento «misurato» ma «evidente». Come sarebbe avvenuto il miracolo? Ma è semplice: Lo Russo ha raccolto le «indicazioni» di D'Orsi. Quando? Nel corso della campagna elettorale, perbacco! Durante i confronti pubblici tra candidati sindaci, mentre D'Orsi parlava Lo Russo prendeva appunti, abbagliato dalle illuminazioni irresistibili del professore. Lo spostamento a sinistra è avvenuto così, inavvertitamente, per forza inerziale delle parole di uno storico. Ci avevano raccontato che D'Orsi era uno storico materialista, uno convinto del peso degli interessi materiali nel conflitto di classe. Sarà. Di certo il suo materialismo chiude un occhio quando si tratta delle... idee di D'Orsi. In quel caso le idee spostano montagne. Nel caso concreto, il PD e il suo programma.

Il punto è che D'Orsi ha commesso uno sgarbo. Si è dimenticato di avvisare PRC, PaP e Sinistra Anticapitalista che durante la campagna elettorale il PD si stava spostando a sinistra, grazie al suo benefico effetto di persuasione. Non sappiamo se non ha avvisato per falsa modestia, non volendo esibire le proprie capacità taumaturgiche, oppure perché voleva incassare il voto del primo turno per poi rivenderselo al turno successivo, come potrebbero pensare i soliti malpensanti. Resta il fatto che uno sgarbo è uno sgarbo. E PRC, PaP, Sinistra Anticapitalista sembra ci siano rimasti male.

Suvvia professore! PRC, PaP, SA l'avevano presentata non solo a Torino ma in tutta Italia come manifesto vivente della celebrata unità di una sinistra autonoma e alternativa – che solo trinariciuti settari come noi si ostinavano a non vedere – e lei si dimentica di avvisarli che il loro sostegno è servito per... spostare a sinistra il PD? Non sapendo e potendo trovare un equilibrio tra loro si erano affidati a lei, usandola per raggruppare voti, e lei li ripaga con questa moneta? Non è un esempio di generosità e gratitudine.

Però anche PRC, PaP e SA quanto a vuoti di memoria non scherzano. I nomi di Antonio Ingroia e di Barbara Spinelli non dicono niente? Potremmo citare decine di casi analoghi sui territori nel corso degli ultimi dieci anni. Ogni volta quintali di retorica spesi a spiegare le virtù di candidati civici, nel segno dell'apertura alla società civile, della cosiddetta cittadinanza democratica e progressista e del superamento della vecchia logica di partito, hanno selezionato candidati illustri che non rispondevano a nessuno se non a sé stessi, fuori da ogni vincolo di appartenenza condivisa e progetto comune. Pronti a trasmigrare per altri lidi dopo aver preso i voti, o semplicemente dileguati nel nulla. È stato uno dei prezzi pagati all'abbandono della centralità di classe. Il voltafaccia del professor D'Orsi ha solo confermato la regola.

Eppoi il professor D'Orsi avrebbe anche lui qualche buon argomento da sollevare. Il PRC è stato partito di governo col centrosinistra per cinque anni nazionalmente (tra primo e secondo governo Prodi), e per diversi anni anche al comune di Torino con la giunta Chiamparino, quella targata FIAT per eccellenza. Ogni volta la ragione pubblica era “spostare a sinistra il PDS/DS/PD” con la propria azione di pressione. Ogni volta è accaduto l'opposto, con il coinvolgimento compromissorio del PRC nelle politiche padronali, a tutto vantaggio delle destre. D'Orsi potrebbe dunque rivendicare con qualche diritto di richiamarsi alla tradizione del partito. In fondo lui al momento si limita a un'indicazione di voto, non prenota (ancora) assessorati. Perché tanto scandalo?

Stupisce invece lo stupore di PaP, che ora si straccia le vesti gridando al tradimento del programma concordato. Sembrano Alice nel paese delle meraviglie. I programmi formali sono pezzi di carta, ciò che conta sono i programmi reali, i codici politici che li sorreggono, i riflessi condizionati che li accompagnano, i candidati che selezionano. Era davvero così imprevedibile che un candidato civico che non risponde a nessuno, ma sicuramente non in difetto di autostima, dichiarasse al secondo turno il pubblico voto per il PD convinto di averlo spostato a sinistra? “Il professor D'Orsi non sa dove vive!” protesta ora PaP. Il sospetto è che sia PaP a non aver compreso con chi si metteva. Sono gli infortuni di un civismo sociale e di lotta molto elettoralista e con illusioni istituzionali. De Magistris docet.

Quanto a Sinistra Anticapitalista, il suo destino è quello di fare i reggicoda, eternamente critici, dei riformisti, esponendosi a corpo morto all'effetto boomerang dei loro disastri. Il tutto naturalmente nel nome sempreverde dell'unità.
È il caso di dire che le lezioni sono importanti solo per chi voglia ascoltarle.

Noi continuiamo a perseguire un'altra strada: la massima unità nelle lotte e al tempo stesso la massima autonomia politica e programmatica dai cartelli riformisti. I voti che prendiamo, tanti o pochi che siano, non sono e non saranno mai prestati ad altri programmi, tanto meno ad altre classi. Sono e saranno investiti nella costruzione controcorrente di un partito rivoluzionario, l'unico partito di cui i lavoratori e le lavoratrici hanno bisogno.

Partito Comunista dei Lavoratori

1980, la sconfitta operaia apre la strada alla restaurazione padronale

 


Quaranta anni fa, i 35 giorni alla FIAT e la marcia dei quarantamila


In una lettera inviata ad Engels, Marx scriveva che «venti anni contano un giorno nei grandi sviluppi storici, ma vi possono essere giorni che concentrano in sé venti anni». I 35 giorni che trascorrono dal 10 di settembre al 15 di ottobre del 1980 sono giorni che valgono anni; un lasso di tempo breve, fuggevole ma fondamentale, che rappresenta, anche simbolicamente, una cesura tra il prima e il dopo. In quei giorni si consuma infatti una delle più importanti e dolorose sconfitte del movimento operaio italiano. Alla FIAT Auto, il più grande gruppo industriale del paese, va in scena la rivincita padronale e cala il sipario su quella stagione conflittuale scaturita dalle lotte dell’autunno caldo. Il protagonismo operaio, che per oltre un decennio aveva sfidato il potere dell’impresa mettendone in discussione l’arbitrio, è battuto, vinto, sconfitto. La comunità operaia che ha animato quel ciclo di lotte è dispersa, mentre l’intero sistema di valori che era maturato durante quel periodo – la solidarietà, l’egualitarismo, la democrazia diretta – è condannato all’oblio.


PRIMA DEL DILUVIO

A Torino, dopo gli anni Cinquanta, in cui tutti gli ingredienti del ricatto e della discriminazione vengono messi in atto con successo contro i quadri sindacali comunisti e gli operai più combattivi, all’inizio degli anni Sessanta ripartono le lotte dei lavoratori della FIAT. Emblematico è l’episodio di Piazza Statuto, quando un corteo di operai si reca nei pressi della sede della UIL, il sindacato che nel luglio ’62 aveva raggiunto un accordo con separato con l’azienda. Sotto la spinta dei giovani operai, la manifestazione si trasforma in una battaglia di strada che durerà per tre giorni. Inutilmente i dirigenti della CGIL e del PCI cercheranno di convincere i dimostranti a desistere dallo scontrarsi con la polizia.

La rivolta di Piazza Statuto segna il risveglio della classe operaia della FIAT, e prelude all’apertura di quel ciclo di lotte che caratterizzerà l’autunno caldo. In quegli anni la massiccia immigrazione dal Sud ha immesso negli stabilimenti della FIAT una nuova generazione operaia. Giovane, poco qualificata, costretta a vivere in alloggi fatiscenti, sottoposta al lavoro pesante e ripetitivo della catena di montaggio, è proprio questa nuova figura sociale che si forma nelle officine di Mirafiori ad alimentare le lotte radicali dell’autunno caldo. Reclamano maggiore libertà, quegli operai che giunti dal meridione si incrociano con la tradizionale cultura operaia delle maestranze piemontesi. Rifiutano una condizione che, con la crescita della grande fabbrica fordista, è diventata insopportabile: nei ritmi, nel controllo dispotico dei capi, nei salari non adeguati al costo della vita. Richiedono migliori condizioni, quegli operai: riduzione della fatica, dei fumi, della nocività.

Si apre così una stagione che vede il protagonismo operaio conquistare diritti e miglioramenti salariali. Sotto la pressione di questa nuova classe operaia, anche le tradizionali istituzioni del movimento operaio si devono adeguare. Nasce così la FLM (la Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici) e i consigli di fabbrica sostituiscono le vecchie e imbalsamate commissioni interne; si forma così quello che verrà chiamato il “sindacato dei consigli”. Il movimento rivendicativo che sorge nei reparti della grande fabbrica, grazie alla temperie di quegli anni, esce dalla fabbrica e incontra la lotta degli studenti. In quel contesto, i sottomessi, i senza potere riacquistano cittadinanza, parlano alla società, esprimono egemonia. A futura memoria, quella stagione starà a testimoniare che per i lavoratori, le conquiste e i miglioramenti, anche solo minori, si possono strappare alla controparte solo come sottoprodotto di lotte radicali che esprimano nella mobilitazione la forza della classe operaia.


LE DIFFICOLTÀ DEL SINDACATO DEI CONSIGLI

Il fermento operaio, esploso alla FIAT durante l’autunno caldo, minaccerà per anni la governabilità della costrizione fordista del lavoro. Ci vorranno più di dieci anni per piegare questa riottosa classe operaia. E per farlo la direzione aziendale dovrà ingaggiare una battaglia campale contro l’avanguardia dei lavoratori.
Nel 1980 a Torino gli stabilimenti della FIAT concentrano ancora quasi centomila lavoratori. In quel periodo il sindacato dei consigli mostra segni di difficoltà. Sul piano sindacale, la tattica dell’azienda di non rispettare gli accordi raggiunti, in una sistematica girandola in cui i diritti vengono sanciti ma non applicati, sfibra il movimento rivendicativo. Mentre su un piano più generale, la svolta dell’EUR che consolidava la linea della moderazione salariale e di una maggiore flessibilità del lavoro, produce tra le avanguardie della FIAT uno stato di crescente malessere. Inoltre, le speranze di un cambiamento radicale del quadro politico maturate a metà degli anni Settanta, e rovesciatesi nel suo contrario con i governi di unità nazionale avevano contribuito a determinare un certo distacco tra i lavoratori e le rappresentanze politiche della sinistra. Ma in quel frangente, alla FIAT il movimento operaio conserva ancora tutta la sua forza; lo stesso rinnovo contrattuale dell’anno precedente s’era chiuso con un crescendo conflittuale che aveva visto la combattività operaia riversarsi all’esterno della fabbrica, conquistare il centro della città, moltiplicare i blocchi stradali e ferroviari.


LA CRISI DELLA FIAT

Da alcuni anni la FIAT soffre di un elevato indebitamento e stenta a recuperare il periodo di stagnazione della metà degli anni Settanta. Soprattutto ha difficoltà a reggere la concorrenza con le altre grandi case automobilistiche, in particolare con quelle giapponesi, che stanno sfidando tutti i giganti mondiali dell’automobile. La sua struttura produttiva, concentrata e antiquata, risulta ormai superata di fronte a un modello aziendale agile, decentrato e pienamente automatizzato come quello giapponese che consente di produrre la stessa quantità di automobili della FIAT con un terzo circa della manodopera occupata. Anche per questo, nel 1980 approfittando della crisi mondiale del mercato automobilistico, la famiglia Agnelli procede a passi spediti verso una radicale ristrutturazione dell’apparato produttivo. Si muove su tre piani: innovazione tecnologica (automatizzando le linee di montaggio), ripristino del comando gerarchico in fabbrica (eliminando le avanguardie di fabbrica e i delegati sindacali combattivi), espulsione massiccia di manodopera dai propri stabilimenti. L’anno precedente ha fatto le prove generali con il licenziamento di sessantuno lavoratori, accusati di essere contigui con il terrorismo. Quest’atto repressivo provoca una divisione nella sinistra e nel sindacato. La FLM risponde con scioperi e iniziative territoriali che hanno una riuscita parziale, mentre le confederazioni sindacali si defilano, e Giorgio Amendola, importante e prestigioso dirigente del PCI, facendo suo il teorema che lega le forme di lotta più radicali al terrorismo, dalle colonne di Rinascita esprime critiche durissime al sindacato dei consigli e alla FLM, chiedendo perché le strutture sindacali non abbiano preso per prime l’iniziativa contro ogni forma di violenza e di "teppismo" in fabbrica e contro il terrorismo.

In seguito, la magistratura appurerà che solo quattro di questi licenziati erano collegati in qualche modo con i gruppi terroristici. La gran parte di loro vincerà le cause alla pretura del lavoro, ma intanto il terreno è stato preparato. Contestualmente, la FIAT con i suoi grandi organi di stampa inizia a denunciare «il caos e il disordine che regnano nelle officine», «il rischio del collasso per l’azienda», indica «la necessità di far finire la grande sarabanda che è iniziata con l’autunno caldo». Per questa operazione di sfondamento la proprietà affida i pieni poteri a Cesare Romiti, un manager romano che si farà conoscere per la sua inflessibile durezza antioperaia.


IL POPOLO DEI CANCELLI

Il dado è dunque tratto, e il 10 settembre 1980 la FIAT annuncia quattordicimila licenziamenti. Per trentacinque giorni i lavoratori presidiano i cancelli e bloccano la produzione.
Da subito emerge una grande disponibilità alla lotta, perché gli operai intuiscono che lo scontro assume un significato epocale, per loro e per l’insieme della classe operaia italiana. O si vince o si perde. Il pareggio non è previsto, perché la FIAT vuole conseguire un obiettivo politico: domare quella classe che nel corso degli anni Settanta era stata capace di intralciare il suo dominio.

A Mirafiori compare un grande ritratto di Marx che nel corso della lotta diventerà il simbolo condiviso del movimento che si oppone ai licenziamenti. Davanti ai cancelli della fabbrica torinese si raccoglie anche una moltitudine di soggetti (lavoratori di altri comparti, giovani, studenti, casalinghe, pensionati) che reputano uno sfregio inaccettabile la pretesa di disfarsi di così tanti lavoratori, e la sottoscrizione lanciata dai sindacati raccoglie in pochi giorni 700 milioni di lire. A Mirafiori giunge anche il segretario nazionale del PCI Enrico Berlinguer, che sollecitato da un delegato sindacale che gli chiede cosa avrebbe fatto il PCI se i lavoratori avessero occupato gli stabilimenti, assicura il sostegno del partito, qualora a quella decisione fossero giunti il sindacato e i lavoratori. Non è meno battagliero un altro dirigente del PCI, il sindaco di Torino Diego Novelli, che davanti a migliaia di lavoratori, con tono tribunizio proclama che «se qualcuno pensasse di far passare per forza quel disegno, ebbene quel giorno noi non saremo davanti ai cancelli di Mirafiori ma saremo dentro Mirafiori». Queste prese di posizione, come poi sarà evidente, rispondono alla necessità di controllare, attraverso l’apparato centrale della CGIL, lo sviluppo della vertenza, cercando al tempo stesso di conservare il consenso e la simpatia di quella base operaia che richiede a gran voce l’adozione di forme di lotte più efficaci. Di fronte ad una possibile radicalizzazione che può condurre all’occupazione degli stabilimenti, il PCI ha tutto l’interesse a non farsi scavalcare da una dinamica che rischia di non controllare. Scegliendo di non raccogliere il guanto di sfida che la FIAT ha lanciato al sindacato e all’insieme del movimento operaio, i riformisti devono accettare così le esigenze del padronato, tentando di limitare i danni. Infatti il PCI e le burocrazie sindacali, lavorando per realizzare un compromesso con l’azienda, frenano il pieno dispiegarsi delle lotte e non mettono in campo tutta la forza politica e organizzativa che il movimento operaio dispone.

Mentre a Torino si susseguono scioperi e manifestazioni, negli alberghi romani si svolgono ripetuti incontri segreti tra i dirigenti di CGIL, CISL, UIL e la direzione aziendale. Dal canto suo, la segreteria del PCI preme sul governo per tentare di convincere Corso Marconi a moderare la sua intransigenza, e Gerardo Chiaromonte, responsabile della politica economica del partito, incontra riservatamente Romiti scongiurandolo di trovare un’intesa concordata col sindacato.
Il 27 settembre il governo va in minoranza alla Camera sul “decretone” economico. La FIAT annuncia la sospensione dei licenziamenti, e la decisione unilaterale di mettere in cassa integrazione a zero ore per tre mesi ventiquattromila lavoratori. Dalle prime lettere, risulta evidente che i destinatari sono i delegati sindacali. Scoperto è il disegno di Romiti: con le avanguardie espulse dalla fabbrica, è l’intero movimento sindacale ad essere decapitato e impossibilitato a promuovere ogni iniziativa di lotta e di resistenza. Nelle assemblee prevale la convinzione che il blocco totale sia l’unica risposta possibile al tentativo della FIAT di dividere i lavoratori tra quelli in cassa integrazione e quelli richiamati al lavoro. Nonostante tutto, il tessuto solidale regge; gli operai consolidano i presidi, e lungo il perimetro delle fabbriche nascono le prime baracche improvvisate che fungono da centri logistici della mobilitazione. Tra i lavoratori, ma anche tra le strutture sindacali intermedie cresce la volontà di occupare gli stabilimenti. A tale proposito si attiva un piano organizzativo pronto a entrare in azione.


LA MARCIA DEI QUARANTAMILA

Ma in quel momento cruciale dove si decide il destino della partita, in cui matura l’infaticabile lavorio teso a spezzare le istanze operaie, le avanguardie di
lotta della FIAT non riescono a darsi un’espressione politica alternativa rispetto agli apparati maggioritari che controllano il movimento operaio. Anche la stessa rivendicazione della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, che avrebbe potuto diventare un richiamo e una bandiera per l’intero mondo dei lavoro italiano, non riesce a diventare una delle parole d’ordine centrali dei settori più coscienti del movimento che si era messo in moto.

Senza una direzione alternativa, senza l’occupazione degli stabilimenti, la lotta operaia che si sviluppa davanti ai cancelli della FIAT è condannata alla sconfitta. La svolta arriva a metà ottobre, quando una massa di capi e capetti, impiegati e crumiri, organizzati e comandati dall’azienda, sfila per le vie di Torino agitando parole d’ordine antioperaie: esigono lo smantellamento dei picchetti, pretendono la libertà di lavoro, chiedono al sindaco Novelli di aprire i cancelli. Questa sfilata, che passerà alla storia come la “marcia dei quarantamila” (ma il numero reale dei “marciatori” sarà abilmente gonfiato dai media compiacenti), apre la strada alla capitolazione delle confederazioni sindacali. Dopo poche ore, Lama, Carniti e Benvenuto firmano un accordo capestro che ha scritto di suo pugno Romiti: ventitremila lavoratori vengono messi in cassa integrazione a zero ore; una vera e propria lista una lista di proscrizione che azzera la forza organizzata che il movimento operaio aveva sedimentato nel periodo precedente.
Quest’esito così disastroso non era scontato; in pochi giorni la sinistra politica e il sindacato avrebbero potuto opporre una mobilitazione di massa, sufficientemente ampia da essere in grado di respingere e oscurare la livida sfilata antioperaia andata in scena a Torino. Lo stesso Romiti nelle sue memorie sottolinea che fino all’ultimo il risultato della vertenza fu in bilico, che solo chi fosse stato in grado di resistere fino all’ultimo sarebbe stato in grado di piegare l’avversario.

Dopo l’intesa siglata a Roma, mentre l’apparato del PCI si mobilita per far accettare dalla base l’accordo siglato, dai palchi sindacali si tenta di far passare una sconfitta per una vittoria. Le bugie dei bonzi si sprecano come fiammiferi al vento; “entro il giugno 1983 rientreranno comunque tutti in fabbrica” è la più gettonata. Moltissimi lavoratori, nelle tumultuose e improvvisate assemblee che si tengono nei piazzali, bocciano l’accordo. Ma ormai, dopo la rabbia del primo momento, prevale l’impotenza e la disperazione.


LA RESTAURAZIONE ITALIANA

Dopo la marcia dei quarantamila grigi servitori della FIAT, e la resa senza condizioni delle burocrazie sindacali, la comunità operaia di Mirafiori è dispersa, vinta, battuta. I lavoratori che hanno resistito per trentacinque giorni si sentono traditi, abbandonati, privati di ruolo e di rilevanza sociale. Nel corso degli anni saranno più di duecento i suicidi che si registreranno tra coloro che hanno perso il posto di lavoro.
La vittoria padronale varca i cancelli della FIAT e s’irradia sull’intero paese; un’altra egemonia si sostanzia nella società e penetra nei luoghi di lavoro. Inizia l’epoca liberista, e le conquiste del mondo del lavoro vengono messe in discussione. Si inizia a parlare di “azienda Italia”, mentre i valori espressi nelle lotte appassionate del decennio precedente sono rovesciati nel loro contrario. Tutto si appiattisce, e lo spirito critico viene soppiantato dall’adulazione cortigiana nei confronti dei capitani d’industria. La fierezza di quegli operai che con il loro antagonismo avevano lottato per una società più giusta viene irrisa, schernita, espunta dalla rappresentazione mediatica, considerata nemica di quella modernità che si appresta a celebrare Craxi e la sua corte di nani e ballerine.

Nel corso di questi ultimi quarant’anni la FIAT sotto l’incedere del cambiamento si trasformerà, muterà di continuo i suoi assetti, sempre alla ricerca del massimo profitto. Per i lavoratori del gruppo, così come per tutti gli sfruttati, si tratta di resistere ai nuovi attacchi e provare a rovesciare la situazione sfavorevole. Walter Benjamin scriveva che «la lotta di classe che è sempre davanti agli occhi dello storico educato su Marx è una lotta per le cose rozze e materiali, senza le quali non esistono quelle più fini e spirituali. Ma queste ultime sono presenti, nella lotta di classe, in altra forma che non sia la semplice immagine di una preda destinata al vincitore. Esse vivono, in questa lotta, come fiducia, coraggio, umore, astuzia, impassibilità, e agiscono retroattivamente nella lontananza dei tempi. Esse rimetteranno in questione ogni vittoria che sia toccata nel tempo ai dominatori». E sono forse queste le qualità migliori che, oggi come ieri, esprimono quei lavoratori che con coraggio e determinazione provano a mettere in discussione il potere e l’arroganza della classe dei dominatori.

Piero Nobili

Sconfiggere padronato e governo reazionario è una necessità della classe lavoratrice

14 giugno sciopero dei metalmeccanici Lo sciopero dei metalmeccanici del 14 giugno indetto da FIM, FIOM, e UILM è sicuramente un fatto importante. Lo è nel quadro segnato da un arretramento e frammentazione generale di tutta la classe lavoratrice, che in questi anni non è riuscita a resistere di fronte ad attacchi pesanti da parte di tutti i governi che si sono alternati, compreso l’attuale governo reazionario a trazione Lega-Movimento 5 Stelle, che si è presentato come governo del cambiamento ma ha continuato a fare gli interessi del capitale, riducendo le tasse alle imprese, e a ingannare i lavoratori attraverso la truffa del reddito di cittadinanza e della "quota 100", e da parte di un padronato sempre più agguerrito contro chi lavora. 

Ma l’arretramento e la sconfitta dei lavoratori hanno una responsabilità ben precisa, la responsabilità dei sindacati confederali – in primis della CGIL – di non avere voluto affrontare il toro per le corna, di non avere voluto seriamente organizzare il fronte di chi lavora contro il fronte di chi distrugge il lavoro, i diritti e le conquiste storiche del movimento operaio.

La stessa impostazione di questo sciopero e la piattaforma che lo sostiene sono segnati dalla linea di questi ultimi anni, e ripropongono l’impianto dell’ultimo contratto dei metalmeccanici, il peggiore contratto mai firmato, che ha determinato un forte arretramento nelle rivendicazioni salariali e che lascia per strada conquiste storiche del movimento operaio, per i metalmeccanici e di conseguenza per tutta la classe lavoratrice. Questo è stato il lascito di Landini, che poco prima di abbandonare la FIOM, in virtù della scalata a segretario generale della CGIL, ha concluso la tornata contrattuale in piena unità con FIM e UILM. In continuità, la piattaforma di oggi è centrata su una chiave di convergenza tra gli interessi dei lavoratori e del padronato: aumenti salariali tramite defiscalizzazione (a spese di tutti e non sottraendoli al padronato), difesa dell’occupazione e risposta alla crisi capitalistica attraverso investimenti pubblici (soldi dei lavoratori) e privati, nel quadro di una logica sciagurata di aiuto alle imprese. Tutto questo contro l’autonomia di classe dei lavoratori.

Bisogna ricordare che le sconfitte subite alla FIAT (ora in cassa integrazione) e alla Fincantieri sono causate dal fatto che i lavoratori sono stati lasciati soli, stabilimento per stabilimento, cantiere per cantiere, a subire l’aggressione padronale, a causa della mancata volontà di trasformare queste lotte in lotte di resistenza generale.

Pure l’accordo Ilva, firmato e magnificato da FIOM, FIM, UILM, USB compresa, segna un altro disastro: dopo aver di fatto espulso dalla fabbrica più di tremila lavoratori, dopo aver tagliato i salari anche attraverso la nuova assunzione di tutta la forza lavoro rimasta, dopo aver ottenuto i soliti tempi per adeguamenti ambientali e messa in sicurezza dello stabilimento (che infatti sostanzialmente non è ancora partita), oggi ancora 1.400 lavoratori finiscono in cassa integrazione a zero ore.

Anche la vicenda Whirlpool è una vera tragedia. L’azienda, dopo avere intascato 27 milioni di risorse pubbliche, straccia gli accordi pattuiti e mette sulla strada 400 famiglie. La vendita e riconversione dell'azienda è il massacro dei posti di lavoro, con totale assenza di una strategia efficace di lotta.

Di fronte a questo tragico scenario, il nuovo mantra di Landini è l’unità sindacale. Ma di quale unità hanno bisogno i lavoratori? Noi pensiamo che l’unità delle burocrazie senza la messa in campo di un programma di lotta reale sia una unità a danno della classe lavoratrice.

Contro una lunga crisi che non è ancora finita e di cui non si vedono gli sbocchi, necessita quindi ricostruire una opposizione di massa dal versante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, con la costruzione di una mobilitazione generale che unifichi tutte le lotte in corso a partire da Ilva, Whirlpool, Mercatone Uno, Unilever, Almaviva, e che porti ad uno sciopero generale a oltranza sostenuto su punti di programma:

– Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano, licenziano e che violano i diritti dei lavoratori e le norme sulla sicurezza

– Unificazione di tutte le lotte e costituzione di una cassa di resistenza nazionale per sostenerle

– Cancellazione del Jobs act e di tutte le leggi di precarietà, ritorno dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e sua estensione a tutti i lavoratori e lavoratrici

– Redistribuzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore per tutti, pagate 40, con l'introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro

– Parità di diritti tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati

– Un vero salario sociale ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione, pagato dalla cancellazione dei trasferimenti pubblici alle imprese private

– Abolizione della legge Fornero. In pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro, pagata dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite



Su tali parole d'ordine bisogna organizzare il protagonismo dei lavoratori facendo loro comprendere che queste rivendicazioni fondamentali, nel loro complesso, non sono però realizzabili all'interno del quadro del sistema capitalista.

È pertanto necessario battersi per la prospettiva di un altro modello di società, fondato su un'economia pianificata democraticamente dai lavoratori, per la prospettiva di un governo dei lavoratori sul piano nazionale e internazionale, basato sulla forza dei lavoratori e che risponda alle esigenze ed ai bisogni della classe lavoratrice, ossia dell'immensa maggioranza della popolazione.
Partito Comunista dei Lavoratori

Sergio Marchionne, eroe borghese

24 Luglio 2018
Impressiona vedere in queste ore la commozione lirica della stampa padronale e dei media nel compiangere l'amministratore delegato di FCA, magnificarne la memoria, esaltarne le gesta. Uno slancio retorico e fluviale persino imbarazzante nella sua uniformità. Marchionne è il nuovo eroe dei due mondi finalmente ritrovato, bandiera dell'orgoglio nazionale, sintesi di patriottismo e internazionalismo (...del capitale). Nessuna critica è “moralmente” consentita, neppure la più inoffensiva. Tutta l'Italia è tenuta ad onorare il capitano d'impresa morente. Ogni voce fuori dal coro diventa tradimento patrio.

C'è, in questa cantica di regime, il segno di una ipocrisia rivoltante. L'unica vittoria che Sergio Marchionne ha assicurato riguarda il portafoglio degli azionisti FIAT. Sede legale della FIAT ad Amsterdam, sede fiscale a Londra, propria residenza personale in Svizzera, per pagare meno tasse possibili. Fusione con la Chrysler in bancarotta grazie alle risorse pubbliche garantite da Obama (garanzia pubblica dei prestiti ottenuti), al saccheggio di fondi pensione e sanitari dei lavoratori americani, al drastico taglio del loro salario, al blocco per cinque anni del loro diritto allo sciopero (con il sindacato UAW complice). Risanamento del debito aziendale della famiglia Agnelli, grazie a chiusure di stabilimenti, falcidie dei posti di lavoro, cancellazione dei diritti sindacali individuali e collettivi.
Il miracolo di Marchionne ha il segno della lotta di classe dal versante del capitale. Altro che interesse dell'impresa come interesse generale della società! La società ha pagato a peso d'oro il parassitismo degli azionisti.

Il caso italiano è emblematico. Il famoso Progetto Italia annunciato da Marchionne dieci anni fa, e lodato come sempre con squillo di fanfare da tutta la stampa nazionale, si è rivelato una clamorosa bufala. Invece che piena occupazione chiusura di fabbriche (a partire da Termini Imerese), una valanga di nuova cassa integrazione, un contratto aziendale separato che prevede più turni, taglia le pause, vieta lo sciopero, sbatte la FIOM fuori dai cancelli (salvo reintegro giudiziario) come mai era avvenuto, neppure negli anni '50. Il tutto con l'arma più odiosa del ricatto (o accettate la distruzione dei diritti o ce ne andiamo) e con il ripristino dei famigerati reparti confino (Nola) per gli operai recalcitranti. Il perché di tutto questo l'ha confessato candidamente Marchionne: “occorre uniformare il contratto dei lavoratori italiani al contratto dei lavoratori americani”. Lo stesso che Marchionne aveva peraltro abbattuto.

L'intero padronato italiano, grazie alla complicità sindacale, è entrato successivamente nel varco aperto da Marchionne, generalizzando la sua vittoria. «Si va avanti per traumi o per confronti. Marchionne scelse la prima via e noi invece siamo arrivati più tardi, l'approdo però è lo stesso», dichiara l'attuale Presidente di Confindustria (Corriere della Sera, 23 luglio). Proprio così.

Salvo aggiungere un piccolo dettaglio. Se Marchionne vinse, e se l'intera borghesia ha capitalizzato il suo sfondamento, ciò non è avvenuto per un destino cinico e baro, per una forza superiore e imbattibile. È avvenuto perché la classe operaia non ha avuto una direzione all'altezza del livello di quello scontro. La FIOM rifiutò di occupare Termini Imerese, e poi di unire in una lotta sola gli operai dei diversi stabilimenti della FIAT, votandosi alla sconfitta fabbrica per fabbrica in ordine sparso. Le burocrazie sindacali accettarono negli anni successivi proprio il modello imposto da Marchionne, firmando la capitolazione al padronato. Landini ha concluso la propria carriera di segretario FIOM siglando il peggior contratto della storia dei metalmeccanici, assunto oggi a riferimento da Confindustria come paradigma dei contratti futuri.

La borghesia seppellisce Marchionne con tutti gli onori, salvo farlo quando è ancora in vita e a mercati chiusi per contenere i contraccolpi sulle azioni della Famiglia.
CGIL e FIOM tacciono pudicamente, perché non possono neppure rivendicare il vecchio disaccordo col padrone nel momento in cui si sono arresi.
Noi diciamo a voce alta, tanto più oggi, che la lotta per cancellare le vittorie di Marchionne è parte della lotta per la costruzione di un'altra direzione, sindacale e politica, del movimento operaio.
Partito Comunista dei Lavoratori

FIAT, sciopero ad oltranza in Serbia

L'astuzia della storia batte Marchionne

Nel 2008 la FIAT apriva un proprio stabilimento in Serbia comperando il vecchio stabilimento della Zavstava in Kragujevac. L'acquisto è stato un grande affare, una joint venture con il governo serbo, che detiene ancora il 33% delle quote. Governo che ha investito 200 milioni - più altri 500 milioni della Banca Europea - e ha concesso agevolazioni fiscali per 10.000 euro per ogni posto di lavoro creato; per non contare il salario medio degli operai serbi, che con i suoi 300 euro è ben al di sotto della media nazionale. In cambio di queste condizioni favolose per il capitale del Lingotto, la promessa di produrre 300.000 unità all'anno nello stabilimento serbo, grazie alla produzione della Punto, della Cinquecento e di una (allora) “nuova city car che FIAT sta progettando”.

Cosa ne è stato di queste premesse? Una semplice illusione! L'azienda, che aveva dato speranze alla borghesia italiana, tanto che il Sole 24 Ore titolava nel luglio del 2010 "FIAT in Serbia: trentamila posti", ha disilluso tutte le attese. I 30.000 posti sognati si sono fermati ad uno zero mancante (3.668), con l'ulteriore aggrevante di 1.000 esuberi nel 2016; dei tre modelli promessi è rimasta solo la Cinquecento; delle previste 300.000 unità annue prodotte in Serbia, se ne sono prodotte solo 90.000.

Fino a qui nulla di particolare, trattasi semplicemente della cronaca di una delle tante rapine sociali da parte del capitale, in questo caso della Fiat Chrysler. Però all'improvviso irrompe nella scena un fattore inaspettato - pure se si tratta anche in questo caso di un fattore comune nella storia degli ultimi cinquecento anni - ossia la lotta di classe, la lotta dei lavoratori salariati in difesa dei propri interessi contro gli interessi (inconciliabili) degli industriali e dei bachieri. Perché 2.000 dei circa 2.500 dipendenti della FIAT in Serbia stanno scioperando da più di una settimana (a partire del 26 giugno) rivendicando aumenti salariali del 20%, il pagamento degli straordinari e dei bonus di produzione, il rispetto dei diritti sindacali e lo stop dei licenziamenti - anche se il sindacato Samolstani, fortemente legato al governo nazionalista, tenta di utilizzare lo sciopero e il malcontento degli operai per scoraggiare la FIAT a rinnovare il contratto, dando spazio alla Volkswagen, cosa che gioverebbe al governo.

L'astuzia della storia ha battuto Marchionne! Chi è andato a produrre in Serbia per poter fare ultraprofitti grazie alle condizioni di lavoro pessime, con salari miseri, senza diritti e tutele sindacali, affronta uno sciopero ad oltranza per conquistare diritti e tutele sindacali e per aumentare i salari. Chi è andato a produrre in Serbia sperando di superare così la propria crisi economica, conseguenza della crisi generale del capitalismo, smette progressivamente di produrre in Serbia per l'approfondirsi della propria crisi di vendite, e della crisi del capitalismo mondiale ed europeo.
Come si vede, le regole generali del capitalismo e della lotta di classe sono più forti delle manovre e dei magheggi di questo o quell'altro capitalista. In questo quadro è particolarmente positivo che delegati e lavoratori della FIAT in Italia abbiano espresso la loro solidarietà con la lotta dei lavoratori serbi. Questa lotta deve essere l'esempio per i lavoratori italiani, dimostrando che solo una lotta dura, fatta di scioperi ad oltranza ed occupazioni, può portare a casa risultati concreti - come è già successo con i lavoratori della Marelli in Serbia, che hanno conquistato aumenti salariali dopo cinque giorni di sciopero, al quale si sono ispirati i lavoratori FIAT.

Per questo, il Partito Comunista dei Lavoratori esprime tutta la propria solidarietà ai lavoratori serbi, e chiama tutti i sindacati e i lavoratori della FIAT a seguirne l'esempio.
Michele Amura

VITTORIA!

A testa alta contro Marchionne

28 Settembre 2016
Martedì 27 settembre la Corte d’appello del tribunale di Napoli ha decretato la vittoria per i cinque operai licenziati dalla Fiat di Marchionne.
Martedì 27 settembre la Corte d’appello del tribunale di Napoli ha decretato la vittoria per i cinque compagni licenziati dalla Fiat di Marchionne. Mimmo Mignano, Marco Cusano, Roberto Fabbricatore, Massimo Napolitano e Antonio Montella rientreranno in fabbrica dalla porta principale e a testa alta!

I cinque compagni furono licenziati perché il 5 giugno del 2014 inscenarono una protesta davanti al reparto-confino di Nola, esponendo un fantoccio impiccato raffigurante la faccia di Marchionne per denunciare le tragiche condizioni dei lavoratori del reparto-confino che portarono al suicidio due operai cassaintegrati, Pino De Crescenzo e Maria Baratto.

Questa vittoria contro Marchionne è sicuramente una ventata di ossigeno per tutta la classe lavoratrice, ed è stata possibile grazie alla mobilitazione generale che si è costruita attorno a questa vicenda. Mimmo e compagni sono riusciti con una forza incredibile ad aggregare attorno a sé una solidarietà e un consenso straordinario che sicuramente hanno influenzato e costretto il tribunale a esprimersi favorevolmente.

Dobbiamo ringraziare Mimmo e compagni per aver eroicamente combattuto con tutte le loro forze fino alla vittoria contro la Fiat, ma questa battaglia vinta deve essere ora vigilata e sostenuta perché sicuramente l’arroganza di Marchionne non si fermerà. Allora è necessario sviluppare attorno questa vicenda le condizioni per una ripresa della lotta contro la Fiat dentro il quadro di una ripresa della mobilitazione generale contro governo e padronato.
Partito Comunista dei Lavoratori

Con Domenico Destradis, con i delegati FCA (ex FIAT), difendiamo la resistenza contro Marchionne e la democrazia sindacale in CGIL

Dallo scorso inverno in diversi stabilimenti FCA (ex FIAT) del centro-sud (prima Pomigliano, Sevel e Melfi, poi Termoli), Marchionne ha iniziato ad esigere regolarmente straordinari comandati: sabati e domeniche in fabbrica, estendendo lo sfruttamento di lavoratori e lavoratrici, per garantire continuità nella produzione e saturazione degli impianti. In questo modo, e solo in questo modo, spera di sviluppare un’azienda “drogata di capitale” (come lo stesso Marchionne la definisce), riducendo i debiti e distribuendo valore tra gli azionisti.
È il suo modello, imposto prima a Pomigliano, poi a Mirafiori e quindi in tutto il Gruppo FIAT: un contratto specifico di lavoro (fuori dal Contratto Nazionale metalmeccanico) che cancella i diritti sindacali e quelli individuali, introduce massima flessibilità oraria e malattie non pagate, intensifica lo sfruttamento con i nuovi ritmi dell’Ergo-Uas e la moltiplicazione dei turni (notturni e festivi), vieta di fatto il diritto di sciopero con l’esigibilità contrattuale.

Contro questa ulteriore imposizione, all’inizio dell’anno scorso tutta la FIOM si è opposta, indicendo scioperi in occasione di questi straordinari. Ma nella difficoltà della lotta, sotto le pressioni dei media, con la prospettiva di riconquistare un fronte unitario con gli altri sindacati, ha ben presto abbandonato questa iniziativa. Una parte dei delegati e delle delegate (RSA) FIOM ha ritenuto sbagliata questa scelta: un “epilogo negativo della battaglia che dentro le fabbriche abbiamo sostenuto duramente noi delegati insieme ai lavoratori che rappresentiamo! […] Rinunciare, proprio in questa fase, all’unico strumento di lotta che la FIOM e le sue RSA posseggono per contrastare l’arroganza padronale sarebbe un errore enorme […] I lavoratori ci riconoscono il merito di fare sempre e comunque le battaglie che riteniamo giuste, e non solo quelle convenienti! Ed è da quest’ultimo elemento che dobbiamo ripartire, perché domani le ragioni del nostro sacrificio diventino le ragioni di una vittoria, dura sicuramente, ma che ci vede unico e ultimo baluardo di democrazia in un mondo, quello FIAT, dove spesso la legge si ferma ai cancelli d’ingresso” (dalla Lettera al segretario FIOM di una trentina di RSA FCA e indotto, 1 aprile 2015; (1)

Per questo, nel corso di questi mesi, hanno portato avanti questa lotta, in coerenza con la linea di contrasto al CCSL. Questi delegati e queste delegate, come rappresentanti sindacali nel proprio luogo di lavoro, hanno quindi indetto uno sciopero degli straordinari ogni qualvolta ci fosse occasione, restituendo a lavoratori e lavoratrici questo diritto messo in discussione dal CCSL e garantendo concretamente a loro, sempre e comunque, la possibilità di non venire in fabbrica il sabato e domenica. Nell’ambito dei loro diritti e dei loro poteri. Una lotta aspra e ardua: sottoposti all’ostracismo dell’azienda, nella disattenzione dell’opinione pubblica e della sinistra (pochi gli articoli, i sostegni e le solidarietà), nell’isolamento dello stesso sindacato a cui appartengono. In questo contesto, dalla scorsa primavera è nato un coordinamento, “per contrastare in maniera più incisiva ed efficace la deriva autoritaria persistente negli stabilimenti FIAT a seguito dell’introduzione del CCSL e della nuova metrica del lavoro Ergo-Uas. La finalità di tale iniziativa è esclusivamente quella di riunire i lavoratori e lavoratrici, marciando uniti contro le divisioni promosse dai vertici aziendali, condividendo iniziative di lotta e conflitto, le uniche indispensabili al ripristino di condizioni di lavoro ed economiche migliori all’interno delle fabbriche”. Un coordinamento di scopo, quindi, come in tanti altri settori e in tante altre aziende, che coinvolge delegati e delegate, lavoratori e lavoratrici, di diverse organizzazioni sindacali (USB, FLMU-CUB, SlaiCobas e FIOM-CGIL).

Mimmo Destradis è uno di questi delegati RSA. Come altri, appartiene da tempo all’area "Il sindacato è un'altra cosa - Opposizione CGIL", minoranza anche in FIOM. Per questo, a partire dalla sua rappresentatività in azienda e da questa esperienza di lotta, quest’area lo ha proposto come componente del Comitato Centrale della FIOM, nel quadro di 17 sostituzioni valutate nella sua ultima riunione (8 gennaio 2016). Il gruppo dirigente FIOM ha rifiutato questa indicazione, impedendo la sua elezione in CC. Una scelta grave ed inedita, autoritaria e dispotica, che ha cancellato il diritto di una minoranza di poter individuare i propri rappresentanti negli organismi dirigenti: un diritto statutario, sinora mai messo in discussione in una categoria che ha fatto delle democrazia e della dialettica sindacale un proprio valore.

Il problema sollevato è però ben più grave e ben più esteso. Il rifiuto di inserire Mimmo in CC è stato giustificato sulla base di un “interpello” al Collegio Statutario CGIL (una denuncia interna): i due dirigenti FIOM di Basilicata e Molise hanno chiesto di verificare la compatibilità tra l'adesione alla CGIL e la costituzione di quel coordinamento di base, nato per contrastare il modello Marchionne. Diverse RSA sono quindi coinvolte in questa denuncia (la maggioranza di Termoli, una buona parte di Melfi e della Sevel, oltre che altre in diversi stabilimenti FCA): compagni e compagne fortemente rappresentativi, come testimoniato dalle recenti elezioni RLS (che li hanno visti eletti con centinaia di voti, nei primi posti delle liste FIOM: vedi a titolo di esempio, tra gli altri, la nostra compagna del PCL di Termoli Stefania Fantauzzi (2).

La FIOM, nel 2010, quando Marchionne ha proposto il suo modello, ha rappresentato per milioni di lavoratori e lavoratrici una speranza di resistenza: una resistenza democratica e di classe. Oggi, dopo la chiusura nel vuoto della lotta contro il Jobs Act nel 2015, dopo un autunno gelido che non ha visto movimenti in grado di contrastare Renzi o il padronato, l’eventuale esclusione dalla CGIL delle sue avanguardie negli stabilimenti più grandi dell’ex FIAT sarebbe un segnale devastante per l’insieme della classe. Dopo aver abdicato alla lotta contro il governo nella scorsa primavera, dopo aver contrastato con documenti interni e con comunicati pubblici gli scioperi degli straordinari, la FIOM non può e non deve marginalizzare una parte significativa, quella più combattiva, dei suoi delegati e delle sue delegate in prima linea contro Marchionne!

Abbiamo sempre avuto un atteggiamento critico, a differenza di altri, rispetto alle scelte di Landini e della FIOM. Negli ultimi anni, poi, non abbiamo condiviso per nulla il progressivo scivolamento della sua linea: l’arretramento dello scontro nel 2012/2013, la ricomposizione altalenante con la maggioranza camussiana, la proposta delle primarie per eleggere i gruppi dirigenti in CGIL, gli ammiccamenti interlocutori con Renzi nel momento della sua ascesa, l’illusione di una coalizione sociale limitata all’associazionismo e all’"antagonismo compatibile" con il centrosinistra (naufragata nel vuoto nel giro di una stagione politica). Ma qui si sta sostituendo le ragioni della politica e del confronto con quelle della disciplina e del controllo, tagliando alle radici quella diversità che ha rappresentato la FIOM negli ultimi vent’anni, tornando alle triste fase di Vigevani e Damiano (della FIOM disciplinata dei primi anni Novanta).

Per questo, non solo diamo piena solidarietà a tutti i delegati e le delegati FCA; non solo auspichiamo sia al più presto sanata l’esclusione del compagno Destradis dal CC, ma facciamo appello a tutti i soggetti, le forze ed i singoli della sinistra affinché firmino l’appello alla CGIL ed alla FIOM a non procedere su questa strada disciplinare (3)



(1) http://sindacatounaltracosa.org/2015/04/01/delegati-fiat-lettera-al-segretario-fiom/

(2) http://sindacatounaltracosa.org/2015/06/06/elezioni-rsl-fca-termoli-in-alto-a-sinistra/

(3) Per adesioni: rossidiversiliberi@libero.it, potete trovarla su
 http://sindacatounaltracosa.org/2016/01/13/appello-a-camusso-landini-non-licenziamoli-di-nuovo/
Partito Comunista dei Lavoratori - Segreteria nazionale