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Il mal di campismo

 


“Gratta molti comunisti e troverai degli sciovinisti grande-russi” - Lenin

11 Marzo 2022

In questa guerra, come in altre, alcune organizzazioni politiche sostengono posizioni astrattamente marxiste, ma che in realtà possono essere definite semplicemente come una sorta di "nazionalismo rovesciato", ci riferiamo al campismo, ovvero la divisione del mondo in blocchi geopolitici contrapposti.

Raramente i campisti (solitamente di matrice m-l, cioè stalinista) affrontano il conflitto di classe interno delle nazioni del "campo antimperialista" e, senza analizzare la natura di questi governi e delle loro economie, attribuiscono a queste nazioni una funzione progressista e progressiva. Non criticano mai le “nazioni antimperialistiche” e tendono a glissare o a opporsi apertamente ai movimenti di lotta che emergono tra la classe operaia di questi stati. Così gli scioperi in Cina sono il frutto dello sponsor Usa; le manifestazioni di dissenso per la guerra in Russia sono egemonizzate dalle forze reazionarie ecc.

C'è stato un tempo in cui l'identificazione con un blocco anticapitalista e antimperialista aveva un senso. La Rivoluzione Russa è stata sostenuta da milioni di lavoratori che hanno operato anche una rottura politica con quella sinistra sciovinista e governista. Lenin e Trotsky hanno fatto una rivoluzione rovesciando un governo di centro-sinistra, hanno costruito un’internazionale (I.C.) contro le derive riformiste della vecchia socialdemocrazia.

Quindi, dopo la rivoluzione del 1917, nonostante la distorsione avvenuta con l’ascesa di Stalin al potere e la relativa deviazione del metodo rivoluzionario (svolta Kuomintang, Terzo periodo e Fronti Popolari, assenza di democrazia, socialismo in un paese solo ecc.), si poteva dire che vi erano due blocchi: uno che era nato dalla rivoluzione operaia e combatteva per il “socialismo” (la difesa della casta burocratica) e l’altro un blocco capitalista che sosteneva (anche economicamente) la controrivoluzione in tutto il mondo.

Questo scenario oggi non esiste più, sono solamente due gli stati operai in dissoluzione (ahimè), Cuba e Corea del Nord. Bisogna dire ai nostalgici dell’URSS che la Russia è un nuovo imperialismo fatto di borghesia e sciovinismo.

Il campismo contemporaneo è, se dovessimo riassumere, la più grande distorsione del marxismo in quanto spinge la solidarietà con gli stati piuttosto che con la classe e la sua lotta internazionale. L'internazionale di Marx, Engels, Lenin e Trotsky, come struttura organizzativa e pratica, è completamente cancellata da questa visione. Questa tendenza generalmente sostiene stati chiaramente capitalisti (come Iran e Siria) o stati che affermano a parole di essere socialisti come la Cina (coprendosi di ridicolo, perché la Cina, ad essere obiettivi, non solo è un paese capitalista ma è una vera e propria potenza imperialista con annesse entrature di capitali in Africa e in varie parti del mondo), oppure ancora i campisti si aggrappano alla Corea del Nord (che di soviet ed internazionalismo non ha neanche l'ombra ma ha solo un despota che governa miscelando culti religiosi ad un neostalinismo vintage).

Il campismo in questi giorni viene sventolato non solo dalle organizzazioni neo staliniste o staliniste ma anche da Putin che si aggrappa a questo metodo per giustificare la sua invasione dell’Ucraina in opposizione all’imperialismo statunitense ed europeo. Lo stesso Putin nel suo discorso o meglio nella sua dichiarazione di guerra all’Ucraina, fatto in diretta tv il 21 febbraio 2022, ha parlato di riconoscimento, formale ed ufficiale, delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, ma anche e soprattutto ha evidenziato le colpe di Lenin secondo cui: «chi ha governato nell'Urss di inizio '900» - sarebbe colpevole della nascita e dell' "invenzione" dell'Ucraina, che «ha tolto pezzi al territorio della Russia».

Ecco il nuovo paradosso dei campisti: definirsi comunisti in opposizione a Lenin. Applauso!

Putin insomma rispolvera lo sciovinismo “grande russo”, lo stesso sciovinismo grande russo combattuto da Lenin anche all’interno dei bolscevichi contro Stalin che ne fu uno dei massimi rappresentanti.

Lenin aveva le idee chiarissime sul processo di autodeterminazione. Sosteneva, sia praticamente che teoricamente, che il processo di costruzione sovietico avvenisse su base volontaria perché «… lo zarismo e la borghesia grande-russa, con la loro oppressione, hanno lasciato nelle nazioni vicine un’ombra di rancore e di diffidenza verso i grandi-russi in generale, e questa diffidenza va dissipata con i fatti, e non con le parole». Questo metodo è alla base del leninismo, cioè della costruzione del socialismo per convincimento e non per assimilazione.
«(…) Invece della parola autodecisione, (...) io pongo un concetto assolutamente preciso: il diritto di separarsi liberamente» [1].

Insomma per Lenin il diritto dell’autodeterminazione era una parte integrante del programma bolscevico: «Il socialismo vittorioso deve necessariamente instaurare la completa democrazia e, quindi, non deve attuare soltanto l'assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni, ma anche riconoscere il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse, cioè il diritto alla libera separazione politica» [2].

Per Lenin la lotta per l’autodeterminazione non era semplicemente una formula vuota, ma un metodo politico, un principio, e come è noto sulle questioni di principio Lenin non era solito fare concessioni, così la lotta contro lo sciovinismo grande russo per Lenin non si esaurisce nella battaglia teorica e in proclami ma vede anche la sua declinazione all’interno del partito, del suo partito.

Lenin ha già aveva notato nei primissimi anni ‘20 i metodi di Stalin e un'ulteriore conferma di ciò la ebbe verso la fine del 1922, quando ebbe chiaro in che modo Stalin silenziava il dissenso dei compagni georgiani. L’impero zarista era conosciuto, era passato alla storia come la “prigione dei popoli”, molte etnie/nazioni erano state rinchiuse dal recinto zarista. La classe operaia e il movimento popolare di queste nazioni oppresse avevano fuso la lotta contro lo zarismo con la lotta per la propria autodeterminazione, non a caso il diritto all’autodeterminazione era stato, come abbiamo scritto, uno dei punti fondanti del bolscevismo. Dopo il successo della rivoluzione, i bolscevichi avevano costruito il potere sovietico su alcune repubbliche nazionali oltre a quella Russa (Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaijan) ovvero la Rsfsr (Repubblica socialista federativa sovietica russa).

Anche se sulla carta i rapporti tra le repubbliche sovietiche erano formalmente regolati, il Partito Russo bolscevico aveva una forte tendenza ad accentrare. Lenin dunque pone l’attenzione sulla questione e cerca una via d’uscita. Nell’estate del 1922 l’ufficio politico bolscevico crea una commissione, presieduta da Stalin, che ha il compito di affrontare la questione “georgiana” e delle altre federazione. Questa commissione è composta di persone vicine a Stalin e produce un testo (Tesi sull’autonomizzazione) che vidima nei fatti l’annessione delle cinque federazioni alla Russia.
Lenin reagisce nonostante le sue non buone condizioni di salute prima definendo Stalin “un po’ troppo precipitoso” [3].

Successivamente Lenin va all’affondo in una lettera indirizzata a Kamenev e al Comitato Centrale del 6 ottobre:
«Compagno Kamenev! Dichiaro guerra (e non una guerriciola, ma una lotta per la vita e per la morte) allo sciovinismo grande russo. Non appena mi sarò liberato di questo maledetto dente, lo assalirò con tutti i miei denti sani».

Alla fine Stalin media non avendo la maggioranza nel CC. Cede ma il problema sarà solo rimandato.

Lenin, dunque, non aveva dubbi sul concetto di autodeterminazione come, tornando a noi, sul tema del campismo non aveva dubbi sul concetto di “patria”: nella battaglia tra un imperialismo dominante e uno che cercava di ascendere Lenin si schierava senza mezzi termini da parte del proletariato, non aveva una divisione verticale (campi), bensì orizzontale (classi).

La parola d'ordine, basata sull'analisi della realtà e del carattere delle classi era e dovrebbe essere patrimonio del marxismo rivoluzionario; il proletariato non può sostenere nessuna guerra in cui i lavoratori si uccidono in nome della borghesia, così oggi di fronte alla aggressione dell’imperialismo nascente russo il metodo dovrebbe essere lo stesso.

Lenin fu accusato di essere un servo dell’imperialismo tedesco. Insieme a Trotsky e Rosa Luxemburg pagò con la vita la lotta contro lo sciovinismo. Il modo migliore per ricordare questi grandi marxisti è apprendere il loro metodo.

Il marxismo rivoluzionario è altro rispetto al campismo e consiste innanzitutto, come Lenin e Trotsky ci hanno insegnato, nella lotta per il potere politico della classe operaia e non fare gli ultras di presidenti egotisti autoritari di nazioni e/o potenze capitaliste.


Note

1 Lenin, Opere Complete, vol. 26
2 La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all'autodecisione, Lenin 1916
3 Lenin, Opere Complete, vol. 42

Eugenio Gemmo

A cento anni dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia

 


Livorno 1921: un partito per la rivoluzione

21 Gennaio 2021

#Livorno21

Esattamente cento anni fa, il 21 gennaio 1921, i delegati della frazione comunista abbandonavano il congresso del Partito Socialista Italiano che si svolgeva al teatro Goldoni di Livorno per raggiungere il vicino teatro San Marco, già utilizzato dall’esercito nel corso della precedente guerra e quindi privo di sedie, senza impiantito e con il tetto che lasciava passare la pioggia.

Qui, nel corso della stessa giornata i delegati, che rappresentano circa cinquantottomila votanti nei congressi di base del PSI, proclamavano il nuovo partito con il nome di Partito Comunista d’Italia. Si staccavano da novantottomila massimalisti della cosiddetta mozione “comunista unitaria” (rappresentati in primis da Giacinto Menotti Serrati) che pur richiamandosi alla Terza Internazionale e alle sue posizioni si erano rifiutati, dando espressione alle loro posizioni centriste, di rompere con i quattordicimila riformisti di sinistra della mozione “concentrazione socialista”, capeggiati da Filippo Turati, come chiedeva loro l’Internazionale, al pari quanto chiesto e realizzato in Germania e Francia.

Come scriverà più tardi uno dei delegati presenti, Pietro Tresso (che diventerà dirigente della Quarta Internazionale e sarà assassinato dagli stalinisti nella Resistenza francese nel 1943), i due nomi principali di riferimento sono Antonio Gramsci e soprattutto Amadeo Bordiga, agli occhi di tutti, e nella realtà, il massimo dirigente del partito.

Il PCL ricorderà la fondazione del Partito Comunista d’Italia con un’assemblea in diretta Facebook domenica 31 alle 10.30. E questa sarà nei fatti l’unica degna iniziativa in memoria di quell’evento fondamentale. Come spesso succede nella storia, gli eredi di avversari e traditori del PCd’I si sono impegnati a ricordarlo per ingannare i militanti soggettivamente comunisti.

Il centenario del PCd’I è infatti oggetto in questi giorni di iniziative di commemorazione, per lo più di matrice stalinista e/o nazional popolare, in omaggio alla tradizione del PCI nelle sue diverse declinazioni. Il PCd'I è tristemente celebrato dagli eredi di chi lo distrusse come partito rivoluzionario; di chi fece appello ai «fratelli in camicia nera»; di chi tradì la Resistenza e ricostruì lo Stato borghese alla fine della guerra, con annessa amnistia ai boia fascisti; di chi imprigionò la lotta del movimento operaio attorno alla bandiera dell'unità nazionale e del compromesso storico con la borghesia. A noi è sembrato invece importante che organizzazioni che possono a ragione richiamarsi, al di là delle loro differenze, al PCd’I delle origini – e dunque all’internazionalismo rivoluzionario e alla rivoluzione proletaria – possano trovarsi insieme in una iniziativa sul centenario. Nella quale intrecciare verità storica, rivendicazione programmatica, lezioni per il presente e il futuro del movimento operaio.

In nessuna di queste iniziative, oltre a ricordare abusivamente Gramsci, si ricorderanno i meriti di Amadeo Bordiga, rinviato all’oblio eterno da stalinismo e riformismo. Non sarà così per noi. Non perché condividiamo, come PCL, la politica da lui sviluppata, né quando era dirigente del PCd’I né successivamente, anzi ne siamo fermi critici. Ma da un lato ricordare la nascita del PCd’I senza ricordare il suo principale artefice sarebbe come parlare della nascita del comunismo tedesco senza ricordare Rosa Luxemburg (cosa che gli stalinisti qualche volta riuscirono a fare); dall’altro Bordiga rimase comunista fino alla morte, a differenza dei voltagabbana come Togliatti. Per questo lo ricorderemo, nei suoi meriti come nei suoi errori, al pari di Gramsci, e forse qualcuno dei partecipanti sarà più positivo di noi nel giudizio su Bordiga.

Perché infatti la nostra iniziativa, come detto unica legittima, vedrà la partecipazione di compagni di altre organizzazioni rivoluzionarie, accomunate al nostro partito dal fatto di potersi richiamare alla tradizione comunista rivoluzionaria del PCd’I del 1921.
Invitando tutte e tutti a seguire l’iniziativa, per chiarire la natura marxista rivoluzionaria del PCd’I delle origini pubblichiamo qui il suo programma originario.



Programma del Partito Comunista d’Italia

Il Partito Comunista d’Italia (Sezione dell’Internazionale comunista) è costituito sulla base dei seguenti principii:

1. Nell’attuale regime sociale capitalistico si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive ed i rapporti di produzione, dando origine all’antitesi ed alla lotta di classe tra il proletariato e la borghesia dominante.

2. Gli attuali rapporti di produzione sono protetti dal potere dello Stato borghese, che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica.

3. Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione, da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.

4. L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria è il partito politico di classe. Il Partito comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali d’azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato.

5. La guerra mondiale, causata dalle intime insanabili contraddizioni del sistema capitalistico, le quali produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato tra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.

6. Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato statale borghese e con la instaurazione dello Stato basato sulla sola classe produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.

7. La forma di rappresentanza politica nello Stato proletario è il sistema dei Consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella rivoluzione russa, inizio della rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.

8. La necessaria difesa dello Stato proletario, contro tutti i tentativi contro-rivoluzionari, può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica, e con l’organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.

9. Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure d’intervento nei rapporti dell’economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.

10. Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutte le attività della vita sociale eliminandosi la divisione della società in classi, andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico, il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lotta di classe e pandemia di Spagnola

Nessun governo della borghesia ha l’interesse a contare i morti delle sue crisi: ogni deceduto è un'accusa al sistema irrazionale basato sul profitto. In tempi normali la salute e la sicurezza sul posto di lavoro, per i capitalisti, diventano degli orpelli fastidiosi. Ma nelle crisi reali come le pandemie o le guerre, questo diventa ancora più evidente. La conta dei morti è un fattore pericoloso che va ad incidere direttamente sui meccanismi del consenso, e li sgretola come castelli di sabbia. È stato dimostrato che durante la pandemia di Covid-19 in tutto il pianeta i decessi sono stati superiori a quelli ufficiali almeno, in media, del 50%. Nella sola provincia di Bergamo alcuni studi addirittura parlano del 460% in più rispetto alla media, a New York del 200%, a Madrid del 160%.

Tutto questo però ha un precedente storico: la pandemia di influenza "spagnola".
Tra il 1918 e il 1919 scoppia una devastante pandemia. Alcune stime parlano di 50 milioni di vittime provocate dal virus, altre di decine di milioni di morti in più, su una popolazione mondiale complessiva di due miliardi di persone. L'influenza era nata da un ceppo del virus della polmonite atipica H1N1. "Spagnola" fu la definizione coniata, per le false notizie – oggi le definiremmo fake news – sull'origine in Spagna del morbo. La posizione neutrale della Spagna durante la prima guerra mondiale lasciava più aperti i suoi canali di informazione di massa. Viceversa, i paesi coinvolti nel conflitto erano stretti nella censura di guerra. Quando la pandemia scoppiò, tra l’estate e l’autunno del 1918, le informazioni su di essa arrivavano quasi solamente dalla Spagna. La realtà fu ben diversa.
Il primo conflitto mondiale aggravò la diffusione della pandemia, la cui origine resta ancora oggi indefinita.

Anche in Italia i comportamenti di massa seguirono l’informazione di regime, che aveva tutto l’interesse a minimizzare o addirittura a nascondere la realtà. La difesa del consenso alla fine del conflitto mondiale era la priorità assoluta.
Anche la mancanza di una stima reale della situazione portò il governo della borghesia a non adottare la necessaria strategia sanitaria per contenere la pandemia, e a nascondere la gravità della situazione. L’informazione nazionale intrisa di spirito nazionalistico e patriottico, e l'azione della Chiesa cattolica, furono un valido appoggio alla mistificazione di regime. Addirittura si diffusero diverse notizie complottistiche contro la Germania, vista come responsabile dell'origine di un’arma virale creata in laboratorio. A livello popolare si innescarono voci di ogni genere contro la scienza, e la medicina in particolare. Vennero pubblicizzate anche tramite i giornali dell’epoca cure fantasiose, come il consumo smodato di tabacco o l’alcol.

Della pandemia del 1918-'19 non ci sono molti riscontri approfonditi nei libri di storia, né giorni della memoria. Ma i ricordi trasmessi, anche solo orali, tra le generazioni successive descrivono una vera catastrofe umanitaria.
Il rapporto con la morte in una popolazione già fortemente provata dalla guerra cambiò anche culturalmente i modi vivere, le usanze e i rapporti interpersonali.

I decessi erano brutali; colpivano i più giovani, che morivano per soffocamento polmonare. Molti soldati reduci dal conflitto mondiale descrivevano quello che vedevano come ben peggiore di quello che avevano provato in prima linea in guerra. I pellegrinaggi funebri verso i cimiteri vennero paragonati ai percorsi delle formiche. Il governo Orlando dovette dare una stretta all’informazione dei giornali e vietare il libero accesso ai cimiteri e i cortei funebri. I funerali furono concessi solo in forma strettamente privata e in orari particolari.

Il giornale socialista La Squilla, di Bologna, scrive nel gennaio 1919: «Censura / Morti in guerra: 462.740 / Feriti: 987.340 / Invalidi e mutilati: 500.000 / Non c’è la statistica dei morti di spagnola, perché la “maledetta” continua ad ammazzare! / Dopo il cannone, lei ci voleva! / Ma da che mondo è mondo la peste andò sempre dietro la guerra / È storia; è anche nella Bibbia!».

Non esiste una statistica ufficiale sulle morti di Spagnola in Italia. Le stime parlano di diverse centinaia di migliaia di vittime. Nelle fabbriche tutto sembra continuare come sempre, tra censura e tentativi di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra. Ma le testimonianze verbali corrono comunque in tutto il paese, e la pandemia si inserisce dentro la lotta di classe alla vigilia del biennio rosso, costellato di conflitti sociali e politici.

Anna Kuliscioff scrive a Filippo Turati, il 12 ottobre 1918:
«Qui l’epidemia è in aumento continuo, a Desio infierisce non meno che a Milano; basta vedere le tre colonne dei morti della gente per bene nel Corriere per persuadersi qual è la mortalità nei quartieri popolari. Non si sa più dove mettere i bambini orfani di madri ed i cui padri sono al fronte. È un problema trovare ora dei medici. Tutti sono sopraffatti dal lavoro e in fondo nessuno è curato a dovere. Forse anche la grande mortalità è dovuta alla scarsa assistenza sanitaria».

Le immagini dell’epoca riportano il diverso approccio tra la classe borghese e piccolo-borghese e quella lavoratrice: famiglie borghesi ben vestite e molto attente all’uso delle mascherine, operai in lotta nei cortei o nelle fabbriche senza alcuna protezione sanitaria.

Malgrado la feroce pandemia, la lotta di classe non si ferma.

In tutto il pianeta il dramma del primo conflitto mondiale e lo stretto rapporto umano con la morte causata dalla guerra vennero messi sullo stesso livello della malattia e delle sue conseguenze, contribuendo a sbiadirne la memoria storica ufficiale. Ma il rapporto tra le classi e il loro conflitto, la crisi del capitalismo, le fasi ricorrenti di strappi della storia hanno lasciato comunque la testimonianza indelebile che la causa di fondo della delle stragi provocate dalla pandemia e dalle guerre è unicamente da attribuire alla barbarie del capitalismo.
I rivoluzionari di un secolo fa non ebbero però alcun timore reverenziale verso la pandemia, che restò all’interno di una dimensione personale. Per loro lottare contro il capitalismo significava rovesciare tutto e cancellare gli orrori provocati dalla classe dominante. La pandemia era all’interno di questo concetto.


SE OTTO ORE VI SEMBRAN POCHE, PROVATE VOI A LAVORAR...

All’inizio del 1919 il paese si trova ad affrontare una crisi senza precedenti, provocata dalle conseguenze del conflitto mondiale in un clima di trasformazione della produzione industriale, in riconversione da economia di guerra nella ripresa del tempo di pace. Ma la spinta delle lotte operaie mette in discussione perfino l’organizzazione del lavoro, con la rivendicazione di un nuovo orario di lavoro settimanale.
L'accordo per le 48 ore viene stipulato il 20 febbraio 1919, in piena pandemia, fra la Federazione degli industriali metallurgici e la FIOM. Venne accolta la storica rivendicazione del movimento operaio della giornata lavorativa di otto ore in tre turni.
Ma le lotte, in piena esplosione di massa del contagio, non ebbero freni e sfociarono in continui scioperi generali tra le città e le campagne, per evolversi nelle occupazioni delle fabbriche nel 1920.
In tutta Europa la dinamica fu identica. Basterebbe ricordare quello che stava avvenendo in Russia e l’impegno dell’Armata rossa nel respingere i tentativi controrivoluzionari dei bianchi, nello stesso 1919, in una situazione difficile per la popolazione, colpita dalla pandemia.
Non solo. I rivoluzionari riuscirono ad organizzare quello che nel marzo del 1919 fu il primo congresso dell’Internazionale Comunista. Disgraziatamente, nello stesso mese dello stesso anno la pandemia uccise Jakov Sverdlov, uno dei massimi dirigenti del Partito Comunista bolscevico. Ma il sistema sanitario sovietico fu il primo modello al mondo di copertura sanitaria universale e gratuita.

La Germania, uscita sconfitta dalla guerra, fu colpita pesantemente dalla pandemia tra il 1918 e il 1919. Ma l'ondata rivoluzionaria non si fermò nemmeno lì. Fra il 4 ed il 6 gennaio 1919 diverse organizzazioni, tra le quali la Lega Spartaco di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, lanciarono a Berlino l’insurrezione dei consigli operai nella Ruhr e ad Essen, dove vennero deliberate le socializzazioni delle industrie carbonifere. Il tentativo venne represso duramente e terminò con l’arresto e l’uccisione di Rosa e Karl.

Non solo in Europa, ma anche dall’altra parte dell’oceano la spinta della lotta di classe non venne scalfita minimamente dalla pandemia. Negli Stati Uniti, a cavallo del 1918 e il 1919, morirono circa settecentomila persone. Ma nel 1919 scioperarono quattro milioni di operai, cioè un quinto della forza lavoro, una proporzione mai eguagliata. Perfino i cantieri navali di Seattle furono bloccati da uno sciopero generale che coinvolse tutta la città, e che durò settimane. Trecentomila lavoratori si mobilitarono nel primo sciopero nazionale dell’acciaio, fermando le più grandi aziende del paese. Scioperarono circa quattrocentomila lavoratori delle miniere di carbone, sfidando persino le disposizioni del presidente Woodrow Wilson e le ingiunzioni del tribunale federale.

La pandemia, con le sue decine di milioni di morti, colpì alla fine del conflitto gli strati più poveri della popolazione mondiale. Accentuò in modo indelebile le differenze tra le classi ma non fermò il conflitto tra di esse, anzi forse dette ancora più ossigeno al fuoco rivoluzionario e alla coscienza di classe.
La vita e la morte assumevano coscientemente un valore diverso. Un valore di classe, il motivo valido della stessa lotta di classe. Ne era ben consapevole Antonio Gramsci, che in un polemico articolo su l’Avanti contro la propaganda borghese, il 4 aprile 1919 si esprime così:
«Cosa sono i venti milioni di morti per grippe o febbre spagnola, o peste polmonare, ossia peste di guerra, determinata e propagata e coltivata dalle condizioni create e lasciate dalla guerra? Cosa sono le migliaia e migliaia di creature umane che muoiono quotidianamente di fame, di scorbuto, di assideramento in Romania, in Boemia, in Armenia, in India, per accennare solo a paesi amici dell'Intesa? Cosa sono gli ottanta miliardi di deficit del bilancio Italiano, i centoventi miliardi del bilancio francese, i duemila miliardi di danni determinati dalla guerra? Cosa sono stati i cinquecentomila russi sterminati dal governo zarista nella repressione dei Soviet del 1905? Cosa farebbero i venti milioni di russi che verrebbero sterminati se trionfasse la controrivoluzione dei generali Krasnof, Denikin e Kolciak, gli amici dell'Intesa che fanno impiccare ed esporre per tre giorni un operaio su dieci dei paesi che riescono a riconquistare, gli amici dell'Intesa che spediscono a Pietrogrado vagoni piombati di soldati soviettisti tagliati a pezzettini?».

Anche oggi, in un’altra fase storica, la pandemia di Covid-19 mostra chiaramente la differenza tra le classi e il differente valore morale attribuito alla vita e della morte. Li mostra attraverso le lotte in difesa del diritto alla salute dei lavoratori contro il profitto ad ogni costo, attraverso le lotte per l’accesso alle cure mediche per tutti come diritto inalienabile.
Solo un progetto rivoluzionario per il socialismo può dare valore alla vita contro gli orrori del capitalismo. La barbarie delle sofferenze dei più deboli e delle morti per pandemia ha come unico responsabile il capitalismo. Torneremo nelle strade, nelle fabbriche e nei quartieri a gridarlo con forza. La lotta di classe non si ferma.
Ruggero Rognoni