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La crisi di Cuba

 


I movimenti di protesta e le loro contraddizioni. Chi sono i veri amici della rivoluzione cubana?

Chi cerca nei complotti esteri le ragioni delle manifestazioni a Cuba confonde piani diversi. L'imperialismo cerca di usare a proprio vantaggio, con spregiudicatezza e cinismo, ogni fatto politico, provando a indirizzarlo per i propri fini. Ci si può aspettare qualcosa di diverso da chi invoca la libertà a Cuba nel mentre la strangola con un embargo criminale nel pieno della pandemia?
Ma i movimenti che hanno attraversato l'isola non sono una fabbricazione a comando della CIA, che fortunatamente non ha questo potere. Nascono da una crisi reale e profonda ed esprimono pulsioni diverse, talvolta opposte tra loro. Non vedere questa realtà complessa significa precludersi la capacità di capire. E precludersi la capacità di capire significa posizionarsi in modo sbagliato, al di là delle migliori intenzioni.
Certo, è più semplice ricalcare schemi consunti, magari opposti, per onorare le proprie tradizioni ideologiche: come quelli che denunciano (sempre) la “controrivoluzione” o applaudono (sempre) la “rivoluzione”, in entrambi i casi pregiudizialmente. Noi preferiamo proporre una chiave di lettura diversa, che cerca di cogliere le contraddizioni di una dinamica in atto, partendo dalla realtà. Non la realtà che vorremmo ma quella che è.

La crisi che investe Cuba è tremenda. Pari a quella che la colpì dopo il crollo del muro di Berlino, la restaurazione capitalistica in URSS e la fine del suo appoggio economico. Il Pil è caduto nell'ultimo anno dell'11%. Il turismo è crollato, e con esso il principale ingresso di valuta straniera. Prodotti cubani di esportazione come il nichel hanno subito una caduta verticale sul mercato mondiale, in connessione con la grande recessione capitalistica. La pandemia dilaga, a fronte di un tasso di vaccinazione obiettivamente molto modesto (15%).
L'embargo imperialista moltiplica i propri effetti sulla condizione popolare. L'inflazione è fuori controllo colpendo i già bassi salari, sia nel settore pubblico che nel settore privato. I beni di prima necessità scarseggiano, il mercato nero si allarga, l'elettricità è razionata. La risultante d'insieme è una pesante caduta delle condizioni di vita, e un aggravamento altrettanto pesante di disuguaglianze sociali già ampie.

Le proteste sociali riflettono questa realtà, più che sufficiente a spiegarle. Il cambio di governo, con il ritiro di Raul Castro e l'avvento di un giovane burocrate senza carisma e connessione sentimentale col popolo – Miguel Díaz-Canel – ha avuto anch'esso probabilmente un ruolo complementare.
Ma la ragione prima dei movimenti è materiale e sociale. La loro composizione va ben a di là del ristretto confine di ambienti intellettuali tradizionalmente dissidenti, spesso legati all'imperialismo. Coinvolge settori importanti di popolazione povera e della gioventù. Il raggio della protesta è stato ben più ampio che nel 1994, quando aveva investito solo L'Avana: ha coinvolto diverse città ed anche piccoli paesi a tutte le latitudini dell'isola. È dagli anni della rivoluzione, senza ombra di dubbio, il principale movimento che abbia attraversato Cuba.

Il movimento contesta il governo e/o le sue politiche, seppur da versanti diversi e con finalità opposte, come vedremo. Questo fatto obiettivo va spiegato. Non dipende unicamente dal ruolo politico centrale del governo cubano, dentro una struttura piramidale dello Stato fortemente verticalizzata, in cui le responsabilità politiche sono tutte concentrate in un'unica struttura di comando, senza democrazia reale per i lavoratori e per le masse. Perché a Cuba in sessant'anni dalla rivoluzione non è mai esistito nulla di nemmeno lontanamente simile alla democrazia sovietica prima dello stalinismo, ma solo elezioni a lista unica, plebisciti con un costante e preordinato 99% di favorevoli e voti sempre unanimi nelle strutture istituzionali.
Questo fatto dipende anche dalle politiche che il governo ha condotto nell'ultimo decennio, e dalle loro conseguenze sociali, dirette e indirette. Innanzitutto le politiche di apertura al capitalismo e all'imperialismo.

Sia chiaro: Cuba è tuttora un'economia fondata su rapporti socialisti di proprietà, grazie alla grande rivoluzione del 1959-1960. Grazie a questi rapporti di proprietà ha garantito per lungo tempo vantaggi sociali alla popolazione povera senza paragoni col resto dell'America Latina, e non solo. Chi oggi vede a Cuba un paese (già) capitalista ignora la permanenza di una prevalente economia di piano, del monopolio prevalente del commercio estero, della proprietà statale delle banche e dei principali mezzi di produzione. Ma possiamo limitarci a registrare questa realtà senza vedere i processi di trasformazione che la stanno minando, e di cui il governo cubano è massimo responsabile?

L'ultimo decennio ha visto moltiplicarsi le misure di liberalizzazione controllata dell'economia cubana in direzione del mercato capitalista. Non parliamo della progressiva legittimazione della piccola proprietà (i cuentopropistas) nel campo del piccolo commercio e delle professioni liberali, misure per molti aspetti inevitabili in una economia isolata e assediata. Parliamo di altro: lo sviluppo delle imprese miste pubblico-private; gli oltre cento contratti stipulati con grandi imprese capitaliste nel campo delle importazioni ed esportazioni, con il relativo indebolimento del controllo pubblico sul commercio estero; l'allargamento dell'autonomia delle imprese statali a scapito del piano; una riforma dell'ordinamento monetario con tassi di cambio diversi tra settore pubblico e privato, in funzione del rafforzamento delle esportazioni, ma pagando il prezzo di una inflazione interna crescente; il taglio delle spese pubbliche per i servizi sociali e la ricerca scientifica, a vantaggio degli investimenti immobiliari nel turismo; la riduzione drastica dei sussidi sociali alla popolazione povera; una politica salariale fondata sugli incentivi in base alla capacità di esportazione delle aziende statali (l'azienda che più esporta paga salari migliori), con disuguaglianze crescenti tra i lavoratori all'interno stesso del settore pubblico. Una modifica del Codice del lavoro (una sorta di Statuto dei lavoratori) che allunga l'orario a nove ore nel settore pubblico, e sino a dodici nel settore privato.
L'insieme di queste politiche non ha spostato di un grammo l'ostilità dell'imperialismo verso Cuba. In compenso ha prodotto un disastro: da un lato ha rafforzato il peso materiale degli interessi capitalistici e restaurazionisti nell'economia cubana; dall'altro ha indebolito progressivamente la stessa riconoscibilità della rivoluzione agli occhi della giovane generazione. Nell'un caso e nell'altro a tutto vantaggio dell'imperialismo, il peggior nemico di Cuba.

La difesa della rivoluzione cubana contro la restaurazione capitalista non è per noi in discussione. Ma la restaurazione ha più facce e canali di sviluppo.
Ha la faccia impresentabile dell'imperialismo USA, della feccia di Miami, degli eredi dei vecchi padroni espropriati dalla rivoluzione che sognano di riprendere le loro “legittime” proprietà, e che dunque puntano al rovesciamento del regime.
Ma ha anche il volto di quella burocrazia di regime che nel nuovo quadro mondiale vede inevitabile una restaurazione capitalista, e perciò stesso la vuole controllare e dirigere per non perdere il proprio potere politico. È il modello cinese, o se vogliamo vietnamita, quello per cui la burocrazia si trasforma progressivamente in nuova classe proprietaria attraverso un processo graduale gestito dall'alto. Del (falso) socialismo restano le bandiere e “il partito”, comodo bersaglio delle propagande anticomuniste. Ma dietro la facciata di un potere stalinista immutato ha trionfato in realtà la controrivoluzione borghese, con la relativa distruzione di tutte le conquiste delle rivoluzioni.
Allora difendere la rivoluzione cubana non è solo contrapporsi agli USA e al loro embargo criminale. È anche opporsi a una burocrazia che antepone i propri interessi e aspirazioni sociali agli interessi dei lavoratori e della rivoluzione.

I diversi interessi presenti nella società cubana si sono affacciati nelle proteste popolari con tutto il carico delle loro contraddizioni. Nei movimenti di questi giorni a Cuba c'è di tutto, ma proprio di tutto.
C'è un settore di popolo (non maggioritario, pare) che grida “Patria y vida” in funzione apertamente anticomunista e reazionaria, o che addirittura rivendica un intervento statunitense nell'isola, una seconda Baia dei Porci, questa volta vincente, che consegni Cuba ai suoi padroni di un tempo, oppure a quello strato di piccola e media borghesia cubana che sogna di diventare grande allagando il proprio raggio di affari. “Libertà” in bocca a tanti cuentopropistas è solo la libertà di far profitto, sulla pelle dei lavoratori e della maggioranza della società.
Ma c'è anche un settore di lavoratori, di giovani, di popolazione povera, che protesta per una ragione sociale esattamente opposta. Che vuole recuperare le protezioni sociali smantellate, difendere la giornata di otto ore, contrastare le disuguaglianze crescenti, rivendicare la libertà di organizzazione della classe operaia a partire dai suoi diritti sindacali, mutare la rotta degli investimenti pubblici a favore dei servizi sociali e non del turismo, controllare la produzione e distribuzione dei beni di prima necessità, magari per impedire che i (pochi) negozi della burocrazia dispongano di ogni bene – accessibile a chi paga in dollari – mentre i negozi dei rioni popolari presentano scaffali vuoti.

Lo stesso regime, obtorto collo, è stato costretto a riconoscere nella protesta popolare la presenza di questi “compagni confusi” ma legati alla rivoluzione, come ha voluto definirli. È la misura del fatto che non pochi iscritti del Partito Comunista Cubano sono scesi in strada a protestare, portandovi la richiesta di “un vero socialismo”.
Il regime pratica nei loro confronti la politica del bastone e della carota. Da un lato simula la postura del dialogo, con Díaz-Canel che va in una piazza a parlare coi manifestanti, a uso telecamere. Dall'altro arresta i portavoce del blog Comunistas, esponenti di Joven Cuba, militanti del LGBT, con l'obiettivo di decapitare preventivamente un possibile riferimento alternativo. Ma così arresta gli unici amici veri della rivoluzione cubana, quelli che difendono con le unghie e coi denti le sue conquiste sociali, quelli che realmente lottano contro la restaurazione del capitalismo. È la prova che difendere la rivoluzione cubana vuol dire opporsi alla burocrazia che passo dopo passo la sta liquidando. E che, al contrario, ridursi a fare il verso alla propaganda del regime è il miglior modo di spianare la strada alla reazione. Come tante volte è accaduto nella storia, vedasi il 1989.

Sì, le proteste di questi giorni a Cuba sono confuse, contraddittorie, spurie. È questa una ragione di scandalo? Niente affatto. È anzi la misura del carattere autentico del movimento popolare. Quando il movimento è di popolo, vi si affacciano tutti i volti sociali della massa, i loro compositi interessi, le loro ideologie, le loro domande. Vale per le controrivoluzioni, come quelle che hanno dominato il crollo dell'URSS e dell'Est europeo, riconsegnati ai capitalisti (i vecchi burocrati del giorno prima) con tanto di plauso popolare. Vale anche all'opposto per le rivoluzioni, come quella che in piazza Tienanmen si oppose alla burocrazia cinese con un mare di giovani e di operai che cantavano anche l'Internazionale, e per questo fu schiacciata nel sangue, accelerando il corso della restaurazione. Chi sogna rivoluzioni o controrivoluzioni socialmente e ideologicamente omogenee ha poca familiarità con la storia reale, come insegnava Lenin. Tutto sta nel riconoscere il tratto prevalente di una dinamica, la sua direzione di marcia.

Nel crogiolo della protesta cubana degli ultimi giorni non è (ancora) emerso un tratto dominante né in una direzione, né in un'altra. Né in direzione della controrivoluzione, nonostante l'indubbia presenza di forze controrivoluzionarie, né in direzione della rivoluzione, nonostante la presenza di molti comunisti e socialisti sinceri. Chi vuole imbalsamare anzitempo il processo reale con categorie univoche e rassicuranti si accomodi. Non è il nostro caso.

In compenso sono chiare le parole d'ordine con cui lottare nelle piazze di Cuba per separare rivoluzione e controrivoluzione, senza ambiguità e rimozioni:

No alla repressione. Libertà immediata per i compagni arrestati.

No all'imperialismo e alle sue menzogne. Via l'embargo criminale contro Cuba.

Ripristino delle protezioni sociali cancellate, libertà di organizzazione della classe lavoratrice, pieno riconoscimento dei diritti sindacali e politici del movimento operaio.

Via le aperture al grande capitale privato e decisione e controllo di quelle assolutamente necessarie dal punto di vista economico da parte dei lavoratori stessi. Investimento prioritario nella sanità, a partire dalla vaccinazione.

Controllo operaio sulla produzione e distribuzione dei beni di prima necessità, contro affarismi e speculazioni.

Sviluppo dell'autorganizzazione operaia e popolare (consigli), con i diritti di democrazia operaia per ogni tendenza classista o realmente democratica.

Per un governo operaio e popolare, basato sulla forza e l'organizzazione dei lavoratori e lavoratrici e sul potere dei loro consigli, democraticamente centralizzati a livello nazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

A fianco della sollevazione colombiana

 


O rivoluzione socialista o reazione militare

Da sei giorni la Colombia è attraversata da un'autentica sollevazione popolare. Il governo Duque aveva varato una riforma fiscale basata sull'aumento delle imposte indirette sui consumi di prima necessità. Questo in un paese stremato da una recessione economica impressionante, che ha visto nel 2020 il crollo del 6,8% del Pil e la caduta verticale delle già miserabili condizioni di vita della maggioranza della popolazione povera. La reazione di massa non si è fatta attendere. Sei giorni di sciopero generale, promosso dalle tre centrali sindacali (CUT, CTC e CGT) e dalla Federazione dei docenti; enormi manifestazioni di massa in tutto il paese a partire da Bogotà, Medelin, e soprattutto Calì. Tutta la Colombia è paralizzata dalla mobilitazione, che ha bloccato la produzione, i trasporti, i servizi. Il governo ha dapprima usato l'arma della repressione poliziesca, che ha fatto al momento trenta morti tra i manifestanti. Ma la repressione non solo non ha piegato il movimento, ma gli ha conferito una nuova spinta e un nuovo allargamento. A questo punto il governo ha dovuto fare una clamorosa marcia indietro, prima dichiarando la disponibilità a rivedere la riforma fiscale, poi di fronte all'intransigenza della protesta comunicando in TV il ritiro del progetto. Il ministro delle Finanze Alberto Carrasquilla ha rassegnato le dimissioni. È una prima grande vittoria della mobilitazione dovuta alla sua radicalità, alla sua ampiezza, al suo carattere prolungato.

Il governo si attendeva che il ritiro della riforma rasserenasse gli animi e riportasse la calma. Ma ha fatto male i suoi conti. La vittoria strappata incoraggia il movimento a proseguire sulla propria strada. I nuovi bersagli della mobilitazione sociale sono le altre “riforme” che il governo persegue, nel campo delle pensioni, del lavoro e persino della sanità, dove in piena pandemia il governo ha disposto un progetto di privatizzazione ulteriore del servizio che prevede il pagamento di una polizza per patologia senza la quale nessuno ha più diritto alle cure.
Non si tratta di misure casuali. Sono dettate alla Colombia dal Fondo Monetario Internazionale, a fronte dell'enorme debito pubblico accumulato. Il governo Duque pretende che il conto sia pagato dalla popolazione povera del paese a vantaggio del capitale finanziario, lo stesso che saccheggia le materie prime della Colombia, requisisce le terre e l'acqua, inquina l'ambiente, colpisce le diverse minoranze indigene che popolano il paese.
Ormai l'impoverimento di massa, letteralmente la fame, investe secondo gli stessi dati ufficiali il 42% della società colombiana. Questo spiega l'ampiezza della mobilitazione: nelle strade si va esprimendo un grande fronte di massa che vede fianco a fianco la classe operaia, i giovani, le popolazioni indigene, le organizzazioni delle donne, l'insieme delle masse oppresse. È il potenziale della rivoluzione colombiana.

Non vi sono sul campo possibili soluzioni intermedie cosiddette democratiche. Le promesse dei cosiddetti accordi di pace tra governo colombiane e FARC del 2016, che avrebbero dovuto, secondo l'annuncio di entrambi, aprire un epoca nuova di prosperità, di concordia, di democrazia, si sono rivelati com'era prevedibile una truffa. Dal 2016 ad oggi oltre 900 leader sociali, a partire dai sindacalisti, sono stati assassinati dalle forze militari o da milizie private reazionarie e parafasciste.
Il sangue nelle piazze di questi giorni per opera dei corpi di polizia dimostra una volta di più che non c'è pace possibile tra le domande di libertà e di riscatto sociale e l'apparato repressivo dello Stato borghese colombiano. Né è possibile alcuna pace col capitale finanziario che dissangua il paese e coi governi esattori che lo servono.
Al tempo stesso, proprio l'esperienza di queste giornate dimostra una volta di più che la via della rivoluzione vera non passa per le mitologie della guerra di guerriglia. Passa per la sollevazione di massa della classe lavoratrice e della gioventù, per il loro diritto di autodifesa contro la repressione militare, per l'esercizio collettivo della loro forza. O rivoluzione socialista o reazione militare: questa è la lezione che ci viene dai fatti di Colombia di questi giorni e di queste ore.

È necessaria e urgente una azione internazionale di solidarietà di classe con la ribellione popolare colombiana, con presidi e manifestazioni sotto i consolati di Colombia. È necessario portare nella più ampia iniziativa di solidarietà un contenuto di classe anticapitalista e antimperialista.

Ritiro integrale delle misure d'austerità e di tutte le controriforme sociali!
Via il governo reazionario e assassino di Duque!
Scioglimento dei corpi repressivi dello stato colombiano e punizione dei responsabili dei crimini compiuti!
Comitati operai e popolari e loro coordinamento nazionale!
Cancellazione del debito estero della Colombia, non un soldo alle banche strozzine e al FMI!
Radicale riforma agraria!
Governo operaio e contadino, basato sulla forza e l'autorganizzazione delle masse!

Partito Comunista dei Lavoratori

Sul movimento di massa in Iran

 «Mullah capitalisti, ridateci i nostri soldi!»
 Un importante movimento di giovani e di donne si è levato in Iran. È la più importante esperienza di mobilitazione dopo la cosiddetta “onda verde” del 2009. 

Il movimento è nato nella città di Mashhad, per protestare contro l'aumento del 40% del prezzo delle uova. È possibile che questa prima protesta sia stata in qualche modo incentivata dalle autorità religiose locali, vicini alle posizioni reazionarie più integraliste della Guida Suprema Khamenei, e per questo critiche verso il Presidente “moderato” Rouhani. Ma è certo che la dinamica della mobilitazione è andata ben al di là delle sue basi iniziali. 


LA DINAMICA DEL MOVIMENTO 

Il movimento si è propagato in molte città e realtà di provincia. La sua dimensione di massa è complessivamente minore (ad oggi) di quella del 2009, ma la sua estensione geografica sul territorio nazionale è più ampia. Soprattutto, le sue rivendicazioni appaiono più radicali. Nel 2009 il movimento era nato in opposizione alla rielezione del presidente reazionario Ahmadinejad, nel nome di rivendicazioni democratiche limitate che non mettevano in discussione il regime religioso dei mullah. Il movimento aveva una natura progressiva, ma la sua direzione politica (Moussavi, consigliere del presidente “riformista” Kathami) era in qualche modo interna al regime. Oggi il quadro è diverso.

Il movimento attuale ha innanzitutto un contenuto sociale più esplicito, di contrapposizione al carovita e alle politiche economiche del governo (aumento di prezzo dei beni alimentari, taglio dei sussidi sociali, speculazioni bancarie a danno di piccoli risparmiatori caduti in rovina, aumento della disoccupazione giovanile al 30%). È la reazione sociale al mancato rispetto delle promesse annunciate a seguito degli accordi con la presidenza Obama. “Avevate promesso benessere e prosperità, ma dopo due anni abbiamo raccolto solo miseria”: questo il senso comune della protesta. Per questa stessa ragione il movimento ha assunto una dinamica di contrapposizione non solo a Rouhani, ma al regime teocratico reazionario. Il clero sciita non è solo l'architrave del regime confessionale integralista che domina l'Iran da quasi quarant'anni, responsabile della repressione sistematica e brutale delle organizzazioni del movimento operaio e di tutte le più elementari rivendicazioni democratiche dei giovani e delle donne. È anche strettamente compenetrato con la classe capitalistica iraniana. L'alto clero, i vertici militari, i comandi degli apparati repressivi, controllano interi comparti dell'economia nel campo della produzione e della finanza. Era dunque inevitabile che un movimento di contestazione delle ingiustizie sociali entrasse in collisione col cuore profondo del regime. “Mullah capitalisti, restituiteci i nostri soldi”, lo slogan che è rimbalzato in molte manifestazioni, è la documentazione plastica di questa connessione, assieme alla distruzione di manifesti e immagini della guida spirituale Khamenei.

Per le stesse ragioni, anche la politica estera dell'Iran è divenuta bersaglio delle proteste. L'Iran è una potenza capitalistica regionale del Medio Oriente, in lotta da sempre con l'Arabia Saudita. Le risorse risparmiate dal taglio (parziale) delle sanzioni sono state investite da Teheran nel consolidamento ed estensione dell'area di influenza regionale sciita (sostegno ad Assad in Siria, a Hezbollah in Libano...), con un indubbio successo sul fronte siriano grazie all'appoggio determinante dell'imperialismo russo. Ma le glorie militari sui campi di guerra non hanno comportato solamente migliaia di caduti, hanno trascinato con sé aumento delle tasse, carovita, inasprimento dello sfruttamento sul fronte interno, nel nome del superiore interesse della nazione. Anche per questo la contestazione sociale è rapidamente divenuta contestazione politica: “Pensate a noi, non ad Assad”, gridano migliaia di manifestanti.


GLI IMPERIALISMI DIVISI

In questo quadro è naturale che l'imperialismo USA, lo Stato sionista d'Israele, il regime reazionario saudita, cerchino di strumentalizzare la mobilitazione sociale e politica contro il regime iraniano in funzione dei propri interessi strategici in Medio Oriente e su scala globale. È sempre accaduto in tutta la storia del mondo che lotte progressive, e persino rivoluzioni, all'interno di un determinato paese, vengano “usate” (e talvolta appoggiate) da potenze straniere conservatrici e reazionarie. Ci si potrebbe meravigliare del contrario? Così è naturale che il reazionario Trump provi a strumentalizzare la protesta in Iran in funzione della svolta della propria politica estera in Medio Oriente e della polemica interna contro Obama; come è naturale che il governo sionista d'Israele voglia utilizzare gli avvenimenti iraniani per consolidare l'asse col nuovo corso di Washington e col regime saudita.

Ma chi vede ciò che avviene in Iran come esecuzione del “piano” di Trump e dei suoi agenti segreti ha la stessa visione della storia delle polizie di tutto il mondo, inclusa naturalmente quella iraniana: la ribellione è sempre figlia del “complotto straniero contro i superiori interessi della patria”, che guarda caso coincidono con quelli della classe che detiene il potere. È l'argomento che sospinge ovunque, in ogni epoca, la repressione di ogni rivolta interna. L'Iran non fa certo eccezione.

Peraltro gli amanti dell'interrogativo dietrologico “a chi giova?”, pronti a vedere in ogni rivolta la mano straniera dell'imperialismo, dovrebbero evitare di guardare solo all'imperialismo USA. Gli imperialismi europei (Italia inclusa) non si allineano affatto a Donald Trump sulla vicenda iraniana. Anzi. Vogliono inserirsi nella contraddizione apertasi tra Iran e Trump per sostenere i propri interessi imperialisti in Persia e allargarvi la propria area di influenza: dagli investimenti dell'industria automobilistica francese agli appetiti inesauribili di ENI ed ENEL. Per questo la UE tace sull'Iran, strizzando l'occhio al regime e augurandosi la sua tenuta.

La verità è che la mobilitazione in corso in Iran tende oggi ad amplificare le contraddizioni interimperialiste, non a ridurle.


IL RUOLO DEL PROLETARIATO E LA QUESTIONE DELLA DIREZIONE 

In ogni caso i settori di massa e di gioventù che oggi alzano la testa in Iran non sono sospinti dagli agenti della CIA ma dal rifiuto dell'oppressione. Il regime lo sa ed è scosso. L'apparato repressivo dello Stato colpisce le manifestazioni con centinaia di arresti e con armi da fuoco, assassinando decine di giovani. E intanto chiude le piattaforme digitali per bloccare la propagazione ulteriore del movimento. Il Presidente Rouhani, dal canto suo, cerca di ritagliarsi un proprio spazio di manovra parlando del diritto a manifestare, ma è consapevole di essere bersaglio diretto della protesta e per questo spalleggia la repressione, nel mentre cerca di organizzare una propria contromobilitazione a difesa del regime. In realtà le diverse frazioni del regime teocratico attribuiscono la responsabilità della rivolta alla frazione rivale, ma proprio le contraddizioni interne al regime possono ampliare la dinamica della mobilitazione. Mentre la reazione attiva di settori di manifestanti alla repressione (e in qualche caso persino l'assalto alle caserme alla ricerca di armi) misura la potenzialità della radicalizzazione.

Inutile aggiungere che una eventuale trascrescenza del movimento in atto in un processo rivoluzionario potrebbe avere ripercussioni enormi in tutto il Medio Oriente. Ripercussioni che darebbero agli stessi USA e Israele grattacapi infinitamente più seri degli effimeri vantaggi di qualche strumentalizzazione diplomatica delle proteste in corso.

Seguiremo la dinamica della mobilitazione in atto. La sua base sociale sembra al momento limitata a settori di gioventù della popolazione povera, dei disoccupati, della classe media (studenti), con un ruolo importante delle donne. La classe operaia non è ancora scesa nell'arena della lotta. Questo sarà uno snodo decisivo per lo sviluppo degli avvenimenti. La classe operaia iraniana è una enorme potenza sociale. La sua discesa in campo alla testa della gioventù potrebbe segnare un capovolgimento dei rapporti di forza e aprire una pagina nuova dello scontro. Senza l'ingresso nell'arena della classe lavoratrice, la mobilitazione rischia di schiantarsi nel muro della repressione e di sfaldarsi. È la lezione del 2009.

Ma la semplice mobilitazione della classe lavoratrice non è sufficiente. È necessaria una sua direzione indipendente e rivoluzionaria, che sappia saldare nel vivo della lotta le rivendicazioni sociali, laiche e democratiche elementari, con la prospettiva di un'alternativa di potere della classe lavoratrice; che sappia costruire l'egemonia della classe lavoratrice sull'insieme delle domande progressive delle masse oppresse, delle città e delle campagne, nella prospettiva di un governo operaio e contadino. L'unica vera alternativa.
Nel 1979 la mobilitazione della classe operaia iraniana fu determinante per il rovesciamento dello Scià, dando vita in centinaia di fabbriche a forme di autorganizzazione democratica di massa (shorà). Ma l'assenza di una direzione indipendente, unita al ruolo collaborazionista del Tudeh stalinista, subordinò la classe operaia a Khomeini, che giunto al potere distrusse il movimento operaio organizzato e dopo pochi anni (1982) lo stesso Tudeh. La classe operaia iraniana ha pagato con quarant'anni di nuova dittatura la capitolazione del Tudeh al khomeinismo. Il Tudeh ha pagato a sua volta con cinquemila militanti assassinati.

La costruzione di una direzione marxista rivoluzionaria resta dunque la questione decisiva, come mostra la stessa esperienza della rivoluzione tunisina ed egiziana del 2010-2011.
L'irruzione nella lotta di una giovane generazione dell'avanguardia potrà rappresentare il bacino naturale della sua costruzione.
Partito Comunista dei Lavoratori

Gli "onesti" arraffatori del M5S

Apprendiamo da un articolo di giornale che i consiglieri regionali del Movimento Cinque Stelle si trovano in questi giorni a incassare, durante varie assemblee con i loro simpatizzanti, duri attacchi contro la mancata riconsegna dello stipendio da consiglieri oltre la quota sbandierata in campagna elettorale, 2.500 euro.
Non siamo sorpresi: una volta assicurato lo scranno, i rappresentanti del M5S confermano la natura sociale del loro partito, che non manca di girare le spalle ai lavoratori e alla povera gente che li ha votati illudendosi di aver trovato finalmente l'alternativa ai partiti dominanti, servi di banchieri e industriali e marci fino al midollo. Il populismo reazionario, razzista, legalitario quando conviene di Grillo e dei suoi non è alternativo al populismo di Renzi e alle politiche del PD. Lo conferma, senza ombra di dubbio, l'amministrazione comunale grillina a Parma.
Il nostro partito ha sempre rivendicato, al contrario, uno stipendio per qualsiasi carica politica che non vada oltre il salario di un buon operaio. Sarà questo lo stipendio massimo che tratterranno i nostri compagni se eletti alle comunali di Bologna. Un livello che molti militanti del PCL, al contrario dei consiglieri grillini e del loro capo milionario, faticano a raggiungere pur lavorando tutti i giorni.
Al contrario dei parlamentari grillini, mai verseremo alcun fondo alle imprese, grandi o piccole che siano: come già facciamo oggi coi nostri scarsi mezzi, investiremo ogni fondo possibile per sostenere la lotta e l'autorganizzazione dei lavoratori, in primis nelle casse di resistenza, contro i licenziamenti e per portare avanti gli scioperi.
Come comunisti, rivendichiamo un governo a buon mercato, che non sia una mangiatoria senza fondo per corruzione, arricchimento personale e favori ai capitalisti. Ma l'unico governo a buon mercato potrà essere quello dei lavoratori, il governo della maggioranza della società, e non l'attuale dittatura “democratica” di industriali e banchieri, alla quale i grillini si piegano come tutti gli altri partiti presenti in consiglio regionale e in parlamento.


Partito Comunista dei Lavoratori - Coordinamento regionale Emilia-Romagna