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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Sergio Marchionne, eroe borghese

24 Luglio 2018
Impressiona vedere in queste ore la commozione lirica della stampa padronale e dei media nel compiangere l'amministratore delegato di FCA, magnificarne la memoria, esaltarne le gesta. Uno slancio retorico e fluviale persino imbarazzante nella sua uniformità. Marchionne è il nuovo eroe dei due mondi finalmente ritrovato, bandiera dell'orgoglio nazionale, sintesi di patriottismo e internazionalismo (...del capitale). Nessuna critica è “moralmente” consentita, neppure la più inoffensiva. Tutta l'Italia è tenuta ad onorare il capitano d'impresa morente. Ogni voce fuori dal coro diventa tradimento patrio.

C'è, in questa cantica di regime, il segno di una ipocrisia rivoltante. L'unica vittoria che Sergio Marchionne ha assicurato riguarda il portafoglio degli azionisti FIAT. Sede legale della FIAT ad Amsterdam, sede fiscale a Londra, propria residenza personale in Svizzera, per pagare meno tasse possibili. Fusione con la Chrysler in bancarotta grazie alle risorse pubbliche garantite da Obama (garanzia pubblica dei prestiti ottenuti), al saccheggio di fondi pensione e sanitari dei lavoratori americani, al drastico taglio del loro salario, al blocco per cinque anni del loro diritto allo sciopero (con il sindacato UAW complice). Risanamento del debito aziendale della famiglia Agnelli, grazie a chiusure di stabilimenti, falcidie dei posti di lavoro, cancellazione dei diritti sindacali individuali e collettivi.
Il miracolo di Marchionne ha il segno della lotta di classe dal versante del capitale. Altro che interesse dell'impresa come interesse generale della società! La società ha pagato a peso d'oro il parassitismo degli azionisti.

Il caso italiano è emblematico. Il famoso Progetto Italia annunciato da Marchionne dieci anni fa, e lodato come sempre con squillo di fanfare da tutta la stampa nazionale, si è rivelato una clamorosa bufala. Invece che piena occupazione chiusura di fabbriche (a partire da Termini Imerese), una valanga di nuova cassa integrazione, un contratto aziendale separato che prevede più turni, taglia le pause, vieta lo sciopero, sbatte la FIOM fuori dai cancelli (salvo reintegro giudiziario) come mai era avvenuto, neppure negli anni '50. Il tutto con l'arma più odiosa del ricatto (o accettate la distruzione dei diritti o ce ne andiamo) e con il ripristino dei famigerati reparti confino (Nola) per gli operai recalcitranti. Il perché di tutto questo l'ha confessato candidamente Marchionne: “occorre uniformare il contratto dei lavoratori italiani al contratto dei lavoratori americani”. Lo stesso che Marchionne aveva peraltro abbattuto.

L'intero padronato italiano, grazie alla complicità sindacale, è entrato successivamente nel varco aperto da Marchionne, generalizzando la sua vittoria. «Si va avanti per traumi o per confronti. Marchionne scelse la prima via e noi invece siamo arrivati più tardi, l'approdo però è lo stesso», dichiara l'attuale Presidente di Confindustria (Corriere della Sera, 23 luglio). Proprio così.

Salvo aggiungere un piccolo dettaglio. Se Marchionne vinse, e se l'intera borghesia ha capitalizzato il suo sfondamento, ciò non è avvenuto per un destino cinico e baro, per una forza superiore e imbattibile. È avvenuto perché la classe operaia non ha avuto una direzione all'altezza del livello di quello scontro. La FIOM rifiutò di occupare Termini Imerese, e poi di unire in una lotta sola gli operai dei diversi stabilimenti della FIAT, votandosi alla sconfitta fabbrica per fabbrica in ordine sparso. Le burocrazie sindacali accettarono negli anni successivi proprio il modello imposto da Marchionne, firmando la capitolazione al padronato. Landini ha concluso la propria carriera di segretario FIOM siglando il peggior contratto della storia dei metalmeccanici, assunto oggi a riferimento da Confindustria come paradigma dei contratti futuri.

La borghesia seppellisce Marchionne con tutti gli onori, salvo farlo quando è ancora in vita e a mercati chiusi per contenere i contraccolpi sulle azioni della Famiglia.
CGIL e FIOM tacciono pudicamente, perché non possono neppure rivendicare il vecchio disaccordo col padrone nel momento in cui si sono arresi.
Noi diciamo a voce alta, tanto più oggi, che la lotta per cancellare le vittorie di Marchionne è parte della lotta per la costruzione di un'altra direzione, sindacale e politica, del movimento operaio.
Partito Comunista dei Lavoratori

Di Maio: superministro del cambiamento contro il lavoro

Tutte le ricette contro i lavoratori in salsa giallo-verde: dall'interclassismo alla chiusura dell'Ilva, dal silenzio sugli assassinii razzisti ai regali fiscali per i piccoli padroni

8 Giugno 2018
Luigi Di Maio, il nuovo leader carismatico del Movimento 5 Stelle e dell'affermazione di quell'organizzazione come garante degli interessi della borghesia e della stabilità dei capitali, alla faccia della retorica populisitca antisistema, si è insediato.
Il capo pentastellato ha concentrato nelle sue mani due ministeri chiave come quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico, per compensare la propria sete di potere insoddisfatta per il mancato raggiungimento della poltrona di Presidente del consiglio.

Ci è voluto poco a far cadere la maschera di "cambiamento" delle politiche sul lavoro del movimento populista e reazionario, e già dalle sue prime parole da superministro si mettono in mostra gli ammorbidimenti rispetto alla campagna elettorale infuocata – ammorbidimento già messo in luce nei vari tentativi di dialogo falliti con le diverse forze politiche, e con i poteri forti italiani e stranieri, per ottenere il controllo del Governo prima del contratto con la Lega.

Non solo l'abolizione del Jobs Act, emblema delle politiche del PD di precarizzazione e aggressione dei diritti e delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, è diventata una "rivisitazione" delle politiche renziane, probabilmente con la reintroduzione dei vergognosi voucher, produttori di precarietà estrema ed escamotage di mascheramento del lavoro nero.
Non solo il reddito di cittadinanza tanto promesso, oltre a essere evidentemente insostenibile rimanendo nelle logiche di gestibilità del sistema capitalistico e di mercato, diventa sempre più un sussidio di povertà e precarizzazione, vincolando una piccola elemosina alla necessità di accettare qualsiasi lavoro venga proposto a qualsiasi condizione esso sia. In poche parole: se sei disoccupato, ancora grazie che ti permettiamo di diventare un eterno precario senza diritti e sotto ricatto perenne di perdere anche quei quattro soldi che prendiamo alla contribuzione generale.
Non solo l'abolizione della Legge Fornero si trasforma in un più gestibile ed accettabile "quota 100", dimenticando tutte le promesse sulle pensioni minime. Anche qui una proposta difficilmente applicabile, sommata alla promessa del reddito di povertà, se non si affronta il nodo della dittatura sistemica del capitale e della finanza e la sua aurea legge del profitto e della concorrenza.
Non solo di fronte alla vicenda strategica dell'Ilva, a cui son legate le vite di migliaia di lavoratori e quelle dei cittadini che ne subiscono l'inquinamento da decenni, sa rispondere con la meravigliosa ricetta, senza capo né coda, del «chiuderemo lo stabilimento di Taranto», magari regalando le tecnologie dismesse ad ArcelorMittal che così può ringraziare e delocalizzare levandosi una bella gatta da pelare, e garantendo una bella massa di disoccupati e l'impoverimento generale di un intero territorio.

Si spinge oltre Di Maio, mettendo in mostra chiaramente da che parte stia il suo schieramento e il suo comando.
Tra le prime cose che afferma, da Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, è la volontà di eliminare qualsiasi misura di controllo fiscale per piccole, medie e grandi imprese. Il tanto agognato tema delle tasse alle imprese deve essere tagliato con l'accetta semplicemente con un «lasciamo in pace gli imprenditori», carta bianca e basta con i controlli, perché d'altronde non sono problemi atavici il nero e l'evasione in un sistema incentrato proprio sulle piccole e medie imprese, le cui mancate entrate ricadono proprio sulla tassazione ai salariati e ai pensionati e colpiscono la sostenibilità di un welfare state in perenne smantellamento.
In fondo il benessere e il profitto di padroni e padroncini, inevitabilmente, porterà ad un maggior benessere anche per i lavoratori e per gli strati più deboli. Dati che vengono ovviamente confermati dagli annuali rapporti sull'aumento dei dividendi, sull'aumento dei profitti, sulla sempre maggior concentrazione di capitali, sul perenne aumento delle forbici di ricchezza tra strati sempre minori di super-ricchi e ricchi, e un enorme massa di lavoratori poveri e in fase di impoverimento. Dati dimostrati anche dai bilanci annuali di tutte le imprese e dalle riorganizzazioni lacrime e sangue, dove amministratori delegati, azionisti e padroni aumentano i loro profitti e dividendi al costo di licenziamenti, casse integrazioni, salari di solidarietà, delocalizzazioni, rinnovi contrattuali che non permettono nemmeno il recupero degli aumenti reali del costo della vita, aumenti dei ritmi a parità di salario, etc.

Il tutto, infatti, si inserisce nel corporativo, e del tutto "nuovo", concetto secondo cui «datore di lavoro e dipendente sono sullo stesso piano. Non devono essere nemici, non devono essere due realtà staccate». Lo vada a dire a tutti i lavoratori di FCA, dell'azienda di quel Marchionne a cui ha teso la mano e che ha idolatrato per i 9 miliardi di investimenti nell'auto elettrica (quando tutti i competitors dell'automotive spendono regolarmente molto di più), colpiti dalle delocalizzazioni, dai salari di solidarietà e dalle casse integrazioni, da un modello contrattuale che li priva di qualsiasi garanzia e da piani industriali che hanno dimezzato i posti di lavoro in Italia in quel settore. Lo vada a dire a tutti i lavoratori e le lavoratrici che sono regolarmente sotto ricatto nel loro posto di lavoro, perché precari o perché vengono loro imposte condizioni di lavoro prive di sicurezza e prive di dignità sotto la minaccia di chiudere baracca e burattini e spostarsi dove tutto costa meno o di assumere chi è messo peggio – con tutto l'esercito di riserva di disoccupati che c'è. Lo vada a dire a tutti i lavoratori delle piccole e medie imprese legate al turismo, alla ristorazione, ai servizi sociali e all'assistenza, che quando hanno un contratto di lavoro sono già fortunati. Lo vada a dire a tutti i lavoratori e le lavoratrici morti o infortunati gravemente perché i loro padroni devono risparmiare sui costi per garantirsi profitti competitivi.

Lavoratori e lavoratrici hanno per necessità interessi contrastanti e opposti a quelle dei loro padroni e dei loro capetti.
Lavoratori e lavoratrici non hanno bisogno di elemosine e di frasi fatte sul "non essere nemici" con chi ogni giorno li sfrutta fino all'ultima goccia di sudore e fino all'ultimo anno in cui le gambe li possono reggere in piedi.
Lavoratori e lavoratrici non hanno bisogno di nuovi imbroglioni per rendersi conto che per garantire profitti e dividendi a chi sta sopra di loro è necessario che a pagare i costi delle crisi economiche, dell'anarchia del libero mercato e della competizione tra padroni siano loro, le proprie famiglie, la propria salute e i propri diritti.
E ora non può più reggere la favola dei sacrifici comuni e dell'unità di intenti nel nome della bandiera italiana e di un nuovo interclassismo a spese della classe lavoratrice e degli oppressi.

Intanto il superministro e vice-premier, nonostante le sue pompose promesse da eterna campagna elettorale, non ha saputo dire una parola sull'omicidio del militante sindacale Soumayla Sacko, giovane ventinovenne ucciso a sangue freddo mentre cercava di recuperare lamiere per i tetti delle baracche in cui sono costretti a vivere i braccianti immigrati sotto il ricatto di 'ndrangheta, caporali, padroni e multinazionali. Non una parola sulla tragica vicenda che si consuma nel clima di odio e caccia all'immigrato alimentata tanto dalla Lega di Salvini quanto dal suo partito e da Di Maio stesso, i principali mandanti. Non una parola sulle condizioni di lavoro e di vita di migliaia di lavoratori come lui nel settore dell'agricoltura, dell'ediliza, del commercio abusivo, del caporalato sempre più diffuso anche in settori come la siderurgia e la cantieristica.
Mentre Di Maio tace, il Presidente del consiglio Conte nei suoi discorsi al parlamento continua a ripetere a pappagallo le promesse scritte sul contratto tra cui la guerra ai migranti e il rinvigorimento delle espulsioni, e Salvini continua a proferire parole di odio e di morte inneggiando a nuovi e maggiori campi di concentramento per chi deve essere espulso o è irregolare. Nella fascia nera della clandestinità, dell'assenza di diritti, del perenne ricatto delle espulsioni e delle retate delle forze dell'ordine, dei permessi di soggiorno fluttuanti, della miseria e dell'emarginazione, prendono vita proprio queste nuove forme di schiavitù in cui la vita di un lavoratore vale meno di una cassetta di pomodori o di una vecchia lamiera abbandonata. Ma il ministro dal sorrisino di bambolotto e dal tweet facile con incerto congiuntivo ha altro a cui pensare.

Alle prime prove questo governo, e il suo superministro Di Maio, farà cadere in maniera sempre più evidente la propria maschera di ennesimo comitato d'affari di padroni e banchieri, con un occhio di riguardo per i piccoli padroncini impauriti dalla globalizzazione e pronti a menare il bastone contro chi sta sotto di loro, sbraitando contro chi sta sopra.
Al governo del cambiamento bisogna contrapporre la rivendicazione del governo dei lavoratori e delle lavoratrici, il solo che possa incarnare incondizionatamente gli interessi delle classi sfruttate e oppresse.
Il solo governo che possa cambiare radicalmente e con una vera rivoluzione le regole del sistema economico e sociale, ponendo al centro le necessità e i bisogni di chi è sempre stato sfruttato, requisendo senza indennizzo tutte le leve dell'economia e della finanza, ponendole sotto il controllo della classe lavoratrice; ridistribuendo il lavoro esistente tra tutti a parità di salario e programmando un piano generale per il rilancio della produzione, della distribuzione equa delle risorse e dei beni, e della fornitura dei servizi essenziali.
Per fare questo è necessario costruire il partito rivoluzionario e comunista, con cui diffondere questa consapevolezza e organizzare la risposta attraverso un fronte unico di classe e di massa che unisca tutti coloro che da questo sistema non hanno che da perdere, e che con la rivoluzione comunista non hanno da perdere che le loro catene.
Cristian Briozzo

Non si disturba lo spettacolo! Fogli di via da Sanremo contro gli operai FCA


Nel nome dello spettacolo del Festival e del profitto, quei “violenti” operai son stati fermati e messi dietro le sbarre. Ora non potranno più mettere piede a Sanremo per almeno tre anni

 Non si disturba lo spettacolo, non si disturba il lusso e la televisione. Tanto basta - un po' di disturbo anche solo nel dietro le quinte - per calpestare la storia della lotta contro l'ingiustizia e le discriminazioni che subiscono cinque operai dell'FCA.

«Che roba Contessa all'industria di Aldo
han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti
volevano avere i salari aumentati
gridavano, pensi, di essere sfruttati
e quando è arrivata la polizia
quei quattro straccioni han gridato più forte
di sangue han sporcato il cortile e le porte
chissà quanto tempo ci vorrà per pulire...»

Questa volta non si è arrivati al sangue degli operai, la polizia non è dovuta arrivare a tanto per zittire la voce di cinque lavoratori che, sfidando l'AD Marchionne e il gruppo FCA, in una contestazione osarono spingersi nella lesa maestà. La loro punizione fu il licenziamento, un licenziamento ingiusto che valse il loro reintegro al lavoro. Reintegro sancito anche da un giudice borghese, riconoscendo l'illegalità e l'illegittimità di quell'atto punitivo, ma che FCA evita di applicare mantenendo questi cinque operai, pericolosi perché potrebbero diffondere il germe della protesta, al di fuori dei luoghi di lavoro impedendo loro l'accesso.

Di questi coraggiosi e tenaci operai (Antonio Montella, Mimmo Mignano, Marco Cusano, Massimo Napolitano, Roberto Fabbricatore), tre si sono voluti catapultare a Sanremo, durante l'eccitazione del Festival della canzone italiana, dove il gruppo musicale "Lo Stato sociale" aveva portato i loro nomi sul palco durante la propria esibizione, per rendere loro onore e per ricordare l'ingiustizia che stanno subendo.

Tanto è bastato, appunto. Un volantinaggio di ringraziamento e a memoria della loro lotta uno striscione, e la volontà di avere qualche secondo di spazio mediatico, tra un'inquadratura ad un ottone dell'orchestra e una fuga sugli spettatori e sui fiori. Ma cinque operai che vogliano lo stesso spazio di un fiore del palco di Sanremo o di una strofa di una canzone? Ma non scherziamo, Contessa, quale sopruso, quale volgarità, imbrattare il palco scintillante con la notizia di cinque straccioni che vogliono tornare in fabbrica con condizioni di lavoro dignitose.

Per cui nel nome dello spettacolo, nel nome del Festival, nel nome di FCA e del profitto, quei “violenti” operai sono stati fermati e messi dietro le sbarre, come pericolosi criminali. Ma non basta. Non solo sono esiliati dal loro luogo di lavoro ma ora, grazie al coraggio delle forze dell'ordine e della questura, non potranno più mettere piede a Sanremo per almeno tre anni: foglio di via a questi pericolosi sovversivi, ché non diffondano la loro malattia nelle terre della 'ndrangheta, del turismo, dell'azzardo e delle canzoni coperte di fiori.
La tragica parabola di una democrazia della distrazione di massa fondata sulla repressione di qualsiasi contestazione o protesta e sull'insabbiamento di ogni forma di sfruttamento, speculazione, discriminazione e sopruso.

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la più totale solidarietà a Antonio, Mimmo, Marco, Massimo e Roberto, come esprime la più totale solidarietà a tutti i lavoratori e le lavoratrici FCA sfruttati e colpiti nei loro diritti sindacali e nelle loro condizioni di lavoro. Allo stesso tempo, esprimiamo la nostra solidarietà e vicinanza a tutti i lavoratori e le lavoratrici in lotta, come quelli di TIM e di Embraco Whirpool, che a Sanremo hanno portato le loro proteste e vertenze.
Il nostro impegno “per una sinistra rivoluzionaria” vuole proprio dare voce a tutte queste lotte e alle ragioni del mondo del lavoro, nell'unica prospettiva che realmente ci interessa: quella della costituzione del governo dei lavoratori e delle lavoratrici sulla spinta di un fronte unico di classe e di massa.

Cristian Briozzo

FIAT, sciopero ad oltranza in Serbia

L'astuzia della storia batte Marchionne

Nel 2008 la FIAT apriva un proprio stabilimento in Serbia comperando il vecchio stabilimento della Zavstava in Kragujevac. L'acquisto è stato un grande affare, una joint venture con il governo serbo, che detiene ancora il 33% delle quote. Governo che ha investito 200 milioni - più altri 500 milioni della Banca Europea - e ha concesso agevolazioni fiscali per 10.000 euro per ogni posto di lavoro creato; per non contare il salario medio degli operai serbi, che con i suoi 300 euro è ben al di sotto della media nazionale. In cambio di queste condizioni favolose per il capitale del Lingotto, la promessa di produrre 300.000 unità all'anno nello stabilimento serbo, grazie alla produzione della Punto, della Cinquecento e di una (allora) “nuova city car che FIAT sta progettando”.

Cosa ne è stato di queste premesse? Una semplice illusione! L'azienda, che aveva dato speranze alla borghesia italiana, tanto che il Sole 24 Ore titolava nel luglio del 2010 "FIAT in Serbia: trentamila posti", ha disilluso tutte le attese. I 30.000 posti sognati si sono fermati ad uno zero mancante (3.668), con l'ulteriore aggrevante di 1.000 esuberi nel 2016; dei tre modelli promessi è rimasta solo la Cinquecento; delle previste 300.000 unità annue prodotte in Serbia, se ne sono prodotte solo 90.000.

Fino a qui nulla di particolare, trattasi semplicemente della cronaca di una delle tante rapine sociali da parte del capitale, in questo caso della Fiat Chrysler. Però all'improvviso irrompe nella scena un fattore inaspettato - pure se si tratta anche in questo caso di un fattore comune nella storia degli ultimi cinquecento anni - ossia la lotta di classe, la lotta dei lavoratori salariati in difesa dei propri interessi contro gli interessi (inconciliabili) degli industriali e dei bachieri. Perché 2.000 dei circa 2.500 dipendenti della FIAT in Serbia stanno scioperando da più di una settimana (a partire del 26 giugno) rivendicando aumenti salariali del 20%, il pagamento degli straordinari e dei bonus di produzione, il rispetto dei diritti sindacali e lo stop dei licenziamenti - anche se il sindacato Samolstani, fortemente legato al governo nazionalista, tenta di utilizzare lo sciopero e il malcontento degli operai per scoraggiare la FIAT a rinnovare il contratto, dando spazio alla Volkswagen, cosa che gioverebbe al governo.

L'astuzia della storia ha battuto Marchionne! Chi è andato a produrre in Serbia per poter fare ultraprofitti grazie alle condizioni di lavoro pessime, con salari miseri, senza diritti e tutele sindacali, affronta uno sciopero ad oltranza per conquistare diritti e tutele sindacali e per aumentare i salari. Chi è andato a produrre in Serbia sperando di superare così la propria crisi economica, conseguenza della crisi generale del capitalismo, smette progressivamente di produrre in Serbia per l'approfondirsi della propria crisi di vendite, e della crisi del capitalismo mondiale ed europeo.
Come si vede, le regole generali del capitalismo e della lotta di classe sono più forti delle manovre e dei magheggi di questo o quell'altro capitalista. In questo quadro è particolarmente positivo che delegati e lavoratori della FIAT in Italia abbiano espresso la loro solidarietà con la lotta dei lavoratori serbi. Questa lotta deve essere l'esempio per i lavoratori italiani, dimostrando che solo una lotta dura, fatta di scioperi ad oltranza ed occupazioni, può portare a casa risultati concreti - come è già successo con i lavoratori della Marelli in Serbia, che hanno conquistato aumenti salariali dopo cinque giorni di sciopero, al quale si sono ispirati i lavoratori FIAT.

Per questo, il Partito Comunista dei Lavoratori esprime tutta la propria solidarietà ai lavoratori serbi, e chiama tutti i sindacati e i lavoratori della FIAT a seguirne l'esempio.
Michele Amura

M5S e sindacato. La conferma di un programma reazionario


«Disintermediare» la relazione tra dipendente e impresa. Questo concetto è al centro del documento programmatico di governo del M5S in tema di lavoro. Ovviamente il concetto è avvolto dalla tradizionale nebulosa ideologica più o meno futuribile («nuove forme di partecipazione nei luoghi di lavoro», ecc.). Ma dentro la voluminosa confezione la merce è chiarissima: se “uno vale uno” che senso ha una rappresentanza di classe dei lavoratori con poteri di contrattazione?

La suggestione non è nuova. «Il sindacato è roba da '800» esclamava Beppe Grillo in un comizio a Reggio Calabria nel 2013. «Eliminiamo i sindacati che sono una struttura vecchia come i partiti, voglio uno Stato con le palle» gridava il comico guru a Brindisi nel gennaio 2013. «Ogni lavoratore si rappresenti da solo, il sindacato non serve a nulla» dichiarava un mese fa Luigi di Maio a proposito dei licenziamenti di Almaviva. Si potrebbe continuare a lungo. Non si tratta di esagerazioni oratorie. Si tratta della cifra profondamente antioperaia del M5S. Una ideologia che dissolve le classi e il loro conflitto in una massa indistinta di “cittadini” atomizzati, soli davanti al proprio computer nell'universo virtuale della rete, per quale ragione dovrebbe riconoscere una organizzazione collettiva dei salariati?

Non è una postura puramente “ideologica”. È un posizionamento politico. Una forza politica che assume la piccola e media impresa capitalistica come proprio referente sociale strategico, che offre alle imprese l'abolizione dell'Irap (con cui si finanzia la sanità pubblica) a vantaggio dei loro profitti, segnala semplicemente al proprio mondo di riferimento la propria avversità al sindacato, dentro una competizione nel corteggiamento dell'impresa che si fa particolarmente affollata. Negli stessi anni in cui Marchionne ha scatenato la propria offensiva antisindacale, in cui il padronato lavora a svuotare il contratto nazionale nel nome di “libere relazioni aziendali” (sfruttando la subalternità delle burocrazie sindacali), in cui le imprese si costruiscono il proprio welfare aziendale rafforzando il vincolo di subordinazione dei propri dipendenti, il programma di “disintermediazione” del rapporto tra lavoratore e impresa avanzato dal M5S è tutto tranne che casuale: da un lato esprime sintonia con le tendenze dominanti, dall'altro si pone in aperta concorrenza col renzismo e col centrodestra nella conquista del blocco piccolo-medio borghese proprietario. Di più. Proprio nel momento in cui l'indebolimento politico subìto ha costretto Renzi (e Gentiloni) a retrocedere dall'offensiva frontale contro i sindacati, il M5S gioca cinicamente allo scavalco del renzismo sul terreno della contrapposizione al sindacato. Proprio nel momento in cui il centrodestra fatica a ricomporre le proprie contraddizioni politiche nella rappresentanza del proprio blocco piccolo-medio borghese, il M5S si candida scopertamente a rappresentare quel mondo.

«Il M5S realizzerà ciò che voleva fare Berlusconi... che è stato un punto di riferimento per gli imprenditori» (La Stampa, 9/4): non lo ha detto un rozzo calunniatore del grillismo, ma Massimo Colomban, assessore della giunta Raggi, padrone del Nord-Est, mediatore nazionale dell'incontro tra M5S e l'organizzazione padronale Confapri, tra i principali organizzatori del convegno celebrativo di Ivrea a un anno dalla morte di Casaleggio. La proiezione del M5S verso la vecchia base sociale del berlusconismo nel Nord e nel Nord-Est ha rappresentato sin dall'inizio un assillo di Gianroberto Casaleggio. Ad oggi il Nord ed in particolare il Nord-Est è ancora il lato relativamente più debole dello sviluppo del grillismo. Ma proprio per questo l'attenzione politica del M5S verso il blocco delle imprese del Nord si farà sempre più insistente, in proporzione alle ambizioni nazionali di governo. Il convegno di Ivrea è stato un investimento anche e soprattutto in quella direzione.

Il grande capitale non punta oggi sul M5S. Diffida della sua improvvisazione, sente estranea la sua logica di setta, guarda con apprensione il suo possibile accesso al governo. A Ivrea, non a caso, la grande impresa era sostanzialmente assente (con l'unica eccezione di Google Italia). Ma parallelamente, la crisi congiunta del renzismo e del centrodestra rafforza il grillismo e la sua presa interclassista. E la setta dirigente del M5S sa che lo sviluppo della propria forza elettorale e il proprio radicamento nella piccola e media impresa è anche la via per lustrare la propria candidatura di governo agli occhi del grande capitale.
La borghesia non sposa mai di primo acchito le forze populiste reazionarie, preferendo i propri strumenti tradizionali. Ma se e quando le forze populiste dovessero apparire una carta vincente o un riferimento obbligato nella contrapposizione al lavoro, la borghesia non si farebbe scrupolo nell'usare la loro massa d'urto. È la lezione dell'esperienza storica.

Naturalmente ci sono ben presenti le contraddizioni del M5S, i suoi elementi di fragilità, la guerra per bande che l'attraversa nei territori, la sua difficoltà a selezionare un quadro dirigente della macchina statale borghese che sia al tempo stesso "capace" e fedele al comando della setta. L'esperienza di Roma (e non solo) è emblematica. Ma sono le contraddizioni di un movimento politico reazionario con influenza di massa. Non cogliere questo aspetto, e salutare il M5S come possibile sponda politica e sindacale per i lavoratori, significa disarmare l'avanguardia di classe di fronte a un nemico politico. Continuare ad affermare, con tono indulgente, che il M5S non è né di destra né di sinistra, e per questo permeabile alle ragioni del lavoro, significa avvallare la truffa del grillismo proprio nel suo aspetto ideologico: la rivendicazione di una rappresentanza dei cittadini fuori dalle vecchie ideologie è infatti esattamente la cifra di una cultura reazionaria in funzione del suo sfondamento interclassista. Non a caso è un tratto ideologico costante, seppur in forme diverse, di tutti i populismi reazionari in Europa e nel mondo. Il grillismo, sicuramente atipico, non fa eccezione.

La battaglia politica contro il grillismo è stata ed è in questi anni un aspetto importante della nostra battaglia controcorrente tra i lavoratori e nel confronto a sinistra. Tanto più lo è e lo sarà in un contesto politico nel quale l'accesso del M5S al governo del capitalismo italiano è una prospettiva che, per quanto difficile, non può più essere esclusa. La contrapposizione alle tre destre (renzismo, salvinismo, grillismo) è oggi più che mai la cartina di tornasole di una politica di classe.
Partito Comunista dei Lavoratori

VITTORIA!

A testa alta contro Marchionne

28 Settembre 2016
Martedì 27 settembre la Corte d’appello del tribunale di Napoli ha decretato la vittoria per i cinque operai licenziati dalla Fiat di Marchionne.
Martedì 27 settembre la Corte d’appello del tribunale di Napoli ha decretato la vittoria per i cinque compagni licenziati dalla Fiat di Marchionne. Mimmo Mignano, Marco Cusano, Roberto Fabbricatore, Massimo Napolitano e Antonio Montella rientreranno in fabbrica dalla porta principale e a testa alta!

I cinque compagni furono licenziati perché il 5 giugno del 2014 inscenarono una protesta davanti al reparto-confino di Nola, esponendo un fantoccio impiccato raffigurante la faccia di Marchionne per denunciare le tragiche condizioni dei lavoratori del reparto-confino che portarono al suicidio due operai cassaintegrati, Pino De Crescenzo e Maria Baratto.

Questa vittoria contro Marchionne è sicuramente una ventata di ossigeno per tutta la classe lavoratrice, ed è stata possibile grazie alla mobilitazione generale che si è costruita attorno a questa vicenda. Mimmo e compagni sono riusciti con una forza incredibile ad aggregare attorno a sé una solidarietà e un consenso straordinario che sicuramente hanno influenzato e costretto il tribunale a esprimersi favorevolmente.

Dobbiamo ringraziare Mimmo e compagni per aver eroicamente combattuto con tutte le loro forze fino alla vittoria contro la Fiat, ma questa battaglia vinta deve essere ora vigilata e sostenuta perché sicuramente l’arroganza di Marchionne non si fermerà. Allora è necessario sviluppare attorno questa vicenda le condizioni per una ripresa della lotta contro la Fiat dentro il quadro di una ripresa della mobilitazione generale contro governo e padronato.
Partito Comunista dei Lavoratori