Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta grandi opere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta grandi opere. Mostra tutti i post

NELLA NUOVA ALLUVIONE DELL’EMILIA IL FALLIMENTO DEL CAPITALISMO E DEGLI AMMINISTRATORI SUOI SERVI


Testo del volantino che verrà distribuito alla manifestazione di sabato 26 ottobre a Bologna

A poco più di un anno dalla terribile alluvione della Romagna oggi viene colpita l’Emilia: il territorio di Bologna è stato inondato da una abnorme quantità di pioggia. Un disastro ampiamente annunciato conseguente al cambiamento climatico prodotto dal capitalismo e non dovuto ai capricci della natura. Le precipitazioni straordinarie fanno parte delle serie sempre più frequenti di eventi catastrofici causati dallo sfruttamento distruttivo dell’ecosistema da parte della voracità del capitale e dell’emissione massiccia in atmosfera di CO2 dovuta all’utilizzo smodato di combustibili fossili di cui il tardo e decadente capitalismo non può fare a meno. Persino i timidi propositi delle organizzazioni internazionali (Cop 28) di riduzione delle emissioni devono essere continuamente rivisti al ribasso e testimoniano l’incapacità delle società dominate dalla borghesia e dal suo affarismo anche solo di attenuare la prospettiva disastrosa dell’ulteriore riscaldamento globale. Ma il cambiamento climatico se spiega l’evento meteorologico eccezionale non spiega perché questo abbia effetti così distruttivi. Persino i timidi propositi delle organizzazioni internazionali (Cop 28) di riduzione delle emissioni devono essere continuamente rivisti al ribasso e testimoniano l’incapacità delle società dominate dalla borghesia e dal suo affarismo anche solo di attenuare la prospettiva disastrosa dell’ulteriore riscaldamento globale.

Il territorio di Bologna è stato colpito da una abnorme quantità di pioggia, un fenomeno conseguente al cambiamento climatico prodotto dal capitalismo e non dovuto ai capricci della natura. Ma il cambiamento climatico se spiega l’evento meteorologico eccezionale non spiega perché questo abbia effetti cos’ distruttivi. Si aggiungono infatti altre ragioni dovute al malgoverno degli amministratori locali e nazionali:

l’intensa cementificazione del suolo dettata dall’intreccio inestricabile di rendita fondiaria, proprietà immobiliare, interessi bancari e commerciali che comporta disboscamenti e edifici costruiti sugli argini dei fiumi. I governi nazionali e locali, indipendentemente dal loro colore, sono solo i comitati d’affari di questi interessi e continuano imperterriti a consentire un massiccio consumo di suolo, ambito nel quale l’Emilia-Romagna all’ombra della giunta “progressista” di Bonaccini (e Schlein) – vanta il poco onorevole terzo posto in Italia;

il taglio ventennale agli investimenti nella prevenzione, nella cura del territorio, persino nella Protezione Civile. Dalla Legge Obiettivo del governo Berlusconi (2001) allo Sblocca Italia del governo Renzi (2014), tutti si sono esercitati nel cancellare o ridurre le tutele ambientali a vantaggio dei costruttori. I governi Conte (2018-2021) hanno cancellato persino l’inventario delle richieste ambientali (“Italia sicura”). Per ultima la post-fascista Giorgia Meloni ha tagliato il 40% delle spese per la tutela del Po, nel mentre ha gonfiato quelle per la “Difesa”;

perfino il PNRR da tutti osannano come la manna dal cielo riserva al dissesto idrogeologico appena 2,5 miliardi da qui al 2026 quando ce ne vorrebbero almeno venti volte tanto.

A chi presenta loro il conto dei terribili costi sociali che soprattutto la classe lavoratrice e i ceti popolari debbono sostenere, gli amministratori, a tutti i livelli, alzano le braccia dicendo che non ci sono le risorse. È una menzogna da cialtroni. In realtà si tagliano i fondi per l’ambiente per pagare ogni anno quasi 100 miliardi di soli interessi alle banche che hanno comprato i titoli di Stato. Le stesse banche che detengono azioni nei colossi energetici, nelle grandi proprietà immobiliari, nell’industria militare. Le stesse che hanno dettato a tutti i governi il taglio delle spese sanitarie e delle pensioni per “rispettare il pagamento del debito pubblico”. Cioè, per ingrassare i propri profitti.

Contro l’ordinarietà dell’affarismo capitalista che ci conduce al disastro occorre rivendicare misure semplici e necessarie per reperire le risorse ed evitare la catastrofe:

  •          abolizione del debito verso le banche e dei relativi interessi
  •           nazionalizzazione delle banche in un’unica banca nazionale sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori
  •           imposizione di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della società
  •           abbandono delle grandi opere inutili e investimento massiccio in sanità, scuola e riassetto idrogeologico
  •          diminuzione drastica delle spese militari e ritiro delle missioni militari all’estero 
  •          nazionalizzazione dell’industria del cemento e delle grandi imprese immobiliari sotto il controllo delle                  lavoratrici e dei lavoratori
  •          nazionalizzazione completa dell’industria dell’energia sotto il controllo della classe lavoratrice per una reale        conversione dall’utilizzo dei combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili

A chi obietta che queste siano misure troppo radicali per essere compatibili con l’economia del capitalismo rispondiamo che la verità è che tutte le recite sull’emergenza ambientale restano chiacchiere senza rompere col regime capitalista. Senza una nuova organizzazione dell’economia e della società, una società finalmente liberata dalla dittatura dei capitalisti, e per questo capace di elaborare il piano della riconversione ecologica della produzione e cura del territorio, cose che possono essere garantite solo dal governo delle lavoratrici e dei lavoratori. La necessità di costruire questa consapevolezza nella classe lavoratrice ed in tutta la società, a partire dai giovani, anima ogni giorno l’impegno del Partito Comunista dei Lavoratori

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

SEZ. DI BOLOGNA


Sud e coronavirus. Anche qui paghino gli untori!

18 marzo 2020 - La pandemia del coronavirus si sviluppa quando il sistema capitalistico, già da decenni, sta vivendo una crisi molto profonda. Quali saranno gli strascichi che si abbatteranno sulle realtà già prima fragili? Come si svilupperanno le contraddizioni sociali e come verrà affrontato l’immane compito di una profonda e ampia riorganizzazione del mondo? E per le giovani generazioni, il cui futuro era già fosco, quali orizzonti preparerà questa pestilenza?
La Commissione meridionale del PCL, che si muove in un contesto complesso e difficile, ritiene che su questi problemi si debba discutere ad ampio respiro.

Il coronavirus non compare all'improvviso, da decenni un lugubre corteo lo ha preceduto con AIDS, SARS, aviaria, ebola. Questo corteo si è sviluppato in un quadro ambientale gravemente compromesso dalla produzione capitalistica e in un contesto sociale reso più debole dalle privatizzazioni.
Il capitalismo non ha più niente da offrire all'umanità. L’ossessione del conseguimento del profitto ha disegnato uno scenario favorevole allo sviluppo della pandemia. Avviene l’acuirsi di una profonda contraddizione: esorbitanti spese militari, ingenti capitali destinati per la realizzazione di faraoniche opere pubbliche come la TAV, la contrazione delle risorse per la ricerca da un lato e dall'altro un immiserimento di massa, una crescente desolazione ambientale, la distruzione cieca di risorse.
La pandemia, che pure ha una sua oggettiva base naturale, si lega e ricade sull'organizzazione classista della società e mette ancor più a repentaglio le aree territoriali più deboli, tra queste il Meridione. Qui la sanità pubblica è abbondantemente scomparsa grazie a una gestione parassitaria e clientelare della spesa e poi al federalismo e al primo incedere dell’autonomia differenziata e delle privatizzazioni. Chi oggi si affanna a creare posti di terapia intensiva ha sulla coscienza la chiusura e il forte ridimensionamento di decine di ospedali meridionali. Più in generale, il Meridione è sempre più una realtà di morte; pensiamo alle stragi dei migranti, alla catastrofe di Taranto e della terra dei fuochi, all'assoluta fragilità sanitaria con cui si dovrebbe fronteggiare la pandemia. Essa indebolirà ancor di più la tenuta dell’economia.

Migliaia di attività, già in situazione di semiliquidazione, saranno inesorabilmente spazzate via, con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Il governo ha oggi varato un primo stanziamento di 25 miliardi di euro in un clima di concordia nazionale; ma esso pone già da adesso l’interrogativo di chi pagherà i sui costi.
Occorre impedire che essi vengano rovesciati sulle masse povere, che saranno ancor più immiserite e indifese. Esistono invece immense risorse finanziarie da cui attingere.
Il 12 marzo 2020 le borse europee hanno perso 825 miliardi di euro; quella di Milano, da sola, ne ha persi 68. Se queste sono le perdite di un giorno, si deduce quanto straordinariamente grande sia la consistenza delle risorse finanziarie in mano ai capitalisti. Salvando gli interessi dei piccoli risparmiatori, è da questo mondo opulento e crudele dei padroni che devono essere attinte le risorse contro la pandemia.

Non è più rinviabile la cancellazione del debito pubblico, così è pure per lo stop alle spese per le grandi opere e a quelle militari. In Italia si costruisce la TAV e non ci sono le mascherine contro la pandemia.
Chi sarà in grado di affrontare questo compito immane? Solo la classe dei lavoratori salariati può farlo.
Oggi gli scioperi spontanei dei lavoratori contro i diktat di far continuare la produzione sacrificando al Moloch del profitto la loro sicurezza e la loro salute sono un segnale preciso. Il PCL sostiene questa mobilitazione; nessuno deve perdere il posto di lavoro e il diritto alla salute. I costi di tutto ciò non vanno rovesciati con i cosiddetti ammortizzatori sociali indifferentemente sulla società; essi devono essere totalmente a carico dei capitalisti.
Paghino gli untori!

Dobbiamo quindi essere fortemente impegnati nelle lotte parziali che si svilupperanno cercando di unificarle. Nessuna lavoratrice, nessun lavoratore, meridionale, settentrionale, immigrato deve pagare i costi di questa crisi.
Essa può avere altre subdole conseguenze, questa volta di tipo politico. Il clima emergenziale può dare ancora più forza alla nefasta idea della necessità di “poteri forti”. Il referendum, pur rinviato, sulla riduzione del numero dei parlamentari si lega dunque a questo aspetto della pandemia.
Solo un movimento operaio più forte, maturo e consapevole può misurarsi con questi compiti, solo un partito rivoluzionario potrà promuovere questa indispensabile crescita.

In tutte le lotte che si svilupperanno il PCL dovrà presentare gli obiettivi delle mobilitazioni nella loro caratterizzazione transitoria per evidenziare come le grandi questioni oggi di fronte all'umanità richiedano necessariamente che i lavoratori siano al governo della società.
Da qui oggi proponiamo ai lavoratori e alle masse oppresse un programma di lotta: la garanzia dell’assistenza sanitaria gratuita per tutti, la cancellazione del debito, lo stop alle spese militari e per le grandi opere, l’assunzione di tutti i precari della sanità, lo sviluppo della spesa per la ricerca e il risanamento ambientale.

In più la pandemia ha svelato l’esistenza di situazioni di pesante abbrutimento, come quella delle carceri. Qui è necessario un ragionato provvedimento di indulto che sottragga al dominio della grande criminalità una buona parte della popolazione carceraria.

Ovviamente è fondamentale il potenziamento della sanità pubblica nel Sud. Nell’immediato tutti i precari del settore devono essere stabilmente assunti, vanno rimodulati i livelli essenziali di assistenza a partire dalla rapida distribuzione delle mascherine, devono essere aboliti i ticket, le strutture private vanno portate entro il servizio pubblico, va promossa una sinergia con i servizi sociali per l’assistenza più ampia possibile ai soggetti più deboli, con un coordinamento anche territoriale con le realtà più periferiche, si devono riavviare le guardie mediche soppresse e riqualificare le strutture oggetto di ridimensionamento, vanno accelerate le lauree in infermieristica, va sviluppato il coordinamento su ogni terreno con le strutture universitarie; tutti i piani di rientro e le logiche aziendalistiche non devono valere più.

Il PCL deve propagandare nel modo più ampio la sua proposta. Essa non può esaurirsi solo al panorama italiano, e richiede la presenza di un’Internazionale marxista rivoluzionaria.
La pandemia unifica il mondo proprio nel momento stesso della Brexit, del trionfo dei sovranismi e dell’isolazionismo di Trump. A tal proposito Boris Johnson e compari, macabri eredi del positivismo di Spencer, ritengono spudoratamente che se il contagio toccasse il 60% dei cittadini con il prezzo di migliaia di morti si produrrebbero spontaneamente gli anticorpi al virus.
Ciò mentre in Iran l’embargo USA ha liquidato la sanità pubblica causando, così, migliaia di morti.
Ciò mentre le sadiche dichiarazioni di Christine Lagarde ribadiscono che anche oggi il suo obiettivo primario è la salvaguardia del profitto e delle banche.
Ciò mentre con una cintura di incredibile e intollerabile silenzio il regime nordcoreano cerca goffamente di rimuovere la pandemia.

La commissione meridionale del PCL, proprio nel momento in cui il coronavirus può abbattersi più pesantemente sul Sud, vede in questo contesto un’occasione, un terreno su cui impegnarsi e crescere evidenziando in maniera non ideologica e schematica la necessità storica in Italia e nel mondo di un ordine nuovo prodotto dalla rivoluzione socialista.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione meridionale

Sciopero dei trasporti. Per una piattaforma senza ambiguità

Appoggio e vicinanza ai lavoratori portuali e marittimi

23 Luglio 2019 - Oggi, 24 luglio 2019, in occasione dello sciopero generale dei trasporti, il Partito Comunista dei Lavoratori vuole far sentire il suo appoggio e la sua vicinanza ai portuali, ai marittimi e a tutti e tutte i lavoratori e le lavoratrici dei trasporti impegnati nella lotta. La crisi sociale, lungi dall’esser finita, continua ad essere scaricata sulla classe lavoratrice mentre padroni, armatori, industriali e speculatori aumentano i loro profitti con l’appoggio, neanche troppo nascosto, dei loro lacché di governo (da quelli del centrosinistra alla Lega e M5S).
La logistica conferma il suo ruolo strategico nella creazione della ricchezza nazionale (+3%) - sia di terra che di mare - nel 2018, a confermare che il paese è un hub logistico fondamentale nel Mediterraneo (il 20% del traffico mondiale di merci). Le grandi compagnie armatoriali e le multinazionali hanno fiutato i possibili vantaggi acquisendo società logistiche terrestri e mettendo marittimi e portuali gli uni contro gli altri attraverso il meccanismo dell’autoproduzione (sfruttando i marittimi al posto dei portuali perché “costano meno”, e viceversa quando i lavori straordinari dei marittimi risultano economicamente più gravosi per il padrone).

I sindacati confederali hanno giustamente indetto uno sciopero generale sull'ampio tema dei trasporti e della logistica, ma le basi e le modalità con cui viene convocato sono inaccettabili. La piattaforma, definita dalle burocrazie senza alcun reale confronto con i/le delegati/e e senza alcun coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici, si presenta come un piano di sottomissione della classe lavoratrice agli interessi del grande capitale: difende la grandi opere della speculazione, si limita a richiedere investimenti pubblici e tagli alle tasse a sostegno dei profitti privati, si limita a chiedere più controlli pubblici su appalti, subappalti e mercato del lavoro, non risponde con la dovuta forza agli attacchi alla sicurezza sul lavoro e all'occupazione – dovuta anche alla robotizzazione dei processi di lavoro, ribadisce il tutto dentro una fraseologia padronale per “far ripartire un Paese fermo”.

Sosteniamo senza indugi la necessità di uno sciopero generale, ma la sua piattaforma deve ribadire gli interessi della classe lavoratrice, che sono e saranno confliggenti con quelli degli industriali, degli armatori e con le politiche dei loro governi.

Questa piattaforma non deve esser costruita dall’alto, dalla burocrazia sindacale, relegando i lavoratori e le lavoratrici al ruolo di semplici comparse nelle mobilitazioni: va sviluppata dal basso, con la loro partecipazione e con quella dei delegati e delle delegate, attraverso assemblee in ogni luogo di lavoro. Questa giornata di sciopero, poi, non può rimanere isolata e occasionale, o ancora peggio perdersi nel vuoto (come spesso è avvenuto negli ultimi anni): per avere un senso ed una prospettiva futura, deve svilupparsi in una vertenza generale, in grado in primo luogo di unificare le lotte di tutta la filiera dei trasporti e della logistica, di tutta quella che catena del valore, che ricomprende quindi anche i lavoratori postali e i “riders”.

Questo a maggior ragione in un contesto politico dove il maggior partito di governo di oggi, la Lega di Salvini, mette in dubbio la secolare legge del mare e preferisce speculare sulla pelle di migranti naufraghi disperati, in maniera tale da distogliere le attenzioni della popolazione proletaria dai veri problemi (il lavoro, la casa, le infrastrutture necessarie, i sevizi pubblici) che questo governo non vuole risolvere poiché non è nell’interesse dei suoi reali padroni: la piccola borghesia e la Confindustria.

Proprio per questo lo sciopero ed il conflitto dei lavoratori e delle lavoratrici dei trasporti e della logistica oggi dovrebbe avere al centro:

- Nazionalizzazione delle banchine portuali ed estromissione degli armatori dalla gestione delle lavorazioni portuali. Blocco incondizionato del fenomeno dell’autoproduzione. No alle AdSP come semplici regolatori del mercato sotto ricatto di armatori e multinazionali, ma strumenti sotto il controllo dei lavoratori per la gestione dei Porti e della logistica portuale

- Riconoscimento di una piena ed effettiva autonomia e precedenza alle Cooperative dei lavoratori del Porto nella gestione dei lavori portuali

- Nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori e delle lavoratrici di tutti i settori della logistica, dei trasporti, delle infrastrutture e dei porti. Contro il modello delle concessioni e dell'ulteriore spezzettamento con l'autonomia differenziata

- Riconoscimento del lavoro usurante per marittimi e portuali e controllo dei lavoratori sulle norme e sulle procedure di sicurezza

- Abrogazione dell’alternanza scuola-lavoro per le carriere iniziali della Marina mercantile. La formazione per i lavoratori sia a carico di armatori e aziende

- Blocco del sistema di appalti e subappalti in tutti i settori della logistica e trasporti, terreno di proliferazione di sfruttamento incontrollato, truffe ai lavoratori, organizzazioni mafiose e false cooperative

- Blocco delle grandi opere del profitto, incompatibili con il diritto alla mobilità, alla salute e alla salvaguardia dell'ambiente. Per opere di ammodernamento, adeguamento e sviluppo dell'intermodalità, nel rispetto dell'ambiente e della salute

- Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per combattere la precarietà e il taglio dei posti di lavoro – connesso a maggiori profitti per i padroni – legati all'automazione e alla robotizzazione dei porti e della logistica


Con i marittimi ed i portuali nella difesa del posto di lavoro e per l'ottenimento di migliori condizioni di vita!

Con i marittimi ed i portuali nella lotta quotidiana per chiudere i porti a sfruttatori, armi e razzisti, e aprire i porti a lavoratori e migranti!

Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici! Solo la rivoluzione cambia le cose!
Partito Comunista dei Lavoratori

Il capitalismo distrugge l'ambiente: distruggiamo il capitalismo!

Le politiche del governo Salvini-Di Maio si configurano in continuità con le politiche di distruzione ambientale dei governi precedenti. Il M5S ha tradito i sostenitori No TAP e viviamo in questi giorni una possibile capitolazione sul TAV. Di Maio ha sbandierato ai quattro venti come un successo, con la complicità della maggior parte delle burocrazie del sindacato, l’accordo dell’Ilva, un accordo contro il lavoro e l’ambiente. Nel Decreto di Genova si inserisce l’ennesimo condono edilizio e si consente lo scarico nei campi di fanghi contenenti idrocarburi ed altre sostanze tossiche come la diossina. Tutto ciò dimostra, ancora una volta, che chi si candida a governare il capitalismo si candida a governare la distruzione ambientale.

Il capitalismo in crisi non si fa scrupoli a speculare sui territori e la salute, contro gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari. Non si tratta di stabilire se sia più importante la salute, la difesa dell’ambiente o la difesa dei posti di lavoro, tutte questioni importanti e sempre ignorate da chi governa lo Stato e dai capitalisti. Bisogna dire chiaramente che occupazione e salvaguardia dell’ambiente devono essere coniugati tra loro.

Per questo il PCL si batte per la costruzione di un fronte unico di massa e di classe di opposizione al governo, che unifichi tutti i movimenti progressivi che si battono per la salvaguardia dell’ambiente e si intersechi con il mondo del lavoro: No Grandi Navi, No TAV, No TAP, Zero PFAS etc.

È necessario avanzare iniziative e proposte nella prospettiva di cambiare i rapporti di forza, attivare il protagonismo di massa, far crescere la consapevolezza collettiva, costruire gli strumenti dell’autorganizzazione dei lavoratori e delle masse popolari. Rifiutiamo le compatibilità stabilite dalla classe dominante, che vuole conservare lo stato di cose presenti e i profitti derivati dalla distruzione dell’ambiente e dallo sfruttamento nei luoghi di lavoro.

- Per un piano nazionale di riassetto idrogeologico del territorio

- Per l’abbattimento degli eco-mostri e riqualificazione delle aree degradate

- No alle grandi opere inutili, per un trasporto pubblico efficiente e gratuito

- Per la nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, di tutte le aziende che inquinano o licenziano 


Non può esistere una “coscienza della specie”, un’etica ecologica di validità universale capace di proporre modelli di vita sostenibili, condivisibile dall’operaio e dal capitalista, dal fabbricante di cannoni e dal contadino del Terzo Mondo. Non basta affidarsi ai progressi della conoscenza scientifica per salvare il pianeta dalla distruzione ambientale. È più che mai necessario un completo capovolgimento del modo di produzione. Ciò che oggi orienta la produzione è la ricerca ostinata del profitto, e non la soddisfazione dei bisogni umani, individuali e sociali. È quindi sui discrimini di classe che intersecano i problemi ambientali e sulle condizioni politiche della loro risoluzione che deve intervenire la nostra iniziativa programmatica. Chi decide? Chi paga? Chi controlla? Ecco le domande con cui fare i conti.

L’unico governo del cambiamento che realmente si interesserà delle questioni ambientali sarà un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e organizzazione, in Italia e nel mondo. Un governo che rompa con le compatibilità del capitalismo e costruisca una nuova società. L’unico governo in grado di mettere in primo piano le questioni della riconversione ecologica dell’industria, dell’agricoltura, dei trasporti; di strategie energetiche fondate sull’efficienza, l’uso appropriato delle risorse, lo sviluppo delle fonti rinnovabili; dell’insostenibilità del modo di vita contemporaneo, delle città sommerse dalle auto e dai veleni.
Il PCL si batte in ogni lotta per questa prospettiva: per una rivoluzione, contro il capitalismo, per una società eco-socialista. Unisciti a noi!
Partito Comunista dei Lavoratori

Un no di classe e anticapitalista al TAV

La questione TAV Torino-Lione è da molti anni - sostanzialmente dal 1992 - al centro di un'opposizione di massa di larga parte della popolazione della Val di Susa, ma anche di un confronto politico pubblico. L'avvento del governo SalviMaio e le contraddizioni interne che lo percorrono (anche) su questo tema ha in qualche modo nuovamente precipitato lo scontro. La manifestazione interclassista del 31 ottobre a Torino a favore del TAV promossa dalle organizzazioni confindustriali e delle libere professioni ha segnato sotto questo profilo un salto di qualità della contrapposizione in atto. Da qui la contromobilitazione prevista per l'8 dicembre a Torino, promossa da tutte le organizzazioni No TAV, e la sua valenza nazionale.
Il Partito Comunista dei Lavoratori è nettamente collocato sul fronte No TAV, a partire da una motivazione di classe e da un progetto alternativo di società.

Non siamo per principio contro le grandi opere, nel nome del “piccolo è bello”. Vi sono grandi opere obiettivamente necessarie anche nel campo dell'alta velocità, magari disertate o passate in secondo piano dai governi borghesi. Né vale il concetto dell'opposizione di principio alle grandi opere per il fatto che coinvolgono gli interessi di potentati economici. Nella società borghese tutto ciò che è costruito e prodotto ha un finalità di profitto, non per questo siamo contrari alla produzione di cappotti o di alimenti. Neppure può essere eretto a criterio assoluto la contrarietà a una grande opera da parte di settori popolari dei territori direttamente interessati, perché a certe condizioni un interesse generale può essere prioritario rispetto a interessi locali. La stessa storia generale delle ferrovie lo dimostra.
Da questo punto di vista, ogni cultura comunitaria che declini la dimensione territoriale del movimento come nuovo modello di soggettività antagonista alternativa alla dimensione generale di classe ci pare non solo sbagliata ma pericolosa.

UN'OPERA INUTILE SE NON PER CHI CI FA PROFITTO

La nostra opposizione netta e radicale al TAV muove da un'altra angolazione, da un'angolazione anticapitalista.

Il TAV Torino-Lione non risponde a una ragione sociale dei lavoratori. Ha un impatto ambientale devastante, perché scavato in una montagna piena di uranio e di amianto. Non è stata progettata per il trasporto viaggiatori, ma per il trasporto merci. Per di più, su un calcolo di volume di traffico merci molto superiore all'attuale: dagli anni '90 ad oggi il traffico merci tra Italia e Francia lungo l'attuale linea ferroviaria Frejus è crollata di due terzi, quella su linea stradale è calata del 27%, il traffico merci alpino totale (ferro più gomma) è calato del 36%. L'argomento per cui l'Alta Velocità Torino-Lione servirebbe a ridurre in misura significativa il trasporto merci su gomma è del tutto infondato. Da questo punto di vista il Tav si configura nel migliore dei casi come un'opera inutile, salvo naturalmente per gli interessi dei costruttori coinvolti e per la relativa catena degli appalti.

SI INVESTE NEL TAV MENTRE SI TAGLIANO I TRENI PENDOLARI

Questa opera inutile è spaventosamente costosa. Quasi 8 miliardi complessivamente, di cui un miliardo e mezzo già speso. Una enormità, messa a carico dei contribuenti lavoratori. Una enormità tanto più rilevante a fronte del taglio sistematico degli investimenti pubblici in opere sociali di pubblica utilità, anche in fatto di trasporto pubblico. Le Ferrovie dello Stato sono sempre più una grande holding capitalistica interessata ai processi di concentrazione/fusione con altri settori (prima ANAS, oggi pare Alitalia), e al procacciamento di lucrosi affari in giro per il mondo a caccia di profitti. Per finanziare tali operazioni, foraggiate da risorse pubbliche, le Ferrovie hanno tagliato regolarmente i treni pendolari regionali, e le lunghe tratte per passeggeri meno redditizie, incluse le tratte di collegamento con la Francia. Per non parlare dei tagli alla manutenzione ordinaria dei convogli, con conseguenze drammatiche sulla sicurezza stessa dei passeggeri. In questo quadro i miliardi di investimento nell'alta velocità Torino-Lione sono obiettivamente uno scandalo: risorse direttamente sottratte a un sistema ferroviario pubblico in disfacimento per soddisfare interessi privati.

IL TAV CONTRO LE VERE EMERGENZE TERRITORIALI E AMBIENTALI

Non solo. La destinazione di una cifra così imponente è tanto più inaccettabile a fronte dell'ordine più generale delle emergenze vere che interessano il territorio italiano. Riassetto idrogeologico, messa in sicurezza antisismica di edifici pubblici e privati, bonifiche ambientali a partire dall'amianto e dai rifiuti, riparazione di una rete idrica ridotta a colabrodo, sono tutti terreni urgenti di investimento pubblico che separatamente e nel loro insieme richiedono risorse imponenti, per diverse centinaia di miliardi; risorse strutturalmente negate da un sistema capitalistico che ha priorità opposte: pagare il debito pubblico alle banche (70-80 miliardi di soli interessi ogni anno), continuare a detassare i profitti, assistere con risorse pubbliche le aziende private. Per non parlare delle spese in armamenti o delle regalie a scuole privata, sanità privata, Vaticano. In questo quadro generale, i miliardi di risorse pubbliche a favore del TAV Torino-Lione sono obiettivamente un insulto. È comprensibile che le organizzazioni Confindustriali di Lombardia e Piemonte si mobilitino a favore dell'opera, non lo è che lo facciano i grandi sindacati dei lavoratori, se non per la stessa sudditanza al padronato che segna la loro politica più generale.

NO AL GOVERNO REAZIONARIO SALVIMAIO!

Lo scontro sul TAV ha assunto oggi una valenza politica che trascende la questione specifica.

Il TAV è diventata una croce per il governo reazionario SalviMaio, in particolare per il M5S. Il M5S di governo ha già capovolto le proprie promesse elettorali in relazione alla vicenda TAP, esponendosi ad una contestazione frontale delle popolazioni salentine e di settori significativi di propri attivisti. Una nuova capitolazione di M5S sul TAV potrebbe innescare un effetto valanga in termini di credibilità pubblica del partito, ben al di là della Val Susa. Al tempo stesso la Lega di Salvini, già in tensione col proprio blocco imprenditoriale del Nord, ha difficoltà a subire un vero blocco della TAV, e preme sul M5S per rimuovere ogni veto. Paralizzato dalle proprie contraddizioni, il governo ha sinora cercato di guadagnare tempo con la favola della verifica costi-benefici, cercando in realtà un punto di mediazione interna (eliminare alcuni lavori considerati superflui come la stazione di Susa e mantenere il tunnel di base). Nei fatti, come sul resto, cerca di camuffare la continuità col passato attraverso soluzioni cosmetiche e accorgimenti-truffa.
Respingere le mediazioni-truffa, battersi per bloccare il TAV, è anche una forma di opposizione politica a un governo reazionario, xenofobo, truffaldino e ai suoi progetti di stabilizzazione.

Con queste motivazioni il PCL parteciperà alla manifestazione dell' 8 dicembre a Torino contro la TAV. Non lo faremo certo in una logica di sostegno al M5S, o anche solo di pressione critica nei suoi confronti. Lo faremo in una logica di opposizione aperta al governo di M5S e Lega, contro ogni forma di illusione nel grillismo. Per questo il nostro striscione dirà: NO alla TAV, NO al decreto sicurezza, NO al governo SalviMaio.
Partito Comunista dei Lavoratori