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Nessuno si aspettava l'inquisizione spagnola!

Il 24 novembre tutte e tutti in piazza!

23 Novembre 2018
Testo del volantino che verrà distribuito al corteo di Non Una di Meno
Nessuno si aspettava l'inquisizione spagnola. Eppure le politiche clericali, familiste e discriminatorie del governo giallo-verde nei confronti delle donne, dei minori, così come delle persone LGBT evidenziano il trionfo del peggior oscurantismo religioso.
Dall'attacco alla salute sessuale delle donne e alla 194 alla nuova santificazione della famiglia patriarcale e nazionalpopolare attraverso i “premi di maternità” dal retrogusto fascista, passando per la delegittimazione dei centri antiviolenza e dei consultori, ma anche attraverso il Disegno di legge Pillon, che concepisce i figli come “proprietà” dei genitori e non come soggetti di diritto, e che castiga le donne che vogliono abbandonare i (tanti) mariti violenti o comunque le scoraggia – anche attraverso il ricatto economico – dal desiderio di iniziare una nuova vita, rendendo l'esperienza della separazione e del divorzio macchinosa, economicamente dispendiosa e dolorosa.

Dopo anni di denunce e battaglie per far emergere la realtà della violenza domestica, e dopo altrettante mobilitazioni portate avanti per costruire gli strumenti di difesa e di autonomia delle donne e dei minori, è evidente che la politica del governo giallo-verde è quella di spazzare via le conquiste del movimento femminista e di far tornare a essere la violenza maschile sulle donne e sui figli un affare privato, di cui non si deve parlare, non si deve sapere, e che comunque non può divenire un “pretesto” per mettere in discussione l'istituto familiare e la subalternità femminile alla famiglia.

Questo perché la sacra famiglia è innanzitutto un supplente di quel welfare che lo Stato non intende più garantire alle classi popolari e lavoratrici per poter abbassare le tasse ai capitalisti e pagare il debito delle banche, ma è anche il terreno della costruzione dell'egemonia della Chiesa cattolica, ossia della più grande monarchia assoluta esistente al mondo, corresponsabile di genocidi nella lunga storia dell'umanità, alleata dei regimi fascisti (da Mussolini a Franco a Pinochet), coinvolta su scala planetaria nella pratica o copertura della pedofilia criminale sino alle più alte sfere; quella che ha il coraggio di chiamare assassine le donne che interrompono la propria gravidanza, e sicari i medici che le aiutano.

Le sfide che hanno di fronte a sé le donne e tutti i soggetti oppressi della società sono grandi. Per questo è necessaria la costruzione di un fronte vasto che unifichi il movimento delle donne, la rete dei centri antiviolenza, tutte le associazioni democratiche e antifasciste, le organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici per costruire un'opposizione a questo governo e alle sue politiche reazionarie.
Ma è anche necessario prendere atto che non ci sarà alcuna liberazione delle donne che non preveda la messa in discussione dei privilegi politici ed economici della Chiesa cattolica in Italia come nel mondo: per questo rivendichiamo l’abolizione unilaterale del Concordato fra Vaticano e Stato, l’esproprio senza indennizzo di tutte le grandi proprietà immobiliari ecclesiastiche, e in definitiva l’abolizione di tutti i privilegi fiscali, giuridici, normativi, assicurati alla Chiesa cattolica, a partire dalla truffa dell’8 per mille e dall’insegnamento religioso confessionale nella scuola pubblica.
Partito comunista dei lavoratori - sezione di Roma

Non una di meno: al movimento delle donne servono le lavoratrici


Al movimento 'Non una di meno' si prospetta un passaggio importante; dovrà avere il coraggio di assumere la prospettiva del rovesciamento di questa società, di questi rapporti di produzione, di questo sfruttamento domestico e lavorativo. Poiché disperdersi in rivendicazioni parziali e non sradicando alla radice la causa dell’oppressione patriarcale e dello sfruttamento capitalista farà perdere a noi donne e a tutte le soggettività oppresse la possibilità concreta di conoscere un altro mondo.

Nelle giornate del 4-5 febbraio a Bologna si è svolta l’assemblea nazionale autorganizzata di 'Non una di meno' per continuare la scrittura del “piano nazionale femminista contro la violenza” e definire le modalità dello sciopero globale transnazionale dell’8 marzo, cui l’Italia aderisce insieme ad altri quaranta paesi. L’incontro si è svolto su otto tavoli tematici, in cui sono stati individuati gli otto punti da inserire nel documento comune in vista dello sciopero.

Tuttavia le modalità di gestione della discussione e i risultati del tavolo 'Lavoro e welfare' sono apparsi a nostro avviso poco democratici.
Non condividiamo l’atteggiamento prevenuto delle organizzatrici dell’assemblea nei confronti delle donne appartenenti a un partito politico marxista, come se l'organizzarsi politicamente e avere una collocazione nella politica generale non possa appartenere anche alle donne, o come se le rivendicazioni femministe non abbiano legami con le scelte politiche attuate fino ad ora. E soprattutto non condividiamo la delegittimazione della prospettiva che il femminismo non possa integrarsi con un progetto di radicale trasformazione della società, con la prospettiva cioè dell’abbattimento del capitalismo e la fondazione di una società nuova dove non vige il principio dell’oppressione di una classe sull’altra, dell’uomo sulla donna e dell’uomo sull’ambiente.

Siamo rimaste inoltre basite dall’aggressività mostrata verso alcune compagne che ponevano all’attenzione dell’assemblea alcune rivendicazioni importanti per le donne e totalmente assenti nelle proposte delle organizzatrici dell’assemblea, proprio sul tema del lavoro. I rilievi alle lacune rivendicative, emerse anche dal dibattito del giorno 4, sono stati stigmatizzati come strumentali e facenti parte del movimento operaio – quindi “maschili” – e totalmente omessi nel report del giorno dopo. Il report, peraltro, non contiene affatto tutte le posizioni esposte, ma una sintesi (vagamente censoria) che le stesse organizzatrici si sono rifiutate di emendare in assemblea, e che per di più non è stato votato.
Il punto centrale che è emerso dal tavolo è il reddito di cittadinanza - o di autodeterminazione, come viene definito - assieme a un non meglio precisato salario minimo europeo ispirato al modello americano (15 dollari orari), che potrebbero essere un boomerang: un salario minimo su cui il padronato potrebbe attestarsi, livellando al ribasso le paghe generali, soprattutto se la rivendicazione del salario non viene unita alla battaglia per l’abolizione di tutte le leggi sulla precarietà, dai voucher alle infinite varietà di lavoro sommerso e non pagato. Il reddito di cittadinanza, slegato quindi dalla condizione lavorativa, non garantisce autonomia, ma al contrario, dati i rapporti reali tra i sessi e le classi, prospetta maggiori probabilità di rinchiudere le donne in casa vincolandole definitivamente a sostituire i servizi sociali nel lavoro di cura. Dunque non cambierebbe nulla della società che lo eroga, ma anzi potrebbe aggravare lo stato di cose esistenti; non influenza i rapporti sociali di sfruttamento e oppressione delle donne, ma al contrario rischia di istituzionalizzarli.

In secondo piano, o totalmente assenti, sono alcune rivendicazioni che pongono al centro il lavoro e la battaglia dentro ai luoghi di lavoro come terreno effettivo di autodeterminazione delle donne: la parità salariale, l’introduzione di un salario garantito per chi è in cerca di occupazione, il ripristino della scala mobile dei salari e delle pensioni, il rafforzamento degli ammortizzatori sociali, la lotta contro lo smantellamento della legge 104, la lotta alle vergognose forme di schiavismo a cui sono sottoposte alcune categorie di lavoratrici (badanti, braccianti...), la fine degli incentivi statali alle aziende che delocalizzano o chiudono attraverso accordi e tavoli istituzionali. Tutte queste istanze si ricollegano alla generale battaglia per la redistribuzione del lavoro fra tutti e tutte, e la conseguente riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga con la prospettiva della socializzazione del lavoro di cura: l’unica vertenza che consenta a tutti, e soprattutto a tutte, di definire in piena libertà la forma delle proprie relazioni sentimentali e sessuali, senza subordinarsi ai vincoli imposti dal bisogno materiale.

Anche le modalità dello sciopero dell’8 marzo, che si vuole si svolga su due piani, quello "produttivo" e quello "riproduttivo", non sono veramente efficaci.
Sul piano produttivo, Non una di meno non ha costruito una vera interlocuzione con i sindacati, producendo la possibilità di organizzare lo sciopero su una piattaforma rivendicativa articolata in termini di difesa dei salari e dei diritti delle lavoratrici. Ci si è fermate alla richiesta di un loro appoggio, ma rifiutandosi essenzialmente di condividerne la gestione, cosa che non ha impedito ai sindacati di base di aderire anche se con modalità non unificanti, mentre ha dato sponda alla maggioranza della CGIL di lasciare il tutto nel vago e di non assumersi la sua responsabilità per la riuscita dello sciopero, con risultati che non saranno di grande impatto, malgrado la posizione favorevole dell’area di opposizione interna “Il sindacato è un’altra cosa” e la convocazione dello sciopero da parte della FLC. Dati questi presupposti, si tratta di uno sciopero che temiamo non darà i frutti che avrebbe potuto, e che non darà un segno di reale contrapposizione all’oppressione nei luoghi di lavoro e al capitalismo. Le donne che lavorano faranno fatica a capire perché scioperare senza rivendicazioni in merito ai loro diritti perduti, o per aumenti salariali e miglioramento delle condizioni di lavoro. Perché questo non le fa avanzare di un passo verso quella indipendenza economica necessaria alla liberazione dalla violenza e dalla schiavitù lavorativa e domestica.
Ancora meno efficace ci sembra lo "sciopero riproduttivo", che riguarda tutte quelle donne estromesse dal mondo della produzione capitalista che svolgono attività domestiche, di cura e assistenzialistiche a titolo gratuito al posto dello Stato, oltre a casalinghe, disoccupate, studentesse ecc. Per aderire ideologicamente allo sciopero, queste donne per un giorno non si dovrebbero occupare della cura di anziani e bambini e lavori domestici. In molti casi sarà difficile che qualcun'altro in famiglia lo faccia al loro posto, a meno che non dispongano di un sostegno maschile “democratico”, perché certamente a farlo non sarà lo Stato borghese, che ha scaricato sulle loro spalle una enorme quantità di lavoro invisibile risparmiando ingenti quantità di denaro.
L’evento simbolico non modifica né mette in discussione i rapporti reali.

Noi crediamo che sia invece necessario costruire una piattaforma politica che rivendichi l’abolizione delle leggi e normative sui servizi sociali che sono attualmente scaricati sulle donne (la sussidiarietà, le leggi regionali sulla cura dei malati e degli anziani, il taglio degli investimenti sulla scuola dell’infanzia...) così come delle controriforme della sanità che tolgono esami e screening per una vasta gamma di patologie femminili, tolgono finanziamenti ai centri antiviolenza e trasferiscono fondi ai consultori confessionali, riducendo i servizi dei consultori pubblici, tra l’altro trasformati, questi ultimi, in ambulatori di servizi di base, dove le donne sono semplicemente “utenti”. Ma vogliamo combattere anche contro i finanziamenti a pioggia di fondi ad asili e scuole paritarie, tutte confessionali, dove si formano bambini e bambine a misura di un mondo bigotto e misogino. È dunque di una società realmente laica che le donne e tutte le soggettività oppresse necessitano, una società liberata dagli interessi della Chiesa cattolica. In questo senso la battaglia per l’emancipazione femminile si inscrive in un processo rivoluzionario di rottura con la morale e con l’organizzazione economica e politica della società attuale, che prospetti come passaggio imprescindibile l’abolizione unilaterale del Concordato fra Vaticano e Stato, l’abolizione di tutti i privilegi fiscali, giuridici, normativi, assicurati alla Chiesa cattolica, a partire dalla truffa dell’8 per mille e dall’insegnamento religioso confessionale nella scuola pubblica.

Al movimento Non una di meno si prospetta dunque un passaggio importante: dovrà avere il coraggio di assumere la prospettiva del rovesciamento di questa società, di questi rapporti di produzione, di questo sfruttamento domestico e lavorativo. Poiché disperdersi in rivendicazioni parziali e non sradicando alla radice la causa dell’oppressione patriarcale e dello sfruttamento capitalista farà perdere a noi donne e a tutte le soggettività oppresse la possibilità concreta di conoscere un altro mondo.
Non una marea, ma mille rivoli che in queste condizioni non potranno mettere veramente in discussione chi oggi vive sullo sfruttamento delle donne.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione di genere

Vaticano S.p.A.: populismo papalino e capitalismo ecclesiastico

L'arresto dell'”economo del Papa” Vallejo Balda da parte della Gendarmeria vaticana con l'accusa di “divulgazione di notizie riservate” rivela la lotta interna ai sacri palazzi di Oltretevere. L'intero commentario della stampa borghese parla dell'eroica lotta di “Santo Padre Francesco” per “ripulire il Vaticano” e della sorda resistenza degli ambienti vaticani a questa operazione di pulizia. Ma i conti non tornano, e anche la logica ha i suoi diritti.

Balda viene arrestato, su diretto mandato del Papa, per aver reso pubbliche informazioni riservate sulle sterminate proprietà vaticane, sulla continuità dei traffici IOR, sulla amministrazione truffaldina dei fondi pubblici e degli oboli privati da parte della macchina statale pontificia. L'arresto è scattato solo dopo la notizia della uscita imminente di due libri dedicati alle rivelazioni. Domanda: perché il Vaticano pretende che le informazioni sul suo stato patrimoniale e sulla sua gestione debbano restare “riservate”? Non era stata annunciata l'operazione trasparenza? Perché si ricorre addirittura all'arresto (con la minaccia di 8 anni di carcere) del responsabile, reale o presunto, delle rivelazioni? Perché si minaccia, come già in passato, di chiedere il blocco delle pubblicazioni editoriali annunciate?

La stampa borghese tace su questi interrogativi elementari. Ha paura anche solo a formularli. Si diffonde in pagine e pagine di retroscena, più o meno scandalistici, sulla figura di Balda e della sua collaboratrice, e sulle motivazioni interessate delle rivelazioni fatte (vendetta per una nomina mancata). Ma sul contenuto delle rivelazioni, e soprattutto sulla ragione delle pretese censorie del Vaticano, nessun commento. Anzi, là dove si balbetta qualcosa, si ripete a pappagallo, per paura di sbagliare, la velina ufficiale vaticana: «Un tentativo di infangare l'azione di rinnovamento condotta da Papa», ecc ecc. Amen. Ma come? Un'azione di “pulizia” e “rinnovamento morale” non dovrebbe denunciare i mercimoni affaristici della macchina vaticana anziché arrestare chi li rivela?


UN PAPA PERONISTA A CACCIA DI CONSENSO. IL POPULISMO ECCLESIASTICO COME LEVA DI POTERE 

La verità è più semplice, in una cornice più complicata e generale.

Papa Francesco, come ogni Papa, è il monarca assoluto di uno Stato teocratico che in tutto il mondo è parte organica del capitalismo, con possedimenti finanziari e immobiliari giganteschi. Come ogni stato capitalista, ma con una presenza mondiale ineguagliabile, lo Stato Vaticano è attraversato da guerre per bande e cordate in lotta per il potere. La novità dell'attuale Papa Bergoglio - non a caso di estrazione peronista - è che egli tenta di coprire la realtà dello Stato Vaticano con la promozione di un'immagine pubblica misericordiosa, attenta alla condizione dei poveri, meno dottrinaria, più comunicativa nei confronti del senso comune popolare. Siamo in presenza di un Papa “populista”, mirato alla conquista del consenso pubblico, che fa leva sul consenso pubblico per accrescere il proprio potere assoluto nella Chiesa: modificando a proprio vantaggio i rapporti di forza con la Curia romana, con la Conferenza Episcopale, con la Segreteria di Stato vaticana, e più in generale con l'insieme delle strutture tradizionali dirette e indirette dell'istituzione ecclesiastica. Il braccio di ferro sotterraneo nel recente Sinodo è la cartina di tornasole della lotta in corso.

Un Papa dunque più “democratico”, più rispettoso della laicità dello Stato? Al contrario. Il Papa populista usa la propria ritrovata credibilità pubblica per allargare oltre misura il raggio d'intervento della propria Chiesa.
Ricerca e ottiene pubblica udienza presso le camere congiunte del Parlamento italiano, presso il Parlamento europeo, presso lo stesso Congresso americano, per avere su di sé i riflettori del mondo, carpire nuovi consensi e dunque maggiore forza politica.
Si fa diretto protagonista sulla scena internazionale intervenendo come intermediario del negoziato tra USA e Cuba per la restaurazione del capitalismo a Cuba; e persino del negoziato tra Stato colombiano e FARC per la loro integrazione nel capitalismo colombiano.
Promuove una politica di “pacificazione” ecumenica con le altre chiese e autorità religiose (ebraiche, greche ortodosse, islamiche...) per allargare la propria influenza presso le basi di massa delle altre fedi, e dunque estendere il proprio peso politico internazionale.
Infine invade Roma con un Giubileo di venti milioni annunciati di fedeli, pretendendo dallo Stato e dal Comune di Roma una rapida funzione di servizio, pagata con risorse pubbliche: anche per questo scarica il sindaco delle nozze gay, a favore di un commissario prefettizio in grado di amministrare la grande torta del nuovo business capitolino e di lustrare a dovere l'immagine pubblica del Papa nell'anno della Misericordia. Nel frattempo attiva tutti i canali di interlocuzione possibili col mondo laico, dalle telefonate con Scalfari sino all'incredibile lettera di riconoscimento... al consigliere romano Alzetta (detto Tarzan): cercando dal primo lo sdoganamento della cultura laica, e dal secondo forse un'attenzione di riguardo alle proprietà vaticane nella gestione dell'occupazione delle case a Roma.
Un Papa, dunque, “totale”, pervasivo di ogni campo a 360 gradi, proiettato quotidianamente nella sfera temporale come mai in precedenza, determinato a risollevare la forza della Chiesa ad ogni latitudine istituzionale, dopo anni di crisi e decadenza della sua pubblica credibilità (corruzione, pedofilia, crimini dello IOR...).


LA REALTÀ DEL CAPITALISMO ECCLESIASTICO CHE BERGOGLIO VORREBBE COPRIRE 

Ecco allora il perché della reazione poliziesca del Pontefice “misericordioso” alle rivelazioni di un prelato infedele. Perché proprio quelle rivelazioni mostrano lo scarto abnorme tra l'immagine pauperistica della Chiesa che il Papa populista vuole accreditare, e la intatta miseria morale della Chiesa reale, quale parte inseparabile del capitalismo italiano e mondiale. La Chiesa che detiene quasi 5 miliardi in sole proprietà immobiliari, spesso facendosele valutare “un euro” per evadere il fisco. Che fa 60 milioni ogni anno vendendo benzina, sigarette, vestiti pregiati a basso costo, attraverso 41.000 tessere a raccomandati vip e amici degli amici nella sola città di Roma. Che imbosca i 380 milioni annui dell'Obolo di San Pietro, destinandoli a ben altri usi dalla “carità evangelica”. Che truffa sull'8 per mille con la complicità dello Stato italiano, come confessa la stessa Corte dei Conti. Che, contro la sbandierata moralizzazione, continua a proteggere attraverso lo IOR i conti bancari di grandi costruttori coinvolti nella ristrutturazione a prezzi stracciati di proprietà vaticane. Per citare solamente alcune anticipazioni pubbliche delle rivelazioni annunciate.
Qualcuno si può stupire, se il populista Papa Francesco si sente minacciato dalla verità e preferisce arrestarla? Il solo aspetto comico è che gli autori dei libri incriminati invece di rivendicare le proprie rivelazioni come demistificazione del nuovo corso papalino e denunciare le minacce ricevute, si affrettano a presentare il proprio lavoro “come un aiuto fornito al Santo Padre” (Nuzzi). La potenza del nuovo Pontefice strappa reverenze insospettabili.

La sinistra riformista italiana, anch'essa succube del nuovo Pontificato (perché succube dell'ordine capitalista) si chiude non a caso in un ermetico silenzio di fronte alle nuove rivelazioni. Vendola e Ferrero non si sono forse sperticati per due anni nel lodare Papa Francesco come campione della lotta al “liberismo” e nuova autorità morale di riferimento, coprendo su tutta la linea il nuovo corso populista del papato? La “nuova cosa rossa” in gestazione cerca la benedizione del Papa. Avallando le sue mistificazioni tra i lavoratori.

Il PCL, in quanto partito di classe e anticapitalista, rilancerà una forte campagna pubblica anticlericale ed antipapalina, in occasione del Giubileo e delle elezioni comunali a Roma. E chiama tutte le organizzazioni del movimento operaio e tutte le associazioni coerentemente laiche ad una azione comune di controinformazione e denuncia su questo terreno elementare.
Partito Comunista dei Lavoratori