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Svolta a destra in Sassonia: non è il momento di lamentarsi, ma di cercare di capire


 Martin Suchanek, Jaqueline Katherina Singh

Dopo le elezioni, in molti ambienti della sinistra tedesca – non solo all’interno della Linke – regna lo sgomento. Tuttavia, dopo sconfitte del genere, lo sgomento non serve a nulla. «Non lamentarsi, non ridere, non odiare, ma capire», consigliava Spinoza. E capire è proprio ciò che occorre fare, se vogliamo trarre una lezione politica dalla vittoria dell’AfD.

Non possiamo continuare per gli anni a venire a fingere che la destra possa essere fermata con appelli al “muro di fuoco”, invocando l’«unità dei democratici», sostenendo i governi della CDU «contro il fascismo» o avviando procedimenti di messa al bando dinanzi alla Corte costituzionale. Questo metodo politico separa nettamente la lotta contro l’AfD da quella contro il governo e la crisi capitalistica. Ma c’è di più: in nome della lotta contro la destra, se necessario, si stringono patti proprio con quelle forze che promuovono lo smantellamento dello Stato sociale, il riarmo e l’isolamento, si mette in secondo piano la lotta di classe e si contribuisce a gestire questa miseria. Questa strategia non ha fermato l’AfD. Anzi, ha contribuito a rafforzare la destra.

Chi vuole trarne delle conclusioni politiche deve quindi innanzitutto capire cosa sia realmente accaduto in queste elezioni.

UNA SVOLTA A DESTRA ANNUNCIATA

Il 77,8%: questa è stata l’affluenza alle urne in Sassonia-Anhalt, superiore a quella registrata in qualsiasi altra elezione per il parlamento di questo Land. Un’alta affluenza alle urne è spesso considerata un buon segno per la democrazia. Queste elezioni sfatano però l’idea che ciò vada automaticamente a vantaggio delle forze progressiste. Infatti, con il 43,8% dei voti, la forza politica più forte è stata l’AfD. Una vittoria elettorale clamorosa, ma per nulla sorprendente: da settimane questo partito populista di destra e razzista superava il 40% nei sondaggi. Nel nuovo parlamento del Land, l’AfD dispone quindi di 39 seggi su 83: mancano solo tre seggi per la maggioranza assoluta. La CDU ottiene 15 seggi, SPD, Verdi e Die Linke ne ottengono 8 ciascuno, il BSW 5. I dati più importanti possono essere riassunti in quattro punti:

Primo: la CDU subisce una sconfitta storica. Il suo consenso crolla di 19,9 punti percentuali, attestandosi al 17,2%. Una débâcle che difficilmente potrà non avere conseguenze per il governo federale, già in difficoltà, e sulle tensioni interne al partito.

Secondo: anche la Linke è tra i grandi sconfitti. Con l’8,6%,6 perde altri 2,4 punti percentuali rispetto al 2021. E già allora aveva ottenuto un risultato estremamente deludente. Sta quindi pagando il prezzo di una campagna elettorale che non ha collegato la lotta contro la destra a una chiara opposizione alla CDU, al governo federale e al sistema capitalista. Anziché presentarsi come un’alternativa di principio, si è di fatto proposta come garante della maggioranza per un governo guidato dalla CDU – un motivo non particolarmente allettante per votarla.

Terzo: il BSW, con il 5,3%, supera di poco la soglia di ingresso e potrebbe proprio ora diventare l’ago della bilancia per l’AfD, prima di scivolare nell’irrilevanza a livello nazionale.

Quarto: il successo dell’AfD non si spiega semplicemente con lo spostamento verso destra degli ex elettori della CDU. Una parte decisiva della crescita è dovuta alla mobilitazione di chi finora non votava. Su un totale di 575.037 voti, secondo i sondaggi circa 170.000 erano di ex astenuti alle ultime elezioni regionali. L’affluenza record alle urne e il successo dell’AfD non sono quindi due fenomeni distinti: sono strettamente legati.

CHI HA VOTATO PER L’AFD E PERCHÉ?

Se consideriamo le categorie lavorative, l’AfD ha ottenuto un numero particolarmente elevato di voti tra gli operai e le operaie (59%). Anche tra gli impiegati ha registrato un risultato superiore alla media, con il 46%. Tra le persone in condizioni economiche precarie ha raggiunto il 65%! In altre parole, l’AfD ha conquistato la maggioranza assoluta nella classe lavoratrice. Sebbene non esistano ancora sondaggi specifici sul comportamento elettorale dei membri dei sindacati, possiamo presumere che anche in questo caso l’AfD sia diventato il partito più votato con un netto distacco. Questo fenomeno non è nuovo, ma in Sassonia-Anhalt ha raggiunto un nuovo, drammatico picco.

A differenza di tutti gli altri partiti, l’AfD è riuscita a mobilitare e incanalare a proprio vantaggio l’insoddisfazione, l’insicurezza e la rabbia della popolazione nei confronti del governo e delle conseguenze del continuo peggioramento della situazione sociale.

A differenza di tutti gli altri partiti – compresa la Linke – l’AfD si presenta come un’opposizione radicale al governo e al «sistema». Naturalmente la sua «opposizione» è in definitiva solo di facciata, come in ogni forma di populismo di destra. L’AfD sostiene – non diversamente da altre figure di destra come Milei – un programma economico ultraliberista e lo combina con un razzismo aggressivo. Il razzismo è il programma sociale dell’AfD, che accusa l’imperialismo tedesco di non preoccuparsi della Germania, ma del mondo, dell’Ucraina e dei rifugiati. Il fatto che lo stesso governo agisca in modo massiccio contro i rifugiati e i migranti, e che il sostegno all’Ucraina sia motivato esclusivamente dagli interessi economici e geostrategici della Germania, non cambia nulla. L’AfD, tuttavia – e questo è di fondamentale importanza per gli sviluppi futuri – non rappresenta solo uno sfogatoio di destra per l’insoddisfazione, ma si presenta anche come un’alternativa per la classe dominante in Germania. E proprio tra gli artigiani, gli strati piccolo-capitalisti e la cosiddetta «classe media» (capitali di medie dimensioni) sta trovando sempre più sostenitori.

COSA SIGNIFICA TUTTO CIÒ?

Con queste elezioni, è probabile che si formi un primo governo dell’AfD. Il BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht) ha già dichiarato che sarebbe opportuno aiutare un governatore dell’Land dell’AfD a ottenere la maggioranza. Tuttavia, non vuole una coalizione formale, bensì un governo di minoranza da sostenere a targhe alterne. L’AfD, comprensibilmente, rifiuta questa proposta, ma nei prossimi giorni e settimane spererà in defezioni dalla CDU o dal BSW oppure di riuscire comunque a convincere il BSW a formare una coalizione.

Resta da vedere se si arriverà a un governo dell’AfD o piuttosto a nuove elezioni (che probabilmente solleverebbero nuovamente la stessa questione e per le quali l’AfD sarebbe in posizione di vantaggio). In ogni caso, la borghesia tedesca (e anche la CDU) potrebbe considerare la Sassonia-Anhalt come un banco di prova per verificare se l’AfD si rivelerà un difensore affidabile del capitale e se il leader dell’AfD Siegmund si trasformerà in una sorta di «mini-Meloni».

RIPERCUSSIONI SULLA POLITICA FEDERALE

Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno diverse ripercussioni sulla politica federale. Innanzitutto, aggravano la crisi politica all’interno della CDU. Il cancelliere Merz non si dimetterà, ma esce dalle elezioni nettamente indebolito. Anche il governo, già in difficoltà, subirà ulteriori perdite.

Ciò non significa affatto che cambierà rotta. Continuerà l’attacco generale contro i lavoratori dipendenti, il massiccio riarmo e la militarizzazione. Cercherà di recuperare terreno rispetto all’AfD con ulteriori attacchi razzisti, leggi sulla sicurezza più severe e una politica di “law and order”. In realtà, così facendo spingerà verso destra quei sostenitori che preferiscono votare l’originale razzista e populista piuttosto che la sua imitazione.

La crisi, la militarizzazione e la paura del futuro continueranno ad attirare elettori verso l’AfD, tanto più che non sono solo l’SPD e i Verdi ad essere strettamente coinvolti nella politica del governo. Anche i sindacati, con la loro politica di costante cedimento nei confronti del padronato e di cogestione dei licenziamenti di massa – come nel caso della VW – sostengono il governo; anzi, sono uno dei suoi pilastri sociali più affidabili.

La loro politica di collaborazione di classe con il capitale paralizza la classe operaia, impedendole di emergere come forza di opposizione. Allo stesso tempo, aggrava le divisioni esistenti, rafforzando sciovinismo sociale, nazionalismo e razzismo tra i salariati.

Se si vogliono difendere le imprese tedesche sul mercato mondiale dalla concorrenza straniera, allora è logico anche esigere che i posti di lavoro vadano prima ai tedeschi. Il fatto che centinaia di migliaia di salariati votino l’AfD anche per il suo nazionalismo tedesco dichiarato e il suo razzismo, o che lo accettino senza problemi, e che una parte significativa della classe operaia abbia una mentalità razzista, è in ultima analisi anche il risultato di una «politica operaia» concertativa e riformista, secondo la quale il capitale «nazionale» , il gruppo aziendale «del proprio paese» è più “vicino” rispetto alla classe lavoratrice dei paesi e delle aziende «stranieri».

IL DISASTRO DELLA LINKE

Non solo la CDU ha subito una debacle politica in Sassonia-Anhalt. Anche la Linke ha perso il 2,4% e, con l’8,6% e appena 112.541 voti, ha ottenuto il peggior risultato di sempre nel Land. Naturalmente, a ciò hanno contribuito anche fattori congiunturali, come i voti tattici a favore dell’SPD e dei Verdi. Naturalmente, una parte degli ex elettori è passata al BSW. Ma l’intera campagna elettorale è stata praticamente un invito a non votare la Linke. Il partito si era instancabilmente ingraziato la CDU, quasi supplicandola di avviare trattative per una futura collaborazione dopo le elezioni.

Anche il ridicolo tentativo di contendere all’AfD il termine “Heimat” (patria, ndt)– da tempo associato alle correnti conservatrici e nazionaliste – si è rivelato controproducente. Mentre a livello nazionale il partito ama presentarsi come un “partito di classe organizzato”, in Sassonia-Anhalt ha rinunciato a questa strategia, agendo piuttosto come l’ennesima associazione patriottica.

Se la Linke vuole prendere qualcosa dall’AfD, che sia almeno il modo in cui quest’ultima si presenta come opposizione intransigente. Di fronte alla finta opposizione della destra, la Linke deve fare propria, a livello politico e programmatico, una vera opposizione radicale non solo contro la destra e contro l’AfD, ma anche contro il sistema che le genera.

Chi si presenta solo come il partito della cogestione “ragionevole”, del governo condiviso e della tolleranza dello status quo, è destinato a fallire. La classe operaia non ha bisogno di un altro partito che, in caso di necessità, sostenga la CDU. Ha bisogno di un vero partito di classe rivoluzionario – e la Linke ne è ben lontana. Non è nemmeno un partito particolarmente combattivo che si opponga al capitale tedesco, alla sua ragion di Stato, al governo e ai suoi attacchi. Per questo motivo, all’interno della Linke è necessaria un’opposizione di sinistra organizzata e i rivoluzionari devono lottare al suo interno per un programma rivoluzionario.

CHE COSA FARE?

Capire non è un’azione fine a sé stessa. La domanda è: quali conseguenze politiche ne traiamo?

A) Basta con gli appelli all’unità dei «democratici»

Si tratta comunque di una finzione politica. Eppure costringe la Linke a nascondere sotto il tappeto proprio quelle contraddizioni che questo sistema capitalistico produce. Chi difende lo status quo insieme alla CDU, alla SPD e ai Verdi, lascia in balia dell’AfD coloro che ne sono delusi e se ne allontanano disillusi.

Come socialist* – e come esponenti della sinistra all’interno della Linke – dobbiamo quindi chiederci: per chi vogliamo davvero lottare? Perché gli elettori delusi dei Verdi e dell’SPD dovrebbero rivolgersi alla Linke, se alla fine si vuole comunque governare insieme a loro – e per di più alle loro condizioni? E come si possono conquistare, a maggior ragione, i milioni di astenuti, lavoratori e giovani che da tempo non ripongono più alcuna speranza in questo sistema politico?

Ciò significa non fare un solo millimetro di passo indietro in materia di antirazzismo, diritti delle donne o diritti LGBTIAQ. Al contrario: significa collegare queste lotte a una prospettiva sociale. Il nostro obiettivo non può essere quello di sottrarre qua e là uno o due punti percentuali all’AfD. Dobbiamo difendere rivendicazioni e obiettivi per tutta la nostra classe e dobbiamo condurre le lotte in modo tale da realizzarli insieme – e in questo modo indicare la strada da percorrere per rompere con il sistema capitalistico stesso.

B) Organizzare la resistenza invece di limitarsi a proclamare l’opposizione

Né la minimizzazione né l’adeguamento riusciranno a fermare l’AfD. Il compito della Linke deve essere quello di organizzare la resistenza contro i suoi attacchi razzisti, sociali, autoritari e militari e di svolgere in questo un ruolo centrale.

Ma ciò potrà avere successo solo se la sua risposta andrà oltre le frasi di circostanza sulla tolleranza e la diversità. Contro i tagli, l’aumento dei prezzi, la crisi abitativa o il degrado delle infrastrutture pubbliche occorre una risposta socialista: non calpestare chi sta sotto e litigare per briciole sempre più piccole, ma attaccare chi trae profitto da questo sistema. Non mettere i migranti contro i lavoratori tedeschi, ma condurre insieme la lotta di classe contro il capitale e il governo.

A tal fine, la Linke dovrebbe, tra l’altro, avvalersi del proprio radicamento, dei propri membri e dei propri seggi per organizzare lotte concrete, unirle e portarle alla vittoria. Infatti, la risposta all’ascesa dell’AfD non può consistere nel difendere lo status quo contro la destra e fermarsi lì. Che ciò sia possibile lo dimostrano le controproteste organizzate a Sangerhausen contro la fabbrica di armi che si intende costruire in quella città.

Spetta a noi dimostrare che esiste un’alternativa a questa situazione – e che insieme abbiamo il potere di conquistarla. Ciò è possibile, tuttavia, solo se siamo disposti a combattere e ad affrontare lo scontro.

Crisi di governo in Germania: la SPD stacca la spina

 


Articolo originariamente pubblicato da ArbeiterInnenmacht.



Mercoledì, ore 21:25: Scholz si presenta nella Cancelleria davanti alle telecamere. Con il suo consueto tono asciutto, spiega la notizia che pochi minuti prima era apparsa sui media: in qualità di cancelliere ha sollevato dall'incarico il ministro delle finanze Christian Lindner. Questo passo – dice – è necessario per evitare danni alla Germania e per non lasciarla sprofondare nel caos. La riluttanza di Lindner al compromesso non serve al Paese, ma a salvare il proprio partito. Parole pesanti, che arrivano inaspettatamente dalla SPD. Significano infatti la fine del governo semaforo [SPD-verdi-liberali]. Ma cosa è successo, e quali avvenimenti si nascondono dietro la crisi di governo?


COSA È SUCCESSO?

Si possono ricordare malignamente le parole di Lindner: «È meglio non governare che governare male». Perché da mesi c'era la crisi, e ci sono state molte sportellate da parte dell'opposizione, come ad esempio da parte di Markus Söder [leader dei cristiano-sociali bavaresi della CSU]. Anche Merz [leader della CDU] ha fatto del suo meglio per spingere avanti il governo. La cronologia delle controversie è lunga: legge sul riscaldamento, fondi di investimento, assistenza infantile di base, sussidi sociali e infine la questione del bilancio. I partiti di governo si sono ripetutamente bloccati a vicenda e hanno cercato di far valere le loro posizioni attraverso dichiarazioni pubbliche. Da settembre le crepe sono diventate ancora più evidenti. Lindner, bypassando i suoi colleghi, ha pubblicato un documento di 18 pagine per una politica economica completamente diversa da quella prevista nell'accordo di coalizione.

Eppure la fine è arrivata piuttosto all’improvviso. Mentre Habeck [vicecancelliere, Verdi] e Scholz hanno cercato di fingere unità dopo l'elezione di Trump e hanno dichiarato che ora la Germania deve dimostrare la sua capacità di agire, la sera stessa di quel giorno non è rimasto molto di quelle dichiarazioni. Se si crede alle parole di Lindner, anche lui è sembrato del tutto sorpreso dal fatto che dopo mesi di insistenze da parte dei liberali e di umiliazione pubblica da parte degli ex "partner", il governo di coalizione non sia finito con l'annuncio congiunto e "composto" di nuove elezioni, ma con il suo licenziamento da ministro. Che questo sia una messinscena o meno, non ha importanza. È chiaro che questo esito ha qualcosa di positivo, almeno per SPD e FDP: ora hanno la possibilità di incolparsi a vicenda per la fine del governo. Per una volta Scholz ha ricevuto una standing ovation nel gruppo parlamentare SPD per la rottura con la FDP. A sua volta, la FPD ha dato manforte al suo leader, almeno esternamente. I Verdi invece sembrano i meno preparati, perché sono loro stessi alla ricerca di nuovi leader. Per loro la prevedibile e prematura rottura della coalizione arriva in un momento inopportuno, e si è visto.


IL NOCCIOLO DELLO SCONTRO

Non sorprende quindi che Scholz abbia utilizzato il suo discorso come lancio della campagna elettorale per la SPD. Ha delineato il suo piano salva-paese in quattro punti: 1) limitare gli oneri di rete per le “nostre” aziende; 2) garantire posti di lavoro nell'industria automobilistica e nell'indotto; 3) bonus per investimenti e opzioni di defiscalizzazione per le aziende; 4) sostenere l’Ucraina indipendentemente dagli Stati Uniti.

Se si confrontano gli interventi di ieri sera di SPD, Verdi e FDP, si capisce subito dove risiedono le differenze: qual è la loro posizione sul freno all’indebitamento? Deve essere messo da parte per poter garantire i mezzi per un maggiore sviluppo economico, ulteriori forniture e spese per armamenti e allo stesso tempo per finanziare ammortizzatori sociali e massiccie ristrutturazioni aziendali.

La fine prematura della coalizione semaforo evidenzia la crisi nel panorama dei partiti borghesi in considerazione della difficile situazione economica in Germania. La questione centrale è chi dovrebbe pagare i costi (e perché il debito dovrebbe essere contratto). Per quanto riguarda il percorso di riarmo e di militarizzazione, la FDP in realtà non ha alcuna differenza con la SPD, anzi è ancora più guerrafondaia, ma sostiene che il riarmo non dovrebbe essere pagato con nuovo debito, bensì attraverso rigorosi tagli sociali che riguardano redditi, fondi per i rifugiati, età pensionabile e rapporti di lavoro “troppo regolamentati”.

La FDP ha le idee chiare a riguardo, che Lindner presenta anche nel suo documento “trapelato”. Attacchi programmati al diritto di sciopero, attuazione gelida del freno all’indebitamento, ulteriori tagli nel settore sociale. La classe operaia e gli oppressi dovrebbero pagare – e con la massima intensità, non in modo misurato, come hanno in mente la SPD e i Verdi. In nessun caso dovrebbero esserci aumenti delle tasse per le aziende. La SPD e i Verdi, invece, sostengono un percorso in classico stile keynesiano: meglio contrarre più debito e, come ha detto Scholz, non contrapporre la “sicurezza interna ed esterna”. Perseguire quindi gli interessi dell’imperialismo tedesco usando la gommapiuma.

Dato che la FDP è scesa a meno del 5% durante il periodo di permanenza al governo, e ha avuto uno spettacolare tracollo in tutte le elezioni statali (länder), questo dibattito è per loro anche una questione di sopravvivenza. Il partito non solo ha subito negli ultimi mesi uno spostamento a destra, in cui anche la leadership di Lindner è stata messa in discussione, ad esempio attraverso iniziative come “Weckruf Freiheit” [Sveglia Libertà], ma non si arrenderà a nessuna concessione sul tema del freno all'indebitamento, arrivando fino alla possibilità di sciogliere la coalizione, se necessario. In ciò i liberali mostrano un attaccamento nei confronti del proprio elettorato, cosa che alla SPD e alla Linke manca da anni.

Allo stesso modo, ci sono sempre state differenze nell’orientamento tra socialdemocratici e liberali. Il fatto che ciò porti questa volta a una crisi di governo ha cause più profonde della perdita di voti del FDP.


LA CRISI DELLA REDISTRIBUZIONE COME OSTACOLO AGLI INVESTIMENTI

Quando si formò la coalizione “progressista”, non c’era nessuna guerra in Ucraina o a Gaza. Vista in questo senso, la coalizione al governo è vittima anche della svolta annunciata allora dallo stesso Scholz. Perché nel mezzo della guerra, dell’inflazione e della recessione, non è facile essere condiscendenti. Perlomeno non se ci si limita alla realpolitik parlamentare e se si tengono ben presenti gli interessi della classe dirigente, che vengono glorificati come “la nostra economia”.
La crisi della redistribuzione ha come sfondo lo sviluppo economico successivo alla crollo finanziario del 2007/2008. Anche se questa crisi potesse essere rallentata attraverso misure anticicliche e l’espansione del credito e del debito, ciò avverrebbe solo al prezzo di perpetuarne le cause: calo dei tassi di profitto e sovraccumulazione di capitale. Con la recessione globale simultanea dovuta alla pandemia del coronavirus e alla guerra in Ucraina, la situazione per l’imperialismo tedesco, che fino ad allora era riuscito a resistere abbastanza bene, è peggiorata. L’aumento dei prezzi dell’energia ha causato enormi problemi a una nazione esportatrice. A ciò si aggiunge la pressione della competizione e la necessità di innovare in uno dei settori chiave dell’industria tedesca, l’industria automobilistica. Abbiamo esaminato più in dettaglio la situazione attuale nell'articolo “Düstere Wolken“ (1).

Il risultato, tuttavia, è che l’attuale recessione, combinata con lo sviluppo economico degli ultimi anni, ha ridotto enormemente il margine di manovra del Sozialpartnerschaft [modello di "collaborazione sociale" formale fra governo, sindacati e imprese] così com'è finora esistito in Germania, mettendo così in discussione anche i rapporti politici ed economici tra le classi.


DIVISIONI DELLA BORGHESIA TEDESCA

Un altro effetto di questo scenario è lo spostamento internazionale verso destra. Nel corso della crisi è aumentata la concorrenza tra le diverse frazioni del capitale, e la situazione della piccola borghesia e delle classi medie salariate è diventata più insicura e instabile, cosa che si è espressa, ad esempio, in Germania con la fondazione dell’AfD. Allo stesso tempo, durante l’era Merkel, l’imperialismo tedesco ha cercato di manovrare nella politica internazionale tra gli Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altro, cosa che a sua volta rifletteva le differenze all’interno della classe dominante sulla direzione strategica della Gemania e dell'UE. Con l’aumento degli scontri interimperialisti e la formazione di blocchi di potenze, ciò è diventato più difficile. La guerra in Ucraina rappresenta qui un punto di svolta, perché un’alleanza strategica con la Russia, come avevano cercato di fare Kohl e Schröder, ma anche in parte i governi Merkel, è ormai molto lontana. Ma le cose non sono rimaste ferme a questo punto, perché la vittoria di Trump alle elezioni americane ha messo naturalmente in discussione anche l'orientamento transatlantico della Repubblica Federale Tedesca e dell'UE. Il problema è chiaramente evidente nella politica ucraina. Da un lato, il sostegno all’Ucraina è garantito come un mantra, e la CDU/CSU ne chiede l’aumento. Dall'altra parte, la Germania stessa non può ovviamente sostituire gli Stati Uniti, e una guerra permanente in Europa rappresenta in realtà più un peso che un vantaggio strategico (come pensano apertamente AfD e BSW [il partito di Sahra Wagenknecht] e, velatamente, settori della SPD e della CDU).

Anche se gli attuali partiti della coalizione e la CDU evitassero di ridefinire una politica nazionale prima di nuove elezioni, è difficile immaginare che l’UE possa attuare una politica alternativa alla pacificazione con Putin sotto la guida di Trump. Le dichiarazioni di sostegno all’Ucraina hanno quindi un carattere contraddittorio. I partiti cercano di farsi un nome come potenza protettrice “umanitaria” e allo stesso tempo, negli ultimi anni, hanno annunciato di prendersi in carico l'economia del paese e la ricostruzione dell'Ucraina occidentale con capitale tedesco e statunitense. In ogni caso, vogliono anche il riarmo ucraino in prima linea con la Russia (che poi attraverserebbe effettivamente il loro attuale territorio). D’altro canto, non è possibile permettersi una guerra permanente dal punto di vista economico, politico e militare senza il sostegno degli Stati Uniti.

Indipendentemente dalla situazione in Ucraina, ciò porterà a una imponente accelerazione del riarmamo europeo (compreso un possibile dibattito sull’“indipendenza nucleare della Repubblica Federale Tedesca”), a un nuovo tentativo di rendere l’industria degli armamenti dell’UE più competitiva e quindi, a lungo termine, un rafforzamento dell’Europa, cioè il dominio tedesco nell’UE. Tuttavia, il problema della borghesia tedesca è che non ha una reale idea strategica comune su come questa politica possa essere attuata. Questa divisione, alla fine, ha permeato anche il governo SPD-verdi-liberali, anch'esso caduto a causa di queste contraddizioni.


QUAL È IL PROSSIMO PASSO?

Il capogruppo parlamentare del Partito Liberale Christian Dürr ha annunciato mercoledì sera che tutti i ministri del suo partito avrebbero presentato le loro dimissioni al Presidente della Repubblica. Così accade. Tranne il ministro dei Trasporti Wissing (ora indipendente), si dimettono tutti. Per alcuni, come il ministro dell’Istruzione Stark-Watzinger, questo potrebbe anche essere utile ad evitare ulteriori scandali. Scholz vuole fissare il voto di fiducia la prima settimana della sessione del Bundestag del nuovo anno, cioè il 15 gennaio 2025. Ciò dovrebbe poi consentire nuove elezioni alla fine di marzo. La SPD vuole presentare i progetti di legge più importanti entro Natale. Da parte loro, si vorrebbe un governo di minoranza rosso-verde (SPD-Verdi), anche per poter utilizzare il Bundestag come arena della campagna elettorale.

Se ciò sia fattibile o meno dipende molto dalla benevolenza della CDU. Merz preferirebbe nuove elezioni subito, poiché è una delle forze che ne trarrebbero maggior beneficio, e non vedrebbe l’ora di corteggiare Trump da futuro membro del governo (preferibilmente come Cancelliere), e facendo questo, proteggere in qualche modo anche gli interessi tedeschi, ad esempio attreverso la sua proposta di pace in Ucraina. Resta da vedere se il piano Scholz funzionerà.


CHANCES DI VITTORIA PER GLI ALTRI

In passato Merz è stato molto capace di promuovere se stesso e a condizionare il governo. Secondo il quotidiano Bild, già da due settimane la CDU/CSU si sta preparando alle elezioni anticipate. E le principali associazioni imprenditoriali, come l'associazione del commercio estero (BGA) e l'associazione dell'industria chimica, si sono subito dette d'accordo con l'appello di Merz per nuove elezioni in tempi brevi.

Naturalmente, anche Sahra Wagenknecht sarà in campo: dopo tutto, già ora in Brandeburgo e in Sassonia per loro si pone la questione del governo, e i negoziati per una coalizione possono essere condotti molto meglio se la forza è rappresentata più fortemente nel Bundestag. E prima i negoziati avranno luogo, prima Sahra Wagenknecht potrà smettere di pensare al tipo di coerenza che le sarà necessaria per racimolare più voti possibili.

Alternative für Deutschland trarrà il massimo di beneficio dalle elezioni. Non solo perché continuerà a insistere sull'idea che vede le coalizioni semaforo come una porcheria, ma anche sulla questione della pace. Perché mentre la SPD e i Verdi, ma anche la CDU/CSU e la FDP continueranno a suonare il corno di guerra, AfD e BSW agiranno come partiti pacifisti per quanto riguarda l'Ucraina, e allo stesso tempo continueranno ad assicurare a Israele la sua solidarietà.

La Linke avrà vita più dura. Non solo la visita di Jan van Aken [nuovo co-leader della Linke] in Ucraina ha creato più interrogativi che chiarezza su come si intende effettivamente raggiungere la pace. Ma è soprattutto il partito il cui stato organizzativo è attualmente nelle condizioni peggiori. La Linke si sarebbe potuta rialzarse se le elezioni federali si fossero tenute a settembre, ma le elezioni anticipate rendono più probabile una sua fine prematura.


CHE FARE?

Le prossime elezioni e la formazione del governo decideranno il prossimo corso della Germania. Una cosa è chiara: ci saranno attacchi sociali, con o senza una politica di ammortizzazione da parte della SPD e dei Verdi. Per questo motivo è necessario non aspettare passivamente che si svolgano le elezioni e si consolidi un nuovo governo. Ora dobbiamo piuttosto dire chiaramente: non pagheremo le vostre guerre e le vostre crisi! Stop alla collaborazione sociale, ai licenziamenti di massa e al freno all’indebitamento!

Le autorità statali e locali stanno già operando tagli imponenti, soprattutto nelle spese sociali. La riforma sanitaria porterà anche tagli ai posti di lavoro e licenziamenti, che avverranno non solo nel settore automobilistico. Per respingere con successo questi attacchi è necessaria una rottura con la politica di collaborazione di classe, specialmente quella dei sindacati, e una conferenza d’azione contro la crisi, nella quale la sinistra tedesca discuta su quali rivendicazioni utilizzare per indicare una via d’uscita dall’attuale miseria: attraverso vertenze di contrattazione collettiva e azioni indipendenti. Abbiamo bisogno di una discussione su quale tipo di partito, quale programma, quale politica sono necessari per combattere la crisi. Il crollo della coalizione semaforo, il declino dell'SPD e della Linke rendono chiaro che non dobbiamo semplicemente costruire una resistenza di massa organizzata, ma allo stesso tempo, dobbiamo lottare per un'alternativa rivoluzionaria al riformismo, per la costruzione di un partito rivoluzionario dei lavoratori.


(1) https://arbeiterinnenmacht.de/2024/10/29/brd-wirtschaft-duestere-wolken/

Jaqueline Katherina Singh

Elezioni regionali in Turingia e Sassonia: lo spostamento a destra continua

 


Pubblichiamo l'analisi dei compagni di ArbeiterInnenmacht delle elezioni in Turingia e Sassonia, che per la prima volta nella Germania del dopoguerra hanno visto vincitrice una formazione di estrema destra.



I risultati delle elezioni in Sassonia e Turingia, due stati della Germania dell'Est, non sono sorprendenti. Ma costituiscono un altro serio avvertimento alla classe lavoratrice e alla sinistra tedesca. In Turingia il risultato è il seguente: AfD: 32,8% (+9,4), CDU 23,6% (+1,9), BSW [Bewegung Sahra Wagenknecht, Movimento Sahra Wagenknecht] 15,8% (+15,8), la Linke 13,1% (-17,9), SPD 6,1% (-2,1), Verdi 3,2% (-2), FDP 1,1% (-3,9). Per la Sassonia i risultati sono i seguenti: CDU: 31,9% (-0,2%), AfD: 30,6% (+3,1%), BSW 11,8% (+11,8), SPD 7,3% (-0,4), Verdi 5,1% (-3,5), Linke 4,5% (-5,9), FPD 0,9% (-3,6).


TRE VINCITORI

Ci sono tre vincitori elettorali in entrambi i länder. In primo luogo, ovviamente, l’AfD, che è diventato il partito più forte in Turingia ed è al secondo posto in Sassonia. In entrambi gli stati AfD è riuscito soprattutto a mobilitare gli astenuti alle precedenti elezioni. Il razzismo e il populismo di destra non scoraggiano nessuno, ovviamente, anzi: sono accettabili da tempo in entrambi gli stati federali.

La maggior parte degli elettori dell'AfD non sono più solo voti di protesta: il partito di estrema destra ha effettivamente creato una base sociale significativa. Questo è ancora più allarmante perché in Turingia e in Sassonia gli elementi più a destra e semifascisti come Björn Höcke dominano il partito e aumenteranno ulteriormente la loro influenza nazionale. Inoltre, la base elettorale dell'AfD non comprende solo la piccola borghesia e le piccole imprese orientate al mercato interno, ma è diventata il partito più forte tra operai e i giovani!

In secondo luogo la CDU, che è riuscita a tenere sia in Turingia che in Sassonia, guadagnando addirittura un leggero aumento in Turingia. È probabile che in futuro riuscirà a guidare il governo statale in entrambi i casi e che continuerà a guadagnare slancio in vista delle elezioni federali. L'unico aspetto negativo è che non riuscirà ad evitare in nessuno dei due stati la partecipazione al governo del BSW [partito di Sahra Wagenknecht, scissione del partito Linke, ndt].

In Turingia, persino un governo formato da CDU, BSW e SPD potrà contare solo su 44 seggi su 88, e potrà essere bloccato dall'opposizione su qualsiasi legge. D'altra parte, potrebbe essere possibile per un governo di questo tipo fare accordi con la LINKE o addirittura con l'AfD. Per lo meno CDU e BSW potrebbero essere pronti a farlo su alcune questioni.

In terzo luogo, il BSW, che ha buone possibilità di entrare nel governo come partner di coalizione per i conservatori in entrambi i paesi. La volontà politica di Wagenknecht e soci non manca, come dimostrano le prime interviste effettuate la sera stessa delle elezioni.
Anche se sarà difficile negoziare una posizione comune sulla guerra in Ucraina, dove Wagenknecht ha di fatto una posizione campista filorussa, c'è molto accordo con i conservatori e la SPD sulla richiesta di leggi ancora più severe sull'immigrazione e sul rafforzamento della politica “legge e ordine”.


GLI SCONFITTI

Gli sconfitti sono altrettanto chiari. Come nel 2019, in entrambi gli stati la SPD è rimasta al di sotto della soglia del 10%. I Verdi sono riusciti a malapena a entrare nel parlamento della Sassonia, ma in Turingia non avranno più una rappresentanza. L’unico risultato positivo di queste elezioni dal punto di vista della sinistra è stata la prestazione devastante del FDP [Partito Liberale Democratico], che ha raggiunto poco più dell’1%. La Linke ha subìto il disastro previsto. In entrambi gli stati, in termini assoluti, ha perso più della metà dei suoi elettori e circa due terzi della sua quota di elettorato.


COSA SIGNIFICA IL RISULTATO?

Al di là del significato per i due länder federali, il risultato ha anche un grande significato politico nazionale.

1. Spostamento a destra e plebiscito razzista
I risultati non solo consolidano lo spostamento a destra a livello nazionale negli ultimi anni. Dopo gli omicidi di Solingen, una vera e propria isteria e agitazione razzista si è diffusa nel paese, che si è manifestata in ulteriori restrizioni al diritto di asilo, controlli più severi alle frontiere e espulsioni più facili. Solamente due giorni prima delle elezioni, il governo federale ha approvato nuove restrizioni sull'asilo e nuove leggi di sicurezza.

In occasione di grandi eventi pubblici, come competizioni sportive o festival, sarà imposto il divieto assoluto di portare con sé coltelli; la stessa misura potrebbe essere estesa ai cosiddetti “luoghi ad alto tasso di criminalità”, come le stazioni ferroviarie o i terminal degli autobus. In secondo luogo, sarà estesa la sorveglianza di (presunti) islamisti e “terroristi”. In terzo luogo, sono previsti tagli al sostegno finanziario e sociale per i migranti che sono entrati nell'UE attraverso un altro Stato. In futuro, si vorrebbe costringere i suddetti Stati a riprendersi questi migranti e a pagare per il loro alloggio e il loro reddito minimo. Infine, i rifugiati dovrebbero essere deportati in Paesi come l'Afghanistan e la Siria.

Mentre i conservatori della CDU/CSU, l'AfD e il BSW sostengono queste misure e non mancano di sottolineare che il governo ha accolto alcune delle loro richieste, essi non si accontentano e vogliono di più. L'AfD vuole un programma razzista a tutti gli effetti, per costringere milioni di persone a lasciare la Germania. La CDU/CSU, l'AfD e il BSW chiedono controlli permanenti sull'immigrazione e respingimenti alle frontiere: di fatto una sospensione e una rinegoziazione degli accordi di Schengen.

I risultati in Turingia e Sassonia rappresentano anche una sorta di plebiscito razzista, in cui hanno potuto vincere solo i partiti che hanno attaccato il governo da destra sui temi dell'immigrazione e dei rifugiati. Le perdite dei partiti al governo SPD, Verdi e FDP, che negli ultimi anni hanno ripetutamente accettato e fatto proprie le rivendicazioni razziste della destra, dimostrano chiaramente che questo adeguamento all’AfD e alla CDU (e recentemente anche al BSW) è inutile. Gli elettori razzisti preferiscono sempre scegliere l’originale di destra o conservatore piuttosto che la copia verde-liberale-socialdemocratica.

2. Punizione per il governo
Ma c'è un'altra ragione per la sconfitta dei partiti di governo: la politica stessa del governo. Durante la campagna elettorale, i contenuti della politica locale hanno lasciato il posto sempre più ai dibattiti sulle carenze del governo federale.

La coalizione cosiddetta “progressista” ha posizionato l'imperialismo tedesco come forte sostenitore e alleato degli Stati Uniti nella nuova guerra fredda contro Russia e Cina. Ha aumentato massicciamente le spese militari, compreso un pacchetto extra-bilancio di 100 miliardi di euro per l'esercito. Allo stesso tempo, l'inflazione ha ridotto i salari, i sussidi di disoccupazione e le pensioni. I servizi sanitari, l'istruzione e il welfare sono sottofinanziati e rischiano ulteriori tagli a causa delle restrizioni di bilancio. Il non molto radicale “Green new deal” per l'ambiente è stato sacrificato agli interessi del grande capitale tedesco. Infine, il governo - e l'imperialismo tedesco in quanto tale - è diviso sulla sua futura strategia generale e su come risolvere la crisi dell'UE.

In questa situazione, la CDU/CSU si sta preparando a tornare al governo alle prossime elezioni. L’AfD trae vantaggio dalla crisi in corso, dalle fonti di conflitto globali e dagli attacchi alla classe operaia, presentandosi come una pseudo-opposizione pseudo-radicale, nazionalista ed estremamente sciovinista. Il BSW sta cercando di costruirsi some un'opposizione populista, «conservatrice di sinistra» [secondo la definizione che questo partito dà di sé stesso, ndt], centrata sulla nazione, e più razionalmente socialsciovinista.

3. La situazione nei länder della Germania dell'est
Le perdite per i partiti al governo non sono certamente immeritate. Questi partiti hanno persino difeso il miserabile status quo nelle amministrazioni locali e sono rimasti inattivi quando intere regioni sono andate in declino. Governano come “gestori” dell’Est deindustrializzato, la cui popolazione continua a migrare. Ancora oggi qui gli orari di lavoro sono più lunghi e gli stipendi e le pensioni più bassi che negli stati della Germania occidentale. Le regioni rurali in particolare non solo soffrono a causa della migrazione, ma sono anche lasciate indietro nello sviluppo delle infrastrutture. Gli insediamenti industriali e della logistica rappresentano isole commerciali in una regione svantaggiata, e non “paesaggi fioriti”.

L’ulteriore “frammentazione” dell’attuale sistema partitico è particolarmente evidente nei parlamenti degli stati della Germania dell’est. L’SPD, ma anche la Linke, stanno perdendo la loro base di massa, o l’hanno già persa. Anche la CDU è toccata da questo processo, nonostante sia riuscita ad affermarsi alle elezioni come “partito popolare”.

Non è un caso che questo processo sia particolarmente pronunciato nell'Est, perché la classe capitalista locale è più debole, e i piccolo-borghesi e le classi medie rappresentano un ambiente meno stabile, che ha potuto sviluppare meno fiducia nel “loro” Stato e nei “loro” partiti che all'Ovest. Ciò che rende il populismo di destra dell’AfD ancora più efficace. Si alimenta anche della delusione e della frustrazione di quei settori di classe operaia politicamente arretrati riguardo alle politiche dell’SPD e della Linke, per i quali i Verdi sembrano essere un’alternativa in misura minore che nell'Ovest.

Nella situazione attuale, la base elettorale instabile dei partiti storici non va solo a vantaggio dell’AfD, ma anche dei «conservatori di sinistra» della BSW. L’AfD ha indubbiamente consolidato una base sociale stabile. I prossimi anni dimostreranno se i successi del BSW dureranno o si riveleranno un fuoco di paglia, data la sua probabile partecipazione al governo come partner della CDU.


LA DEBACLE DELLA LINKE

La Linke entra nel parlamento regionale della Turingia avendo perso moltissimi voti. In Sassonia resta ben al di sotto della soglia del 5%, anche se è entrata comunque in parlamento regionale attraverso l'elezione diretta di due rappresentanti nella città di Lipsia. Un mandato è stato ottenuto da Juliane Nagel, dell'ala destra del partito, con il 36,5%; l'altro da Nam Duy Nguyen, sostenitore di Marx21 [una delle correnti della sinistra del partito, ndt], con il 39,8%.

Questi risultati, tuttavia, non possono essere motivo di compiacimento. Lipsia è tradizionalmente una roccaforte della sinistra in Sassonia, e il fatto che il partito sia riuscito a entrare in parlamento non dovrebbe impedirci di riconoscere la debacle elettorale della Linke. Questo partito non trova una risposta convincente a molte domande, come il cambiamento climatico, il riarmo, i tagli sociali, la crisi sanitaria e il fallimento del sistema di istruzione.

Sulle guerre a Gaza e in Ucraina, si limita al massimo a risposte pacifiste. Sulla questione del razzismo, pur rifiutando le nuove leggi e difendendo il diritto di asilo, non mobilita i propri membri ed elettori – così come non li mobilita su molti altri temi – in opposizione a questi attacchi.

In breve, la Linke non rappresenta per le masse un'opposizione anticapitalista e nemmeno un’alternativa radicale, anche se tra i suoi elettori sia in Sassonia che in Turingia ci sono i settori più politicamente consapevoli della classe operaia e dei giovani che, soggettivamente, vogliono seriamente opporsi a questo spostamento a destra. Il disastro della Linke è reso ancora più drammatico dall'assenza di qualsiasi valida alternativa di massa a sinistra, sia in Turingia che in Sassonia.


LA LOTTA CONTRO LA DESTRA SIGNIFICA LOTTA DI CLASSE

Indipendentemente da come andrà a finire con la formazione dei governi in Turingia e Sassonia, nei prossimi anni saremo esposti a un ulteriore spostamento a destra in entrambi gli stati, il che significherà anche razzismo aperto nelle strade e attacchi ai migranti, ma anche ai militanti antirazzisti e antifascisti.

Se si vuole davvero fare la differenza, bisogna essere pronti a lottare per cambiamenti seri, contro il governo e il capitale. Chi parla di conventio ad excludendum nei confronti della destra e del razzismo non devono rimanere in silenzio sulle cause dello spostamento a destra, e devono assumere una chiara posizione di classe.

Per cambiare effettivamente gli attuali equilibri di potere, i membri attivi delle organizzazioni di classe e delle organizzazioni dei migranti, compresi sindacati, Linke e perfino SPD, devono essere chiamati a organizzare riunioni e mobilitazioni nei loro luoghi di lavoro, scuole e università, e a condurre attivamente la discussione sul razzismo e la crisi economica che lo alimenta. Le manifestazioni e i cortei – come la mobilitazione contro il congresso di AfD – possono essere utilizzati come punto di partenza. Tuttavia, l’obiettivo deve essere quello di creare comitati d’azione.

Per avere un chiaro profilo politico sono necessarie rivendicazioni chiare. Anche se è la crisi economica a dare slancio alla destra, non si deve pensare che sia sufficiente limitarsi a semplici miglioramenti economici. Alla base delle azioni comuni bisogna proporre:

- No alle leggi razziste! Stop alle espulsioni! Frontiere aperte e pieni diritti di cittadinanza per tutti coloro che vivono qui!
- Lotta congiunta contro le radici sociali del fascismo e del razzismo!
- Lotta congiunta contro l’inflazione, i bassi salari, la povertà e la carenza di alloggi!
- Salario minimo di 15 euro l'ora, pensione minima e indennità di disoccupazione di 1.600 euro al mese per tutti!
- Cento miliardi [la stessa cifra che Scholz ha dichiarato di voler devolvere al fondo permanente per le spese miliari, ndt] per l’istruzione, l’ambiente, le pensioni e la sanità, invece del riarmo, finanziati tassando i ricchi!

Inoltre, è compito dei rivoluzionari lottare per mettere in pratica la richiesta di autodifesa organizzata democraticamente contro gli attacchi razzisti. Gli attacchi contro le case per i rifugiati, i migranti, e ora anche contro i politici di sinistra durante le campagne elettorali dimostrano che questa non è una fantasia avventata, ma piuttosto un'amara necessità, se si vuole davvero portare nelle strade posizioni di sinistra, soprattutto negli ambienti rurali e nell'Est.


PROSPETTIVE

Queste richieste non solo devono essere avanzate, ma bisogna anche lottare attivamente per ottenerle. Al momento i sindacati sono più parte del problema che della soluzione. Le loro leadership sono strettamente intrecciate al SPD e alla Linke e, per mantenere il loro apparato burocratico, continuano a sostenere e a coprire la loro politica.
I rappresentanti del SPD nei sindacati continuano persino ora a sostenere il governo. Questa cosa deve finire! Se vogliamo vincere la lotta contro la destra, dobbiamo garantire che i sindacati non si corresponsabilizzino più nella gestione della crisi e nella partecipazione aziendale con i padroni! Devono invece lottare per miglioramenti reali, contro l’austerità e i tagli sociali, e combinare attivamente questa lotta con quella contro il razzismo.

Ciò significa anche difendere l’ingresso degli immigrati e dei rifugiati nei sindacati e pronunciarsi apertamente contro tutte le espulsioni e gli accordi che tengono in piedi la Fortezza Europa, e non esitare a rivendicare l’esproprio sotto il controllo dei dipendenti come prospettiva all’ordine del giorno se qualcuno risponde che purtroppo non ci sono soldi per la spesa sociale. Ma un movimento che metta al centro queste domande non cade semplicemente dal cielo, bisogna lottare per esso. Per questo, abbiamo bisogno di una forza politica cosciente, un partito rivoluzionario, che si batta per questa prospettiva e per un programma che non sia diretto solo contro l'estrema destra e gli attacchi dei governi borghesi, ma anche contro il sistema che alimenta il razzismo.

Valentin Lambert, Susanne Kühn

L'addio di Pablo Iglesias

 


Quella di Podemos è l'ennesima parabola di una sinistra riformista che consuma le proprie fortune sui banchi ministeriali, e che così contribuisce alla vittoria della reazione

Le elezioni di Madrid hanno registrato un tracollo elettorale del PSOE, che perde il 10% dei voti, e la forte affermazione elettorale del PPE, combinata col consolidamento dell'estrema destra di Vox.
Il risultato non ha solo una valenza locale. Era la prima prova elettorale del nuovo governo Sanchez-Iglesias in Spagna. Un disastro. Le dimissioni di Pablo Iglesias col suo addio alla politica ne sono un portato.

Podemos non ha registrato una débâcle dal punto di vista elettorale. Il 7% riportato gli consente di avere una rappresentanza nel consiglio comunale di Madrid. Ma politicamente è il vero sconfitto. Pablo Iglesias si era dimesso da vicepresidente del governo Sanchez per candidarsi a Madrid. Lo scopo era sbarrare la strada alla destra. Tutta la sua campagna elettorale si è fondata sulla denuncia del pericolo franchista e sulla difesa della democrazia. La parola d'ordine era “no pasaran”, mutuata dall'esperienza del fronte repubblicano nella guerra civile del 1936-1939.
La candidatura di Iglesias si era presentata come la garanzia della vittoria. Il gesto delle dimissioni dalla vicepresidenza ministeriale per candidarsi a Madrid voleva essere inoltre un atto di rilancio dell'immagine pubblica di Iglesias e di Podemos come partito capace di sacrificare il potere all'interesse superiore della “democrazia” e della sua vittoria. Ma il gesto estetico finalizzato all'immagine è stato sepolto dal risultato.

Il governo Sanchez-Iglesias non ha realizzato alcuna politica di svolta. La sua gestione della pandemia è stata del tutto simile a quella di ogni altro governo borghese europeo. Come in Italia, è emerso lo sfascio della sanità pubblica, lo scandalo della sanità privata, l'assenza della medicina territoriale, la gestione criminale delle case di riposo degli anziani. Sanchez e Iglesias hanno amministrato lo sfascio, cui i precedenti governi di destra e di sinistra avevano pesantemente contribuito.

Ma soprattutto, il governo ha marcato la continuità col passato sul terreno delle politiche sociali. Tutta la politica di bilancio e del lavoro è stata affidata alla grande concertazione con il padronato e le burocrazie sindacali. Le promesse di superamento del precariato sono rimaste lettera morta, con la permanenza di tutta la legislazione precedente. La strombazzata patrimoniale, di entità esclusivamente simbolica, si è ridotta ad una possibile opzione facoltativa delle amministrazioni regionali. Le politiche sull'immigrazione sono rimaste inalterate, ed anzi si sono appesantite in fatto di respingimenti e negazione dell'approdo, a partire dalla Canarie e da Ceuta e Melilla. Infine, per incassare le risorse del Recovery Plan, il governo ha aperto un negoziato interno per l'aumento dell'età pensionabile.

Coi suoi quattro ministri, Podemos è parte integrante e inseparabile di questa politica del capitalismo spagnolo. Il partito sospinto nel 2011 dal movimento degli indignados è oggi un ingranaggio del potere, utile paravento al PSOE per coprire e legittimare a sinistra la continuità della politica del capitale.
Tutti gli spartiti retorici di Pablo Iglesias sono stati recitati: quello del “partito degli onesti”, “né di destra né di sinistra”, quello della “vera socialdemocrazia” spagnola candidata al sorpasso del PSOE, quello del pungolo decisivo sul PSOE per costringerlo al cambio di passo, quello della diga decisiva contro la destra... Ora che tutte le maschere sono cadute, il re è davvero rimato nudo: l'ennesima parabola di una sinistra riformista che consuma le proprie fortune sui banchi ministeriali, e che perciò stesso contribuisce alla vittoria della reazione.
A segretaria di Podemos ora si candida l'attuale ministra del lavoro Yolanda Diaz, che viene dalla storia dello stalinismo spagnolo (PCE), in perfetta continuità con la politica del predecessore, e semmai con un tratto ancor più moderato. Podemos resterà ancor più incardinato al governo di coalizione col PSOE, in una compromissione ancor più stringente. Come già il PRC, come già Syriza, come già il PCP e il Bloco de Esquerda in Portogallo, come si candida a fare in un prossimo futuro la Linke tedesca. La ruota del riformismo gira su se stessa, e non riserva sorprese.

La costruzione di una sinistra classista e rivoluzionaria è all'ordine del giorno in Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Linke si offre alla SPD per governare la Germania

Il Partito della Sinistra Europea ammaliato dal governo

18 Maggio 2020
La questione del governo è superata nel confronto a sinistra? Argomento del passato? I casi di Syriza, Bloco de Esquerda, Podemos e ora anche la Linke dimostrano il contrario
La Linke tedesca, partito centrale del Partito della Sinistra Europea, si candida al governo della Germania. I due cosegretari della Linke, Katja Kipping e Bernd Riexinger, hanno ufficialmente proposto alla SPD e ai Verdi di proiettare sul piano nazionale le comuni (accidentate) esperienze di amministrazione locale di Berlino e Turingia.

«Il coronavirus ci ha posto di fronte a clamorosi sconvolgimenti economici e feroci lotte per la distribuzione delle risorse. Le richieste politiche dell’intero arco della sinistra ci impongono una presa di posizione coraggiosa e un approccio comune. [...] I governi statali in cui la sinistra è attualmente coinvolta dimostrano la sostanziale differenza sociale e democratica dei partiti progressisti quando governano insieme. Adesso è importante unire le forze e impegnarsi nel cambio di direzione.»

A dire il vero i governi statali in cui la sinistra è coinvolta mostrano l'esatto opposto. Prima il governo Prodi, poi il governo Tsipras, poi il governo portoghese di Costa, e oggi il governo Sanchez-Iglesias dimostrano il «sostanziale» fatto che il coinvolgimento della sinistra nelle responsabilità del governo del capitale, in alleanza coi partiti borghesi o con la socialdemocrazia liberale, si realizza nella continuità delle politiche capitaliste. Ed anzi ha proprio la funzione di coprire a sinistra quelle politiche. Con pessimi risultati per il movimento operaio ed effetti più o meno distruttivi per la stessa sinistra di governo. Rifondazione Comunista ne sa qualcosa. Per quale ragione dovrebbe avvenire diversamente nel cuore del capitalismo europeo, a braccetto di una socialdemocrazia tedesca oggi al governo con Angela Merkel e la CDU?

Ma tant'è. Il gruppo dirigente di Linke ha fretta di offrire a SPD la dote dell'8% che le assegnano i sondaggi. Tra un anno si vota in Germania, entrare al governo è l'occasione della vita per chi non ha altro orizzonte che amministrare la società borghese.
In realtà all'interno della Linke vi sono forti dissensi e resistenze nei confronti di questa prospettiva, ma l'appello all'unità del partito da parte dei suoi segretari serve esattamente a rimuoverle.

Dopo il Bloco e il PCP portoghesi, dopo Podemos, anche la Linke si candida ufficialmente al governo del capitalismo. In questo caso della Germania, il principale paese imperialista del vecchio continente. Un paese in cui la sinistra di governo ha prodotto nella storia immani disastri, a vantaggio delle destre peggiori, come un secolo fa. Certo, si può obiettare che una volta fu tragedia ed oggi farsa. Ma la farsa può farsi tragedia molto in fretta. Già la destra di AfD denuncia la capitolazione al sistema della Linke e i suoi appetiti ministeriali. E siamo solo all'inizio.

La salvaguardia e lo sviluppo di una opposizione di classe ai governi della borghesia, il rifiuto di una compromissione nelle politiche dominanti, non è solo una necessità elementare per la difesa dei lavoratori, ma anche uno strumento di lotta alla reazione e alla sua demagogia tra gli sfruttati.
In ogni caso, dopo la vicenda di Syriza, dopo l'approdo governativo di Podemos, dopo la candidatura di governo della Linke, nessuno potrà più dire che la questione del governo è uscita dall'agenda del confronto a sinistra. Ieri come oggi, è e resta un tema strategico che fa da spartiacque tra riformismo e marxismo rivoluzionario.
Partito Comunista dei Lavoratori